Un lungo innamoramento

William T. Vollmann, Storie della farfalla, tr. Cristiana Mennella, Minimum Fax, pp. 315, euro 18,00, stampa

Non si può in tutta coscienza dire che la produzione letteraria di William Vollmann rasenti la grafomania di Isaac Asimov o Georges Simenon, o anche solo quella di Andrea Camilleri (almeno da quando il grande pubblico si è accorto di lui) — per citare solo autori che hanno mantenuto un altissimo livello qualitativo malgrado l’intensità delle uscite editoriali; ma certo a scorrere la sua bibliografia c’è da rimanere di sasso. Tra l’altro, contrariamente agli altri che chiamo in causa, i libri di Vollmann sono spesso giganteschi, da 500 pagine in su, e di una qualità artistica notevole.

Tentare una classificazione omogenea delle opere di Vollmann, ripartite più o meno a metà tra saggistica e narrativa (forse con una leggera prevalenza della seconda) è già un’impresa. Wikipedia individua tra le opere di fiction quella che chiama prostitution trilogy (riportata nella voce italiana con lo stesso titolo inglese) nella quale è incluso anche questo Storie della farfalla, già apparso in Italia per Fanucci nel 1999 con un titolo che sembrava alludere alle prostitute: Storie di farfalle appunto. In realtà l’originale inglese Butterfly stories riporta farfalla al singolare, in riferimento esplicito al protagonista senza nome, o meglio che cambia nome nel corso del romanzo: è infatti il bambino farfalla nel primo degli otto capitoli, ma diventa il ragazzo che voleva fare il giornalista nel secondo, poi semplicemente il giornalista e infine il marito. La classificazione del romanzo in una supposta prostitution trilogy deriva solo dal fatto che il capitolo più lungo è ambientato a Phnom Penh, dove il giornalista si innamora di una ragazza che lavora in una discoteca.

Per capire però l’equivoco dobbiamo partire dalla trama.

All’inizio degli anni Novanta due reporter statunitensi, un fotografo e un giornalista, si trovano in Cambogia per un servizio sulla guerra civile strisciante. Anzi, facciamo un passo ancora più indietro, per tentare di spiegare l’ambientazione, sulla quale l’autore sorvola con eleganza. Il lungo karma di dolore della Cambogia inizia nel 1970, quando Richard Nixon ordina l’invasione della piccola nazione del sudest asiatico per tentare d’interrompere il “sentiero di Ho Chi Minh” che rifornisce la resistenza sudvietnamita attraverso i paesi limitrofi. Contrariamente alle intenzioni statunitensi, il collasso del paese rafforza la guerriglia dei khmer rouge, che fino a questo momento erano un gruppo armato minoritario e senza speranza. Cresciuti di numero e di capacità offensiva, foraggiati dalla Cina, i comunisti khmer rouge conquistano l’intero paese; la capitale Phnom Penh cade due settimane prima della vicina Saigon, nell’aprile 1975. Seguono quattro anni e mezzo di demente governo genocida guidato dal Compagno numero 1, tristemente famoso con il nome di battaglia di Pol Pot: un folle tentativo di riportare il paese alle condizioni economiche e sociali di una vagheggiata, mai esistita età d’oro khmer, che comporta de facto l’eliminazione fisica di quella parte di popolazione che all’interno della  demenziale ideologia nazionalcomunista risulta “corrotta” dai valori occidentali. L’olocausto di terrore costa la morte di un quinto, forse, dei cambogiani, ma non impedisce nel 1979, dopo che i khmer rouge sono stati spazzati via dall’invasione vietnamita, il voto dell’ONU per il mantenimento del seggio nazionale al governo di Pol Pot.

Il romanzo di Vollmann si svolge qualche anno dopo il ritiro della forza d’occupazione vietnamita, quando al governo c’è un esecutivo filo-Hanoi e i khmer rouge superstiti conducono una guerriglia nella giungla, sostenuti sia dalla Cina sia — non è uno scherzo — dagli Stati Uniti. La Cambogia è un paese moralmente e culturalmente devastato, che dopo anni di egualitarismo omicida e economia di sussistenza si è gettato nel capitalismo più sfrenato, del quale è metafora la più diffusa modalità di scambio “culturale” tra locali e stranieri è lo sfruttamento sessuale della donna.

Detto questo, aggiungo che secondo me il romanzo è stato in genere frainteso dalla critica: non è un libro sulla prostituzione ma una disperata storia d’amore. Il giornalista e il fotografo di Storie della farfalla rappresentano due modelli totalmente agli antipodi nell’atteggiamento dell’uomo verso la donna: fondamentalmente cinico, predatorio, attento unicamente ai propri bisogni il fotografo, intrinsecamente romantico il giornalista, che a oltre trent’anni di età si trova ancora nel cono d’ombra della fascinazione adolescenziale per il femminile. Vollmann ha preparato il terreno fino dal primo capitolo, quando il bambino-farfalla si scopre attratto dalle femminucce, dalla loro naturale gentilezza e dalla mancanza di volontà di prevaricazione, e respinto dalla violenza sguaiata che regola i rapporti di gerarchia tra i maschietti. Questa sua fascinazione gli procurerà una sorta di subordinazione nel rapporto uomo-donna che lo spinge a cercare un soggetto femminile da venerare, un oggetto d’adorazione che troverà solo in un’altra cultura e, per sua sfortuna, in una giovanissima prostituta cambogiana, Vanna.

Mentre il fotografo è il prototipo dell’occidentale rapace, il campione di quello che il risvolto di copertina chiama “scambio economico onesto, perfetta incarnazione dell’amore nell’era del capitalismo”, il giornalista si innamora profondamente, incurante delle barriere culturali e sociali. Tornato negli Stati Uniti, al termine della missione, già considera Vanna la propria nuova moglie; decide di divorziare dalla consorte dopo dieci anni di matrimonio, e di investire tutte le proprie energie per sottrarre Vanna al suo paese, al suo destino, alla sua vita; oppure, a voler essere più realisti, segue l’assunto per cui “mogli e puttane si somigliano perché quando le scopi non devi tener conto del loro piacere, come invece devi con le innamorate tipo Vanna che probabilmente non godono neanche loro”.

Solo incidentalmente quindi Storie della farfalla è un libro sulla prostituzione: a scomporlo nei suoi episodi fondamentali, lasciando che lo stile linguistico del punto-di-vista fiorisca come un rosario di afflizione all’interno della nostra sensibilità, è la storia di un lungo innamoramento, che per modalità, continuità e disperazione di fondo è il precursore della successiva storia d’amore tra Vladimir Šostakovič e Elena Konstantinovskaja, una della innumerevoli tessere che compongono l’immane puzzle di Europe central (Mondadori, 2010), il romanzo con cui Vollmann ha vinto nel 2005 il National Book Award per la fiction.