Ora et labora. Canto d’amore per l’Europa

Paolo Rumiz, Il filo infinito, Feltrinelli, pp. 174, euro 15,00 stampa, euro 9,99 epub

San Benedetto da Norcia è il Santo Patrono d’Europa. Durante il terremoto del 2016, tra le macerie, la sua statua è rimasta intatta. Così la vede Rumiz, arrivando a piedi dagli Appennini, percorrendo da Amatrice la linea di faglia del sisma, per sentieri accesi dalle fioriture di aprile.

Cosa sta indicando San Benedetto, integro di fronte alla distruzione? È stato lui a salvare l’Europa dalla dissoluzione e dalle invasioni barbariche, con la Regola.

Ora et labora.

E chi altro poteva farlo, se non un uomo dell’Appennino, una terra che apre vortici e crea uomini capaci di rinascere. Prega, lavora e tieni lontana l’accidia. La letizia è un dovere, prima che un diritto. Nel silenzio e nella bellezza dei chiostri, taci, studia, costruisci.

Ma l’Europa si sta ancora disgregando. “Lì, in mezzo alle macerie di Norcia, vivevo una vertiginosa percezione della centralità dell’Italia e della sua colonna vertebrale. Se il mio Paese avesse perso l’Appennino, avrebbe perso se stesso. Per tre volte l’Europa era rinata da quelle montagne: con Roma, col monachesimo, col Rinascimento. Ma l’avevamo dimenticato”.

Si disegna il desiderio di un pellegrinaggio per quei luoghi di eccellenza religiosa, culturale ed economica che sono i monasteri. Ma da dove partire? Qualcuno gli risponde: “Lei deve capire che i benedettini non sono un ordine, ma un …disordine democratico. Come dire: siamo un sistema ramificato, dove ogni monastero è padrone di sé. L’opposto del Vaticano”.

Da Praglia in Veneto, verso Ottilien in Germania, dove incontra il prodigioso Nokter Wolf. Poi Viboldone in Lombardia, Muri Gries e Marienberg in Sud Tirolo, San Gallo in Svizzera, dove sulla biblioteca dell’abbazia c’è la scritta: PSICHE IATREION, la farmacia dell’anima. Cîteaux in Francia, dove si elogia il Silenzio, Saint Wandrille in Francia, dove si elogia il Buio, Orval in Belgio, Altötting e Niederalteich in Germania, Pannonhalma in Ungheria, dove il prete del monastero inveisce contro i migranti.

Poi Camerino e Fabriano nelle Marche, dove Rumiz incontra il camaldolese Giorgio Emilio Gadda, pronipote dello scrittore. Il cerchio vuole chiudersi a Norcia, con le monache benedettine. Sono sfollate, ma la badessa ogni giorno torna nel monastero crollato, per accudire l’orto e le api. Il demone è la burocrazia, un altro tipo di sisma, che divide e paralizza.  Infine San Giorgio Maggiore in Veneto, dove Rumiz rivede Norberto, l’abate di Praglia. “Caro Paolo, viviamo momenti bui. Il soffio dello spirito è presente in ogni uomo, ma la cultura dominante si accanisce proprio su questa sua dimensione spirituale. La ridicolizza. Disattiva la nostra bussola, ci toglie l’orientamento. E ora, senza una dimensione spirituale, anche la politica e l’economia impazziscono”.

Il libro è un magnifico canto d’amore nei confronti dell’Europa, della sua antica storia di mescolanza e accoglienza, scritto da chi Europa la conosce molto bene, anche nei suoi luoghi più dimenticati e offesi. Colmo di riflessioni importanti, e poesia. Infine, un invito.

“Non importa quanti gomitoli, quanta pazienza e quanto ostinato lavoro serviranno per smuovere il potere e abbattere le ruspe dell’intolleranza. È tempo di dire forte che L’Europa è un’anomalia che intralcia assolutismi, mafie, fondamentalismi, e le economie di rapina che saccheggiano il Pianeta. Si dica che, di fronte a tutto questo, dividersi è follia […]. Non possiamo permettere che il nostro mondo si sottometta ancora al delirio nazionalista e suprematista. La nostra dea madre feniciadi nome Europa, che per prima attraversò il Mediterraneo con paura, ci ricorda che siamo sempre stati capolinea di popoli migranti, e ci spinge a sciogliere altre matasse e a tendere altri fili, in un gesto d’amore e disobbedienza civile”.