Non una storia di dannazione ma neanche di salvazione

Ottessa Moshfegh, Il mio anno di riposo e oblio, traduzione di Gioia Guerzoni, Feltrinelli, euro 17,00 stampa, euro 9,99 epub

Nel leggere la quarta di copertina di questo libro, con le citazioni di giornali statunitensi che lo hanno giudicato tra i più belli del 2018, mi viene spontaneo domandarmi se per caso queste note non siano state dirottate per errore da un altro libro. Prendo in mano il libro, leggo: «Il comico tentativo di una giovane donna di schivare i mali del mondo attraverso un rigoroso programma di “ibernazione”». La cosa sembra allettante, per lo meno quando sei in piedi davanti ai banchi della libreria e devi scegliere cosa acquistare. Questo ha persino un post-it rosa, “consigliato dalla libraia”.

A parte l’ovvia considerazione che un romanzo comico su un argomento come questo, un tentativo di fuga dal mondo tramite uno stato di semi-letargo indotto chimicamente, sarebbe uno schiaffo in faccia a tante situazioni di sofferenza psichica — per fortuna non è quello che ha fatto l’autrice, Ottessa Moshfegh, nata a Boston nel 1981 da padre iraniano e madre croata. Non è comico, dunque, ma non è neppure tragico, non è niente di niente. Non c’è tentativo di far immedesimare il lettore nella protagonista, anche se Moshfegh sostiene di essere passata attraverso le esperienze che racconta. Non è il racconto di una discesa all’inferno, né quello di una redenzione; è una storia lineare, inizia con la protagonista in certo stato mentale e termina nello stesso stato. Punto e basta.

La trama. Nel 2001, una giovane di New York, rimasta orfana dopo la morte del padre per tumore e il suicidio della madre, ha ereditato una cifra sufficiente a smettere di lavorare, e si è autoconvinta di dover trascorre “un anno di riposo e oblio” in uno stato di letargo permanente, prima di ricominciare a vivere. Le ragioni di questa “fuga” non vengono mai rese esplicite, ma si possono far risalire all’anaffettività della madre, alla freddezza del padre, all’ostinato e autolesionista rapporto con Trevor, un uomo che ha alcuni anni più di lei: uno yuppie superficiale e egocentrico che va a letto con più donne contemporaneamente, e afferma di preferire la fellatio al rapporto completo.

I rari contatti umani della protagonista sono con la proprietaria della galleria d’arte dove lavora, Natasha, con l’amica Reva che si ostina a volerla sottrarre a un destino di solitudine, e con i commessi egiziani del minimarket sotto casa. Nell’ultima parte entra in gioco anche Ping Xi, artista d’avanguardia lanciato dalla casa d’arte, da cui nel frattempo lei è stata licenziata per scarsissimo rendimento. E poi, dimenticavo, c’è la sua psichiatra, la dottoressa Tuttle, scelta a caso sull’elenco del telefono; come ci si può aspettare, “una delle peggiori psichiatre della storia”, dice il risvolto del libro.

La protagonista, che definisca se stessa “una bella figa”, mente alla dottoressa, sostiene di soffrire d’insonnia in modo che le prescriva sonniferi, cosa che la professionista fa a cuor leggero, anzi firma ricette per farmaci sempre più potenti. A un certo punto la protagonista scopre di ottenere l’effetto contrario: al risveglio si rende conto di vivere una vita parallela, da sonnambula, durante la quale ordina cibo e vestiti via Internet, si reca al minimarket, una volta persino si risveglia su un treno diretto al funerale della madre di Reva, morta di tumore. Non ricorda nulla di questa altra-sé.

Più o meno, il libro è tutto qui. Non è una storia di dannazione, non è una storia di salvazione e neppure, a ben guardare, di abiezione. Sono citati tanti, troppi film commerciali degli anni Ottanta, che sono il riferimento estetico delle due amiche; Whoopi Goldberg e Harrison Ford sono di eleganza e comportamentali, anche se si intuisce che la protagonista, laureata alla Columbia, abbia una formazione di ben altro spessore. Voglio prendere questo libro come una metafora, che parla degli USA nei decenni tra la dissoluzione dell’URSS e l’attentato alle torri del WTC — un paese che al brusco risveglio si è convinto di aver dormito, e che fosse giunta l’ora di alzarsi e partire: per la guerra, naturalmente. Così l’attentato di New York, che viene citato nelle ultime pagine come avvenimento che non tocca più di tanto la protagonista, inaugura una nuova era: quella in cui la presidenza degli Usa viene consegnata all’imbelle Bush Jr.,  grazie al voto di milioni di sonnambuli che si sono accorti del resto del mondo quando gli si è schiantato addosso un aereo.