Non saranno i puri a salvare il mondo

Margaret Atwood, I testamenti, tr. Guido Calza, Ponte alle Grazie, pp. 512, euro 18,00 stampa, euro 10,99 ebook

Are there any questions? Sono passati trentaquattro anni da quella lapidaria chiusura di uno dei capolavori della distopia dell’ultimo mezzo secolo, cioè Il racconto dell’ancella. Margaret Atwood, all’alba dei suoi ottant’anni, decide di ampliare la sua opera più iconica con un secondo romanzo (I testamenti), già un caso editoriale ancora prima che venisse dato alle stampe.

Per chi non sapesse nulla del primo libro (né della serie televisiva eponima di successo mondiale) è bene fornire alcune coordinate: alla fine del XX secolo, in un mondo sull’orlo della catastrofe ambientale e in cui la sterilità è piaga dilagante, gli Stati Uniti si spaccano in seguito a una nuova guerra civile. Nel New England, cioè nei luoghi che avevano visto nascere la colonia puritana del Massachussets, si instaura un regime totalitario di ispirazione vetero-testamentaria: Gilead – o Galaad come reso nella prima traduzione dell’Ancella secondo la forma italiana, mentre Guido Calza preferisce mantenere la versione inglese dei nomi.

In una società rigorosamente divisa in caste e fortemente discriminatoria nei confronti delle donne (alle quali è negata persino l’istruzione elementare), le coppie sposate dei ceti più abbienti hanno diritto ai servizi di un’Ancella per supplire ai problemi di sterilità. Infatti, attraverso un rituale grottesco – giustificato dall’episodio biblico della schiava Bila – le Ancelle sono costrette a rapporti sessuali con il capofamiglia, mentre giacciono fra le gambe della moglie. Alle Ancelle non è consentito nemmeno possedere un nome e prendono quello del proprietario: il claustrofobico universo di Gilead nel primo romanzo veniva delineato proprio attraverso le memorie di Offred (o Difred, cioè proprietà di Fred), da qui il titolo (che richiama dichiaratamente Chaucer).

Quando Atwood scrive Il racconto dell’ancella è al vertice della sua carriera e l’opera ottiene un enorme successo: l’uscita della serie TV con Elizabeth Moss nel ruolo di Offred non poteva che confermarlo ulteriormente. Sono gli anni del #MeToo e di nuovi accesi dibattiti sulle questioni di genere: la cuffia bianca e la tunica rossa delle Ancelle diventano un simbolo delle proteste femministe in tutto il mondo occidentale. Considerata poi l’elezione di Trump, che potrebbe benissimo incarnare il leader dei Figli di Giacobbe (il movimento che ha creato Gilead), si può immaginare che il desiderio e la necessità di espandere ulteriormente il proprio universo fossero ormai impellenti per Margaret Atwood, magari anche per fornire nuovo materiale originale agli showrunner della serie prodotta da Hulu.

Probabilmente, in questa pulsione si trova il grosso dei pregi e dei difetti del libro. Da un lato, non si può minimamente parlare di sfruttamento commerciale della propria creazione: il romanzo ha avuto una gestazione sufficientemente lunga, si legge d’un fiato e il lavorio stilistico non ha nulla da invidiare con la prima opera. Il libro ha pienamente ragione di essere, anzi sembra quasi la seconda parte di un’opera unica. Eppure, d’altro canto, come già accaduto con la sovrapposizione fra pagina e schermo in Il trono di spade, sicuramente parte dei materiali usati da Margaret Atwood per la serie (compresi alcuni nomi) sono stati utilizzati anche per la costruzione del romanzo e questo fa sì che per lo spettatore della trasposizione televisiva il libro proceda senza nessuna sorpresa: tutte le svolte narrative risultano scontate, inoltre il MacGuffin su cui ruota la vicenda può sembrare un po’ troppo debole. Tutto quanto concerne l’espansione dell’universo narrativo (che, per parafrasare Philip K. Dick, non cade certo a pezzi) è invece perfetto, curato nei singoli dettagli, sotto il solito sguardo beffardo che non perdona nessuno e al contempo è indulgente con tutti.

Considerando che per i lettori allergici alla televisione il rapporto stretto con la serie non può essere percepibile, il romanzo merita assolutamente la lettura: se l’Ancella era il racconto dell’incubo, della prevaricazione, dell’ottusità eretta a sistema, I testamenti incarna la speranza, la resistenza, la certezza che le società totalitarie possono anche realizzarsi nella storia, ma durare mai. Quello che era un timido raggio di sole nel finale dell’Ancella, qui è una catarsi assoluta. Certo, all’insegna di un ironico distacco laico, perché non sono i  puri a salvare il mondo: quelli al massimo fondano Gilead.