Le quarte di copertina. Un’arte antica e nobile

Giorgio Manganelli, Quarte di nobiltà, pp. 80, Nino Aragno Editore, euro 12,00 stampa

Giorgio Manganelli, grande autore di quarte di copertina! Lietta Manganelli, la figlia di Giorgio, continua, sempre per i tipi di Aragno, nella sua meritoria opera di scandaglio nella parte meno conosciuta e ufficiale dell’opera del padre, questa volta con un libro sommamente manganelliano, ovvero la raccolta di tutte le quarte di copertina scritte di suo pugno. Un’antologia di ciò che c’è scritto dietro ai libri. Un libro quindi composto da materiale edito, ovviamente, ma non sempre ristampato nelle successive edizioni e mai raccolto in volume. Manganelli non pubblicò mai una raccolta di questo genere, ma credo che l’avrebbe enormemente apprezzata, amante del paradosso e dell’estremo letterario. Non è quindi per nulla bizzarro occuparsi non dei libri di Manganelli, che ancora hanno parole da dire a noi lettori, ma di ciò che, esterno a essi, tenta di descriverli per chi li prende in mano. La quarta di copertina, detta anche risvolto (ma c’è una differenza, non solo tecnica) è, tra i cosiddetti paratesti, il più evidente ed esposto. Esso è destinato da una parte a informare, ad esporre brevemente il contenuto del libro e dall’altra ad attirare il compratore, a persuaderlo all’acquisto. Questo è il significato e l’uso che l’editoria attuale fa della quarta, forse il luogo più importante di un libro, dopo il titolo; poche righe nelle quali la redazione, l’editor o l’editore stesso pongono la massima attenzione. Quella pagina è fuori dal libro ma ne è indissolubilmente legata.

L’arte del risvolto (così si intitolava un volumetto fuori commercio che Sellerio volle pubblicare anni fa raccogliendo dieci quarte scritte da Salvatore Silvano Nigro per i libri di Camilleri) è antica e nobile. Non è sempre stata pubblicità sfacciata, noiosa e mortalmente ripetitiva se non addirittura irritante, piena di iperboli e di slogan. C’è stato un tempo in cui non si leggeva l’espressione “questo è il suo primo libro” sempre identica a ogni esordio. È stata anche un’arte nobile quando la esercitava Elio Vittorini, capace nei suoi risvolti anche di criticare le opere pubblicate, o Italo Calvino, Leonardo Sciascia (da recuperare Leonardo Sciascia scrittore ovvero La felicità di far libri (Sellerio, 2003; recentemente ristampato)) o Roberto Calasso (suoi sono più di mille risvolti adelphiani, in parte raccolti in Cento lettere ad uno sconosciuto (Adelphi, 2003)). Su quest’arte ha cercato di far chiarezza nel 2017 Marta Occhipinti in Intorno al libro. Storie di quarte e di risvolti (Unicopli, 2017)

Il caso di Manganelli e delle venti quarte qui raccolte è diverso. Egli infatti, cosa abbastanza rara, è, fin dall’esordio con Hilarotragoedia (Feltrinelli, 1964; ora Adelphi, 2014)), autore dei risvolti ai suoi stessi libri.

La quarta è un’etichetta, una guida, una mappa, diceva Manganelli. Ma è davvero così per lui? Se si legge per esempio la quarta di Nuovo commento (Adelphi, 1993), un capolavoro di oscurità, nebbia, incertezza, sembrerebbe proprio che la quarta non sia per nulla riferita al libro. In questo caso essa parla della copertina. Un elemento esterno al testo del libro che descrive un altro elemento esterno. E inoltre dichiara che il libro stesso esiste come comodo supporto per la copertina. Una girandola di fantasmi letterari, tra comprimari di nessun protagonista. Ecco, non giriamoci attorno: questa raccolta è piena di capolavori proprio perché Manganelli non ha quasi mai scritto una classica quarta di copertina. La sua geniale interpretazione di essa è esemplificata qui venti volte, e per venti volte ci sorprende con una nuova vertiginosa variazione. In A e B (Rizzoli, 1975), per esempio, l’autore si trova a dover scrivere la quarta di copertina senza che ci sia ancora una copertina. L’angoscia che lo prende in un primo momento scompare quando si rende conto che l’assenza di copertina, ovvero di una porta, può tenere a bada “le volatili larve” e permettere al “gelatinoso libro” di prendere la forma che vorrà. Oppure, nel testo riguardante Lunario dell’orfano Sannita (Einaudi, 1973; Adelphi, 1991), si impegna a spiegarci il significato del titolo che però non è minimamente collegato con gli articoli raccolti nel volume! Per leggere correttamente Centuria (Rizzoli, 1973; Adelphi 2016) Manganelli ci consiglia un metodo un po’ costoso che non posso trattenermi dal riportare integralmente:

“Acquistare il diritto d’uso di un grattacielo che abbia il medesimo numero di piani delle righe del testo da leggere; a ciascun piano collocare un lettore con il libro in mano; a ciascun lettore si dia una riga; ad un segnale, il Lettore Supremo comincerà a precipitare dal sommo dell’edificio, e man mano che transiterà di fronte alle finestre, il lettore di ciascun piano leggerà la riga destinatagli, a voce forte e chiara. È necessario che il numero dei piani corrisponda a quello delle righe, e non vi siano equivoci tra ammezzato e primo piano, che potrebbero causare un imbarazzante silenzio prima dello schianto. Bene anche leggerlo nelle tenebre esteriori, meglio se allo zero assoluto, in smarrito abitacolo spaziale”.

Ogni risvolto, insomma, è un tentativo non di informare ma di disinformare, non di far chiarezza ma di confondere, non di spingere all’acquisto ma di disincentivarlo! Sempre con un’ironia che fu una delle sue più spietate armi letterarie e virtuosisticamente esercitata qui in massimo grado. Un atteggiamento perfettamente consono alla natura della sua letteratura, che nei migliori esempi riesce a creare veri e propri gioielli di un genere letterario che forse contribuì a portare alle massime vette, prima che esso scomparisse nelle insapori ma al contempo torpide acque del marketing.