La realtà della poesia

Stefano Raimondi, Il cane di Giacometti, Marcos Y Marcos, pp. 112, euro 18,00 stampa

di ELIO GRASSO

Le sculture di Giacometti sono “geneticamente” abbandonate, più solitari che tristi i cani che avanzano su un terreno liscio ma polveroso. È la polvere degli umani a porli in difficoltà, anche se non perdono affatto la loro essenza canina. Giacometti li ha osservati a lungo, pur restando nel suo atelier riservatissimo, e con essi l’atteggiamento crudele degli ingannevoli padroni umani, spesso rotti all’interno dei loro corpi e più raramente umili. Nella nuova raccolta di Stefano Raimondi il disagio vitale non ha sistemazioni fisse, sembra a ogni pagina che la dispersione geografica sia onnipresente, e che su quelle strade (o sentieri o plaghe infinite) l’uomo (esploratore, cacciatore, tecnico, vittima, fors’anche poeta) nulla possa contro una realtà il cui punto di svolta appare sempre più come l’evento nucleare di Chernobyl. C’è una dismisura antropologica in quest’epoca, la lingua impostata da Raimondi serve alle strategie di sopravvivenza di cui nessuno dovrebbe fare a meno. Ma è difficile, la sostanza durissima che ci siamo imposti ha distrutto molti racconti, le storie che per millenni ci hanno fatto convivere con la natura e gli dèi. L’abbandono di questi ultimi ha lasciato sola l’umanità con i propri demoni tecnologici, i padroni “di niente” (così definiti dal poeta) si ritrovano con ossa, unghie e peli sotto stelle la cui musica oggi fa per lo più tremare, raramente sognare. Da anni Raimondi ricerca le parole adatte a una possibile salvezza generale, quelle che possano descrivere, o più, richiamare a sé il pane della civiltà sconvolta. Le parole capaci di descrivere gesti e desideri, corse e rincorse, condizioni civili, o semplicemente l’amore, umano e canino. Troppo il sangue avvistato, e gli elementi velenosi sopra le impronte che vorrebbero misurare l’intervallo fra i passi e il cuore. In ogni poesia c’è questo stordimento, le azioni storte dell’impero ormai del tutto contrario al desiderio di canto innato nella specie. “Ci sono parole che non si riescono / a dire tutte insieme…” anche se l’autore (e l’ascoltatore) vorrebbe destinarle nel tempo dove tutto è già successo, e lo stesso sangue delle vene è disperso e sovrastato dal buio. Il Cane di Giacometti è un libro ben distante da certe gratificazioni correnti, leggerlo destina a scontrarsi con le irte grate circondanti, quelle che abbiamo stabilito di disseminare tutto intorno. Fuori da queste ci sono soltanto posti “che servono a portarci via”, non si sa dove, forse luoghi già visti ed esplorati dai cani. Gli abbiamo impedito di metterci in guardia, relegandoli nella Zona radioattiva. Nessuno pensava che lì animali e vegetali potessero vivere come prima. Invece lo fanno, mentre all’esterno pochi riescono (e fra questi, il poeta Raimondi) ad addormentarsi sereni, dopo giornate trascorse a contrastare chi definisce soltanto le cose decretanti addii e distruzioni. È vero che le passioni originarie dell’uomo diventano ingrate quando le si fa passare e andare via, lo si comprende infine di fronte a questa raccolta, che ci mostra cosa voglia dire l’atto seguente la creazione. In un mondo non solo creato in esposizione di luce, la poesia riesce in alcuni casi a dividere il buio dai barlumi promessi che ci raggiungono dal passato e in grado di salvarci dai tombini. Su questa linea si svolge la parte centrale del libro, dove il pensiero poetico si appoggia ai selciati, ai muri, alle altezze perpendicolari della Città (Milano). Avvengono paesaggi imprevisti, resi oggettivi dalla poesia, suoni e luminosità serali, dove l’umanità si fa rara, rare le impronte e solo alcuni angeli utilizzano i filobus che passano sotto la Torre Velasca. È il respiro postumo nei quartieri che Raimondi cerca ancora, poiché la pietà ha bisogno anche oggi di soffermarsi su ossa e vertebre. La poesia ha bisogno di riempire i vuoti nelle case. La realtà ha bisogno della realtà della poesia, il continuo affermare l’abbandono (dei cani, degli uomini, di Giacometti scultore e incisore) è la lunga e sistematica linea sgrovigliata che Raimondi ci presenta tempo dopo tempo. Mentre il tempo, nel mondo, attende che le particelle radioattive si depositino per sempre. E le specie viventi, ancora, si propaghino tutte intorno.