La nuova umanità paradossale

Paolo Iacci, L’età del paradosso. Perché chiediamo tutto e il contrario di tutto nelle imprese e nella società, Egea, pp. 165, euro 24,00 stampa, euro 6,99 epub

Il paradosso è tra le figure concettuali che più hanno affascinato la riflessione umana. Nella cultura occidentale è presente almeno sin dal pensiero presocratico, ha riscosso grande fortuna con lo stoicismo, è alla base della religione cristiana, ha goduto di rinnovata fortuna nel Rinascimento, è il fondamento delle antinomie di Immanuel Kant, ed è letteralmente esploso nel Novecento con la meccanica quantistica e la teoria della relatività generale. Nelle dottrine orientali il paradosso assume un ruolo centrale nelle concezioni del mondo, come nel taoismo e nel confucianesimo, e nel buddhismo zen è usato quale veicolo di insegnamento e comprensione della reale (con i kōan, gli indovinelli paradossali). Ma cosa succede se la realtà, in un dato momento storico, assume forme e caratteristiche strutturalmente paradossali, nella vita quotidiana come nel microcosmo apparentemente logico e razionale delle imprese commerciali?

Da questa domanda prende le mosse il libro di Paolo Iacci, docente universitario di Gestione delle risorse umane con una lunga esperienza di CEO di numerose grandi aziende, L’età del paradosso. Perché chiediamo tutto e il contrario di tutto nelle imprese e nella società. Si tratta di un lavoro colto e intellettualmente stimolante, frutto di una mente aperta a ogni espressione culturale, che combina scienza, filosofia e management per giungere a una lucida rappresentazione della società contemporanea, mettendone in rilievo le stridenti e laceranti contraddizioni che ne minano le fondamenta.

Ma cosa s’intende per paradosso? “Una proposizione formulata in apparente contraddizione con l’esperienza comune o con i principi elementari della logica, ma che all’esame critico si dimostra valida” precisa Iacci, che si sofferma su 25 paradossi caratterizzanti il nostro tempo, analizzati in altrettanti capitoli. Grazie a una prosa sciolta e discorsiva, ricorrendo con vivaci scorrerie intellettuali a proverbi, parabole, apologhi, massime, storie edificanti, brani letterari e versi di poesie, Iacci riesce a trasmettere anche al lettore meno avvertito nozioni tecniche e specialistiche di grande interesse, in grado di inquadrare criticamente l’inquietante paradossalità che caratterizza il mondo delle imprese e la società contemporanea. La lista di lacerti letterari e aforismi di scrittori, filosofi, pensatori, ricercatori dei più svariati campi del sapere citati in queste pagine è davvero lunga; la citazione tuttavia non è mai fine a se stessa, al contrario, è sempre funzionale alla trasmissione quanto più chiara possibile del messaggio, che arriva chiaro e tagliente: la società in cui viviamo, caratterizzata da una paradossalità strutturale, è a rischio d’implosione a causa dell’aumento allarmante dell’incompetenza diffusa a ogni livello e in ogni campo, dell’opportunismo elevato a sistema, della stupidità dilagante, del pregiudizio antiscientifico e “dell’insana corsa all’ignoranza”, della negazione del pluralismo e della complessità.

Altrettanto adamantino è il giudizio sull’attuale classe politica, composta da incolti cicisbei del tutto privi della benché minima esperienza e competenza, “una nuova casta semplicemente più ignorante e cialtrona della precedente”, altrettanto avida e dedita al privilegio personale, un governo dei furbi sopportato e supportato dall’acquiescenza di un popolo che ha smarrito la propria identità, anch’esso sempre più impreparato e incapace di operare la differenza tra autoritarietà e autorevolezza. Una classe dirigente inconsistente che tra selfie e proclami demenziali “si assume la responsabilità della vita di altre persone con la leggerezza che deriva solo dall’incoscienza”.

I paradossi enumerati, “alcuni dei mille con cui è costretto a convivere chi lavora” (e chi vive nell’oggi, aggiungiamo), possono essere fruiti come dei capitoletti autosufficienti, con una lettura sequenziale o saltabeccando tra l’uno e l’altro lasciandosi guidare dalla curiosità, anche se una maggiore attenzione all’editing non avrebbe guastato. Alcuni riguardano temi specifici, relativi al microcosmo dell’esperienza aziendale, altri perlopiù attengono al sociale, e per ognuno l’autore fornisce evidenze scientifiche a riprova della loro effettività. Qualche esempio: nell’ambito delle imprese, il lavoratore rappresenta un capitale, un patrimonio, ma viene trattato come un costo; il paradosso della felicità, per cui esiste un limite oltre il quale l’incremento del reddito può determinare infelicità invece che maggior benessere; il paradosso dell’insuccesso, sintetizzato da una delle regole base della Silicon Valley: “Se non hai alle spalle almeno un fallimento, non potrai essere un imprenditore di successo”; o quello sotto gli occhi di tutti: a parole tutti propugnano la meritocrazia, eppure culturalmente vince il meccanismo “mafioso” che irride il merito (e qui il discorso si articola sul rapporto dell’italiano con il potere, sull’italica abitudine di asservirsi al potente di turno); il paradosso della privacy: chiediamo a gran voce una legislazione più protettiva in termini di difesa della privacy e contemporaneamente, con spregio del pudore, affidiamo alla rete i nostri fatti più intimi; o ancora il socratico paradosso di Dunning-Kruger, secondo cui le persone ignoranti sono convinte di sapere molto mentre chi sa molto si sente ignorante; il paradosso di Abilene: per evitare ogni contrasto, tutti cercano di pensare allo stesso modo ma così nessuno pensa. Di particolare interesse sono i paradossi operanti nell’ambito specificamente psicologico, dell’evoluzione della specie e delle scienze cognitive, come quello dell’onnivoro, con acute riflessioni sul cambiamento e la resistenza al cambiamento, o quello dell’abitudine, sintetizzato da un aforisma di Proust: “Il più delle volte il perdurare d’un abitudine è direttamente proporzionale alla sua assurdità”, quello dell’apprendimento, per il quale più si infittiscono le cose da apprendere, più è necessario svuotare la propria mente da ogni pregiudizio cognitivo. E quello forse più inquietante, riferito alle organizzazioni delle imprese ma non solo: il paradosso della stupidità, per il quale la stupidità è a un tempo irresponsabile e vantaggiosa.

Dunque, in queste pagine c’è di che divertirsi (e di inquietarsi) apprendendo. Ma il capitolo più stimolante, che fa da corona a quelli che seguono, è quello dedicato al paradosso come strumento di conoscenza, dove, partendo da un breve escursus storico di questa figura retorica, si auspica una rivoluzione culturale che possa guidarci nelle spire di un mondo sempre più intricato ed eterogeneo, poiché “vivere il paradosso vuol dire immergersi pienamente nel presente con la completa consapevolezza del futuro possibile”. Bisognerebbe innanzitutto comprendere il paradosso nella sua dinamica profonda, quindi accettarlo come elemento costitutivo di una realtà quanto mai complessa, e infine affrontarlo in modi e tempi da scoprire ogni volta. Passare insomma da una cultura “aut aut” a una cultura “et et”, cioè da un approccio alla vita volto alla scelta tra due vie inconciliabili a un approccio che tenda alla conciliazione degli opposti.

Sapremo raccogliere questa sfida?