Klossowsky non ama i musei

Pierre Klossowsky, Il bagno di Diana, tr. Giuseppe Girimonti Greco, Adelphi, pp. 115, euro 16,00 stampa

di ELIO GRASSO

Riprendiamo a rincorrere il mito (affare riservato ai pochi rimasti, della schiera umana postuma di un’èra editorialmente felice), ricavando qualche sublime istante dal quadro spettacolarizzato degli dèi offerto da Pierre Klossowsky. Adelphi ripropone Il bagno di Diana avvalendosi di una traduzione sfavillante e di un’immagine di copertina altrettanto luminosa. Si abbandonano i soliti Rembrandt e Tiziano per un Marcantonio Franceschini ai più ignoto, le cui rotondità barocche conquistano i nostri moderni occhi verbosi. Antichi fasti, altrettanto antichi fascini nel libro di Klossowsky dove la scorribanda nella complicatissima società degli dèi è gratificante almeno quanto certe glosse sull’origine del mondo. Il mitografo si muove, nell’abbondanza di intrallazzi e legami “familiari” di questi abitanti olimpici, con la costante sottigliezza che gli permette meditazioni originali e ripassi significativi.

Il mito di Atteone ha qualcosa che concerne la nostra vetusta modernità, i cui trucchi per ottenere facili piaceri si mostrano del tutto infantili se confrontati al contrasto fra seduzione e punizione disposto dalla dea Diana nell’istante in cui Atteone appare ai suoi occhi. Klossowsky, sapendolo bene, ne celebra i paradossi sacri e le rappresentazioni favolistiche giunte fino a noi nel corso dei secoli. Egli scopre la speculazione, quasi parodistica, dell’entità divina che, assunte sembianze umane per attirare a sé gli ignari (e un po’ stupidi) maschi terreni, compie gesti di cui in origine non avrebbe alcun bisogno: detergere il sudore dal corpo, mostrare ascelle e pube come una qualsiasi stanziale di ginecei o postriboli secenteschi. Le sfumature erotiche, forse perché rotolate lungo i millenni, non sono per niente estranee a certe villanie contemporanee, ma Klossowsky ha la capacità di captare frenesie ancestrali e rischi polimorfi, ma quanto esemplari ed essenziali per il mantenimento, oggi perduto, della stirpe umana.

Il tentativo di stupro, connaturato al manifestarsi di Atteone presso il luogo del bagno, non poteva trovare maggiore contrasto e reazione se non da una Diana che uccide, e poi si lava, e torna a uccidere: essenza irriducibile di colei che riconduce ad Artemide greca (i dodici Olimpi delle origini) e al fenomeno delle Amazzoni. La fisionomia di Artemide/Diana, se ci colleghiamo soprattutto a Omero, trova in Klossowsky le capacità di un rabdomante. Il suo flusso acquoreo riporta all’odierna esposizione delle castità aggredite e delle repliche all’offesa, fino al sanguinoso epilogo dello sbranamento da parte dei cani. Il cervo cornuto in cui è trasformato Atteone cacciatore (secondo l’attribuzione più recente), subito dopo l’aver sorpreso Diana nuda al bagno, è fatto a pezzi. Un istante prima, la dea immobile, sul capo la mezzaluna luminosa (che diventerà simbolo indissolubile), senza alcun gesto sembra trafiggerlo con la sua freccia più appuntita. La caccia ha sempre diviso gli uomini e gli dèi, implicito l’obbligo del cibo per gli uni e la quasi attività sportiva per gli altri, resta l’acquisto in molti casi gratuito della preda fino alla volgarità alimentare. Senza contare l’impeto sessuale nutrito dall’apertura della ferita conseguente allo scoccare della freccia. Il guizzo, la punta, l’azione fulminea rovinano soltanto gli uomini poiché non è dato agli dèi nutrirsi di sangue.

Ogni intervento olimpico in terra è burrascoso, il più misterioso appare quello che esemplifica il destino di Atteone (e, da lì in poi, dei suoi contaminati discendenti) in veste di intermediario fra il divino e l’umano: per questo il libro di Klossowsky (prima edizione, 1956) sembra giungere tuttora da distanze siderali, deflagrando nell’intimità della nostra psiche allo stesso modo in cui una dea, nell’aspetto di donna nuda, esemplifica la lezione di innumerevoli simboli, compreso l’estremo: la teofania ha un prezzo di morte, poiché avvicinare, minacciandola, la verginità, non solo contempla una fine certa, ma irrevocabile chiusura alla fecondazione felice.

Tra favola e saggio erudito Klossowsky è più che un buon visitatore, dopo sessanta anni ancora ci regala un patrimonio di significati originari contrastando le nostre ansie tecnologiche. Né gli dèi né l’uomo sono più capaci di riflettersi l’uno negli altri, l’universo che contempliamo non fa che deperire mentre tutti sono diventati passabilmente “mortali”. I demoni, mai dimenticati in questo libro, ormai sono men che curiosi, e quale dea sconsiderata vorrebbe ancora mettersi nei panni delle vergini moderne, e indossarne le impudiche vesti? Parlando di Diana e Atteone, Klossowsky evoca nella mente di un’umanità pressoché scomparsa emozioni rintracciabili oggi soltanto nei musei: la memoria forse riuscirà a trarre dalle proprie tenebre uno sprazzo della remota luce. Osservando il cielo notturno, i segnali di fuoco nella polvere sottostante, qualche confidenza potremo tuttavia accettare dal teatro còlto in flagrante per secoli da uomini, artisti e scrittori. Se così non fosse, non avremmo più rivalse sulla vischiosità dell’esistenza.