Eravamo davvero in tanti a incontrare Joël Dicker nella sala riunioni de La nave di Teseo. La libreria di una delle pareti era come una grande vetrina del nuovo libro, La catastrofica visita allo zoo, copie su copie come si può immaginare se ne venderanno. Eppure questo libro è diverso. Ce lo dice lo stesso Dicker a mo’ di introduzione. Seppure con elementi di continuità con il resto dei suoi romanzi, questo è deliberatamente, coscientemente diverso. Noi blogger/lettori ci siamo accorti subito che le dimensioni del carattere, l’impaginazione, lo stile del libro erano diversi. E ci siamo anche immaginati che fosse una scelta. Però Dicker ci ha anche detto che, come per tutti i suoi libri, era partito da voler raccontare una storia. E la voleva raccontare in un certo modo, visto che una narrazione non è solo una storia, ma una storia con un punto di vista preciso.
Ed è il punto di vista di un bambino, anzi di una ragazzina, quello che Dicker ha scelto come prima cosa. Un esperimento, non l’aveva mai fatto. Perché proprio una ragazzina, chiede qualcuno. “Mah, è venuto spontaneo (dice sorridendo), ho guardato i miei due figli, un maschio e una femmina, e mi sono chiesto, se avessi avuto un’indagine da fare, a chi l’avrei affidata. Alla femmina senza dubbio. Lei sarebbe di sicuro andata fino in fondo, come fanno le donne”. E allora la voce di una ragazzina, Josephine, racconta una serie di catastrofi concatenate l’una all’altra fino a produrre un effetto valanga. All’inizio c’era il racconto di un poliziotto che insegnava ai bambini ad attraversare la strada, una cosa che l’autore aveva scritto tempo addietro. Poi c’erano vari altri frammenti di storie, che sono stati ripresi e assemblati fino a costruire il romanzo, con la sua struttura semplice e lineare, ma molto precisa e definita. E con quella sorpresa nella sorpresa nella sorpresa che ci aveva stregato a suo tempo in La verità sul caso Harry Quebert.
Ora c’è una scuola che viene allagata e diventa inagibile. Una scuola per bambini cosiddetti speciali. Che insieme alla loro maestra vengono quindi uniti ai bambini cosiddetti normali della scuola vicina. Ai bambini speciali la faccenda della scuola allagata non convince proprio. Così decidono di indagare. E di catastrofe in catastrofe arriviamo alla conclusione finale e allo scioglimento di tutti i nodi.
Josephine, a cui è affidato il racconto, è una dei bambini speciali. Che fanno domande che sono vere domande, quelle che gli adulti ignorano o eludono. I bambini speciali si impegnano, si ingegnano, inventano, creano, scoprono i mille modi in cui si possono fare le cose. Imparano da una nonna fumatrice, da un poliziotto senza mutande, da una vecchia che sembra cattiva ma non è cattiva. Lavorano insieme e le loro diversità diventano delle risorse e delle ricchezze. Non emettono giudizi e non hanno pregiudizi, guardano con occhi attenti e osservano a mente aperta. C’è un continuo confronto con i genitori o con gli adulti, da cui questi ultimi escono parecchio acciaccati. Il punto di vista dei bambini speciali costringe anche noi lettori a riflettere su moltissime cose che diamo per scontate, sui motivi per cui facciamo certe cose, sulle regole che valgono per gli altri e non per noi, sui passaggi che saltiamo a piè pari e sulle contraddizioni in cui siamo immersi senza alcuna consapevolezza.
C’è un tema che sta particolarmente a cuore a Dicker, e che emerge prepotente nel libro: la democrazia. Così preziosa e maltrattata, così incompresa. A noi presenti ricorda che in Svizzera la percentuale dei votanti è del 40%, così che quei voti sono praticamente inutilizzabili: che il partito per cui si è votato abbia vinto o perso, la rappresentatività non è abbastanza significativa perché le decisioni che vanno prese siano percepite come condivise. E mentre i protagonisti di La catastrofica visita allo zoo, scegliendo tra pizza e broccoli sperimentano la maggioranza silenziosa e la minoranza rumorosa, i paesi democratici si trovano spesso di fronte alla maggioranza della minoranza. Tuttavia in quella scelta tra pizza e broccoli ci possiamo molto divertire, e magari trovare un modo diverso per recuperare il valore vero della democrazia.
Sì, c’è parecchio divertimento nel libro. C’è una leggerezza gentile e c’è un’idea forte di condivisione e lettura come semplice piacere di un’esperienza. È sicuro che la lettura sia e debba essere un piacere. Dicker è consapevole che, dati del mercato librario alla mano, i bambini (da soli o con gli adulti) leggono molto, ma quando raggiungono l’adolescenza smettono. Per molti Harry Potter è l’ultimo libro letto. È anche consapevole che le categorizzazioni di età e di genere non aiutano. Probabilmente sono necessarie per mettere in ordine gli scaffali di una libreria, ma che una persona legga solo gialli nella convinzione che solo i gialli gli garantiscano l’intrattenimento e la distrazione che cerca, è limitativo e inutile. Sono molti i libri belli che offrono intrattenimento e distrazione, indipendentemente dal genere.
La catastrofica visita allo zoo si pone come un libro super piacevole da leggere, con uno strato anche profondo, che può davvero essere letto da tutti, e anche e soprattutto condiviso. Lo possono leggere insieme i genitori con i ragazzi, gli insegnanti con gli allievi, dei gruppi di amici. La trasversalità dell’approccio e del linguaggio sono una scelta e un rischio. “C’erano molte aspettative sul nuovo libro”, ci dice lo scrittore, “e io sapevo che se le aspettative erano che io scrivessi un nuovo caso Harry Quebert sarebbero andate deluse. D’altro canto ogni libro che si scrive deve essere autentico, ogni storia che si racconta si deve avere la voglia, fortissima, di raccontarla. Quindi ho avvisato i lettori che il libro sarebbe stato diverso. E devo dire che a giudicare da come sta andando in Francia, dove è uscito da due settimane, il pubblico lo sta apprezzando. Anche i messaggi che ricevo sono belli e mi confermano che ho fatto bene a scrivere questa storia catastrofica”. Del resto, una delle frasi di Dicker che circolano per il web recita: “Ci sarà sempre qualcuno che non comprenderà una tua scelta. Ma si sceglie per proseguire, non per essere compresi…” Direi che non c’è altro da aggiungere.