Intervista a Giulio Mozzi

Incontro Giulio Mozzi al festival Pordenonelegge dove è venuto a presentare il suo ultimo lavoro Oracolo manuale per scrittrici e scrittori e a fare (come ormai da qualche anno) la Gettoniera: “Ovvero ascoltare chi voglia presentarmi una sua opera letteraria. Ciascuno (fino a esaurimento del tempo disponibile) avrà a disposizione 15 minuti. Io ascolterò, risponderò, e se troverò la cosa interessante chiederò di leggerla”.


Sei uno scrittore che usa molto la rete fin dagli inizi e dai primi blog.

Ho avuto un blog che si chiamava Giulio Mozzi sulla piattaforma Clarence, credo nel 2002. Ero rimasto colpito dal fatto che c’era un sacco di gente che pubblicava delle specie di diari dandosi dei nomignoli e raccontando i fatti propri. Io decisi di fare l’inverso, ovvero usare il mio nome e pubblicare anche cose di taglio spiccatamente diaristico, ma in cui raccontavo cose che non mi erano successe e cioè inventavo che era un approccio diverso alla faccenda. Poi col tempo si scoprì, e fu quasi uno scandalo, che in realtà alcune di queste pubblicazioni in forma di blog erano delle invenzioni. Per esempio, ce n’era uno che si chiamava La massaia in cui si parlava di figli ecc., e si scoprì che a pubblicare questa cosa era uno studente maschio di Parma. Ci fu quasi uno scandalo, come dire: fatto l’inganno. Oppure ci fu il famoso caso del blog Personalità confusa e quell’autore per un equivoco fu preso per gay, lui si accorse della cosa, stette al gioco e qualche anno dopo disse: non è così. Quando uno si mette a raccontare delle storie, la forma del diario è semplicemente una delle tante forme flessibili disponibili. Non è che perché vedo un diario automaticamente ritengo di essere di fronte a un racconto veritiero della quotidianità. È una forma, come è una forma il racconto, una congerie di forme possibili il romanzo, e via così.
In realtà non credo di aver mai fatto una dichiarazione esplicita del tipo: tutte queste storie sono inventate. Nei commenti c’era sempre quello che diceva: ma è vero? Io rispondevo: no. Ed era divertente il fatto che, alla fin fine, c’era il dubbio sul mio racconto e l’affermazione esplicita: non è vero non veniva accettata.
Si sperimentava il fatto che è complicato decidere se una narrazione è veritiera o no solo sulla base della narrazione stessa senza un riscontro esterno che permetta di controllare.

Cosa ha cambiato la Rete nella scrittura?

Ho fatto un forte investimento sulla rete diversamente da altri scrittori, ma l’ho fatto senza partecipare a quella mistica della Rete che c’era all’inizio degli anni Duemila. Pareva che la Rete dovesse cambiare tutto, rivoluzionare tutto. Ha cambiato e rivoluzionato ma non quello che ci aspettava. Ha cambiato molto altro, ma la scrittura è rimasta in realtà molto simile a quella che era prima. Sono cambiati alcuni modi di fruizione ma molto limitatamente. Per esempio ancora oggi i libri digitali sono sostanzialmente identici a quelli di carta tolta la carta. La possibilità che molti avevano intravisto di avere all’interno del testo cose che vanno dalle illustrazioni alle animazioni, le connessioni intertestuali ecc. in realtà sono residuali. Si pubblicano libri digitali che escono anche su carta. Non solo, in qualche caso, come con con l’Oracolo [Oracolo manuale per scrittrici e scrittori, Sonzogno], addirittura non si sa come fare l’edizione digitale perché quella roba lì leggerla sullo schermo è tutta un’altra cosa per la questione della lettura casuale. Io dico si dovrebbe fare un’applicazione, non un libro. Faccio vedere a tutti le Oblique strategies di Brian Eno, che è una cosa che estrai casualmente. Tecnicamente si può fare ed è banale, ma l’editore stesso non riesce a pensare che quella roba lì sia un libro.

Sei molto presente anche sui social e specialmente su Facebook.

Ultimamente adopero molto Facebook per campare e cioè per notificare al mondo i corsi di scrittura nei quali insegno. È una cosa che mi scoccia parecchio, nel senso che non vorrei che la mia pagina fosse invasa da pubblicità, però l’unico modo che ho trovato è stato fare delle campagne pubblicitarie che fossero quantomeno spiritose in qualche caso addirittura intelligenti. La pubblicità migliore è mettere a disposizione contenuti. E quindi cerco di farlo. Oppure portare un po’ di buon umore, un po’ di divertimento. Io ho fatto questo investimento a differenza di altri, mentre non ho mai avuto interesse a scrivere per giornali e riviste, che secondo me non è il mio.

A proposito di Facebook, cosa pensi dei libri che nascono direttamente dal social?

Farei una distinzione. Un conto sono i libri dedicati alle persone di moda del momento. Questi si sono sempre fatti; oggi forse se ne fanno di più, con target diversi e con persone diverse. Tra i libri di Elisa Maino o di Iris Ferrari [la prima una youtuber 15enne che ha scritto Una di voi (Mondadori Electa, 2018), la seconda ha pubblicato #Ops (Rizzoli, 2018)] e i libri delle barzellette di Totti non vedo grande differenza editoriale (se non nel fatto che Totti sapeva quello che faceva, e ogni tanto ho l’impressione che certe persone molto giovani, in generale, non lo sappiano benissimo). Questi libri si fanno, si “cucinano”, si vendono finché dura la moda, e morta là. La parte spietata dell’editoria lavora così da sempre.
Un altro conto sono i libri che nascono dalle scritture in rete, e che possono essere libri serissimamente letterari. Lo dico anche perché credo di essere stato il primo a pubblicare un libro interamente tratto dalla rete: Pubblico / Privato 0.1, di Giuseppe Caliceti (per Sironi, 2002). Dirai: ma Giuseppe Caliceti era già uno scrittore, con libri pubblicati, eccetera. Ma anche un Matteo Bussola, che non “nasce scrittore” (ma narratore sì: è un disegnatore di fumetto) ha trovato un editore e molto pubblico proprio per le sue qualità squisitamente letterarie.
E Francesca Rimondi, un po’ penalizzata dall’aver fatto un libro forse un po’ troppo grosso e dal titolo ammiccante (Non dire cazzo, Sperling & Kupfer, 2018) scrive in Facebook dei testi di una densità impressionante. Non farei dunque di tutte l’erbe un fascio. E distinguerei i ragionamenti sull’editoria (che pubblica qualunque cosa prometta di vendere un po’) e quelli sulla letteratura (per la quale la Rete è stata un aprirsi di spazi nuovi, forme nuove, generi letterari nuovi).

E sul fenomeno dei servizi di Amazon, Feltrinelli e altri siti che propongono la stampa on demand?

Sull’autoproduzione non ho molto da dire. Una volta si andava dal tipografo o dall’editore locale, o si rispondeva agli annunci sibillini di certi editori (“Cerchiamo nuovi autori”, ecc., spesso anche in prima pagina dei grandi quotidiani), e si faceva il proprio libro pagando (spesso più del sensato). Adesso si usano i servizi di Amazon o altri, che hanno prezzi più onesti. Nulla esclude che tra queste autopubblicazioni vi siano anche grandi opere letterarie (come nulla escludeva che ce ne fossero tra le pubblicazioni degli editori a pagamento). Un qualche cambiamento c’è stato per certi generi letterari, come la fantascienza o il rosa (forse anche l’erotico, ma per ragioni di noia lo frequento poco). I pochi, residui fan della fantascienza possono leggersi tra loro, e ne sono felicissimi: il genere letterario, editorialmente, è morto e sepolto da un ventennio. L’autopubblicazione di rosa è diventata così rilevante che perfino Harlequin ha ammesso di patirne la concorrenza. Il che mi fa pensare che davvero non ci voglia molto per scrivere un rosa capace di trovare un pubblico (ma dovrei provarci, prima di fare affermazioni avventate).

Ti definisci un ex scrittore…

Io sono stato uno scrittore, in realtà ho sempre pensato che quando uno pubblica un libro non per questo deve pubblicarne degli altri. Non è necessariamente un destino. Ci sono persone che hanno pubblicato un bel libro e poi basta. C’è chi fa tanti libri belli e altri brutti con sovrana indifferenza. Questa cosa di aver smesso di fare libri è una cosa che ho sempre preso con molta tranquillità. L’ultimo libro di racconti veri e propri è Fiction (Einaudi, 2001). Un paio di anni fa è uscito Fiction 2.0 (Laurana, 2017) che è una revisione. Dopo il 2001 ho scritto parecchio in Rete, anche cose finzionali che poi sono confluite nel libro che si chiama Sono l’ultimo a scendere e altre storie credibili (Mondadori, 2009) dove mi sono costruito una scrittura diversa, ma poi comunque ho pubblicato un libro che si chiama Sotto i cieli d’Italia con Leo Voltolini (Sironi, 2004), che è una raccolta di testi che avevo scritto nell’ambito di progetti architettonici paesaggistici. Descrizioni di luoghi.
Ho pubblicato un paio di strani pamphlet, uno dedicato alla storia della povera Eluana Englaro (Corpo morto e corpo vivo. Eluana Englaro e Silvio Berlusconi, Transeuropa, 2009) e un libro fatto insieme con Walter Binaghi che si chiamava 10 buoni motivi per essere cattolici (Laurana, 2011).
E in ultimo 3 o 4 anni fa questo che si chiama Favole del morire (Laurana, 2015) che è una raccolta di pezzi che ho scritto sempre su commissione ma nell’arco di 10/15 anni. Sono librini piccoli e comunque non sono lavori di finzione anche se contengono tutti elementi finzionali. Adesso mi sono rimesso a scrivere o meglio ho ripreso in mano una massa di roba che è un doppio tentativo di fare un romanzo. Ci sto lavorando, non alacremente, ma ci sto lavorando. Finché non pubblico qualcosa di nuovo sono un ex scrittore, quando pubblicherò qualcosa di nuovo sarò uno scrittore redivivo.

Gli eteronimi. La poetessa erotica Mariella Prestante e gli altri.

Il modo in cui vivo l’eteronimato è molto banale. Se ogni nome è una proiezione di me, ogni nome è una proiezione parziale di me. Per cui ciascuno di questi momenti ha qualcosa di meno di me, ma poiché isolando alcune parti di me queste possono agire liberamente, mentre quando sono tutto intero sono compresse dal fatto che ci sono delle parti dominanti, queste parti in realtà sono libere di agire molto. Questi nomi sono degli strumenti, cioè dei veicoli attraverso i quali posso fare delle cose che come Giulio Mozzi non saprei mai fare. Strumenti per fare qualcosa che mi appartiene in maniera diversa di come mi appartengono le cose che firmo in prima persona…
Mariella Prestante a un certo punto è morta, ma ultimamente è ritornata dalla tomba riflettendo molto sul suo essere nell’aldilà. Comunque nella sua fase più erotica, la Mariella non faceva altro che rimestare dei topoi che ci sono nella tradizione poetica italiana e non solo italiana, usando anche spesso procedimenti collegistici, cioè acchiappando versi a destra e a manca e girandoci intorno assemblando il tutto soprattutto nella costruzione dei versi.
Lei mi è nata tra le mani un po’ per caso, perché ho lanciato nel 2013 quel gioco che si chiamava Lode del corpo maschile che, sulla scorta dell’imitazione di un’antologia del Cinquecento francese che si chiamava Lode del corpo femminile, invitava le donne e gli omosessuali maschi a scrivere delle lodi anatomiche del corpo maschile. Per me fu molto divertente, ma siccome all’inizio la cosa non partiva, anche probabilmente perché avevo chiesto, se possibile, di usare le forme chiuse: il sonetto, la canzone, la ballata, lo strambotto… Allora confezionai alcuni testi firmandoli Mariella Prestante.
Dopo di che trovai divertente il gioco intertestuale, andai avanti un po’. Quando mi resi conto che ormai questa materia mostrava la corda, l’ho fatta morire, povera Mariella, ma lei dalla tomba non ha smesso di mandar su dei gemiti e altro. Il suo essere rediviva, si concretizza in due cose.
Uscirà, forse anche entro l’anno, il libro di Mariella Prestante con solo le cose erotiche con pochissimo di macabro per un editore piccolo ma serio, e soprattutto uscirà il disco che avrà una facciata con quattro pezzi per cantanti di scuola classica con accompagnamenti di clavicembalo, corno, fagotto… Un organico vocale un po’ da camera perché ho chiesto quando costava una intera orchestra, ma costava un sacco quindi ho lasciato perdere. Diciamo che il riferimento potrebbero essere i Peccati di vecchiaia (Péchés de vieillesse) di Gioacchino Rossini, quelli che lui scrisse quando smise di scrivere opere e dopo un periodo di depressione. La musica è stata composta da Nicola Straffelini, che è un compositore di Riva dal Garda che stimo molto. Mentre il lato B è fatto di musica costruita a partire dall’elaborazione elettronica della voce e sarà il lavoro di una musicista non professionista di Venezia: Arianna Ulian che, in alcune occasioni, si è prestata prestare il suo corpo per le apparizioni pubbliche di Mariella.
E poi, se va tutto bene, un’altra opera Carlo Dal Cielo [nato dalla collaborazione fra Mozzi e l’artista Bruno Lorini] che qui a Pordenone ha fatto la mostra Il pittore e il pesce e che sta da lungo tempo lavorando a un’annunciazione con altri artisti. Un lavoro complesso.

Stai facendo un lavoro fotografico su  “Il corpo dello scrittore”

La cosa va più o meno così. Da un lato è legata a un interesse che ho sempre avuto per la fotografia, anche se soprattutto la fotografia di paesaggio. Faccio una breve cronologia per spiegarmi.
Ho passato dieci anni della mia vita ad assistere i miei genitori anziani, mia madre se ne è andata nel 2014 mio padre nel 2018. Il lavoro di assistenza è molto fisico e mi ha portato ad avere una intimità corporale con i miei genitori quale non avevo più da quando ero un neonato o giù di lì. È stata un’esperienza faticosa, dolorosa ma anche istruttiva. Un po’ più di un anno fa mi sono scoperto un po’ malato, sono andato dal medico la mattina presto perché avevo mal di orecchi e sono uscito dodici ore dopo dal pronto soccorso con la diagnosi di alcune varie infezioni sparse per il corpo, un diabete galoppante una tiroide svanita nel nulla più un’ipertensione che dava serie preoccupazioni. Molto serie. E quindi ho cominciato a guardare il mio corpo in modo diverso, io che ero da anni e anni perennemente stanco, perché l’assistenza è molto faticosa. E ho cominciato a riflettere su questo mio povero corpo, che ora pesa 20 chili di meno. Più o meno contemporaneamente alla scoperta di essere malato e alla morte di mio padre mi sono innamorato che è un’esperienza che comunque coinvolge molto il corpo.
Tutto questo mi ha portato a pensare che su questo mio povero corpo dovevo fare una riflessione. Ho cominciato a prendermi più cura di lui, a guardarlo, a fotografarlo, a chiedere di essere fotografato. Per capire cos’è il mio corpo, come è fatto. Da qui questo lavoro molto dilettantistico su di me, anche se non c’è una sola foto mia che non sia una foto in posa. Sono comunque immagini dilettantisticamente costruite, ma costruite.
La fotografia mi incuriosisce e mi attira in più: tendo a cercare di capire che cosa si può fare con tecniche scarse e mezzi scarsi e quindi non mi interessa farmi una formazione da fotografo, mi interessa capire usando ciò che usano tutti, usando ciò che è ormai lingua comune di conversazione tra tutti, quindi uso il telefono, uso i filtri che il telefono offre ecc.; ma poi c’è uno scarto, perché passo sempre alla stampa, che è una cosa che fra i dilettanti non fa quasi nessuno. E cerco la stampa anche con procedimenti materiali un po’ curiosi, come quello di fotografare con la polaroid lo schermo del telefono.
Sto costruendo questi libretti in unica copia e voglio fare prima o poi una piccola esposizione che si chiamerà Il corpo dello scrittore, che non so se sarà bella o se sarà brutta. Sarà probabilmente interessante per me e per nessun altro. Fare un libro in esemplare unico è un modo per costruire un’unità di discorso, la singola immagine è più una sillaba che una parola. Un piccolo libro è una parola o una frase. Dalla sola immagine io capisco abbastanza poco, dalla coabitazione di immagini dentro uno stesso contenitore posso capire di più.

Quali sono gli scrittori più interessanti in Italia?

Io sono un grande lettore di libri vecchi, compro quasi esclusivamente libri usati. In questo momento degli autori che sono oggi attivi leggo sempre molto con interesse quello che fa Michele Mari perché mi pare più o meno il più bravo. Lo conobbi molto tempo fa leggendo Tu sanguinosa infanzia (Mondadori, 2009) e ci sono rimasto attaccato perché veramente è molto, molto, bello quello che fa, molto interessante e coinvolgente per me e in più anche quando adotta degli stranissimi schermi è in realtà uno che espone continuamente la propria interiorità. Questo è commovente. È uno che si spella ma lo fa con eleganza. Lui è arrivato alla Leggenda privata (Einaudi, 2017), che giustamente chiama leggenda – non storia della mia famiglia – dopo aver passato una serie di esperimenti finzionali anche molto arditi. Romanzi come Rosso Floyd (Einaudi, 2015) o Tutto il ferro della torre Eiffel (Einaudi, 2002) hanno una dimensione finzionale altissima, ma a leggerli avevo sempre questa sensazione che, come dire, il suo inconscio stesse parlando faccia a faccia con me senza la minima mediazione.
L’altro nome che posso fare è Helena Janeczek, perché anche lei ha un modo – diversamente trasfigurato – più ai bordi del romanzo storico che dell’invenzione sfrenata come fa Michele Mari, ma è comunque un modo per ragionare continuamente sulle vicende familiari in relazione alla costruzione di sé. Le sue opere sono molto belle e istruttive, devo dire, e moralmente molto dignitose, diciamo così.

E all’estero?

Anche all’estero frequento molto più morti che vivi, ma da un certo tempo per ragioni mie private forti sto approfondendo l’opera di George Perec del quale non mi interessa il lavorio combinatorio e tutte quelle cose lì. Mi interessa, invece, il fatto che attraverso uno strumento che è realmente uno strumento come un altro – nel suo caso la combinarietà – ma altre potrebbero essere le costrizioni, riesce anche lui a costruire un’opera che è grossomodo tutta un racconto di intimità, di infanzia. Mi incuriosisce moltissimo Perec che è anche un affabulatore portentoso. Come Mari che come affabulatore non si fa mancare niente.

Bibliografia di Giulio Mozzi

Raccolte di racconti

  • 1993, Questo è il giardino (Theoria; poi Arnoldo Mondadori Editore 1998, Sironi editore 2005; tradotto da Elizabeth Harris, This is the garden, Open Letter, 2014). Vincitore del Premio Mondello Opera Prima, Palermo.
  • 1996, La felicità terrena (Einaudi: poi Laurana Editore 2012). Finalista al Premio Strega.
  • 1998, Il male naturale (Arnoldo Mondadori Editore: poi Laurana Editore 2011).
  • 1999, Fantasmi e fughe (Einaudi).
  • 2001, Fiction (Einaudi).
  • 2009, Sono l’ultimo a scendere (e altre storie credibili) (Arnoldo Mondadori Editore: poi Laurana editore 2013). Vincitore del Premio Settembrini 2011, Venezia.
  • 2017, Fiction 2.0, edizione con mutamenti del precedente Fiction (Laurana Editore).

In versi

  • 2000, Il culto dei morti nell’Italia contemporanea (Einaudi); nuova edizione presso Nino Aragno Editore, con un saggio di Giovanna Frene, 2018.
  • 2013, Dall’archivio, Nino Aragno Editore.

Altre opere letterarie

  • Tennis (con Laura Pugno, Nuova Editrice Magenta), 2001
  • 2004, Sotto i cieli d’Italia (con Dario Voltolini, Sironi editore).
  • 2010. La stanza degli animali, Duepunti Edizioni.
  • 2015. Favole del morire, Laurana Editore.

Curatele

  • 1996, Coda. Undici “Under 25” nati dopo il 1970 (con Silvia Ballestra, Transeuropa Edizioni).

Libri d’attualità

  • 1998, Quello che ho da dirvi. Autoritratto delle ragazze e dei ragazzi italiani (con Giuseppe Caliceti, Einaudi).
  • 2002, È da tanto che volevo dirti. I genitori italiani scrivono ai loro figli (con Giuseppe Caliceti, Einaudi).
  • 2009, Corpo morto e corpo vivo: Eluana Englaro e Silvio Berlusconi, con una nota di Demetrio Paolin, Transeuropa.
  • 2010, Abitare. Un viaggio nelle case degli altri, (con Clementina Sandra Ammendola, prefazione di Marianella Sclavi), Terre di Mezzo.
  • 2011, 10 buoni motivi per essere cattolici, con Valter Binaghi, prefazione di Tullio Avoledo, Laurana Editore.

Teoria e didattica della scrittura

  • 1997, Parole private dette in pubblico. Conversazioni e racconti sullo scrivere (Theoria; nuova edizione aumentata, Fernandel editore 2002).
  • 1997-98 Ricettario di scrittura creativa (con Stefano Brugnolo, Theoria, nuova edizione aumentata Zanichelli 2000).
  • 2001, Lezioni di scrittura (Fernandel editore).
  • 2009 (non) un corso di scrittura e narrazione, Terre di mezzo.
  • 2010, Il Diario di tutti. Un esperimento di scrittura privata svolto dagli studenti delle scuole superiori della provincia di Trento, a cura di Giulio Mozzi e Amedeo Savoia, Iprase.
  • 2011, L’insegnante in fiera. Incontri con editori al Salone del Libro di Torino 2010 e percorsi didattici sull’editoria, a cura di Giulio Mozzi e Amedeo Savoia, Iprase.
  • 2012, Consigli tascabili per aspiranti scrittori, Terre di mezzo.
  • 2013, Reportage fotografico a parole. Un’avventura di scrittura e correzione, a cura di Giulio Mozzi e Amedeo Savoia, con un contributo di Silva Filosi, Iprase.
  • 2014, L’officina della parola. Dalla notizia al romanzo: guida all’uso di stili e registri di scrittura (con Stefano Brugnolo), Sironi Editore.
  • 2019, Oracolo manuale per scrittrici e scrittori, Sonzogno

Altro

  • 2008, Il pittore e il pesce. Una poesia di Raymond Carver, un’opera di Carlo Dalcielo, a cura di Bruno Lorini e Giulio Mozzi (minimum fax)

Da Wikipedia