Frammenti aguzzi per le vie di Belluno

Patrizia Valduga, Belluno. Andantino e grande fuga, Einaudi, pp. 128, euro 14,50 stampa, euro 7,99 ebook

di ELIO GRASSO

Nuovo libro di versi per Patrizia Valduga, dopo anni di silenzio anche se in lei il movimento della poesia e del pensiero non hanno certo taciuto, né chi la segue ha sentito un raggelamento delle intenzioni. La lingua corre più o meno veloce, ma giammai si ferma, soprattutto nella poetessa che non si sottrae alla voce che le scorre dentro lungo una “carriera” (chiedo venia per questo termine) in cui l’ispirazione non ha mai incespicato.

Gli anni trascorrono, l’uso della metrica, degli amori e degli odi, e delle città attraversate, fanno ancora parte del dono, così come la costante memoria per Giovanni Raboni, non un semplice ricordo, ma parola radicale dedicata a un poeta di forte passione etica e territoriale, di profondo connubio con “lombardità” e Milano.

Belluno, intesa come città, assume in Valduga le sembianze di uno schermo vitale, non soltanto per quel che riguarda un “Posto di vacanza” di sereniana memoria. Si tratta di un controtempo improvviso, l’irruzione di settenari e endecasillabi in quartine dove uno sbilanciamento umorale si fa sentire forte e chiaro, come una spira risvegliata dal sonno, e risalente l’atmosfera di quel cielo nordico, sovrastante il luogo prediletto.

Non accetta la forma resistente del poemetto quest’opera, bensì il florilegio di frammenti aguzzi e cristallini lanciati da Valduga in faccia agli infedeli. Figli di una scrittura minore e di irrilevanza intellettuale. Sa di chi parla, e a chi si rivolge, l’autrice, mentre avanza in veste nera per le vie di Belluno. Non il nero del lutto, ma quella particolare frequenza che s’esalta ingaggiando tenzone col coloristico mondo furfante. L’identità delle “teste di cazzo” fa parte del repertorio, sono ben visibili nei loro troppi paradisi fasulli: Valduga li mostra attraverso il suo passo deciso e sicuro, “sempre la stessa” perché diventata “come è” e quasi sempre vivente “tra spine e chiodi”.

La lingua in lei diventa inequivocabilmente sobria e lampante, sia fatta di litania o di fonetica impietosa – è una questione affrontata e risolta molti anni fa, attraverso il sangue e la melodia, le asperità formali e il velluto su cui tutte le cose e le ricerche si posano. Il conforto finale giunge infine quando l’invettiva, caritatevole o griffata di sfregianti colpi, si stempera nelle sette pagine dedicate a Raboni, incentrate sul valore morale del suo compagno umano e sapienziale. È il tempo del sodalizio che diventa solido tanto da gettarlo in faccia ai detrattori, a chi è precipitato nel gorgo dell’assenza di pietà. La lingua del singolo poeta, della poetessa Patrizia Valduga, non si sottrae ad alcuna stagione, porta sé stessa nella concretezza naturale – una difesa della poesia, in assenza totale di furtività, dall’intero dire controcorrente.