Corpi sospesi in un iperoggetto catastrofico

Francesco Verso (a cura di), Cuerpos: Fantascienza contemporanea spagnola e latino-americana, tr. Raul Ciannella, Future Fiction, pp. 308, euro 14,00 stampa, euro 4,99 ebook

Europei ricchi e annoiati, che ti aspetteresti di incontrare il week-end su Marte, si regalano invece un viaggio thriller nell’ex terzo mondo, uploadando la mente nei corpi presi a prestito di “volontari” indigeni. A Cuba, tra scienziati frustrati e cidierristi spioni, il regime castrista sfrutta l’epidemia Zombie che sta decimando il mondo per trasformare gli abitanti dell’isola in walking deads obbedienti e relativamente produttivi. In un passato parallelo – piccola ucronia portatile – Renè Descartes non accetta la scomparsa della figlia Fancine, morta a cinque anni per un attacco di scarlattina: un pezzo alla volta, ne sostituisce il corpo con protesi di porcellana e metallo, fino a dare vita al primo automa intelligente.

Sono tre dei nove racconti contenuti in Cuerpos, dal titolo del madrileno Juanfran Jiménez, antologia di fantascienza spagnola e latino-americana (anche se la partecipazione sudamericana si limita al cubano Erick J.Mota e alla messicana Gabriela Damián Miravete). Pubblicata da Future Fiction, l’associazione culturale che si dedicaca alla scoperta e traduzione della fantascienza non anglosassone, e a cura di Francesco Verso, la selezione attinge alla contemporaneità sfaccettata della narrativa ispanica, del genere che ancora qualche decennio fa si sarebbe chiamato “di anticipazione”.

Storie che parlano di corpi sospesi in un futuro non remoto e ben riconoscibile, se non fosse per l’emersione temporale di un iperoggetto catastrofico, estruso – il cambiamento climatico, l’estinzione di massa, la fine delle specie animali – che ha sospinto l’era dell’antropocene verso il finale di partita. Poco importa se il disastro, a noi si sia rivelato all’ultimo, con una variante mutagena, un tocco imprevisto: il disastro, si capisce senza dirlo, è sempre stato lì, ci ha aspettato, durante l’arco della parabola ominide. Così i corpi precipitano dalla nostra linea temporale in un presente esteso, inquietante, certo, dietro alla parvenza di una macabra normalità, che come nel racconto di Cristina Jurado, può inscenare la lotta per sopravvivenza tra caste degradate di reietti urbani. Ma, più spesso, è sottilmente rasserenante perché ineludibile, dentro alla fine che si continua a rivivere senza più ansie e senza più lottare, come gli anziani scienziati di María Angulo Ardoy, confinati nella “zona” di non ritorno. Ma non per questo senza desiderio (di un nuovo corpo, per esempio). Corpi, soprattutto, con connessioni neurali annesse, diciamo pure coscienze, sfidano l’idea prevalente di identità, che si tratti dell’ultimo cane sulla terra addestrato dall’uomo o dell’AI che, dopo il suo “licenziamento”, si ostina ad aggiustare vecchi gadget tecnologici per umani che presto saranno a loro volta dichiarati obsoleti.

“Il purgatorio è una sala d’aspetto senza riviste”. Così inizia, senza troppi fronzoli, Cuerpos. Il tema body swap non tragga in inganno: non servono dettagli o astrazioni tanto è di una fuga dal carcere che stiamo parlando. L’atmosfera si costruisce a partire dal retropensiero del protagonista: l’indiano Padovani ha un piano e intende sfruttare lo scambio dei corpi per evadere assieme ai compagni di cella di cui non sa se potrà fidarsi o no. L’azione si sviluppa con una gragnola colpi di scena ravvicinati come una graphic novel di Mark Millar, attingendo a sinistra e a destra da thriller, noir e dove capita.

Discorso diverso, per i due racconti latino-americani, la satira anti-castrista fresca, a tratti sgangherata di Mota e il cimitero olografico delle vittime di femminicidio descritto dalla messicana Gabriela Damián Miravete, nel racconto “Sogneranno nel giardino”. Come dice Mota in un’intervista: “Abbiamo ancora molto da dire in America Latina: la fantascienza da noi usa la religione e la teosofia come elementi scientifici, gli spiriti sono reali o sono hackerati dagli operatori attraverso le tastiere Ouija come, per esempio nei lavori, di Jorge Baradit.

Racconti di César Mallorquí, María Angulo Ardoy, Marian Womack, Juanfran Jiménez Troya, Erick Mota, Maria Antònia Martí, Cristina Jurado, Carme Torras, Gabriela Damián Miravete.