Coi genovesi non si scherza

Ilja Leonard Pfeijffer, La Superba, tr. Claudia Cozzi, Nutrimenti, pp. 336, € 18,00 stampa

recensisce ELIO GRASSO

La Superba. Genova, per meglio dire. Ai genovesi, impegnati nelle loro faccende, cosa volete che importi? Solo a uno straniero può venire in mente di dare quel titolo a un romanzo ambientato nella Città Vecchia. Il centro storico, i carruggi, sono un archetipo. Il gigante olandese, simpatico, scrittore e poeta, e puttaniere innamorato, ha il suo bel da fare per controllarne lo scenario.

Si sa che la Zona che va dal Porto Antico a De Ferrari e al Ducale e giù fino a San Donato si distende e si contrae, si ripiega e si adagia a ritmi da competizione: convenzioni e melodrammi e coincidenze assurde non ricevono resistenza dagli indigeni, se mai considerano i viaggiatori capitati lì come oggetti o cisti estranei da isolare, circondare, e da espellere sputacchiando. Il romanzo di Pfeijffer narra proprio questo, le vicissitudini di un viaggiatore, con l’aggravante d’essere innamorato, alle prese con queste Olimpiadi della resistenza.

Al Caffè degli Specchi (in quale altro luogo, se non qui?) incappa nella ragazza più bella di Genova, nella “grotta di porcellana” (lì Campana e Sbarbaro, i poeti, s’incontrarono in un altro secolo, e il primo vi lasciò un pezzetto d’anima poi riversato nei Canti orfici) dove oggi chi vi passa nemmeno si rende conto di cosa ha di fronte. Il nomade nordico, Leonard stesso, possiede un regime vitale da far paura, tra bevute sulfuree e apparizioni salottiere, in mezzo ai tavolini dei numerosi bar di Piazza delle Erbe (ma quanti sono? E chi lo sa), tra dialoghi serrati con migranti diventati stanziali e stanziali che non ne possono più di quel che vedono e sentono.

La topografia è il pane quotidiano di scrittore e protagonista, fa quasi rabbia la precisione cartografica, lo sguardo che coglie tutto il buio e tutte le improvvise folate di luce e vento in una sorta di trompe-l’œil digitale carico di elettricità e marciume. Le vicissitudini si sbriciolano fra reperti anatomici trovati accanto a cassonetti dell’immondizia e dispersi in mare, tra femmine che non sono femmine e marocchini misteriosi e pericolosi almeno quanto certi faccendieri affamati e affannati. Le gerarchie sono spezzate in questo romanzo picaresco, le donne vere se la squagliano, restano le tardone perennemente ubriache che forse non sono genovesi, così come lo scrittore, tutti travolti da maree asfissianti dagli angiporti e dai moli verso i vicoli meravigliosi e oscuri.

Gli unici veri genovesi sembrano i due negozianti di Salita Pollaiuoli (proprio di fronte al Caffè degli Specchi) che nemmeno si parlano, ma fumano insieme prima di abbassare le saracinesche. In silenzio, come si addice a certe presenze fuori dal coro: non sventolano bandiere, ma scrutano e hanno accantonato da un pezzo gli schemi ancora validi altrove. Qui è Genova. E i secoli pesano. Se ne accorge lo scrittore, e il lettore, quando si trovano immersi, e contromano, in questioni che possono interdire per sempre. O trasformare in flâneur etilici, a tratti coscienti e a tratti cenciosi, e in incanutite bestiole.

Inutile continuare a dire che Genova, arrivando dal mare, è un labirinto: chi vi è perso dentro, dopo l’ammaliamento, difficile che risponda ancora, chi la sfiora sceso dai traghetti non conta. Il senso di La Superba (anche il titolo originale, olandese, è questo) sta tutto nella sua rincorsa di nomi e abitanti spariti e riemersi, mentre la ragazza più bella di Genova, certamente, osserva e sta in disparte. Altrove. E proprio per questo le donne di Genova sembrano tanto altezzose e magnifiche. Devono sopravvivere alle continue offerte di Negroni e Prosecco. A essere schiavi sono coloro che bramano e offrono. Attenzione, oggi più che mai con noi genovesi non si scherza.

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