Carlo Ginzburg, ovvero lo storico come redentore dei vinti

Carlo Ginzburg, Il formaggio e i vermi, Adelphi, pp. 231, euro 24,00 stampa

“Si chiamava Domenico Scandella, detto Menocchio”: con questo incipit dal sapore letterario viene presentato l’eretico mugnaio friulano vissuto nel Cinquecento, processato, torturato e messo al rogo dall’Inquisizione, cui Carlo Ginzburg ha dedicato il saggio Il formaggio e i vermi, pubblicato nel 1976 e ora riedito, con una postfazione dell’autore, da Adelphi, che dopo Nondimanco. Machiavelli, Pascal uscito l’anno passato, e Storia notturna. Una decifrazione del sabba, apparso nel 2017, prosegue nella lodevole riproposizione dei lavori dello studioso torinese.

Che una ricerca meticolosa e approfondita come questa sia dedicata a un uomo del popolo, altrimenti destinato come milioni di altri all’oblio, non deve stupire. Carlo Ginzburg si è sempre prefisso di ricostruire i comportamenti e gli atteggiamenti delle classi subalterne del passato, cercando di superare gli ostacoli che si frappongono allo storico che non condivida una concezione aristocratica di cultura tesa all’indagine delle “gesta dei re”, all’analisi per mezzo di categorie generali (Stato, ordini sociali, sistemi economici) e di periodizzazioni convenzionali: la scarsità delle testimonianze, certo, ma anche un atteggiamento elitario che identifica nelle classi alte l’unico agente degli eventi umani. Egli è infatti tra gli artefici di quella che con termine forse ambiguo è nota come microstoria, la corrente di ricerca affermatasi nell’ambito della storiografia sociale italiana a partire dagli anni Settanta del Novecento, per influsso di molteplici influenze (la riflessione gramsciana sulla cultura delle classi subalterne, la storia delle mentalità portata avanti dalla scuola francese delle Annales, gli studi di E.P. Thompson sui concetti di classe e popolo, l’antropologia economica di Karl Polanyi e di Clifford Geertz, sul valore dei simboli), ed emersa, come Ginzburg ricorda in una recente intervista, dalle discussioni di alcuni studiosi – lui stesso, Edoardo Grendi, Giovanni Levi, Carlo Poni – riuniti attorno alla rivista Quaderni storici, che trovarono proficua concretizzazione nella celebre collana Microstorie della Einaudi.

Il tal Menocchio di cui si ricostruisce per quanto possibile la biografia era un personaggio invero notevole, provvisto di un coraggio e un’intelligenza fuori dal comune, un’energia intellettuale “che non è esagerato definire straordinaria”. Con sprezzo dei pericoli di cui certo era cosciente, andava disputando con chi gli capitasse a tiro nella piazza del suo paese, all’osteria o al mulino, argomentando il suo rifiuto dei dogmi, dei libri sacri. Persino davanti agli spietati inquisitori e alla loro superbia dottrinale mantenne un atteggiamento fiero e financo aggressivo (“Et vui altri preti et frati, anchora vui volete sapere più de Dio, et sette come il demonio, chi più pensa di saper, manco sa”), difendendo orgogliosamente le idee che aveva sviluppato. Un personaggio ben diverso dai profeti, visionari, predicatori itineranti che a cavallo del Quindicesimo e del Sedicesimo secolo percorrevano l’Italia proclamando oscuri vaticinii: egli non vantava rivelazioni o illuminazioni particolari, né si limitava a rimasticare idee altrui; le “opinioni” che aveva “cavate” dal suo cervello (così si espresse davanti ai giudici che lo interrogavano), erano il frutto di originali rielaborazioni, e nella sua visione del mondo vi era una decisa componente razionale. In effetti, aveva elaborato una personalissima cosmogonia, “sostanzialmente materialistica e tendenzialmente scientifica”, servendosi “dei rottami di pensiero altrui come di pietre e di mattoni”. A tale cosmogonia si riferisce il titolo del libro, poiché nel suo linguaggio denso, grondante di metafore quotidiane, Menocchio sosteneva che gli angeli “furono produtti dalla natura, a similitudine che de un formaggio si producono i vermi”.

Ma cosa affermava di così eretico questo sagace mugnaio? In effetti, l’eterogeneo complesso di idee che costituiva la sua originale cosmogonia sfidava i dogmi della Chiesa cesellati e cristallizzati dal Concilio di Trento: Menocchio non riconosceva alle gerarchie ecclesiastiche alcuna autorità nelle questioni di fede, rifiutava la creazione divina, l’incarnazione, la redenzione, negava l’efficacia dei sacramenti ai fini della salvezza (li definiva “mercantie”, strumenti di sfruttamento e di oppressione da parte del clero), denunciava il sopruso esercitato dai ricchi e dai potenti sui poveri con l’uso del latino nei tribunali, propugnava l’esigenza di una Chiesa che abbandonasse i suoi privilegi, l’appassionata esaltazione dell’equivalenza di tutte le fedi. Sosteneva che amare il prossimo è più importante che amare Dio, la sua visione “cocciutamente materialistica” non contemplava la presenza di un essere creatore, ma percepiva la realtà come pervasa di divino. Dunque, proclamava una sorta di religione contadina che aveva ben poco in comune con quella che si predicava dal pulpito.

Ma com’è possibile che un mugnaio sperduto tra le colline del Friuli, rimuginando sulle “cose alte” e contrapponendo le proprie opinioni in materia di fede ai decreti della Chiesa, fosse arrivato a formulare idee a un tempo così originali e che pure riecheggiavano le tendenze di una parte dell’alta cultura del suo tempo? Per rispondere a questo interrogativo, Ginzburg parte da lontano, con quel suo peculiare modo di rendere sempre visibile la costruzione della ricerca, dispiegarla nel suo farsi, con il continuo incrocio di tesi e controtesi analiticamente esposte, procedimento che per certi versi ricorda quello del giallo romanzesco, dove la ricerca della verità si configura come una vera e propria sfida intellettiva, che rende godibilissima la lettura.

Innanzitutto, illustrando nella prefazione le scelte di metodo che hanno guidato la sua ricerca, Ginzburg si ribella alla nozione di passività culturale che gli storici spesso hanno ascritto alle classi popolari. Citando Michail Bachtin e il suo studio sul Carnevale, argomenta che la visione del mondo elaborata nel corso dei secoli dalla cultura popolare si è contrapposta al dogmatismo e alla seriosità di quella delle classi dominanti. Vi sarebbe quindi una dicotomia, ma anche e soprattutto una circolarità, un reciproco influsso. Propone quindi un’indagine diretta del mondo popolare, priva per quanto possibile di filtri e di intermediari deformanti (i libri, il racconto mediato dalla cultura alta che di quel mondo si dà), per ridare voce a chi voce non ha mai avuto. La ricerca storica si indirizzerà anche sulle sopravvivenze, gli arcaismi, l’affettività, l’irrazionale: cioè, sul campo specifico della storia della mentalità, con la sua connotazione fortemente interclassista. Siamo dunque nel cuore della microstoria, ma non intesa in senso restrittivo come storia di individui appartenenti a gruppi socialmente marginali, bensì come storia analitica imperniata sullo studio di casi, com’è ancor più chiaramente espresso nella suddetta postfazione.

Con questo approccio metodologico, Ginzburg ricostruisce la vicenda di Menocchio situandola nel microcosmo sociale ed economico del suo paese, Montereale, e del Friuli, e riconduce con una dotta analisi le radici della sua ecclesiologia al complesso quadro religioso dell’Europa cinquecentesca, notando nel suo pensiero delle affinità – ma anche fondamentali differenze – con le idee propugnate dai luterani e dagli anabattisti. Quindi analizza l’universo linguistico e mentale di questo mugnaio, si sofferma sui testi da lui letti, opere che, nel riecheggiare le polemiche anticlericali e antiideologiche del tempo, richiamano una serie di motivi elaborati dai gruppi ereticali di formazione umanistica: tolleranza, tendenziale riduzione della religione a moralità, desiderio di rinnovamento radicale della società. Soprattutto, Ginzburg individua un codice di lettura, e dietro questo codice “uno strato di cultura orale”. Si delinea così la tesi principale portata avanti in questo studio: dai discorsi di Menocchio affiorerebbe, “come da una crepa nel terreno, uno strato culturale profondo […] un residuo irriducibile di cultura orale”, un filone autonomo di radicalismo contadino fatto di antichissime credenze, che la Riforma, spezzando l’unità religiosa, aveva contribuito a far emergere, e che la Controriforma, nel tentativo di ricomporre quell’unità, aveva portato alla luce per spazzarlo via.

Ma a conferire ad un semplice mugnaio l’audacia per prendere la parola e affermare le proprie opinioni sulla Chiesa e sul mondo era stata la gigantesca frattura determinata dalla Riforma, che aveva inferto un colpo decisivo al principio di autorità in campo non solo religioso, ma politico e sociale. Inoltre, un altro evento epocale era già intervenuto a creare una situazione inedita ed esplosiva: l’invenzione della stampa, che aveva determinato la fine del monopolio dei dotti sulla cultura scritta e dei chierici sulle questioni religiose. Menocchio avvertiva chiaramente il bisogno di appropriarsi del sapere dei suoi avversari, capiva “che la scrittura, e la capacità d’impadronirsi e di trasmettere la cultura scritta, sono fonti di potere”. I libri che lesse gli fornirono poi gli strumenti linguistici e concettuali per elaborare ed esprimere “l’oscura, inarticolata visione del mondo che gli gorgogliava dentro”, e si mescolarono con la tradizione orale in cui era cresciuto. Dunque, “fu lo scontro tra la pagina stampata e la cultura orale di cui era depositario a indurre Menocchio a formulare le ‘opinioni cavate dal suo cervello’”. In questo modo egli visse in prima persona “il salto storico di portata incalcolabile che separa il linguaggio gesticolato, mugugnato, gridato della cultura orale da quello privo d’intonazioni e cristallizzato sulla pagina, della cultura scritta”.

Ma Menocchio finì bruciato. Con la Controriforma e con il corrispettivo consolidarsi delle Chiese protestanti, conclude Ginzburg, cominciò un’età contrassegnata dall’irrigidimento paternalistico delle masse, dalla cancellazione della cultura popolare, dall’emarginazione e la repressione dei dissidenti e degli eretici. Ed ecco allora affiorare in superficie con tutta la sua forza il sostrato ideologico che sottende questo studio magistrale: “Menocchio è anche il frammento sperduto, giuntoci casualmente, di un mondo oscuro, opaco, che solo con un gesto arbitrario possiamo ricondurre alla nostra storia. Quella cultura è stata distrutta. Rispettare in essa il residuo d’indecifrabilità che resiste a ogni analisi […] significa prendere atto di una mutilazione storica di cui in un certo senso noi stessi siamo vittime”. Tuttavia, le idee propugnate da Menocchio, l’aspirazione a un rinnovamento radicale della società, la tolleranza, le istanze di uguaglianza e di giustizia sociale, sono divenuti patrimonio comune della cultura “progressiva” dei secoli a venire. Dunque, la vicenda di questo mugnaio s’inserisce in una linea di sviluppo che giunge sino a noi: Menocchio è un nostro antenato.

In definitiva, uno dei risultati più alti di questo studio risiede nel riconoscimento di una cultura specifica delle classi subalterne, conquista non da poco per la storiografia occidentale, non di rado colonialista e paternalista nel suo approccio e nei suoi esiti. Scavando pervicacemente nel passato oscuro e scarso di fonti alla ricerca di personalità individuali, ampliando così verso il basso la nozione storica di “individuo”, si crea un quadro più realistico dello svolgimento della storia. Nel citare Walter Benjamin, per il quale nulla di ciò che si è verificato si perde nella storia, ma soltanto all’umanità redenta tocca interamente il suo passato, Ginzburg significativamente chiosa: “Redenta, cioè liberata”-