Bukowski e la matematica dello stile

Charles Bukowski, Taccuino di un allegro ubriacone, tr. Simona Viciani, Guanda, pp. 280, euro 18,00 stampa, euro 9,99 ebook

di EMILIANO MARRA

Il recente libro di Bukowski pubblicato da Guanda è una raccolta di testi eterogenei sul mestiere di scrittore. Versione fedele di un volume della City Lights di Ferlinghetti, l’opera riunisce diversi interventi perlopiù inediti in Italia e un racconto totalmente inedito, probabilmente ricavato dal grande serbatoio bukowskiano lasciato alla morte dell’autore (fra cui spiccano, va ricordato, le tre sillogi poetiche immediatamente postume, preparate dallo stesso Bukowski per l’occasione della sua dipartita).

Il volume segue una stretta linea cronologica, dividendo gli interventi in quattro sezioni tematiche: la prima contiene una sorta di manifesto di poetica che dà il titolo all’edizione originale (The Mathematics of the Breath and the Way. On Writers and Writing, titolo un po’ più esplicito sui contenuti dell’opera rispetto alla versione italiana); la seconda sezione raccoglie alcuni testi narrativi e una grande selezione dalla rubrica Notes of a Dirty Old Man, che Bukowski tenne su varie riviste della scena underground californiana; le ultime due parti, forse le più interessanti, sono un’antologia delle recensioni e prefazioni scritte dall’autore e un gruppo di interviste significative.

Rilevante è che tutti i brani coprano gli ultimi venticinque anni di vita e non ci siano testi giovanili. Di conseguenza, la raccolta di racconti e articoli della rubrica non aggiunge molto a quanto i lettori affezionati si aspettano da Bukowski: se il brano inedito merita sicuramente la lettura, tutto il resto è il consueto repertorio bukowskiano di ippodromi, sbronze, donne, musica classica a tutto volume dentro stanzette da quattro soldi di affitto. Certo, i brani sui reading rocamboleschi in giro per l’America sono indubbiamente divertenti, ma niente che valga come la rilettura di Shakespeare non l’ha mai fatto.

Le due sezioni finali sono invece indubbiamente meritevoli, ma riservate al lettore specialistico o interessato ad aspetti laterali della vita e dell’opera di Bukowski. Se le interviste ci fanno intravedere – anche più e meglio di alcuni racconti – l’uomo in carne e ossa dietro il suo personaggio romanzesco, in mezzo a vari aneddoti sulla produzione di Barfly e la genesi dell’alter-ego Henry Chinaski, la sezione migliore è costituita dalle recensioni e prefazioni.

Nonostante sia la parte del libro più ostica da affrontare, per la miriade di riferimenti a una scena letteraria quasi dimenticata in patria e misconusciuta in Italia, offre uno spaccato del lavoro di Bukowski come redattore, recensore e curatore di volumi. Chiaramente non ci si possono aspettare grandi lezioni di critica da parte di Chinaski: stretto fra il disprezzo verso la bassa qualità letteraria della scena underground e verso l’alta (ma sterile) qualità dell’accademia, l’unico discrimine fra la letteratura valida e l’immondizia è la sensibilità di Bukowski per la petite musique che denota il grande stile letterario di un Céline, di un Hemingway (oppure Hamsun, Dostoevskij, Jeffers…).

Il dato interessante, semmai, è la luce che queste recensioni e prefazioni gettano su un lato importante dell’autore, ovvero la sua rete di rapporti all’interno del sottobosco letterario di Los Angeles, composto perlopiù da poeti che tirano a campare attraverso la manovalanza letteraria delle sceneggiature hollywodiane o, per i più fortunati, una cattedra in qualche università. Nomi che dicono ormai pochissimo al lettore contemporaneo non specialista (il più noto è l’attore MacDonald Carey) riprendono vita: oltre a John William Corrington, i giovani poeti della “Meat Poetry” (la “corrente” di Bukowski, per come venne definita da Ben Pleasants) come Richmond e Wantling. Fra tutti spicca il nome di D. A. Levy, poeta dell’Ohio morto suicida a ventisei anni subito dopo un processo per oscenità dovuto ai suoi scritti. Ci si aspetterebbe anche qualcosa su Fante, strappato all’oblio dallo stesso Bukowski, ma non viene quasi nominato – se non nel pugno di autori più amati e citati nelle interviste. Invece, emergono da queste pagine due giganti della poesia canadese: Irving Layton, il mentore letterario di Leonard Cohen, e Al Purdy, con cui Bukowski intrattenne una corrispondenza decennale.