Tutti gli articoli di Valentina Marcoli

Cuore di cecchino

Mathias Enard, La perfezione del tiro, tr. Yasmina Melaouah, Edizioni e/o, pp 183, € 16,00 stampa, € 11,99 eBook

recensisce VALENTINA MARCOLI

La cosa più importante è il respiro. Il suo ritmo lento e regolare.

Uno dei migliori incipit letti negli ultimi tempi. Mathias Enard possiede il mestiere di trascinare il lettore in un mondo affascinante e, in qualche modo, spaventoso. Ci parla di un cecchino immerso nella realtà, alle prese con tutte le banali questioni affrontate ogni giorno: nulla a che vedere con i filmici american sniper oggi di gran moda e che nulla hanno a che fare con quanto esiste fuori dalla fantasia. Ci rendiamo immediatamente conto di essere balzati dentro uno dei tanti conflitti in corso nel Medio Oriente, dove è inevitabile che siano soprattutto gli abitanti a soffrire in modo atroce nel mezzo di bombardamenti e spari per loro (e non solo per loro) insensati.

Il protagonista racconta i gesti ripetuti identici ogni giorno della sua esistenza in quel territorio. È probabile che non abbia altri e diversi metri di paragone, ma è il migliore e lo sa. Sa d’incutere timore. È stato reclutato proprio per questo motivo, lui non sbaglia mai un colpo. Il momento preferibile per scegliere un bersaglio è all’alba, quando la luce è perfetta, e non si sprecano munizioni. Lui spara pochissimo, quando punta il fucile sa bene che il proiettile non andrà a vuoto.

La narrazione avanza come se leggessimo il diario quotidiano di chi è abituato a confessarsi sulla pagina, non è difficile chiedersi se un killer abbia dentro di sé un qualsivoglia frammento d’umanità, e soprattutto chiedersi di quali problemi o tribolazioni sia preda un assassino di professione. Ci viene rivelato che in questo caso l’uomo provvede alla madre anziana e ammalata di demenza, ma che sfortunatamente si innamora della badante, la giovanissima Myrna. S’invaghisce, la desidera, la vuole. Non conosce l’amore, il professionista delle uccisioni a distanza, forse sente certe declinazioni d’odio ma un cecchino come lui non sa nulla di limiti e del loro rispetto, non sa nulla di confini. Non gli sfugge però che alla quindicenne Myrna è mancato il padre ucciso in un bombardamento.

Dunque uno strano legame, un’inquietante affinità si stabilisce fra i due. Se di amore si trattasse nascerebbe qualcosa di oscuro e corrotto, non potrebbe esistere risanamento nel corso del tempo, a nulla varrebbe la relazione platonica inaugurata fra lui e la ragazza. L’ossessione è a due passi, un rifiuto può trasformare l’oggetto del desiderio in un bersaglio. Un killer, secondo le regole della narrativa, ottiene sempre quel che vuole. Da qui a una vera caccia all’uomo (alla donna) il passo è breve. E in questo caso soltanto uno potrà sopravvivere. O forse…

Condividi su:
FacebookTwitterGoogle+Share

Favole in Boosta

Davide Boosta Dileo, C’era una volta il silenzio e altre favole per innamorati, Mondadori, pp. 100, € 15,00 stampa, € 7,99 eBook

recensisce VALENTINA MARCOLI

Che cosa sappiamo di Dileo? Personaggio eclettico e versatile. Tastierista del gruppo torinese Subsonica, Dj e produttore, sceneggiatore e regista, ha realizzato la colonna sonora di Wolverine – L’immortale e di 1992 (e del seguito 1993), fumettista e attore, fondatore della casa editrice ADD con Andrea Agnelli e Michele Dalai.

Infine scrittore. Mettiamo nel suo CV un romanzo a quattro mani con Tullio Avoledo. Insomma, un uomo simile alla borsa senza fondo di Mary Poppins, stracolma di oggetti. Il mondo scarseggia di veri talenti, quando se ne incontra un esemplare bisogna prestare attenzione, ai dettagli, agli indizi e alle piste su cui ci conduce.

Piste verso dove? In questo caso si tratta di una raccolta di brevi favole, piccoli tesori narrativi in cui al lettore è consentito, all’occorrenza, riscaldarsi e perfino commuoversi. Marta Carrara, l’illustratrice del volume, con poche e rapide linee è stata in grado di dar forma alle parole, seguendo gli equilibrismi di Dileo e assecondandone i giochi. Ci sono molti motivi per rinfrancarsi durante la lettura, pur seguendo alcuni pezzi narrativamente più deboli. La versatilità può condurre verso lettori di ogni classe d’età, e c’è da chiedersi se gli insegnamenti sottesi ai diversi testi siano seguiti dallo stesso autore.

Ma scegliamo qua e là qualche pezzetto: troviamo una strada stregata che inghiotte le persone, tuttavia si scopre alla fine che il nome della strada è – sorpresa – Amore; una bambina prima di mettersi in viaggio riempie soltanto a metà la propria valigia in modo che nell’altra metà possano trovar posto le cose belle che incontrerà; c’è il Sole che ama troppo la Luna, litigano ma si ritrovano all’alba e al tramonto dando vita al giorno e alla notte; infine c’è il Silenzio che raccoglie in una valigia bianca tutte le cose belle non dette e in una valigia nera tutte le cose brutte, salvo che fortunatamente il Silenzio ne impedisce l’eccessivo accumulo. Danno evitato.

Cento pagine intessute di delicatezza e un’atmosfera intima che forse il lettore ritroverà durante le presentazioni di Dileo in giro per l’Italia in cui una voce femminile racconta accompagnata da effetti musicali. Anche lì, ognuno probabilmente si sentirà ancora una volta a casa.

Condividi su:
FacebookTwitterGoogle+Share

Intervista con Donato Carrisi

di VALENTINA MARCOLI

Intervistare Donato Carrisi è stato un po’ come chiacchierare con Stephen King parlando però la stessa lingua. Un onore e un piacere dunque: una voce tranquilla e pacata, una figura di spicco della narrativa contemporanea. Parecchio talento concentrato in un’unica persona, uno scrittore che ha macinato fin da subito una quantità di riconoscimenti e tagliato tanti traguardi. Poliedrico, non solo scrittore ma anche sceneggiatore per la TV (ricordiamo Moana, Squadra antimafia – Palermo oggi e Nassiryia – Per non dimenticare), nonché vincitore del David di Donatello 2017 per la miglior regia esordiente con La ragazza nella nebbia.

Persona elegante, distinta e molto riservata, Donato Carrisi ha il dono di catturare l’attenzione di chiunque in una manciata di righe. Attualmente in tour per la presentazione del suo ultimo lavoro Il gioco del suggeritore (Longanesi, pp 398, € 22 stampa, € 12,99 ebook), seguito de Il suggeritore (Longanesi, 2010) entrambi thriller mozzafiato carichi di tensione.

La prima domanda sorge spontanea: come mai riprendere in mano Il suggeritore dopo quasi dieci anni?

Perché c’è un nuovo territorio di caccia. Attraverso la rete siamo tutti più esposti. Il suggeritore ha avuto molto successo perché parlava di qualcosa che ci fa paura in quanto troppo vicino a noi. Il gioco del suggeritore è stato una scommessa.

Parliamo di Mila, un personaggio che ne Il gioco del suggeritore hai voluto approfondire. Il lato oscuro che l’affascina a tal punto è lo stesso lato che affascina anche te, di conseguenza c’è un po’ di Donato Carrisi in Mila?

È una cosa con cui non ho mai fatto i conti anche se so che prima o poi mi toccherà affrontare. Cerco di tenere una certa distanza dai miei personaggi perché se ci dovessi litigare poi sarebbero guai! Ho comunque il sospetto che ci sia qualcosa di me in Mila e dovesse arrivare il giorno in cui scavando dovessi accorgermene, non riuscirò più a scrivere di lei.

A cosa si deve il tuo stile narrativo molto americano, hai qualche autore di riferimento a cui ti ispiri in particolare?

In realtà sembra americano perché in questa parte dell’Europa (a parte l’Inghilterra) non siamo abituati a leggere thriller, si leggono infatti più noir o, come in Italia, più gialli. Ovviamente ho degli autori di riferimento tra cui lo stesso King che tu hai citato prima, è uno scrittore da seguire sempre con molta attenzione. Non sbaglia un colpo!

Quanta regia c’è nei tuoi libri e quanta narrativa nel tuo cinema?

Tantissima! Scrivo per immagini e le parole sono importanti per i miei film tanto quanto le immagini per i miei libri. Tendo a raccontare dei personaggi molto oltre ciò che è scritto nel romanzo, per questo è fondamentale per me che gli attori conoscano il personaggio così a fondo. Si gira scrivendo e si scrive girando.

La donna dai fiori di carta è un romanzo che si discosta un po’ dal tuo stile narrativo, come mai?

La donna dai fiori di carta nasce da una scommessa che ho fatto anni fa con un giornalista francese che mi ha sfidato dicendomi: “Saresti in grado di scrivere una storia d’amore?” e io “Ma certamente!” ed ecco come è nato quel romanzo.

La tua carriera è strepitosa, ricca di premi e riconoscimenti ma ce n’è uno in particolare che vorresti ricevere?

Non te lo dirò mai!

I commenti sul tuo lavoro sono in generale molto positivi ma hai mai ricevuto delle critiche? Che rapporto hai con i tuoi lettori?

Ottimo! Le critiche sono sempre utili, finchè si parla di un libro vuol dire che quel libro funziona. La critica del lettore serve, penso invece che il peggior insulto per uno scrittore sia quello che il lettore non sia riuscito a portare a termine la lettura.

Hai studiato Giurisprudenza e sei specializzato in Criminologia e Scienza del comportamento ma qual è stato il fattore scatenante che ti ha portato alla scrittura?

In realtà non lo so, ho sempre scritto. Da piccolo scrivevo moltissimo, anche per il teatro, ma i miei genitori volevano un avvocato a tutti i costi perché non erano tranquilli riguardo alla professione di scrittore che invece è sempre stata una mia grande passione. Quand’ero piccolino dicevo un sacco di bugie e inventavo delle storie talmente assurde che forse è stato quello l’inizio di tutto.

C’è qualcosa che non sanno di te i tuoi lettori?

Dove vivo. Sono una persona molto riservata e tendo a separare la mia vita privata da quella pubblica.

Dopo La ragazza nella nebbia è in arrivo un nuovo film, giusto?

Be’, un nuovo film su L’uomo del labirinto è in lavorazione e vedrà nuovamente la partecipazione di Tony Servillo oltre ad un altro importante attore di cui non posso svelarti il nome. E’ una nuova avventura per me.

Condividi su:
FacebookTwitterGoogle+Share

#MennoniteMeToo

Miriam Toews, Donne che parlano, tr. Maurizia Balmelli, Marcos y Marcos, pp. 253, € 18,00 stampa

recensisce VALENTINA MARCOLI

Tutto ha avuto inizio con Il racconto dell’ancella della Atwood. E’ «colpa» sua: da quel momento le donne hanno aperto gli occhi e si sono guardate allo specchio. Anni e anni di lotte per raggiungere il minimo sindacale dei diritti e poi accendiamo il TG e sentiamo ogni giorno di donne uccise dai compagni, e ragazze che vengono sfregiate con l’acido per motivi inesistenti.

Anche Miriam Toews è una guerriera, e la sua carriera lo dimostra chiaramente, sin da quando diciottenne fugge a Montréal da una rigida comunità mennonita. Sin da quando scrive per ribellarsi alle regole che la stringono nella morsa della sottomissione. I suoi primi lavori, inframmezzati da una pausa cinematografica memorabile con il regista Carlos Reygadas che la vuole in Luz silenziosa, nascono da esperienze personali che l’hanno segnata inesorabilmente e inevitabilmente giungono al cuore dei lettori.

Una continua ricerca della libertà, un ribellarsi al fondamentalismo religioso in cui è cresciuta, una fuga dalla tirannia e dal potere ingiustificato sono tutte tematiche molto care alla Toews, che infatti ritroviamo anche in questo suo ultimo lavoro. Basato sul processo che nel 2011 ha avuto luogo in Bolivia e che portò alla luce come 130 donne di una colonia mennonita siano state ripetutamente stuprate e anestetizzate con dello spray per il bestiame, di notte, da quelli che loro stesse credevano essere demoni, come punizione per i peccati commessi (quali peccati?), nel romanzo la Toews ci porta nella colonia mennonita di Molotschna, giusto per farci capire di cosa stiamo parlando.

La scena si apre con le donne della comunità che si lavano vicendevolmente i piedi, alla stregua di Gesù con i suoi discepoli. Dopo questo rito intimo consumato con spensieratezza si giunge presto al nocciolo della questione: tutte loro sono lì riunite per decidere come comportarsi con gli uomini che le hanno narcotizzate, violentate, picchiate e contagiate in alcuni casi. Ma hanno poco tempo, solo quarantotto ore per scegliere di andarsene e ricominciare da zero oppure restare e continuare a subire.

August Epp, l’unico uomo presente alla riunione, ha il compito di redigere i verbali, poiché le donne in quanto tali non sanno né leggere né scrivere. E nemmeno parlare correttamente. August infatti è un ex colono che capisce la lingua, il dialetto stretto che si usa a Molotschna ed è di conseguenza l’unico in grado di assolvere a tale compito. Nei verbali si leggono confronti serrati, scambi fulminei di battute ma si colgono anche attimi di lucidità sulla condizione di queste donne che scoprono che a stuprarle non sono stati demoni o sconosciuti bensì padri, fratelli e amici.

L’intera colonia di Molotschna è fondata sul patriarcato, dove le donne vivono una vita di serve mute, sottomesse e obbedienti. Bestie. Ragazzini di quattordici anni sono tenuti a impartirci ordini, a determinare i nostri destini, a votare le nostre scomuniche, a parlare ai funerali dei nostri nuovi nati mentre noi rimaniamo in silenzio, a interpretare la Bibbia per noi, a guidarci nel culto, a punirci! Non siamo membri, Mariche, siamo merce.

Quarantotto ore per valutare una vita in colonia e trasformare la rabbia e il desiderio di vendetta nel coraggio di scegliere la libertà. Quarantotto ore per alzare la voce e dire basta. Quarantotto ore per buttarsi nell’ignoto della vita.

http://www.marcosymarcos.com/

A questa recensione seguirà l’intervista a Miriam Toews realizzata da Ombretta Romei, e la ripubblicazione della recensione di Un complicato atto d’amore, il primo romanzo della scrittrice canadese uscito in Italia, pubblicata su PULP Libri nel 2005.

 

Condividi su:
FacebookTwitterGoogle+Share

Intervista con Donatella Di Pietrantonio

recensisce e intervista VALENTINA MARCOLI

L’odontoiatra pediatrica Donatella di Pietrantonio, residente a Penne e di origine abruzzese, è salita alla ribalta con la vittoria del Premio Campiello 2017 con L’arminutaViene ora ripubblicato da Einaudi, la casa editrice che tanto la sostiene e le ha permesso di farsi conoscere ai lettori, un suo precedente romanzo, Bella mia, (pp. 182, €12,00 stampa, €7,99 eBook), uscito nel 2014 per i tipi di Elliot. Dal momento che in quel periodo la nostra Rivista era temporaneamente assente, ci pare giusto recensirlo ora; ma Valentina Marcoli non si è limitata a questo, ha anche intervistato l’autrice. Cominciamo dunque con la recensione.

Il 6 aprile del 2009 il terremoto ha distrutto l’Aquila. È successo alle 3:31 e una città misteriosa, in apparenza chiusa e riservata, restia all’aprire le sue braccia per accogliere turisti e studenti pendolari, è andata perduta. E poi c’è quel numero, quel novantanove come le chiese, le piazze, le fontane, i castelli che era e non è più. E non sarà più. Bella mia è un inno d’amore per una città magica in cui la Di Pietrantonio, vincitrice del Premio Campiello 2017 con L’arminuta, ha vissuto, ha studiato, ha instaurato rapporti d’amicizia. Bella mia è la canzone che cantano gli aquilani anche da sfollati, i fortunati che dal tendone di prima accoglienza sono stati successivamente trasferiti nelle C.A.S.E. (Complessi Antisismici Sostenibili ed Ecocompatibili).

L’autrice è stata colpita solo marginalmente, come racconta nella toccante postfazione: era a Penne con il figlio di dieci anni e un marito all’estero per lavoro. Pochi i danni, ma tante le ferite rimaste nel cuore e negli occhi. La Zona Rossa del romanzo invece raccoglie le macerie della casa di Olivia e del figlio adolescente Marco, della sorella gemella Caterina e della mamma delle due donne. Dislocate a pochi metri di distanza ma considerate inagibili. Tre case, tre generazioni, tre differenti approcci al trauma.

Olivia non sopravvive, muore colpita da una trave, e lascia il figlio Marco alle cure della sorella Caterina e della madre. Il padre del ragazzo, Roberto, vive a Roma con la nuova compagna, fa il musicista e per via del suo carattere troppo tenero ha difficoltà a gestire lo tsunami emotivo di Marco. Tra gesti di forte ribellione, incoscienti incursioni nella vecchia casa rimasta in piedi per metà e bravate varie infatti, le ha tutte vinte. È importante però sottolineare due aspetti: il delicato quanto preciso tratteggio dei personaggi che affrontano un lutto che li segna tutti ma in modi differenti; e poi la rinascita, l’inventarsi per cause di forza maggiore una vita nuova, dove sullo sfondo s’intravede la speranza di ricostruire il passato all’Aquila.

Caterina ha perso la gemella, una metà che la completava, e questa mancanza la costringe a tirare fuori il suo carattere, a prendere decisioni in solitudine, e non ultimo a fare da madre al nipote, lei che di figli manco a parlarne. La madre di Olivia ha perso una figlia con ancora tanta vita davanti e questa è una cosa contro natura, un lutto che nemmeno ha nome sul dizionario. Infine c’è Marco, un ragazzo che ha perso la madre, il suo punto di riferimento, la sua bussola nel caos dell’adolescenza. Tre differenti modi di affrontare un’assenza improvvisa ma che al contempo li unisce e li rafforza.

Sullo sfondo – ma neanche troppo – l’illusione di ricostruire di una città crollata, e il coraggio degli sfollati che non perdono la speranza di tornare a vivere nelle loro vecchie case, mai, neanche quando il tempo passa e le abitazioni provvisorie che occupano iniziano a deteriorarsi e lo Stato, all’inizio subito presente, altrettanto velocemente si dimentica di loro, abbandonandoli ai loro problemi. Sono costretti dalle vicende a reinventarsi, a risorgere come la fenice dalle ceneri e ad adattarsi a nuove regole e abitudini. Si addormentano con le immagini dell’Aquila che apre le ali e spicca il volo, intatta e imbattibile.

La Di Pietrantonio riesce in qualcosa di complesso e delicato al tempo stesso, con il suo stile asciutto e duro dà vita ad un romanzo intenso ed essenziale, descrivendo alla perfezione un istante in cui tutto c’è e l’istante dopo tutto è macerie, e le emozioni che vibrano dentro chi questo l’ha vissuto sulla pelle.

E ora, l’intervista.

Il tema della maternità a lei tanto caro è sicuramente più presente negli altri suoi romanzi: in Bella mia è palpabile, direi quasi per osmosi visto che Caterina che non vuole avere figli si ritrova a dover crescere il nipote, orfano della madre morta nel terremoto.

Il tema della maternità è un po’ il mio tema che ripropongo da un libro all’altro rivestendolo di trame diverse. In Bella mia mi interessava esplorare questa dimensione di maternità in cui ci si può ritrovare al di là delle nostre intenzioni, come succede a Caterina che si vede costretta dalle circostanze a improvvisarsi madre, per di più non di un bambino piccolo ma di un adolescente scontroso. Volevo mostrare come questa donna che si è sempre sentita incapace di occuparsi di un altro, a cui sembra difficile perfino sostenersi da sé, riesca ad attingere alle sue risorse interiori e a far da madre al nipote in lutto.

Ha più volte ribadito che concilia le ore dedicate alla scrittura e al suo lavoro di Odontoiatra dividendosi tra giorno e notte/alba, ma ciò che le chiedo è del suo particolare «non-metodo» di scrittura. Me ne vuole parlare?

Non-metodo nel senso che non sono una scrittrice sistematica, che dedica un preciso numero di ore alla scrittura dalle/alle, né un numero preciso di pagine, o con un piano dell’opera definitivo in mente. Parto da un’idea forte, un’urgenza narrativa da sviluppare e da cui mi lascio guidare senza una struttura predefinita di romanzo, parto da quest’idea bruciante, mi metto in ascolto della storia e dei personaggi.

Com’è il suo rapporto con i lettori, sui social e di persona? E con gli abitanti di Penne, la riconoscono?

Sì, capita che mi fermino, adesso sì. Non sono affatto una persona social, esiste una pagina Facebook dedicata all’Arminuta ma viene gestita dall’ufficio stampa. È un aspetto che non rientra nella mia modalità. Mi piace molto invece instaurare un rapporto con i lettori, incontrarli ai festival o durante le presentazioni. I lettori restituiscono all’autore il libro che loro hanno letto e che non necessariamente corrisponde al libro dell’autore, svelano dei particolari che gli sono sfuggiti, molte cose che inconsapevolmente l’autore inserisce nel romanzo e che loro sono molto bravi a scovare.

Da quando L’arminuta si è aggiudicata il Premio Campiello nel 2017 ed Einaudi ha ripubblicato i suoi precedenti lavori, ha notato delle differenze tra i lettori? Mi spiego: trova che chi ha amato L’arminuta abbia poi acquistato anche i suoi precedenti romanzi?

Sì è successo. Einaudi ha ripubblicato solo Bella mia perché i diritti di Mia madre è un fiume non sono ancora scaduti, comunque i lettori dell’Arminuta sono infinitamente più numerosi e tanti hanno intrapreso per curiosità il percorso inverso di lettura dei mie precedenti romanzi, andando a ritroso.

Nella postfazione di Bella mia ha raccontato di essere a Penne durante il terremoto che ha colpito l’Aquila nel 2009, però è indiscutibile la sua capacità nel descrivere alla perfezione tutto ciò che gli sfollati hanno vissuto e provato, durante ma anche nel periodo successivo all’accaduto. Com’è riuscita ad entrare tanto nella psicologia di queste vittime? Tra l’altro ha specificato di non aver perso nessuno.

Anche se lo scrittore non ha subito una perdita reale può comunque riuscire ad immedesimarsi, ad identificarsi in chi invece ha vissuto il lutto, l’abbandono perché questi sono vissuti universali, si può quindi entrare nelle teste di chi ha sperimentato tutto questo. Il terremoto, anche se nella mia zona è stato gentile, mette in condizioni di precarietà e angoscia perché anche se non crollano le case, crollano le certezze. Ho degli amici all’Aquila e ho vissuto anch’io momenti di angoscia quando non sono riuscita a contattarli subito.

La notizia del terremoto del 2009 è passata un po’ nel dimenticatoio, lei ci è poi tornata, ha rivisto la Zona Rossa, com’è la situazione allo stato attuale?

L’Aquila è il più grande cantiere d’Europa anche se c’è un gran fermento ricostruttivo e i lavori proseguono. C’è però ancora molto da fare, occorre far tornare la vita, far tornare la gente.

E’ particolare la scelta di raccontare una sorella che perde la gemella, ai fini narrativi: era forse suo intento tratteggiare l’atteggiamento, l’approccio, la reazione di tre differenti generazioni alla calamità?

L’idea era di mostrare come diverse persone, e non solo diverse generazioni, rispondono al dolore. C’è la reazione composta della nonna sicuramente più temprata, più abituata ad affrontare il dolore, la sua capacità di difendersi attraverso la fede, e a vivere un lutto devastante come quello di perdere una figlia. Nonostante tutto però si ripropone come madre non solo per la figlia e per il nipote ma anche per una vicina molto più giovane che affronta lo stesso lutto, per cui madre di una madre. Una risposta più articolata è invece quella di Caterina perché è la protagonista della storia, di conseguenza ha più spazio narrativo, e infine la risposta di Marco che è un adolescente orfano della madre.

Quest’anno è stato un anno tutto «rosa» per quanto riguarda i premi letterari (Campiello, Strega e Bancarella). Conosce le vincitrici e i relativi romanzi?

Sì, conosco Rosella Postorino ed Helena Janecezek, le stimo entrambe molto.

Crede che forse lo scenario della narrativa contemporanea si stia accorgendo delle capacità femminili o che sia un contentino per i fatti di cronaca, italiani e non?

Mi auguro di no! Spero che quest’anno le donne abbiano scritto libri di qualità, meritevoli di essere premiati. Non penso che si sia deciso di selezionare i premi in base alle quote rosa ma che siano state premiate per il loro valore, sono contenta per loro. Non credo che sia stato un regalo ma che se lo siano guadagnato.

Un’ultima domanda: ha mai ricevuto richieste particolari che l’hanno fatta ridere o sorridere per qualche motivo, dai suoi lettori o dai suoi pazienti lettori?

A volte capita che mi chiedano delle dediche precise, sotto dettatura: ad esempio mi è capitato che un marito per la moglie mi dicesse cosa scrivere. Mi fa sorridere, trovo questa cosa tenera.

Durante le presentazioni invece il 50% delle domande si ripetono sempre, uguali e poi per l’altro 50% sorprendono. Soprattutto con i ragazzi nelle scuole. Anche lì le prime domande sono standard di solito, «Perché quel personaggio non ha un nome?», oppure «Perchè lo ha fatto morire così?». Recentemente sempre i ragazzi mi hanno chiesto  «Ma lei non si sente un po’ cattiva quando sceglie di far morire quel personaggio così, in maniera tanto crudele?» e anche questo mi ha fatta sorridere.

Della Di Pietrantonio la nostra Rivista ha recensito anche il romanzo L’arminuta. Ringraziamo Clementina Pace per le fotografie della scrittrice.

Condividi su:
FacebookTwitterGoogle+Share

Racconti cinici per lettori nostalgici

Valerio Valentini, Parlare non è un rimedio, D Editore, pp. 282, €14,90 stampa, €3,11 ebook

recensisce VALENTINA MARCOLI

Quello che stupisce di questo libro è innanzitutto il formato, deliziosamente pocket, e dall’impaginato insolito. Poi, a lettura terminata, si impara a conoscere l’autore che butta una manciata di disincanto mischiata a cinismo qua e là (inconsapevolmente o consapevolmente: io opto per quest’ultima).

Originario di Roma, l’autore Valerio Valentini ha fondato nel 2016 il magazine Reader for Blind, rivista indipendente e autofinanziata di letteratura breve, aperta a tutti coloro che hanno qualcosa da dire e lo dicono bene. In questo suo terzo libro ha concepito una raccolta mista, composta da racconti dalla struttura complessa che si alternano a racconti dalla trama più libera, legati in ogni caso da un fil rouge di rassegnazione, da un’aspettativa in crescendo che viene distrutta con intelligenza sul finire, destabilizzando il lettore.

Valentini ha una scrittura scorrevole e diretta che fa dei suoi racconti una piacevolissima compagnia, una lettura che lascia l’amaro in bocca, una malinconia di base e una diffidenza nei confronti dell’amore che è riconoscibile in tutti i suoi personaggi. Lo si ritrova nel ragazzo di «L’amore ci farà a pezzi», che, durante il matrimonio della sua ex fidanzata Luciana, ha un incontro fugace nei bagni con Alina, l’ex fidanzata dello sposo, in una situazione paradossale e tragicomica insieme. Ma anche in «Parlare non è un rimedio» (racconto che dà il titolo all’intera raccolta), in cui una coppia si confronta al tavolo e dopo una notte d’amore lei abbandona il marito per un altro.

Un concentrato di emozioni da cui emergono i diversi approcci alle relazioni, gestioni diverse del sentimento che molto spesso si tramuta in routine, che come si dice sulla quarta di copertina «è una gabbia che ci riempie di risentimento. Veniamo allevati con colte letture di avventure straordinarie, ma la realtà è un’altra: siamo costretti ad accontentarci di piccoli momenti di gioia, punti luminosi che interrompono una vita annegata dalla noia».

Un racconto che descrive perfettamente questo concetto è «Costole»: una coppia ha difficoltà nel concepire un figlio e nelle azioni che si susseguono quotidiane, tutte uguali; dopo tanti tentativi andati a vuoto finalmente arriva lo spiraglio di luce a cancellare la delusione.

Tre storie in particolare mi sono rimaste nel cuore, «Iride», «Audio Bibbia» e «L’ultimo giorno di Phonola». La prima per la vicenda terribilmente commovente in cui un bimbo cieco insegna al padre a guardare le sfumature del mondo in un mercatino di domenica mattina. La seconda capace di far ridere e riflettere sull’ipocrisia delle persone, mentre l’ultima è una storia nostalgica sugli oggetti con cui siamo cresciuti e a cui ci siamo inevitabilmente legati, tanto da infischiarcene dell’evoluzione tecnologica.

Un libro molto ben scritto che invoglia anche i più diffidenti alla lettura del formato narrativo del racconto, che è fondamentale in questo momento storico in cui andiamo tutti di corsa e non abbiamo mai tempo per soffermarci, distratti da mille input esterni.

http://deditore.com/

Condividi su:
FacebookTwitterGoogle+Share

Il canto degli sposi bambini

Bianca Pitzorno, La canzone di Federico e Bianchina, Mondadori, pp. 40, €17,00 stampa

recensisce VALENTINA MARCOLI

Anno 1382. Genova si contende con le altre Repubbliche marinare il predominio sul Mediterraneo. Sono anche gli anni dei grandi viaggi come quelli in Catai (l’attuale Cina) della famiglia Polo. Il Doge Nicolò Del Guarco ha una prole talmente numerosa che neanche scartabellandone i documenti vi si trova una menzione precisa. Il maggiore gli succederà al governo, mentre tra i nipoti più piccoli c’è Bianchina, di quattro anni, e il fratellino Isnardo, di appena due.

Appartiene a un ramo minore della stessa famiglia Eleonora De Serra Bas, figlia di un principe del Regno d’Arborea, nella selvaggia Sardegna, e sposata a Brancaleone Doria. Ma a ereditare il posto a capo del giudicato, come veniva chiamato all’epoca il principato, è Ugone, per cui Eleonora decide di allontanarsi con la sua famiglia dalla terra sarda per evitare di vivere all’ombra del fratello. Chiede quindi al Doge di potersi considerare cittadina genovese e in un’assemblea in cui si riuniscono le figure più illustri di Genova, la decisione è unanime: Eleonora, Brancaleone e il figlio Federico vengono accettati come concittadini.

Il secondo passo che la bella Eleonora compie è quella di combinare, com’era d’uopo all’epoca, il matrimonio tra il suo Federico e la piccola Bianchina, e lo pianifica a fronte di una generosissima offerta di quattromila fiorini d’oro (per intenderci con la stessa somma una famiglia avrebbe vissuto nel lusso per cinquant’anni). Anche in questo caso il Doge è ben contento di accettare la proposta, e dopo aver investito l’intera donazione in azioni e terreni intestandoli a Bianchina, si organizza il trasferimento della famiglia De Serra Bas-Doria.

In realtà questa parte della storia è esplicata magnificamente nella doverosa prefazione, senza la quale la canzone non avrebbe significato alcuno. Le strofe sono invece incastonate egregiamente nelle pagine e circondate da preziose quanto ipnotiche illustrazioni a firma Sonia Maria Luce Possentini. Tinte delicate, colori pastello, leggeri ed eleganti. Personaggio fondamentale, oltre ai bambini, è il vento che permetteva alle navi di viaggiare e alle emozioni di librarsi in volo nel cielo sopra Genova, nonché di soffiare via dal cuore del lettore quella malinconia del finale inaspettato. In poche righe la Pitzorno è riuscita a dare valore aggiunto a un libro che sarebbe rimasto uno tra i tanti testi illustrati per ragazzi.

Nella postfazione invece racconta l’aneddoto che l’ha avvicinata e convinta a parlare della storia di Bianchina e Federico. Nel 1982, cioè esattamente seicento anni dopo, col padre si sposta con la motonave sulla tratta Porto Torres-Genova. Di origini sassaresi, la Pitzorno narra del padre che le ha fatto visitare per intero la città, passando per i posti meno frequentati, e del Forno Pizzorno, cognome a cui probabilmente la sua famiglia è legata. Mentre il fratello si trastulla contando gli infiniti Pizzorno sull’elenco telefonico della città, l’autrice scorge un bimbo in abiti semplici che corre per strada. Eccolo, dopo secoli non ha dubbi: è Federico.

https://www.librimondadori.it/

Condividi su:
FacebookTwitterGoogle+Share

Non c’è quiete dopo la tempesta

Leonardo Malaguti, Dopo il diluvio, ἑxòrma edizioni, pp. 210, € 14,90 stampa

recensisce VALENTINA MARCOLI

Nessuna quiete dopo la tempesta. Anche se proprio tempesta non è, ma un diluvio, quello che allaga un piccolo paesino non ben precisato, in un tempo senza tempo; ci mette lo zampino, scombussola i piani. Crea confusione insomma, rimescola i pensieri insiti nel recondito di ognuno di noi.

L’autore Leonardo Malaguti (Bologna, 1993) mette in scena un romanzo corale, dissacrante e grottesco. E dimostra di saperlo fare, inserendosi molto bene nel panorama della narrativa contemporanea, quasi come fosse uno scrittore ricco di esperienza e classificandosi al suo esordio come finalista al Premio Nazionale di Letteratura Neri Pozza.

La trama è presto descritta: un paesotto simile ad una scodella circondata da rilievi montuosi viene sommerso da un diluvio che fin dalle prime pagine giunge impetuoso senza troppi complimenti. Al termine del disastro meteorologico viene ritrovato nel canale di scolo il cadavere del sindaco, e da quel momento niente sarà più come prima. Sembra quasi che l’acqua, anziché pulire, abbia riportato a galla la sporcizia depositata nel cuore dei paesani: la mucca del rabbino viene squartata e crocifissa costringendolo a togliersi la vita, la prostituta preferita del pastore Thulin rimane incinta, il mite custode del bordello violenta una giovane che vi lavora, una bambina picchia a sangue un barbone, e un telegramma annuncia che il nemico è alle porte e la guerra incombe. Il panico dilaga e il generale Krauss ne approfitta, prendendo le redini del comando e organizzando squadracce mentre termina il romanzo della sua vita, ispirato dai fatti accaduti.

Il commissario Van Loot è l’unica figura, tra le molte bizzarre che abitano la struttura narrativa, a tenere i piedi per terra e a non farsi prendere dalla follia generale che pare aver colpito i più. Ma questo nemico esiste davvero? E se sì, perché dovrebbe attaccarli, e perché non ha ancora mosso un dito? Come in ogni società che si rispetti, tutte le brutte storie si risolvono con un capro espiatorio che viene trovato in Lisetska, la moglie adulterina di un allevatore locale in fuga con l’amante e con un passaporto falso. Il pastore Thulin non ha dubbio alcuno, per salvarsi deve dare al popolo ciò che il popolo chiede, mettendo così al rogo come una strega la povera Lisetska accusata di uxoricidio.

Un piccolo capolavoro scritto sorprendentemente bene, una lettura da affrontare punto e basta. Preparatevi a salire sulla giostra che è questo romanzo, meravigliatevi di ridacchiare per una vendetta compiuta o per un commento meschino, e non affezionatevi a nessuno perché tutti hanno segreto nascosto. Ma soprattutto prendete l’ombrello: è prevista pioggia.

http://www.exormaedizioni.com/

Condividi su:
FacebookTwitterGoogle+Share

Enigma architettonico

Lucas Harari, L’attrazione, pp. 148, tr. Emanuelle Caillat, Coconino Press, €23,00 stampa

recensisce VALENTINA MARCOLI

Il giovane Lucas Harari, raffinato autore francese alla sua seconda opera, ha creato un volume che vuole essere un omaggio all’architettura e che vi catapulterà in atmosfere suggestive e ipnotiche. Il graphic novel (già rivelazione dell’anno in Francia) è finalista ai premi FNAC del fumetto 2018 e al premio della Critica dell’ACBD (associazione dei critici e giornalisti della bande dessinée), che è uno tra i più importanti riconoscimenti del settore.

Harari si ispira nella grafica alla tradizionale linea chiara di Hergé, Ted Benoit e Yves Chaland, come peraltro si legge sul sito dell’editore, e il suo tratto deciso e dai colori freddi porta alla luce una storia magnetica ricca di ombre e doppie letture, che vi farà sentire all’interno di una fantasia con scenari e ambientazioni da favola.

Pierre è uno studente di architettura che ha come tema della sua tesi le terme di Vals, per le quali ha sviluppato un’ossessione. Queste terme, fatte di fredde geometrie incastonate nella pietra che non combaciano sulla carta, nascondono però un segreto. Una leggenda che circola nel villaggio vicino può forse spiegare quest’aura di mistero che circonda l’edificio, e questo spinge lo studente a organizzarsi una permanenza in loco per studiare la struttura delle terme dall’interno.

All’arrivo, un allevatore del posto gli offre un passaggio e gli parla di der Mund des Berges, letteralmente le fauci della montagna: leggenda vuole che nel punto da cui nasce l’acqua di Vals ci sia un passaggio che porta nel cuore del monte, e che ogni cento anni la montagna scelga uno straniero attirandolo a sè per divorarlo.

Nell’albergo incontra il famoso architetto Valeret, anche lui lì per carpire i segreti delle terme di Vals. Una sera, a stabilimento chiuso, Pierre trova una porta che non aveva notato in precedenza e che lo conduce fuori dalla montagna, nei pressi della casa dell’allevatore. C’è dunque del vero nella leggenda? Secondo i racconti del vecchio Testis sì. Lui ha visto con i suoi occhi un soldato francese nel 1914 scappare in un crepaccio e far sollevare tutte le rocce attorno a lui per poi svanire nel nulla. Pierre è intenzionato a vederci chiaro e soprattutto a recuperare il suo taccuino scomparso. Sarà tornando nelle terme vuote e aggirandosi nei corridoi infiniti che si scontrerà con Valeret, che, armato, cercherà di estocerergli le sue scoperte. Ovviamente siamo alla resa dei conti, il cui esito non si può rivelare…

Le ultime tavole dell’albo ci raccontano di un taccuino giunto al padre di Harari che il più fedelmente possibile ha voluto ricostruire i fatti che hanno portato alla sparizione di Pierre a Vals, lasciando nella mente e nel cuore del lettore il dubbio di aver solo sognato di un’avventura fantastica.

https://www.fandangoeditore.it/category/coconino-press/

Condividi su:
FacebookTwitterGoogle+Share

50 sfumature di Vian

Boris Vian, E tutti i mostri saranno uccisi, tr. Giulia Colace, Marcos y Marcos, pp. 216, €17,00 stampa, €11,05 eBook

recensisce VALENTINA MARCOLI

Per chi non conosce questo estroso autore è doverosa una breve bio d’introduzione. Francese, dopo aver conseguito una laurea in Ingegneria decide di dar retta al suo istinto e prende così il via la sua carriera di artista eclettico, uno tra i più anticonvenzionali del Novecento. In una fumosa Parigi degli anni Quaranta Vian è infatti musicista jazz, scrittore, autore teatrale, poeta e traduttore (di Raymond Chandler, e scusate se è poco!). Innovativo per natura, fa conoscere all’Europa letteraria il genere hard boiled firmando la traduzione dei romanzi di Vernon Sullivan – il quale altri non è che il suo pseudonimo, scelto per aggirare la censura.

Romanzo originariamente pubblicato nel 1948, descrive una Los Angeles assolata condita degli elementi tipici dei romanzi pulp, audacia ed eros compresi, dove tiene banco la tragicomica disavventura di Rocky, un ragazzo di rara bellezza che cerca di tener fede al proprio voto di rimanere vergine fino al compimento dei vent’anni. Tutte le ragazze lo desiderano e non si fanno problemi a dimostrarglielo, anche in maniera fin troppo esplicita. Nel frattempo Rocky, in compagnia dell’amico Gary, s’improvvisa detective dopo essere riuscito miracolosamente a scampare a uno strano rapimento.

Le sue indagini seguono la pista del dottor Markus Schutz che ha deciso di dare vita ad un mondo di belli, producendo in serie donne e uomini perfetti, istigandoli alla procreazione tra loro per ripopolare le strade di visioni sempre gradevoli. Tra inseguimenti in auto, signorine bellissime e molto disponibili, sparatorie e cadaveri, Rock e Gary con l’aiuto di Andy, Mike e il suo cane NooNoo, seguiranno il Dottor Schutz fino alla sua isola privata dove si intrufoleranno con l’intento di coglierlo con le mani nel sacco.

Scopriremo anche che, non a caso, il vicepresidente degli Stati Uniti è un prodotto uscito dai laboratori Schutz, e così altre figure politicamente rilevanti. Giunti alla resa dei conti, che avviene in maniera rocambolesca, i protagonisti di questa vicenda tireranno le somme rispondendo al quesito che corre tra le pagine di tutto il romanzo: ma in un mondo di belli, non sarebbe la ricerca dell’imperfezione ad avere il sopravvento sulla noia?

Con ironia, intelligenza ed erotismo, si trascorre un pomeriggio in lieta compagnia di personaggi surreali e situazioni assurde, dimentichi del fatto che questa storia, rispolverata, ha la bellezza di settant’anni – portati egregiamente.

http://www.marcosymarcos.com

Condividi su:
FacebookTwitterGoogle+Share