Tutti gli articoli di Valentina Marcoli

Enigma architettonico

Lucas Harari, L’attrazione, pp. 148, tr. Emanuelle Caillat, Coconino Press, €23,00 stampa

recensisce VALENTINA MARCOLI

Il giovane Lucas Harari, raffinato autore francese alla sua seconda opera, ha creato un volume che vuole essere un omaggio all’architettura e che vi catapulterà in atmosfere suggestive e ipnotiche. Il graphic novel (già rivelazione dell’anno in Francia) è finalista ai premi FNAC del fumetto 2018 e al premio della Critica dell’ACBD (associazione dei critici e giornalisti della bande dessinée), che è uno tra i più importanti riconoscimenti del settore.

Harari si ispira nella grafica alla tradizionale linea chiara di Hergé, Ted Benoit e Yves Chaland, come peraltro si legge sul sito dell’editore, e il suo tratto deciso e dai colori freddi porta alla luce una storia magnetica ricca di ombre e doppie letture, che vi farà sentire all’interno di una fantasia con scenari e ambientazioni da favola.

Pierre è uno studente di architettura che ha come tema della sua tesi le terme di Vals, per le quali ha sviluppato un’ossessione. Queste terme, fatte di fredde geometrie incastonate nella pietra che non combaciano sulla carta, nascondono però un segreto. Una leggenda che circola nel villaggio vicino può forse spiegare quest’aura di mistero che circonda l’edificio, e questo spinge lo studente a organizzarsi una permanenza in loco per studiare la struttura delle terme dall’interno.

All’arrivo, un allevatore del posto gli offre un passaggio e gli parla di der Mund des Berges, letteralmente le fauci della montagna: leggenda vuole che nel punto da cui nasce l’acqua di Vals ci sia un passaggio che porta nel cuore del monte, e che ogni cento anni la montagna scelga uno straniero attirandolo a sè per divorarlo.

Nell’albergo incontra il famoso architetto Valeret, anche lui lì per carpire i segreti delle terme di Vals. Una sera, a stabilimento chiuso, Pierre trova una porta che non aveva notato in precedenza e che lo conduce fuori dalla montagna, nei pressi della casa dell’allevatore. C’è dunque del vero nella leggenda? Secondo i racconti del vecchio Testis sì. Lui ha visto con i suoi occhi un soldato francese nel 1914 scappare in un crepaccio e far sollevare tutte le rocce attorno a lui per poi svanire nel nulla. Pierre è intenzionato a vederci chiaro e soprattutto a recuperare il suo taccuino scomparso. Sarà tornando nelle terme vuote e aggirandosi nei corridoi infiniti che si scontrerà con Valeret, che, armato, cercherà di estocerergli le sue scoperte. Ovviamente siamo alla resa dei conti, il cui esito non si può rivelare…

Le ultime tavole dell’albo ci raccontano di un taccuino giunto al padre di Harari che il più fedelmente possibile ha voluto ricostruire i fatti che hanno portato alla sparizione di Pierre a Vals, lasciando nella mente e nel cuore del lettore il dubbio di aver solo sognato di un’avventura fantastica.

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50 sfumature di Vian

Boris Vian, E tutti i mostri saranno uccisi, tr. Giulia Colace, Marcos y Marcos, pp. 216, €17,00 stampa, €11,05 eBook

recensisce VALENTINA MARCOLI

Per chi non conosce questo estroso autore è doverosa una breve bio d’introduzione. Francese, dopo aver conseguito una laurea in Ingegneria decide di dar retta al suo istinto e prende così il via la sua carriera di artista eclettico, uno tra i più anticonvenzionali del Novecento. In una fumosa Parigi degli anni Quaranta Vian è infatti musicista jazz, scrittore, autore teatrale, poeta e traduttore (di Raymond Chandler, e scusate se è poco!). Innovativo per natura, fa conoscere all’Europa letteraria il genere hard boiled firmando la traduzione dei romanzi di Vernon Sullivan – il quale altri non è che il suo pseudonimo, scelto per aggirare la censura.

Romanzo originariamente pubblicato nel 1948, descrive una Los Angeles assolata condita degli elementi tipici dei romanzi pulp, audacia ed eros compresi, dove tiene banco la tragicomica disavventura di Rocky, un ragazzo di rara bellezza che cerca di tener fede al proprio voto di rimanere vergine fino al compimento dei vent’anni. Tutte le ragazze lo desiderano e non si fanno problemi a dimostrarglielo, anche in maniera fin troppo esplicita. Nel frattempo Rocky, in compagnia dell’amico Gary, s’improvvisa detective dopo essere riuscito miracolosamente a scampare a uno strano rapimento.

Le sue indagini seguono la pista del dottor Markus Schutz che ha deciso di dare vita ad un mondo di belli, producendo in serie donne e uomini perfetti, istigandoli alla procreazione tra loro per ripopolare le strade di visioni sempre gradevoli. Tra inseguimenti in auto, signorine bellissime e molto disponibili, sparatorie e cadaveri, Rock e Gary con l’aiuto di Andy, Mike e il suo cane NooNoo, seguiranno il Dottor Schutz fino alla sua isola privata dove si intrufoleranno con l’intento di coglierlo con le mani nel sacco.

Scopriremo anche che, non a caso, il vicepresidente degli Stati Uniti è un prodotto uscito dai laboratori Schutz, e così altre figure politicamente rilevanti. Giunti alla resa dei conti, che avviene in maniera rocambolesca, i protagonisti di questa vicenda tireranno le somme rispondendo al quesito che corre tra le pagine di tutto il romanzo: ma in un mondo di belli, non sarebbe la ricerca dell’imperfezione ad avere il sopravvento sulla noia?

Con ironia, intelligenza ed erotismo, si trascorre un pomeriggio in lieta compagnia di personaggi surreali e situazioni assurde, dimentichi del fatto che questa storia, rispolverata, ha la bellezza di settant’anni – portati egregiamente.

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L’arte non è(ra) cosa da femmine

Nathalie Ferlut e Tamia Baudoin, Artemisia, tr. Stefano Sacchitella, Coconino Press, pp 96, €17,00 stampa

recensisce VALENTINA MARCOLI

C’è una piacevole novità ad attendere chi rientra dalle tanto attese vacanze, un fumetto dedicato ad una delle figure femminili più rappresentative dello slogan girl power. Artemisia Gentileschi, una femminista ante litteram che nei primi anni del Seicento posava come musa per il padre Orazio, talentuoso pittore quasi contemporaneo del Caravaggio, che proprio in quegli anni si faceva conoscere per la sua arte nei chiaroscuri. Legatissima alla figura paterna, da lui apprende tutti i trucchi del mestiere tanto da superarlo in bravura. Appena diciottenne, mentre i fratelli non dimostravano di possedere lo stesso talento, viene affidata alle grinfie di Agostino Tassi, pittore e amico del padre, che invece di perfezionare la sua tecnica, abusa della giovane per quasi un anno. Artemisia è tenace e coraggiosa, si ribella, ma è solo quando Orazio Gentileschi accusa il Tassi di avergli rubato dei quadri che la bolla di silenzio scoppia, e la ragazza viene chiamata a testimoniare al processo di essere stata violentata ancora vergine dall’imputato.

La società dell’epoca non era molto diversa da quella attuale purtroppo, e la strada per i riconoscimenti al sesso debole (che debole non è!) è ancora molto lunga, ma dobbiamo un ringraziamento a personalità come Artemisia per i piccoli passi che sono stati fatti nel tempo. E del resto, da qualche parte bisognava pur cominciare. Artemisia infatti essendo donna non aveva accesso ai materiali per dipingere, e anche se usava quelli del padre, non erano ammessi dipinti di uomini nudi ma solo nature morte e poco altro. Solo dopo aver superato il processo ed essersi sposata con Pierantonio Stiattesi, giovane della nobiltà fiorentina, Artemisia avrà a disposizione un atelier e un marito che le insegni a leggere, scrivere e far di conto, ché col padre non c’era mai tempo. Si crea così un circolo di amicizie importanti e ottiene l’accesso all’Accademia delle Arti del Disegno grazie al benestare del nipote di Michelangelo.

Mai prima dall’allora nessuna donna aveva vissuto da pittore pur avendo famiglia, in maniera libera e privilegiando il proprio lavoro rispetto alla gestione dell’economia domestica. Nè mai era stata ammessa come accademica. Artemisia veniva così ufficialmente riconosciuta come pittrice sulla scena nazionale, lascia il marito troppo invidioso dei suoi successi professionali, e inizia a girare l’Italia con la figlia Prudenzia.

E’ però la nutrice Marta che narra la storia a Prudenzia, e attraverso i suoi occhi non possiamo che commuoverci e arrabbiarci per le enormi lotte e i mille ostacoli che questa grande donna ha passato e vinto. E anche se ogni tanto il livello del testo è carente di qualità e non indispensabile all’economia della storia, le tavole si fanno amare e sfogliare velocemente per giungere alla fine del racconto, all’incontro tra Artemisia e Orazio, ormai prossimo alla morte.

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Il metodo di Wirth

Maurizio De Benedictis, Un filo di corallo rosso, Avagliano Editore, pp. 397, €19,00 stampa

recensisce VALENTINA MARCOLI

Sono passati anni dalla prima proiezione del film Schindler’s List, in cui un imprenditore tedesco si rende conto dell’orrore cui sta partecipando (non proprio) inconsapevolmente e decide quindi di agire stilando una lista di ebrei per salvarli dallo sterminio. Rimane ancora impresso nella memoria il cappottino rosso di una bimba deportata e poi trucidata, l’unica nota di colore in un film in bianco e nero. Ecco cosa rappresenta il filo di corallo rosso dell’omonimo romanzo di De Benedictis, un filo di speranza, di rivalsa dell’innocenza e della purezza dei bambini sulla banalità del male citato dalla Arendt, in uno dei momenti più tetri della storia.

De Benedictis, docente di Letteratura Moderna e Storia del Cinema all’Università La Sapienza di Roma, non è nuovo a questa visione particolare che traspare nelle sue pagine, un approccio molto simile alle sceneggiature, con battute e descrizioni dello sfondo in cui l’azione si svolge. Purtroppo la ricerca di uno stile ricco di termini desueti e di costruzione della frase antiquata e ricca di parentesi, rendono la lettura poco scorrevole, e anzi in più punti si inceppa persino il concetto espresso. Questo non sarebbe un problema se il testo fosse un saggio filosofico o di critica letteraria, ma in quello che si propone di essere un romanzo storico falcia drasticamente il target di lettori.

La trama di base sarebbe però molto buona e interessante, soprattutto per chi vuole approfondire argomenti quali Olocausto, nazismo, seconda guerra mondiale.Una lettura che potrebbe dare molto al lettore, ma che in realtà lo mette in difficoltà nel seguire i vari cambi di scena. Lo smarrimento che ne deriva sfocia in delusione e affaticamento; induce a valutare l’opzione di passare ad altro.

Due giovani studenti trascorrono un anno sabbatico in un appartamentino a Parigi. L’io narrante appartiene ad un ragazzo di origini partenopee che ripercorre i fatti culminanti nella sparizione del coinquilino Ignazio. Il ragazzo stava coltivando l’amicizia con Wieserth, un tedesco conosciuto durante una visita alle catacombe parigine, dove faceva la guida abusiva. Attraverso una serie di briciole lasciate sotto forma di racconti, come in una versione attuale della fiaba di Pollicino, Ignazio scopre di avere davanti a sé il capitano delle SS Christian Wirth, autore dello sterminio di ebrei tramite il monossido di carbonio.

Come da una scatola senza fondo usciranno figure come Eichmann, il comandante di Auschwitz Hoss, e il dottor Mengele affascinato dai gemelli, ma anche il pedagogo Korczak e il chimico ebreo Gerstein creatore del letale gas Zyklon B. In una spirale di crimini efferati e testimonianze ritrovate in biblioteca, si giungerà ad un finale agitato ma prevedibile, in cui Ignazio si presuppone compia un gesto estremo prima di eclissarsi. In particolare sarà l’aneddoto letto nel diario di Gerstein che farà scattare in lui la molla dell’ira, di un bambino che prima di entrare nella casetta dove verrà gassato, raccoglie da terra un filo di corallo rosso che simboleggia nelle tradizioni di paese un portafortuna, e lo terrà stretto fino all’ultimo istante di vita, un po’ come il cappottino rosso di Schindler’s List.

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Eva contro Eva

Yewande Omotoso, La signora della porta accanto, tr. Natalia Stabilini, 66thand2nd, pp. 249, €16,00 stampa, €7,99 eBook

recensisce VALENTINA MARCOLI

Non potrebbero essere più lontane tra loro le due donne protagoniste del romanzo di Yewande Omotoso, classe 1980, nata nell’isola di Barbados, cresciuta in Nigeria e trasferitasi successivamente in Sudafrica. Dopo essersi aggiudicata il South African Literary Award per la migliore opera d’esordio nel 2011 con Bom Boy, con questo secondo romanzo è entrata nella longlist del Baileys Women’s Prize for Fiction 2017 ed è tra i finalisti dell’International Dublin Literary Award 2018. Insomma la signora ha intenzione di dare del filo da torcere ai colleghi.

Hortensia, donna di colore e “guru del design”, che si è trasferita col marito bianco dall’Inghilterra a Città del Capo, è la prima voce che ascoltiamo aprendo il libro. Il suo matrimonio con Peter è naufragato anni fa, la malattia di lui lo costringe ad una degenza silenziosa nel letto di casa, accudito solo da infermiere sconosciute, e sulle spalle di lei pesa il fallimento di non avergli dato figli.

Marion, donna bianca e architetto di successo, vive al numero 12 di Katterijn Avenue, in compagnia del suo bassotto Alvar e della domestica di colore Agnes. Non ha resistito al fascino dell’italiano Max Agostino che dopo averla sposata e fatta vivere nell’illusione della bella vita, alla sua morte la lascia con quattro figli con cui ormai non parla più, e un sacco di debiti.

Ecco, ora immaginatevi la scena: al numero 10 di Katterijn Avenue abita Hortensia, infinitamente scontrosa, che odia la gente, disprezza i giovani e soprattutto non tollera il razzismo e la saccenza di Marion, con cui ha continui battibecchi. Alla morte del marito Peter viene a scoprire di una relazione adulterina da cui è nata Esme, ormai quarantenne, con cui dovrà far conoscenza per impossessarsi di parte dell’eredità. L’ultima ripicca di un marito arrabbiato. Al contempo durante alcuni lavori di ristrutturazione al numero 10, il primo progetto realizzato interamente da Marion, una gru demolisce accidentalmente parte del numero 12, ferendo anche Hortensia.

Le due vicine nemiche si vedranno costrette ad una convivenza che le ridurrà ad esporre le loro fragilità obbligandole a raccontarsi delle verità scomode. Ma sarà proprio da questa esperienza che le due anziane signore riusciranno a creare una complicità intelligente fino a deporre l’ascia di guerra. Da queste pagine fuoriesce comunque una forza che solo certe donne hanno, un livello di determinazione tale che ha permesso loro di raggiungere obiettivi impensabili per l’epoca. Uno straordinario romanzo causticamente umoristico, schietto, genuino sulle donne, per le donne.

https://www.66thand2nd.com/

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Favola nera

Massimiliano Governi, Il superstite, Edizioni E/O, pp. 132, € 14,00 stampa

recensisce VALENTINA MARCOLI

Superstite dal latino superstes, ossia stare sopra. Ecco chi è il protagonista di questo breve ma intenso romanzo dalla struttura scheletrica ed essenziale. Il suo nome non viene mai pronunciato, ed è lui che racconta in prima persona il suo bagaglio di emozioni di fronte ai fatti accaduti. Con la figlioletta di due anni in spalla arriva alla casa accanto dove abitano i suoi genitori, suo fratello e sua sorella, ma ciò che trova ad accoglierlo non è lo scenario che si sarebbe aspettato. Un massacro, uno scempio che riporta subito alla memoria i fatti descritti in A sangue freddo di Truman Capote, libro più volte citato. Questa cittadina del nord Italia volutamente non ben precisata però, potrebbe essere qualunque posto in cui regnano la violenza e la ferocia, e il giornalista che affianca l’uomo da quel momento in poi, lo sa bene.

I colpevoli, due nomadi slavi, verranno poi scovati e acciuffati, ma tra zio e nipote, il più vecchio verrà processato e condannato mentre il più giovane si suiciderà. Al processo che si svolge in Serbia, l’uomo verrà accompagnato dal giornalista che sta scrivendo un libro sulla sua vita e che lo accompagnerà successivamente anche sulla tomba dell’assassino, visita avvenuta anni dopo. È il desiderio di vendetta che dal momento del ritrovamento dei corpi permea le pagine, pervade tutti i pensieri dell’uomo e riempie le sue giornate diventando quasi un’ossessione. È la benzina che lo estrania dal dolore, dalla malattia e dalla lontananza della moglie e di sua figlia che si trasferiranno poi in America.

Il pensiero costante che si cela tra le righe del romanzo attanaglia il superstite fin da subito, ed è una riflessione che lui stesso scorge tra gli appunti del giornalista: “Quell’uomo aggredito e invaso dalla cancellazione della sua famiglia. Ero io eppure non lo ero. Tutto sembrava vero e falso allo stesso tempo. Ma forse è così che si scrivono i libri. Forse è così che accade la realtà.” Una persona che assiste impotente allo sterminio dei propri cari dunque, come può provare di essere mai nato?

Pagine che bruciano di una verità sconcertante, una scrittura tesa, forte, e una visione lucida della follia di un estraneo che ha deciso per te. Con un finale vagamente dolce che riporta un po’ di pace e speranza nel cuore, se non altro del lettore.

https://www.garzanti.it

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Malinconia d’agosto

Mauro Fabi, La cantina, Avagliano editore, pp. 158, € 15,00 stampa

recensisce VALENTINA MARCOLI

L’estate ormai è giunta, temperature torride si fanno costanti su tutto il territorio nazionale e la maggioranza degli italiani è in procinto di partire per le tanto attese vacanze. Ma quanti di noi, per chi li ha vissuti, si ricorda com’erano gli anni Settanta? Ebbene, ce lo ricorda Mauro Fabi, giornalista, scrittore e poeta, nella sua ultima fatica letteraria: La cantina.

Siamo nell’agosto del 1976 in una Roma praticamente deserta. C’era ancora la lira e si poteva fumare ovunque. Quand’eri fuori casa, per telefonare cercavi disperatamente una cabina o un bar munito d’apparecchio. Eh già, ci scordiamo talmente in fretta di quei dettagli che ci hanno accompagnati per anni, che quando qualcuno ce li ricorda, fatichiamo a crederci e lo stupore affiora sul nostro volto.

Questo romanzo è un noir, ma solo in superficie. È la scusa che ognuno di noi ha per spiare nella vita di un’altra persona e usarla per riflettere sul nostro presente. Il commissario Raimondi sta per partire per la Sardegna, dove ad accoglierlo ci sarà la sua amante Dora, quando viene chiamato per risolvere un caso di scomparsa. Giulio Spadoni è sceso in cantina per recuperare il canotto del figlioletto e godersi una giornata di mare con la sua famiglia, ma da quel momento di lui si perde ogni traccia. Raimondi sa che per trovarlo deve osservare i pochi indizi a sua disposizione: l’indifferenza della moglie, i ricordi felici di una vita inscatolati e quasi nascosti, per la serie “lontano dagli occhi lontano dal cuore”, ma soprattutto la sua preziosissima collezione di fumetti di Phantom, l’uomo mascherato.

In fondo, non è quello che tutti gli insoddisfatti cercano di diventare, dei fantasmi? Non cercano di sparire, di allontanarsi da problemi e preoccupazioni? Ed è partendo da questa riflessione che la mente del commissario inizia incessante ad arrovellarsi, analizzando la vita di Spadoni e ponendola come termine di paragone per la propria. La sua storia con Dora iniziata qualche hanno prima lo rende davvero felice oppure è giunto il momento di dirsi addio? Le forti emicranie che lo costringono a letto sono un segnale del corpo che lo sta avvertendo di rallentare, o sono presagio di un male oscuro?

Forse Spadoni ha colto la palla al balzo per rifarsi una vita più soddisfacente altrove; ma questo non lo sapremo mai. Ciò che sappiamo invece è che Raimondi ha da subito stimolato nel cuore del lettore un senso di protezione, anche se qualche ceffone glielo tireremmo volentieri per la sua arroganza. Una vita abitudinaria e vuota di reali motivazioni lo stanno facendo scomparire, lentamente, fino al finale che arriva in maniera malinconica a spezzare il fiato.

http://www.avaglianoeditore.it

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Lost in Japan

Marco Paracchini, Il numero 4, Tabula fati editore, pp 147, € 13,00 stampa

recensisce VALENTINA MARCOLI

Kenzo Tanaka è la creazione di Marco Paracchini, un novarese che di Giappone ne sa veramente molto. Storyteller, sceneggiatore, regista e docente, oltre che scrittore, Paracchini ha saputo condensare nella figura del suo personaggio principale le caratteristiche riconoscibili di Dylan Dog, Sherlock Holmes e James Bond, dando così vita ad un mix perfetto. Tanaka è un ex poliziotto di padre italiano e madre giapponese, che ha fama di essere il più brillante investigatore privato di tutta la nazione, sciupafemmine e un po’ arrogante ma dalle intuizioni geniali.

Nel Numero 4 sono descritti tre casi da leggersi in ordine poiché in ordine cronologico sono stati disposti, e divisi come fossero atti di una stessa opera. Il primo caso vede Tanaka alle prese con una misteriosa serie di omicidi corredata da avvistamenti UFO. Parte tutto con la morte di un giovane giocatore di baseball per un incidente d’auto, la seconda morte è quella del padre del ragazzo per un diabete fulminante, mentre la terza vittima è l’allenatore della squadra di baseball, catalogata come infarto. Possibile ci sia un legame tra queste morti in tempi così ravvicinati? E gli avvistamenti UFO nella zona di Fukushima, sono reali oppure suggestioni? E cos’è quest’ossessione per il numero 4 che si ripete di continuo? A questa lunga serie di domande il nostro eroe riuscirà come sempre a dare una risposta, uscendo però con qualche osso rotto.

Ed è proprio dall’ospedale che parte la narrazione del secondo caso che Tanaka racconta a Hiroshi, suo giovane assistente. Un caso che riguarda traffici illeciti e forse ha anche qualche legame con la yakuza, la mafia locale. Un corpo sfigurato arriva al medico legale e viene, sulla base di alcuni indizi, identificato come Makoto Ojiwara. La tesi principale riguarda la maledizione del Kappa, mostro folkloristico in grado di commettere atti di indicibile orrore. I due ex soci di Ojiiwara in che modo sono coinvolti? I Kappa esistono davvero? Ma soprattutto chi è l’infiltrato nella polizia che mischia le carte in tavola? L’arguzia e lo spirito di osservazione salveranno la pelle a Tanaka anche in quest’occasione.

Ma se è vero che la parte migliore della cena si trova sempre alla fine, è così che Paracchini ha deciso di concludere il libro e congedarsi dal lettore, tenendosi per la conclusione la ciliegina sulla torta che conquisterà anche i più scettici sul genere. Una donna bellissima assume Tanaka per indagare sulla morte del marito (la vittima numero 4, numero che ricorre a partire dal titolo) ucciso con una freccia che gli ha sfondato il cranio. Anche per precedenti omicidi il modus operandi è lo stesso, e si inizia a parlare della maledizione dell’arciere, antico guerriero tornato a seminare terrore. La storia però non convince Tanaka che brillantemente collegherà il nome delle frecce (Leone, Chimera, Tifone e Zeus) alla mitologia greca, sbrogliando così la misteriosa matassa.

Paracchini ha una costruzione della struttura narrativa praticamente perfetta, e nonostante qualche errore sfuggito all’editor, la lettura è scorrevole e chiara grazie anche alle note esplicative dei termini nipponici. L’ambientazione per un italiano non è di facile approccio ma l’autore, forte della sua esperienza, si districa tranquillamente nei labirinti di una cultura affascinante ma ostica senza cadere nel banale.

http://www.edizionitabulafati.it

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Pablo Simonetti e le sue vite vulnerabili

Durante l’ultima edizione del Salone del Libro di Torino, tenutasi lo scorso maggio, tra i mille volti che hanno percorso i corridoi e incontrato i lettori nelle sale apposite c’era anche un autore cileno, Pablo Simonetti che ha presentato una splendida raccolta di racconti, Vite vulnerabili (Lindau Editore), già recensita su PULP Libri. Abbiamo fatto quattro chiacchiere con lui, constatando con piacere di avere a che fare con uno scrittore molto umano.

intervista VALENTINA MARCOLI

 

Trovo la scelta della copertina molto adeguata ai suoi racconti. E’ una cosa su cui ha avuto voce in capitolo?

No, è stata un’idea di Ezio Quarantelli, direttore editoriale. Colori e composizione richiamano pienamente il tenore del libro. Trovo che questo ritratto di Schiele rappresenti pienamente lo spirito generale dei personaggi.

Un autore italiano di racconti ha descritto questa particolare forma narrativa come “sfere di mercurio che proprio quando pensi di tenere salde in mano poi ti sfuggono”. Concorda oppure descriverebbe il racconto in altro modo?

C’è un saggio scritto da Emanuela Cocco (pubblicata su L’irrequieto) con cui concordo, secondo il quale che i miei racconti sono epifanie sensibili, legate alla tradizione epifanica di scrittori come Joyce e Cheever, racconti che hanno una dimensione sensibile, racconti in cui i personaggi vivono una rivelazione e al tempo stesso fanno un esercizio alla sensibilità. Li descrive come un esame interiore dei personaggi che dà luce ad una concezione nuova che cambia la comprensione del loro mondo.

Possiamo descrivere i racconti anche come un corto cinematografico?

Certo, io sono molto fotografico, molto visuale. Ho imparato ad esserlo leggendo Italo Calvino, in particolare Lezioni americane. Sei proposte per il prossimo millennio, un saggio in cui il principio estetico fondamentale è dato da fattori come la visibilità che io traduco come visualità, ma nel testo è inteso come visibilità, rapidità, consistenza, molteplicità, esattezza.

Ho letto i suoi racconti fino all’ultima parola con foga, ma sono rimasta con un’incognita sul loro prosieguo. Nella sua testa mentre li scrive, continuano oppure una volta messo il punto terminano?

In quanto racconti epifanici, la luce di quello che stiamo vivendo cambia, ma non necessariamente una storia termina nella forma tradizionale, però è chiaro che il lettore possa percepire un proseguo della storia. Quello che mi interessa davvero è descrivere il momento che il personaggio sta vivendo.

Ha mai pensato di scegliere uno di questi racconti e tramutarlo in un romanzo?

Questi racconti in verità sono la prima stesura di molti dei miei romanzi. Per esempio “Nozze d’oro” potrebbe essere la parte finale di un romanzo che ho scritto tempo prima, o lo stesso “Il Giardino di Boboli”. Sono racconti indagatori che ho usato come terreno di coltura per dare vita ad altre storie similari ma di qualità migliore, e i personaggi sono molto profondi e riflessivi.

Di Vite vulnerabili qual è la sua vita preferita?

“Santa Lucia”. Forse per la tensione e l’emozione con cui l’ho scritto, perché a questo racconto si può dare una lettura psicanalitica e politica, perché parla della storia del Cile e delle sue tradizioni. Al tempo stesso c’è l’elemento dell’anonimato, della notte. Insomma, è un racconto particolarmente ricco a cui si può dare una molteplice lettura.

Mi riferisco ora al racconto “Peter Faraday” in cui un traduttore ha a che fare con uno scrittore da lui molto amato ma l’epilogo non è tra i più lieti. Racconto meraviglioso, uno tra i miei preferiti, ma mi sorge spontaneo chiederle come si è rapportato al suo traduttore. Ci sono delle connotazioni autobiografiche?

No, non c’è nulla di autobiografico. Io sono autore e traduttore. Vivo entrambi i ruoli. Credo che quando i personaggi sono molto infelici e insoddisfatti della loro vita e vivono un’infatuazione violenta nei confronti di qualcuno, significa che in fondo vorrebbero essere quella persona. Sono scarichi di forza vitale e di conseguenza si innamorano della forza vitale degli altri, le invidiano perché sanno da dove provengono e cosa vogliono essere. Il mio obiettivo era proprio quello di raccontare questa identificazione violenta.

Ma il suo traduttore l’ha conosciuto?

No no, però trovo che abbia fatto un ottimo lavoro, me lo dice molta gente; il traduttore ricopre un ruolo fondamentale perché deve far funzionare la macchina narrativa, ha mantenuto l’impronta che volevo dare ai racconti.

Nel video sul sito di Lindau edizioni, ha dichiarato che qualche racconto ha vinto dei premi e ricevuto critiche positive ma ha anche creato qualche polemica. Può essere più specifico?

“Peter Faraday” e “Santa Lucia” hanno vinto un premio ciascuno, però è stato quando ho pubblicato “Santa Lucia” che si è innescata la polemica perché la rivista su cui era uscito, una pubblicazione paragonabile per importanza nazionale a La Stampa o al Corriere della sera, mi ha comunicato di non poter più pubblicare questo racconto per una questione di censura. A quel punto i lettori, incuriositi, si sono divisi in pro e contro la pubblicazione ma il fatto che se ne parlasse ha invogliato tanti a leggerlo.

La sua scrittura è perfetta, pulita, netta, decisa. Sembra quasi di uno scrittore statunitense.

I cileni hanno in realtà una tradizione di scrittura molto parca, semplice, precisa ed elegante. Altri scrittori sudamericani invece hanno una struttura molto barocca, altisonante ed esagerata. Questo perché in Cile si vive molto il senso del limite del linguaggio e del contenuto, c’è quasi un’espressione selvatica. Neruda ad esempio era un portento ma la sua forza verbale stava nella tecnica.

Ci sono scrittori che sono dei maestri nel genere horror o drammatico ma nella vita sono persone spassose. Viceversa ci sono autori che combattono la loro malinconia scrivendo romanzi comici. Lei appartiene a queste categorie oppure riversa l’umore di quando scrive nel momento stesso della stesura?

In società mi mostro sempre al meglio, cordiale e sorridente, ma quest’atteggiamento di disadattamento proprio dei miei personaggi in fondo deriva dal mio cuore. Semplicemente io riesco a contenerla e a nasconderla con i miei modi gentili.

Vuole aggiungere qualcosa, lasciare un messaggio ai lettori di PULP Libri e all’Italia?

L’impero del successo e del consumo, l’impero della sicurezza economica sono imperi che hanno vita breve in cui comunque, alla fine, prevale la nostra sensibilità vulnerabile. Se fossimo capaci di mostrare le nostre debolezze, se fossimo capaci di riconoscerle allora quella potrebbe essere l’occasione per un avvicinamento tra tutte le persone.

 

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Omaggio al Re

Joseph Incardona, Lonely Betty, tr. Lisa Ginzburg, NNE Editore, pp. 101, € 15,00 stampa, € 5,99 eBook

recensisce VALENTINA MARCOLI

Joseph Incardona, di madre svizzera e padre siciliano, ha da poco pubblicato un nuovo romanzo con NNE Editore con cui aveva già collaborato in passato per La metà del diavolo, un noir ambientato nel non-luogo che sono le autostrade. Per questa nuova storia, che più che un romanzo può considerarsi un racconto lungo distribuito nelle sue scarse cento pagine, Incardona ha deciso di omaggiare il Re, e cioè nientemeno che Stephen King, coinvolgendolo come personaggio.

La vicenda è ambientata a Durham, una piccola cittadina del Maine: siamo alla vigilia di Natale e la neve ricopre tutto. La vice sindaco Sarah Marcupanni è costretta ad occuparsi della cerimonia in onore dell’insegnante storica del posto, ricoverata in una casa di riposo. Betty Holmes si appresta a diventare centenaria e al culmine della festa, nel momento dello spegnimento delle candeline, oltre a dare di stomaco sulla torta, l’anziana signora dopo una pausa durata cinquant’anni, apre bocca e la frase che pronuncia lascia di stucco gli astanti.

Nella sua carriera d’insegnante vi è infatti un evento tragico che riguarda la sparizione dei tre fratelli Harrys, affidati alla sua custodia e mai ritrovati. Delle indagini si era occupato il tenente John Markham, ora in pensione, ed è proprio con lui che Betty chiede di parlare per avvisarlo di essere in possesso della chiave del caso e di sapere dove sono sepolti i ragazzi. L’informazione le giunge da un tema di un suo ex alunno, compagno di classe degli Harrys all’epoca dei fatti, e attualmente residente a Bangor.

L’informatore è Stephen King ,che secondo Betty è il tramite del diavolo; quest’ultimo lo informa di crimini efferati e brutali che vengono commessi nel circondario, attraverso lo shining di cui King è dotato, e da cui trarrà ispirazione per il romanzo omonimo e quelli successivi. L’epilogo è tiepido e un po’ deludente, con l’ex tenente che bussa alla porta dello scrittore che a questo punto narra in prima persona, raccontandogli dell’insegnante e delle sue teorie strampalate.

La storia sulla carta era abbastanza buona, lo svolgimento non le ha però reso merito, con troppi personaggi che aggrovigliano inutilmente il racconto, confondendo il lettore. Dialoghi suonano poco verosimili e volgari. L’omaggio al Re sembra troppo macchinoso e anche la parte della sparizione dei fratelli Harrys non viene per nulla approfondita. Arrivati al termine del libro si ha la sensazione che tutto sia stato creato ad hoc per infilarci il nome illustre, cosa che avrebbe avuto senso solo sviluppando il resto del racconto.

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