Tutti gli articoli di Roberto Sturm

Vite solo apparentemente comuni

Gina Berriault, Piaceri rubati, tr. Francesca Cosi e Alessandra Repossi, Mattioli 1885, pag. 208, €14,00 stampa

recensisce ROBERTO STURM

La casa editrice romagnola continua a stupirci: la foto in copertina di Piaceri rubati è davvero notevole, una vera opera d’arte in linea con la straordinaria qualità grafica cui siamo abituati. Non è neanche da sottovalutare la qualità dei testi proposti: oltre ad aver portato in Italia Andre Dubus, uno dei più grandi scrittori di short stories, ci ha fatto conoscere autori del calibro di Don Robertson e Charles Baxter, che ci hanno regalato vere e proprie perle letterarie. Un plauso dunque a Mattioli 1885 per il lavoro di ricerca di testi che, senza di loro, non sarebbero forse mai approdati nel nostro paese.

La curiosità verso questa prima pubblicazione italiana di Gina Berriault (1926 – 1999) è nata dal comunicato dell’ufficio stampa della Mattioli: gli undici racconti di Piaceri rubati sono stati definiti da Andre Dubus, Richard Ford e Richard Yates come scritti da una delle migliori autrici americane. Non sono nomi qualsiasi – tra l’altro sono tra i miei scrittori preferiti –, per cui non ho potuto fare a meno di leggerli.

Nel 1996, un’antologia in cui erano inseriti anche questi racconti, ha vinto tre importanti premi letterari in America: considerata dalla critica, amata dagli scrittori, Gina Berriault non ha mai avuto un grande successo di pubblico. Una delle ragioni plausibili, ipotesi che formulo dopo aver letto il libro, è che questi racconti sono stranianti: lasciano al lettore un senso di angoscia, scoprono senza pietà vite apparentemente comuni che nascondono baratri di indifferenza, macerie di mondi interiori. L’incomunicabilità di sentimenti che traspare è assoluta, le sensibilità sono nascoste da una freddezza utilizzata per difendersi dall’esterno.

L’asprezza della scrittura riporta allo stile micidiale di Fleur Jaeggy, le situazioni vissute dai personaggi ai racconti impietosi di Carver. Ma Gina Berrault ha uno stile peculiare, tutto suo, che la porta a descrivere minuziosamente gli stati d’animo dei protagonisti, i loro gesti, a delineare in maniera precisa l’ambiente che ospita la scena, a scrivere dialoghi duri con parole che pesano come macigni. È un mondo senza compassione quello che ci descrive, in un’America che sta perdendo il proprio sogno e quello della maggior parte delle persone che ci vivono. Emarginati o ai margini di una società che li esclude, che preferisce non comprendere e non indagare piuttosto che trovarsi di fronte a un problema da risolvere, a un’esistenza da risollevare.

Che si tratti di un senza tetto che frequenta una biblioteca, di un uomo che torna a vistare i genitori separati dopo anni di lontananza, di un anziano che esce di casa solo con un po’ di bagnoschiuma addosso per minacciare una donna, della ricerca, da parte di uno scrittore, di un fantomatico e famosissimo personaggio, di un bambino che uccide fortuitamente il fratello maggiore non ha troppa importanza. Sono (siamo) tutti disperati, chiusi in una realtà personale che ci impedisce di scorgere i particolari più intimi di chi ci troviamo di fronte: partner, genitori, figli o amici che siano. Eppure basterebbe poco, sembra volerci dire l’autrice, per tirarli fuori dall’inferno, magari ascoltare con più attenzione. Ma nel libro, come spesso nella vita, non accade mai.

https://mattioli1885.com/

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Il palcoscenico della provincia

Donato Andreucci, Nel Blue, Italic, pp. 148, €16,00 stampa

recensisce ROBERTO STURM

Donato Andreucci, sessantasettenne di Osimo, è al suo terzo romanzo. Come nei suoi precedenti, sempre pubblicati da Italic, e come altri autori marchigiani, ha scelto per palcoscenico della sua storia la provincia: il motivo di questo luogo d’elezione comune va forse ricercato nel fatto che le Marche sono un susseguirsi di piccoli centri, di città di dimensioni ridotte (Ancona, capoluogo di regione e città più popolosa, conta poco più di 100.000 abitanti) caratterizzati da una mentalità molto provinciale.

È questa eterna provincia, con i suoi personaggi e i comportamenti spiati dai vicini di casa, con una solidarietà mai troppo disinteressata, con il tempo che scorre più lentamente rispetto alle metropoli, con i pettegolezzi sulla bocca di tutti, a essere un osservatorio ideale. Come lente di ingrandimento, Andreucci usa un bar al centro di una piccola cittadina, il Blue, che nasce sulle ceneri di una serie di locali che hanno chiuso i battenti nel corso degli anni. Lì si incontrano quotidianamente i due protagonisti, Celestino, orologiaio sessantenne con l’hobby della fotografia e Leonardo, alle soglie dei settanta, ex giornalista in pensione. Tra una birra e un gin tonic, la loro attenzione si rivolge ai ragazzi più giovani. Non nascondono il loro interesse, non camuffano le loro voglie: si rendono conto che l’avanzare dell’età concede e concederà loro sempre meno occasioni ma non si arrendono, anche a costo di coprirsi, agli occhi degli altri, di ridicolo.

Celestino e Leonardo sembrano voler ribadire a se stessi, più che agli altri, che finché c’è vita l’amore, la passione, il desiderio e le pulsioni non invecchiano, tanto che Celestino, a un certo punto, parte per l’Olanda seguendo il suo ennesimo amore, un giovane musicista. È la musica, insieme a citazioni letterarie mai usate a sproposito o con ostentazione, uno dei fili conduttori del testo: ogni breve capitolo, simile a un’istantanea, ha il titolo di una canzone, il cui testo sarà citato nella narrazione. Una playlist che dagli anni quaranta ci porta fino a oggi, che passa dal rock alla canzone d’autore, dal pop alla musica leggera, e insieme ai flashback dei protagonisti, riporterà il lettore a momenti storici diversi.

Celestino, il più istintivo tra i due amici, vive col rammarico di non essere il figlio che il padre avrebbe voluto, e per questo pensa di non essere amato: quando il padre muore, proprio nel modo in cui lui gli aveva augurato, il senso di colpa lo assale e si confida con Leonardo. Ma nonostante non condividesse il comportamento del figlio omosessuale, suo padre lo amava come ogni padre ama il proprio figlio.

Ci sono tanti personaggi nel romanzo che rincorrono la felicità, come Anita, una ragazza del posto che si innamora di Asad, un giovane eritreo, di cui rimarrà incinta convinta di aver trovato finalmente l’amore. Ma Asad se ne va, e quando Celestino, senza mezzi termini, le chiede perché voglia tenere il bambino, lei non trova di meglio di rispondergli che chiamerà il figlio come il padre. Tutti ricercano la felicità, e quando sembra a portata di mano lei riparte senza essersi fermata a lungo, come dice una canzone di Lucio Dalla citata dall’autore.

Nel Blue racconta la storia di un paese, la sua graduale e costante globalizzazione che lo rende multietnico, i sentimenti che animano i frequentatori del bar, donne e uomini alle prese con i propri problemi e i propri sentimenti, soli o con persone che non amano o non le amano, con uno stile essenziale e con un lavoro di sottrazione evidente. E il finale, con Leonardo che dopo la partenza di Celestino resta in balia dei ricordi, con un unico amico, e vittima di malattie che ne minano l’autonomia non è comunque senza speranza, ma ha sapore agro con un forte e persistente retrogusto dolce. Perché la vita, in ogni caso, va vissuta.

http://www.italicpequod.it/

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Da una gabbia all’altra

Emanuela Canepa, L’animale femmina, Einaudi, pp. 260, € 17,50 stampa, € 9,99 ebook

recensisce ROBERTO STURM

Gli autori esordiscono spesso con case editrici minori: generalmente sono le sole che investano su nomi sconosciuti. D’altra parte gli aspiranti scrittori si rivolgono ai piccoli editori perché hanno più possibilità di essere valutati. Sanno, le piccole case editrici, che gli autori che raggiungeranno un certo numero di vendite, che saranno protagonisti di piccoli boom editoriali, verranno fagocitati dalle major; ma la gratificazione di scoprire nuovi talenti va, in questo caso, al di là di quella economica. (Non so se sia completamente vero, ma molti addetti ai lavori affermano che le grandi case editrici non leggano il materiale che ricevono.)

Emanuela Canepa, cinquantenne che vive a Padova guadagnandosi il pane come bibliotecaria, esordisce invece con Einaudi, invertendo il ragionamento precedente, forse perché con L’animale femmina ha vinto il Premio Italo Calvino 2017 – ma anche perché il suo romanzo vale.

Rosita, una ragazza di un piccolo paese del sud, si trasferisce a Padova per frequentare Medicina. Lo fa per scappare dalla gabbia in cui si sente rinchiusa dalla madre, tipica vedova della zona che riversa sulla figlia tutte le attenzioni, che pretende riconoscenza per gli sforzi fatti per aiutarla, che la vorrebbe vedere sposata con un ragazzo del posto, che non capisce perché voglia studiare. Rosita fugge da una gabbia per trovarsi in un’altra: dopo sette anni vive in un appartamento diviso con altre ragazze, lavora in un supermercato il cui stipendio le dà il minimo indispensabile (e a volte neanche quello) per la sopravvivenza e una turnazione che le impedisce di seguire i corsi universitari. Il suo percorso accademico è fermo da alcuni anni.

Rosita resiste ai reiterati tentativi telefonici della madre di farla tornare in paese, che più che una sconfitta vedrebbe come un abbandono definitivo della vita e quando riconsegna un portafoglio che contiene tessere di supermercato e bollette pagate, la sua esistenza sembra essere a una svolta. La carta di identità dice Larisa Jarmolenko, che si rivelerà essere la domestica dell’avvocato Ludovico Lepore, uno dei più famosi e ricchi di Padova. L’avvocato, un uomo anziano che ha lasciato parecchi clienti per seguirne pochi, misogino e austero, spesso enigmatico e sempre scontroso, le offre un posto part time come segretaria nel suo studio. Non è per riconoscenza, le chiarisce subito, non le darà facilitazioni particolari: lo fa semplicemente per aiutarla nello studio. Rosita prende tempo, sospetta che dietro l’offerta ci sia qualcosa di poco chiaro ma alla fine accetta: l’occasione è troppo ghiotta.

Non sa che da una gabbia ne entrerà in un’altra ancora: Lepore le starà con il fiato sul collo, non le risparmierà momenti imbarazzanti e situazioni professionali difficili, mai di natura sessuale. Vivranno in uno stato di perenne scontro, e se all’inizio Rosita non esprime le sue idee per paura di perdere quel lavoro che le consente di andare avanti con gli studi, lentamente acquisirà la consapevolezza che le permetterà di ribattere alle provocazioni dell’avvocato con personalità.

Quello che rende originale e interessante una storia che potrebbe sembrare già sentita, è il modo in cui la protagonista si emancipa, il ritratto psicologico che ne fa l’autrice usando gli altri personaggi – Dina, la collega del supermercato e migliore amica di Rosita; la Callegati, avvocato che lavora nello stesso studio di Lepore, donna bellissima, indipendente, disinibita ed egocentrica; Maurizio, un uomo sposato con cui Rosita ha una relazione – per presentarci uno spaccato della nostra Italia e il percorso di una ragazza che diventa donna facendo tesoro delle esperienze che vive.

E nel finale, secondo me un po’ troppo veloce rispetto al respiro ampio del romanzo, forse l’unica imperfezione del romanzo, tutte le tessere del mosaico troveranno il loro posto. Uno stile dinamico, una narrazione con un ritmo cadenzato alla perfezione, senza cali di tensione, una storia di una donna di oggi che, nonostante tutti i diritti presumibilmente raggiunti, deve farsi strada a colpi di gomito per completarsi.

http://www.einaudi.it

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Famiglie rovinate

Giampaolo Simi, Come una famiglia, Sellerio Editore, pp. 432, €15,00 stampa, €9,99 ebook

recensisce ROBERTO STURM

Nonostante segua da tempo e abbia sempre apprezzato Giampaolo Simi, non avevo ancora avuto l’occasione di recensire un suo romanzo. Ho avuto la possibilità di incontrare lo scrittore toscano durante l’ultima presentazione del suo precedente romanzo, La ragazza sbagliata, in un paese dell’entroterra marchigiano, pochi giorni prima che uscisse questo libro. Durante la cena si è parlato del più e del meno, dalla politica allo sport, dal cinema alla letteratura e Simi non si è risparmiato: dotato di profonda cultura, possiede una capacità di chiarezza straordinaria e una disponibilità che ne fanno una persona speciale. Non è difficile annoverarlo tra i migliori scrittori italiani: la semplicità quasi disarmante con cui mette in pratica il suo talento è propria dei grandi.

Difficile relegarlo dentro un’etichetta, perché se è vero che scrive noir, è anche vero che lo fa con un orizzonte narrativo molto ampio. I metodi di indagine sulla società odierna precisi e profondi, i personaggi calibrati nelle loro singolarità, lo stile limpido e scorrevole, la ricerca incessante del vocabolo giusto, l’evidente documentazione sui temi che tratta concorrono a formare testi che col tempo si sono sempre più arricchiti di qualità.

La storia decolla subito con un incipit straordinario, e porta il lettore in una Versilia dove Simi si muove con naturalezza, una provincia che potrebbe essere in qualsiasi parte d’Italia, tra persone comuni che potremmo incontrare in ogni momento della giornata o essere noi stessi.

In Come una famiglia tornano personaggi del romanzo precedente e se ne aggiungono di nuovi. Dario Corbo è un ex giornalista, separato dalla moglie Giulia e con un figlio, Luca, diciottenne, che sta per fare il grande salto nel calcio professionistico. Dario adesso lavora per la fondazione di Nora Beckford, figlia di uno scultore inglese scomparso. Ha scontato quindici anni di reclusione per l’uccisione di una ragazza anche a causa dei servizi giornalistici di Dario, che oggi non è più convinto della sua colpevolezza. Le dinamiche delle coppie in questione non sono chiare, e il coinvolgimento del figlio Luca in un grave episodio di violenza contro una ragazza, durante i festeggiamenti per i risultati della squadra in cui milita, rende esplosivi alcuni sentimenti latenti da tempo. La madre della vittima accusa Luca della violenza, e l’inchiesta assume contorni inquietanti e oscuri, tanto che anche Dario, a un certo punto, dubita dell’innocenza del figlio.

Da qui in poi assistiamo al disfacimento di famiglie di diversa estrazione sociale; alla solidarietà di gruppo, in questo caso omertosa, dei giocatori della squadra di calcio; alla necessità di filmare e condividere le proprie gesta per mero esibizionismo; all’obiettivo del successo come lasciapassare per una vita facile senza troppi sacrifici. Non mancano personaggi ambigui, che sfruttano i ragazzi più talentuosi per i loro tornaconti personali, che non esitano a passare sopra le vite degli altri per concludere i loro loschi affari, che instillano nei giovani giocatori l’idea che il successo personale, che una vetrina da cui farsi ammirare sia la cosa più importante da raggiungere. Non importa con quali mezzi.

Anche e soprattutto Dario Corbo indaga, tornando per necessità al suo lavoro di giornalista di inchiesta: si scontrerà con interessi economici, sotterfugi giuridici, corruzioni e depistaggi che lo porteranno a scoperchiare un mondo, quello del calcio giovanile, che anziché fucina di talenti si rivelerà una replica della società di oggi. Una società che Giampaolo Simi non tiene ai margini, ma che è la vera protagonista del romanzo, con tutti i limiti che la ricerca del successo facile – sia economico che sociale ­– può imporle, con tutte le deformazioni che allontanano soprattutto i giovani da un percorso formativo virtuoso. Una realtà che, a ben vedere, non ha proprio niente di invidiabile.

https://sellerio.it/it/

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Emmanuel vuol chiudere il cerchio

Emmanuel Carrère, Un romanzo russo, tr. Lorenza Di Lella e Maria Laura Vanorio, Adelphi, pp. 283, € 19,00 stampa, € 8,99 ebook

recensisce ROBERTO STURM

L’autobiografismo è una speculazione letteraria comune a molti autori che l’hanno scelta per parlare di altro: sviluppo tecnologico, conquista di diritti civili, trasformazioni politiche, rapporto con la fede e il condizionamento a cui siamo sottoposti tutti, a causa di fattori esterni dalla nostra volontà, sono solo alcuni dei temi affrontati. La letteratura francese, come del resto il cinema dei nostri vicini, è sempre stata all’avanguardia in Europa, e ci ha regalato opere indimenticabili. Emmanuel Carrère, uno degli scrittori francesi contemporanei più conosciuti, fonda la sua narrativa proprio sull’autobiografismo.

In Un romanzo russo tutto nasce dal ritrovamento di un prigioniero ungherese, Toma, in un ospedale psichiatrico di una piccola cittadina russa a ottocento chilometri da Mosca. Il ritrovamento è casuale, gli ungheresi reclamano il loro concittadino che in cinquantuno anni di degenza non ha imparato una parola di russo e non ha mai profferito verbo. I russi dichiarano di non esserselo dimenticato, ma a causa dell’ostinato silenzio in cui l’uomo si è rinchiuso non hanno avuto alcuna possibilità di ritrovare i suoi congiunti. Carrère decide di fare un reportage sull’accaduto per ripercorrere alcune tappe della vita del nonno materno, georgiano, sparito durante la Liberazione dopo aver lavorato per due anni, in Francia, come interprete per gli occupanti tedeschi. La madre non è contenta, come non volesse che il sospetto che il padre fosse un collaborazionista si tramuti in certezza, come volesse considerare chiuso un capitolo che ritiene una macchia sulla propria esistenza. Lui non desiste, come se questa sfida fosse la prova per chiudere finalmente un cerchio che sente aperto, quello delle sue origini.

Decidono di girare un film in quel paese sperduto della landa desolata e apparentemente dimenticata dove è stato ritrovato Toma, quella Kotel’nic dove le povere case, prive di ogni comfort, piccole e malmesse, ospitano persone che si vergognano della loro condizione e della loro povertà. Per questo rifiutano di essere riprese e non vedono di buon occhio la troupe guidata dallo scrittore francese. Pensano che chi vedrà quelle immagini, quella povertà, quella desolazione, quella mancanza di speranza si domanderà come facciano a sopravvivere. Centrale è la figura di Sophie, la donna di cui Carrère è innamorato, con cui il rapporto è complicato nonostante il suo amore sia ricambiato: lei si sente una semplice comprimaria, una figura di passaggio nella vita dello scrittore, che non ama gli amici di lei e non è soddisfatto del suo lavoro come semplice impiegata. Non si sente presa in considerazione adeguatamente, e a nulla servono le rassicurazioni dello scrittore francese.

Il tempo occorrente a Carrère per girare il film, che Sophie passa in Francia, è il tempo che dura la loro relazione: un amore totalizzante, che passa dall’euforia alla disperazione, dal tradimento al risentimento, dalla completa dedizione all’odio. Sophie è incinta, ma di un altro uomo, e rimprovera Emmanuel di essere talmente concentrato su se stesso, di essere talmente pieno di sé da non aver mai preso in considerazione il fatto che lei lo potesse tradire.

Il terzo capitolo è un piccolo gioiello letterario: l’escamotage dello scrittore francese di pubblicare una lettera erotica dedicata a Sophie sul quotidiano Le Monde, il giorno in cui dovrebbe tornare dalla Russia, è un’idea geniale, e anche se non otterrà l’obiettivo che si era prefissato coinvolgerà il lettore.

Il suo tentativo di fare un film a Kotel’nic alla fine avrà successo, anche se la trama e i protagonisti saranno completamente differenti rispetto a quelli che aveva preventivato. Drammi e tragedie, delitti e amicizie cambieranno il rapporto tra la troupe e la popolazione, che si renderà conto che non era lo scopo di Carrère quello di mostrare la loro miseria.

Tra saggio e narrativa, tra autobiografia e storia, tra ricerca delle proprie radici e rapporto tra madre e figlio, tra amore travolgente e risentimento, questo libro di Carrère conferma le indiscutibili qualità di un autore che si mette a nudo e mostra senza vergogna le proprie abiezioni e i propri difetti pur di scendere a patti con una parte di vita di cui si sentiva prigioniero.

https://www.adelphi.it/

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Graffi sulle pagine

Lorenzo Mattotti, Claudio Piersanti, Stigmate, Logos, Collana Illustrati, pag. 200, € 20,00 stampa

recensisce ROBERTO STURM

In attesa dell’imminente uscita del prossimo romanzo di Claudio Piersanti, che mancava dalla scena letteraria da diversi anni, la Logos ha pensato bene di ripubblicare questo lavoro della coppia Mattotti & Piersanti, in un’edizione elegante e raffinata, di dimensioni più grandi delle precedenti, consentendo così di apprezzare maggiormente gli splendidi disegni.

Seguo occasionalmente il fumetto e non perché lo ritenga meno degno della narrativa o della saggistica, ma solo perché il tempo che ho a disposizione per leggere m’impone di avere delle priorità. Ci troviamo di fronte a un’opera dove l’illustrazione e il testo sono di fattura decisamente superiore, una fusione tra disegni e testi straordinaria, una simbiosi che porta il lettore dentro un vortice da cui rimane molto difficile estraniarsi.

Un quarantenne ai margini della società, un barista che si arrangia vendendo sigarette di contrabbando, dedito all’alcol e senza parenti e amici, si sveglia una mattina con il palmo delle mani sanguinanti. L’emorragia non si ferma, l’uomo si reca al pronto soccorso dove viene curato senza risultati. Quando torna, il medico esprime il sospetto che si ferisca da solo, ma altri cominciano a parlare di stimmate. La voce prende campo, i suoi vicini gli portano reliquie da benedire, i propri parenti malati da toccare, gli lasciano ceri votivi che faranno prendere fuoco alla sua casa. Intanto i clienti del bar si lamentano per i bicchieri macchiati di sangue e il suo datore di lavoro lo licenzia. La sua reazione è furiosa, colpisce duramente l’uomo che non si rivelerà uno stinco di santo. Da qui comincia il suo viaggio verso l’inferno, in un mondo che è il nostro, fatto di relitti umani, uomini e donne abbandonati a se stessi dove l’umanità sembra scomparsa dietro un velo di indifferenza e abiezione.

Il protagonista maledice le stimmate che lo hanno portato alla rovina, all’abbandono di una vita meschina ma che pur sempre vita era. E l’amore, come redenzione, come rinascita, gli viene strappato in maniera crudele, come se chi arrivasse alla soglia del baratro non avesse possibilità di rinascita. E lui continua a scendere sempre più a fondo, non riuscendo neanche a togliersi la vita per porre fine alle sue sofferenze. Il finale, che non svelo, dà alla storia altri spunti di riflessione: la fede, la religione, l’emarginazione sociale, il degrado del tessuto urbano, la disonestà e la fragilità umana non sono che alcuni degli aspetti che questa storia vuole affrontare. I disegni in bianco e nero, crudi e crudeli, a volte graffi sulla pagine, altre vortici senza fine, tirano dentro il lettore senza risparmiargli niente, con una spietatezza che spesso è quella della vita. Non aspettatevi sconti, Mattotti e Piersanti non ne fanno a nessuno.

http://illustrati.logosedizioni.it

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Con la ghigliottina in casa

Claudio Piersanti, La forza di gravità, Feltrinelli, pag. 288, € 18,00 stampa, € 9,99 epub

recensisce ROBERTO STURM

Dopo sei anni di silenzio torna sulla scena Claudio Piersanti, uno dei migliori autori della narrativa italiana contemporanea. Scrittore e sceneggiatore – ha condiviso molti film con Carlo Mazzacurati –, è stato per dieci anni direttore di una rivista di neurobiologia e giornalista scientifico per la TV.

Conosco di persona Claudio da molti anni e avendo letto tutta la sua precedente produzione letteraria ho atteso La forza di gravità con impazienza. Ho avuto la fortuna di leggerlo in anteprima, un paio di settimane in anticipo sull’uscita (per questo lo recensiamo due giorni prima dell’uscita), e l’ho lasciato decantare un po’. Non è un libro facile, questo di Piersanti: essenziale e rigoroso, di una pulizia stilistica estrema e precisione chirurgica, con un ritmo che non lascia pause al lettore, getta uno sguardo cinico e implacabile sulla condizione umana e la sua natura. Basta un condominio di una metropoli, all’autore abruzzese, per entrare nelle pieghe dell’animo: Serena è una giovane ragazza che ha perso precocemente la madre e vive con il padre e la zia. Il Professore è un ex insegnante a riposo, dal carattere ribelle e rissoso, che aiuta Serena nello studio, indirizzandola verso la facoltà di Medicina. Ottavio Celeste è un uomo misterioso che parla da solo, che più che apparire scompare, e vive in una casa simile a un castello con una madre maleducata e arrogante.

Serena studia continuamente, prendendosi delle pause solo per portare a passeggio i suoi cani e quelli dei vicini e per andare a trovare il professore. Ha subìto, e verosimilmente dovrà affrontare, interventi chirurgici per correggere una malformazione al mento che non sapremo mai con certezza se sia immaginaria o reale. Il Professore ce l’ha col mondo intero, ha – forse – una figlia che non vede da anni, vive da recluso consultando i suoi libri, non vede nessuno all’infuori della ragazza e ha un passato poco chiaro. A un certo punto decide di costruire una ghigliottina da tenere in casa e da qui nasce una serie infinita di problemi per lui e, di conseguenza, per Serena che gli resta accanto.

La forza di gravità è un romanzo sulla separazione e sulla solitudine, considerate necessarie per crescere, per decidere cosa fare della propria vita. Una riflessione sulle priorità, sui sentimenti e sulla conoscenza, su quel sapere che dovrebbe essere il perno su cui fondare la propria evoluzione e la propria indipendenza. Amore e scienza sembrano combattere una battaglia all’ultimo sangue, come se l’uno escludesse l’altra, e se tutti gli altri personaggi sembrano aver fatto la loro scelta, Serena, nel momento in cui esce dal bozzolo del condominio e della famiglia per frequentare l’università, comincia a porsi delle domande. Solo dopo che Ottavio Celeste e il Professore scompariranno dalla sua vita, capirà quello che effettivamente vuole. E scosterà, definitivamente, i capelli dal volto che aveva sempre coperto per nascondere quel mento che non le sembrava completo.

Claudio Piersanti ci regala un testo con una trama lineare, con personaggi sui generis e situazioni bizzarre, a volte ai limiti della realtà, in cui ogni lettore potrà innestare le proprie esperienze grazie a cui riflettere sulle proprie scelte. Un romanzo che apre vasti fronti interiori, che schiude interrogativi che ci portiamo dentro da chissà quanto: la forza di gravità del titolo sembra essere la casualità che governa le nostre esistenze. Incontri fortuiti e più o meno fortunati che indirizzano il nostro avvenire determinando il nostro vissuto. Non possiamo lasciare niente al caso, non dobbiamo delegare le nostre responsabilità a un fatalismo passivo per sentirci senza colpe. Ogni scelta darà una direzione alle nostre vite, e sta a noi fare quelle migliori. Con quella consapevolezza che solo la conoscenza può darci.

http://www.feltrinellieditore.it

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Tutta la conoscenza del mondo

Oliver Sacks, Il fiume della coscienza, tr. I.C. Blum, Adelphi, pag. 224, € 19,00 stampa, € 10,99 ebook

recensisce ROBERTO STURM

Leggere saggi di divulgazione scientifica che siano fruibili dai non addetti ai lavori non è sempre semplice: trovare un linguaggio che non sia troppo semplicistico e comprensibile, senza che il lettore sia obbligato a ricercare continuamente il significato di termini specialistici, ma sia anche in grado di esporre chiaramente il punto di vista del ricercatore, è un’occasione per chi vuole approfondire tali tematiche.

Nonostante alcune posizioni antiscientifiche trovino oggi credito in un pubblico che non esiterei a definire pericoloso (no vax, seguaci dell’omeopatia), o pressappochista (adepti delle discipline new age, integralisti vegani), credo che l’efficacia di cure e di qualsiasi scoperta debba essere dimostrata empiricamente. Oliver Sacks, scomparso a New York nel 2015, neurologo e psichiatra, ha compiuto le sue ricerche in ambito multidisciplinare, incrociando nei suoi studi, come vedremo in questi scritti che ha lasciato dopo la sua morte, botanica, anatomia animale, chimica, storia della scienza, filosofia e psicologia.

Basando le sue ricerche su osservazioni ed esperimenti, ci offre, ne Il fiume della coscienza, uno sguardo d’insieme sull’evoluzione dell’universo, dell’uomo e dei suoi organi. La coscienza come un fiume perché, afferma lo scienziato inglese partendo da un assunto di James Mill, se fosse discontinua, una sequenza di immagini separate e l’uomo vivesse soltanto il momento presente, senza ricordi, la conoscenza non esisterebbe e probabilmente anche la vita stessa sarebbe impossibile.

I debiti di riconoscenza con Newton, Darwin, Galilei, Einstein e Freud – di cui l’autore ci svela l’inizio di carriera come neurologo –, sono immensi, e se possiamo dire che le loro scoperte, prima o dopo, sarebbero venute alla luce, possiamo anche affermare che la scienza non sarebbe ai livelli attuali e probabilmente avrebbe preso strade diverse se le stesse fossero arrivate in un momento successivo.

Difficile parlare esaustivamente di un libro che allargherebbe la cultura generale di chiunque, che renderebbe meno oscuri aspetti dell’evoluzione della vita, del sistema nervoso, della psiche. Oliver Sacks ci illustra come la velocità del tempo sia un fattore soggettivo, dovuto alle condizioni cliniche delle persone, come il tessuto nervoso e la coscienza di cellule nervose degli animali e piante sia a un livello evolutivo solo più basso, ma non diverso da quello umano. La fallibilità della memoria, ci dimostra l’autore, può dare forma a plagi involontari così come ricordi indotti possono diventare reali a tutti gli effetti.

E se il talento nasce come imitazione, preceduto da un periodo di esercizio, ripetizione, acquisizione e perfezionamento delle attività, se i fraintendimenti dell’udito possono creare, a volte, una situazione positiva o imprevedibile, si può comprendere come l’evoluzione, allo stesso modo della vita di ognuno di noi, sia il risultato di coincidenze e condizioni che, se tornassimo indietro, non si ripresenterebbero mai allo stesso modo. L’evoluzione è un fiume e noi, genere umano, siamo imparentati con tutte le altre forme di vita e siamo il risultato di tutta la conoscenza del mondo fin dalla sua nascita. Affermazione, questa di Sacks, che non può non far tornare in mente l’atmosfera di Deserto d’acqua o, se volete, Mondo sommerso di James G. Ballard, uno dei romanzi più riusciti e visionari dello scrittore inglese.

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Tirolo amaro

Marco Balzano, Resto qui, Einaudi, pp. 192, € 18,00 stampa, € 9,99 ebook

recensisce ROBERTO STURM

Nelle precedenti edizioni, non sempre un finalista o un vincitore dello Strega è stato sinonimo di qualità. Ogni concorso letterario ha delle variabili: il potere delle case editrici e l’ obbligo mai dichiarato di una loro alternanza sul gradino più alto, i gusti dei giurati e gli appoggi politici degli scrittori, solo per citarne alcuni, concorrono alla classifica finale. Nel 2015, ad esempio, vinse Lagioia con La ferocia che, personalmente, ritengo uno dei romanzi meno riusciti e più presuntuosi, stilisticamente parlando, che abbia mai letto.

Non è il caso di Resto qui, di Marco Balzano, che fa parte della dozzina del Premio di quest’anno: ci troviamo di fronte a un romanzo con una ricerca storica e sociale accurata – si parte dalla vigilia della seconda guerra mondiale – in un territorio particolare, il Sud Tirolo, che ha vissuto quel periodo in modo anche più tragico, per alcuni aspetti, di altre realtà. L’autore non perde di vista la trama che non lascia tregua, crea personaggi vivi e credibili evidenziandone la psicologia, ci immerge in un ambiente di alta montagna in cui la natura non è sempre amica e che forgia caratteri spigolosi, ci regala dialoghi perfetti dal punto di vista letterario. Lo stile è semplice e lineare e mantiene una compattezza che non viene mai meno. Marco Balzano, milanese del 1978, scrive senza orpelli e arroganza, con un tono asciutto che riesce a mantenere l’intensità del narrare a livelli di qualità.

Il Sud Tirolo, alla vigilia del secondo conflitto mondiale sente molto il suo essere una terra di confine situata vicino ad Austria e Svizzera. La cultura e le abitudini sono condizionate dall’isolamento dal resto del Paese e dalla presenza delle Alpi che la sovrastano. L’agricoltura e la pastorizia sono le occupazioni che danno da vivere agli abitanti. Curon è il paese dove vivono i protagonisti del romanzo: la gente parla tedesco, e l’arrivo dei fascisti con le loro imposizioni – vengono cambiate tutte le targhe bilingui, diventa vietato insegnare il tedesco nelle scuole, i pochi posti di lavoro sono assegnati a italiani – non fa altro che avvicinare la comunità alla Germania di Hitler. Trina ed Erich, due giovani del luogo, si sposano prima dello scoppiare della guerra. Avranno due figli, Michael e Marica. Lei, insegnante, è figlia di un falegname, lui è un pastore che non ha altri orizzonti oltre la valle.

Quando il pericolo di una nuova, grande diga si affaccia sulla piccola comunità, Erich sarà uno dei promotori di una rivolta che non si materializzerà mai: il fatalismo e l’età avanzata della maggior parte dei residenti saranno un ostacolo insuperabile, nonostante Curon sia destinata a essere sommersa e sparire. Erich viene richiamato dall’esercito italiano, torna ferito e inorridito dalla crudeltà del conflitto. Decide che non ritornerà più a combattere proprio mente il figlio, Michael, si arruola volontario nell’esercito tedesco.

Dopo l’8 settembre 1943, giorno dell’armistizio, al posto dei fascisti arrivano i tedeschi: i lavori della diga si fermano, Hitler vuole costruire ferrovie. Un dramma rimane sempre vivo nella vicenda: Marica è sparita, portata in Germania dalla sorella di Erich e da suo marito, lasciando una lettera in cui dice ai genitori di aver seguito gli zii volontariamente. Erich viene richiamato dai tedeschi, ma decide di disertare e Trina lo segue in alta montagna. A fine guerra torneranno in paese dove tornerà anche Michael che non perdonerà al padre di aver disertato così come Erich non gli perdonerà di essere nazista. Gli avvenimenti, raccontati da Trina, vanno avanti fino a dopo il completamento della diga, nei primi anni sessanta.

Un romanzo sul potere, quello che dichiara guerre, quello che espropria case e terreni per un ipotetico miglioramento tecnologico, che non si ferma neanche davanti all’intervento del Papa o al politico di turno, che non si arresta di fronte alla distruzione dell’ambiente. Vite strappate dalle loro radici senza compassione, con una crudele brutalità che solo il potere, da qualunque parte provenga, può possedere.

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Lisbona mon amour

Alessio Romano, D’amore e baccalà, EDT, pag. 176, € 8,90 stampa  

recensisce ROBERTO STURM

Allacarta è una collana della casa editrice EDT in cui scrittori contemporanei raccontano viaggi attraverso il cibo e non solo. Perché nei nostri spostamenti, vacanzieri o lavorativi che siano, incontriamo piatti tradizionali e particolari e spesso, nei nostri ricordi, i sapori si mescolano a immagini e abitudini dei luoghi che visitiamo.

Alessio Romano, pescarese classe 1978, già autore di due romanzi, quando la casa editrice torinese gli ha proposto di scrivere un libro per questa collana non ha avuto dubbi sulla scelta del luogo: Lisbona. La capitale portoghese ha un fascino particolarissimo che tutti quelli che la visitano credo possano avvertire: la luce abbacinante, la posizione geografica estrema, l’accoglienza, la solidarietà, la convivenza pacifica tra diverse etnie, la lingua musicale, l’acqua del fiume Tago che si mescola con quella dell’oceano, il Fado, i colori e i sapori le danno un’atmosfera di nobile decadenza.

Viaggio, letteratura e cucina sono i fili conduttori di questo testo, in cui passioni e baccalà, emozioni e sardine s’intrecciano in una storia d’amore classica. L’autore ci fa girare in lungo e in largo: ogni angolo è un quadro d’autore. Le tascas, tipiche osterie spesso a conduzione familiare, ci sorprendono per la qualità e i prezzi ancora economici; dai miradouros, belvedere in centro, si aprono spazi immensi e panorami straordinari sopra case dai colori improbabili. Realtà e leggenda si confondono dando spazio alla visionarietà.

Il Portogallo è il paese che ha dato i natali a scrittori come Pessoa, Saramago e Chaido, e dove ha passato gli ultimi anni della sua vita Antonio Tabucchi. Lisbona è indubbiamente una delle città più in fermento in Europa, attualmente: la netta ripresa economica e un turismo sempre più in espansione, oltre a riforme strutturali, hanno fatto ripartire il paese. Cultura e architettura formano un connubio moderno, gli azulejos, piastrelle colorate dentro e fuori i palazzi, danno riverberi caleidoscopici alla luce delle lunghe giornate portoghesi. Il Fado, con i suoi tristissimi testi, sembra voler esorcizzare non solo le pene d’amore ma tutti i drammi esistenziali. Le scogliere a picco sull’oceano sembrano squarci di natura selvaggia. Il baccalà, cucinato in trecentosessantacinque modi, uno per ogni giorno dell’anno, è l’anima popolare dei portoghesi.

Alessio Romano ci conduce con passo deciso, citando, oltre che letterati, film ambientati a Lisbona (non stupitevi se troverete anche Casablanca, provate a ricordare il finale), Amalia Rodrigues, la regina del Fado, il leggendario tram 28 (è da qui che parte l’avventura) che attraversa i bairros più famosi, i locali più tradizionali, le vie più significative. E c’è Beatriz, bellissima cameriera che il protagonista incontra durante il suo primo pranzo e inseguirà per tutto il viaggio.

Lo stile è scorrevole e ammiccante, la storia congegnata in modo tale da tenere il lettore incollato al testo, il finale riprende tutti i fili non riannodati chiudendo la storia in maniera perfetta. La conoscenza profonda della città consente all’autore di muoversi nella narrazione con padronanza: Romano ama molto Lisbona, e si sente. Questo libro rinnoverà la saudade di chi già ha visitato questo straordinario paese e incuriosirà tutti coloro che non l’hanno ancora conosciuto.

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