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Il Naufragio del Titano

Daniele Comberiati, Colpo di Stato nella San Marino Rossa, Besa Editrice, pp. 122, euro 14,00 stampa

di PAOLO PREZZAVENTO

Nel Novecento si sono verificati tanti colpi di stato che hanno cambiato la Storia. A partire dal Secondo dopoguerra, molti di questi sono stati ispirati dalla CIA. Alcuni sono stati portati effettivamente a termine; altri sono stati semplicemente tentati, altri sono stati soltanto minacciati, eppure non per questo sono risultati meno efficaci. Basti pensare al “tintinnar di sciabole” del Piano Solo, giugno-luglio del 1964, che comportò la rinuncia da parte dei socialisti di Nenni a portare avanti il proprio programma di riforme; basti pensare al tentato golpe della Notte dell’Immacolata, capitanato dal Comandante Junio Valerio Borghese, che nella notte tra il 7 e l’8 Settembre 1970 si mise in moto lungo la Salaria e dopo alcune ore rientrò senza alcuna apparente spiegazione. Ciononostante, questi colpi di stato tentati o virtuali hanno contribuito in modo decisivo a creare un clima in cui bastava sbandierare la minaccia del pronunciamiento per ottenere dalle opposizioni un ammorbidimento della loro linea politica. Lo stesso compromesso storico di Berlinguer nasceva dalla paura di “fare la fine del Cile”.

Il Colpo di Stato di San Marino del 1957, invece, avvenuto più di sessant’anni fa (prima della Baia dei Porci, prima del Golpe dei Colonnelli in Grecia, prima della Bomba di Piazza Fontana, prima del Cile), che pure è effettivamente avvenuto, con tanto di schieramento di truppe ai confini, è stato quasi completamente dimenticato. Pochi lo ricordano o sono in grado di ricostruire il contesto nazionale o internazionale in cui è maturato, quando la più antica Repubblica d’Europa decise con libere elezioni di diventare una Repubblica Socialista, in cui erano alleati un forte Partito Socialista (PSS) e un agguerrito Partito Comunista (PCS) che sognavano la Rivoluzione.

Non era stato un buon anno, il 1957, per gli Stati Uniti e per la CIA. Eravamo in piena Guerra Fredda, e con il lancio dello Sputnik, con gli enormi progressi del programma spaziale dell’URSS, la propaganda comunista aveva buon gioco ad accreditare la tesi della superiorità sovietica. Il colpo di stato a San Marino rinfrancò un poco gli animi dei grandi strateghi di Washington e di Langley. Qualcuno tirò un sospiro di sollievo.

Questo ultimo romanzo di Daniele Comberiati, docente di Letteratura Italiana presso l’Università Paul Valéry di Montpellier, ci aiuta a ricostruire i sentimenti e le passioni che portano il protagonista, Mario Balducci, vecchio comunista in pensione che vive ormai da molti anni in un residence in Francia, a tornare a San Marino e a rievocare quei giorni del 1957 in cui lottava in prima persona per salvare l’esperimento sammarinese, per non cedere di fronte al ricatto dei carabinieri (e – pare – anche dei marines) schierati a difesa dell’autoproclamatosi nuovo governo provvisorio. Le truppe e gli autoblindo dei carabinieri di Scelba circondarono la Rovereta, un insediamento industriale dismesso dentro il quale sui era rifugiato il governo provvisorio anticomunista, uno stabilimento situato in una enclave sammarinese circondata su tre lati dal territorio italiano. Alla fine i comunisti cedettero. Da allora, e per lunghi anni, i vecchi militanti socialisti e comunisti sammarinesi continuarono a raccontare “i fatti della Rovereta”.

Leggendo queste pagine si capisce cosa passa nella testa di un sincero rivoluzionario quando gli si chiede di mettere su un piatto della bilancia da una lato la sua militanza dura e pura, dall’altro i suoi affetti più cari e perfino i suoi amori che – come ci spiega Comberiati attraverso le riflessioni del suo protagonista, costretto dai suoi ex compagni e da alcuni giovani militanti a tornare a San Marino per una resa dei conti finale – hanno dato un impulso determinante a delle scelte politiche che sembravano lo sbocco inevitabile di un ragionamento logico rigoroso.

La Rivoluzione di San Marino fu stroncata da un autentico golpe: arrivarono i Carabinieri, circondarono la Rovereta ed erano pronti a intervenire perché non si poteva permettere che qualche idealista infervorato turbasse l’ordine di Yalta. Togliatti e i comunisti italiani non fecero quasi nulla per aiutare i loro compagni sammarinesi, tranne qualche articolo su L’Unità; fors’anche perché i compagni sammarinesi li avevano sbeffeggiati invitandoli a San Marino a vedere come si fa la Rivoluzione. Neppure i dirigenti sovietici – a partire dallo stesso Chruščëv – volevano che si turbasse l’equilibrio di Yalta, e infatti non intervennero se non con generiche dichiarazioni di solidarietà nei confronti dei comunisti sammarinesi, che non ebbero alcuna conseguenza pratica. L’unico che a un Congresso del Comintern disse che bisognava fare qualcosa per aiutare i compagni sammarinesi fu il compagno Ho Chi Minh, che già all’epoca girava il mondo comunista alla ricerca di armi e sostegno economico per liberare il suo paese. Venti anni dopo sarà il protagonista della più grande sconfitta degli Americani nel Sud-Est Asiatico. Ma allora la situazione era del tutto diversa, e gli studenti di tutto il mondo scesero in piazza per sostenere la causa dei comunisti vietnamiti.

Per San Marino no; non ci fu alcuna mobilitazione popolare in Italia e in Europa a sostegno della giovanissima Repubblica Socialista del Titano. I Reggenti del governo legittimo, eletto dal popolo, si resero subito conto che era inutile opporre resistenza alle truppe di Scelba con dei vecchi moschetti della Prima Guerra Mondiale, che la battaglia era già persa, e si arresero spontaneamente. Quel Colpo di Stato perpetrato nel cuore dell’Europa, contro la più occidentale delle Repubbliche con i comunisti al Governo, fu la conseguenza inevitabile di un esperimento politico che gli USA non potevano tollerare. A partire da quella data, inizierà il lento declino di San Marino, che nel corso degli anni si trasformerà nell’ennesimo paradiso fiscale, nell’ennesimo sacrario del segreto bancario e dei fondi neri, terra di conquista di varie consorterie massoniche, soprattutto bolognesi, giustamente inserita nella black list anti-riciclaggio dei paesi in cui i proventi illeciti vengono opportunamente “lavati” e rimessi in circolo da banche compiacenti. Il lento naufragio del Titano inizia da lì, da quel Colpo di Stato che passò in modo indolore, senza spargere una sola goccia di sangue, e che di lì a qualche anno verrà dimenticato.

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Il più grande Freak Show del mondo

Leslie Fiedler, Freaks. Miti e immagini dell’io segreto. tr. Ettore Capriolo, Il Saggiatore, pp. 470, € 27.00 stampa,  € 12.99 ebook

di PAOLO PREZZAVENTO

Leslie Fiedler è stato il più grande critico outsider della letteratura angloamericana. Egli ha avuto il grande merito di allargare l’orizzonte della critica letteraria, integrandola con un’analisi di quei prodotti della cultura popolare che sono i film e i fumetti, e inaugurando con decenni di anticipo il filone dei Cultural Studies. Fiedler, scomparso nel 2003, ha avuto anche una lunga consuetudine con l’Italia e con alcuni dei più grandi critici di letteratura angloamericana, Guido Fink tra gli altri. Negli anni ‘80, dopo la pubblicazione di Freaks (1978), uno strano libro che analizzava l’impatto culturale di quegli strani esseri, i cosiddetti freaks o “scherzi di natura”, che classifichiamo come anormali e bizzarri, Fiedler fu invitato proprio da Fink a Bologna a tenere una serie di conferenze sulla letteratura americana, e lì, nella patria di Ulisse Aldrovandi, poté ammirare alcuni esemplari di esseri mostruosi ed ebbe modo di visitare il reparto di Anatomia Patologica dell’Università di Medicina, dove gli studenti (non solo di Medicina) passavano ore indimenticabili ad ammirare crani di assassini e suicidi, feti malformati e gemelli parassiti.

Grazie anche a questo libro e alle straordinarie conferenze tenute dall’autore durante il suo tour, la ricerca dell’insolito e del bizzarro ha finito per diventare, anche in Italia, uno snodo di riflessione obbligato.

Come spesso capita, soprattutto negli Stati Uniti d’America, ciò che è marginale prima o poi diventa centrale. Prima o poi, ciò che era sempre stato escluso conquista il centro della scena, per cui, oggi, ritroviamo ben incastonati nel canone letterario americano – nonché sui più alti scranni del potere – personaggi eccentrici ed emarginati, provenienti letteralmente dalla strada. Lo stesso Fiedler conosceva bene l’emarginazione e l’esclusione che gli derivavano dalle sue umili origini: la sua nascita in una famiglia ebraico-americana nella città di Newark, quella che ha dato i natali anche a Philip Roth. La consapevolezza di essere un emarginato, di essere un outsider, è stata alla base di tutti i lavori critici di Fiedler, ma soprattutto di questo libro di culto, riproposto recentemente da Il Saggiatore, un libro in cui Edgar Allan Poe è uno dei numi tutelari. Poe infatti fu uno dei primi autori americani a scrivere un racconto, “Hop-Frog”, il cui protagonista è un freak, un nano buffone di corte maltrattato e deriso da tutti. La sua vendetta – come sappiamo – sarà terribile.

Il libro di Fiedler prende le mosse proprio dal significato originario di “freak”, cioè “creatura bizzarra”, “fenomeno da baraccone”, “scherzo di natura”. In effetti, la storia della letteratura e della cultura americana è piena di freaks, di emarginati, di esseri deformi o abnormi che hanno preso il potere o hanno raggiunto il successo. Per fare soltanto un esempio, basti pensare a Primo Carnera, il gigante italiano campione di boxe, così come è stato descritto da Budd Schulberg ne Il colosso d’argilla (1947, riproposto nel 2011 da 66th and 2nd nella traduzione di G. Boraso), evidentemente affetto da gigantismo e acromegalia, e vittima di manager senza scrupoli che truccavano i suoi incontri. Basti pensare ancora una volta a Poe, che visse da alcolizzato una vita ai margini della società e morì per strada a causa di un attacco di delirium tremens. Basti pensare al “poeta del rock” Lewis Allan Reed – Lou Reed – che agli inizi della carriera fu emarginato in quanto ebreo, omosessuale, drogato. Per non parlare del grande attore comico ebraico-americano Lenny Bruce, che ha interpretato per tutta la sua vita il ruolo dell’outsider, dell’imbroglione e del freak. Lenny Bruce, morto di overdose nel 1966, può essere identificato come il freak americano per eccellenza. Egli giocava costantemente su questo nei suoi show: giocava a fare il freak, il diverso, il disadattato, il tossico, il matto che, in una società di “normali”, è l’unico che può veramente dire come stanno le cose. Non è un caso che Lenny Bruce, l’eterno outsider che rivela le trame d’America, sia uno degli eroi del romanzo-capolavoro di Don DeLillo, Underworld (1997). Chissà, se non fosse morto prematuramente, forse avrebbe fondato un nuovo movimento politico, come ha fatto con successo qualche suo collega al di qua dell’Atlantico… 

Leslie Fiedler, date le sue origini ebraiche, ha conosciuto fin dalla più tenera età lo scherno dei vicini di casa e dei compagni di scuola, è stato discriminato per le sue idee politiche (era un comunista trotzkista) e ha fatto una gavetta durissima per arrivare ai vertici della gerarchia accademica (da attivista politico, teneva comizi improvvisati stando in piedi su delle cassette di frutta), scegliendo sempre volutamente atenei poco prestigiosi: in Montana o al confine dello Stato di New York. Per l’establishment dell’Accademia Fiedler rimase sempre un corpo estraneo. I primi studi importanti uscirono alla fine degli anni Quaranta sulla Partisan Review; nei due decenni successivi pubblicò diversi saggi di critica letteraria incentrati sull’opera di alcuni classici della letteratura americana; Mark Twain in testa (vedi Come Back to the Raft Ag’in, Huck Honey! e Amore e morte nel romanzo americano, 1960; trad. it. di Valentina Poggi, Longanesi, 1963). È rimasta celebre la sua interpretazione del rapporto omosessuale sotteso all’amicizia tra Huckleberry e Jim, tensione che si riscontra in molti  personaggi maschili della letteratura americana, come gli eroi della frontiera di Fenimore Cooper oppure i marinai di Hermann Melville; romanzi in cui la donna è del tutto assente oppure ha un ruolo marginale, quando non assume addirittura quello della dark lady.

Nelle opere successive Fiedler si è occupato della figura dell’Indiano (Il ritorno del pellerossa. Mito e letteratura in America, 1968; trad. it. di Luigi Brioschi, Rizzoli, 1969), che nella letteratura americana ha finito per rappresentare l’alterità radicale, fin dai primi romanzi di Washington Irving. Ma il suo libro più dirompente è stato Freaks, un libro che per la prima volta si occupa di coloro che sono sempre stati e saranno per sempre esclusi dalla “normalità” a causa del loro aspetto esteriore e della loro conformazione fisica.

 La critica culturale di Fiedler prende le mosse dai primi secoli della civiltà occidentale. A livello mitologico i freaks sono sempre stati con noi, protagonisti delle storie più inquietanti dell’Occidente: Ulisse e Polifemo, Davide e Golia, Teseo e il Minotauro (figlio deforme del Re di Creta Minosse, relegato per la sua bruttezza nel Labirinto) e, in epoche più recenti, il Lucifero di Dante, King Kong, il Mostro di Frankenstein, Dracula e il Dottor Jekyll. Ma si potrebbe proseguire fino ai giorni nostri, con lo studio della teratologia e delle malformazioni che ha compiuto passi da gigante, senza però attenuare in nessun modo quel brivido che corre lungo la schiena quando ci imbattiamo in questi soggetti anomali, un brivido che, secondo Fiedler, deriva proprio dal fatto che i freaks rivelano il nostro “io segreto”, come recita il sottotitolo del libro.  

Perché tutto questo interesse per i freaks, cioè per i diversi, i malformati, i fenomeni da baraccone? Perché tutto questo interesse per, nell’ordine: nani, gemelli siamesi, giganti, ermafroditi, donne barbute e uomini elefante? Perché secondo Fiedler questi esseri mostruosi, eppure umani, ci dimostrano che i veri mostri siamo noi. Osservando il freak che l’imbonitore del circo esibisce all’interno del baraccone noi vediamo in realtà noi stessi, la nostra dimensione umana nella sua essenza, spogliata di qualsivoglia sovrastruttura, di qualsivoglia considerazione estetica. È il grido di Elephant Man prima di essere sopraffatto dalla folla nel celebre film di David Lynch: “Non sono un mostro, sono un essere umano!” Ecco perché i freaks sono diventati così importanti a partire dall’Età Vittoriana, per poi assurgere – secondo Fiedler – a veri e propri modelli per un certo filone della controcultura giovanile degli anni Sessanta e Settanta. I freaks siamo noi, i mostri siamo noi.

L’ultima incarnazione del freak nella letteratura popolare è, secondo Fiedler, proprio il supereroe americano, che nella sua vita normale è impacciato e deriso da tutti, imbranato e disadattato. Egli è “un supereroe con dei super-problemi”, così come è stato concepito negli anni sessanta da Stan Lee e Bob Kane. Negli anni Sessanta e Settanta gli emarginati e i disadattati, gli scherzi di natura, diventano dunque dei supereroi, inaugurando un filone che parte da Superman, l’Uomo Ragno e i Fantastici Quattro e prosegue con la creatura di Bob Kane, Batman, un freak estremamente consapevole del suo status di emarginato, anche se è ricco e potente. In Batman – ci fa notare Fiedler – ci sono molti super-malvagi deformi, come l’Uomo Zebra, l’Uomo Pinguino, il Joker (purtroppo nella traduzione italiana di questo saggio il Joker viene ancora chiamato il Jolly). Nei più recenti film della saga di Batman – aggiungiamo noi – la diversità e la devianza psichica finiscono per dilagare in tutta Gotham City, che si trasforma in un immenso manicomio, dove la paranoia e la mania di persecuzione finiscono per caratterizzare sia il comportamento dei freaks “buoni” che dei freaks “cattivi”.  

Oltre ai consueti esseri deformi, nei quali noi “normali” ci rispecchiamo da secoli, in epoca relativamente più recente hanno conquistato il centro della scena anche i freaks sessuali, cioè degli esseri umani dotati di entrambi gli apparati genitali, quello del maschio e quello della femmina, i cosiddetti ermafroditi. A partire da alcuni celebri studi medici nel 1500, la moda dei freaks ha investito anche la sfera sessuale, fin da quando il medico e chirurgo francese Ambroise Paré (Animaux, monstres et prodiges, rist. 1954), padre della chirurgia moderna, citato dallo stesso Fiedler, si sforzò, senza riuscirci, di creare una netta distinzione che consentisse di dividere senza ombra di dubbio gli ermafroditi maschi dagli ermafroditi femmine, di classificare e di normalizzare ciò che sfuggiva a qualsiasi classificazione… Negli anni Settanta, la cultura popolare americana scopre questi nuovi freaks: sono i freaks sessuali, i transessuali o transgender, come Holly Woodlawn, Candy Darling e Jackie Curtis, che nel 1972 diventano protagonisti di una delle canzoni che hanno cambiato la storia del rock, la nostra percezione del gender e della diversità sessuale: Walk on the Wild Side di Lou Reed.

Un altro grande protagonista del saggio di Fiedler è ovviamente il circo, il tendone da circo, il baraccone del circo, e in particolare la figura dell’impresario circense americano Phineas Taylor Barnum, di cui Fiedler cita la celebre autobiografia Struggles and Triumphs (1872). Barnum, colui che ha introdotto e diffuso il circo e i “fenomeni da baraccone” in America, secondo Fiedler è al centro della cultura e della letteratura americana, una letteratura e una cultura in cui la figura dell’uomo di spettacolo, dell’imbroglione e dell’imbonitore hanno sempre avuto un ruolo di primo piano, da The Confidence-Man (1857) di Herman Melville fino ai giorni nostri.  La figura del truffatore e dell’imbonitore percorre tutta la letteratura e la cultura americana; in questa sede ci limiteremo a citare il romanzo di fantascienza Stranger in a Strange Land (1961) di Robert A. Heinlein, il cui protagonista è un individuo mutante nato su Marte che si trasforma in una specie di guru; nel mondo reale, ricordiamo la figura di Charles Manson, il freak che diventò un abile manipolatore e un guru, la colossale truffa del rider finanziario Madoff e la straordinaria ascesa dell’attuale Presidente degli Stati Uniti d’America, Donald Trump, che secondo Philip Roth rappresenta la quintessenza del confidence-man.

Tornando quindi a Barnum, il famoso impresario è al centro del centro della cultura americana, perché in America la finzione prevale sempre sulla realtà, la rappresentazione prevale sempre sull’oggetto rappresentato, il simulacro sulla persona in carne e ossa, come ci hanno insegnato i romanzi di Philip K. Dick e i saggi di Jean Baudrillard.

Il dibattito su ciò che è vero e ciò che è falso in America (e nel mondo) è di bruciante attualità, soprattutto da quando si è diffusa la notizia che in alcuni think tank americani è stato elaborato un nuovo tipo di intelligenza artificiale che viene già oggi utilizzata per costruire notizie completamente false. Si tratta dei famigerati algoritmi prodotti dalle grandi multinazionali americane che gestiscono i social network, che sono in grado di creare delle fake news assolutamente credibili e plausibili, e che riescono sempre ad ottenere i primi posti tra i siti più cliccati grazie alla loro abilità di spararle sempre più grosse… una lezione che lo stesso Trump e tanti altri politici, anche nostrani, hanno dimostrato di aver ben compreso.

L’analisi di Fiedler prosegue citando anche l’opera di J. R. Betts, Barnum and the Popularization of Natural History (1959), che  racconta il contributo di Barnum a un certo stile di ricerca scientifica, in America. Pare infatti che a far partire la collezione che è alla base del Museo di Storia Naturale di New York e dello Smithsonian Institute di Washington sia stata proprio una corposa donazione di Barnum, che lasciò gran parte della sua straordinaria collezione di bizzarri esemplari prima di partire per quella tournée che egli stesso definì Il Più Grande Spettacolo del Mondo.

Come dimostrano gli studi del bolognese Aldrovandi (De Monstris, 1642), la storia naturale, fin dalle sue origini, si è sempre occupata dei freaks; lo scherzo di natura ha sempre attirato l’attenzione non solo del pubblico pagante, e tra lo scienziato e l’impresario di spettacoli da baraccone c’è più affinità di quanto si possa pensare. Alcune scoperte scientifiche non avrebbero mai avuto successo se i loro proponenti non avessero organizzato manifestazioni spettacolari a loro sostegno… basti pensare agli spettacoli straordinari organizzati dal bizzarro scienziato Nikola Tesla per dimostrare le sue teorie.

Dunque in America, prima o poi, il  freak arriva al potere, arriva al successo. Anche in Italia, a dire il vero, abbiamo avuto qualche esempio di freak al potere: abbiamo avuto dei veri e propri nani che hanno fatto carriera in politica, abbiamo avuto dei politici strenui difensori della famiglia che sono stati sorpresi in compagnia di transessuali, oppure individui con la gobba che hanno dominato la nostra scena politica… In molti casi è stata proprio la smania del freak di superare i propri difetti fisici che si è dimostrata decisiva per il successo. Quindi da un lato il freak vorrebbe diventare normale, condurre una vita normale; dall’altro si rende conto che non potrà mai essere come tutti gli altri, e questo provoca in lui un sentimento di rivalsa che gli permette di camminare sui cadaveri dei propri avversari. È  la sindrome del Riccardo III di Shakespeare…

Ma, tornando alla letteratura, se dovessimo stilare una classifica dei freaks, forse dovremmo assegnare il primo premio a un personaggio dello scrittore ebraico-americano Nathanael West: il nano Abe Kusich ne Il giorno della locusta (1939), che oltre a essere nano è pure ebreo, e dunque ancora più freak (“Ebreo e nano! Quante volte mi è venuta in mente questa associazione …”, scrive Fiedler a p. 113). Un vero peccato che Fiedler non abbia approfondito questo aspetto nell’analisi delle opere di Nathanael West. In compenso, si è addentrato nei meandri della cultura popolare di massa, analizzando la figura del freak nei fumetti, prendendo lo spunto dal fumetto underground The Fabulous Furry Freak Brothers di Gilbert Shelton, che ha come protagonisti tre fratelli completamente sballati che passano il loro tempo alla ricerca delle più svariate droghe. Qui il termine freak non denota più lo scherzo di natura, ma una scelta esistenziale che pone questi personaggi volutamente ai margini della società. Il passaggio tra queste due diverse accezioni del termine viene colto dall’analisi di Fiedler a partire dal celebre film di Tod Browning, Freaks (1932), che fu riscoperto negli anni Sessanta ed ebbe un influsso enorme sulla controcultura giovanile. Ancora oggi Freaks di Browning rimane l’unico film girato interamente con attori freaks. Fiedler sottolinea nella sua analisi l’importanza che questo film ha avuto per lo sviluppo di alcuni aspetti della controcultura:

“Freaks di Tod Browning (…) è diventato parte integrante della controcultura, della mitologia di quei giovani dissidenti che nei tardi anni sessanta manifestavano nelle università e sfilavano per le strade, e i cui gusti in fatto di cultura popolare si sono imposti dieci anni dopo in tutto l’Occidente.” (pp. 370-71)

Negli anni Sessanta, la parola freak ha assunto connotazioni del tutto nuove. Da condanna esistenziale, l’essere freak è diventata una scelta di vita, una vera e propria auto-emarginazione: coscientemente voluta e perseguita dai ribelli di quell’epoca. Chi era freak negli anni Sessanta aveva scelto di vivere al di fuori della società, cercando l’evasione dalla squallida normalità borghese nelle droghe e negli stili alternativi di vita. Ricordiamo lo slogan Freak out di Frank Zappa, che invitava letteralmente ad “andare fuori di testa”. 

Fiedler cita nel libro tutta una serie di fumetti e di case editrici di fumetti che hanno operato questo cambio di paradigma: la Los Angeles Free Press, la East Village Other, Yellow Dog, The Rag, Gothic Blimp Works, The Rat, Radical America Komiks, Zap Comics, Hydrogen Bomb Funnies, la serie Real PULP Comics di Bill Griffith…

Dai freaks ai “fricchettoni”, da Tod Browning ai Fabulous Furry Freak Brothers: l’accostamento di Fiedler è assolutamente geniale, ancora oggi. L’unica differenza tra i Freaks di Browning e i “fricchettoni”, è che i freaks degli anni Settanta hanno definitivamente tagliato i ponti, in loro non c’è alcuna nostalgia per la normalità; il freak è diventato il protagonista di un nuovo stile di vita. Essere un freak non è più un destino, una condizione nella quale si nasce, ma è una libera scelta di ribellione, “un obiettivo, uno stato che si può raggiungere con l’aiuto della droga e/o della musica”. (p. 392). In questa casistica Fiedler include svariati miti del rock,  freaks come Mick Jagger e Alice Cooper. Basti pensare alle figure androgine del primo Mick Jagger e del primo David Bowie, per non parlare del Lou Reed di Transformer.

Ma l’immensa curiosità di Fiedler si spinge fino ai pornofumetti hard-core e ai film erotici dalla trama sconclusionata di Russ Meyer, come Beyond the Valley of the Dolls (1970) e Beneath the Valley of the Ultra-Vixens (1979), che introducono nella cultura popolare una nuova ideologia della sessualità abnorme e della trasgressione sessuale dal punto di vista dei freaks. Si potrebbero tranquillamente aggiungere a questa lista i film del regista punk John Waters, che ha fatto della devianza e della mostruosità fisica e morale la propria cifra d’eccellenza.

L’unico rimpianto è che Fiedler non si sia occupato nel suo libro di un altro genere di freaks, cioè dei cosiddetti “radiation freaks” o “chemical freaks”. Si tratta di coloro che sono diventati freaks a causa delle radiazioni o dell’esposizione a pericolose sostanze chimiche, come i sopravvissuti di Hiroshima o di Minamata, la città del Giappone in cui si sono verificati moltissimi casi di malformazioni a causa dell’inquinamento da mercurio di origine industriale. Personaggi di questo genere diventano i protagonisti di alcune opere di Philip K. Dick. Prendiamo ad esempio il romanzo Cronache del Dopobomba, pubblicato nel 1965, in cui uno dei protagonisti è il focomelico Hoppy Harrington, una delle tante vittime del Talidomide, un farmaco antidepressivo e anti-nausea diffuso in quegli anni. Hoppy è stimato all’interno della comunità di Marin County, in California, per le sue capacità di riparatore di congegni elettronici e per i suoi poteri psichici paranormali, ma in realtà è uno scaltro manipolatore. Il vero antagonista di Hoppy, si scopre alla fine, è un altro freak, un misterioso gemello parassita, Bill, che vive incistato all’interno della sorella, la piccola Edie Keller. Bill, anch’egli dotato di poteri psichici fuori dal comune, consentirà a sua sorella e agli altri sopravvissuti alle radiazioni della bomba atomica, di scoprire gli intrighi di Hoppy.

Una delle scene più inquietanti del libro è quando il fratello parassita Bill trasmigra dal corpo della sorella e si dirige verso la casa di Hoppy Harrington, per impedirgli di prendere il potere sostituendosi a Walt Dangerfeld, il DJ che, dalla propria navicella, trasmette informazioni, musica e speranza alle comunità sopravvissute agli esperimenti atomici del fisico nucleare Bruno Bluthgeld. Alla fine Hoppy verrà smascherato grazie soprattutto a quello che oggigiorno definiremmo un teratoma, un freak che vive dentro di noi.

Dunque il pianeta sarà salvato dai freaks? Chissà, forse una qualche bambina che vive in mezzo a noi – come nelle Cronache del dopobomba di Dick – ospita all’interno del suo organismo un teratoma, un freak che salverà l’umanità. Forse questo essere mostruoso è già trasmigrato, si è già svincolato dal suo ospite umano e si sta adoperando per salvarci. Forse laggiù, nell’oscurità, un piccolo ammasso di carne misto a denti e capelli sta rotolando verso casa nostra per avvertirci.

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Lou Reed ci ha salvato la vita, o Quando il Rocker raggiunge Quota 100

Anthony DeCurtis, A Walk on the Wild Side. Vita e opere di Lou Reed, tr. Yuri Garrett, Caissa Italia, pp. 383, euro 27,00 stampa

di PAOLO PREZZAVENTO

A un personaggio gigantesco come Lou Reed sta stretta qualsiasi classificazione, figuriamoci quella del rocker ribelle, per di più tossico e sessualmente ambiguo. Questo libro di Anthony DeCurtis, il critico musicale che per tanti anni ha seguito, recensito e intervistato Lou Reed per Rolling Stone e con il tempo ne è diventato amico, ricostruisce la sua vicenda biografica spogliandola di tutte le varie stratificazioni mitologiche e ci aiuta a comprenderne il personaggio in tutte le sue molteplici sfumature. La ricostruzione della biografia del grande performer, che ha celebrato nelle sue canzoni tutta la bellezza e le miserie di una metropoli come New York, il mondo dei tossici e la vita notturna nei locali gay, risulta molto dettagliata e ricca di aneddoti inediti. Lou Reed – o almeno il primo Lou Reed – era la quintessenza del newyorchese, quello che non ha mai visto una mucca in carne ed ossa, per intenderci, e che si sente male se smette di respirare l’aria satura di scarichi di automobili tipica di Manhattan. La New York che conosciamo e che amiamo l’abbiamo conosciuta in gran parte tramite le sue canzoni; Lou è stato il poeta di New York, anche se, più modestamente, si autodefiniva “poeta di Brooklyn”.

DeCurtis ripercorre con grande scrupolo la storia del nostro eroe, che nasce a Brooklyn nel 1942 come Lewis Allan Reed, da una famiglia di ebrei emigrati in America ai primi del ‘900, il cui nome originario era Rabinowitz. Il giovane Lewis inizia a suonare la chitarra alle feste scolastiche e poi continua quando si iscrive alla Syracuse University, dove segue corsi di scrittura creativa. Dopo gli esordi con alcuni gruppi dimenticati fonda i Velvet Underground, nome ripreso da un oscuro romanzo sadomaso, insieme al musicista d’avanguardia di origine gallese John Cale, a Sterling Morrison, a Maureen Tucker, cui si aggiungerà in seguito la cantante-modella di origine tedesca Nico. I Velvet diventarono uno straordinario ensemble che mescolava musica, spettacolo ed arte contemporanea, e si conquistarono una certa notorietà grazie a un’accorta campagna pubblicitaria del genio della Pop Art, Andy Warhol, che creò per loro la leggendaria copertina del cosiddetto Banana Album (The Velvet Underground and Nico, 1967), con la banana gialla serigrafata su sfondo bianco che, nella sua versione originale, si poteva sbucciare grazie ad un’etichetta adesiva mostrandone il roseo frutto interno: “Peel Slowly and See…”.

Dopo aver letto i primi capitoli si stabilisce subito un primo punto fermo: i Velvet Underground prima – e Lou Reed come solista poi – hanno cambiato la storia del rock, anzi la storia del Novecento, se è vero come è vero che la cosiddetta “Rivoluzione di Velluto” (the Velvet Revolution) cecoslovacca di Vaclav Havel (che poi da Presidente della Cecoslovacchia è diventato un grande amico di Lou Reed e lo ha invitato ufficialmente a visitare il paese come un vero Capo di Stato) si è ispirata apertamente ai testi e alle canzoni dei Velvet Underground, registrate illegalmente sotto il regime comunista, rivendute o diffuse sottobanco e ascoltate di nascosto. Senza le canzoni dei VU, infarcite di suoni distorti e di suggestioni sadomaso, come “Venus in Furs” o “Vicious”, non sarebbe venuto fuori tutto lo stile sessualmente ambiguo e aggressivo dell’ondata punk successiva. Senza i Velvet Underground e i primi dischi di Lou Reed, non sarebbero nati musicisti e gruppi come Patti Smith, Suzanne Vega, Television, Talking Heads, Jesus and Mary Chain, Blondie, Ramones, Sex Pistols, Clash, Smiths e U2.

Dopo una breve ma intensa stagione con i Velvet, Lou Reed prosegue la sua carriera solista con alcuni album che sono ormai diventati leggendari: Transformer (1972), prodotto da David Bowie, che contiene quei singoli che non invecchiano mai, come “A Walk on the Wild Side” (titolo tratto da un romanzo di Nelson Algren del 1956), con uno dei ritornelli più famosi di sempre, diventato negli anni un inno della comunità gay. Transformer – tra l’altro – mostra in copertina Lou Reed nell’inquietante fotografia di Mick Rock che lo ritrae pallidissimo, come una diafana creatura della notte. Successivamente, con il live Rock and Roll Animal (1974), Reed reinterpreta alcuni pezzi dei Velvet trasformandoli in veri e propri classici del rock, come la ballata “Heroin”, come “Sweet Jane”, con il riff di chitarra forse più famoso della storia del rock (dopo quello di “Smoke on the Water” dei Deep Purple), come “Rock and Roll”, in cui Reed afferma senza mezzi termini – tramite il personaggio di Jenny – che il rock ’n roll gli ha salvato la vita. Seguirono poi altri album capolavoro come il concept album Coney Island Baby (1976), Street Hassle (1978) e tanti altri.

Questo libro ci aiuta ad approfondire alcuni degli aspetti della personalità del Vecchio Lou, che molti ancora non conoscono: tutti ricordiamo la sua voce metallica e allo stesso tempo sensuale, la sua straordinaria capacità di “tenere” il palcoscenico, il suo leggendario istinto animale che gli consentiva di orientarsi nella giungla notturna della scena gay newyorkese, uscendone ogni volta indenne, tutti ricordiamo il tossico freddo e calcolatore che è sceso fino al Nono Cerchio dell’Inferno della Droga ed è uscito a riveder le stelle in un mondo in cui i morti si sono contati a centinaia; pochi però hanno approfondito veramente il suo lato romantico e sentimentale, il suo impegno politico, il suo lato satirico e ironico, tutti aspetti della sua personalità che si sono andati sempre più affermando negli anni successivi a The Bells (1979), un album che lui stesso considerava uno dei più belli.

Nelle sue pagine, DeCurtis ci spiega anche il rapporto tormentato di Lou Reed con la famiglia, con il padre autoritario e la mamma iperprotettiva, due genitori che non esitarono un attimo a sottoporre il loro figlio ad una terapia a base di elettrochoc presso il Creedmore State Psychiatric Hospital, e successivamente presso la Payne Whitney Psychiatric Clinic, quando si accorsero delle sue tendenze omosessuali. Si spiega così il rancore profondo che Lou provò per molti anni nei confronti dei suoi genitori, espresso nella canzone “Kill Your Sons” (da Sally Can’t Dance, 1974) e nell’intero album The Blue Mask (1982), con annesse potenti tematiche edipiche che lo ricollegano alle sue origini ebraiche.

Lou Reed dunque è stato una rockstar ma anche uno scrittore, profondamente influenzato dalla Letteratura americana ed ebraico-americana. Il libro di DeCurtis sottolinea giustamente tutta la tradizione letteraria anglo-americana (da Shakespeare, Poe e Melville fino a Hubert Selby Jr. e a Delmore Schwarz) che c’è dietro alcuni suoi testi e alcune delle sue grandi performance, fino ad arrivare alla consacrazione definitiva come vero e proprio “poeta del rock” quando si è fidanzato e poi sposato (nel 2008) con Laurie Anderson, una delle più grandi rappresentanti dell’avanguardia newyorchese (ricordiamo l’album Home of the Brave del 1986 e in particolare il singolo burroughsiano “Language is a Virus” ). Da quel momento la coppia Reed-Anderson è diventata un punto di riferimento della vita culturale della Grande Mela. Non c’era vernissage, inaugurazione o party che potesse dirsi riuscito se a un certo punto non compariva fra gli invitati questa straordinaria coppia, che è rimasta unita fino alla fine, fino alla morte di Lou Reed nel 2013 per le complicazioni di un’epatite che negli anni gli aveva devastato il fegato.

A un certo punto della sua vita e della sua carriera Lou Reed si rifiutò di seguire lo stereotipo dell’artista maledetto votato all’autodistruzione che lui stesso aveva creato con Transformer e con le sue celebri esibizioni live, quando fingeva di farsi una iniezione di eroina sul palco durante l’esecuzione di Heroin, oppure quando lanciava le sue provocazioni naziste pre-punk – proprio lui che era ebreo – culminanti nei famigerati Concerti a Milano e Roma nel 1975, durante i quali l’artista fu duramente contestato da gruppi extraparlamentari organizzati. Insomma, Lou Reed si rifiutò di rimanere prigioniero del personaggio “Lou Reed”, di recitare ogni giorno la parte del “Frocio Drogato del cazzo” – come arrivò a definire se stesso – rifugiandosi per un periodo addirittura nella cosiddetta stupid music (vedi “Banging on My Drum” in Rock ‘n Roll Heart, 1976), e lasciando delusi molti suoi fan della prima ora.

Questi non potevano accettare che l’angelo ribelle con il giubbotto di pelle nera e i pantaloni in pelle nera attillati diventasse un americano qualunque, eterosessuale e felicemente sposato, o un tranquillo pensionato che non vede l’ora di raggiungere Quota 100. Eppure dietro tutte queste sue trasformazioni DeCurtis rintraccia un filo comune: la ricerca della bellezza, la ricerca del verso perfetto di una canzone che ti rivela in poche parole essenziali un intero mondo (“lo strato di ozono non ci protegge più, e tu stai per lasciarmi per il vicino della porta accanto”), la ricerca della perfezione del suono che lo ha sempre caratterizzato, tanto da adottare per primo il sistema binaural. Fino alla fine, fino alle sue più improbabili trasformazioni, come quella da icona della scena gay a marito straight che canta “I love women …”

Buy or Die.

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Il Quarto Reich sarà metafisico

Martin Heidegger, Quaderni Neri 1942/48. Note I-V, tr. Alessandra Iadicicco, Bompiani, pp. 704, Euro 28,00.

di PAOLO PREZZAVENTO

La polemica politico-filosofica sui Quaderni Neri e sul pensiero di Heidegger è scoppiata quando i primi volumi di questi quaderni ricoperti di tela cerata nera, i cosiddetti Schwarze Hefte, sono stati pubblicati in Germania come volumi n. 94, 95, 96 e 97 della Martin Heidegger Gesamtausgabe, l’Opera Completa di Martin Heidegger, a cura di Peter Trawny. Quest’ultimo volume dei Quaderni Neri di Heidegger, cioè il volume 98 della Gesamtausgabe, pubblicato in Germania nel 2015, che approda in Italia con tre anni di ritardo, è un volume a dir poco “esplosivo”. Basti pensare che era stato già preannunciato da Bompiani nel settembre del 2017, poi è slittato al gennaio del 2018; successivamente l’uscita del volume è stata ulteriormente rimandata di parecchi mesi, fino allo scorso novembre. Perché tanta cautela? Perché finalmente in questi Quaderni Neri Heidegger si mette a nudo e rivela quali sono le sue opinioni più “politiche” su ciò che sta accadendo intorno a lui – sono gli anni che vanno dal 1942 al 1948, gli anni della Conferenza di Wansee, della Seconda guerra mondiale, della Campagna di Russia e della disastrosa sconfitta del Terzo Reich – e soprattutto chiarisce in alcuni passi, ormai diventati celebri prima ancora dell’uscita del volume, le principali caratteristiche del suo antisemitismo.

I lettori più attenti avranno certamente seguito le numerose polemiche sull’antisemitismo di Heidegger scoppiate in Germania nel 2014, poi riprese in Europa e in Occidente, con articoli indignati su tutte le principali riviste filosofiche e sui quotidiani di tutto il mondo. In Italia, la “bomba Heidegger” è scoppiata dapprima con la pubblicazione di un articolo della filosofa Donatella Di Cesare su La Lettura dell’8 Febbraio del 2015, e poi successivamente con il Convegno sui Quaderni Neri organizzato sempre da Di Cesare all’Università “La Sapienza” di Roma nel Novembre 2015, con polemiche roventi che hanno consigliato alla traduttrice, Alessandra Iadicicco, e ai curatori dei Quaderni Neri italiani di procedere con i piedi di piombo. Ne è testimonianza la Nota del Traduttore che introduce il volume, estremamente prudente sulla traduzione di alcuni termini, tra cui Juden, Judentum e WeltJudentum. Tutto questo perché nel Quarto Volume dei Quaderni Neri possiamo effettivamente misurare quanto grande sia stato l’errore filosofico, l’errore metafisico di Heidegger. Finalmente possiamo stabilire in che misura la sua speculazione filosofica sia stata influenzata dal suo antisemitismo.

Ricordiamo le prime polemiche sull’antisemitismo di Heidegger – tutt’altro che pretestuose, a quanto pare – sollevate dallo studioso Victor Farias alla fine degli anni Ottanta (Victor Farias, Heidegger e il Nazismo, tr. M. Marchetti e P. Amari, Bollati Boringhieri, 1988). All’epoca ci fu una risposta unanime da parte di una nutrita schiera di “heideggeriani di sinistra” –  tra cui Jacques Derrida – che, a costo di arrampicarsi sugli specchi, si sforzarono di separare quanto più possibile il lascito filosofico di Heidegger dalla pesante eredità del Nazismo e da qualsiasi sospetto di antisemitismo. Già all’epoca l’operazione sembrava disperata: il pensiero heideggeriano, con tutto il suo retaggio implicito di nazionalsocialismo “filosofico” e di antisemitismo, aveva ormai pervaso l’intero corpo della filosofia occidentale, e ci si accorgeva improvvisamente che non era affatto un pensiero di sinistra o assimilabile da parte della sinistra filosofica.

Ormai era ed è impossibile cancellare Martin Heidegger dalla Storia della Filosofia, dai manuali di Storia della Filosofia, rinnegare il lascito filosofico di Heidegger. È diventato ormai impossibile separare il contributo filosofico di Heidegger dal resto della filosofia europea e occidentale. Non possiamo certo cancellare tutto ciò che è venuto fuori dopo Heidegger e grazie ad Heidegger, cioè la riflessione sul circolo ermeneutico di Hans-Georg Gadamer (Verità e Metodo), l’esistenzialismo, la filosofia di Hans Jonas (Gnosi e spirito tardo-antico ) e di Hannah Arendt, tutta la riflessione sulla differenza originaria di Derrida e il post-strutturalismo, il pensiero debole di Vattimo e altro ancora. A meno che non accettiamo la soluzione drastica dei neopragmatisti americani, come Richard Rorty, convinti che è ormai inutile continuare ad arrovellarsi sulle vecchie questioni filosofiche – la vecchia disputa Platone-Nietzsche sulla metafisica e sul suo possibile superamento – le vecchie dispute sulle quali si sono arrovellati per secoli i filosofi, per cui conviene gettare via il bambino-Heidegger con l’acqua sporca.

Una cosa è certa: di fronte ai Quaderni neri, di fronte ad alcune considerazioni espresse da  Heidegger nei Quaderni neri, anche gli heideggeriani più accaniti dovranno ammettere che Heidegger è stato e ha continuato ad essere anche dopo il 1945 un antisemita, e che nemmeno in questi quaderni non destinati alla pubblicazione, dove poteva tranquillamente rivelare i suoi più intimi pensieri, ha speso mai una sola frase per condannare lo sterminio degli ebrei, l’orrore assoluto della Shoa.

I lettori più attenti di PULP avranno già letto il nostro articolo su “Zarathustra nella Foresta Nera”, la recensione del Nietzsche di Heidegger, uscito nel Luglio 2018 per Adelphi, e avranno certamente seguito sui principali quotidiani italiani le numerose polemiche sul pensiero di Heidegger scoppiate anche in Italia. A questo proposito si vedano i libri di Donatella Di Cesare, Heidegger e gli Ebrei. I Quaderni Neri (Bollati Boringhieri, 2015) e I “quaderni neri” di Heidegger (Mimesis, 2016), le opere di Peter Trawny, tra cui Heidegger e il mito della Cospirazione Ebraica (Bompiani, 2015), oltre all’imprescindibile volume a cura di Adriano Fabris Metafisica e Antisemitismo. I Quaderni neri di Heidegger tra Filosofia e Politica (ETS, 2014). Sull’altro versante, cioè la schiera di coloro che considerano Peter Trawny un vero e proprio traditore e che si ostinano a negare su tutta la linea che Heidegger sia mai stato antisemita, si segnala l’opera di Friedrich-Wilhelm Von Hermann e Francesco Alfieri, Martin Heidegger. La verità sui Quaderni Neri (Morcelliana, 2016).

 Peter Trawny è stato considerato fino al 2014, anche dagli heideggeriani di più stretta osservanza, compresi i parenti di Heidegger, il più geloso custode dell’ortodossia heideggeriana. Lo stesso Heidegger aveva stabilito che i Quaderni Neri dovessero essere pubblicati come ultimi volumi della sua opera completa, quindi almeno cinquant’anni dopo la sua morte. Giustamente i curatori della Gesamtausgabe, tra cui lo stesso Trawny, hanno deciso che non si poteva aspettare che si concludessero le travagliate vicende editoriali dei volumi ancora in progress, e hanno deciso di pubblicare in anticipo i Quaderni. Poi, con l’uscita soprattutto di questo quarto volume di Note, contenente appunti e osservazioni varie che Heidegger scrisse tra il 1942 e il 1948, è cambiato tutto. Improvvisamente i parenti del filosofo tedesco, tra cui alcuni illustri professori universitari, e il suo amico Von Hermann, si sono resi conto che la pubblicazione dei Quaderni neri rischiava di rinfocolare le polemiche sull’antisemitismo di Heidegger e sulla sua adesione al Nazionalsocialismo.

Alcuni passi di questo libro vanno dunque letti alla luce delle polemiche che sono scoppiate a partire dal 2014. Questi quaderni rappresentano infatti un documento eccezionale, perché in essi si coglie il pensiero di Heidegger nel suo farsi, nella sua prima elaborazione, quella più sincera e più genuina, per quanto possa essere schietto un filosofo così difficile e sfuggente. In questi quaderni, un vero e proprio taccuino o diario filosofico, Heidegger appuntava le sue riflessioni e le sue considerazioni, per poi riprenderle in un secondo momento nelle sue opere destinate a un pubblico più vasto. Prima dei Quaderni Neri molti pensavano che Heidegger avesse aderito al Nazismo soltanto per un breve periodo, nel periodo del suo Rettorato presso l’Università di Friburgo (1933-34), come testimoniato nel suo famoso discorso di insediamento L’Autoaffermazione dell’Università Tedesca del 1933. Si tratta della cosiddetta “tesi minimalista” sull’adesione al Nazismo di Heidegger, del tentativo di ridurre ciò che di inaccettabile c’è nel suo pensiero a quello che lo stesso Heidegger chiama “L’errore del 1933”, quando aveva pensato che il Nazionalsocialismo di Hitler potesse rappresentare a livello della Storia dell’Essere, nel Destino della Germania, ciò che lui stesso aveva prefigurato, reinterpretando il pensiero dell’ultimo Nietzsche (l’eterno ritorno e la volontà di potenza), come il tentativo di superamento della metafisica tramite la volontà di volontà. Il Destino storico della Germania negli anni Trenta – secondo l’Heidegger del 1933-34, e adesso possiamo aggiungere anche dopo “l’errore del 1933” – era quello di salvare l’Occidente, di salvarlo dalle due ideologie apparentemente contrapposte del bolscevismo e dell’americanismo, di salvarlo da  quel processo di omologazione e globalizzazione mondiale che stava fagocitando nel suo ideale cosmopolita l’intero pianeta. È quel fenomeno che Heidegger definisce come “Macchinazione” (Machenschaft) nel grandioso sforzo interpretativo compiuto nel suo Nietzsche (1961):

Dove poi con la macchinazione (Machenschaft) giunge al potere la mancanza di senso, qui la repressione del senso, e quindi di ogni domandare che cerca la verità dell’Essere, deve essere sostituita con l’instaurazione macchinosa di “fini” (valori). Ci si attende di conseguenza l’edificazione di nuovi valori da parte della “vita”, dopo che questa è stata prima totalmente mobilitata, come se la mobilitazione totale fosse qualcosa in sé e non l’organizzazione dell’incondizionata mancanza di senso partendo dalla e per la volontà di potenza. Siffatte posizioni che conferiscono potere alla potenza non si regolano più su “misure” e “ideali” che ancora potrebbero essere in sé fondati, ma stanno” al servizio” della mera espansione della potenza e vengono valutati unicamente a seconda di questo valore pratico così stimato. L’età della compiuta mancanza di senso è quindi il tempo dell’invenzione e dell’imposizione, in base alla potenza, di “visioni del mondo”, le quali spingono all’estremo tutta la commutabilità del rappresentare e del fabbricare, poiché esse, secondo la loro essenza, scaturiscono da una autoinstaurazione dell’uomo nell’ente, la quale poggia solo su se stessa, e dal suo incondizionato dominio su tutti i mezzi di potere dell’orbe terrestre e su questo stesso.

(Martin Heidegger, Nietzsche, p. 555)

Nel suo solito linguaggio esoterico, che si rivela nascondendosi, Heidegger ci sta dicendo che il “progresso” del nostro mondo moderno è spinto da un immane meccanismo impersonale che ci impone dei “fini” e dei “valori”, ma che in realtà rappresenta l’approdo finale del nichilismo, cioè la totale mancanza di senso dal quale scaturisce la volontà di volontà. Semplificando ancora, ciò che fa girare il mondo moderno è una colossale cospirazione, una macchinazione, un complotto della Tecnica, che prescinde dalla volontà dei singoli uomini. Qualcuno ha addirittura suggerito che questa colossale cospirazione o macchinazione immaginata da Heidegger non sia altro che l’ennesima versione, più filosofica e metafisica, della vecchia cospirazione ebraica costruita a tavolino dall’Ochrana, la polizia segreta zarista, con il libello antisemita I Protocolli dei Savi di Sion.

Siamo arrivati dunque al punto cruciale, cioè l’antisemitismo di Heidegger, che sulla scia degli studi di Peter Trawny e di Donatella Di Cesare, definiremo come “Antisemitismo Metafisico”. Infatti nei Quaderni neri Heidegger cita diverse volte gli ebrei, l’ebraismo e l’ebraismo mondiale; dunque  l’antisemitismo del filosofo di Messkirch non è più classificabile come un semplice abbaglio preso nel 1933-34 e poi ripudiato nell’immediato dopoguerra, ma come una costante che accompagna tutta l’opera di Heidegger anche dopo la fine della Seconda guerra mondiale e la scoperta dell’orrore assoluto dei campi di concentramento.

L’antisemitismo di Heidegger non è un antisemitismo che prende le mosse dalla presunta inferiorità della razza ebraica o da un tipo di razzismo di tipo biologico: tutt’altro. Nella vita di tutti i giorni, nei suoi corsi universitari, nelle sue amicizie, perfino nei suoi rapporti intimi (Hannah Arendt), Heidgger non aveva alcun problema a frequentare degli ebrei. Heidegger non disprezzava i singoli ebrei, ma considerava l’ebraismo in generale, in astratto, una minaccia mortale per la Germania e per i tedeschi. Come in molti altri casi, compreso lo stesso Hitler, l’antisemitismo di Heidegger sembra nascere anzi da una segreta e inconfessabile ammirazione per gli ebrei stessi, per la loro capacità di sopravvivenza e per la loro abilità nelle scienze esatte, come la chimica, la fisica e la matematica, quelle stesse scienze che avevano impresso un’incredibile accelerazione al progresso.

Un’altra mossa tipica dell’antisemitismo più elaborato – più metafisico – come quello di Heidegger, è quella di attribuire agli ebrei stessi la causa dell’antisemitismo, la causa della distruzione e della politica di sterminio di cui sono stati vittime. Hitler arrivò ad affermare, nel suo testamento politico, che la guerra mondiale era stata scatenata dagli ebrei. I più rozzi dissero all’epoca – e alcuni purtroppo dicono ancora – che gli ebrei “se l’erano cercata”, perché sono sempre stati un popolo senza uno Stato, ospiti di altri Stati e di altri popoli con i quali rifiutavano di integrarsi completamente; quelli un po’ più “raffinati” dicevano che i primi razzisti sono stati proprio loro, gli ebrei, con quella storia del “popolo eletto”.

Ma l’antisemitismo di Heidegger è ancora più rarefatto e raffinato: è un antisemitismo filosofico, un antisemitismo metafisico. Heidegger sembra volerci dire nei Quaderni neri: “Per carità, non mi confondete con quei rozzi individui che rappresentano gli Ebrei come degli esseri ripugnanti con il naso adunco che tentano di violentare le fanciulle ariane o che sacrificano i bambini cristiani nelle loro “pasque di sangue”, non mi confondete con quei rozzi individui che vanno in giro a spaccare le vetrine dei negozi gestiti dagli ebrei: io sono un’altra cosa ”. In questo senso, in questo volume troviamo la già famosa “nota per gli asini” (p.212) in cui Heidegger chiarisce che le sue osservazioni sugli ebrei non vanno confuse con l’antisemitismo “volgare” dei nazisti. Il suo antisemitismo infatti prescinde completamente dalla politica di sterminio del Terzo Reich, non tiene minimamente conto della Shoah, ma è un antisemitismo che individua nella figura cosmopolita dell’ebreo errante ciò che rischia di annientare tutti i nostri valori occidentali che nascono dal rapporto imprescindibile tra il sangue e il suolo, in particolare il sangue tedesco con il suolo tedesco. Eppure questo suo antisemitismo non è, proprio perché basato su un ragionamento filosofico, meno pericoloso di quello volgare, ma è invece più pericoloso ancora delle rozze argomentazioni di Julius Streicher, il famigerato Direttore di Der Sturmer.

Prendiamo per esempio la scandalosa osservazione contenuta proprio in quest’ultimo quaderno, sulla Shoa vista come “l’Autoannientamento” (Selbstvernichtung ) degli ebrei. Nel già citato articolo uscito su La Lettura nel Febbraio 2015, Donatella Di Cesare ha rivelato, prima ancora che fosse disponibile la traduzione italiana del testo di Heidegger, questa gravissima accusa che Heidegger rivolge agli ebrei. Secondo Donatella Di Cesare, lo sterminio degli Ebrei per Heidegger non è stato un annientamento, ma è stato in realtà un autoannientamento, il compimento del Destino dell’Essere nella Storia della Metafisica. In pratica, gli ebrei avrebbero creato da loro stessi, nella loro storia millenaria, le premesse che hanno portato a questo ineluttabile scontro con i tedeschi e con l’Occidente, e dunque al loro “autoannientamento” da parte della Macchinazione della Modernità e della Tecnica, di cui essi sono stati gli agenti. Ecco, secondo i suoi più grandi accusatori, Heidegger avrebbe tentato di fornire delle solide fondamenta filosofiche al movimento politico del Nazionalsocialismo, finendo in ultima analisi per giustificare le atrocità che il Terzo Reich ha perpetrato in uno dei periodi più bui della storia europea e mondiale, un periodo che ha portato alla realizzazione dei campi di sterminio (Vernichtungslager) e alla cosiddetta “industrializzazione della morte”, le famigerate “fabbriche dei cadaveri” dove, come giustamente è stato detto, ai prigionieri non veniva solo sottratta la possibilità di una vita dignitosa, ma perfino la possibilità di una morte dignitosa.

Dunque l’Ebreo rappresenta l’oblio dell’Essere. La questione ebraica è una questione metafisica. Troppo rozzo e brutale parlare di sterminio degli ebrei: meglio parlare di “Soluzione finale” della questione ebraica, oppure di “autoannientamento” degli ebrei.

Cosa può contrastare, secondo Heidegger, questo enorme meccanismo che rischia di schiacciare i popoli d’Europa e l’intero Occidente? Qui spunta fuori un aspetto della “poetica” di Heidegger che molti di noi avevano trascurato come marginale, ma che alla luce di queste riflessioni torna centrale. È la retorica del contadino tedesco, di cui sono piene le orrende “poesie filosofiche” di Heidegger (vedere ad esempio Aus der Erfahrung des Denkens ). Il contadino (Bauer) tedesco è infatti profondamente ostile alla modernità e a tutto ciò che gli ricorda la cultura cosmopolita dei “cittadini”, tanto più se ebrei, o comunisti, o entrambi. Il contadino tedesco, ovvero il pastore dell’Essere, che con i suoi lenti gesti quotidiani asseconda il ritmo della natura, è sempre pronto a scendere dalle montagne o ad allontanarsi dalla sua amata baita nella Foresta Nera quando si tratta di picchiare con dei nodosi bastoni di quercia i “rossi” o i “giudei”. La retorica del contadino tedesco, che spacca la legna e mangia il suo nero pane di segale, e l’altrettanto nauseante retorica del Blut und Boden, del sacro sangue e del sacro suolo tedeschi, sarebbe dunque proprio il nucleo centrale della riflessione più segreta di Heidegger nei Quaderni Neri, l’idea di una “segreta Germania spirituale”, la convinzione che l’unica risposta politica al mondialismo, al planetarismo, cioè a quella che noi chiamiamo globalizzazione, sia il tenace attaccamento alla tradizione e alla cultura contadina, tanto da individuare perfino nella radio, che entrò in tutte le case dei contadini tedeschi all’inizio degli anni Trenta, un elemento corruttore che allontanava i contadini dall’Essere. In un altro passo dei Quaderni neri Heidegger dice che solo l’aratro può sconfiggere la falce e martello, solo la cultura contadina può sconfiggere il comunismo e il bolscevismo. Solo il ritorno al passato rurale può consentire ai tedeschi di sfuggire a questo infernale meccanismo, a questa cospirazione planetaria.

E arriviamo infine alla sua tesi più scandalosa: Auschwitz rappresenta il culmine di questo meccanismo, il culmine della Metafisica, l’approdo finale dell’Occidente, la purificazione dell’Essere. Ma neppure il più fanatico dei nazisti aveva mai osato dire che l’Essere va purificato facendo bruciare i forni giorno e notte. Certo, Heidegger questo non l’ha mai detto, ma la sua astratta ricerca di una purezza originaria, di un “nuovo inizio” per l’Occidente, presuppone che prima si sia fatta tabula rasa della civiltà precedente, dominata dal nichilismo e dalla Tecnica. Ecco perché, secondo questo nuovo Heidegger “politico” dei Quaderni neri, il compito storico dei tedeschi, il loro Destino, era quello di fermare gli ebrei, di reagire alla macchinazione degli ebrei. L’accusa rivolta agli ebrei era quella di essere senza radici, dei senza-mondo (Weltlos). Da senza-mondo a immondo il passo è breve…

Che fare dunque, dopo lo scandalo dei Quaderni Neri, dell’eredità di Heidegger? Ancora una volta è Donatella Di Cesare a suggerire una strategia. Nel suo libro Heidegger & sons. Eredità e futuro di un filosofo, del 2015 (Bollati-Boringhieri), suggerisce di usare Heidegger contro Heidegger, cioè di utilizzare le categorie filosofiche e le strategie per rivelare-nascondere il proprio pensiero individuate da Heidegger per approdare a posizioni politico-filosofiche che sicuramente non sarebbero piaciute al Filosofo della Foresta Nera…

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Rispolveriamo le porte della percezione

Aldous Huxley, Moksha. Scritti sulla psichedelia e sull’esperienza della Visione, a c. di Michael Horowitz e Cynthia Palmer, pref. Albert Hofmann, intr. Alexander T. Shulgin ed Edoardo Camurri, tr. Mariagiulia Castagnone, Mondadori, pp. 332, euro 20,00 stampa, euro 8,99 ebook

recensisce PAOLO PREZZAVENTO

C’è stato un momento nella storia dell’Umanità, tra la fine degli anni cinquanta e l’inizio degli anni sessanta del Novecento, in cui tutto sembrava possibile. In quel periodo, a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta del XX Secolo, in cui si credeva che l’umanità potesse entrare in contatto con civiltà extraterrestri, che fosse possibile instaurare una società basata sulla pace e sull’amore che ripudiasse la guerra, che le nuove droghe psichedeliche, soprattutto la mescalina, l’LSD e la psilocibina, potessero spalancare le «porte della percezione» di cui parlava William Blake e portare alla scoperta di un nuovo mondo interiore, di un intero continente sommerso della psiche.

Di questo grande momento di luce, al netto di tutta la sua spontaneità e ingenuità, luce che venne poi brutalmente spenta dapprima con l’assassinio di John e Bob Kennedy, di Martin Luther King e di Malcom X, poi con il gangsterismo al potere della Presidenza americana di Richard Nixon, successivamente con l’elezione a Governatore della California dell’ex-attore ultraconservatore Ronald Reagan, di questo momento dicevamo, Aldous Huxley fu certamente uno dei principali protagonisti.

Questo libro, Moksha, parola che in sanscrito significa «liberazione», e sulla copertina appare circondata da colorati disegni psichedelici insieme al nome dell’autore, ripropone alcuni dei suoi scritti minori rispetto ai saggi più celebri come Le porte della percezione (1954) e Paradiso e Inferno (1956); una serie di saggi che ci riportano indietro nel tempo e ci aiutano a comprendere un ben preciso periodo storico in cui sembrava che si potesse rifondare l’umanità dalle radici, estirpando l’odio, la violenza e il razzismo.

Di fronte ai fasti di questo periodo straordinario appaiono come ben poca cosa e del tutto tardivi i tentativi successivi di un altro protagonista di quel periodo, Timothy Leary, di approdare ad un nuovo cyber-umanesimo o addirittura ad un trans-umanesimo cibernetico, oppure i tentativi di riportare in auge lo spirito di quell’epoca ormai lontana da parte di Terence McKenna (morto all’inizio degli anni 2000) e di qualche insospettabile psichedelico di casa nostra, come il giornalista RAI Edoardo Camurri, che ha scritto una breve Introduzione per l’Edizione Italiana di Moksha. Ma si tratta appunto di tentativi tardivi, fuori tempo massimo, cui può credere ancora qualche vecchio hippy nostalgico, ormai almeno settantenne. Se all’epoca del flower power si poteva esser certi che il fumo o l’LSD avrebbero portato gli adolescenti di allora nell’iperspazio, in un viaggio, un trip, dal quale prima o poi potevano tornare indietro, pur con qualche problema di rientro (alcuni sono partiti, ma non sono più tornati), oggigiorno, tra la marijuana geneticamente modificata, la cocaina cotta, la ketamina, l’MDMA e varie altre droghe, il rischio di danni permanenti al cervello e di un collasso del soggetto che assume queste nuove droghe è molto più alto.

Ormai è diventato un luogo comune affermare che chi sta troppo tempo sui social oppure rimane intrappolato per ore e ore nella realtà virtuale dei videogiochi finisce per sviluppare una nuova forma di dipendenza. Ma c’è di più. In qualche luminoso ufficio della Silicon Valley – come ci ricorda Edoardo Camurri – è già stato sviluppato un algoritmo che in qualsiasi momento può impadronirsi della nostra identità e cominciare a navigare in Internet, rispondere ai messaggi degli amici su Facebook, su Twitter o su Instagram, in modo assolutamente simile all’originale, cioè a noi.

Di fronte a questo pericolo di diventare tutti quanti come delle scimmiette da laboratorio, sottoposte alla spietata logica dello stimolo-risposta, dello stimolo-ricompensa, secondo la psicologia comportamentale che prende le mosse dagli esperimenti di Pavlov ed è stata perfezionata in America fin dal secondo dopoguerra, è necessario ancora una volta andare a rileggere questi scritti straordinari, che ci insegnano qual è la strada per uscire (almeno temporaneamente) dall’incubo di questo mondo. Nessuno ha più voglia di intossicarsi come è accaduto ad un’intera generazione negli anni Sessanta e Settanta, ma è necessario mantenere quel punto di vista particolare sulla realtà, il punto di vista dell’alienato, del disadattato, del dropout, se non vogliamo regredire tutti quanti agli albori della civiltà umana.

Basta accendere la televisione e ascoltare le ultime notizie, per ripiombare nella più squallida delle realtà, nella nostra realtà quotidiana, condizionata dalla dittatura del rating e dello spread. Eh sì, bisogna ammetterlo: oggigiorno la tentazione di «tirarsi fuori» è ancora più forte.

Cosa fare? E’ semplice: in attesa che arrivi dal corriere o in libreria la vostra copia di Moksha, basta prendere dal vostro scaffale o in biblioteca un vecchio numero della Rivista Pianeta/Planète – che dava molto spazio alla cultura psichedelica e ad interventi dello stesso Huxley – iniziare a sfogliarla, poi chiudere gli occhi e cominciare a sognare di vivere in quell’epoca di luce in cui eravamo tutti più ingenui, spensierati e felici. Allora anche a voi sembrerà di tornare indietro nel tempo e di ritrovarvi, in un luminoso mattino di maggio del 1953, a Los Angeles, a casa di Huxley, a osservare come se fosse la prima volta i colori di quei magnifici gigli torcia.

Nota sulla Traduzione

Non è facile tradurre Huxley. Occorre una vasta cultura che spazia dalla Letteratura alla Scienza, compresa una buona conoscenza della chimica delle numerose sostanze stupefacenti citate nei testi. Ma soprattutto non è facile tradurlo quando il testo diventa una pura e semplice trascrizione dei suoi deliri verbali mentre era in preda alla mescalina, all’LSD o alla psilocibina. Per cui solidarizziamo ampiamente con la traduttrice Maria Giulia Castagnone, che è riuscita in questi casi a rendere il testo di Huxley, di sua moglie o dei suoi corrispondenti, in modo soddisfacente. Occorre però sottolineare che non sempre i testi risultano uniformi dal punto di vista della traduzione. Ad esempio, il celebre slogan «Tutti i vantaggi del Cristianesimo e dell’alcol, e nessuno dei loro difetti» sul retro-copertina, all’interno del testo diventa «tutte la virtù dell’alcol e della cristianità e nessuno dei loro difetti» (p. 116). La celeberrima citazione di Blake sulle porte della percezione («the doors of perception») non è stata sempre tradotta nello stesso modo. A volte le porte della percezione si aprono, a volte si spalancano, altre volte invece vengono «pulite» o addirittura «lucidate» (è la traduzione letterale del verbo «cleanse»), ma ovviamente chi volesse rilanciare questo vecchio slogan dicendo che dobbiamo «pulire» o «lucidare le porte della percezione» si coprirebbe di ridicolo, o quantomeno dovrebbe giustificare in una corposa Nota del Traduttore questa sua scelta controcorrente.

Anche il titolo e alcuni celebri versi della famosa Ode di William Wordsworth «Intimations of Immortality from Recollections of Early Childhood», vengono ogni volta tradotti in modo diverso, a volte con «Intuizioni di immortalità», altre volte con «Presagi di Immortalità», e il suo verso più famoso con «qualcosa infuso molto più in profondità» («something far more deeply interfused»), che si alterna a «qualcosa di ancor più profondamente infuso». A pagina 231, invece, il titolo della famosa Ode di Wordsworth appare monco: «Presagi di Immortalità da reminiscenze della prima». Manca «infanzia». Buona la prima, verrebbe da dire…

Nella Lettera a Timothy Leary del 6 Febbraio 1961, Huxley parla di un esperimento del Dottor Janiger, «che ha somministrato dell’LSD a 100 pittori, che hanno dipinto prima, durante e dopo averlo assunto. I loro lavori sono stati apprezzati da un pannello di critici d’arte» (p. 223). No comment.

Infine, continuiamo a preferire la traduzione «Ritorno a Il mondo Nuovo» rispetto a «Il Mondo Nuovo rivisitato».

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Speciale Hans Fallada: Il mio Reich per un cavallo/2

ricostruisce PAOLO PREZZAVENTO

Fallada disegnato da e.o. plauen

Già dai primi anni Trenta i romanzi di Fallada erano diventati dei bestseller internazionali, proprio come quelli dei suoi più celebri colleghi dell’epoca, Thomas Mann ed Herman Hesse. Ma Fallada era troppo diverso, troppo eccentrico, troppo controcorrente, troppo sensibile, rispetto ai suoi colleghi, per diventare veramente uno scrittore di successo: lo stesso anno in cui fu pubblicato il suo primo romanzo di successo, lo scrittore subì un esaurimento nervoso. Possiamo dire che Fallada, pur avendo successo, non fu mai uno scrittore di successo. Inoltre non riuscì mai ad entrare in quella élite di autori che, ritraendosi con orrore dalla nuova barbarie del Nazismo, decisero di lasciare la Germania, o continuarono a scrivere badando a non suscitare le ire del regime, oppure addirittura ne diventarono gli araldi. In tutti questi casi il successo era assicurato.

Così non fu per Fallada. Anzitutto decise di pubblicare le sue opere sotto pseudonimo, per tenere al riparo la sua famiglia dalle ritorsioni; poi rimase fino alla fine nella sua amata Germania, che lui chiamò nel famoso diario dalla prigione “il mio paese straniero” (1944; Nel mio paese straniero, Palermo, Sellerio, 2012). Fallada assistette al crollo del Reich rinchiuso in manicomio, ma neanche dopo la fine del Nazismo diventò uno scrittore di successo, sempre inseguito dai suoi incubi, sempre sull’orlo dell’esaurimento nervoso, troppo tormentato e sofferente per adagiarsi sugli allori. Fallada non era uno di quegli intellettuali migranti e cosmopoliti come Henry James o T.S. Eliot, che si possono tranquillamente trasferire in un altro paese continuando a produrre sempre con lo stesso stile e con la stessa intensità. Per sua stessa ammissione, non avrebbe mai potuto continuare a scrivere al di fuori della Germania, che rimaneva pur sempre la sua patria anche se oppressa da un regime brutale che egli disprezzava profondamente.

A differenza di altri scrittori che sono diventati apertamente antinazisti soltanto dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, come Gunther Grass, ad esempio (che ha militato nella Hitlerjugend e nelle SS), Fallada ha subito sulla propria pelle tutta l’enorme pressione psicologica derivante dal fatto di vedere la sua Germania ridotta in quello stato miserevole, dapprima a causa della terribile crisi economica dal ’29 al ’32, e poi per l’ascesa al potere dei Nazisti. Non fu una scelta facile, la sua. Fallada infatti avrebbe potuto tranquillamente continuare a sfruttare il filone d’oro, cioè raccontare con grande realismo le vicissitudini del pover’uomo durante la Repubblica di Weimar, trasformandolo in una sorta di Fantozzi ante litteram, senza indagare troppo a fondo sull’aspetto più squisitamente politico delle sue vicende. Per qualche anno fece proprio questo, come dimostra la serie del “Pover’uomo”, ma di fronte alle richieste sempre più pressanti dei nazisti di diventare uno scrittore di propaganda, alla fine fu costretto a dire un no chiaro e inequivocabile.

I primi problemi insorsero quando uscì il film tratto dal suo romanzo, film che purtroppo Fallada non riuscì mai a vedere. I Nazisti – e Joseph Goebbels in particolare – si accorsero che il produttore del film, Carl Laemmle Jr, era un ebreo, bloccarono i diritti delle opere di Fallada per l’estero, e cominciarono ad attenzionare il soggetto. Le attenzioni aumentarono ulteriormente quando Fallada si rifiutò di iscriversi al Partito Nazista. Il suo romanzo sfuggì miracolosamente alla censura del Regime perchè i due protagonisti di E adesso, pover’uomo?, Johannes ed Emma, mantengono fino alla fine un atteggiamento equidistante rispetto all’insorgere del potere nazista, anche se Emma in realtà è iscritta alla SPD e mostra qualche simpatia per i comunisti (ma proprio questa parte del libro fu censurata nell’edizione italiana e probabilmente anche nelle edizioni tedesche dopo il 1933).

Nel 1936, Fallada pubblica Vecchio cuore vai alla ventura (Mondadori, 1938), romanzo che gli attirò le critiche dei nazisti, ma a partire da Wolf unter Wolfen (Lupo tra i lupi), pubblicato l’anno dopo, il regime comincia ad approvare le opere di Fallada, perché quest’ultimo romanzo sembra concentrare le sue critiche ancora una volta contro la Repubblica di Weimar. A questo punto scrive un romanzo dove si mostra la Germania umiliata dopo la grande guerra attraverso la storia di una famiglia tedesca fino al 1933. Goebbels rivede il manoscritto e chiede all’autore di andare oltre quell’anno, per far vedere come l’avvento del nazismo abbia portato al riscatto della nazione; Fallada cede, anche perché ha bisogno di soldi, e scrive Der eiserne Gustav (Gustav di ferro), che esce nel 1938. Il cavallo parlante è diventato un semplice cavallo da circo, che indica con la testa la risposta giusta alla domanda del suo padrone. La testa di cavallo, che aveva sempre detto la verità, comincia a raccontare il falso…

E dire che Fallada avrebbe avuto diverse occasioni di andarsene dalla Germania. Poco prima della guerra il suo editore inglese, George Putnam, organizzò addirittura un tentativo di fuga per lo scrittore, approntando una barca apposta per lui e per la sua famiglia, ma Fallada si rifiutò all’ultimo momento di scappare dalla Germania. Per lui il suolo della Germania era l’unico che potesse nutrire le sue radici, gli era impossibile continuare a scrivere altrove. Ovviamente tutta questa enorme pressione psicologica su di lui (soprattutto le pressanti richieste di Goebbels di scrivere un romanzo antisemita) provocò un nuovo esaurimento e una ricaduta nell’alcolismo e nella morfinomania.

Nel 1944, durante un litigio, Fallada spara un colpo di pistola alla testa della moglie Suse – che tanto si era adoperata per salvarlo dall’alcolismo e dalla tossicodipendenza – per fortuna senza ucciderla. Viene internato di nuovo in manicomio, ricovero che gli consente almeno di eludere la richiesta da parte di Goebbels di scrivere un romanzo antisemita; la stesura di ques’ultimo viene costantemente rimandata adducendo vari pretesti. Va detto che in manicomio Fallada viene trattato con un occhio di riguardo a causa dell’incarico ricevuto direttamente dal Ministro della Propaganda, e gli viene regolarmente fornita la carta per scrivere (che in quel momento era razionata in tutto il paese); e lo scrittore non la userà per scrivere il romanzo propagandistico voluto da Goebbels, ma tutt’altro.

Quindi Fallada continuò ad essere un sordo oppositore del Regime per tutta la vita, nonostante i pressanti inviti a contribuire con le sue opere alla propaganda nazista. Riesce nonostante tutto a continuare a scrivere, ad esprimere nei suoi testi scritti in una grafia illeggibile una voce critica nei confronti di un regime che deteneva un controllo assoluto su ogni aspetto della vita tedesca dell’epoca. Durante i suoi lunghi anni di internamento scrive ben tre romanzi «cifrati» (tanto è difficile da leggere la grafia di Fallada nel manoscritto che esso venne decrittato completamente soltanto molto dopo la sua morte, negli anni settanta), tra cui Il bevitore (1950), pubblicato in Italia nel 1952 dalle Edizioni Mediterranee, e recentemente riproposto da Castelvecchi (2017). Vi si racconta la storia della progressiva discesa agli inferi dell’alcolismo e della tossicodipendenza da parte di un uomo sensibile e intelligente che riesce nonostante tutto a trovare dentro di sé le risorse psicologiche per resistere alla propaganda e alle torture fisiche e psicologiche del Regime. Nel suo romanzo Fallada ripercorre la sua attività di scrittore, e la sua storia personale di alcolista e morfinomane. A pensarci bene anche in questo romanzo si ripropone la profonda ambiguità che ha caratterizzato il rapporto vittime-carnefici sotto il Nazismo. Mentre le vittime cercavano nell’alcool una consolazione alle loro misere vite sotto il regime nazista, i carnefici cercavano di tacitare con l’alcool e con le droghe quel barlume di coscienza morale che ancora albergava in loro; e queste erano le abitudini dei sorveglianti dei campi di concentramento stando alle testimonianze rese dai sopravvissuti.

Dopo la caduta del Terzo Reich, nel 1945, Fallada viene riabilitato. Il nazismo è caduto e finalmente la testa di cavallo può ricominciare a dire le cose come stanno. Per voltare pagina rispetto agli anni bui del Nazismo, e per rilanciare l’immagine di un autore che molti consideravano compromesso con il regime, un editore di sinistra gli commissiona un’opera ispirata ad un clamoroso episodio di resistenza alla dittatura hitleriana (uno dei pochi), fornendogli il fascicolo originale della GESTAPO che riguardava la coppia dei coniugi operai Otto ed Elise Hampel, ribattezzati poi Quangel da Fallada. Ne venne fuori, in soli 24 giorni, il corposo romanzo Ognuno muore solo (Einaudi, 1952; ora Sellerio, 2010), la storia di una coppia di coniugi che esprimono il proprio dissenso radicale al Regime Nazista lasciando in giro per la città di Berlino alcune cartoline anonime che denunciano la stupidità e la brutalità del regime, e per questo vengono condannati a morte. Non è esagerato parlare di capolavoro, con passi che raggiungono un’intensità sconcertante, e dialoghi straordinariamente efficaci, soprattutto nella parte successiva all’arresto e all’internamento dei coniugi Quangel, quasi che lo stesso scrittore stia soffrendo insieme ai suoi protagonisti dentro la prigione e dentro il manicomio. Fallada i manicomi e le prigioni naziste li conosce anche troppo bene, e non molla i suoi personaggi neanche per un attimo, rimane con loro fino all’ultimo istante, sembra quasi che voglia morire insieme a loro, così come aveva tentato tante volte di fare. Alla fine Otto Quangel viene giustiziato tramite decapitazione. La sua testa, che aveva albergato pensieri contrari al Regime, non può più parlare, lo scrittore delle cartoline che criticavano il regime non può più scrivere.

Tutto ciò che non aveva potuto scrivere sotto il Nazismo, Fallada lo concentra in questo libro che rappresenta una critica feroce della brutalità dei Nazisti e della loro fondamentale stupidità. Il libro fu molto apprezzato, anche fuori dalla Germania, tanto che Primo Levi scrisse che era «il libro più importante che sia mai stato scritto sulla Resistenza tedesca al nazismo».

Hans Fallada è stato tanti scrittori in uno: è stato il cantore dell’estrema umiliazione subita dal ceto medio sotto la Repubblica di Weimar; è stato l’alfiere di una scrittura più realistica e più attenta ai sentimenti dopo gli eccessi dell’Espressionismo, ha raccontato l’inferno della droga nella Berlino degli anni Trenta, ha raccontato di un intero popolo reso schiavo dall’alcool e dalle droghe, è stato per un brevissimo periodo uno scrittore osannato dal regime, infine ha raccontato un gesto eroico e quasi disperato di resistenza al nazismo.

Insomma, è arrivato il momento di riscoprire e rileggere le opere di Hans Fallada, tutte le opere di Fallada, anche quelle più scomode, anche quelle più “lontane” da noi (Contadini Bonzi e Bombe contiene, ad esempio, alcuni dei dialoghi più efficaci che siano mai stati scritti in lingua tedesca), se vogliamo capire veramente come è stato possibile che la nazione più civilizzata d’Europa sia sprofondata nella barbarie più totale. È importante ricominciare a rileggere attentamente questi romanzi, non solo per capire la Germania degli anni Trenta e Quaranta, ma per individuare alcuni meccanismi pressoché identici che stanno portando negli ultimi anni, anche in Italia, all’attuale impoverimento del ceto medio a causa della crisi e dunque agli albori di un nuovo nazifascismo. Quando la rabbia e la frustrazione del ceto medio superano il livello di guardia, la reazione è una ribellione rabbiosa contro la loro stessa precarizzazione e proletarizzazione; un elettorato incattivito e diffidente, spaventato e aggressivo, comincia a votare per gli equivalenti odierni di fascisti e nazisti.

E chissà che non sia ancora una volta la testa di un cavallo parlante a sobbarcarsi l’ingrato compito di raccontarci la verità.

La prima parte di questo speciale è uscita il 5 dicembre u.s.

 

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Intervista con Aldo Giannuli: Ricordare Piazza Fontana, 12 Dicembre 1969

Alle 16:37 del 12 dicembre 1969 una bomba esplose nell’agenzia della Banca Nazionale dell’Agricoltura di Piazza Fontana a Milano. 17 morti e numerosi feriti il bilancio; e l’inizio di quella che venne definita strategia della tensione. Un evento che è entrato non solo nella nostra memoria collettiva, ma nel nostro immaginario, raffigurato in romanzi, film, serie televisive, fumetti. Ci è sembrato giusto ricordare quel tragico avvenimento, e tutto quel che ne seguì, con un’intervista a uno dei più importanti studiosi del terrorismo degli anni Settanta, Aldo Giannuli.

intervista PAOLO PREZZAVENTO

Nato a Bari il 18 Giugno 1952, Aldo Giannuli è ricercatore di Storia Contemporanea all’Università di Milano ed è stato consulente della Commissione Stragi e di diverse Procure che si sono occupate di fatti di terrorismo nero, come la Procura di Bari, di Milano (Strage di Piazza Fontana), di Pavia e Brescia (Strage di Piazza della Loggia), di Roma e Palermo. Si deve a lui la scoperta dell’Archivio dello UAARR (Ufficio Affari Riservati) denominato «Archivio della Via Appia», una vera e propria miniera di informazioni sull’Eversione Nera. Si favoleggia ormai da decenni dello sterminato archivio sull’eversione di destra e di sinistra accumulato nel corso della sua lunga attività di consulente da Aldo Giannuli. Se cercate un rarissimo volantino scritto da un fantomatico gruppo di estrema destra in una sperduta città di provincia, gruppo che dopo aver prodotto quel volantino si è dissolto nel nulla, state pur certi che Giannuli l’ha letto, anzi, ce l’ha.

Giannuli ha avuto accesso, oltre che ai vari archivi delle procure, a molti documenti desecretati dell’Archivio di Stato che riguardano il terrorismo nero e le stragi. Grazie a questa carte finalmente si può scrivere la Storia di quest’area dell’estrema destra extra-parlamentare che, a distanza di più di quarant’anni, appare più variegata di quanto si pensasse allora, all’epoca di Piazza Fontana e della strage di Brescia. C’erano da una parte gli ex-repubblichini di Salò, dall’altra i seguaci di Evola ( i «figli del sole»), poi c’erano i neopagani, i nazisti e i neonazisti, c’erano i filoamericani, i sostenitori dell’Europa delle nazioni, etc. etc.

Tra le opere più importanti di Giannuli, ricordiamo il libro pubblicato pochi mesi fa, intitolato La Strategia della Tensione. Servizi segreti, partiti, golpe falliti, terrore fascista, politica internazionale (Ponte alle grazie, pp. 618, euro 16,57 stampa, euro 9,99 ebook): un bilancio definitivo, un libro che rappresenta il primo studio serio e organico sulla cosiddetta strategia della tensione. In questo libro Giannuli dimostra senza ombra di dubbio che l’analisi condotta dagli autori del famoso libro La Strage di Stato (Savelli, 1970), era sostanzialmente esatta: la strage di Piazza Fontana fu una strage di Stato che rientrava a pieno titolo nella Strategia della Tensione. Quella che all’epoca sembrò un’esagerazione dell’estrema sinistra, corrispondeva alla verità dei fatti successivamente accertati.

A Giannuli va anche il merito di aver riportato alla luce una misteriosa organizzazione, fondata nel 1944 dal generale Mario Roatta del SIM, denominata Noto Servizio o Anello, che aveva il suo referente politico in Giulio Andreotti, organizzazione cui aveva accennato anche Licio Gelli in una sua intervista al settimanale Oggi del Febbraio 2011: «Io avevo la P2, Cossiga la Gladio e Andreotti l’Anello». Dalla scoperta di questi documenti è nato il libro Il Noto Servizio. Giulio Andreotti e il caso Moro (Tropea, 2011) e poi ripubblicato con il titolo Il Noto servizio. Le spie di Giulio Andreotti (Castelvecchi, 2013). Altre sue opere sono: Come funzionano i servizi segreti (Ponte alle grazie, 2009 e 2019), Guerra all’ISIS (Ponte alle grazie, 2016) e Da Gelli a Renzi (passando per Berlusconi) (Ponte alle grazie, 2016). La sua ultima fatica, da pochi giorni in libreria, si intitola Come i servizi segreti stanno cambiando il mondo. Le strutture e le tecniche di nuovissima generazione al servizio delle guerre tradizionali, economiche, cognitive, informatiche, edito sempre da Ponte alle Grazie (pp. 284, euro 14,36 stampa, euro 9,99 ebook)

Abbiamo contattato Giannuli per porgli alcune domande sulla Strategia della Tensione e sul ruolo avuto dai Servizi Segreti nella stabilizzazione del quadro politico mediante azioni destabilizzanti come le stragi, impedendo la presa del potere da parte del partito Comunista e in generale delle Forze di Sinistra.

Iniziamo parlando di questo tuo nuovo libro sui Servizi Segreti. Di che si tratta?

Il libro si intitola Come i servizi segreti stanno cambiando il Mondo, ed è in libreria da Novembre. Da 25 anni i servizi segreti di tutto il Mondo stanno espandendo il loro intervento a campi sempre nuovi: dalla guerra monetaria a quella cognitiva, dall’immigrazione alla cyberwar, accanto ai tradizionali settori (terrorismo, guerra politica, spionaggio industriale). Questo sta cambiando l’economia, la politica, la società, la cultura. In una parola: il Mondo. E questo pone problemi nuovi anche nel rapporto fra politica ed intelligence. Ma di tutto questo c’è una percezione assai scarsa. Questo libro è il tentativo di attrarre l’attenzione su questo che è uno dei principali processi epocali in atto.

Cominciamo dalla prima vera Strage compiuta nel dopoguerra, cioè la Strage di Portella delle Ginestre, ad opera della Banda di Salvatore Giuliano. Si può far risalire a questa strage il progetto politico di contenimento del Partito Comunista, che sarà poi portato avanti con la Strategia della Tensione? Quale fu il ruolo degli americani, della Massoneria e del Principe Alliata di Montereale in questa prima strage?

All’interno dello scontro della guerra fredda si susseguirono diverse strategie come quella che indichiamo con il nome di strategia della tensione.

Ovviamente gli americani (ma “gli americani” è una indicazione assai generica che indica fazioni politiche e finanziarie diverse fra loro) ebbero un ruolo centrale in essa.

Oggi cade l’anniversario della strage di Piazza Fontana, che ha cambiato la storia d’Italia e sulla quale rimangono ancora moltissimi aspetti da chiarire. Ogni strage ha la sua firma particolare, e cioè l’esplosivo utilizzato. Quali sono i vari tipi di esplosivo che sono stati utilizzati per le stragi? Esistono delle affinità tra le varie stragi da questo punto di vista?

Quasi sempre si è trattato di esplosivo militare. Fa eccezione la Strage di Peteano (31 maggio 1972) in cui fu usata polvere da cava, ma appunto Peteano è un episodio estraneo alla più generale strategia della tensione non essendo stata commissionata da catene di comando di intelligence ed essendo, anzi, pensata come azione di contrasto del rapporto fra Carabinieri ed Ordine Nuovo.

Che cosa è stata veramente la cosiddetta Internazionale Nera? Fino a quando questa Internazionale Nera ha operato in Europa ed anche in Sudamerica come una vera e propria organizzazione? Esiste ancora? Che fine ha fatto Yves Guérin-Sérac dell’Aginter Presse?

L’Internazionale Nera non è mai esistita come organizzazione unica. Nel 1960 i servizi italiani distinguevano 5 distinti circuiti in contrasto fra loro. L’Aginter Presse fu il tentativo di portare sotto l’ombrello Nato una parte di queste reti.

Di Yves Guérin-Sérac si hanno notizie certe sino agli anni novanta, dopo non si è saputo più quasi nulla, ma è realistico pensare che non sia più in vita (è nato nel 1926, dovrebbe avere oltre 90 anni).

Gianni Nardi

È noto che il neofascista milanese Giancarlo Esposti era molto amico di Gianni Nardi (nato nel 1946), morto in un misterioso incidente automobilistico a Palma di Maiorca nel 1976, e si è anche detto che Nardi fu uno degli ultimi ad incontrare Esposti da vivo. Ci puoi raccontare che cosa è emerso dalle indagini sullo stragismo a proposito di Nardi e dei suoi contatti con il gruppo milanese di Giancarlo Esposti?

Nardi, stando alla documentazione, avrebbe avuto rapporti con personaggi importanti del Noto Servizio come Sigfrido Battaini e ragionevolmente prese parte ad operazioni insieme al Noto Servizio, ma non fu mai formalmente membro del Noto Servizio. Avrebbe dovuto essere cooptato nel 1973, ma nell’anno precedente giunse la decisione di «mettere in sonno» il Servizio e la procedura si arrestò.

Da Come i Servizi Segreti stanno cambiando il Mondo

Le misure cruente: armi & politica

Una delle grandi lezioni della guerra fredda è stata che le armi combattono anche quando non sparano. Come si è detto, il fattore nucleare rendeva impraticabile il conflitto aperto e diretto fra le due grandi potenze, ma questo non annullava le tensioni che si diressero verso altre forme di guerra come quella coperta, quella indiretta, quella non ortodossa. Questo è vero, ma non significò che le armi convenzionali cessarono di avere senso e funzione. In primo luogo perché erano pur sempre usate nei campi di confronto indiretto (Corea, Vietnam per gli americani, Etiopia e Afghanistan per i russi), poi perché potevano tornare utili per l’eventuale scontro con una potenza militare non nucleare (essenzialmente la Cina), infine perché, per quanto improbabilissima, non poteva essere esclusa del tutto una guerra convenzionale fra i due blocchi senza ricorso alle armi nucleari, magari anche solo in una prima fase. E, sin qui, siamo al consueto, anche se in una dimensione residuale. Ma il motivo principale ( che giustificava le spese astronomiche che si andavano facendo) era un altro: che la guerra non si è mai interrotta ed è proseguita sempre in forma virtuale. Molte battaglie sono state vinte o perse al tavolino o, più tardi, al computer. Il semplice annuncio di un nuovo sistema d’arma spostava già di per sé i rapporti di forza. Per la verità, il confronto militare è sempre stato, in parte, rappresentazione: le parate militari e le grandi manovre si sono sempre fatte con il tacito scopo di intimorire avversari e rinsaldare alleanze. Diversamente non si capirebbe perché alle parate sono sempre invitati i diplomatici e gli addetti militari stranieri, compresi rivali e avversari. Almeno dall’Ottocento è sempre stato così, ma la guerra fredda ha portato questo a un livello di perfezione sconosciuto. E anche le guerre limitate, che hanno preannunciato quelle generali, hanno avuto un peso comunicativo che andava al di là del loro valore militare in sé.

Foto: Vitaly V. Kuzmin

Ad esempio la crisi del Manciukuò e la guerra civile spagnola furono la grande prova della Seconda guerra mondiale in Asia e in Europa. Guernica non fu un gratuito atto di disumana crudeltà, o meglio: fu un atto di disumana crudeltà, ma non gratuito, ebbe lo scopo di saggiare le potenzialità distruttive del bombardamento aereo, di terrorizzare i nemici di oggi e avvertire i possibili avversari di domani. Ogni guerra è fonte di insegnamenti per la successiva e questo è vero ancora oggi: nella prima Guerra del Golfo, gli americani sperimentarono il nuovo carro armato Abrams e la dottrina dell’Airland Battle che convertiva gli USA al blitzkrieg: funzionò, ma servì di lezione ai russi che ne cavarono i nuovi modelli di T34. Poi nella guerra del Kosovo gli americani sperimentarono la possibilità di una guerra solo aerea: funzionò, ma servì a cinesi e russi per capire i punti deboli dell’ «aereo invisibile» e a Gheddafi per sperimentare una tattica di combattimento contro una guerra tutta aerea: alla fine Gheddafi perse, ma dopo aver resistito per sei mesi.

Dunque, la guerra è sempre anche rappresentazione e lo è ancora di più oggi, nella società dell’immagine. E la politica, anche se questo può non piacere, non è mai separabile dalla dimensione della forza, soprattutto della forza militare.

(pp. 124-126)

Di Aldo Giannuli PULP Libri ha recensito Storia di Ordine Nuovo, scritta con Elia Rosati.

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Speciale Hans Fallada: Il mio Reich per un cavallo/1

ricostruisce PAOLO PREZZAVENTO

PARTE PRIMA

Tutto inizia e tutto finisce con un cavallo, animale che è simbolo di intelligenza e di saggezza, sia per la cultura orientale che per quella occidentale, fin dalla notte dei tempi. Nell’induismo la testa di cavallo parlante è un simbolo della conoscenza, ma anche di vigore fisico e sessuale, come nell’immagine dello stallone. La figura del cavallo dunque ha radici profonde nell’inconscio collettivo, come nella rappresentazione degli unicorni di Salvador Dalì, simboli della frustrazione dell’artista per la perdita della potenza sessuale, oppure nel «Caso Clinico del Piccolo Hans» (1908) raccontato da Sigmund Freud, che individua nell’episodio del cavallo caduto l’insorgere del disturbo mentale nel piccolo Hans, contemporaneo alla scoperta della sessualità.

Ma nel Novecento l’immagine del cavallo, da simbolo di forza e intelligenza, si trasforma in simbolo di morte e di spossatezza fisica. Andiamo a rileggere quello straordinario racconto di Franz Kafka, «Un medico di campagna», con la sua potente immagine dei cavalli sfiniti, oppure la storia del cavallo-senatore Bucefalo, quello di Alessandro Magno, nel racconto «Il Nuovo Avvocato», che dimostra quanto possa essere sterile la conoscenza se non è accompagnata dalla speranza.

In Germania Anno Zero di Rossellini il protagonista, Edward Koheler, assiste allo smembramento di un cavallo morto per le strade di una Berlino devastata dalle bombe. Quel cavallo morto smembrato diventa un simbolo del tracollo della Germania annientata e smembrata dalle Potenze Alleate. Un cavallo morto appare nel Nosferatu di Herzog, quando si scatena la peste portata dal Conte Dracula e gli abitanti del paese, ormai contagiati, si abbandonano ad una vera e propria festa orgiastica, in una scena che ricorda l’ultima festa che si svolse nel Bunker della Cancelleria, nell’aprile del 1945, dove Hitler e i suoi fedelissimi trascorsero gli ultimi giorni del Terzo Reich. Ed è sempre un cavallo l’animale che Friedrich Nietzsche abbracciò in lacrime quel famoso 3 Gennaio 1889 a Torino, all’insorgere della sua pazzia. È sintomo di pazzia anche il cavallo di Kaspar Hauser nell’altro film di Herzog, L’enigma di Kaspar Hauser, la parola che il piccolo Kaspar continua a ripetere in modo ossessivo, tenendo in mano un piccolo cavalluccio-giocattolo che muove freneticamente, forse in un disperato tentativo di sfuggire alla solitudine e alla follia. Per non parlare della terribile scena della testa di cavallo utilizzata come esca per le anguille nel Tamburo di latta di Grass, da cui fuoriescono, man mano che si prosegue nella lettura, viscide anguille sempre più grandi, quasi a simboleggiare il passato oscuro e inafferrabile della Germania, il «passato che non passa» del Nazionalsocialismo, quel male oscuro che si è nascosto e si è annidato in una nazione progredita e istruita come la Germania.

I cavalli di Franz Marc

Anche in questa sede parleremo di un cavallo, o meglio di un uomo-cavallo; si tratta di Hans Fallada, pseudonimo scelto dallo scrittore Rudolph Wilhelm Friedrich Ditzen (Greifswald, 1893 – Berlino 1947), tratto da due famose fiabe dei Fratelli Grimm, «La Fortuna di Hans» e «La guardiana delle oche». In quest’ultima si narra di una serva che si spaccia per una principessa e fa decapitare il cavallo magico Falada, l’unico testimone dell’usurpazione. Ma la vera principessa, che intanto è stata messa a far la guardia alle oche del Re, chiede che la testa del suo cavallo parlante venga inchiodata all’ingresso della città, così che ogni volta che lei ci passa sotto la testa di Falada possa raccontare la verità. Ecco dunque come nacque lo pseudonimo di Fallada, uno scrittore che ha molto in comune con Kafka, non solo per l’immagine dei cavalli, ma perché anche in Fallada la scrittura si configura come un estremo tentativo di mantenere la propria identità e integrità di fronte alla spaventosa macchina della Burocrazia che cerca di stritolare gli uomini, di mantenere un barlume di speranza malgrado tutto, una teologia negativa, in cui non c’è alcun Dio, eppure è rimasta la speranza. Sotto il Nazismo, Fallada si aggrappò disperatamente alla sua scrittura, per non impazzire definitivamente, per mantenere la sua dignità, per poter continuare a esprimere i suoi pensieri e le sue opinioni, nonostante fosse internato in un enorme manicomio, la Germania hitleriana.

La figura del cavallo ha a che fare con questo straordinario scrittore tedesco anche sotto un altro punto di vista, che prescinde dalle filiazioni letterarie e dal folklore tedesco. Dietro la scelta di questo pseudonimo, come nella storia del Piccolo Hans e l’anno dopo la sua pubblicazione, si nasconde infatti anche uno di quegli incidenti che segnano in modo indelebile la vita di una persona. Quando aveva sedici anni il piccolo Rudolph Ditzen andò a sbattere con la bicicletta contro un carro trainato da cavalli, e uno di questi lo calpestò e gli dette un calcio alla testa che per poco non lo uccise. I postumi dell’incidente provocarono nel piccolo Rudolph mal di testa fortissimi, che i medici cominciarono a curare somministrando al ragazzino della morfina, come si faceva di solito all’epoca. Dopo questo incidente il giovane Rudolph comincerà anche a bere, diventando a poco a poco un alcolista, un vizio che lo accompagnerà per tutta la vita

Dunque la carriera letteraria di Ditzen/Fallada, nato in una famiglia borghese benestante, uno degli scrittori tedeschi più conosciuti del XX secolo, comincia all’insegna di una idea fissa, continuare a scrivere nonostante tutto e dire sempre la verità, conficcatagli in testa dal micidiale calcio di un cavallo. Quest’idea è all’origine della sua ricerca compulsiva della verità, anche a costo della propria autodistruzione. Nel 1910, l’anno dopo l’incidente con il cavallo, Fallada tentò il suicidio ingerendo del veleno. Nel 1911 si verificò un secondo tentativo di suicidio, questa volta con una pistola in un finto duello, dal quale scampò miracolosamente, tentativo che comportò il suo ricovero in un sanatorio che era in realtà una vera e propria clinica psichiatrica. Ne seguì tutta una serie di ricoveri in vari istituti psichiatrici, che contrassegnarono tutta la vita di Ditzen/Fallada.

Nel 1917-19 Fallada ricomincia ad assumere morfina e a bere, ed è ben presto costretto a sottoporsi a una cura disintossicante. La sua esperienza di tossicodipendente la racconta in un testo straordinario, Sulla buona sorte del morfinomane. Una relazione circostanziata (SE, 2018), il resoconto dettagliato della disperata ricerca di una dose di morfina in tutte le farmacie di Berlino con l’amico Wolfgang, ricerca antesignana delle peregrinazioni in tutte le farmacie di Manhattan – sempre alla ricerca della morfina – descritte da William Burroughs. Questo racconto rimase a lungo inedito, anche dopo la morte di Fallada (nel 1947), fino al 1997. Inutile dire che lo scritto di Fallada va ad inserirsi a buon diritto tra quei resoconti sull’esperienza della droga che vantano titoli molto più celebri come le Lettere dello Yage di Burroughs, Conoscenza dagli abissi di Henri Michaux o Le porte della percezione di Aldous Huxley. Il vizio del bere invece ispirerà un altro suo racconto, «Tre anni senza essere un uomo», anch’esso incluso nel volumetto di SE. In quest’ultimo resoconto Fallada narra la sua reclusione in carcere, nel periodo che va dal 1924 al 1928, esperienza che almeno gli consentì, per un certo periodo, di allontanarsi dall’alcool e dalla morfina.

Nel 1929, finalmente libero dalla prigione e disintossicato, Fallada si sposa con Anne Margrete Issel, detta Suse, e pubblica il suo primo libro di successo: Contadini, Bonzi e Bombe, (tr. Luciano Inga Pin, Baldini e Castoldi, 1956), sulla rivolta popolare dei contadini della Pomerania ai tempi della Repubblica di Weimar, romanzo che ebbe un notevole successo anche in Italia, tanto che lo si può trovare nelle più sperdute biblioteche di paese. Tale romanzo è decisivo nello sviluppo della poetica di Fallada, ma purtroppo è quasi introvabile sul mercato librario, a causa probabilmente della sua accesa polemica contro i «rossi», e in particolare contro i cosiddetti «bonzi», cioè i pezzi grossi, i dirigenti del Partito Social-Democratico (SPD) e del Partito Comunista (KPD), che all’epoca amministravano numerose città tedesche, apertamente accusati nel libro di aver brutalmente represso la pacifica protesta dei contadini nel paesino immaginario di Altholm, in realtà Neumunster; Fallada seguì come giornalista il cosiddetto «processo dei contadini» che cercò di chiarire le circostanze degli scontri che si verificarono tra i coltivatori e la polizia.

Il grande successo di Fallada comincia dunque in Germania, ma diventa internazionale a partire dal 1932, quando viene pubblicato il suo romanzo più celebre, E adesso, pover’uomo? (Mondadori, 1933; ristampato da Sellerio nel 2008). Il romanzo ebbe un tale successo che fu subito tradotto in diverse lingue e attirò l’attenzione dell’industria del cinema di Hollywood, che ne ricavò nel 1934 il film Little Man, What Now?, con Douglass Montgomery e Margaret Sullavan, diretto da quel Frank Borzage che due anni prima era stato il regista dell’adattamento cinematografico di Addio alle armi di Hemingway. E adesso, pover’uomo è la spietata descrizione della società tedesca tra le due guerre, secondo i canoni della Nuova Oggettività (Neue Sachlickheit), un movimento che intendeva reagire agli eccessi dell’Espressionismo. Il libro narra le vicende di un giovane contabile tedesco, Johannes Pinneberg, rappresentante della piccola borghesia, coinvolto nella grave crisi economica degli anni ’20 sotto la Repubblica di Weimar. Johannes e la sua giovane moglie, Emma Morschel, detta Lammchen (agnellino), vanno a vivere all’inizio nella Germania rurale, poi si trasferiscono a Berlino in cerca di fortuna. Johannes scopre che la sua matrigna gestisce un bordello, e che il suo amante, Jachmann, ha posato gli occhi su sua moglie.

Insomma, questo scrittore che oggi (nonostante gli sforzi della casa editrice Sellerio che ne sta ripubblicando i migliori romanzi) rimane ancora un oggetto sconosciuto al grande pubblico dei lettori italiani, negli anni Trenta e Quaranta era un autore di bestseller anche da noi, nonostante la censura fascista. Sebbene non fosse propriamente uno scrittore di regime, gli editor della Mondadori e i censori del regime fascista non percepirono la pericolosità dei testi di Fallada, anche se qualche taglio nell’edizione italiana effettivamente ci fu. La propaganda del regime, anche di quello nazista, ritenne che le vicende del pover’uomo di Fallada, che a causa della crisi della Repubblica di Weimar progressivamente sprofonda in una condizione di sottoproletario, fossero perfette per intrattenere e svagare i lettori che potevano in questo modo ritenersi fortunati rispetto al pover’uomo. Inoltre, nella rabbia mista a frustrazione del povero impiegato Pinneberg, il ceto medio dell’epoca vedeva riflessa quella stessa rabbia e frustrazione che l’aveva spinto a votare in massa per il Partito Fascista e successivamente per il Partito Nazista. Del resto il primo romanzo di Fallada sulla rivolta dei contadini, classe sociale tradizionalmente di destra, avversaria dei rossi e tendenzialmente antisemita (non mancano le battute antisemite nel romanzo, non si sa quanto condivise dall’autore), aveva convinto i nazisti che Fallada fosse uno dei loro.

La fortuna di Fallada in Italia continuerà per qualche tempo anche nel secondo dopoguerra, dopo la sua morte nel 1947, tanto che da uno dei suoi romanzi della serie del pover’uomo, Tutto da rifare, pover’uomo (dove si immagina il pover’uomo che eredita un’immensa fortuna, ma non per questo cessa di essere uno sfigato), pubblicato in Italia da Mondadori nel 1940, fu anche tratto uno sceneggiato per la TV nei primi anni sessanta, con Laura Betti, Paolo Poli e Luigi Vannucchi.

Un discorso a parte meriterebbe l’analisi della fortuna di Fallada in America: la sua fama iniziò in modo trionfale nel 1934 con il film di Borzage, poi finì sottotraccia per diversi decenni, riaffiorando solo in epoca recente con tutta una serie di nuove edizioni, anche delle opere minori o meno ispirate, che cercavano di soddisfare i desiderata dei gerarchi nazisti. Recentemente, nel 2018, è uscito anche un film, Lettere da Berlino, tratto dal romanzo Ognuno Muore Solo (1947), con Emma Thompson e Brendan Gillison, per la regia di Vincent Perez.

L’unico che in America, già negli anni Sessanta, sembrava aver compreso la grandezza di Fallada era uno scrittore di fantascienza apparentemente lontanissimo da lui, Philip K. Dick (ne raccomanda la lettura in alcune lettere), che forse intravedeva nel pover’uomo di Fallada l’antenato dei suoi personaggi, apparentemente insignificanti, umili repairman o commessi in un negozio di dischi, ma portatori di un messaggio da cui potrebbe dipendere il destino del mondo. Del resto, curiosamente, lo stesso Dick teneva molto a sottolineare il fatto che il suo nome, Philip, in greco antico significava «amante dei cavalli», tanto da chiamare uno dei suoi personaggi-alter ego Horselover Fat, traduzione letterale del suo nome in inglese. Inoltre era lui stesso, come Fallada, uno scrittore emarginato, bistrattato, considerato pazzo e costantemente impegnato in una dura lotta per la sopravvivenza. Anche Dick, come Fallada, ricorreva spesso alle droghe per «reggere» a sessioni di scrittura disumane, che a volte duravano per giorni e giorni di seguito (l’ultimo romanzo di Fallada, Ognuno Muore Solo, più di 700 pagine nell’edizione italiana, fu scritto in soli 24 giorni). Guarda caso, quelle stesse droghe – come il Pervitin, una potente amfetamina – che utilizzarono i carristi dell’esercito tedesco per portare a termine la conquista della Francia in meno di due mesi, guidando i loro carri armati giorno e notte, senza dormire quasi mai. Come hanno dimostrato gli studi di Norman Ohler, e in particolare il saggio Tossici. L’arma segreta del Reich. La droga nella Germania Nazista (Milano, Rizzoli, 2016), l’intera Germania era diventata, negli anni Trenta, una nazione di tossici, e il capo dei tossici era proprio lui, Adolf Hitler, cui il suo dottore personale, il Dottor Morrell, somministrava numerose iniezioni dei più svariati oppiacei nel corso della giornata per tenerlo su, soprattutto quando le sorti della guerra cominciarono a volgere a sfavore della Germania. L’alcolismo e la tossicodipendenza coinvolgevano tutti i tedeschi, sia le vittime che i carnefici; le prime per sopportare le vessazioni e le umiliazioni dei secondi, questi ultimi per ottundere il loro senso morale quando si abbandonavano ai più efferati massacri.

(continua)

La seconda parte di questo Speciale Fallada verrà pubblicata il 15 dicembre.

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Gabriele Del Grande: L’ISIS, o del perturbante

Gabriele Del Grande, Dawla. La storia dello Stato islamico raccontata dai suoi disertori, Mondadori, pp. 605, euro 19,00 stampa, euro 9,99 ebook

approfondisce PAOLO PREZZAVENTO

Pochi libri sono riusciti a penetrare il fitto mistero dell’ISIS, l’organizzazione terroristica che ha saputo creare un vero e proprio network del terrore, diventando, dopo la nascita dello Stato Islamico in Iraq e in Siria, locale e globale allo stesso tempo. La prassi politica di questo anomalo Stato prevede tecniche di controllo del territorio, di propaganda e di arruolamento che sono ancestrali e modernissime allo stesso tempo. I vari agenti della polizia locale, i carcerieri e gli agenti segreti dello Stato Islamico si avvalgono dei metodi di tortura e di interrogatorio tra i più brutali e sanguinari che si conoscano e allo stesso tempo utilizzano le più sofisticate tecnologie informatiche e perseguono una raffinatissima strategia di guerra psicologica, soprattutto nei confronti dell’opinione pubblica occidentale.

Tutto questo è l’ISIS, anzi il Dawla (lo Stato Islamico in arabo): uno stato fondato sulla violenza e sul terrore i cui meccanismi misteriosi Gabriele Del Grande, giornalista reporter e scrittore, è riuscito a penetrare come pochi altri analisti ed esperti occidentali, grazie al racconto di coloro che, pur essendosi macchiati di crimini efferati, pur avendo torturato, massacrato e stuprato in seguito alla conquista di una parte dei territori dell’Iraq e della Siria, a un certo punto della loro vita hanno deciso – per vari motivi – di disertare, di chiamarsi fuori da questa barbarie assoluta. Questo dunque è un libro che dà voce ai carnefici più che alle vittime, un reportage romanzato che è stato possibile pubblicare grazie ad una intelligente operazione di crowdfunding e che, come scrive Del Grande, non vuole in alcun modo giustificare ciò che questi uomini hanno fatto, ma vuole semplicemente raccontare, ancora una volta, la banalità del male.

L’intento è infatti quello di farci capire come questi assassini non siano affatto geni del male, ma avrebbero potuto tranquillamente gestire un ferramenta o uno sfascio a Baghdad o a Damasco, cioè condurre una vita assolutamente normale, se non avessero avuto questa occasione unica di arricchirsi e di decidere della vita o della morte di migliaia di persone, grazie alla guerra e alla situazione politica incandescente in Iraq e in Siria. Dawla ci aiuta a capire come si è arrivati a questa condizione di caos, come è stato possibile che un territorio che è stato per secoli, anzi per millenni, la culla della civiltà, dove le varie confessioni religiose hanno convissuto in pace in una straordinaria mescolanza di culture diverse, si sia trasformato in pochi anni nel regno della barbarie.

Rispetto all’Europa e all’Occidente l’ISIS dovrebbe rappresentare l’alterità radicale, la negazione totale dei nostri valori – questa la vulgata propagandata dai teorici dello scontro di civiltà. Eppure questi terroristi, nella loro forma mentis – a parte i versetti del Corano imparati a memoria, i riferimenti ad alcuni classici dell’Islam radicale come Abd al-Wahab, Ibn Taymyya, Sayyid Qutb, Abd Allah Azzam – sono quanto di più occidentale si possa immaginare. Non solo per il loro nichilismo e il loro disprezzo della morte, tipici frutti della cultura occidentale, ma anche perché in ultima analisi sono stati i grandi «strateghi» e le multinazionali occidentali ad aver dato inizio a tutto il grande caos mediorientale. Il libro di Del Grande ci offre una miniera di informazioni e degli spunti molto interessanti: ci fa capire che alcune nazioni, comprese quelle stesse che si trovano nel mirino dell’ISIS, hanno avuto interesse a rovesciare il regime di Muhammar Gheddafi in Libia e a scatenare la rivolta contro il regime di Bashar Assad in Siria non perché volessero esportare la democrazia, ma perché volevano mettere – come al solito – le mani sui soliti giacimenti di petrolio e di gas. Ci sono servizi segreti, come quelli delle monarchie del Golfo, che hanno sempre sostenuto e finanziato questi terroristi, nonostante i proclami dei predicatori islamisti radicali contro la dinastia apostata dei Saud; ci sono istruttori americani e italiani che hanno addestrato i militanti di al-Nusra alle tecniche della guerriglia e all’uso degli esplosivi; ci sono i trafficanti di armi turchi e italiani che si sono arricchiti vendendo armi all’ISIS in cambio di petrolio a buon mercato; eppure l’Occidente continua a far finta di niente, e il Presidente Trump continua a scagliarsi contro l’Iran che invece è un nemico giurato dell’ISIS ed uno degli obiettivi privilegiati dei suoi attentati, come dimostrano gli attacchi del 22 settembre scorso. Insomma, c’è qualcosa di nuovo, anzi di antico, nell’ISIS: esso perpetua sotto forme nuove quello che è sempre stato il “Grande Gioco” delle potenze occidentali in Medio Oriente, e alla base della sua forza e della sua capacità offensiva ci sono pur sempre gli ingredienti fondamentali della guerra contemporanea: le strategie geopolitiche, gli approvvigionamenti di gas e petrolio, i grandi flussi finanziari, la componente psicologica e la propaganda, etc.

Inoltre Del Grande ci fa comprendere come la «macelleria siriana» attuale non nasca dal nulla, ma sia figlia di un’altra macelleria precedente, quella attuata da Bashar Assad contro i suoi oppositori nelle famigerate carceri siriane, tra cui Saydnaya, teatro di una sanguinaria rivolta nel 2008. Quei penitenziari sono stati per anni veri e propri incubatoi del terrorismo, fucine di radicalizzazione per centinaia, migliaia di oppositori del regime. Ecco perché una protesta che all’inizio si basava su principi squisitamente laici (la richiesta di maggiori spazi di democrazia, di un maggiore rispetto per i Diritti Umani da parte di un regime oppressivo a partito unico) si è trasformata in una guerra di religione dove la democrazia è vista come il demonio, un sistema politico fondamentalmente incompatibile con la Legge di Dio, la Sharia, e il nemico da abbattere è tutto ciò che è kufar, cioè infedele, cioè tutto ciò che non è mussulmano sunnita.

Del Grande ci offre anche uno spaccato delle terribili prigioni segrete del Dawla, come i famigerati sotterranei dello «Stadio Nero» di Raqqa, dove gli infedeli, le spie e i traditori vengono torturati con una brutalità senza precedenti. È questo il «capolavoro» di chi, in Occidente, pur avendo la possibilità di risolvere pacificamente i conflitti, ha lasciato incancrenire per settant’anni la questione israelo-palestinese, ha finanziato e armato i mujahidin in Afghanistan in funzione antisovietica, e poi si è ritrovato improvvisamente a dover fronteggiare la minaccia che veniva proprio da quelle milizie che gli americani ed altri avevano così bene addestrato. Dai mujahidin siamo passati ad Al-Qaida, che ha cominciato ad attaccare obiettivi occidentali, per poi arrivare, dopo l’11 Settembre, all’ISIS di Abu Mussab al-Zarqawi in Iraq e infine all’ISIS di Abu Bakr al-Baghdadi, diventato un autentico network del Terrore Globale.

Ecco perché l’ISIS rappresenta un tipico fenomeno «perturbante», secondo la terminologia di Freud: un fenomeno che ci è profondamente estraneo e al tempo stesso familiare. Il coinvolgimento dei civili nelle operazioni belliche e l’utilizzo degli attentati per portare avanti le guerre asimmetriche, le guerre che non si possono dichiarare apertamente, comprese la Guerra Fredda e la cosiddetta Strategia della Tensione di casa nostra: tutto questo è stato messo a punto in Occidente. Senza queste premesse teoriche occidentali non si sarebbe sviluppato su larga scala il terrorismo palestinese negli anni ’70, che piano piano è uscito dai suoi binari laici e si è trasformato in terrorismo islamico. Improvvisamente è cambiato tutto: i combattenti palestinesi sono diventati terroristi kamikaze e il fondamentalismo di Hamas e della Jihad Islamica ha cominciato a guadagnare consensi anche all’interno della Striscia di Gaza.

Del Grande, pur mascherando in parte – per ovvi motivi – questi avvenimenti nella sua narrazione romanzata, ci racconta tutto questo: la nascita dello Stato Islamico, le grandi manifestazioni contro il Regime di Assad, la conquista di Raqqa da parte degli insorti e la progressiva eliminazione ed espulsione di tutti quegli oppositori di Assad che non erano islamisti radicali. Il nostro autore è riuscito addirittura ad ottenere informazioni di prima mano non solo sulla Sicurezza Interna dell’ISIS, ma anche sulla segretissima Sicurezza Esterna, cioè quell’apparato che è direttamente coinvolto nella preparazione degli attentati in Europa. Si tratta di uno spaccato eccezionale, dall’interno, di tutto quel groviglio di servizi segreti e di strutture paramilitari che si adopera ogni giorno per diffondere il Terrore nell’opinione pubblica dell’Occidente, con personaggi che, nella loro banalità, non sanno far altro che scimmiottare ancora una volta modelli occidentali. Ce n’è uno che si faceva chiamare Michael Jackson, un altro si faceva chiamare Jihadi John, un altro lo chiamavano Prince, altri ancora i Beatles, e così via. C’è perfino un regista americano che lavorava alla serie di film horror Saw, l’Enigmista, il quale si è convertito all’Islam radicale e ha collaborato alla realizzazione dei filmati di propaganda del Dawla. Sicuramente, in questa nuova fase della sua carriera, non ha più bisogno del sangue finto che utilizzava in America per gli effetti speciali…

Le rivelazioni di Del Grande confermano inoltre quello che è ormai diventato un luogo comune: la presenza tra i dirigenti dell’ISIS di numerosi ex ufficiali dell’esercito di Saddam Husayn che, dopo il disastroso intervento americano in Iraq, sono passati armi e bagagli nelle file dello Stato Islamico, e l’analogo passaggio di numerosi esponenti dei Servizi Segreti siriani nelle strutture supersegrete del Dawla. Dunque il vero capo dell’ISIS non è certo Abu Bakr al-Baghdadi, messo lì soltanto perché appartiene al ramo Banu Hashim della tribù Quraysh, e dunque discendente dal Profeta, ma ex militari dell’esercito di Saddam, tra cui l’ex colonnello iracheno Haiji Bakr e il suo assistente Haiji Abd al-Nasir, destituito nell’estate del 2017. Ma la catena di comando prosegue, perché dietro di loro il potere reale è gestito dai due capi della Sicurezza Interna e dal capo della Sicurezza Esterna, più un quarto personaggio misterioso, il capo della Sicurezza Segreta, coadiuvati a loro volta da persone insospettabili, vestite alla moda occidentale, con le barbe rasate, che manovrano le leve del potere coperti da un perfetto anonimato e magari risiedono a Roma, a Milano o a Dubai in dimore di lusso. Dietro il Dawla, dietro la cortina fumogena dei proclami di al-Baghdadi che incitano i martiri al jihad globale, ci sono i servizi segreti internazionali, ci sono le grandi speculazioni finanziarie, ci sono le potenze straniere che hanno interesse a soffiare sul fuoco del radicalismo islamico al fine di destabilizzare tutto il Medio Oriente ed ottenere in questo modo sempre la stessa cosa, l’unica cosa che è sempre interessata alle cancellerie occidentali: il petrolio e il gas, uno sterminato mercato per le proprie armi e una fornitura illimitata di preziosissimi reperti archeologici e di rarissimi manoscritti antichi da rivendere in Occidente a cifre da capogiro.

La lettura di questo libro è caldamente consigliata a tutti quei grandi strateghi della geopolitica che un bel giorno hanno pensato che avrebbero sconfitto per sempre il Terrorismo concentrando tutti i jihadisti in un unico territorio e poi bombardandoli senza pietà. La lezione che si ricava dal libro di Del Grande, invece, è un’altra: il terrorismo islamico non si sconfigge con le bombe, ma con un paziente lavoro di intelligence, intervistandone i protagonisti, raccontando le loro storie, imparando a conoscere il nostro nemico.

Il primo passo, insomma, è guardarsi allo specchio.

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Il critico come bohémien

Gino Scatasta, Fitzrovia, o la Bohème di Londra, Il Mulino, pp. 217, euro 21,00 stampa, euro 14,99 ebook

riferisce PAOLO PREZZAVENTO

Wilde ipotizzava che la menzogna fosse molto più interessante della squallida realtà: questo libro è la dimostrazione di questa tesi. Fitzrovia di Gino Scatasta, professore di Letteratura inglese all’Università di Bologna, è infatti un libro basato in gran parte sul gossip, sulle autobiografie romanzate dei protagonisti della bohème londinese, un libro in cui il critico letterario «può prendersi qualche libertà con i fatti così come sono realmente accaduti». Essendo fondamentalmente basato sulle auto-rappresentazioni dei protagonisti della bohème londinese, sulle chiacchiere da pub, sulle dicerie e sui pettegolezzi, questo libro sarebbe sicuramente piaciuto al Divino Oscar: del resto, lo stesso Scatasta racconta di aver discusso i vari aspetti della sua ricerca in lunghe serate al pub con altri studiosi suoi amici. Per descrivere la Bohème di Londra è diventato un po’ bohèmien anche lui cosicché Il Critico come Artista di Wilde si è trasformato nel Critico Bohémien. Durante i suoi soggiorni a Londra, Scatasta ha lavorato sul suo studio frequentando per diverse sere di fila la Fitzroy Tavern, il Wheatsheaf e il Marquess of Granby.

A dire il vero, il dandy e il bohémien sono molto diversi tra loro. Wilde, ad esempio, odiava la vita bohémien, perché a Wilde faceva orrore la povertà vera, la vita in squallidi alberghi o appartamenti che conducevano i bohèmien. Mentre i bohémien dovevano arrabattarsi ogni giorno per sbarcare il lunario, Wilde viveva nel lusso e proclamava a ogni piè sospinto il suo profondo disprezzo per la vita quotidiana e in definitiva per la realtà stessa, cui preferiva l’Arte, la maschera, la finzione, la menzogna. Paradossalmente, negli ultimi anni della sua vita il dandy orgoglioso che aveva tutta Londra ai suoi piedi fu costretto a condurre una vita da bohémien, dimenticato da tutti. La sua fu, ci ricorda Scatasta, «una morte da bohémien, povero e malato in una squallida camera d’albergo nel Quartiere Latino». La sua tomba al cimitero di Père Lachaise diventò ovviamente una tappa obbligata per tutti i bohémien di Parigi e non solo.

L’interesse per Fitzrovia nasce dai corsi universitari che Scatasta ha tenuto in questi anni su Londra e sulla sua rappresentazione letteraria nei romanzi dall’800 ad oggi, nonché dal fascino particolare che questa città esercita su coloro che si avventurano nelle sue strade, «quando alla città reale si sovrappongono le immagini stratificate del suo passato e dei suoi miti letterari». Scatasta analizza dunque in Fitzrovia «una tradizione letteraria che mescola città reale e città della mente, dalla Nuova Gerusalemme di Blake alla unreal city della Terra Desolata eliotiana». Fitzrovia dunque «...non è un luogo fisico, ma piuttosto un luogo mentale, un quartiere dell’immaginazione, un posto unico al mondo, a partire dal nome che suona misterioso».

All’inizio del libro, Scatasta si preoccupa di ricostruire minuziosamente l’origine del nome Fitzrovia, cioè quella zona di Londra a forma di parallelepipedo delimitato sui lati lunghi da Tottenham Court Road e Charlotte Street, e su quelli corti da Oxford Street e Howland Street, che è stata per cinquant’anni la culla della Bohéme. La prima sorpresa è che il nome Fitzrovia non deriva da Fitzroy Street o dalla vicina Fitzroy Square, ma da un pub, la Fitzroy Tavern. A partire dagli anni venti, il locale diventò il centro della vita sociale e culturale della zona, perché la sua clientela annoverava scrittori, artisti, musicisti, modelle e altri personaggi noti e meno noti. Tra i locali citati c’è anche il Tour Eiffel Restaurant, frequentato dall’ereditiera Nancy Cunard, che fu ritratta da Kokoschka, da Cecil Beaton e da Man Ray, e ispirò anche Hemingway e Aldous Huxley. L’Eiffel era frequentato anche dai Vorticisti di Wyndham Lewis, che vi presentarono la rivista Blast. Non sorprende che pure Ezra Pound ogni tanto vi facesse una capatina.

Molti di questi bohémien hanno passato gran parte della loro vita alla deriva nei pub di Fitzrovia a raccontare storie a volte completamente inventate sprecando così il loro immenso talento, ma – anche grazie al libro di Scatasta – non spariranno nelle nebbie londinesi, non saranno dimenticati. Parliamo di di Nina Hamnett, che fu modella dello scultore Henri Gaudier-Brzeska e di Amedeo Modigliani, poi morta suicida negli anni cinquanta; di Betty May, detta la donna-tigre, che morì completamente dimenticata negli anni ottanta; di Julian MacLaren-Ross, convinto di essere vittima di un complotto di cui era a capo Iris Murdoch; del pittore Augustus John, che rimase un bohémien per tutta la vita. E poi incontriamo personaggi ancor più misteriosi come Alan Odle, presunto figlio di Aubrey Beardsley, che sarebbe nato da un rapporto incestuoso tra Beardsley e sua sorella Mabel; come Iron Foot Jack, un noto truffatore e fondatore della setta dei “Figli del Sole”, o come Geoffrey Wladislas Vaile Potocki de Montalk, poeta neozelandese che si vantava di essere l’erede al trono del Regno di Polonia. Tra gli assidui frequentatori dei pub di Fitzrovia c’era anche il romanziere Matthew Phipps Shiel, lo scrittore di fantascienza autore de La nube purpurea (The Purple Cloud, 1901), che era stato nominato Sovrano del Regno di Redonda, una piccola isola rocciosa delle Indie Occidentali. Dopo la sua morte nel 1947, i suoi successori sul Trono di Redonda distribuirono titoli nobiliari di fantasia a destra e a manca a famosi scrittori, poeti, registi e romanzieri, come Dylan Thomas, Henry Miller, Pedro Almodòvar, Pietro Citati, Francis Ford Coppola, Umberto Eco, Claudio Magris e John Ashbery.

Un altro personaggio straordinario citato nel libro è Thomas Edward Neil Driberg, barone Bradwell, ricco e gay – quindi all’epoca ricattabile – citato nell’Archivio Mitrokhin come possibile collaboratore del KGB; Driberg a sua volta era amico di Guy Burgess, la spia inglese che passava informazioni all’Unione Sovietica, e fu per un certo periodo seguace del satanista Aleister Crowley, personaggio che certo non ha bisogno di presentazioni. Non meraviglia che anche Crowley frequentasse i pub di Fitzrovia quand’era a Londra. È molto interessante il racconto che fa Scatasta della disputa legale tra Crowley e una delle protagoniste della bohème londinese, Betty May, a causa della morte di un giovane fidanzato della May, tale Raoul Loveday, che Crowley aveva attirato nella sua Abbazia di Thelema a Cefalù e che sarebbe morto dopo aver bevuto sangue di gatto.

Gustoso anche l’episodio che riguarda il poeta americano Robert McAlmon, che a quanto pare batté a macchina le ultime cinquanta pagine dell’Ulisse di Joyce, che aveva conosciuto a Parigi, cercando di decifrare la scrittura quasi illeggibile sui taccuini dell’autore irlandese. Dopo un po’ si stufò di faticare su quel testo quasi incomprensibile e cominciò ad inserire frasi a caso nel monologo di Molly Bloom; anni dopo Joyce gli rivelò di essersi accorto delle manipolazioni, ma di averle lasciate così com’erano.

Un altro racconto imperdibile è quello dell’intricata vicenda del pittore Walter Sickert e del suo coinvolgimento nelle indagini sui delitti di Jack lo Squartatore. Sickert aveva studiato alla Slade School ed era un assiduo frequentatore dei pub di Fitzrovia; aveva la mania di travestirsi e andava in giro dicendo di conoscere la vera identità di Jack lo Squartatore; aveva preso in affitto vari studi in diverse parti della città, e cercò di acquisire una certa notorietà ritraendo modelle nude in quadri che alludevano ai delitti di Jack. Anche se probabilmente non era presente a Londra nell’anno dei delitti, il 1888, non sorprende più di tanto che Sickert venisse sospettato di essere Jack. Nel raccontare la storia di Sickert e dei suoi collegamenti con i delitti di Whitechapel, Scatasta ricorda anche le indagini condotte dallo scrittore Jean Overton Fuller e dalla scrittrice Patricia Cornwell, convinta che il famoso serial killer fosse proprio Sickert, tanto da far distruggere un suo quadro pur di poter analizzare il DNA di un capello, ma senza alcun esito.

A conclusione del libro, si impone una riflessione: che ne è della bohème oggi? E’ presto detto: la bohème oggi non è più confinata nei pub o nelle zone più squallide e vitali delle grandi metropoli, ma è dappertutto. Dopo il secondo dopoguerra, infatti, ci ricorda Scatasta, la bohème diventa sempre più mainstream, i suoi ideali cominciano a penetrare nella cultura di massa, nei movimenti giovanili, e infine nel mondo della moda. I veri eredi dei bohémien negli anni cinquanta e sessanta furono dapprima i beatniks, poi i beat e gli hippy. A poco a poco, la vita bohémien diventò alla portata di tutti, anche dei borghesi con il posto in banca, almeno nei fine settimana, a causa della rivoluzione sessuale, della diffusione di massa del consumo di alcool e soprattutto delle droghe. Ormai il mondo della bohème, dissidente e ribelle, è diventato un prodotto commerciale. Oggi, se volete vedere come vestono i bohémien, dovete sfogliare una rivista di moda.

L’unico rammarico del lettore, incuriosito da tutte queste storie incredibili e straordinarie, è che Scatasta non abbia avuto il tempo di approfondire alcuni episodi appena accennati, come quello delle aringhe di Stewart Gray, oppure l’aggressione fisica e verbale ai danni di Filippo Tommaso Martinetti in visita a Londra da parte di Wyndham Lewis e dei Vorticisti, che accusavano il fondatore del Futurismo di essersi arricchito in Africa sfruttando prostitute. Scatasta ha già promesso che nel suo prossimo libro chiarirà anche questi episodi e fornirà nuovi gustosi dettagli. Si occuperà infatti degli eredi della bohème londinese negli anni cinquanta, sessanta e settanta, e dunque del passaggio della bohème da Fitzrovia a Soho e a Chelsea. Un programma indubbiamente appetitoso.

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