Tutti gli articoli di Gianluca Mercadante

I dubbi vanno spolverati

Giorgio Scianna, Cose più grandi noi, Einaudi, pp. 200, euro 17,00 stampa, euro 9,99 epub

di GIANLUCA MERCADANTE

Gli anni Ottanta. Le Brigate Rosse. I rapimenti, le esecuzioni, i cosiddetti “atti dimostrativi”. Un’intera generazione di persone, e di cittadini italiani, rammenta bene gli avvenimenti di cronaca che hanno marchiato per sempre quell’epoca, eppure viviamo in un Paese che sembra in qualche modo tralasciare volentieri la memoria storica, prova ne siano i risultati elettorali degli ultimi trent’anni. Ci si barcamena nell’incoerenza, si passa dalla destra alla sinistra con la massima disinvoltura, senza tuttavia ottenere alcun miglioramento nella generale situazione politica, economica e sociale.

Protagonista di Cose più grandi di noi è l’appena diciottenne Margherita, per tutti Marghe, incarcerata con l’accusa di aver intrattenuto importanti legami con cellule terroristiche operative nella Milano di quegli anni, città dove la nostra vive con la propria famiglia – padre, madre, un fratello e una sorella. Alla stregua dell’odierno ISIS, anche le Brigate Rosse arruolavano nelle proprie schiere persone giovanissime, spesso studenti di belle speranze, la testa imballata da ideali all’apparenza purissimi che la lotta armata sembrava finalmente voler concretizzare: guerra aperta agli imprenditori senza scrupoli, ai giornalisti venduti, ai politici corrotti. Quanto alle modalità esecutive, beh: il fine giustifica i mezzi. E, va detto, a praticare la violenza erano in pochi, tutto sommato, ma a condividerne prerogative ed effetti erano in molti.

Quando Marghe esce di prigione e torna per un attimo a contatto con l’aria feroce di quella Milano, per poi proseguire la carcerazione agli arresti domiciliari, viene affidata al padre Paolo, il quale si trasferisce con lei fra le mura di un modesto appartamento che, in linea d’aria, sta di fronte a quello in cui i restanti componenti del nucleo famigliare continuano a vivere, non senza avvertire, ognuno a modo proprio, la presenza/assenza di Marghe e del suo fardello giuridico ed esistenziale. Presenza/assenza che almeno il fratello minore, Martino, tenta di colmare dotandosi di una coppia di walkie-talkie, la cui gittata unisce in segreto i due appartamenti e sovrasta l’imponente stadio di San Siro, che si trova proprio nel bel mezzo.

Mentre Sara, l’altra figlia della coppia, è l’esatto opposto di Marghe, attenta ai trucchi e alle mise modaiole, Martino è una specie di nerd e farebbe qualsiasi cosa pur di non lasciare sola la sorella, prigioniera di una gabbia dorata dalla quale non le viene per legge consentito di affacciarsi alla finestra, o sporgersi dal balcone, neppure nel giorno in cui la scritta “INFAME” compare a sorpresa sulla strada.

È il primo avvertimento, Marghe è una pentita, considerata quindi dagli ex compagni di lotta una traditrice. È chiaro da subito che qualcuno fra loro sta pensando di punirla. Come, però? Gambizzando il padre medico? Violentando la sorella, o la madre avvocato, che ha difeso la figlia solo inizialmente per poi tirarsi indietro? O su Margherita stessa?

In una battaglia tra sconfitti da ambo le parti s’innesca dunque una parabola di vita autentica, che dovrebbe incontrare non tanto i lettori capaci di ricordare i tristi eventi di quegli anni, ma i giovanissimi di oggi. Imbambolati davanti ai loro irrinunciabili smartphone, figli di nessuna guerra e tuttavia orfani di pace, facili prede di ideologie che sfiorano in superficie esattamente come si “scrollano” le notifiche dei social, evitando quasi per noia, quasi per abitudine – o, peggio, quasi per assuefazione – di approfondire nessun fatto o discorso, anche solo per pura e semplice curiosità.

Col piglio dei grandi narratori, Giorgio Scianna (che all’epoca dei fatti raccontati nel suo quinto romanzo era studente di giurisprudenza) ci riporta indietro nel tempo attraverso una storia che pone domande e non cerca per forza risposte. Forse perché i dubbi bisogna imparare a interrogarli non necessariamente allo scopo di dissolverli. I dubbi, almeno questi dubbi, servono a titolo di monito e affinché da monito facciano allora tali devono restare. Il che non significa impedirci – o distrarci? – dal compito di spolverarli, di tanto in tanto, e di accettarli, di conviverci nella speranza che da essi nasca un’unica, fondamentale certezza: mai più violenza, mai più odio, mai più niente di tutto ciò che è stato – e che, volenti o nolenti, ci ha trasformati via via in ciò che oggi siamo. Come individui e come società.

Ciò che noi siamo, ciò che noi non vogliamo, diceva qualcuno.
Chissà se quel qualcuno, vedendoci adesso, resterebbe dell’idea.

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(In)curabili dipendenze

Paolo Roversi, Addicted, SEM Edizioni, pp. 190, euro 16,00 stampa, euro 7,99 epub

di GIANLUCA MERCADANTE

Un buon thriller deve catturare il suo lettore ideale dalle primissime righe. Un attacco scadente – e in un genere tanto vampirizzato figurarsi se è semplice metterne giù uno che non rischi di risultare tale -, una prosa ridondante, uno stile non particolarmente avvincente, e il destino di quel libro è segnato.

Non fa una grinza per fortuna Paolo Roversi, che se in passato ci ha abituati bene con le sue narrazioni sulla Milano criminale, dalla Ligera alle bische, o con le avventure del suo personaggio-feticcio, l’hacker Enrico Radeschi, con Addicted sposta decisamente lo sguardo altrove e realizza una storia che è stata già opzionata dal cinema, prova ne siano i personaggi, concettualmente vicini a un cast di respiro internazionale.

Il romanzo si apre con un antefatto e il sipario si spalanca su di una rigida notte d’inverno in Germania nel 1994, per poi tornare subito ai giorni nostri presentandoci la principale protagonista, la psicologa londinese Rebecca Stark. Contattata da un suo ex paziente russo, il facoltoso Grigory Ivanov, la Stark viene invitata a curare personalmente un ambizioso progetto. Ivanov intende aprire una serie di cliniche nelle quali applicare il metodo messo a punto dalla psicologa, allo scopo di guarire persone affette da gravi dipendenze di svariata natura.

Viene lanciata una campagna pubblicitaria a livello mondiale, tesa a raccogliere i primi pazienti selezionati a insindacabile giudizio dalla Direzione. Qualora l’esito del cosiddetto “metodo Stark” dovesse maturare buoni risultati, e Ivanov per esperienza personale ne è assolutamente certo, allora sarà possibile ampliare il progetto e di conseguenza i profitti, aprire nuove sedi in tutto il mondo e attivare dunque un business di notevoli proporzioni.

I sette fortunati che passano la selezione e – particolare importante – godranno della terapia in modo del tutto gratuito, raggiungono da più parti del globo la Puglia, all’interno di un’antica masseria ristrutturata da cima a fondo e ribattezzata Sunrise. È là che i nostri “addicted” dovranno affrontare passo dopo passo le paure che li abitano e riflettere sulle proprie debolezze facendo vita di comunità, in un panorama mozzafiato che li terrà a debita distanza dalle proprie abitudini logoranti.

E quindi dov’è la fregatura? Non dovrete attendere molto per scoprirlo, Roversi attacca la pagina con grande grinta e mestiere e la prima, misteriosa sparizione di uno dei pazienti non tarderà ad arrivare, avviando una macchina narrativa i cui ingranaggi masticheranno senza pietà ogni personaggio, svuotandolo dal profondo.

Addicted non è tuttavia un thriller psicologico che sottopone ai lettori tedianti noziosismi di psichiatria, o peggio ancora insulsi flussi interiori già visti e già letti. Il romanzo che Roversi costruisce è a tutti gli effetti un thriller dai ritmi sostenuti, denso di accadimenti che andranno non di meno a collegarsi con quel passato che a tratti riemerge nel corso della narrazione ed esige risposte.

Il classico libro da leggere d’un fiato, sperando che l’unica dipendenza che possa ispirare è quella di volerne leggere un altro, e un altro, e un altro.

Che leggere libri, soprattutto libri buoni, è di sicuro una dipendenza incurabile.

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Quel certo non so che

Ivano Porpora, L’Argentino, Marsilio, pp. 166, € 16,00 stampa

di GIANLUCA MERCADANTE

C’è davvero ancora bisogno di scrivere (o riscrivere) la storia di Cristo? Le risposte possono essere tante e i motivi non di meno, primo fra tutti: essendo esente da diritti, poiché di pubblico dominio da secoli, why not? Senza troppe pretese però, visto e considerato come sono andate avanti le cose a partire dalla prima volta che è stata raccontata: il figlio di Nostro Signore si sarà pure immolato per cancellare i peccati del mondo, ma i peccatori son rimasti tutti, vivi, vegeti e felicemente riproduttivi. Forse, in un mondo simile, più che scrivere (o riscrivere) la storia di Cristo, bisogna scrivere, mi si passi l’ardito giochino di parole, una cristo di storia.

Ivano Porpora l’ha scritta, una cristo di storia. Dopo il precedente Nudi come siamo stati, che avevamo discusso puntuali qui su Pulp, l’editore Marsilio scommette di nuovo sul talento dell’autore nativo di Viadana, in provincia di Mantova, e lancia nelle librerie L’Argentino. Un romanzo che sa di terra bruciata e sudore, di adolescenza e di quel momento della vita in cui si comprende quanto siano preziosi i ricordi.

Si chiama vecchiaia, quel momento? Chissà. L’Io narrante possiede dell’anziano la sapienza, palesata da una lingua ricca e ben modulata, mentre del giovane lascia affiorare tutto il vigore, la viscerale urgenza del racconto. Fate il mix di questi elementi e otterrete una voce della narrativa italiana destinata a restare – e resistere – a lungo fra gli scaffali, nonché nel cuore di chi ne assapora la potenza. Ma entriamo nelle pagine del libro, o meglio: facciamoci una passeggiata nella strada principale del piccolo paesello della Spagna franchista in cui L’Argentino è ambientato.

È il 6 Agosto 1958 e San Cristóbal de Cuéllar conta centosessantadue abitanti, una statua della Vergine che presto sparirà nel nulla e una misteriosa porta chiusa, oggetto delle maledizioni inflitte da uno scrittore di passaggio eoni fa e mai più da allora spalancata. Quel giorno, José Fernando, detto Nandito, diventerà per sempre la prima persona di San
Cristóbal ad avvistare uno sconosciuto che sta entrando in paese a piedi, l’andatura un po’ ciondolante e l’aspetto male in arnese, nel bel mezzo della strada principale. Non lo vede in faccia, ma avrà ben presto occasione d’instaurare con lui un rapporto particolare, fatto di poche parole, tolta una lunga descrizione del mare, che all’epoca Nandito non aveva ancora visto dal vero e a cui ripenserà molti anni dopo, quando lo guarderà negli occhi, il mare, con accanto la propria moglie.

Lo sconosciuto, che tutti soprannomineranno l’Argentino sebbene l’accento del nostro non tradisca affatto tali origini, sconvolgerà non poco gli equilibri del luogo che per venti giorni lo ospiterà fra la sua gente e fra le sue strade dai nomi altisonanti ed evocativi, che dividono il romanzo tracciandone, di capitolo in capitolo, una specie di mappa. O una nuova Via Crucis. Perché se l’Argentino è il Cristo, il suo acerrimo nemico lo sta attendendo tra i ragazzini del paese sotto le mentite spoglie di Rosario, un personaggio inquietante, la perfetta incarnazione del male: il male adolescente, puro, rabbioso e ribelle.

Ma prima che la sonnolenta San Cristóbal venga scossa da un terremoto di emozioni, e si presti a teatro dell’inevitabile scontro all’ultimo sangue fra Luce e Ombra, incontreremo un fiorilegio di personaggi caratterizzati in maniera adorabile. Vien voglia di volergli bene, a ognuno di loro, partendo da due cugini che comunicano attraverso un piccione viaggiatore, per arrivare al complesso Cienfuegos, il macellaio, che ci si presenta come granitico per poi sgretolarsi davanti a un tragico episodio, un fatto di sangue di cui s’incolperà l’Argentino. Il quale, da par suo, se proprio dev’essere costretto a recitare la parte di Cristo, sarà allora un Cristo che i peccati non li lava, manco per idea. Preferisce commetterli uno ad uno, i peccati, sissignore, liberando gli altri non tanto dai peccati in sé, ma dal desiderio definitivo di realizzarli.

E poi ci sono gli amori di Nandito, certi afrori sessuali che gonfiano o inumidiscono parti del corpo che stai appena iniziando a riconfigurare, quando sei adolescente. E sul finale arriva pure quel certo non so che, alquanto difficile da spiegare in una recensione. Basti dire, giusto per capirci: se una volta letto un libro non te lo senti appiccicato addosso, quel certo non so che, beh: ci resti male. È un po’ come non aver letto un bel niente.

Succede tante volte, per carità. Una in più o una in meno non farebbe mica differenza, certo.

Ma meglio una in meno, stavolta.

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Andrea G. Pinketts ricordato da Gianluca Mercadante e Andrea Carlo Cappi

introduce GIANLUCA MERCADANTE

«Non so sciare, non so giocare a tennis
nuoto così così
ma ho “il senso della frase”»

Parola di Lazzaro Sant’Andrea, o meglio: di Andrea G. Pinketts, che così apriva uno dei suoi romanzi più noti, Il senso della frase. E di senso della frase il buon Pinketts ne aveva da vendere – e altrettanto ne ha regalato a destra e a manca, attivissimo com’era sul fronte letterario, ben prima che la storica antologia einaudiana Gioventù Cannibale, a cura di Daniele Brolli, sdoganasse sul mercato editoriale italiano nella seconda metà degli anni Novanta una serie di nomi nuovi, interpreti di una narrativa allora diversa dal solito, fra i quali figuravano scrittori oggi alla ribalta quali Nicolò Ammaniti, Aldo Nove. E Pinketts.

Apparso in primissima battuta presso un editore misconosciuto che chiuse battenti, guarda caso, proprio in concomitanza con l’uscita del romanzo che ne avrebbe sancito l’esordio, Lazzaro Vieni Fuori gode tuttavia di una seconda e quasi immediata chance, ristampato e rilanciato in pompa magna da Feltrinelli nel 1991. Faranno seguito, presso il medesimo editore, Il vizio dell’agnello (1994), il già citato Il senso della frase (1995), Io, non io, neanche lui (1996), per poi passare a Mondadori che pubblicherà il quarto capitolo della saga dedicata al personaggio di Lazzaro Sant’Andrea, Il conto dell’ultima cena (1998).

Sono noir particolarissimi, contraddistinti da una scrittura rivelatrice di una verve letteraria schizofrenica e creativa quanto lo era la personalità di chi stava dietro quelle pagine, di chi viveva almeno in parte le tragicomiche vicende che vi si rappresentano. La Milano di Pinketts, e la fauna che la abita, si sorreggono gioco forza in bilico tra finzione e realtà, narrazione tout-court e autobiografismo. Ed è complicato incasellarne l’autore: la vena narrativa di Pinketts, la sua prosa, strabordante giochi di parole e sagaci osservazioni sull’universo umano, un’etichetta qualsiasi non gliela puoi affibbiare a cuor leggero. Attribuirgliene una è necessario a fini commerciali e basta. Che noir sia, perciò, ma spumeggiante come una buona birra, bevanda per altro molto apprezzata fra gli autori di genere, nonché da Lazzaro e da Pinketts.

La cui produzione letteraria naturalmente non si ferma al 1998, ma tutto questo e molto altro potete trovarlo con una semplice ricerca su Google, soprattutto dopo la prematura scomparsa, avvenuta a Milano il 20 Dicembre 2018, a seguito di un lungo periodo di malattia. Aveva 57 anni e anche questo lo troverete navigando in rete senza alcuna fatica.

Quello che non troverete ve l’abbiamo cercato noi, chiedendo ad uno dei suoi amici più cari e vicini, lo scrittore Andrea Carlo Cappi, milanese a sua volta, di comporre il ricordo umano di uno scrittore che con la propria cifra esistenziale ha plasmato il suo “io” letterario, il suo mondo narrativo, raccontando senza veli, ma con moltissimi velli, avrebbe detto lui, pregi e difetti di una società che viaggia veloce sotto i nostri occhi, incapaci di fermarne almeno per un istante un frammento.

Per quanto Milano corra, e si espanda, e muti aspetto ogni singolo giorno, lo sguardo di Pinketts l’ha invece ritratta con la minuzia di un provinciale che si sofferma sui piccoli dettagli, separando dal generale, magmatico caos dell’insieme qualcosa di così prezioso da poterlo raccontare. A lingua sciolta. Guidando nella nebbia, amava dire. Sapendo dove giungere, sì, ma mai, e doverosamente, come arrivarci.

In fin dei conti, chi ha il senso della frase può permettersi questo ed altro, «poiché, se lo possiedi, permette a una tua bugia di essere, se non creduta, almeno apprezzata».

Pinketts, l’uomo

ricorda ANDREA CARLO CAPPI

Per raccontare che uomo fosse Andrea G. Pinketts, cito un episodio  raccontatomi pochi giorni fa da una donna con cui ho vissuto a lungo e che ha condiviso con noi un’infinità di serate e trasferte. Una volta ha regalato a un amico in ospedale una copia di Lazzaro, vieni fuori e ha pensato di presentargli l’autore per telefono. Pinketts ha risposto cordiale, intrattenendo da par suo un perfetto sconosciuto per diversi minuti, come un vero, dice lei, “milanese col cuore in mano”.

Da anni sostengo che esistano due tipi di milanesi: i più noti  sono quelli che pensano solo a successo, denaro e vanagloria; in dialetto i baüscia. Poi ci sono i milanesi veri, umani e lavoratori. Pinketts pareva burbero, specie se di malumore, eppure il più delle volte era generoso, come ben sanno le centinaia di autori esordienti che gli hanno chiesto prefazioni, presentazioni, consigli. Poteva sembrare uno scansafatiche che passava le giornate al bar, ma in realtà faceva “lo scrittore” a tempo pieno.

Era uno dei pochi autori privilegiati in tal senso. Un po’ per essersi finanziato – a suo dire – “dilapidando l’eredità della zia Olghina”, un po’ per aver lavorato come giornalista quando la retribuzione era pari al suo talento, un po’ per il meritato successo editoriale, poteva permettersi uno stile di vita unico cui si dedicava con sorprendente senso del dovere. Al bar – da una cert’ora, Le Trottoir – leggeva ogni giorno quotidiani, settimanali, fumetti e almeno un libro; concedeva interviste e udienze; scriveva romanzi, racconti e articoli, sempre con un tocco di genialità e la sua Mont Blanc. Qualcuno poi glieli batteva al computer: lui lasciava ad altri i dettagli pratici, perché “se Napoleone avesse dovuto pensare alla dichiarazione dei redditi, non avrebbe conquistato l’Europa”. E  quasi tutti i giorni aveva eventi da presentare, nell’ambito di un’attività culturale continua, gratuita e altruistica cui negli ultimi anni Milano non faceva più molto caso, troppo impegnata a perseguire successo e denaro.

Aveva vissuto vicende così incredibili, specie come giornalista, che poteva mescolarle con noncuranza alle leggende che inventava su se stesso. A cominciare dalla data di nascita: per Andrea “Genio” Pinketts il 12 agosto 1961, per Andrea Giovanni Pinchetti lo stesso giorno nel 1960. Come nei suoi libri, era arduo distinguere realtà e fantasia. E qui emerge l’uomo dietro la maschera  pubblica.

Forse per la perdita del padre da bambino e di una figura paterna da adolescente, aveva una voragine affettiva perennemente da colmare, cominciando con l’intenso rapporto con la madre, continuo e fatto solo in apparenza di battibecchi. Ma Pinketts doveva sempre essere circondato da amici, amato da tutte le donne, adorato da lettori e spettatori, in una perenne ricerca di conferme. Il suo alter ego Lazzaro Santandrea (vale per molti di noi scrittori) era il portatore sano delle sue macchie e paure: quanto più Lazzaro era amato dal pubblico, tanto più si sentiva amato il suo autore.

Per questo, se l’amore veniva meno – per il timore di relazioni troppo serie, che spesso lo portava a romperle prima di perderle – o se per capricci editoriali un romanzo tardava a uscire, o quando temeva di non essere alla propria altezza, usciva l’artista maledetto. “Non posso essere un alcolista anonimo”, diceva, “semmai un alcolista famoso”. Ma non era, come si crede, un vero alcolizzato: reggeva benissimo, aveva un fegato eccezionale e una volta alla settimana non beveva né fumava per un giorno intero. Tanto che nel 2016 riuscì ad abbandonare senza problemi i superalcolici, ancor prima di scoprirsi un tumore all’intestino; e all’inizio del 2018 chiuse di colpo anche con birra e toscani quando gliene fu trovato uno alla gola. Ad averla vinta è stato un altro tumore che, simbolicamente, lo ha colpito alla schiena. Da morto, diceva anni fa, “voglio farmi cremare. Anzi, cromare.” Ma forse gli basta essere ancora ristampato, letto e soprattutto amato.

Bibliografia di Andrea Pinketts

1991 – Lazzaro, vieni fuori, Metropolis
1994 – Il vizio dell’agnello, Feltrinelli
1995 – Il senso della frase, Feltrinelli
1996 – Io, non io, neanche lui, Feltrinelli
1996 – Un saluto ai ricci, Il Minotauro (con Silvia Noto)
1997 – L’enciclopedia dei serial killer, 4 volumi, Pulp Press
1998 – Il conto dell’ultima cena, Giallo Mondadori n. 2738
1999 – E chi porta le cicogne?, EL
1999 – L’assenza dell’assenzio, Mondadori
2000 – Il dente del pregiudizio, Mondadori
2001 – Fuggevole Turchese, Mondadori
2002 – Sangue di yogurt, Mondadori
2003 – Nonostante Clizia, Mondadori
2004 – I vizi di Pinketts, Edizioni BD
2005 – L’ultimo dei neuroni, Mondadori
2005 – Laida Odius, edizioni BD (fumetto illustrato da Maurizio Rosenzweig)
2006 – Ho fatto giardino, Mondadori
2007 – La fiaba di Bernadette che non ha visto la Madonna, Edizioni Il Filo
2011 – Depilando Pilar, Mondadori
2012 – E l’allodola disse al gufo: «Io sono sveglia e tu?», Europa Edizioni (con Laura Avalle)
2013 – Mi piace il Bar, Barbera Editore
2014 – Ho una tresca con la tipa nella vasca, Mondadori Editore
2016 – La capanna dello zio Rom, Mondadori Editore

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Nessuna parola a caso, e l’avventura è servita

Joe R. Lansdale, Il sorriso di Jackrabbit, Einaudi, tr. Luca Briasco, pp. 250, € 17,50 stampa, €9,99 ebook

recensisce GIANLUCA MERCADANTE

Ormai sono tornati a pieno regime. E chi si sogna di rimandarli indietro? Ce li teniamo ben volentieri. Invecchiati, come accade a tanti personaggi seriali su carta (diversamente dal cinema o dalle serie tv), ma non per questo arrugginiti, pronti anzi a deliziare le migliaia di lettori che dopo Honky Tonk Samurai hanno sperato di poter gustare nuove avventure con protagonista il più improbabile duo di detective che la mente di uno scrittore abbia potuto concepire.

Ma quando la mente è quella di Joe R. Lansdale, e i facenti parte del duo in questione rispondono ai nomi di Hap Collins e Leonard Pine, l’avventura – e le risate – sono servite, accomodarsi ai tavoli, prego. Senza dimenticare che per dessert c’è sempre qualche spunto di riflessione sociologica, mai assente dai romanzi dello scrittore texano, giunto qui al dodicesimo capitolo della sua saga più conosciuta e fortunata.

Dopo Bastardi in salsa rossa, che avevamo discusso qui su PULP Libri con toni non molto entusiastici, Il sorriso di Jackrabbit pompa buona benzina sul fuoco dell’irriverente prosa di Lansdale e consegna un romanzo a tutti gli effetti avvincente, che appaga pienamente aspettative nel suo caso non certo basse.

Hap e Brett stanno festeggiando le proprie nozze, che hanno finalmente avuto luogo dopo una convivenza lunghissima e piuttosto pepata, sotto il profilo carnale della faccenda. Brett è diventata fra l’altro il capo di Hap, intenstandosi la licenza dell’agenzia investigativa di cui fa parte pure l’inossidabile pard Leonard. Ma ecco che qualcosa guasta i programmi dei nostri: al clou della festa, mentre Hap sta arrostendo salsicce per tutti nel giardino di casa, fanno la loro comparsa due ospiti non invitati: Judith Mulhaney e il figlio Thomas hanno urgente bisogno di conferire con chi di dovere per un’indagine delicata. La figlia minore, Jackie Mulhaney, detta Jackrabbit per via della sua arcata dentale superiore un bel po’ sporgente, è scomparsa senza lasciare tracce.

I rapporti, va detto, non nascono sotto la migliore delle stelle. Non è tanto per l’occasione in sé (durante la festa del proprio matrimonio è pacifico che a nessuno degli sposi piaccia discutere di lavoro), è che madre e figlio preferirebbero che ad occuparsi del caso fossero la stessa Brett, o Hap, ma non certamente il colorito Leonard. D’altra parte, Thomas in particolare si presenta alla loro porta con una maglietta con su scritto uno slogan piuttosto esaustivo, BIANCO È GIUSTO. Peccato che su certe tematiche a uno come Leonard non puoi tastare troppo il polso, il rischio di assaggiarne gli argomenti a suon di ceffoni e calci nel didietro è alquanto probabile – e Thomas lo comprenderà molto presto.

Tuttavia, il lavoro è lavoro e l’umanità di cui Lansdale impregna i personaggi delle sue storie presenta talvolta svantaggi: nessuno di loro può permettersi di dire no a una proposta d’ingaggio, perciò si aprano le danze.

La pista che Jackrabbit ha lasciato alle sue spalle si è ormai raffreddata e per quanto sembri incredibile che alla luce delle recenti innovazioni tecnologiche una persona possa far perdere dall’oggi al domani ogni traccia di sé, ritrovare le orme della ragazza scomparsa sembra davvero un’opera titanica, almeno inizialmente. Purtroppo per i cattivi di turno, la premiata ditta Collins & Pine non si arrende davanti a nulla e ogni volta, oltre a portare a casa pagnotta e risultato, caccia le mani nel sordido, senza smettere di rimestare porcheria finché la verità non viene a galla.

Stavolta Lansdale pone l’accento sulle sette religiose, sulle capacità persuasive di certi personaggi di riferimento per i seguaci del culto e sugli immensi interessi economici che questo tipo di realtà riescono spesso a maturare, ad appannaggio di pochi«eletti» e con intenti che di spirituale hanno assai poco.

Ma state tranquilli: questi non sono libri che stanno lì a farci la lezioncina, né si caricano di una qualche verità profonda da rivelare alle addomertate, addomesticate legioni di individui senzienti all’oscuro di certi strani meccanismi. Lansdale scrive per divertire e divertirsi, con la presunzione di credere che intrattenere piacevolmente chi legge non significhi buttare mucchi di parole a caso in pasto ai maiali.

Riflettere sul mondo, e sulla natura dell’uomo, è il compito che un buon libro dovrebbe assolvere sempre. Farlo con un sorriso, un sapiente utilizzo dei colpi di scena, personaggi perfettamente funzionali e una scrittura tagliata con l’accetta è arte rara. Per fortuna nostra, ogni tanto, del tutto casualmente, un certo tipo di arte diventa mainstream e si trova dappertutto, nelle librerie e negli store on line. Non resta che approfittarne e cogliere l’occasione per imparare a distinguerli dal resto, questi libri. Anche perché, passati a miglior vita i pochi vecchi bisonti che bontà loro ancora restano ancorati alla tastiera e sfornano qualche buona storia, poveri noi.

Ci toccherà leggere per forza mucchi di parole buttati a caso. E accettare l’idea di esserci meritati di diventare per qualcuno i maiali cui destinarle.

https://www.einaudi.it/

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Parola d’ordine: equilibrio

Leo Ortolani, Cinzia, Bao Publishing, pp. 240, € 20,00

recensisce GIANLUCA MERCADANTE

Ogni narratore è di fondo un equilibrista. Il fatto che stia seduto mentre avanza sul filo non riduce di una virgola il concetto. Raccontare una storia significa sempre convivere col vuoto, pronto a inghiottirti e spiattellarti al suolo alla minima incertezza. Un passo falso e sei fritto, bello. Chiarito ciò, accomodati e cammina: raccontaci la tua storia e vediamo quand’è che cadi.

Leo Ortolani non cade dalla corda – e non pago cambia rotta, salta da un filo teso all’altro con davanti il traguardo da raggiungere e sotto di sé le note giuste, una per ogni corda sulla quale compie parte del percorso. L’ironia, la comicità, la denuncia sociale, la critica sociologica, perfino il musical – il musical in un fumetto, badate bene! – danzano con lui in una melodiosa mescolanza che gli è propria. Non s’impara e non s’insegna, una cosa così. O ce l’hai o non ce l’hai. Ortolani ce l’ha.

Come Cinzia, del resto. I lettori di Rat-Man, fortunatissima serie a fumetti che Ortolani ha scritto e sceneggiato dal 1989 e chiuso nei recenti anni, la conoscono già molto bene. Un corpo da sogno, una donna perfetta, non fosse per quei trenta centimetri in più che prepotenti le ricordano (allo specchio e ovunque) il motivo per cui tanta, troppa la gente la guarda nel modo in cui si guarda ciò che non si desidera vedere. La stessa gente che le restituisce il documento d’identità al termine di un colloquio di lavoro potenzialmente andato a buon fine, per poi dirle, appena appreso che all’anagrafe si chiama ancora Paul, che le farà sapere.

Fra assemblee di gruppo presso una comunità il cui acronimo si allunga di pari passo alle varietà sessuali che chiama a sé, confronti e battibecchi con l’amica Tamara, anche lei transessuale, e citazioni bibliche riferite all’Arca di Noé (che costruiscono, queste ultime, una storia e uno spunto riflessivo ulteriori e a sé stanti), assistiamo allo svolgersi della storia di Cinzia commossi, ma non senza sorridere. Di tanto in tanto, sempre e solo quando serve. Almeno nei fumetti, prendere un po’ in giro la vita si può e si deve, accidenti.

Che poi, dalla vita, Cinzia cosa chiede, di grazia? Amare ed essere amata, tutto qui. Reclama l’applicazione della più antica e viscerale legge umana estesa alle macchie. Perché è invece questo che Cinzia ammette spesso di sentirsi essere: una macchia. Mica una macchia di quelle sui vestiti, giammai, quelle vanno via, ricorda lei stessa a una sconosciuta vecchietta con la quale parlotta per strada. Una macchia della società, si sente. Hai voglia a cambiare il fustino del tuo detersivo di fiducia con due fustini di un detersivo qualsiasi. Quelle macchie lì restano. E vivaddio, che restano.

Lasciatevi dunque condurre sul filo da Ortolani e gioite di trovarvi sospesi dentro una sua storia, sotto la sua regia. Non ci si perde, signore e signori, siete in mani sicure e ferme. Che siate stati o meno lettori del Ratto, questo capolavoro della narrativa disegnata è qui per presentarvi un personaggio che non si deve esitare a definire vergine, prima che inedito – pure se inedito, e men che mai vergine, non è. Eppure la vediamo per la prima volta, Cinzia, e per la prima volta il suo essere pronta a tutto pur di amare, essere amata e attestare la propria identità al mondo la rende al tempo stesso una creatura pura, unica.

Una domanda resta tuttavia inevasa, al termine della lettura, ed è proprio Cinzia a trovare le parole per formularla, durante un incontro nella comunità dal chilometrico e impronunciabile nome: «Cosa ce ne facciamo di tutta questa tolleranza da parte degli eterosessuali, se poi non possiamo amarli o essere amati da loro?»

E chi lo sa, Cinzia? Chi lo sa. Forse bisogna tutti fare come il tuo creatore, che non casca dal filo teso. O come te, quando scopri il sistema per salvarti dal Diluvio Universale, anche se sull’Arca non ti hanno voluta.

Forse bisogna solamente riuscire a stare a galla.

https://baopublishing.it/

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In memoria di Luigi Bernardi

introduce GIANLUCA MERCADANTE

Da dove si comincia a parlare di Luigi Bernardi? Forse dal fatto che solo in Italia un personaggio tanto eclettico e poliedrico, a cinque anni dalla tragica scomparsa avvenuta il 18 Ottobre del 2013, necessiti di un’introduzione che si faccia carico di spiegare a chi ancora non lo conoscesse chi è stato e cos’ha realizzato.

In Italia chi fa tanto, fa troppo. E se per caso quel troppo ha a che spartire con l’universo della cultura, addio: il rischio che nessuno sappia chi è, o lo sappiano in pochi, è praticamente assicurato.

Luigi Bernardi, nella fattispecie, è stato editore, scrittore, saggista, sceneggiatore, traduttore e critico fumettistico. Ha vissuto e lavorato quasi tutta la vita a Bologna, escludendo una breve parentesi nel capoluogo lombardo, dove aveva sede una delle tante realtà editoriali che ha creato, o con cui ha intrapreso una collaborazione interna tale da sfiorare l’attivismo. Innumerevoli sono infatti i talenti che Bernardi ha scoperto, o comunque invitato e accompagnato nell’impervio mercato editoriale italiano: artisti del calibro di Altan, Renzo Calegari, Lorenzo Mattotti, Attilio Micheluzzi e Ivo Milazzo, tanto per citare illustratori e fumettisti ormai celebri, se non di culto, che hanno felicemente abitato le pagine di pubblicazioni ancor oggi compiante dagli amanti della narrativa disegnata, come Orient Express.

Per non parlare, in ambito narrativo, di Pino Cacucci, Marcello Fois, Carlo Lucarelli, Stefano Massaron, Giancarlo Narciso, Alda Teodorani, Nicoletta Vallorani: una misera parte degli autori sfornati a getto continuo sotto il glorioso marchio Granata Press, coraggiosissima casa editrice da lui fondata nel 1989 con Luca Boschi e Roberto Ghiddi. Esperienza poi proseguita per DeriveApprodi, Einaudi, Hobby&Work e Perdisa, con la creazione di collane noir nelle quali riconfermare firme già conosciute e, perché no?, scoprirne di nuove.

Fu proprio la fucina di DeriveApprodi a permettere all’autore dell’articolo che segue di affacciarsi dagli scaffali delle librerie: Franco Limardi, che esordisce nel 2001 col romanzo L’età dell’acqua, ha avuto con Luigi Bernardi il rapporto che si stabilisce con un mentore, con un maestro; non con un editor, figura professionale che, per farla breve, ha sostanzialmente il compito di mettere le mani su un testo inedito e raddrizzare ove necessario il tiro della prosa. Nossignori, in questo caso c’è stato qualcosa di molto diverso, e lo capirete leggendo le parole con le quali Limardi, su nostra richiesta, ha voluto commemorare l’uomo Bernardi, la persona che sta dietro il nome e la professione che ha svolto per tanti anni, prima di abbandonare l’editoria nel 2011 e immergersi a pieno regime nella stesura di romanzi, testi teatrali, sceneggiature per fumetti. In modo altrettanto puro.

Nell’intenzione di ricordarlo qui, su una rivista che ha spesso ospitato recensioni e interviste dedicate ad autori scoperti da Bernardi, quando non si discuteva direttamente di lui stesso, ci è parso poco rispettoso limitarci ad elencarne, magari con toni lacrimevoli, gli infiniti lavori, collaborazioni e quant’altro. Ricorrere alle didascalie è sempre inopportuno, del resto oggigiorno è sufficiente inserire nome e cognome su un motore di ricerca – e se qualcuno volesse scoprire per filo e per segno cos’ha combinato tizio, avrà senz’altro di che soddisfare ogni curiosità in merito.

Ma qualora cercaste una testimonianza più vicina al cuore di chi legge e ama ciò che legge, è il caso di dare un’occhiata a quanto segue. È il caso di compartecipare all’esibizione di un ricordo vivido, struggente, più che mai meritato, inedito, a tratti intimo, raccontato con grande sensibilità da uno scrittore, da uno che sa pescare dal gorgo delle proprie sensazioni le parole giuste per nominarle una a una. Da uno che si trovava abbastanza vicino, e al contempo abbastanza lontano, da essersi fatto un’idea di chi fosse Bernardi Luigi, prima di comprendere (anche sulla propria pelle) cosa l’abbia reso Luigi Bernardi.

Luigi Bernardi

ricorda FRANCO LIMARDI

Quella menzione speciale della giuria del Calvino avrebbe potuto passare inosservata; il mio romanzo avrebbe potuto rimanere semplicemente un dattiloscritto, se non lo avesse letto un direttore di collana abituato a dare credito anche agli sconosciuti, abituato a rischiare pubblicando quello che gli piaceva, quello in cui credeva, che fosse il primo manga ad arrivare in Italia o il romanzo di un signor nessuno come me. Me la ricordo la sua telefonata, inattesa, improvvisa, quella in cui mi diceva, appena dopo essersi presentato, che voleva pubblicare il mio libro. Credo che Luigi Bernardi si sia divertito quella volta, ascoltando il mio stupore, il mio entusiasmo, le mie risposte tra l’imbarazzato e l’impacciato.

Anche di persona, anzi, ancora di più che per telefono, non era facile parlare con Bernardi, bisognava affrontare la sua faccia seria, severa, una faccia che sembrava costantemente solcata da onde suscitate dallo sdegno, dall’intolleranza per le sciocchezze, per la banalità.

Non era facile parlare con Bernardi perché era un uomo che dava peso, importanza alle parole così come ai silenzi; come un musicista rispettava le pause, perché anche le pause hanno significato, perché anche le pause, i silenzi sono musica o possono essere parole.

Parlare con lui ti costringeva all’esercizio della scelta, all’eliminazione del superfluo, del chiacchiericcio vacuo; ti spingeva al rigore, a esaminare te stesso, a pesare quello che avevi da dire, da scrivere, per distillarlo e ripulirlo dalle scorie. Non t’insegnava nulla, almeno non direttamente, ma quello che diceva ti rimaneva in mente, tanto che mi sembra di sentirlo ancora il suo rimprovero sulla mia logorrea narrativa.

Scherzava anche Bernardi, improvvisamente, inaspettatamente e riusciva a spiazzarti anche in quei momenti, perché fino a quell’istante non ti saresti aspettato che il suo volto fosse attraversato da una risata, dal lampo ironico che accendeva i suoi occhi.

Mi è capitato anche di vederlo sorridere con uno sguardo che si era fatto sorprendentemente tenero, quella volta che si mise a parlare di gatti con mia figlia bambina, mentre le raccontava di Fabrizio, il gatto suo amico/coinquilino, chiamato così in onore di Stendhal.

L’ultima volta che ci siamo incontrati fu a Roma, agli inizi di un’estate afosa.

Bernardi era ospite di un festival sull’Isola Tiberina, presentava il suo romanzo Crepe.

Io partii apposta per incontrarlo, era un po’ che non ci vedevamo e mi ricordo questa passeggiata sul lungotevere, fino al ponte Cestio, questo percorso che scendeva lungo i muraglioni dell’argine fino alle banchine occupate da stand, vicine al fiume opaco, là dove il profilo della banchina sembra la prua di una nave, pronta a raggiungere il Ponte Rotto poco distante. Bernardi lo trovai lì, «sulla tolda» di quella nave di cemento che fissava curioso la gente che percorreva in fretta lo spazio assolato in cerca di ombra. La presentazione del suo libro avrebbe dovuto iniziare dopo qualche minuto, ma Bernardi attese pazientemente, come gli era stato chiesto, che si riunissero un po’ di spettatori disposti a sedersi sotto il sole per sentir parlare di un libro che raccontava di faccende lontane, come la costruzione della stazione dell’Alta Velocità di Bologna, dei macchinari che scavavano il sottosuolo e di una storia futura in cui crepe sempre più larghe, sempre più profonde, si sarebbero disegnate sui muri delle case della città.

Non ne vennero tanti di spettatori, e la luce riflessa dai lastroni delle banchine distraeva da quella storia fatta invece di gallerie, buio, e crepe dell’animo.

Sul viso di Bernardi comparve solo un sorriso stanco e un po’ amaro, mentre rispondeva alle domande del presentatore, firmò un paio di copie, ascoltò paziente le domande incalzanti di un tipo che gli chiedeva se anche lui fosse convinto della fine del fumetto d’autore. Quell’espressione lo accompagnò per tutta la durata del nostro incontro e mi rimase impressa, mi seguì mentre ripercorrevo il lungotevere per tornarmene indietro.

Durante l’estate, nel tempo trascorso sulle pagine di un social network, cominciai a leggere gli strani post di Luigi. Lui, di solito parco d’interventi e parole, condivideva foto di luoghi lontani, di città americane, accompagnate da brevi commenti misteriosi e difficili da comprendere. «Ancora una volta mi hai stupito» pensavo, considerando che mai avrei pensato a Luigi in viaggio negli Stati Uniti, in posti come Las Vegas o le Bahamas. Poi quei post cessarono, la sua presenza sul network tornò ad essere rarefatta, ma intanto cominciai a chiedermi sempre più spesso cosa facesse, se avesse già ripreso a scrivere dopo Crepe o fosse in giro per l’Italia a parlare di quel suo libro. Alla fine mi decisi a chiamarlo, a fargli quella domanda così semplice, naturale, «Come stai?». La sua risposta mi versò del ghiaccio dentro; mi raccontò, semplicemente, senza indugiare in particolari, di quell’ospite inatteso e tremendo che si era manifestato poco dopo il nostro incontro. Mi accorsi di non riuscire a trovare le parole, mi ritrovai a balbettare frasi che mi sembravano tutte stupide, inadatte, piene di una fastidiosa e inutile curiosità, mentre Luigi con calma, con un tono di voce non diverso dal solito, mi rispondeva pacato, quasi con distacco, come se parlasse di qualcosa altro da lui.

Seppi della sua lotta dalle mail che ci scambiammo e le sue erano sempre parole misurate, anche quando la sua situazione peggiorò fino al punto di impedirgli di lavorare, fino alla sua sconfitta.

Ecco, di Luigi Bernardi continuo a conservare il ricordo di un uomo, di uno scrittore, che mostrò sempre rigore e coerenza, serietà e dignità; del suo sguardo sulla realtà così privo di retorica eppure così umano, il ricordo della sua scrittura asciutta e rigorosa, della sua coerenza.

Franco Limardi è nato a Roma. È laureato in Filosofia. Per alcuni anni ha fatto parte della redazione della rivista Cinema Sessanta. Ha svolto l’attività di sceneggiatore e ha fatto parte dell’ANAC. Tra i suoi romanzi, L’età dell’acqua (Deriveapprodi, 2001), Anche una sola lacrima (Marsilio, 2005), Lungo la stessa strada (Perdisapop, 2007), I cinquanta nomi del bianco (Marsilio, 2009), Il bacio del brigante (Mondadori, 2013, vincitore del Premio Letterario Chianti Narrativa edizione 2014/2015), La porta del buio (Leone Editore, 2018).

C’è anche un’associazione che si è dedicata a conservare la memoria di Luigi Bernardi.

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Sperimentare l’inquietudine

Cristò, Restiamo così quando ve ne andate, TerraRossa Edizioni, pp. 234, € 15 stampa

recensice GIANLUCA MERCADANTE

Sperimentare non è più da questo mondo. Oggi è necessario semplificare il linguaggio, appiattire i contenuti. Se perfino i registi cinematografici prestano la dovuta attenzione nel comporre inquadrature che andranno guardate su telefonini e tablet, perché tanto nelle sale non ci va più nessuno, figuriamoci quanto si tenda ad amalgamare la narrativa quando da anni il mondo editoriale lamenta una sentita crisi di lettori. Il pubblico superstite si accontenta dunque di quel che racimola, o ripara nei grandi classici, mentre quello ipoteticamente nuovo viene nutrito con della roba che sembra tagliata e incollata da Whatsapp. O poco ci manca.

Be’, non temete: di sperimentatori ce ne sono ancora in circolazione, bisogna solo sforzarsi di setacciare le offerte appena oltre la linea di fuoco delle major editoriali per trovarne alcuni. Uno di loro si chiama Cristò. E meriterebbe una frase epica per venire consegnato a un grande pubblico che ha bisogno di conoscerne e apprezzarne le pagine, o almeno una parafrasi, che so, qualcosa tipo: «Ho visto il futuro della narrativa italiana. Quel futuro si chiama Cristò».

Dopo La Carne (Intermezzi Ed.), romanzo dall’intelaiatura e dallo stile letterario difficilmente superabili, e dopo aver in fin dei conti scritto sempre romanzi brevi, con Restiamo così quando ve ne andate l’autore si cimenta finalmente sulla misura lunga, sebbene crei a bella posta un microcosmo e chiuda lì la narrazione, come potesse controllarne meglio lo scorrere degli eventi. Che a loro volta si dipanano grazie a un ingranaggio ulteriore, e questo lo rivela molto chiaramente la struttura del romanzo, divisa in tre sezioni da dieci giorni, dieci ore e dieci mesi.

Francesco, il protagonista, ha quarant’anni e lavora in un supermercato da cui presto si licenzierà, oppresso dalla prematura morte dell’amico (nonché collega) Donatello, che sognava di fare lo scrittore. Anche Francesco coltiva l’ambizione di diventare musicista per professione, la realtà lavorativa lo soffoca e gli sottrae tempo da dedicare alla musica, alla composizione di un’opera sua.

La musica è pure il collante fra lui e Monica, musicista a sua volta, con cui Francesco ha intrapreso una relazione piena di strappi, che non si decide a consolidare. Ed è forse in mezzo a uno di questi strappi che Francesco intravede la figura della giovane ragazza indiana Fatima, che insieme alla famiglia abita dirimpetto. Il muro della sua cameretta confina con la camera-studio di Francesco e quando lui e Monica suonano, o discutono, o fanno l’amore, Fatima batte qualche colpetto contro la parete, che di volta in volta assume sensi e pesi diversi.

Tutto questo viene osservato (e mosso) da qualcosa o qualcuno che si trova al contempo dentro e fuori dalla linea narrativa. Intanto che la narrazione procede attraverso la voce di Francesco, un’altra voce, più corale, s’insinua fra le righe, commenta, cogita, dialoga con sé stessa, e poi scompare. Per noi possono essere fantasmi, emanazioni energetiche rimaste in circolo. O l’amico Donatello, perché no?

Perché no, ecco perché. Perché questo romanzo l’ha scritto Cristò e sarebbe stato troppo banale per lui riempire un appartamento di spettri e scadere nell’ovvio. Ma credeteci: dopo essere arrivati alla fine di questo viaggio struggente, a tratti lisergico, e a suo modo dolcissimo, non riuscirete mai più a guardare le stanze di casa vostra con gli stessi occhi. Né a considerare casa vostra stessa come, appunto, vostra.

E la sottile ma persistente inquietudine che ne deriverà, la riterrete il miglior ricordo che la lettura di questo romanzo poteva lasciarvi addosso. Anzi: attorno.

https://www.terrarossaedizioni.it/

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Quando le botte fan bene

Paolo Zardi, Tutto male finché dura, Feltrinelli, pp. 174, €15 stampa, €9,99 ebook

recensisce GIANLUCA MERCADANTE

Com’è che si dice a Roma? Quanno ce vo’, ce vo’: Paolo Zardi se lo merita proprio, di venire sdoganato in libreria con una distribuzione capillare e un gruppo editoriale alle spalle capace di valorizzarne l’indiscutibile talento. Apprezzatissimo nella misura breve (le sue raccolte di racconti, Antropometria e Il giorno che diventammo umani, sono due piccoli capolavori), è stato finalista al Premio Strega 2015 col romanzo XXI Secolo (Neo Ed.), portando per altro all’attenzione dei media il mondo della piccola editoria e tutto l’impegno profuso nel promuoverne titoli e autori.

Perché è da lì che Zardi proviene, da un sottobosco editoriale che per primo ha creduto in ciò che questo autore aveva da dire – e adesso potranno accorgersene in tanti, con questo sorprendente Tutto male finchè dura. Sorprendente, sì, in quanto diverso dal solito Zardi, uno scrittore in grado di realizzare un racconto in una sola pagina e farti chiudere il libro finché non ti sei ripreso dalla botta pazzesca che quell’unica pagina ti ha sferrato sul grugno. Qui lo ritroviamo a sfoderare una vena a tratti quasi comica, che accompagna il protagonista privo di nome nella sua rocambolesca farsa esistenziale.

Abbiamo a che fare con un truffatore parecchio sfigato, che cambia identità come cambia mutande, finché non compie un passo falso e viene arrestato. Uscito di galera, è un uomo senza più nulla. Ha perso lo studio odontoiatrico abusivo dove cavava denti a una clientela di poveracci, pur non essendo dentista (e, fin qui, vivaddio che l’abbia perso!), ma soprattutto ha smarrito l’affetto delle sue due figlie, Elisa e Lucia, la prima di sedici anni e la seconda quasi di nove. Per non parlare della fiducia di Marta, l’ex moglie, che tuttavia lo riaccoglie in casa, incapace di sbattergli la porta in faccia e sperando, in cuor suo, che possa ricucire una specie di rapporto con le bambine.

Ci riuscirà, il nostro? Insomma. La sua massima ambizione, nel momento in essere, sarebbe in realtà ereditare una grossa somma alla morte del padre, che non vede né sente da anni, anche perché un paio di energumeni che gli stanno alle calcagna gli hanno nel frattempo rammentato un certo debituccio contratto con l’usuraio che li ha sguinzagliati sulle sue tracce. In sintesi, o si procura settantamila euro in pochi giorni, o dovrà rinunciare agli attributi. Non sono di certo le basi migliori per ricompattare l’armonia famigliare.

Il nostro eroe (si fa per dire) sbarca il lunario facendo il picchiatore per conto di un gentleman conosciuto in carcere, lavoretti da poco che gli fruttano altrettanto; però fa presto a rendersi conto che, per quante persone possa malmenare nel corso di un’intera giornata lavorativa (concetto che nella fattispecie non esiste nemmeno), mettere insieme la somma dovuta all’usuraio per salvarsi le cosiddette non è mica una passeggiata di salute. A meno che non capiti il colpo grosso.

Verrebbe voglia in numerosi punti del romanzo di provvedere personalmente alla rimozione dell’apparato riproduttivo del protagonista, tanto è lo squallore del suo pensiero, tanto è subdolo il suo agire. Soltanto l’ironia con cui lo tratteggia Zardi lo esonera dal risultare di un’antipatia senza confini. Eppure è lui il personaggio ideale per rappresentare l’epoca caotica che stiamo attraversando, dove nulla è reale e tutto sembra, se non a portata di mano, almeno a portata di click. È nei vizi privati e nelle ben rare pubbliche virtù della nostra società che la lente d’ingrandimento di Zardi va a soffermarsi, talvolta di striscio, talvolta in maniera più palese, quasi gridata.

Fino a un finale che lascia stupefatti, e increduli, e di nuovo sotto l’effetto di una tremenda botta. Quella botta che solo Zardi sa affibiare. E se riesce a far bene perfino a un protagonista così, che di fatto riscatta totalmente, figuriamoci quanto bene può fare a noi. A noi che leggiamo. A noi che in quella società ci viviamo.

A noi che quella società siamo

http://www.feltrinelli.it

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Primavera sul Lago di Como

Andrea Vitali, Nome d’arte Doris Brilli, Garzanti, pp. 260, €18,60 stampa €5,99 ebook

recensisce GIANLUCA MERCADANTE

Pura energia. Pura vitalità si potrebbe anche dire, se ciò inevitabilmente non sembrasse un pessimo gioco di parole fra un termine del vocabolario e i dati anagrafici dell’autore di questo e altri romanzi, tutti contraddistinti dallo stesso sapore. Ciò che dalla pagina di Andrea Vitali traspare, qualunque trama racconti, è un misto fra umorismo e sagacia, fra rappresentazione di un microcosmo e capacità di toccare corde e temi dal respiro molto ampio. Il tutto servito poi con un tocco personale e inimitabile, tanto da renderne l’autore riconoscibile dalle prime righe. O da righe a caso. Tu le leggi e dici: Vitali. Il che rende ben meritata la gita nelle storie che la sua voce narra.

In Nome d’arte Doris Brilli ritroviamo una vecchia conoscenza, il maresciallo Ernesto Maccadò, già protagonista di altri romanzi di Vitali (Olive comprese e La signorina Tecla Manzi, tanto per citarne un paio a caso), qui ripreso quand’è stato trasferito, fresco di nomina, dal profondo Mezzogiorno a quel di Bellano, sul Lago di Como.

Il nefasto clima invernale lascia spazio ai primi vagiti della primavera, nell’appena cominciato Maggio del 1928. I cieli tersi e le temperature più gentili portano a spalancare le finestre e rimettono il sorriso nel posto che deve occupare sul volto della moglie Maristella. Insomma, Maccadò si trova in uno stato relativamente sereno quando i colleghi di Porta Ticinese a Milano, fermate due persone per schiamazzi notturni, un uomo e una donna, decidono di riportare a Bellano la seconda, poiché sua terra di origine. E affidano a lui il compito di ricondurre in famiglia Desolina Berilli, in arte Doris Brilli, cantante e ballerina da anni lontana da quei luoghi, e da altrettanto tempo in rotta coi genitori.

I lettori di Vitali conoscono la solfa: le sue storie si distinguono per l’uso di un linguaggio fresco e al contempo colto, che si rende portavoce di termini desueti in grado di evocare e rappresentare linguisticamente epoche trascorse. Di certo non sono trame, quelle di Viali, nelle quali omicidi e intricati misteri da cardiopalma la fanno da padrone. È per tanto lampante che un maresciallo dell’Arma dei Carabinieri in contesti simili sia causa e pretesto per raccontare tutt’altro. Questo romanzo in particolare porta a riflettere su quanto a volte la leggerezza intelligente di un autore permetta di affrontare temi delicati e profondamente attuali con grande rispetto, capacità di osservazione e senza alcun pregiudizio.

Pensiamoci un momento: quante volte nei salottini televisivi, dai più trash ai più seriosi, l’amore omosessuale divide ancora le platee? Quanto pregiudizio, per l’appunto, serpeggia a tutt’oggi nel Belpaese a proposito di unioni civili fra persone dello stesso sesso? Quanta mediocrità viene a bella posta data in pasto all’opinione pubblica affinchè l’argormento venga strumentalizzato, e non analizzato, discusso, confrontato? Quanto si coltiva l’ignoranza e quanto si trascura la conoscenza? Beh, scusate se è poco: Vitali sposta tutto questo e lo colloca nell’Italia degli anni Venti, raccontando di un amore fra donne che compone un’immagine di una purezza sconvolgente.

Quella sì che ha ragione d’essere – e, giustamente, di sconvolgere: la purezza. Che illumina il pressapochismo, che inonda di luce gli sguardi bassi, che disapprova il disappunto, che si apre di fronte alla chiusura – ma non per questo cede il passo allo smarrimento, al senso di sconfitta. Al rifiutare quell’amore che, come diceva qualcuno, non si deve pronunciare.

In un periodo così confuso e caotico, dove i diritti umani vengono messi in quarantena peggio dei virus, libri del genere assomigliano alla primavera che Maccadò respira finalmente a Bellano: una ventata d’aria fresca, anche perché non si pongono su nessun piedistallo, non dettano legge, né millantano teorie. Si prendono però il non facile onere di intrattenere in modo onesto il lettore, tanto da strappargli perfino non pochi sorrisi. Ecco perché vale la gita farsi un giro dalle parti di Bellano, quando la guida al tuo fianco si chiama Andrea Vitali.

Perché come vada vada, hai sempre la netta impressione che ne sia valsa la pena.

https://www.garzanti.it

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