Tutti gli articoli di Elio Grasso

Le mutevoli forme del ghiaccio

Nancy Campbell, Le mutevoli forme del ghiaccio, tr. Andrea Asioli, Bompiani, pp. 324, euro19,00 stampa, euro 9,99 ebook

di ELIO GRASSO

Nancy Campbell, scrittrice, poetessa e artista visuale, in questo libro rende pubblica la sua vita legata alla terra, ai ghiacci, alle regioni più remote dove l’esistenza stessa della natura espone la sua crisi. Nel museo esistente più a nord del mondo, a Upernavik in Groenlandia, Campbell cerca e trova il modo di esistere (e resistere) di fronte alle mutevoli forme del ghiaccio e alle sue discontinue ottiche, imparando quanto le popolazioni di quei territori (in primo luogo gli Inuit) conoscono da millenni e che ora vedono spezzarsi così come accade a tutto ciò che oggi concerne l’Artide.

In quel museo, ai confini ultimi di un luogo tagliato fuori dai traffici, e dove soltanto il ghiaccio fa da ponte per i collegamenti, lei impara a consultare le mappe, a osservare le fisionomie di oggetti d’uso comune e rari, e le testimonianze depositate dai cacciatori. Si accorge che nelle viscere della massa solida di ghiaccio, simile al basalto, l’acqua scorre e si snoda come sulla terraferma. Le tracce e i reperti depositati in quei locali si intrecciano alle convinzioni, forse sbagliate, che l’avevano portata lì. I residenti di passaggio nel museo sono tenuti a lasciare le loro opere, e se scrittori, invitati a non scrivere. Soltanto le immagini interessano al museo. Il lavoro in quel luogo si trasforma nel mezzo di sopravvivenza, smaltimento dei rifiuti compreso. A ogni porta manca la serratura, nella piccola isola la gente è libera di entrare e uscire dalle case, nessuno può essere considerato ladro.

Il primo impatto per Campbell è questo, insieme ai lampi delle torce elettriche di chi si avventura sul banco di ghiaccio per sondarne la consistenza in vista delle trivellazioni. Si tratta di sopravvivere, gli uomini devono capire dove poter pescare gli halibut. Troppa o poca neve impedisce le partenze. Gli stili di vita mutano più di quanto abbiano fatto nel secolo precedente. Il ghiaccio nasconde l’oceano, e a parte questo pensiero sicuramente minaccioso, Campbell capisce ben presto come le forme assunte dall’acqua a quelle temperature siano innumerevoli: non resta che sperimentarlo a ogni ora del giorno e della notte, quando le luci hanno ritmi completamente inediti.

La biblioteca del ghiaccio è un’opera costruita seguendo le diverse opzioni intellettuali della razza umana: scienziati, esploratori, cacciatori, pattinatori, filosofi, scommettitori. Per ogni categoria le storie e le azioni, le testimonianze vitali, la vita e la morte di studiosi e gente comune, vengono viste da ogni angolo possibile, e sembrano entrare nell’esistenza dell’autrice come un archivio infinito che non vede l’ora di presentarsi al mondo intero. Le tracce sono inusuali, presto ci accorgiamo che a nord del circolo polare artico il significato di ogni cosa, oggetto, parola, pensiero, contiene specifiche ragioni, e che la percezione diventa solida come quella relativa alla temperatura corporea. Quel che più sorprende di questo libro è la somma delle informazioni che ci porta: attingervi significa far compiere alla nostra mente un aggiornamento a cui nessuno di noi è più abituato. Scienza e filosofia s’intrecciano in qualcosa dal forte potenziale creativo, e si capisce come non vi sia niente di commerciale in questo presente captato, descritto, vissuto da Campbell per la bellezza di sette anni, dal 2010 in poi. La sua testimonianza, ricchissima almeno quanto la generosità delle popolazioni groenlandesi (nonostante le sempre più scarse risorse), diventa in data odierna fondativa, umanamente e scientificamente diretta al genere umano.

Un glossario ufficiale, spiega l’autrice, descrive duecentoventi categorie di ghiaccio, ma è stato pensato per la navigazione di superficie e sottomarina, non per coloro che ci viaggiano sopra. Elaborare elementi visivi per gli abitanti è fondamentale, in un’epoca di rapidi cambiamenti climatici ne determina il valore del rischio. Dal Nord del mondo riceviamo solenni deposizioni testimoniali. Si tratta di mappe che un lettore presente non può prendere come bizzarrie letterarie: ogni luogo ormai non deve più pensarsi come periferico. Il ghiaccio contiene la sua biblioteca mondiale, leggiamolo.

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Lo stile dell’universo intero

William T. Vollmann, La Camicia di Ghiaccio, tr. Nazzareno Mataldi, minimum fax, pp. 512, euro 19,00, euro 9,99 ebook

di ELIO GRASSO

Jonathan Franzen, in un bell’articolo, racconta l’amicizia con “Bill” Vollmann, la prima da quando era uno scrittore pubblicato. Simpatia strana, se ci addentriamo nei rispettivi caratteri, ma non priva di un fascino indotto che spinge il lettore nostrano verso pensieri non proprio campati in aria. Certi autori appaiono circondati di aloni in stile “uomo caduto sulla terra”, e il rischio d’incongrue conclusioni risulta alto, si mescola a quotidiani dissolvimenti e ricomposizioni della realtà, e a cadute dentro anomalie. La Rete è colma di sbrigative realtà parallele, al punto che la vera “fantascienza” possono sembrare i fatti che hanno portato alla scoperta dell’America o a certe invenzioni datate anni Sessanta del 2000. Tutto molto prima che il futuro cambiasse definitivamente. Ma abbandoniamo digressioni da frequentatori d’alte biblioteche (e Castelli).

È probabile che in questi due scrittori, mettendo da parte le implicazioni politiche, gli occhi sul mondo non si differenzino granché per livelli di percezione e spinte avventurose. Ma riguardo alla loro psiche le cose stanno diversamente: ossessiva depressione, congenita e cristallizzata, per l’uno, bulimica tendenza a leggere e scrivere centinaia di pagine in una sola giornata, per l’altro. Il rispetto e l’ammirazione di Franzen per Vollmann inizia da qui. Anche le loro mogli, a quel tempo, erano diverse. Lo chiarisce Franzen nel suo articolo (ripreso ora nel volume La fine della fine della terra, Einaudi), facendolo apparire come caso non di poco conto. Ricordiamo che entrambi sono figli di un paese il cui vittorianesimo non è stato ancora digerito. Come molte altre cose riguardanti scrittura, impegno, vita sociale, ambientalismi, questione razziale, giudizi e pregiudizi universali, e via così. Nati entrambi nel 1959, si contendono radicalismi differenti, ma pur sempre radicalismi. L’iperfertilità di Vollmann affonda le radici in scrittori archetipi profondamente “americani” (Whitman, per esempio), da sempre protesi a immergere le mani nel caotico mondo della storia, epica e immaginaria, epica e convulsamente documentata.

L’organizzazione logica dei libri di Vollmann trascende il comune sentire, vi si trova dentro una marea di contenuti sublimi e montagne di indizi e saghe che giungono da ogni parte. Dal sottosuolo, e varcando oceani caldi o ghiacciati, l’inventario delle epoche giunge nelle strade americane, supera cancelli e porte di casette a schiera e appartamenti del Queens. Lo scrittore di Santa Monica farebbe l’inventario del contenuto di un bidone dei rifiuti (copyright Franzen), se necessario. E quasi sempre lo è. La riproposta da parte di Minimum Fax della Camicia di Ghiaccio s’innesta in una certa desolazione pubblicistica attuale, cercando di scardinarla dall’interno. Chi si addentra nelle saghe e nelle radici del mito americano, lì narrate, avverte subito la vertigine di fronte al potenziale creativo nudo e crudo. Inutile difendersi, pena una brutta fine degna delle Pinturas negras di Goya. La raffinatezza stilistica di Vollmann è inequivocabile, a differenza di quanto accade per altri propugnatori (non sono pochi) di epopee infinite e avventurosamente popolari.

Ogni pagina di Vollmann pone illimitata attenzione alla grammatica, alla punteggiatura, a quel che si definisce in una parola: stile. I capitoli della vita e i capitoli dei libri diventano l’universo intero, un nugolo fitto e composito a cui è difficile sfuggire. Lo prova questo romanzo, il primo della serie dei Sette Sogni, dedicata alla fondazione del mito americano. I capitoletti componenti la mole definita del volume sono brevi, concertati, mai sbrigativi, delicati nel loro entrare dentro la stanza dei bottoni della storia e dell’iperstoria. Sui territori infiniti del continente appaiono nativi americani, popoli del ghiaccio, groenlandesi, esploratori, cacciatori, invasori, re, regine, foche e orsi. Bestie e umani, razze e mostri, caratterizzati dal giusto nome e arricchiti di giusta pronuncia, ingravidano miriadi di vicende e casi fondamentali affinché l’attualità si trasformi in quel tempo Unico che congiungerà per sempre le epoche. Mappe, fonti, glossari, note esplicative, fanno parte della mastodontica costruzione: è la “storia del ghiaccio” che Vollmann prende fra le mani, riconsegnandola al nostro stato di allievi postumi, per lo più ignoranti o disattenti. Groenlandia e mutazioni sono parte di una storia “totale” che ci appare ingiustamente lontana nel tempo e nello spazio.

La smemoratezza, ahimè, ci ha instupidito, ma usiamo premura con queste pagine traboccanti viaggi terribili e incantati, veri o immaginari, reali o realistici, risolti nella testa di uno scrittore dalla generosità interminabile, e decisivi per un disvelamento sempre più necessario. In un ipotetico trittico Vollmann potrebbe stare in mezzo a David Foster Wallace e Philip K. Dick. In epoca di disgregazioni politiche e culturali (o per lo più aculturali) c’è bisogno di opere propedeutiche, simili agli indimenticati volumoni che molti decenni fa nella scuola secondaria fondarono in molti di noi la verità del mito. Immergersi nella Camicia di Ghiaccio è ritrovare il tempo, le narrazioni perdute, e tutte quelle che in seguito ci sono state nascoste.

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Siediti qui, ignoto viaggiatore…

Anite di Tegea, Epigrammi, (cura e traduzione di Ugo Pontiggia), La Finestra Editrice, pp. 80, euro 16,00 stampa

di ELIO GRASSO

Anite, nata a Tegea, in Arcadia, fra il quarto e il terzo secolo avanti Cristo. A Tegea vi era il tempio di Atena, primo fra tutti i templi del Peloponneso, costruito dallo scultore Skopas e ammirato da Pausania. In quei luoghi Anite, poetessa dai pochi dati anagrafici, compone epigrammi che si distinguono per la delicatezza orientata ai frenetici eventi del cosmo sotto i quali sottostava il mondo ellenico. La musicalità della sua poesia, l’uso inequivocabile e spesso imperativo dei vocaboli, contrastano il sangue che lei vede scorrere in terra, frutto della forza che guida, e abbandona – in un altalenante gioco olimpico – gli eroi guerrieri omerici. Soprattutto nell’Iliade. La dedica musicalmente rivolta a uomini, donne, fanciulli e animali, riprende i testi antichi integrandoli con una lingua innovativa che sempre sorprende: la vediamo giungere con fili invisibili a cui siamo grati per la tregua offerta ai nostri giorni sanguinosi. Le piccole cose di Anite contrastano la violenza vertiginosa degli dèi, una grazia accompagna i passi degli uomini sofferenti affinché continui a vedersi, nonostante tutto, l’armonia del mondo. Il compianto, che caratterizza l’innata narrativa messa dalla poetessa nei suoi epigrammi, rispecchia pietà e sguardo di salute. È vera partecipazione, non solo simpatia celebrativa per le uccisioni, gli avvelenamenti, l’attacco alla bellezza.

La traduzione di Ugo Pontiggia conduce tutti i temi delle poesie, ne accarezza musicalità e struttura retorica lasciando molti spazi alla corrispondenza. E le delicate descrizioni restano vivide nella nostra lingua, che appare meno lontana dal testo greco di quanto comunemente si pensi. La natura epigrammatica della poesia di Anite accarezza il tema narrativo, basta l’avventura di pochi sceltissimi vocaboli a trasferire nel racconto una realtà fatta di dolori ma intrisa di impulsi fiabeschi: sono questi a decorare le strade dei luoghi ellenici e a riportarci gli odori che impregnavano i templi, a far risuonare le voci dei bimbi nelle nostre stanze fumigose. Battiti d’ali e cavalcate ritornano non tanto come commento a un’èra perduta, non soltanto, ma come espressioni di uno sguardo rivelatore di bellezza, quello a cui abbiamo irrimediabilmente rinunciato.

Riferimenti dionisiaci, immagini naturali e sensuali accadono con l’insistenza intrinseca dell’epoca di Anite, ma se ancora oggi interpretiamo questa voce narrante è merito di chi toglie la polvere sui nostri cammini, contrastando il demerito dei tempi come proprietà manifesta di oscurantisti. Questa poesia conserva in sé la scelta eroica rivolta a eternare (condivise parole di Pontiggia) sentimenti d’amore, d’eros e di pietà verso genti e paesi. Non importa quanto lontani dalla propria casa, o arenati in spiagge che conservano delicatezza contro l’imperativa violenza della morte. L’identità riportata alla luce nella raccolta è augurante e degna d’essere preservata. “Siediti qui, ignoto viaggiatore…”

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La realtà della poesia

Stefano Raimondi, Il cane di Giacometti, Marcos Y Marcos, pp. 112, euro 18,00 stampa

di ELIO GRASSO

Le sculture di Giacometti sono “geneticamente” abbandonate, più solitari che tristi i cani che avanzano su un terreno liscio ma polveroso. È la polvere degli umani a porli in difficoltà, anche se non perdono affatto la loro essenza canina. Giacometti li ha osservati a lungo, pur restando nel suo atelier riservatissimo, e con essi l’atteggiamento crudele degli ingannevoli padroni umani, spesso rotti all’interno dei loro corpi e più raramente umili. Nella nuova raccolta di Stefano Raimondi il disagio vitale non ha sistemazioni fisse, sembra a ogni pagina che la dispersione geografica sia onnipresente, e che su quelle strade (o sentieri o plaghe infinite) l’uomo (esploratore, cacciatore, tecnico, vittima, fors’anche poeta) nulla possa contro una realtà il cui punto di svolta appare sempre più come l’evento nucleare di Chernobyl. C’è una dismisura antropologica in quest’epoca, la lingua impostata da Raimondi serve alle strategie di sopravvivenza di cui nessuno dovrebbe fare a meno. Ma è difficile, la sostanza durissima che ci siamo imposti ha distrutto molti racconti, le storie che per millenni ci hanno fatto convivere con la natura e gli dèi. L’abbandono di questi ultimi ha lasciato sola l’umanità con i propri demoni tecnologici, i padroni “di niente” (così definiti dal poeta) si ritrovano con ossa, unghie e peli sotto stelle la cui musica oggi fa per lo più tremare, raramente sognare. Da anni Raimondi ricerca le parole adatte a una possibile salvezza generale, quelle che possano descrivere, o più, richiamare a sé il pane della civiltà sconvolta. Le parole capaci di descrivere gesti e desideri, corse e rincorse, condizioni civili, o semplicemente l’amore, umano e canino. Troppo il sangue avvistato, e gli elementi velenosi sopra le impronte che vorrebbero misurare l’intervallo fra i passi e il cuore. In ogni poesia c’è questo stordimento, le azioni storte dell’impero ormai del tutto contrario al desiderio di canto innato nella specie. “Ci sono parole che non si riescono / a dire tutte insieme…” anche se l’autore (e l’ascoltatore) vorrebbe destinarle nel tempo dove tutto è già successo, e lo stesso sangue delle vene è disperso e sovrastato dal buio. Il Cane di Giacometti è un libro ben distante da certe gratificazioni correnti, leggerlo destina a scontrarsi con le irte grate circondanti, quelle che abbiamo stabilito di disseminare tutto intorno. Fuori da queste ci sono soltanto posti “che servono a portarci via”, non si sa dove, forse luoghi già visti ed esplorati dai cani. Gli abbiamo impedito di metterci in guardia, relegandoli nella Zona radioattiva. Nessuno pensava che lì animali e vegetali potessero vivere come prima. Invece lo fanno, mentre all’esterno pochi riescono (e fra questi, il poeta Raimondi) ad addormentarsi sereni, dopo giornate trascorse a contrastare chi definisce soltanto le cose decretanti addii e distruzioni. È vero che le passioni originarie dell’uomo diventano ingrate quando le si fa passare e andare via, lo si comprende infine di fronte a questa raccolta, che ci mostra cosa voglia dire l’atto seguente la creazione. In un mondo non solo creato in esposizione di luce, la poesia riesce in alcuni casi a dividere il buio dai barlumi promessi che ci raggiungono dal passato e in grado di salvarci dai tombini. Su questa linea si svolge la parte centrale del libro, dove il pensiero poetico si appoggia ai selciati, ai muri, alle altezze perpendicolari della Città (Milano). Avvengono paesaggi imprevisti, resi oggettivi dalla poesia, suoni e luminosità serali, dove l’umanità si fa rara, rare le impronte e solo alcuni angeli utilizzano i filobus che passano sotto la Torre Velasca. È il respiro postumo nei quartieri che Raimondi cerca ancora, poiché la pietà ha bisogno anche oggi di soffermarsi su ossa e vertebre. La poesia ha bisogno di riempire i vuoti nelle case. La realtà ha bisogno della realtà della poesia, il continuo affermare l’abbandono (dei cani, degli uomini, di Giacometti scultore e incisore) è la lunga e sistematica linea sgrovigliata che Raimondi ci presenta tempo dopo tempo. Mentre il tempo, nel mondo, attende che le particelle radioattive si depositino per sempre. E le specie viventi, ancora, si propaghino tutte intorno.

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Grottesca mostritudine

J. Rodolfo Wilcock, Il libro dei mostri, Adelphi, pp. 143, € 16,00 stampa, € 8,99 ebook

di ELIO GRASSO

Wilcock amava scrivere sulla prepotenza del potere letterario. Inviato feroce, non risparmiava, su giornali e riviste, dardi incendiari ai frequentatori dei salotti editoriali. Tutti sudditi d’influente abilità nel maneggiare patteggiamenti e certificati. La capitale dei mostri cresce sempre nelle stanze redazionali di palazzi impressionanti. Architetture distribuite in avenues famosissime di metropoli modaiole. Se ai suoi tempi erano territori molto occidentali, da ultimo questi si sono estesi a Emirati arabi, Cina e India. Nidi di patogeni tossici. Non a caso i virus (informatici) indiani fanno parte dell’immaginario fantascientifico dei moderni scrittori.

Il simpatico Edoardo Camurri scriveva, a proposito del Rodolfo, che “ogni tanto occorrerebbe (senza esagerare) essere più prudenti”. Poiché proporre all’imbecillità uno scrittore è sempre un parlare di sé: “ogni accusa è autobiografica”. Ecco un dardo che poco ha da invidiare all’autore di Buenos Aires. I cui pensieri, arbasinamente (copyright ignoto) “selvaggi”, ci hanno fatto godere per un bel po’ di anni quando eravamo giovani. L’esibizione degli autori (di ogni tipo e genere) tende al peggio, sempre più mancano strenne amene e scorci panoramici alla non affollatissima genìa di quelli che fanno shopping di serietà: a Wilcock tale suburra stuzzicava il palato e gli occhi immaginativi.

I mostri gli erano intorno (e intorno a noi), e lui non poteva che trarne gasiforme moralità, e stupenda voracità fisiologica. Ecco spiegato il Libro dei mostri, prima uscita 1978, ora tornato alla luce nel formato “panavision” di Adelphi. Ilare figurarsi le avventure libresche del nostro autore, nell’economia mondiale tratteggiata poc’anzi. Ha il sapore delle rivoluzioni leccate di striscio, in empito di serietà, per poi scostarsene fra risate e disgusto. La ricognizione pretende questi sacrifici, in compagnia dei leggeri conati che suscitano i personaggi narrati da Wilcock, nella confraternita della quotidiana follia: esilarante, senza dubbio.

Il grottesco è una brutta bestia, arduo restarne immunizzati, è una costante fisiologica godere e soffrire di pancia incontrando le molteplici forme di casalinga mostruosità. La sudditanza degli organi biologici alla mineralità del mondo, con fuoriuscita di olezzi maleodoranti e disgustosi tranci corporali, è l’arredo specialistico insito nel libro, quello che ancora conquista e, per così dire, ci lega mani e piedi al tavolo del convivio. L’ammasso materico ha il sapore rancido della malinconia, ma tant’è come allontanarsi da ciò che di più intimo e primitivo dimora nell’umanità? I mostri sono i vicini di casa, i mostri siamo noi in quanto vicini di casa di qualcun altro. Non c’è limite al serraglio. Né all’erudizione d’enciclopedica ferocia messa in campo dal ritrattista Wilcock nel suo ultimo libro, già poeta di canzonieri d’amore e dunque vedutista di orrori ed errori umani.

La mostritudine inizia già col nome dei personaggi, la cui improbabile vita attesta, se mai ve ne fosse bisogno, la necessità di un pianeta assurto al ruolo di zoo cosmico. Si potrebbe dire che luogo di maggior caos sembra impossibile possa esistere altrove. E i corpi, in questo serraglio a cinque stelle, s’alimentano di una calma quasi paradisiaca, come sotto l’effetto di farmaci psicotropi. Togliere l’angustia da quei cervelli (se mai vi fosse un cervello nel guazzabuglio organico e disorganico) è certamente azione giudiziosa e meritevole. Wilcock dispone sguardo e attenzione sorridenti, tutta la sua simpatia rivolta agli abitanti radunati e descritti nel Libro dei mostri. Lungi da lui, ormai cimeli, le creature orrifiche insediate nei tristissimi regni letterari.

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Albertine. Desiderio espanso in ogni dove

Anne Carson, The Albertine Workout, tr. Giulio Silvano, Edizioni Tlon, pp. 175, € 14,00 stampa

di ELIO GRASSO

Curioso libro, questo di Anne Carson, canadese studiosa di greco antico, e celebrità letteraria schiva e inclassificabile. In Italia è reperibile Antropologia dell’acqua (tradotto mirabilmente da Antonella Anedda, Elisa Biagini e Emmanuela Tandello), pubblicato nel 2010 da Donzelli. Nel 2000 Bompiani pubblicò Autobiografia del rosso, romanzo (o meglio, libro poetico) in cui l’antica poesia greca si unisce a una moderna storia d’amore. Carson è definita da Harold Bloom – noto gigante agguerrito del cosiddetto Canone della letteratura mondiale – uno dei massimi poeti viventi in lingua inglese. Ma non soltanto di poesia occorre parlare a proposito della scrittrice, capace di scorribande profonde e sensuali da Proust a Eschilo e Euripide, passando per Keats e il tango, attraverso racconti saggi e frequentazioni d’eros. Per chi volesse approfondire la conoscenza della poetessa (abito che nel suo caso va decisamente stretto) sono disponibili due numeri della rivista mensile “Poesia” (n. 307, settembre 2015 e n. 325, aprile 2017) dove Patrizio Ceccagnoli non soltanto traduce alcuni passi tratti dalle recenti opere di Anne Carson, ma ne tratteggia un esemplare quadro critico ed esistenziale.

Accertata la ridotta situazione pubblicistica della scrittrice in ambito italiano, grande merito dunque va alla curatrice di The Albertine Workout, Eleonora Marangoni, talentuosa esperta di Proust, e all’editore Tlon che ha deciso di pubblicarlo. In 59 frammenti e alcune appendici il grande amore di Marcel, Albertine, viene sezionata e presa fra le braccia, in senso metaforico e reale, nel pieno dei suoi passaggi nel vasto mondo della Recherche, testimoniandone presenze e assenze e trasformazioni. Con precisione statistica e altrettanto nitide istantanee, l’esplorazione di Albertine, corpo e fantasma, viene attuato da Anne Carson come se tutta la Recherche fosse stesa su un enorme tavolo, e mappata da dotatissima psiche. Non si può non pensare a Beckett, a quel che molti pensano di lui in relazione a Proust, che incarnasse insomma chi aveva capito tutto, indicando nel corpo di Marcel la noia, la sofferenza, insieme alle banalità del quotidiano come biscotti, baci, ipocondrie e disturbi serali.

Carson lo esprime chiaramente, così come espone (con l’abilità e la sagacia di un dardo) i misteri che avvolgono Albertine. Chi è, cosa fa, dove scompare, dove riappare e in che veste, e cosa significa il suo amore, e se esiste. Nei frammenti che compongono il libro, talvolta fatti di una sola frase, sbuca, viva o semi-viva, bruna nella sua corporalità assai sfuggente, probabilmente nemmeno bella, l’Albertine eroina carica di storia e di una contro-storia con cui Proust bestialmente la trafigge. Ma è proprio nella “probabilità” della sua esistenza che Anne Carson s’introduce, in grado di riassumere la verità dei fatti (se non dei sogni e delle visioni) in una manciata di proposizioni che stringono il lettore, o il semplice interessato, al muro. Senza nessuna possibilità di muoversi altrove, o di considerare diversi angoli dell’esistenza e tralasciare la straordinaria sessualità della letteratura.

Barthes applaudirebbe, assieme a coloro che passando per il monumento proustiano vorrebbero baciare in egual modo Albertine e Marcel. Maschi e femmine in un calmo e mistico desiderio, colmo di perplessità. Tutti, almeno quanto Albertine, desiderosi di “sentirsi schiavi”. Così s’espande il mistero dell’avvincente lavoro di Anne Carson, dall’inizio fino alla morte dettata da Proust per la sua eroina, fuori scena e fuori dal desiderio espanso per ogni dove. L’autrice ci ha messo sei anni (ogni mattina, a colazione) per leggere l’intera Recherche. Quanto tempo impiegheremo noi a leggere The Albertine Workout? Sei mesi, sei giorni, sei minuti o tutto il tempo che la vita ci concede? O gli stessi sei anni? Provare è necessario, entrare in questo miracolo, capita una volta nella vita. E come non dare ragione al terribile ed esondante Bloom? Sapendo che “le cose, in effetti, sono perlomeno doppie” (frammento 59, conclusivo, da La prigioniera, p. 362).

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L’amore dunque ci fa permanere e ragionare

Roberto Carifi, Amorosa sempre (poesie 1980-2018), La nave di Teseo, pp. 357, € 18,00; eBook € 9,99

di ELIO GRASSO

È qui riunita, per la cura di Alba Donati, gran parte della produzione poetica di Roberto Carifi, nato a Pistoia nel 1948, per molti anni protagonista di un revival della poesia che ancora oggi si stenta a studiare come meriterebbe. Non fosse altro che per spingere le nuove generazioni a definire i cosiddetti contemporanei, scoraggiati come siamo nel veder mancare la penetrazione della poesia nella vita quotidiana così come accadeva, nei decenni del secondo Novecento, con le opere di Montale, Ungaretti, Pasolini, Raboni, Sereni, e via così.

Alcuni critici lo hanno notato, ma sembra che in questi ultimi anni la conoscenza della poesia infiacchisca in una specie di Purgatorio, mentre versi e versicoli disturbano incontestati la rete, fatta di chiacchiere accanto ad altre cose decisamente patetiche. Congelamento della memoria? Sbandamento della critica militante (o di ricerca, ammesso che ancora esista) in favore di chiusure personali e cronache con sguardo rivolto soprattutto ai banchi delle librerie “industriali”? La letteratura sta in un ambiente sottozero, la lingua poetica manca di precisione e competenza, raramente si mostra capace di lacerare la banalità del male quotidiano. Si legga in proposito l’ultimo saggio di Cesare Viviani, recensito su “PULP libri” lo scorso anno.

Un poeta come Carifi, giunto nel panorama della poesia italiana al termine degli anni Settanta del ’900, esprime uno sbilanciamento storico che ora appare ben osservabile alla luce di questa antologia, definita dalla curatrice “riparativa”. Di certo non negheremo l’affermazione di Donati, nel contempo dovremo riservare giusta attenzione agli editori che, con alterne vicende, hanno inserito Roberto nei loro cataloghi. E penso innanzitutto a Crocetti, Via del Vento, Le lettere.

La sfortuna severa ha scolpito la vita di questo poeta, mentre il farsi amore, nella sua lingua e con le sue parole, ha dispiegato resistenze immani contro la lacerazione corporale. Ma Roberto Carifi non ha mai consentito alla poesia, alla sua poesia, di restare congelata in un pietosissimo stato di arresto: interrogazioni e domande creaturali occupano l’intera stanza del poeta, consentono al suo temperamento di estendersi ancora, senza sosta, verso il battito generativo della Madre, non soltanto come simbolo di tutte le madri del mondo. Ma vero corpo che a un certo punto dell’esistenza viene a mancare, sorpassa all’indietro tutti i temi dell’infanzia nella piena e ininterrotta visione della realtà. Infanzia era il titolo della seconda raccolta di Carifi (dopo Simulacri, del  1979), pubblicata dalla meritoria Società di poesia (per iniziativa dell’editore Guanda), e L’obbedienza il libro successivo, opera fra le più importanti, pubblicato da Crocetti nel 1986. Il dialogo fitto si allarga dal quadro familiare alla poesia europea dettata soprattutto da Trakl e Rilke, con traduzioni e studi che giungeranno a Hesse, Bataille, Flaubert, Weil e altri.

Evocazioni simboliche, vicinanza alle ombre, non fanno dimenticare a Roberto Carifi la forza comunicativa che gli resta dentro fin dalle origini, con l’amorevole vicinanza di poeti dai solidi legami affettivi. Nomi che si conoscono, che hanno fatto la storia poetica di quegli anni, capaci come lui di conciliare ricerca linguistica e ispirazione riparativa della realtà. Ricordiamo, inoltre, gli innumerevoli contatti epistolari col pubblico della poesia tenuti per tanti anni nella rubrica Per competenza della rivista “Poesia”. Sempre amabile, preciso, vero Lector mirabilis di tutti coloro che a lui si rivolgevano.

Interrogare le cose, per il poeta, è partecipare della loro memoria, farsi carico dell’amore del mondo e del destino che sembra minacciarci, ma che spesso rimane l’unica certezza di durata che possediamo. L’amore dunque ci fa permanere, e ragionare là dove il lume si spegne, per una perdita o per una sopraffazione. È dove la domanda si scioglie, in un ragionare tranquillo con la verità della poesia, che vengono estratte le spine, e aperto un dialogo dal respiro puro, contrastante l’abisso delle vicende. Le difficoltà accompagnano irriguardose, ed è innegabile che l’esperienza, nel caso di Carifi, porta dentro il principio che governa la vita (la franca adesione al Buddismo) e che la scrittura indaga. Se ci guardiamo intorno, se varchiamo lo spazio di Amorosa sempre, possiamo comprendere come vi abitino i figli e le madri che vogliono credere alla contiguità della poesia con l’altra lingua dell’angelo, con la sua presenza novembrina fra gli umani. Per questo, nonostante tutto, la poesia non ha smesso il suo corso.

Perché, alla fine, leggendo Roberto Carifi, nessuno di noi resta indifeso di fronte al mondo.

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Non c’è Proust che tenga: il tempo è perduto fin dall’inizio.

Wallace Stegner, Verso un oscuro approdo, tr. Maurizia Balmelli, Bompiani, € 22,00, eBook € 9,99

di ELIO GRASSO

Wallace Stegner giunge da noi inaspettato, a molti anni dall’ultima pubblicazione italiana. Verso un sicuro approdo è libro definito da Alessandro Piperno (usa raramente certi vocaboli) un vero capolavoro. Ultimo romanzo scritto da Stegner, originario di Lake Mills nello Iowa, prima di lasciarci nel 1993. Quasi un’autobiografia, un’opera che narra le vicissitudini di due coppie sposate diversissime tra loro ma depositarie di un legame che durerà l’intera vita. Assistiamo alla carriera di due docenti nella circoscritta atmosfera dei college americani: Larry e Sid (confidente l’uno, quanto inetto l’altro), le loro compagne Sally e Charity dai caratteri opposti (soave la prima, vivace e autoritaria la seconda).

Ci inoltriamo nella visione e nei sogni di Larry, che desidera a tutti i costi un successo letterario tale da togliere lui e la moglie dall’indigenza a cui sembrano costretti, nonostante l’amore e l’impegno che li unisce. Il contorno di compromessi, seduzioni e diatribe con donne magnificamente insopportabili e belle, pone questo libro in una prospettiva ambigua rispetto a quella di solito attribuita alla categoria del romanzo americano di tradizione universitaria. Fascino innegabile tramutato da noi in fortuna editoriale dai romanzi di Roth, Bellow, Franzen, e altri scrittori sfacciatamente noti. Il sodalizio è intenso, dagli esordi fiduciosi ai successi a lungo rincorsi, dal disagio accademico e storico (siamo negli anni fra le due guerre, in piena Depressione) ai divertimenti mondani e infine alle malattie. Larry, ormai anziano nella dimora di campagna, prende a raccontare la storia fin dall’inizio, quando non aveva un soldo in tasca ma sapeva scrivere, e portava con sé dal New Mexico l’innamoratissima moglie. L’incontro di Larry e Sally – avvenuto in una atmosfera sfavillante – con l’altra coppia, alquanto danarosa e sempre vestita a festa, cambia letteralmente il corso delle loro esistenze. Le disuguali vite passano da momenti tranquilli a accelerazioni per niente casuali, rapinose e necessarie ai protagonisti e alla way of life nazionale. Sembra che tutto debba accadere, che la travolgente Charity possa abbagliare chiunque, ma è il tempo a occupare la posizione, con il suo proverbiale distacco fa fluire il romanzo come fossimo davanti a un film del filone più naturalistico.

La voce narrante ci restituisce la storia come se avvenisse in quel momento, ecco perché si ha l’impressione che l’orizzonte non cambi mai, e che ogni giorno i protagonisti abitino le stesse case, siedano sulle stesse chaise longue e si muovano sulle stesse strade. Perfino i viaggi, nel paesaggio meraviglioso del Vermont, appaiono plausibili come fuoriusciti dagli appunti di un geografo naturalista. Bisogna riconoscere a Stegner l’ammirevole capacità nel restituire il senso di un paesaggio americano incontaminato, lucido, esteso come le menti dei suoi abitanti. Che sono talmente impudiche da rendere attonite le nostre convinzioni latine. L’amicizia delle due coppie occupa, in fondo, tutto lo spazio del racconto: chiunque leggendo se ne può fare un’idea, anzi riesce a capire quale ne sia l’origine, esemplificativa quanto lo sono un Martini dry o i Levis Strauss.

Forse per questo possiamo accordarci con la determinazione critica di Piperno: per la capacità narrativa, tutta americana, di allungarsi su un’intera epoca e di spiegarla attraverso i caratteri precisi di chi la vive. Una nazione i cui figli hanno inventato archetipi graziosi e dannatamente micidiali. Questo romanzo, degno di forti aspettative, porta dentro all’incomprensione che fa tremare ovunque si viva, tra malattie e invecchiamento, al di qua o al di là dell’oceano. Ci si domanda quali spinte portino alla morte, in un moto che sembra lento ma proprio per questo, dal debutto alla fine, non dà scampo.

Non c’è Proust che tenga: il tempo è perduto fin dall’inizio.

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Partenze, soprattutto arrivi lungo le rive liguri

Giorgio Ficara, Riviera, Archinto, pp. 208, € 15,00 stampa

di ELIO GRASSO

Per conoscere un luogo bisogna attraversarlo, forse addirittura nascerci, se vogliamo intenderci su cosa voglia dire interrogare una strada, una nostalgia, una lingua originaria. Il Piemonte dove è nato Ficara porta spesso verso il meridione della Riviera ligure, basti pensare a Nico Orengo e perché no anche a Conte (Paolo, lo chansonnier, mentre il poeta Giuseppe è da sempre saldamente intrecciato alle sue profezie rivierasche). Leggendo questo libro si vengono a sapere centinaia di storie e di notizie che riguardano le migrazioni dei fiori dall’Africa alla Liguria, quando il Mediterraneo era poco più di un acquitrino. Si viene a sapere quanto di ellenico sia presente sulle pendici che attualmente vanno giù a capofitto verso la schiuma delle onde, e quante intelligenze (e quante ingenue ideologie o poetiche strambe) intellettuali o belliche si siano mobilitate lungo le rive. Favole (ma nemmeno tanto) narrate di turchi e saraceni belli e sanguinari, gesta dei capi della Repubblica Genovese. E di lupi scesi al mare alla ricerca di cibo, e uccisi.

Partenze, soprattutto arrivi come quelli di Rimbaud, Campana, Nietzsche, dalle visioni accecanti e spiritualità disperse. Marinai e contadini alle prese con verdi coste e coltivazioni traballanti, cappa e spada di genovesi dai pochi e tanti scrupoli. E i viaggiatori letterari e più o meno spassosi, deliranti, intelligenti, mondani: Eliot, Yeats, Kokoschka, le sorelle Gish, Hemingway, e quelli con fissa dimora Max Beerbohm e Ezra Pound. Il poeta Camillo Sbarbaro va alla ricerca di licheni, li studia e cataloga. Il poeta Eugenio Montale sa essere mondano senza esserlo, in disparte studia e cataloga le sue Muse. Grande varietà di bellezze hollywoodiane e di Cinecittà approdano ai moli di Portofino e Rapallo su yacht e velieri, quando nei carrugi e nelle piazzette e nelle hall di fastosi Hotel s’incontravano (o meglio si sfioravano) tipi come William Holden, Rita Hayworth, Clark Gable, Ava Gardner, Truman Capote, Soraya, Marcello Mastroianni. Senza dimenticare rampolli e veterani di casate reali e monarchi mediorientali.

Le partenze sono generate da una terra avara, come da sempre si dice. Ma nessuno infine sa quanta parte di eroico e assolutamente straordinario sia custodita nei luoghi meno battuti di questa terra, che diventa terribilmente “visibile” (e perciò vera) quando la si ammira dal mare. Ficara aggiunge alle sue pagine la sostanza della lingua antica, “materna”, che di dialetto i nativi non vogliono sentir parlare. Conversazioni che hanno sempre un’inquietudine da esprimere, con quel tanto di correzioni che bisogna dare alla vita perché prosegua senza danni troppo evidenti, somma priorità per la gente della Riviera. È la scuola del tempo che qui viene offerta, il luogo dove l’aggettivo “felice” non porta con sé le solite dilettevoli amnesie. Basti sapere che di Riviere al mondo ne esistono altre, e che tutte quante hanno necessità di un racconto, con la giusta proporzione fra cronaca e sogno: un tempo irriducibile, storico. La natura ha bisogno dei propri reporter, meglio se adatti alla pedalata o al granturismo su due ruote. La Riviera punta sulle sirene, intese come animali mitici, e su mezzi di trasporto decisamente più compositi e promiscui. E le rive liguri, senza dubbio, si sono largamente specializzate nel pretenderlo.

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Straordinarie dissipazioni per libri straordinari

Thomas Wolfe, Il ritorno (a cura di Francesco Cappellini), Via del vento edizioni, pp. 44, € 4,00 stampa

di ELIO GRASSO

Thomas Wolfe, nato in una cittadina del North Carolina il 3 ottobre 1900, dopo varie vicissitudini familiari si ritrova nel 1929 a New York, da Scribner’s, con centinaia di pagine scritte di un incontaminato delirio creativo. In quegli uffici un certo Maxwell Perkins, famoso curatore editoriale, riesce a dirottare la smodatezza fluviale di quel ragazzo verso un’opera rivelatrice di grande poesia e sommo talento. O lost, come titolava il manoscritto originale, diventò Look Homeward, Angel. Non senza scontri e attraversamenti feroci dentro l’aggrovigliata foresta dell’editing. E dire che Perkins aveva già a che fare con Scott Fitzgerald e Hemingway, quindi abituato a sciagure, tempeste e derive alcoliche.

Quest’uomo pazientissimo e moralmente inattaccabile fu la fortuna di Wolfe. Rasentando il fallimento a ogni prova, editoriale e esistenziale, nulla riuscì a infrangere la potenza delle opere che da lì in poi uscirono dalle mani dei due sodali e dalla tipografia di Scribner’s. Le strade di New York, Brooklyn, hanno un prezzo da chiedere al giovane Thomas, la cui carriera si sviluppa attraverso ascese e cadute mefistofeliche. È un’epoca piena di business e di “adorabili” romanzi costruiti sull’orlo di vite allo sbando e di guerre mondiali, di inopinate partenze e astuti ritorni.

Straordinarie dissipazioni lasciano appena il tempo di scrivere libri straordinari, e altrettanti sogni che hanno foraggiato per decenni le major hollywoodiane, fra dignità contrastate, eroismi, vessazioni e scoppi di pianti cinematografici e pubblicistici. Per molti critici la prima versione del romanzo di Wolfe resta superiore a quella poi data alle stampe con le sforbiciate di Perkins. Probabilmente è vero. Ma a distanza di un secolo le cose cambiano, nella testa degli uomini e in letteratura. I miti americani, poi, quando varcano l’Oceano, esaltano ammirazioni e ritoccano vicende, rinfrescano guaiti e raffreddano spiriti bollenti. In un recente film di buon successo, Genius, troviamo tutti i lamenti e le disperazioni intercorsi fra lo scrittore e l’amabile Perkins. Le percussioni descrittive attuate da Wolfe si ribaltano nella realtà, lo sfoggio di un’epica tirannica ha il suo contraltare nei lampi lirici che affollano i romanzi e i racconti. E con il rischio di un’enfasi che genera disaccordi in critica e pubblico. Ma sono gli impulsi dell’uomo, la sua carica, a scoperchiare quel mito americano a lungo ricercato, forse mai raggiunto.

La poesia per lui è il fatale viaggio che trasporta dalla provincia più profonda alle metropoli fondate sulle due coste americane. È la fedeltà al tragico ma esaltante transito nel paesaggio, lo stesso che fecondò gran parte degli autori della Beat Generation.

L’odissea generazionale di costoro ha avuto il suo pioniere, in misura maggiore rispetto ai pur osannati poeti europei. La forsennata vocazione poetica di Wolfe si riversò in Kerouac e nei compagni dell’avventura americana. I tre racconti, tradotti mirabilmente da Francesco Cappellini e inediti in Italia, testimoniano questo rapporto stretto. Wolfe, soprattutto in Prologo all’America (1938), si lancia in una vera e propria elegia dedicata agli USA, un vertiginoso mantra alcolico per la brillantezza che lo avvicina a una Vegas notturna e per l’ingenuità copiosa avvertita soprattutto da noi europei, figli di rivoluzionari sanguinari. Il refreshing del salmodiante Dove andremo, adesso, e che faremo? dinanzi alle capitali Washington, Manhattan, Boston, Chicago, alle Montagne Rocciose e infine Hollywood, trasporta nelle costanti stilistiche dello scrittore. Vi appare il virus micidiale di cui è sempre stato preda Thomas Wolfe, fino a portarlo alla morte, poiché le strutture dell’immaginazione hanno il loro limite.

Soprattutto il limite della coscienza fu il transito a lui fatale, già dai tempi in cui balzava sui tavoli se il caro amico della Scribner’s gli tagliava una sola virgola. Sono racconti di stratificato innamoramento per la strada, e affilata ironia verso la folla di personaggi barricati negli uffici degli alti palazzi. Una summa “rapsodica” che influenzò Kerouac (& Soci), giudiziosamente vanitoso come dimostra il suo Vanity of Duluoz. Si attendono altrettanto “frivole” eccitazioni da molti lettori, quantomeno dai gaudenti seguaci di Tom Waits.

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