Villon sotto la neve

30 Ottobre 2017

Robert Louis Stevenson, Un tetto per la notte, tr. Paolo Morelli, Ibis Edizioni, pp. 64, € 7,00 stampa

recensisce ELIO GRASSO

Parigi sotto la neve. Secolo XV. Parigi, la nera, sbiancata per una notte. François Villon, il poeta, lo scalcagnato e miserabile uomo che valutò come diventare di moda al più presto, è il protagonista del racconto che Stevenson scrisse nel 1877. E che inseguiva per una notte lo sbeffeggiante la cui leggenda è giunta fino ai giorni nostri. Villon, ammirato da surrealisti e cineasti, da poeti e chansonnier, da coloro che venivano influenzati dalle sue sperimentazioni popolari, la cui lingua acuiva ingegno e ribellione. Leggenda e finzione non mancano, l’aura del poeta maledetto, il primo, ha corrispondenza ovunque e anche in questo racconto.

A Stevenson interessa l’atmosfera notturna e un po’ bieca che assume Parigi vista dagli occhi di un Villon non privo di acutezza e velenosa ricerca di suggestioni, trasandatezza e vil denaro. Del resto, è noto, al poeta dedica diverse attenzioni saggistiche. Un tetto per la notte, confluito in New Arabian Nights, narra di una peripezia nel gelo parigino in una notte di tormenta, dopo aver assistito a un omicidio da parte di compagni di gioco e sbronze. Gli alti edifici e le chiese della città sovrastano minacciosi, sottolineati dalla massa nevosa nei loro interstizi sbiancati. La forca eretta a pochi passi (Montfaucon, uno dei luoghi più sinistri di tutta Parigi) provoca pensieri orribili, e non bastano le poche monete intascate ad alleggerire il tremito allo stomaco e al corpo. Tanto più che, infastidito dalle ronde, egli perde il bottino, e si ritrova con i due spiccioli sottratti al cadavere (fra le giarrettiere) di una poveretta morta di freddo nell’androne di un palazzo.

Stevenson rende pubblici i pensieri del mascalzone, le sue ansie mercantili, il soggiacere all’inquietudine finanziaria del sapersi verosimilmente appeso a un cappio. Segue Villon magione dopo magione, lungo gelide vie e vicoli che più deserti non si può. L’angoscia montante lo induce a picchiare selvaggiamente contro la porta di una casa a prima vista vuota. Ma con sua sorpresa il battente si spalanca e un uomo alto e un po’ curvo, non più giovane, lo accoglie con tono nobile e cortese.

È in questo preciso momento che il racconto prende una piega diversa. Dopo la descrizione “estetica” del teatro in cui avvengono i fatti, sopraggiunge la questione morale. Villon, costruttore di canzoni e ballate, si scontra con l’uomo che si presenta come Enguerrand de la Feuillées, signore di Brisetout, in una tenzone orale in cui viene fuori tutta la propria cialtroneria. Il sermone del vecchio ospite lo infastidisce al punto da rinfacciargli agiatezza e nobiltà. Tale impudenza costringe de la Feuillées a mettere alla porta quel che ora considera un farabutto senza cuore. Villon, prima che il portone si chiuda alle sue spalle, esce salutando con uno sbadiglio e ringraziando per il pasto appena ricevuto, e aggiunge due parole esplosive. Che questo colpo di scena sia veritiero o falso, rivelazione o ennesima beffa, Stevenson ha caricato nelle sue parole tutto l’incedere provocatorio ed enigmatico di cui Villon, come ben si sa, era capace.

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