Sul perché non andrò al cinema a vedere It

12 Ottobre 2017

Quando, sul finire degli anni Ottanta, uscì It di Stephen King, PULP Libri non esisteva. Eppure ci siamo sempre sentiti un po’ in colpa per non averlo potuto recensire (siamo fatti così…). Ora che esce il film e il romanzo è addirittura tornato in classifica, ci sentiamo in dovere di dire finalmente la nostra, tra rimemorazione e riflessione critica.

riflette PAOLO SIMONETTI

Sono passati trentun anni dall’ormai lontano settembre del 1986, quando It di Stephen King usciva per la prima volta negli Stati Uniti, balzando in testa alle classifiche dei bestseller. Oggi It è considerato il capolavoro per eccellenza di King, un’opera corale di un’ampiezza tematica e strutturale che ha convinto alcuni importanti critici a includerlo nella lista dei grandi romanzi del Novecento, se non addirittura a definirlo, come ha fatto Luca Briasco nel suo recente Americana – minimum fax, pp. 311, euro 15,30 stampa, euro 8,99 ebook, brillante disamina delle tendenze letterarie dell’America contemporanea che consiglio a ogni appassionato lettore – IL grande romanzo americano tout court. È giusto ricordare, però, che al momento della pubblicazione le recensioni non furono tutte favorevoli: ad esempio Christopher Lehmann-Haupt, critico di punta del New York Times, lo riteneva un passo indietro rispetto ai lavori precedenti di King, perché a suo dire mancava della “visione politica di The Dead Zone”, non possedeva “la logica di Firestarter e Cujo”, difettava “dell’atmosfera minacciosa e inquietante di The Shining”, né proponeva “l’oppressività funerea di Pet Sematary” (tutti titoli che, a parte The Shining – noto soprattutto attraverso l’omonimo film di Kubrick – oggi ricordano solo gli appassionati kinghiani); “Nonostante gli spettacolari effetti scenici”, concludeva il recensore del New York Times, It “ansima e sbuffa, scricchiola e sferraglia”, rivelandosi addirittura “troppo maledettamente complicato” (!).

Quando a distanza di poco più di un anno il romanzo apparve in Italia per Sperling & Kupfer, nella ormai classica traduzione di Tullio Dobner, le recensioni furono sicuramente più generose (pp. 1206, euro 18,62 stampa, euro 7,99 ebook). Tuttavia le opere di King non solo non venivano prese sul serio (in quanto ritenute per lo più romanzi per ragazzi), ma l’autore continuava ad essere relegato in una nicchia di genere – l’horror – da cui gli era praticamente impossibile liberarsi, specie dopo la pubblicazione del suo secondo romanzo, Salem’s Lot (tradotto impropriamente in italiano come Le notti di Salem). Il 3 dicembre del 1987, in una lunga e per molti aspetti intelligente recensione su La Repubblica, Oreste Del Buono paragonava It al Frankenstein di Mary Shelley, descrivendo King come “l’autore più ambizioso che ci sia in giro”, per poi ipotizzare con ironia che stesse progettando “di scrivere qualcosa che rassomigli alla Divina Commedia o al Paradiso Perduto o roba del genere”, e che “solo il suo computer conosce fino a che punto si spinge la sua megalomania”: “Non si sa se i suoi mezzi riusciranno a reggere al crescere del peso della sua ambizione”, concludeva il critico. il 27 dicembre Il Corriere della Sera pubblicava un brevissimo cenno a It a fondo pagina – sotto un articolo firmato da King stesso a proposito delle domande più ridicole rivoltegli dai fan (tra cui: “Scrive nudo?”, “Picchia moglie e figli?”, “Mai mangiato carni crude?”); l’articolo, a firma Alfredo Barberis, era intitolato sbrigativamente: “It, 1200 pagine di omicidi e sangue” e si chiudeva definendo il romanzo “un horror un po’ alla Barnum”. Già allora il clown spaventoso del prologo aveva catturato l’immaginario collettivo. Per i motivi sbagliati.

Ho qui davanti la mia copia di It: un’edizione rilegata dell’Euroclub del 1988. Nonostante la normale usura e la sovraccoperta sgualcita, tutto sommato ha resistito bene alle ingiurie del tempo. Del resto ho sempre ritenuto i libri veri e propri oggetti sacri, da rispettare e accudire con la massima delicatezza, specie quelli che hanno segnato la mia vita. Faccio un rapido calcolo: devo averlo letto per la prima volta verso i dodici-tredici anni; ricordo che mi colpì soprattutto l’età dei protagonisti nel 1958, così simile alla mia nel 1992. Va da sé che mi identificassi un po’ con tutti i “perdenti” – soprattutto con Ben Hanscom, il bambino cicciottello che trascorre le vacanze in biblioteca e che è segretamente innamorato della bella e irascibile compagna di classe Bev; ma anche con Bill “Tartaglia” Denbrough, che avrebbe poi avuto una sfavillante carriera di scrittore – la stessa che desideravo tanto anch’io.

Lessi It tutto d’un fiato (sarà che sin da piccolo ero affascinato dai libri “maledettamente complicati”): fu un’esperienza liberatoria – la mia personale porta d’ingresso alla letteratura, la soglia che dovevo varcare per colmare finalmente il confine tra arte e vita. Tom Sawyer e Ivanhoe (così come i protagonisti del mio adorato Tolkien, altro autore apprezzato e citato continuamente da King) erano personaggi “altri”, che si muovevano in un tempo e uno spazio nettamente diversi da quello della mia contemporaneità: le loro avventure potevano essere apprezzate a un livello immaginifico, ma non certo confuse con la realtà, con la vita di tutti i giorni. La Derry di Stephen King, al contrario, non era così diversa da Pontinia, la cittadina dove sono cresciuto – poco più di un paio di strade principali, affiancate da un canale e circondate dalla campagna; un paese dove tutti sanno tutto di tutti e niente passa inosservato, un luogo banale, provinciale, eletto finalmente ad ambientazione letteraria. Gli scontri dei “perdenti” coi bulli locali ricalcavano sin troppo da vicino le disavventure vissute ogni giorno da me e dai miei compagni nei corridoi della scuola (ricordo che una volta uno dei cosiddetti “ripetenti”, un tipo alla Henry Bowers, spaccò il vetro della finestra dell’aula con un pugno, anche se per fortuna non ero io il bersaglio mancato); le esternazioni d’amicizia, le decisioni avventate, gli amori non corrisposti, le trasgressioni agli ammonimenti dei genitori, le speranze e le proiezioni nel futuro: tutto questo faceva intrinsecamente parte della mia vita quotidiana. L’eterna lotta tra il bene e il male non si combatteva più nel medioevo inglese o nella Terra di Mezzo, bensì per le strade cittadine, in campagna, nelle cantine di casa, lungo i canali.

Spinto dal clamore suscitato dal nuovo film in uscita nelle sale cinematografiche e dalla “riscoperta” contemporanea di questo romanzo operata dall’accademia, dall’editoria che conta, dai grandi critici, dagli scrittori e dai media in generale (leggo oggi la notizia di una nuova pubblicazione di Effigie editore, in uscita il 31 ottobre, intitolata: Dentro al nero. Tredici sguardi su It di Stephen King, a cura di Luca Cristiano ed Enrico Macioci, pp. 192, euro 10,20 stampa), ho cominciato anch’io a rileggere It. Stavolta in e-book, in inglese, sottraendo tempo prezioso agli impegni universitari, alle letture lavorative, al sonno di cui ogni tanto anch’io, purtroppo, ho bisogno. E ho scoperto un libro diverso, perché, ovviamente, sono io ad essere diverso. Rileggere It venticinque anni dopo significa compiere lo stesso percorso dei protagonisti; ricordare l’infanzia perduta, dimenticata, rimossa. Significa tornare nella città natale dopo tanto tempo e ritrovarla esattamente come la si era lasciata al momento di partire per l’università, in cerca di lavoro, per studiare all’estero, per seguire la famiglia, o le ambizioni, o la vita – qualsiasi forma avesse preso al momento.

C’è una cosa che vorrei chiarire a questo punto: It non è il clown che compare nelle copertine della nuova edizione italiana e nelle locandine del film. It è qualcosa di impossibile da definire e visualizzare. È il soggetto delle frasi inglesi “it rains”, (“piove”), “it darkens” (“si fa sera”). È ciò che non si può rappresentare e nemmeno, quindi, tradurre. È un pronome neutro che in inglese suona come l’italiano “esso”. È la cosa senza nome, così simile a una divinità negativa, malvagia – lo spavento che ci assale durante un temporale, la morsa dell’angoscia immotivata e inaspettata; è l’informe, l’ineffabile, la paura della morte che ci paralizza di notte. Quei terrori con cui ognuno di noi ha dovuto confrontarsi sin da quando era bambino, paure inconfessabili che non potevamo rivelare nemmeno a nostra madre o al nostro migliore amico. Ma a dodici anni le paure irrazionali assumono spesso le forme più improbabili, quelle dei mostri di cui si è letto nei romanzi – la creatura del dr. Frankenstein, il vampiro di Bram Stoker – o che si sono visti in tv – la mummia, il lebbroso, il lupo mannaro. E il clown. It è tutto questo, e anche di più.

It è infatti anche la vergogna, la coscienza della propria inadeguatezza, la mancanza di coraggio, la bugia vigliacca, l’orrore dell’esistenza che ognuno di noi ha cominciato a percepire, a sprazzi, da bambino. Tutti siamo stati dei “perdenti”, e prima o poi tutti abbiamo dovuto affrontare le nostre debolezze, come i protagonisti del romanzo: che a renderli emarginati agli occhi dei bulli del paese siano la balbuzie di Bill o l’obesità di Ben, le violenze familiari subite e la femminilità di Bev, l’asma psicosomatica provocata a Eddie dalla madre iperprotettiva, l’esuberanza verbale di Richie che lo mette di continuo nei guai, l’ebraicità di Stan o la pelle scura di Mike, tutti hanno riversato in It le proprie debolezze, “mostri” (da monstrum, fatto o fenomeno eccezionale, in senso sia positivo sia negativo, riferito anche a persona che riveli qualità, buone o cattive, oltrepassanti i limiti della normalità) che affrontano un mostro, non certo con la speranza di sconfiggerlo (non può essere sconfitto), ma riuscendo faticosamente a tenerlo a bada, a relegarlo nei più profondi recessi della psiche, ad escluderlo dalle proprie vite. E ciò significa che sono diventati adulti. E noi con loro.

Ecco perché It è davvero un capolavoro: perché oltre a costituire una lettura appassionante e terrificante, che ci fa esperire il processo di maturazione dei protagonisti, il passaggio dall’infanzia all’età adulta (rientrando quindi nel genere del Bildungsroman, o romanzo di formazione); oltre a costringere il lettore a ripercorrere metaforicamente il difficile viaggio a ritroso dei protagonisti adulti, che da carriere brillanti e situazioni economiche vantaggiose devono rimettere in gioco le loro vite per adempiere a una promessa e affrontare i nodi irrisolti dell’età infantile; oltre a mostrare la violenza che si cela tra le pieghe della provincia americana (e non solo) – una violenza che è generata da noi stessi, e non da un’entità maligna che al massimo si limita ad amplificarla e a incanalarla affinché colpisca nel segno e vada fino in fondo, rendendola ancora più letale (ed è chiaro come David Lynch abbia preso spunto proprio da qui per il suo Twin Peaks); oltre a tutto ciò, riletto venticinque anni dopo It si pone anche, metanarrativamente, come una riflessione sul processo di lettura, una metafora del lettore che cresce e si evolve, abbandonando la “comfort zone” dei libri per ragazzi (oggi si direbbe “Young Adults”) per avventurarsi nell’immenso mare della letteratura (come è successo al romanzo stesso, che oggi è stato finalmente accolto nel Pantheon della letteratura americana “seria”). Forse non è un caso che qualche tempo dopo aver finito It io abbia deciso di leggere Moby-Dick. In questo senso ha ragione il recensore del “New York Times”: il romanzo di King è “troppo maledettamente complicato”, perché crescere è una faccenda maledettamente complicata.

Ed è per questo che non andrò a vedere il film di It in uscita nelle sale (che già apprendo avrà un sequel): perché It è il grande romanzo sulla lettura dei romanzi, è qualcosa di irrappresentabile se non nella nostra mente, come le vicende e i personaggi mentre leggiamo. Vedere i “perdenti” in carne e ossa, guardare un attore truccato da clown, per quanto bravo o ispirato, chiedere al piccolo Georgie con l’impermeabile giallo se vuole un palloncino, trasformerebbe sicuramente quello che è un capolavoro della letteratura americana in “un horror un po’ alla Barnum”.

(Di Stephen King si parla anche nella rubrica Opera Prima, che ha una puntata dedicata a La lunga marcia; inoltre nelle recensioni di The Outsider, di Sleeping Beauties, di Stephen e Owen King, e di La scatola dei bottoni di Gwendy, di King e Chizmar.)

Condividi su:
FacebookTwitterGoogle+Share