Parigi abitata, Roma lasciata

Lisa Ginzburg, Buongiorno mezzanotte, torno a casa, Italosvevo, pp. 72, € 12,00 stampa

recensisce ELIO GRASSO

Fuori casa sottobraccio a Ortese, Levi, Rhys, Gogol, Mann, Kundera, Eliot e Joyce, Lisa Ginzburg allenta le distanze, ricerca una salute nella bellissima lingua d’origine. Residente a Parigi si ribella alle acidule osservazioni dei parigini sulla deliberata sciatteria del suo francese, rallegrandosi di contraddire l’ossessione d’oltralpe per l’ortografia e l’idioma nazionale. La scrittrice, “anfibia” all’estero, con Buongiorno mezzanotte, torno a casa (edito dalle edizioni Italosvevo di Trieste, per iniziativa di Alberto Gaffi), ci parla del suo vincolo, e di come possa avvicinarsi all’estraneità senza ammorbidire ricordi ed esperienze.

I vantaggi di una vita all’estero offrono più disinvoltura mentale, e la condizione di maggiore vigilanza evita gli smottamenti nostalgici: “Vigilanza feconda per la creatività: infelicità, nostalgia, timidezza, inesperienza, ciascuna ho l’impressione che, controllata, dia il suo frutto, nella vita da straniera”. La stessa scrittura se ne avvantaggia, gli assalti d’antiche fantasie sono fronteggiati con più sicurezza, la Parigi abitata diventa l’emblema di una Roma lasciata al passato. Lo studio dello strabismo, che porta a non allontanarsi dal paese straniero nonostante piaccia di più il paese d’origine, onora tutte le cose belle del libro. I transiti dell’autrice, con l’inedito bagaglio, diventano all’improvviso i nostri.

Scegliere dove stare, in territori lontani, è l’esito di una curiosità che fa andare avanti e moltiplica le facoltà del pensiero rivolto all’Italia. Fedeltà a dispetto della transizione geografica, pur alimentando la vis polemica in precedenza riservata alle origini. Camminare in punta di piedi consente una libertà di pensiero quasi sempre sconosciuta a chi resta nei pressi. Il fisico istruisce la mente all’agilità necessaria, ci si ricorda meglio di albe ad alta quota, di alcune parole del padre Carlo Ginzburg, d’improvvise voglie di ritorno mentre si viaggia in aereo (ma subito cancellate una volta atterrati sul suolo italiano).

Ed ecco l’Odissea rivelarsi sintomo esclusivo di nostalgia: si vede il ritorno ma se ne sente prima di tutto l’impossibilità. Ulisse lo racconta ai Feaci. Lisa Ginzburg lo scrive, e possiede, come Ulisse, la rara capacità di presentarci gli sguardi delle anime che hanno scritto per lei e per noi. Occorrono occhi limpidi per tornare, privi di nebbia. Kundera attinge alle storie personali seguendo la via del “ritorno a casa”. È sempre un riconciliarsi con luoghi, cose, genti. Anche con la propria scrittura. E forse si diventa più impermeabili al mondo in un paese straniero, se occorre, come per tutti, difendersi dalle attuali contingenze.

Emozionano le pagine dove Ginzburg rievoca le sue origini ebraiche, avendo nelle cellule le leggi dell’espatrio e dell’erranza. E l’inevitabile (un po’ sconsiderata) scelta di donare l’intera sua biblioteca facendole prendere il volo: dando libertà al possesso interiore, non a quello comune. Da poco più di sessanta pagine saltano fuori esperienze caraibiche e russe, Wide Sargasso Sea scritto in Inghilterra da Jean Rhys, Le anime morte scritte a Roma e non a Pietroburgo da Gogol’. Più che transiti eccelsi, vere e proprie stanzialità alla stregua di sorelle d’esperienza. L’io narrante, “meno egocentrico” lontano da casa, incontra più gioia nella scrittura.

Giunta alla conclusione, Ginzburg scopre perfino l’esperienza sonora di Benjamin Clementin, artista di strada nei sobborghi londinesi prima di diventare un cantante famoso: discendente di gens africana, ha trovato a Parigi il modo d’incrementare la potenza sonora e testuale della propria nostalgia. Fatica incarnata spiega col canto come occorra dire la verità agli spazi che ci trattengono in esilio. Certe terre sono zone di “casa” quando le residenze d’origine – bisogna convincersi – non ci sono più. Altrove è luogo di creatività: “Lì, e lì solamente, fare casa”.

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