Kraken e le sue metafore

China Miéville, La fine di tutte le cose, tr. Annarita Guarnieri, Fanucci, pp. 512, euro 20,00 stampa

di MARIANA MARENGHI

“A volte non ci si può lasciar impantanare dal come” dichiarò Baron. “Capita che succedano cose che non dovrebbero essere possibili e non puoi lasciare che questo ti blocchi. Ma il perché? Su questo possiamo fare progressi.”

Parlare di un romanzo di China Miéville non è mai facile. Il suoi mondi sono interi universi stratificati di figure, immagini, archetipi, sensazioni di realtà, visioni di futuro e metafore. E proprio dal concetto di metafora, nasce Kraken, ovvero La fine di tutte le cose, romanzo pubblicato dall’editore Fanucci nel 2019, ma scritto da Miéville nel 2010, vincitore del Locus Award 2016 come miglior romanzo di fantascienza dell’anno.

Come sempre, l’incipit della storia è semplice e ha il sapore di un bel giallo con un pizzico di thrilling. Una mattina di ottobre, poco dopo le undici, Billy, giovane scienziato con forti connotati nerd, guida il suo gruppo di visitatori del Natural History Museum di Londra, verso quella che, di solito, è l’attrazione clou di tutto il tour: la vasca in cui è conservato un rarissimo esemplare di Calamaro gigante, lungo più di otto metri. I problemi iniziano quando, entrando nella sala, Billy e il suo gruppo di visitatori scoprono che il suddetto calamaro è scomparso, insieme a tutta la sua vasca.

Iniziano subito le indagini di quello che sembra un vero e proprio giallo in stile “camera chiusa”. Peccato che, con Miéville, nessuna camera sia veramente chiusa, e non per ingegnosa costruzione di intreccio. Piuttosto perché l’autore ha il coraggio di aprire le pareti della percezione reale per far entrare, nella narrazione, dimensioni e mondi paralleli che un semplice “vedere” difficilmente saprebbe scandagliare.

E così, noi lettori, insieme al perspicace e curioso Billy, ci ritroviamo catapultati in una Londra a metà tra visioni punk e underground, abitata da esseri ultraterreni e magici; visioni che hanno più il sapore di allucinazioni che di sogni pacificatori.
Il nostro protagonista si ritrova, infatti, sbalzato nel teatro di lotta di una fede millenaria che vede divinità maggiori e culti minori contendersi il potere, nonché sette di adepti e idolatri dell’ultima ora in preda alla follia religiosa.

Questa folla di divinità e figure archetipiche è quella che popola la Londra di La Fine di tutte le cose. Una Londra in cui la stessa umanità è in pericolo, minacciata da oscure profezie che sembrano rendere ciechi sia le divinità, sia i loro accoliti.
Accanto a Billy, in questa indagine un po’ mistery, un po’ fantasy e molto weird, troviamo anche lo psicologo Patrick Vardy che ha la funzione di traghettare il protagonista dal mondo della scienza esatta a quello di una molteplicità immaginaria in cui il rapimento di un calamaro gigante, così vicino al mitologico kraken, può diventare presagio di Apocalisse imminente.

In La fine di tutte le cose ritroviamo tutti i topoi della narrazione di Miéville, così come la sua attitudine a frantumare in una molteplicità di sotto-narrazioni quella principale. Alle volte il lettore ha la sensazione di perdervisi e di faticare a ritrovare la via d’uscita, ma i labirinti narrativi, a “scatola cinese”, di Miéville sono precisi e ben oliati: nel corso del romanzo tutto trova un posto e un perché.
Non manca la proliferazione di figure che traggono ispirazione dall’antichità e dalla mitologia classica. Partono come archetipi di atteggiamenti e vizi molto “umani” e hanno il potere di trasformarsi in qualcosa di “universale”, come accadeva nella narrazione orale ed epica antica.

L’effetto fantastico, e più precisamente ‘weird’, è un basso continuo che influenza ogni pagina e che si fonde con l’atmosfera misterica “di campanelle ed incensi” propria delle sette che si contendono il potere soprannaturale grazie a una magia così potente da riuscire ad “abiurare il mondo”.

Come sempre Miéville non si preoccupa di nascondere o velare riferimenti politici e critica sociale. I riferimenti ad autoritarismi, suprematismi e discriminazioni razziali sono disseminati in ogni pagina. Si declinano nella ribellione degli schiavi nell’Aldilà egizio o nei sindacati in agitazione alla corte dei maghi. Trovano, infine, un manifesto di contemporaneità nell’aspra critica che l’autore conduce contro ogni tipo di religione, intesa come movimento che condiziona e priva gli individui del proprio libero arbitrio. Proprio qui sta la grande attualità del romanzo: nove anni dopo la sua stesura, ci guardiamo intorno e vediamo nei nostri vicini di casa la stessa ottusa credulità, la medesima incapacità di comprensione che Mièville attribuisce alla sua Londra. Così, leggiamo Miéville sperando che di Billy, intelligenti e sì, anche un po’ nerd, ne nascano e ne vengano su qualcuno di più.

Condividi su:
FacebookTwitterShare