Il roccioso irlandese

19 febbraio 2018

Samuel Beckett, Lettere (1929-1940), tr. Massimo Bocchiola e Leonardo Marcello Pignataro, Adelphi, pp. 528, € 50,00 stampa

recensisce ELIO GRASSO

Beckett. Sam, per gli amici. Godot, interposta persona, per i lettori italiani.

Che forse il suo teatro venne visto, o letto prima ancora dei romanzi, perfino nei canali RAI (all’epoca non più di due) quando la TV nostrana mandava in onda allestimenti scenici classici e d’avanguardia, Bergman, Pasolini “L’approdo”, “Studio Uno” e simili distopiche minuzie. La faccia di Beckett, per noi cultori provinciali, al pari di quella appartenuta a Pound, è sempre stato il magnifico e rugoso ritratto della maturità, segnato da valli e canyon, e che molti definirebbero il volto più bello dell’intera umanità. Ma questa bellezza è stata anche giovane, la si può ammirare sulla copertina del ponderoso primo volume (di quattro previsti) delle Lettere, sommamente curato anche nell’edizione italiana di Franca Cavagnoli.

Il ritratto (del 1920) suggerisce che l’immaginario collettivo si basa quasi sempre su vecchi film e edizioni illustrate a lungo considerati la Bibbia unica e insostituibile per amanti, aficionados, cultori, e dissipatori di notti stralunate e bibliofile. Niente di troppo sbagliato, la divulgazione pretende amanti che si farebbero in quattro pur di soddisfare specifiche imprese mentali e sentimentali. D’altronde il silenzio pneumatico, vero o fittizio che fosse, derivante dalla figura di Beckett ha resistito come una roccia lunare qui sulla terra. Ma la favoleggiata inaccessibilità subisce qualche incrinatura quando si apprende che proprio Sam, intorno al 1985, aveva autorizzato un’edizione delle sue lettere, da raccogliere lui ancora in vita e da pubblicare dopo la sua morte.

I curatori dell’opera monumentale spiegano con grande e affettuosa precisione, nell’introduzione, le vicissitudini dell’impresa. Comprese le innumerevoli ricerche, trattative, difficoltà editoriali e di comprensione dei testi (Beckett aveva una calligrafia tremenda, e scriveva in inglese, tedesco e francese). E occorre precisare che l’opera comprende una selezione della corrispondenza inviata, circa 2.500 lettere e il doppio citate nelle note, poiché non basterebbero venti volumi se si volesse considerare una raccolta “estesa” (ben 15.000 missive). Tutto questo è già appassionante, come una specie di libro nel libro, ancor prima di entrare nel “mondo personale” del roccioso irlandese.

La serie inizia con un breve messaggio indirizzato a Mr. Joyce, Parigi. Contatto quanto meno tempestivo se pensiamo a cosa stava accadendo nella mente creativa dei due in quegli anni del primo Novecento. Ma andando avanti nella lettura si comprende immediatamente quanto la demarcazione fra vita e lavoro in Beckett sia difficile da individuare, e come la favola del suo essere “taciturno” sia ben presto smentita. Sarà anche stato difficile per lui scrivere lettere agli amici, ma sono molte le pagine dove il motto di spirito, diretto a un’opera o a un momento di “critica” verso qualcuno o qualcosa, si fa largo senza alcun freno. In quei momenti lo sghignazzo prende le distanze dalla depressione.

Quasi mai sono lettere di circostanza quelle con cui Beckett risponde ai suoi interlocutori, anzi colpisce l’attenzione e lo scrupolo usati anche nei momenti di fretta. In molte pagine emerge la complicità, il quid che mette da parte la solitudine, e che consente a Beckett di allestire varie opportunità. Il desiderio di affermazione lo si coglie ovunque, pur essendo nota la sua iniziale avversione anche soltanto a farsi pubblicare da editor e redazioni con cui è in contatto. Lo scrittore nelle sue lettere probabilmente immagina altre vite. Difficile venirne a capo: pur odiando le critiche, raramente negava disponibilità ad apportare modifiche ai suoi primi scritti. E si vede come fosse raggiante nei momenti (per esempio con l’amico McGreevy a proposito di Murphy) in cui una sua opera veniva apprezzata.

Fa in qualche modo sorridere l’avversione per Proust, e l’incapacità di leggere una singola pagina di Alla ricerca del tempo perduto. Tanto da porre l’accento sulla miriade di sedute sul cesso necessarie ad affrontare i sedici volumi dell’opera e a scrivere il saggio. Alla fine il suo Proust riesce a portarlo a compimento, anche con una certa considerazione.

Beckett in questi anni non sta mai fermo, girovaga per l’Europa verso mète precise, dove sono prevalenti gli incontri con artisti e pittori. Divorando quadri e mostre e musei con instancabile impegno – lo sguardo in lui è preponderante – rivela uno dei principali bersagli di tutta la sua opera. Fra indifferenze, torture vitali, avversioni, concretezza di lavoro, intimità e goliardie scatologiche, assenza di giustificazioni, assistiamo a una serie infinita di performance che affermano e disgiungono senza sosta. L’opera nelle lettere non viene mai meno, compresa quella “puzza di Joyce” (è lui stesso a dichiararlo) presente nei suoi primi lavori.

Mistero Beckett.

https://www.adelphi.it/

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