Poesia dallo spazio esterno

Jack Spicer, After Lorca, tr. Andrea Franzoni, Gwynplaine Edizioni, pp. 152, € 12,00

recensisce ELIO GRASSO

Jack Spicer, americano dispettoso, il poeta che fondò e alimentò la “San Francisco Renaissance” (con Robert Duncan e Robin Blaser), certamente meno noto in Italia rispetto ai signori che rispondono al nome di Allen Ginsberg, Lawrence Ferlinghetti, Gregory Corso, Gary Snyder. Spicer, artefice della leggendaria Six Gallery, promosse in quel bar-galleria la prima lettura in pubblico di Howl.

Dunque si entra direttamente nel calderone di menti (best minds passate di moda, si direbbe) che negli anni ’60 spinsero la letteratura d’oltreoceano in territori di percezione impegnativamente aliena. L’Europa guardò a lungo sospettosa, ma infine prese tutto quanto a prestito come niente fosse. Una parte della poesia indigena e certi racconti, tra cui quelli di Philip K. Dick, percorrevano “routes” abbastanza simili, sembravano corteggiarsi, tramite i loro autori, seguendo il filo di visioni (in opposizione a una politica maccartista e nucleare) “extra-mondo”, sintomi di dilemmi che diventarono presto luoghi precisi dell’immaginario mondiale.

Sembra assai strano pensare a Spicer e Dick, negli stessi luoghi alle spalle della baia di San Francisco, ritrovandoci oggi a scrivere di poesia avendo in testa Un oscuro scrutare. Tuttavia il poeta per Spicer era una radiotrasmittente in grado di ricevere segnali da ambienti estranei al nostro pianeta, per iniziativa dei cosiddetti “marziani”. E dunque in quei paraggi moltissimi erano convinti che il pensiero autonomo altro non fosse che una “grande bugia”.

Leggere oggi After Lorca, finalmente pubblicato in Italia, è varcare la frontiera di uno Stargate, è ritrovarsi in un universo parallelo in cui i morti scrivono prefazioni e i terrestri superstiti ascoltano le trasmissioni radio della stazione spaziale. Dick non lesse le poesie di Spicer (probabilmente) ma è certo che l’avanguardia di Berkeley (e dunque Spicer) lo incoraggiò a scrivere i suoi racconti (lo dichiara in un’intervista del 1981): serendipity ben documentata lungo le strade della creazione poetica e (audacemente semplificando) fantascientifica. Si legge dell’uno e si arriva all’altro, in rete si trovano ricordi e notizie al limite della verosimiglianza, Jack e Phil forse la prenderebbero male, sentirebbero alimentate alcune paranoie in voga ai loro tempi, e altre attribuzioni a cui la storia dell’ultimo mezzo secolo ci ha consegnato. Ma leggende e avvenimenti tecnologici si sono riuniti nell’unica piattaforma su cui siamo atterrati, nonostante avvertimenti di autori d’ogni ramo artistico e scientifico. L’ingegneria, occorre dirlo, ha avuto la meglio.

After Lorca venne pubblicato nel 1957 da White Rabbit, piccola casa editrice di San Francisco. Esordio tutt’altro che gentile, e fuor di tradizione, Spicer tira in ballo Federico García Lorca inventandosi traduzioni dalla sua opera, ma che traduzioni non sono, e lettere in cui espone la propria imperiosa visionarietà. Il libro pubblica l’introduzione del poeta andaluso, morto vent’anni prima, come fossero naturali l’incrocio fra dimensioni e la botta e risposta tra scrittori separati dal tempo. Visibilmente contrariato, Lorca chiarisce che quelle poesie non sono versioni veritiere della sua opera, e che tutto il lavoro gli appare come un gran spreco di talento. Spicer così s’inabissa nella sua iper-invenzione, e inserisce tra una poesia e l’altra sei lettere indirizzate al fantasma dell’interlocutore, dove mette in chiaro il quadro della sua poetica, questa sì intensamente autentica.

Proprio lì dovrebbe migrare il nostro sbiadito interesse di lettori postumi da un altro continente. Vi si avverte tutta la preoccupazione di Spicer verso il linguaggio e la contrapposizione alla realtà, fenomeno che origina mostri uguali in ogni paese. Per Spicer parlarsi in prosa, come d’abitudine, è pura invenzione, e dunque produce infedeltà. Ma se la poesia “rivela”, occorrerà molta pazienza, conclude, per comprendersi. Chiarito che “i morti sono molto pazienti”, ecco perché si rivolge a Lorca per affermare le sue idee, nelle lettere, e nelle supposte traduzioni combinate a testi originali.

Le variabili in questo tipo di salti e controsalti acrobatici sono innumerevoli: la versione italiana ne ha aggiunta un’ultima, di cui Spicer non è responsabile, l’ha compiuta l’ottimo traduttore Andrea Franzoni nel momento in cui ha intrapreso il lavoro su After Lorca. Spicer, in una delle lettere, sostiene di indovinare sempre il significato di alcune parole di cui non capisce il significato. Le parole e i pensieri si avvinghiano in un gioco meccanico che non può non ricordare certe pagine di Dick, tanto per rimanere nei paraggi. I congegni delle menti statunitensi, in quei decenni, probabilmente si sfogavano lungo assi non puramente euclidei, d’altronde si trattava di menti allenate (Los Alamos e Alamogordo non sono poi tanto lontani) a considerare la bomba atomica come un possibile futuro dell’umanità.

“Tirare la poesia dentro il reale” non è vocazione primaria soltanto di Spicer, l’avanguardia poetica d’oltreoceano aveva numerosi adepti, ma questi divennero famosi in Europa soltanto quando tutto era pressoché finito. Ci vollero anni prima che le arti e la critica del vecchio continente affondassero le mani nel genio di quelle menti – Dick, Ginsberg, Spicer, ecc. – e comprendessero quel che stava accadendo, o che era già definitivamente accaduto. Come dice bene Franzoni nella nota finale, la poesia è una stanza e sta al poeta (e al traduttore) accendere e spegnere la luce disponendo un senso variabile. L’abitacolo del poeta è lo stesso veicolo da cui continua a trasmettere il celeberrimo dj Walt Dangerfield in Cronache del dopobomba di Phil Dick. A un’umanità quasi del tutto estinta.

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