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“Il futuro è già qui, solo non è stato ancora equamente distribuito”

Peter Frase, Quattro modelli di futuro C’è vita oltre il capitalismo, Treccani, pp. 150, euro 18,00 stampa

di FABIO MALAGNINI

Come recita il vecchio adagio di Fredric Jameson, è più facile oggi immaginare la fine del mondo che quella del capitalismo. Peter Frase, giovane sociologo statunitense ed editor della rivista Jacobin USA, prova a immaginare un futuro, anzi quattro, a partire dalle conoscenze disponibili sulla torsione tecnologica (AI, robot, machine learning) e sulla crisi climatica in atto. La variabile segreta in tutti e quattro gli scenari individuati nel saggio non è del resto il clima o la tecnologia ma l’uguaglianza (politica, economica, sociale). In base a questo schema il capitalismo avrebbe il 50% di possibilità di sopravvivere a se stesso, in due casi su quattro: si tratta ovviamente di distopie dove il famigerato 1% controllerebbe le risorse del pianeta lasciando il restante 99% in balia della scarsità “naturale”, indotta dalla catastrofe ambientale, o economica (grazie al dominio globale del copyright). Con altrettanto fair play, Frase assegna due scenari sostenibili anche al post-capitalismo di matrice utopica, nelle varianti del “comunismo dell’abbondanza” e del “socialismo della scarsità”. Ma una cosa per volta.

Intanto, c’era veramente bisogno di un altro libro sulla futura società del post lavoro? Se lo chiede retoricamente anche l’autore, passando in rassegna la densa bibliografia che, a partire dal classico La nuova rivoluzione delle macchine di Erik Brynjolfsson e Andrew McAfee (Feltrinelli), ha riaperto in questi anni il dibattito sulla fine delle società lavoristiche, fino alle ipotesi accelerazioniste di Nick Srnicek e Alex Williams (Il manifesto accelerazionista, Laterza; Inventare il futuro. Per un mondo senza lavoro, Nero Produzioni), dopo l’ondata degli anni Novanta (Jeremy Rifkin e la sua ricca bibliografia), che hanno reso mainstream l’ottimismo keynesiano di “Possibilità economiche per i nostri nipoti” o il frammento marxiano dedicato alle macchine (Grundrisse).

La risposta è che, ovviamente, questo non è l’ennesimo libro futurista, transumanista, etc. “L’elemento che manca in tutti questi scenari – dice Frase – è la politica, in particolare la lotta di classe”. Altrettanto netta la sua ipotesi: se il potenziale delle tecnologia non ha finora pienamente dispiegato il suo impatto (leggi produttività) questo non dipende tanto dalla tecnologia quanto dagli effetti destabilizzanti per il sistema, a partire dalla disoccupazione di massa, che ne hanno frenato l’adozione. Tutti elementi minus che però, in analisi di scenario, ha senso ignorare, assumendo come dato il pieno effetto della disruption digitale.

Forse anche per marcare la distanza dal futurismo californiano alla Raymond Kurzweil, ottimista a senso unico, il saggio mixa materiali probatori ibridi, attingendo dai testi della teoria sociale come dai classici della fantascienza letteraria e cinematografica, creando circolarità pop tra competenza accademica e piano narrativo.

Così Paul Proteus, il protagonista di Piano Meccanico di Kurt Vonnegut, l’individuo massa che si sente inutile un universo completamente automatizzato, apre la riflessione sulle radici sociali della tecnofobia. Il mondo di Star Trek, universalmente egualitario ed emancipato dai bisogni primari (grazie ai “replicatori”), ci parla di un comunismo che non cancella la differenza, né come ricchezza individuale né come espressione di credito sociale. E, ancora, i mondi raccontati da autori come Kim Stanley Robinson e Cory Doctorow, ci avvicinano, rispettivamente, a un “socialismo ecologico” che tra le altre cose vorrebbe ri-programmare l’antropocene e a un “capitalismo della sorveglianza”, basato sulla rendita e sull’accesso asimmetrico alle piattaforme digitali, che un po’ tutti abbiamo cominciato a riconoscere e a temere.
Se quello di Doctorow è infatti uno scenario tutto sommato familiare, il peggiore futuro di sempre ci porterebbe direttamente sul set di Elysium (2014), diretto da Neil Blomkamp, distopia definitiva dove il “comunismo dell’1%” si specchia nell’inferno del 99%, la massa multitudinaria e stracciona divenuta superflua al ciclo economico e inquinante per il pianeta. Lucido e consequenziale, Quattro modelli di futuro rifiuta qualsiasi previsione, ma, citando William Gibson, ci ricorda che “il futuro è già qui, solo non è stato ancora equamente distribuito”.

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