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L’ultimo Ceronetti

Guido Ceronetti (a cura di), La rivoluzione sconosciuta, Adelphi, pp. 90, euro 12,00 stampa, euro 6,99 epub

di WALTER CATALANO

L’ultimo Ceronetti, a meno di un anno dalla sua scomparsa, ci ha lasciato una corposa serie di compilazioni miscellanee di brani (in gran parte da lui tradotti) su argomenti che gli stavano a cuore, e che già avevano animato il suo particolarissimo teatro; vere monografie antologiche orientate secondo il taglio e il piglio eterodosso del “marionettista sensibile”: la precedente era dedicata al Messia, questa alla rivoluzione del 1789. Una Rivoluzione però guardata da uno spiraglio particolare della storia: La rivoluzione sconosciuta, prende le mosse, come ci viene spiegato dall’autore stesso in una pagina introduttiva, da una frase ripresa dal Viaggio al termine della notte di Louis-Ferdinand Céline: “Tutto quel che è interessante avviene nell’ombra, decisamente. Nulla si sa dell’autentica storia degli uomini”. Una rivoluzione occulta dunque, quanto trapeli dei moventi e degli afflati segreti che l’hanno determinata e l’hanno mossa, nelle percezioni e nelle riflessioni di precursori, contemporanei e posteri. A giudicare dalla scelta del riferimento di partenza e del suo autore, Céline, grandissimo scrittore – almeno all’epoca del Viaggio – ma uomo e “pensatore” da prendere con molle e contromolle, ci verrebbe da pensare a una dietrologia cospirazionista fatta di massonerie e di Illuminati tramanti nell’ombra, che ben si intonerebbe all’antisemitismo becero, alla mitologia nera dei Protocolli dei Savi di Sion e alle tante altre scempiaggini care al Monsieur Destouches citato in esergo. Per fortuna non è proprio così, almeno non del tutto, anche se nella scelta si rivelano con discreta chiarezza le posizioni tendenzialmente reazionarie e tradizionaliste di Ceronetti, certo più in sintonia con Burke, de Bonald o de Maistre che con Danton, Robespierre o Saint Just. Si parte da Hölderlin e si chiude con tredici Centurie di Nostradamus, e nel mezzo vaghiamo da Foscolo, Alfieri, Parini, a Leopardi, Carducci, Alvaro e Piovene, e da Blake, Cazotte, Stendhal, de Saint-Martin, Fichte, Heine, Montesquieu, de Laclos e De Sade, fino a Baudelaire, Bloy, Zola, Bataille, Massignon, Schmitt e di nuovo Céline. Un bel cocktail culturale, non c’è che dire, e il lettore si sofferma soprattutto sulle frasi più lapidarie, dal Napoleone di “Non ci si può coricare nel letto dei re senza guadagnarci la follia. Io sono diventato pazzo”, al Bataille di “Il 14 luglio fu veramente liberatore, ma alla maniera dissimulata di un sogno”, o al Jourbet di “Ogni giorno muore qualche rivoluzionario. Impedire soltanto che ne nascano…”; ancora più esplicita la citazione dal Tao-te-ching: “Chi vuole plasmare il mondo non ci riuscirà. Il mondo, vaso spirituale, non si lascia plasmare. Chi lo plasma lo distruggerà. Chi se ne impadronisce lo perderà”. Chissà perché questa lettura mi induce a ripescare gli scritti di un altro intellettuale, tramontato, inattuale, che non gode più del riconoscimento universalmente tributato a Ceronetti, e con una visione piuttosto diversa della rivoluzione: Franco Fortini, che Ceronetti ben conobbe e spesso criticò, e di riscoprirli più congeniali e meno stucchevoli. Leggere invece questa silloge controrivoluzionaria in parallelo all’ultima intervista di Ceronetti rilasciata al Fatto Quotidiano, risulta deprimente e irritante: una visione del mondo antilluminista e antimoderna, vegetariana e neopatriottica, sostanziata dall’abusata convinzione che “sinistra e destra sono vecchi fantasmi arcidefunti” (ma poi, qualche riga sotto, si è un po’ troppo comprensivi con Erich Priebke e si equiparano l’attentato di via Rasella e la rappresaglia delle Fosse Ardeatine…), dal classismo apodittico restaurato nei feticci delle passate élites dominanti (“Ecco, se c’è una differenza tra la classe dirigente del secolo scorso e questa, è che l’altra aveva una base di latino. Questa non ha niente e perciò ha le chiappe scoperte. Se non hai come base il latino, quel che dici in italiano difficilmente contiene verità”… “Alla domanda ‘a cosa serve il latino?’, posso rispondere che serve a distinguere un uomo che ha studiato il latino da uno che non ne sa niente. Il Latino è il vero padre della patria”….), insomma con la solita vulgata di banalità destrorse. È spontaneo chiedersi se davvero Ceronetti fosse il gran pensatore che si vuole o se fosse stata la decrepitezza ad averlo definitivamente rincoglionito. “La maggior parte del patrimonio culturale, anche di chi oggi non vuole essere affatto di destra, è residuo culturale di destra”, scriveva Furio Jesi: aveva ragione.

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Un eccentrico annuncio d’amore

Peter Cameron, Gli inconvenienti della vita, tr. Giuseppina Oneto, Adelphi, pp. 122, € 16,00, eBook € 7,99

recensisce ELIO GRASSO

Peter Cameron è uno scrittore che mai mi stancherò di omaggiare, anche avesse pubblicato soltanto il fondamentale Andorra. Libro misterioso, capace di farla in barba perfino all’universo narrativo di le Carré. Non sono il suo biografo ma so che produce, dal 2014, deliziosi libretti in dieci copie sotto la sigla Shrinking Violet Press, libretti fatti a mano, il cui vertice di preziosità è raggiunto dalle memorie del regista James Ivory: Solid Ivory è al settimo volume, e credo che non sia facilmente raggiungibile dal comune lettore. Ma basti conoscerne l’esistenza attraverso il sito web dedicato.

L’eleganza dell’autore in scrittura si esprime altresì attraverso la figura, la simpatia espressa che non sfugge a chi s’imbatte nel suo carnet di foto. I passaggi in Italia, da New York o dal Vermont, organizzati dal suo editore italiano Adelphi, hanno svariato successo, e diffuse attrattive. Libri e immagine non assomigliano a nulla di quanto viene genericamente posato sui banconi delle librerie nostrane. Si potrebbe dire, emulando il pensiero di Proust relativo ai paesi fantasticati da qualcuno (posto da Cameron in epigrafe a Andorra), che gli scrittori vagheggiati occupano un posto assai più grande, nella vita vera, degli scrittori d’esagerata presenza. Ma qui si tratta di un caso speciale, l’apparizione delle opere del Nostro è regolare, segue ritmi naturali e da un po’ di tempo ci sono offerti nell’empatica traduzione di Giuseppina Oneto.

Dopo quest’eccentrico annuncio d’amore, resa giustizia a personali e antichi conforti, abbiamo tra le mani un’ultima opera, un dittico dove sono racchiuse due coppie di protagonisti persi e consumati a Tribeca e in un’oscura provincia statunitense, forse vicino al confine messicano. Nei due racconti (La fine della mia vita a New York e Dopo l’inondazione) il vuoto esistenziale si rivela negli spazi condivisi di persone dalle qualità disperse, dagli entusiasmi ormai spenti, ammesso che siano mai esistiti davvero in un passato più o meno lontano. La consapevolezza di aver perduto la creatività in uno si affianca al tipico esempio di scolorimento psichico di un altro: nel primo racconto la coppia di uomini sfiora quasi senza accorgersene il suicidio mentale (e forse corporale), con un dialogo intessuto da Cameron come fossimo davanti a un radiodramma o a un palcoscenico di Off-Broadway.

Nel secondo racconto assistiamo a scene filmiche di prima qualità, inondazioni fluviali e chiese metodiste, entrambe portatrici di fallimenti vitali. Come se un certo Carver si fosse accorto dell’esistenza di James Cain, ed entrambi avessero concluso le carriere prestandosi alla grazia cinematografica di Martin Ritt. Ma qui è Cameron a parlarci, a scrivere. E lo scrittore rafforza stilisticamente i suoi congegni fino ad avvolgere le nostre reali esistenze (ma quanto reali?) nel pathos umido e vischioso di creature letterarie sempre sul bordo di qualcosa di minaccioso. Sono racconti non sbrigativi, i suoi, pieni di sottigliezze che inducono primaria curiosità, per lasciarci infine frastornati. Le convenienze della vita distrutte in quel di narrato: siccità d’ingegno in uno scrittore appartenente, col suo compagno, alla fauna vip del quartiere alla moda in Lower Manhattan, e invasione familiare da parte di un reverendo femmina che in Italia non tarderemmo un secondo a mandare a quel paese.

Dopo lo sconvolgimento sotterraneo di Andorra, alla ricerca di una biografia novella, e il successivo dissolversi in trame inedite (in verità il romanzo è antesignano, è del 1997), Gli inconvenienti della vita tracciano il perfetto esempio, lontano ma terribilmente vicino, dell’umanità in uno stato d’incongruo stallo e di schemi fino a ieri simbolo di protezione ma che oggi rivelano tutto il loro scomodo dissesto. Siamo onesti, si tratta di individui alla mercé del crollo planetario. La scoperta dell’America, ovvero ultime notizie dai lembi estremi dell’impero.

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