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Intervista a Franco Porcarelli, in arte Adan Zzywwurath

di WALTER CATALANO

Franco Porcarelli è uno studioso eclettico, giornalista e narratore. Nato nel 1952, ha pubblicato con lo pseudonimo di Adan Zzywwurath romanzi e racconti: Il matrimonio del Mare e dell’Inferno, uscito a puntate sul quotidiano Il manifesto nel 1980 (riedito da Theoria e poi, nel 2003, dalla manifestolibri), e Khalulabìd o il Sogno dei Dieci Re (uscito a puntate su Il manifesto nel 1984 e ripubblicato nel 2004 dalla casa editrice manifestolibri), e le due raccolte di racconti L’ultimo caso del piccolo Lama Nanguj (Theoria, 1986) e Diario della Letteratura perduta (manifestolibri, 2003). Come giornalista ha collaborato con Il manifesto dal 1976 al 2005, è dirigente dei programmi del Servizio Pubblico Radiotelevisivo dal 1979 al 2017, lavorando con Enzo Biagi, Sergio Zavoli, Piero Angela, Renzo Arbore, Alberto Sordi, Carlo Fruttero, Franco Lucentini. Sceneggiatore e produttore per il cinema e la TV. Attivissimo nel campo dei documentari ha prodotto molti dei lavori di Nino Bizzarri. Il suo ultimo lavoro editoriale è la ponderosa Fantaenciclopedìa. Il fantastico in letteratura, pubblicato da manifestolibri nel 2018, un’opera che per certi versi riprende l’impostazione della storica Arcana, pubblicata in vari formati prima da Sugar (1969) e in seguito da Longanesi, negli anni Settanta. L’approccio di Porcarelli, tuttavia, oltre a offrire un’opera davvero enciclopedica in senso illuminista, è prezioso per la capacità di studiare il rapporto che oggi intercorre tra realtà e creazione fantastica, chiarendone il rapporto e la reciproca necessità in maniera estremamente originale.

Su Pulp Libri troviamo la recensione a Fantaenciclopedìa: e i paragrafi d’autore dedicati a Herman Melville

Nomen omen. Cominciamo da qui. Com’è che Franco Porcarelli diventa Adan Zzywwurath e perché? Approfondiamo poi anche la fonetica impronunciabile dello pseudonimo, anzi dell’antipseudonimo: se è vero che abitualmente un nome de plume cerca l’orecchiabilità, la facilità di memorizzazione, qui si è ottenuto l’esatto contrario con un borborigmo consonantico che si bilancia fra l’esotismo metafisico dei djinn delle Mille e una notte, la xenoglassia abissale delle entità evocate nei racconti di H.P. Lovecraft e la cosmicomicità gematrica (e nel suo caso palindroma) del Qfwfq calviniano. Spiegaci.

Ti ringrazio per aver gettato uno sguardo così vertiginoso in quell’abisso, probabilmente di idiozia, che è il mio nome fittizio di scrittore “fantastico”. Sono diventato Adan Zzywwurath in una serata uggiosa d’estate. Approfittando delle ferie dei Padri Fondatori, e con l’aiuto di Marco Bascetta e Gianni Riotta, stavo per pubblicare Il Matrimonio del Mare e dell’Inferno (un feuilleton dell’orrore!) nientemeno che sul seriosissimo Il Manifesto. Era il 1980. Non c’erano precedenti, mai successo prima. Firmare col mio nome, impossibile. Il lettore del giornale, già guardingo e diffidente di suo, non avrebbe degnato di uno sguardo nemmeno la prima puntata. Bisognava dunque inventare un nome impronunciabile per un essere irraggiungibile. Facemmo correre la voce che l’autore del Matrimonio fosse un boemo, non esule: un letterato sconosciuto, malvisto e marginale (proprio in quanto “fantastico”), celato dietro la cortina d’una tetragona repubblica socialista.

In questo gioco mi è piaciuto immaginare un nom de plume con due caratteristiche precise: desideravo che cominciasse con “A” e con “Z” e che soprattutto raddoppiasse le “Z” iniziali del cognome. Sotterfugio, quest’ultimo – lo dico sommessamente e con rossore –, che avrebbe dovuto garantire al mio alter ego “l’ultimo posto in qualsiasi indice dei nomi o catalogo di libri presenti o futuri”.

Forse a te o ai lettori di Pulp Libri viene in mente un altro nome che contenga queste due invarianti: “A” e “ZZ”. A me venne in mente “Zzywwurath”. Mi coniai, per l’occasione,  un termine vagamente babilonico. Ma sono felice che il mio inconscio, cesellato anche su Lovecraft, Calvino e Le Mille una Notte mi abbia fatto scegliere un borgorigmo che ti abbia indotto a scandagliarlo fino a questo punto.

Se non sono troppo prolisso permettimi una piccola aggiunta, a mio disdoro. Al principio degli anni Novanta, ho firmato le storie a fumetti di Fuori di Testa (pubblicate sul Grifo e dipinte da un fantastico artista come Mauro Cicarè) utilizzando lo pseudonimo: “Adan Zzywwuruth”. Ho sostituito l’ultima vocale di Zzywwurath, la “a” finale, con una “u”. Volevo così prevenire qualsiasi concorrente che ambisse a prendere il mio posto in fondo ai cataloghi. Oggi, so bene che questa pretesa non ha senso. I motori di ricerca che agiscono nella Rete hanno distrutto la “ratio” di qualsiasi indice analitico. Molto presto nessuno scorrerà più col dito le “schede” atomiche delle biblioteche. Perciò, dopo la Fantaenciclopedia credo che tornerò a essere chi sono, cioè un “quasi” perfetto sconosciuto.

Bene. Allora raccontaci chi è Adan, lo scrittore intendo, presentati a un lettore che ancora non ti conosce. Le tue opere, da Il matrimonio del mare e dell’inferno alla Fantaenciclopedia, sono parecchie. Quale percorso consiglieresti all’incauto visitatore, quale filo di Arianna nel tuo labirinto?

Oddio: mi preoccupo molto se giudichi le mie opere così “numerose”! In realtà, impersonando Zzywwurath ho scritto solo quattro opere narrative: Il Matrimonio del Mare e dell’Inferno (1980; poi Theoria, 1985), Khalulabìd, o Il Sogno dei Dieci Re (1984), i racconti del Piccolo Lama Nanguj (1986, poi confluiti nel Diario della Letteratura Perduta, 2003) e la Fantaenciclopedia, uscita di fatto quest’anno, ossia 33 anni dopo i racconti.

Sono tutte opere “fantastiche”. Che fanno ricorso a materiali e stilemi classici e “basici” del genere, ma, almeno nelle intenzioni, pretendono di possedere elementi di “originalità”. Naturalmente, prima che scrittore, sono e sono stato un “lettore di Fantastico”. Quindi so bene che chi è davvero appassionato di questo “genere letterario” è particolarmente smaliziato, e ti giudica sullo sfondo di tutte le sue precedenti letture. Ti attende in un certo senso “al varco” e vaglia minutamente tutto quello che proponi, all’interno di un universo di invenzioni che reputa ben conosciuto o conoscibile. Questo approccio non vale altrettanto per la letteratura cosiddetta “realista”. Il lettore, la lettrice che si nutrono di “realismo” si abbandonano con poche resistenze alle pretese dell’autore, o dell’autrice, che hanno scelto. Chi ama il Fantastico invece, credo desideri avere un ruolo attivo nel gioco creativo degli autori: vuole esserne partecipe e convinto. Nelle mie novelle (Il Matrimonio e Khalulabìd) ho cercato appunto di sollecitare, di stimolare, questo tipo di “lavoro mentale” dei lettori, istaurando con loro un clima di grande complicità. Ho offerto loro, in successione, enigmi “fantastici” da risolvere, fino a che non ho tentato, con un colpo di scena finale, di spiazzare totalmente le certezze da loro acquisite nel frattempo.
Ho scritto queste operine con lo scopo preciso di “sorprendere” i lettori e le lettrici. Perciò ho paragonato i miei racconti a “gialli formati solo di soluzioni” o a “labirinti fatti solo di uscite”.

Quindi, per tornare alla tua domanda, invito i visitatori “incauti” che si inoltrano nei meandri zzywwurathiani, decisamente e proprio a “perdersi” lì dentro. E non si illudano di avere già, nel loro patrimonio di letture, gli strumenti e le “chiavi per uscirne”. Il “filo rosso” che stringono in mano con sicurezza, potrebbe rivelarsi più infido d’un crotalo.

D’altronde non è questo il significato profondo di quel che Bacco rivelò a Arianna, quando le disse: “Ich bin dein Labyrinth”?

E allo stesso modo parla il libro “fantastico” al lettore, alla lettrice: “Io sono il Tuo Labirinto…”.

Il Fantastico invita i lettori a partecipare creativamente e “dionisiacamente” all’ebbrezza e al “piacere” del testo. Perciò, nessun altro genere di letteratura, può competere con quello “Fantastico”, come promessa di Felicità. Credo che questa “utopia” sia il lascito migliore di Borges nel secolo trascorso. E abbiamo il compito di non tradirla.

Il Fantastico, il Visionario, lo Strano e il Meraviglioso per dirla con Todorov, the Weird and the Eerie per dirla con Mark Fisher, das Unheimliche per dirla con Freud, sono indubbiamente i tuoi punti di vista sulla letteratura e sul mondo. Ma parlare di Fantastico significa affidarsi a una nozione vaga e imprecisa – in fondo ogni narrazione è fantastica – o ha la sua ragione d’uso? Cos’è esattamente il Fantastico per te?

Se sbaglio questa risposta, o la articolo in modo troppo noioso, o confuso, nessuno leggerà più i miei libri! Potrei far finta d’aver scritto un Giallo e rispondere: il lettore e la lettrice lo scopriranno solo alla fine della Fantaenciclopedia, cos’è il Fantastico. Ma sarebbe un’astuzia controproducente, considerando che il testo supera le 1300 pagine! Mi consola però illudermi che ognuno degli ottocento lemmi o paragrafi dell’Enciclopedia incorpori, o almeno dovrebbe incorporare, la mia idea o nozione di Fantastico.

Comunque, cominciando dal principio: è proprio come dici, in fondo ogni narrazione è fantastica, anche quando ci racconta pedissequamente la Realtà. Ma ciò non implica che l’oggetto delle nostre indagini, il Fantastico, sia talmente vasto e indistinto da diventare giocoforza indefinibile.

Ho provato, nell’Appendice della Fantaenciclopedia, a definire il Fantastico nel modo più stringato e meno vago possibile. L’ho fatto per “approssimazioni” e per “parole-chiave”.

Per me il Fantastico non è, tout-court, l’Irrazionale, il Gratuito, l’Assurdo privo di spiegazioni, la fantasticheria a occhi aperti o chiusi. Non è la rivincita dell’Inesistente sulla Realtà. Non è la classica “fuga dalle Responsabilità che ci impone il Reale”. Esattamente il contrario.

Anche se dobbiamo riconoscere che è stata soprattutto la letteratura a svelarcene i meccanismi, il Fantastico non va considerato solo come un “genere letterario” imparentato con la Favola. In ogni caso, dicevano gli Antichi: “De te fabula narratur”. Se il Fantastico è una favola, è di Te, che parla.

Il Fantastico nasce dall’incontro tra Realtà e Fantasia. E questo incontro è “reale”, oggettivo”.

Naturalmente si tratta d’un rapporto tormentato: la letteratura fantastica ci mostra continuamente come questo incontro-scontro sia di necessità intessuto di “sorprese”, di “crisi”, “rotture”, “irruzioni” (notturne e no) nella nostra quotidianità.

In casi come questi, Il Fantastico ci sfida o ci spaventa, suggerendoci che il mondo attuale, così “reale” e così inscalfibile, possa “in realtà” essere retto da un Ordine diverso da quello imposto da qualsiasi Sistema. Nel bene, nel male.

Accade, insomma, e non solo in letteratura, che il Fantastico “irrompa” nella Realtà sfidando le nostre certezze. Allora il nostro Buon Senso, vacilla e frana, come un Totem, sotto i colpi dell’Insolito, dell’Inspiegabile, del Perturbante.

Potrei fare, di quanto ho appena detto, esempi infiniti: e infatti nella Fantaenciclopedia ho collezionato almeno seicento di questi esempi o aneddoti “concreti”. Sono storie di Spettri, di Incubi, di Démoni? Se si trattasse solo di quelle, avrei fallito il mio scopo. Ho catalogato e riscritto, invece, soprattutto quegli episodi “reali” in cui i protagonisti hanno affrontato gli eventi (o teorizzato, come affrontarli) utilizzando la loro Fantasia nel modo più “esatto” e “sorprendente” – applicando, cioè, una Logica “totalmente Altra” dall’usuale.

Perché il Fantastico, secondo me, è una “visione del Mondo”. Per dirla in termini, rispettosamente, kantiani, il Fantastico è una “facoltà della Ragione” che consente agli individui di “decifrare la Realtà”. Anche nei suoi aspetti nascosti. È ciò che consente agli uomini e alle donne di “pensare e immaginare che il mondo possa essere anche diverso da ciò che è e da come si presenta”.

Non so se sono stato sufficientemente chiaro o interessante per il nostro pubblico, con questa risposta. Permettimi però di aggiungere due cose, alle quali tengo molto. La prima: il Fantastico ha a che vedere con la nostra Creatività. Non c’è Fantastico senza che si attivi questa cosa così “umana”, così indispensabile per l’uomo e per la donna, anche così “misteriosa”, se vogliamo, che è la Creatività.

Credo che la Letteratura Fantastica, nei suoi esiti migliori abbia avuto da sempre questa missione: sfidare, attivare, “allenare” le nostre facoltà più Creative. Cioè il Fantastico che è in tutti noi. Sollecitando lettori e lettrici a “lavorare” sul testo con la loro Fantasia, questo tipo di Letteratura ci ha insegnato come debba operare una “Fantasia Esatta”, quando è applicata alla vita e alla Realtà di tutti i giorni.

Credo anche che, se lo consideriamo esclusivamente come genere letterario, il Fantastico “puro” abbia svolto questo compito insieme a altri due generi a lui molto affini e congeniali: il Mystery (il Giallo) e il Comico (o l’Umoristico). Tre “visioni del mondo” talmente simili, “spiazzanti” e “perturbanti”, da subire inevitabilmente gli strali e gli anatemi della “critica ufficiale”, che li ha espunti con infamia dalla “Grande Letteratura”. E dalle lavagne delle scuole.

Identificare un itinerario è quello che fai nella tua ultima opera. Chi abbia anche solo sfogliato la tua Fantaenciclopedia si è reso certamente conto di quanto precisa e complessa sia la tua visione in proposito. Se dovessi tentarne una sintesi qui, lo so che è un’impresa titanica spiegarlo brevemente, cosa diresti al lettore comprensibilmente intimidito dalle quasi 1300 pagine dei due volumi da poco usciti, per invogliarlo o per dissuaderlo dal compiere l’arduo passo? 

Mi piacerebbe che la Fantaenciclopedia avesse sul lettore e sulle lettrici un effetto “terapeutico”. Nell’Introduzione l’ho presentata appunto come una “medicina”, perché ritengo che il Fantastico sia l’antidoto migliore a quello che va considerato il narcotico più potente: la Realtà.

È la Realtà, che dà “assuefazione”. Il Fantastico, quando opera sulla Realtà (fosse anche solo dal punto di vista “letterario”), riesce al contrario a “risvegliarci”. In che modo? Attivando le nostre facoltà “critiche” e predisponendoci così a analizzare la Realtà, e, dove occorre, anche a combatterla. Perché solo la Fantasia secondo me può mettere in discussione il Reale persino là dove esso si presenta come “immutabile” e “ineluttabile”. Ossia, “miticamente”, come Destino.

Quindi, il primo consiglio che do a eventuali (eventualissimi) lettori e lettrici è appunto questo: la Fantaenciclopedia, considerata come antidoto, come medicina, ha una sua “posologia” da rispettare. Va consumata a piccole dosi. I due volumi che (forse) si trovano nelle librerie, pesano due chili. La mia prescrizione è: assumerne per via oculare, al massimo, 20 grammi al mese. Tenendo però a portata di mano (meglio di tutto: sul comodino), l’intero “kit terapeutico”. Per le emergenze.

Posso concentrare, in meno di quattro righe, le mie milletrecento pagine? Certo che sì. Ho sempre pensato che un buon riassunto, molto spesso, sia meglio dell’originale. Un giorno chiesero a un santo rabbino di riassumere l’intera Torah in una frase: e lui ci riuscì!

In poche parole: ho cercato di dimostrare, nella mia opera, fino a che punto il Fantastico riesca a “contagiare” la Realtà. Sia come virus, sia come “vaccino”. Con la convinzione che: la Realtà è anche frutto, un prodotto, della nostra Fantasia.

Ho cercato di dimostrarlo non attraverso un saggio teorico, ma dando notizia di migliaia di “fatti veri”. Aneddoti divertenti, sorprendenti, e, appunto, “fantastici”.

Ciò detto: non voglio affatto sostenere che la Realtà non esista.

Ci sono uomini e donne, e sono milioni solo in Italia, che non riescono a arrivare alla fine del mese e sono messi puntualmente in ginocchio da una bolletta inattesa; con che coraggio si potrebbe dire loro: guardate, la Realtà non esiste. Esiste, eccome. Però la Realtà non ha una sola “dimensione”. Soprattutto: non ha quella sola Dimensione che esigono, per lei, e per noi, i potentati di turno.

La Fantaenciclopedia, se ha un senso, ha questo: mostrare che un’idea ristretta di Realtà non spiega affatto tutto. Invitare lettrici e lettori a considerare i Fatti (anche quelli della loro vita) sollevando o inabissando il loro sguardo sopra e sotto lo sterile “Orizzonte degli Eventi”, sempre uguali, sempre così – “realmente”, noiosamente, narcoticamente, letargicamente – uguali.

Veniamo ora alle tue fonti, ai tuoi ispiratori: sorvoliamo sulle influenze mitologiche, esoteriche, folkloriche e concentriamoci soprattutto su quelle letterarie. Io ti vedo come un validissimo continuatore di Jorge Luis Borges, o quantomeno, credo che il tuo approccio alla narrazione parta da Borges. Mi viene in mente anche un altro personaggio, un grande storico delle religioni, purtroppo scomparso troppo presto e in modo tragico, Ioan Petru Culianu, allievo prediletto (finché non lo smascherò come ex fascista della Guardia di Ferro) di Mircea Eliade; se non lo avessero assassinato sarebbe probabilmente passato integralmente alla narrativa: ci ha lasciato una splendida raccolta di racconti fantastici, molto borgesiani anche questi. E in fondo il suo stesso ex maestro Eliade scriveva narrativa, anche fantastica (una storia di vampiri per esempio, Signorina Christina). Analogamente Adan Z. sceglie la narrativa fantastica come trampolino verso la deriva metafisica, l’inquietudine filosofica, la fantasmagoria pseudomistica o parareligiosa. Come ti vedi in compagnia di questi signori?

Molto bene, vorrei dire: ne sarei lusingato. Culianu è quello che conosco di meno. Ne ho notizie soprattutto attraverso Elémire Zolla, grande Maestro dimenticato. Borges per me è un faro: è difficile far “progredire” i generi letterari al di là delle mode, delle avanguardie, dei sussulti momentanei del gusto. Invece Borges ci è riuscito: il Fantastico ha fatto irruzione nel Novecento, al termine delle grandi guerre, grazie a lui. Dopo Franz Kafka, dopo l’atomica, poteva sembrare un compito quasi disumano. Ma Borges ha annesso alla Letteratura Fantastica nuovi territori, che in realtà ne hanno sempre fatto parte: la metafisica, appunto, e la teologia (aggiungerei la psicanalisi, confinata anch’essa in quei domìni). E con le sue “antologie” ha salvato dall’oblio l’eredità “fantastica” di molti scrittori, compresi quelli ritenuti inguaribilmente e integralmente “realisti”.

Sono stato influenzato però anche da letterati italiani, “enciclopedisti” dichiarati o meno, e non vorrei fossero dimenticati: tra questi, Alberto Savinio, Italo Calvino, Giovanni Papini (chi lo legge più? Eppure è un grandissimo!), Dino Buzzati, e Leonardo Sciascia, che con i suoi “gialli” ha sfiorato spesso il Fantastico.

In quanto al Misticismo, I Mistici dell’Occidente di Zolla mi sembrano proprio un testo cardine del Fantastico: e infatti è uno dei più citati nella Fantaenciclopedia. Sono andato a rileggermi, fin dove ho potuto, tutti i testi originali. È con stupore, con incanto, che constatiamo quanto i mistici di tutte le epoche possano essere nostri “contemporanei”. E questo vale anche quando li sottoponiamo a una “Critica Fantastica”. O sono invece loro, la nostra “Coscienza Critica”?

Nel contesto letterario italiano come ti poni? Ti senti un isolato, un inattuale? Michele Mari ha usato parole molto positive nei tuoi confronti in un saggetto sul tuo Il matrimonio del mare e dell’inferno incluso nella sua raccolta I demoni e la pasta sfoglia. Esiste una qualche complicità intellettuale fra di voi? Oltre Mari quali altri autori e artisti condividono una visione “ossessiva”, anancastica (come dice lui) della letteratura nella quale ti riconosci anche tu?

Mi sono riparato dietro uno pseudonimo impronunciabile per quarant’anni. I miei editori sono sempre stati piccoli, se non minuscoli. In più, ho scelto come campo d’azione narrativa solo e esclusivamente il Fantastico, così denigrato e incompreso, tra i miei connazionali.

Quindi, certo, mi ritengo un emarginato e un isolato: ma per meriti propri.

Ho scritto la Fantaenciclopedia, questa enorme “arringa in difesa della Fantasia”, con la consapevolezza di star spedendo, come un naufrago, un “messaggio dentro una bottiglia”. Per giunta, un messaggio privo di indirizzo. L’ho abbandonata alla marea mentre tutt’intorno mi vorticavano un maelstrom d’offerte editoriali a pioggia, e una Risacca generale di Scrittura, del tutto disinteressati a opere come la mia.

Perciò sono davvero grato a chiunque presti un po’ di attenzione a questa mia fatica, a chiunque sia riuscito a ripescarla chissà come mentre andava alla deriva.

Ho avuto poi la fortuna (ti assicuro, del tutto imprevista), che i miei racconti fossero giudicati favorevolmente da scrittori che sento affini e che ammiro: Antonio Tabucchi, Stefano Benni, Valerio Evangelisti, Michele Mari; e ne dimentico qualcuno, ma non si creda che sia per modestia, quanto piuttosto per ragioni di età.

Una buona parte di quell’immaginario che è stato mitologico, cosmologico, folklorico, parareligioso, nella società moderna si accresce e si modifica diventando anche sociologico e tecnologico. Dalla Rivoluzione industriale, dal mito di Frankenstein in poi nasce la fantascienza. Ancora oggi più viva che mai; non so se ti è capitato di leggere, per esempio, i recentissimi racconti di Ted Chiang – tecnico informatico e scrittore statunitense –, io li trovo veramente straordinari. Era dai tempi di Philip K. Dick o di James G. Ballard che non mi emozionavo più così tanto di fronte a una vera e propria metafisica della tecnica. Che ne pensi della fantascienza? L’hai mai frequentata o praticata? Il mito e la riflessione sulla scienza possono rientrare anch’esse nella tua visione imaginale?

Philip K. Dick è un mio idolo! Seguirò il tuo consiglio, e mi procurerò presto i racconti di Ted Chiang!

Naturalmente adoro la Fantascienza. Ricordo l’emozione che mi procurava andare in edicola e comprare, ogni quindici giorni, un volumetto della collezione Urania curata da Carlo Fruttero e Franco Lucentini (detto per inciso: Lucentini, io l’ho conosciuto, era un vero genio). Grande palestra di scrittura, grande esercitazione di Logica Fantastica! Chissà in quanti ci siamo formati su quelle pagine, alle quali nessuna invenzione era preclusa. Penso ai racconti di Richard Matheson, penso a Robert Sheckley, Arthur Clarke, e, più tardi, a Douglas Adams. Ma mi piacevano anche gli autori più ruspanti, diretti, più “hard”, quelli delle invasioni aliene: “Polipi, Vermi, Baccelloni & Trifidi”.

Oggi la “Fantascienza” ha cambiato il mondo, e si pensa sia stato sempre così, ma non è vero. Dico, proprio: la “Fantascienza” ha cambiato il mondo, non la scienza, non la tecnologia. Le nostre aspettative quotidiane e la nostra stessa idea di futuro, dipendono molto dalla Scienza che non c’è ancora, non da quella che c’è. Il cinema, la tv, le piattaforme, in questo senso, hanno fatto sempre da battistrada. 2001. Odissea nello Spazio, di Stanley Kubrick è stato un confine, un “non plus ultra”, un sigillo, per il nostro immaginario. Non si poteva più, non si doveva tornare indietro. Solo, abbiamo preteso che il computer HAL 9000 diventasse un nostro elettrodomestico, invece di inviarlo tra le stelle a competere, davanti a Iddio, con l’Homo Sapiens.

Poi è arrivato Guerre Stellari e ha dato la spallata definitiva a tutto il cinema precedente. Ha ragione Roberto Silvestri: c’è un Cinema prima di Starwars, e un Cinema, diverso, dopo Starwars. Non si erano mai spesi così tanti soldi per un prodotto rubricabile come “film di Fantascienza”. 2001 era stato un fiasco, Guerre Stellari polverizzò i campioni d’incassi precedenti (non a caso, due “Horror”). Era come se fosse caduto un muro di Berlino. La “Fantascienza” e il “Fantasy” sono entrati così nelle vite e nell’immaginario di tutti noi, dalla porta d’ingresso principale, grazie al successo e ai miliardi di Starwars.

La prossima “frontiera”, non c’è dubbio, è quella dei Cyborg. Il cinema (anche animato) se ne è accorto da tempo; la tecnica comincia a esplorare, da poco, questa “frontiera”, con qualche risultato soddisfacente.

Ma non ne so abbastanza, in questo campo, anche se mi interessa molto.

Quello che so sull’argomento Fantascienza, e su cui mi sono documentato, l’ho scritto nell’Appendice della Fantaenciclopedia. Vorrei solo aggiungere: dai tempi di Frankenstein a oggi, spetta alla Fantascienza (Letteratura e Cinema) il compito di sollevare quesiti “etici” sui progressi delle Scienze.

Non dico che ogni testo fantascientifico sia obbligato a sollevarli. Ricordo solo che, secondo me, il compito del Fantastico dev’essere anche e soprattutto “critico”, rivelando ricadute inattese e risvolti rivelatori delle scelte tecnologiche.

L’ultima domanda è quella classica. A cosa stai lavorando? Dopo l’impresa titanica della Fantaenciclopedia quali altre avventure della mente attendono i tuoi lettori?

Per prima cosa, vorrei dar vita con alcuni amici e sodali (e magari anche con il contributo del pubblico di Pulp Libri) a un sito web totalmente dedicato al Fantastico.

Per il resto, anche se sembrerà una battuta: sto lavorando a un romanzo di 1700 pagine. Circa. E, contemporaneamente, vorrei dare un seguito al Matrimonio del Mare e dell’Inferno. Un altro feuilleton a puntate, insomma. Ma credi che interesserà a qualcuno?

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Paragrafi d’autore: Adan Zzywwurath sceglie Herman Melville

Mancava, alla nostra galleria di paragrafi esemplari di grandi autori del passato scelti da scrittori di oggi, l’immenso Herman Melville; a proporci il finale del suo Moby Dick, Adan Zzywwurath, pseudonimo di un poliedrico personaggio che scoprirete in fondo a questa pagina – e Adan ci ha anche fatto avere un suo commentario al passo di Melville, che vi proponiamo volentieri.

Epilogo

E io  tutto solo sono scampato per rapportartelo
Giobbe

Il dramma s’è concluso, perché allora qualcuno si fa avanti?… Perché uno è sopravvissuto al naufragio.

Si dà il caso che dopo la sparizione del Parsi fossi io quello designato dalle Parche a prendere il posto del prodiere di Ahab, quando quel prodiere assunse il posto vacante; sempre io quello che, quando l’ultimo giorno i tre uomini vennero sbalzati fuori dalla lancia squassata, ripiombò a poppa. Così, galleggiando ai margini della scena che seguì, proprio sotto i miei occhi, quando il risucchio affievolito della nave mi raggiunse, venni allora, ma a rilento, trascinato verso il gorgo che si richiudeva. Quando lo raggiunsi era ridotto a una pozza spumosa. In tondo in tondo, allora, sempre più restringendomi verso la nera bolla simile a un bottone, asse di quel cerchio in lenta rotatoria girai, novello Issione. Toccato ch’ebbi quel centro vitale, la bolla nera esplose verso l’alto ed ecco che, sprigionata dall’ingegnosa molla, la bara salvagente, risalendo con grande impeto dovuto alla grande spinta di galleggiamento, schizzò fuori dal mare a perpendicolo, ricadde e mi fluttuò accanto. Tenuto a galla da quella bara per quasi un giorno e una notte interi, fluitai cullato dal sommesso canto funebre del pelago. Accanto mi guizzavano innocui gli squali, quasi avessero il lucchetto alla bocca; rostro inguainato, planavano i selvaggi falchi marini. Il secondo giorno un veliero si portò vicino, sempre più vicino e alla fine mi raccolse. Era la “Rachele” che, incrociando erratica a ritroso alla ricerca dei figli perduti, trovò soltanto un altro orfano.

FINIS

(Moby Dick, tr. Ottavio Fatica, Einaudi, )

“Uomo in Mare!”

(Excursus in forma di pittura)

di Adan Zzywwurath

I. È nel naufragio che si conosce il Mare.

Perciò: la quintessenza d’ogni pittura marinara è l’ex voto.

Come il finale resoconto di Ishmael, in Moby Dick, insegna, il punto di vista genuinamente “marino”, mi pare, è sempre quello: da vittime, o da scampati. All’inabissamento, alla catastrofe mitica, all’attacco infero.

Negli ultimi duemila anni la forma ex-voto non si è molto evoluta, tra i cristiani, e può riassumersi così: nella parte inferiore del dipinto c’è il mare – decisamente in burrasca. Tra le onde, un uomo – quasi sempre –, o una donna, meno spesso – che annega; o una nave che già protende la chiglia per sprofondare nei gorghi; oppure una barca, o zattera, o “bara salvagente”, popolata da uno o più sciagurati che boccheggiano. Nella parte superiore il quadro è illuminato da una coccarda luminosa al cui centro compaiono: una sola persona della Trinità (Gesù, difficilmente le altre due), oppure la Vergine (da sola o col Figlio), oppure uno o più Santi, o in alternativa un emissario qualificato appena fuoriuscito dal Paradiso (un Angelo custode, un Cherubino, un Arcangelo).

Quello squarcio tra le nubi disperate è l’effetto-laser della preghiera puntata dai derelitti contro il Cielo.

All’origine della pittura marinara, subito dopo l’ex voto (ma con la stessa ammirazione per l’intervento divino nella Storia), porrei la rappresentazione del mare come teatro delle grandi battaglie navali. Il mare solcato da armi e galee, il mare che rimbomba di tamburi che danno il ritmo ai forzati rematori, che ruggisce di catapulte gravide di proiettili, che si infiamma di fuoco bizantino, che stride di rostri che penetrano e sbuzzano gli scafi.

Tragedie e guerre si addicono al mare.

Il mare sospende ogni diritto.

Il fiume è dei mercanti, il mare è dei pirati. Si riconosce subito una cultura fluviale, e come e quanto si discosta da una marinara. Basti pensare alle pitture murarie egiziane, ai loro tiepidi vascelli – sembrano fatti di carta pergamena –, che placidamente scendono il Nilo. Incanalato nella corrente del fiume, il commerciante, il notabile locale conservano ogni potere, ogni privilegio dovuto al sopruso. In mare, invece, persino il Re e i suoi eredi possono essere assaliti, rapiti, incatenati, da predoni meglio equipaggiati e armati delle navi che debbono proteggerli.

Victor Hugo: L’Onda

II. Anche le credenziali bibliche sono pessime. Si controllino, per questo, le fonti scritturali di Herman Melville.

In Giobbe (12, 7) il Mare è un Mostro, e come tale va tenuto a guardia. I Salmi e Giovanni ce lo rappresentano come la casa del Leviatano, padre archetipo di tutte le creature più diaboliche.

Dappertutto, nella Scrittura, quando Dio è ostile all’uomo, evoca il Mare per spaventarlo, o minaccia naufragi e inondazioni per atterrirlo. Il Mare s’erge come ostacolo agli Ebrei in fuga dagli Egiziani: è il limite d’ogni speranza. Per riaccedere alla Terra Promessa, non bisogna navigarlo, ma evaporarlo, spaccarlo in due con un’invisibile ascia divina.

L’Apocalisse (XXI, 1), poi, maledice: nella Terra salvata e rinnovata dal secondo avvento di Cristo, non ci sarà posto per il Mare. Perché tanto odio da parte di Giovanni?  Risponde, forse, quell’altro verso ebbro, che, sempre nell’Apocalisse (XX, 13), vaticìna: “Il Mare restituirà i Morti”…

Il Mare è, per l’uomo mediterraneo che si affaccia con orrore sulle sue bellezze, un insaziabile, immane “Obitorio sommerso”.

Il Mare è la più grande cosa morta che si muova. Lo solcano fantasmi di velieri e spettri melvilliani di balene. Lo infestano, nelle profondità più inaccessibili, gli ossari di miriadi di navigli inabissati, i resti di milioni di affogati.

III . L’esatto contrario di quanto si vede festeggiare negli ex-voto è la tragedia incomprensibile dell’annegamento. Se il salvataggio divino non funziona, che succede?

Creature umane affondano, soffocano, vengono risucchiate nell’abbraccio di una placenta innaturale, giù, sempre più giù, nell’indifferenza del pesce, della seppia, di cui mimano il destino rovesciato. Stavolta è il Mare che prende noi nella sua rete.

Un vasto Purgatorio, senza pace, attende chi affoga.

Se non riaffiorano, gli annegati non otterranno mai una onorevole sepoltura cristiana: di conseguenza, le cronache e le tradizioni dei Paesi cattolici si sono sempre occupati di loro con trepidazione. Indegni del riposo eterno, questi morti – si racconta –, come larve, come fuochi, appaiono sulla tolda delle imbarcazioni, per mendicare una prece.

È persino peggio quando il Mare restituisce i loro corpi. Accade, raramente. Non è superstizione: certi annegati, tirati a riva cadaveri, issati sul ponte di navi o pescherecci, mostrano, sull’epidermide, l’impronta viva di una mano.

Il fatto, in sé raccapricciante, ha trovato una spiegazione leggendaria, ancora più orrorifica.

disegno di Raemaekers

Quando un uomo o una donna affogano, e gridano, annaspando tra i flutti, attirano qualcuno, un Abitatore delle Acque, che ha forma umana. Costui li attanaglia, con una presa tanto ferrea da lasciare un’orma profonda sulla loro pelle; poi, così artigliate, trascina le sue vittime nella fossa di mare più profonda.

Giunto laggiù – dice la credenza popolare –, quest’orrido tritone svuota i suoi cadaveri: estrae da loro l’Anima immortale, per riporla in certi vasi capovolti, da cui nessuno spirito potrà mai più sfuggire. I corpi inanimati, invece, li lascia andare e piano piano, quelli risalgono, leggeri, in superficie.

Secondo le tradizioni più squisitamente marinare, l’Uomo delle Acque, il ghermitore e custode d’annegati, è un Vecchio senza Testa. Così che si ha un bel scrutare il Mare, con apprensione o angoscia, nell’ansia di vederlo apparire durante le sue imprese predatorie. Pur essendo perennemente in agguato, presente e prossimo al punto che potremmo udirne il respiro affannoso, il Vecchio non si mostra mai ai testimoni; perché nulla di lui emerge dalla superficie delle acque. L’Uomo è senza testa.

A volte, favoriti dalla luce tagliente, ci pare di veder affiorare dai marosi la sua mano avida, unghiuta, insanguinata. Ma è un’illusione.

Come è avvenuto che, essendo privo di lineamenti, il Pescatore d’Affogati sia stato riconosciuto anche come “Vecchio”, è un cospicuo mistero.

IV. È probabile – lo apprendiamo da Alberto Savinio (Nuova Enciclopedia) – che “Mare”, nel significato originario, voglia dire “cosa morta, dalla radice Mar, morire”, in sanscrito Maru, che di solito va tradotto con “deserto”.

L’etimo congiunge quindi i due estremi: la massa diluviante d’acqua degli oceani, e le sterminate, desolate regioni del pianeta prive d’acqua; il mare senza sabbia e la sabbia senza mare.

Entrambi “deserti” di uomini e di vita “in superficie”, e quindi: analoghi, simili al mondo infero della morte, che tutto inghiotte e occulta nei suoi abissi.

Il Mare come le dune di polvere – ustionate dal sole, scheggiate dal vento incessante –, è fonte di miraggi, di illusioni; come la sabbia mobile è subdolo e invitante. Quando si apre? Per accogliere nelle sue viscere gli affogati, per digerire zattere e relitti, per vomitare mostri sulla costa. Il mare tutto spazza, ingurgita, spolpa e ripulisce, proprio come la morte: e se fosse per lui, proprio come la morte, non restituirebbe nessuno.

Klinger  (si salva solo un guanto)

 

V. Tra tutti gli epitaffi che ingombrano l’epigrafia antica, mi è particolarmente caro uno, in forma di preghiera, con cui, mentre la sua nave colava a picco, un marinaio punico nobilitò i suoi ultimi istanti. Lo trovo citato in Borges (Sette Notti).

Dice: “O Madre di Cartagine, restituisco il remo”.

È anch’esso un ex voto, ma stavolta l’uomo, che tra poco lascerà la vita, non si rivolge ad altra Divinità che non sia il Mare. Per placarlo e chiedere quiete, non salvezza.

Socchiudiamo il Libro del Tao, per leggere: “Quando le creature hanno avuto il lor rigoglio, / ciascuna fa ritorno alla sua radice. / Tornare alla radice è quiete, / il che vuol dire restituire il mandato, / restituire il mandato è eternità […]”

Fin’allora saldo nelle correnti, impavido nelle tempeste, vigoroso nelle bonacce, l’umile marinaio di Cartagine ha governato il suo destino mulinando e timonando il remo dove la propria volontà o quella del padrone lo portava. Ma adesso, morendo, rende le insegne e accetta la deriva.

“Abbandonati al mare senza la nave, il mare ti dirà che cosa sei” – ha verseggiato ‘Attar, nel suo Poema Celeste.

È lo stesso compito sovrano, credo, che ha la Morte, per tutti noi.

Più misericordioso della Cristianità, ha fede, l’Islam, che il moto del Mare equivalga a una preghiera, incessante, che esalta il Signore Iddio.

Per questo, immagino, è così difficile rappresentare il Mare in una pittura che non sia, anche, un ex voto.

O in un racconto che non sia, anche, soprannaturale. E, in casi obbligati, un racconto dell’Orrore.

 

Con lo pseudonimo di Adan Zzywwurath, Franco Porcarelli (1952) ha pubblicato due romanzi: il primo, Il matrimonio del Mare e dell’Inferno è uscito a puntate nel 1980 sul quotidiano Il Manifesto, e poi in volume (Manifestolibri, 2003). Il secondo romanzo, Khalulabìd o il Sogno dei Dieci Re è stato pubblicato nel 1984 su Il Manifesto e poi in volume nel 2004 (Manifestolibri). A questi si aggiungano le raccolte di racconti L’ultimo caso del piccolo Lama Nanguj (Theoria, 1986) e Diario della Letteratura perduta (manifestolibri, 2003). Alla fine del 2018 è uscito il suo ultimo libro: la Fantaenciclopedia, “Dizionario di Idee Perdute, Racconti Insoliti e Curiosi e Fatti della Storia Negletti e Perturbanti”  (Manifestolibri).

Franco Porcarelli è stato anche, per circa quarant’anni, un giornalista della RAI. Ha prodotto e curato circa 300 film, fiction e documentari. Ha scritto, e scrive, copioni teatrali, sceneggiature per film, per la TV, per i fumetti (ha creato, con Mauro Cicaré, il personaggio Fuori di Testa per la rivista il Grifo), e ha pubblicato un saggio su un genio dei cartoni animati: Tex Avery (Il Grifo, 1994).

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Una wunderkammer barocca dentro un museo vittoriano

Adan Zzywwurath, Fantaenciclopedia. Il fantastico in letteratura, Manifestolibri, 2 voll., pp. 1261, € 58,00

di WALTER CATALANO

Commentando Il matrimonio del mare e dell’inferno – probabilmente il testo più noto di Franco Porcarelli, cioè l’impronunciabile Adan Zzywwurath – Michele Mari, nel suo saggio incluso nella raccolta I demoni e la pasta sfoglia, accostò l’autore romano a Poe e a Stevenson, a Potocki e soprattutto a Borges, e parlò di un’“idea stessa della letteratura come discorso teologico sulle ‘cose che non sono”. Puntuale espansione del concetto così ben formulato da Mari, è la monumentale opera da poco uscita per Manifestolibri, casa editrice che ha nel corso del tempo regolarmente ristampato la narrativa di Porcarelli, già in parte uscita nel decennio precedente per Theoria, nella storica e prestigiosa Biblioteca di letteratura fantastica curata da Malcolm Skey.

Questa volta non si tratta propriamente di narrativa ma di saggistica, come avrebbe potuto concepirla, per l’appunto, il Borges di Altre inquisizioni. Una geniale commistione a cavallo tra i due generi, calata in un contenitore macroscopico: wunderkammer barocca annessa a vittoriano museo di storia naturale. L’Encyclopédie di Diderot e D’Alembert rappresenta il prototipo cui l’autore guarda ironicamente nell’intenzione di articolare una summa complessiva e sistematica che però stravolga la ragione illuministicamente intesa e sia dedicata non ai “principi generali su cui si fonda ogni scienza e arte, liberale o meccanica, e i più notevoli particolari che ne costituiscono il corpo e l’essenza» (come scrive D’Alembert nel Discorso preliminare), ma a dimostrare che “L’Uomo non è un animale razionale, è un animale che usa la Fantasia come mezzo per arginare la Realtà: un Animale, quindi, che ‘combina’” (così scrive Porcarelli nell’introduzione). Non a caso l’immagine scelta per la copertina dei due corposi volumi rimanda a tutt’altro genere di dizionario enciclopedico, il Dictionnaire Infernal dell’occultista e demonologo francese Jacques Collin De Plancy, in cui vengono classificate e descritte varie entità demoniache, riferendone nome, fattezze, peculiarità e poteri. L’intenzione è quella di razionalizzare il nonsenso, di definire una tassonomia dell’allucinazione.

Così, in ordine alfabetico, voce per voce, si passa da Adamo&Eva, Aldilà, Amore, Anima, Arte&Letteratura, Astuzie, Atrocità, Automi&Macchine, Bestiario, Cielo&Inferno dei credenti, Diavolo, Dio, ecc. per chiudere, più di mille pagine dopo, con Profezie&Premonizioni, Sogni, Suicidio, Verità  e Menzogna, e infine Z (postfazione) – in cui l’autore confessa: “Forse il mio era un labirinto fatto solo di uscite. La speranza è che, invece di scappar via approfittando degli innumerevoli pertugi, chi legge ci si sia perduto dentro con piacere”. Segue una lunga appendice su “Il fantastico in letteratura: Parole chiave”. Dall’Unheimlich freudiano, alla Sorpresa di Quine; dall’Abduzione di Pierce, alle Combinatorie; dall’Ambiguità, fino a Il Mito e il “Mitico”.

A chiudere, come in ogni enciclopedia che si rispetti, un’ampia bibliografia e due indici, degli argomenti e dei nomi. Un’impresa davvero titanica arrivare in fondo sia per l’autore che per il lettore, a cui si consiglia di consultare, spigolare, centellinare l’enciclopedia, non di affannarsi a leggerla di seguito: l’impegno richiesto è ampiamente ripagato dal piacere dell’abbandono incondizionato all’originalità e alla bizzarria di questo geniale gioco più borgesiano di Borges stesso.

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