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Intrighi a corte

Christelle Dabos, Gli scomparsi di Chiardiluna, tr. Alberto Bracci Testasecca, E/O Edizioni, pp. 563, euro 16,00 stampa, euro 12,99 ebook

di VALENTINA MARCOLI

Avvertenze per il lettore. Il libro in oggetto può mordere le dita, le pagine possono girare troppo velocemente e altri spiacevoli inconvenienti che è possibile evitare indossando gli appositi guanti da lettura.

Il libro secondo di questa magnifica saga dalle atmosfere fantasy e steampunk ci accompagna al cospetto di Faruk, lo spirito di famiglia che immortale regna sull’Arca Polo. In questo mondo, creatosi dopo la frammentazione, le Arche sono città galleggianti che ospitano vari livelli di civiltà. I senza-poteri ossia la popolazione che non possiede appunto nessuna tipologia di potere, i decaduti ossia i rinnegati ma anche ottimi cacciatori con qualche barlume di potere magico, e i nobili che si suddividono in famiglie, ciascuna con un dono di riferimento.

Su Polo abbiamo due famiglie di fondamentale rilevanza che si contendono il potere assoluto: i Draghi, che cacciano le Bestie procurando selvaggina a foraggiare le dispense dell’intera Arca, sono dotati di pericolosissimi artigli mentali che si riproducono nei loro effetti concreti sul fisico del malcapitato, e i Miraggi, distinti dal resto della nobiltà da tatuaggi. Il loro potere distintivo meraviglioso: riescono a creare irripetibili illusioni che sovente allietano lo stesso sire Faruk attraverso spettacolari serate di festa, così come riescono a creare dei veri effetti speciali sui vestiti indossati, come quelli del barone Melchior, ministro dell’Eleganza di corte che non perde occasione di sfoggiare completi variopinti e ricchi di brillanti e farfalle vive.

La famiglia della Rete invece passa leggermente inosservata, ma vanta tra i suoi componenti l’affascinante ambasciatore Archibald. Il nome è dovuto alla capacità di tutti i membri di restare collegati mentalmente attraverso la Rete, come fossero sintonizzati via cavo, potendo scegliere di assistere, come spettatori in diretta, a ciò che succede a un componente piuttosto che a un altro, senza censure o limitazioni.

L’ambiente di Polo è, come facilmente intuibile dal nome, inadatto alla vita per via del clima rigido. Ed ecco che grazie ai Miraggi possiamo apprezzare un sole costante, giardini fioriti tutto l’anno e un clima mite e gradevole. Il tempo è relativo e le feste sono all’ordine del giorno; banchetti costantemente allestiti e spettacoli teatrali in ogni piano del palazzo di corte. Il matrimonio diplomatico tra Ofelia, proveniente dall’Arca Anima, e Thorn, intendente di Polo e appartenente ai Draghi, è imminente, così come gli sviluppi dei vari clan, che architettano una miriade di trabocchetti e intrighi per afferrare a piene mani il favore del sire e di conseguenza il potere.

Essendo il secondo libro di una trilogia che ha tutte le carte in regola per annoverarsi tra i classici del genere, sullo stesso piano di Philip Pullman e C.S. Lewis, il riassunto è d’obbligo. Nel primo capitolo conosciamo Ofelia e impariamo ad amare la sua goffaggine e le sue capacità di lettrice, animista e attraversaspecchi. Le sue mani sono dotate di un dono che le permettono di scoprire il passato degli oggetti che tocca. Anima è un’Arca particolare su cui i discendenti dello spirito di famiglia Artemide hanno la possibilità di trasmettere all’ambiente circostante le loro emozioni, per cui non è difficile ritrovarsi con la porta sbattuta in faccia semplicemente perché non ci si è puliti i piedi sullo zerbino. Quello di attraversare gli specchi è un dono bizzarro che consente di tagliare i tempi di viaggio passando da uno specchio all’altro.

Thorn è malvisto dai cittadini perché nato da una relazione illegittima e per il suo senso estremo della giustizia, ma troverà in Ofelia una valida alleata nel ristabilire il suo nome e a portare a galla la corruzione che regna a corte. Soprattutto quando iniziano a circolare lettere di minacce e a scomparire personalità di rilievo. E poi c’è la costante ossessione di Faruk.

In principio erano uno, ma a Dio non piaceva la loro forma, per cui vengono separati. Il mondo si è lacerato e ognuno di loro ha abitato un Arca. Così nascono gli spiriti di famiglia, ognuno in possesso di un Libro che racconta la propria storia in una lingua comprensibile soltanto a Dio. Qui risiede il ruolo fondamentale di lettrice di Ofelia ed ecco perché è di vitale importanza la sua presenza a corte per il sire Faruk. Fino all’ultima sconvolgente pagina che si spera non ci arresti nel limbo dell’attesa della conclusione della storia troppo a lungo.

In un susseguirsi di emozionanti colpi di scena e situazioni tragicomiche la Dabos ha costruito un mondo perfetto, così ricco di elementi e dettagli che queste quasi seicento pagine volano via veloci. La sua è una penna precisa e chirurgica, impreziosita da una ricerca maniacale di termini forbiti e desueti che richiamano perfettamente la coerenza narrativa, e totalmente assenti del turpiloquio a cui purtroppo siamo spesso costretti. Il “voi” che si rivolgono tutti i personaggi, persino tra padri e figli, è delizioso ed è solo la ciliegina sulla torta di una saga che non presenta pecche o defezioni di alcun tipo. In ultimo, un dovuto plauso alla traduzione firmata Alberto Bracci Testasecca.

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Reportage di morte

James Ellroy, Cronaca nera, tr. Alfredo Colitto, Einaudi, pp. 105, euro 12,00, euro 7,99 ebook

di ROBERTO STURM

Chi avesse già letto James Ellroy, uno dei Maestri della scena crime letteraria mondiale, troverà ulteriori conferme delle qualità che hanno reso famoso lo scrittore statunitense. Chi non lo avesse ancora letto, avrà l’occasione di entrare nella sua narrativa senza dover affrontare uno dei suoi tanti romanzi di un migliaio di pagine. Invece, in questo sottile volume, Ellroy si cimenta in due reportage, una forma a lui meno usuale, di casi di cronaca avvenuti negli anni Sessanta a New York e negli anni Settanta a Los Angeles.

La data del primo omicidio è il 28 agosto del 1963, il giorno in cui a Washington, al termine della marcia dei diritti civili, Martin Luther King tenne uno dei suoi discorsi più famosi. In una Manhattan semi deserta, molti degli abitanti avevano partecipato alla marcia di Washington, invece si consumava l’orribile delitto di due giovani donne: il “Career Girls Murders”. Janice ed Emily, ventuno anni la prima e ventitré la seconda, provenivano da famiglie benestanti ed erano donne in carriera. Janice lavorava per un settimanale come Newsweek, mentre Emily attendeva di cominciare a insegnare in autunno. Ed è proprio perché le due ragazze avevano prospettive certe per il futuro che si scatena nei detective l’ossessione di risolvere il caso e catturare il responsabile nel più breve tempo possibile. Soprattutto per Janice, trovata supina e sventrata, vittima della furia omicida più efferata. La fretta e la pressione dell’opinione pubblica – non era certo come se avessero trovato due homeless nello stesso stato in mezzo alla strada –, condizionano le indagini a tal punto che viene sospettato e interrogato un ragazzo nero la cui unica colpa era quella di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato. La falsa convinzione dei detective li porta a non considerare altre piste e a far confessare, con la violenza, il ragazzo, sospettato ideale perché nero e senza lavoro. Ellroy ci offre un quadro della società statunitense dell’epoca non troppo diversa dall’attuale, dove il pregiudizio, la cotta collettiva dei detective e dell’opinione pubblica per due ragazze perbene orrendamente trucidate e i metodi mai troppo ortodossi della polizia creano le condizioni per commettere una grave ingiustizia.

Il 12 febbraio 1976, invece, è la volta di Sal Mineo, attore omosessuale che ha fatto da spalla a James Dean in Gioventù bruciata, a essere ucciso in strada a pochi passi da casa. Con il suo stile ossessivo e freddo, costruito di molte frasi costruite con soggetto, verbo, complemento oggetto e punto, Ellroy ci conduce in un’America razzista, omofoba e sessista, dove le indagini sembrano più puntate sul passato scandaloso della vittima che sulla ricerca del vero colpevole. Vengono divulgati particolari scabrosi e individuate le tante frequentazioni ambigue della vittima, un uomo che non si è mai curato del giudizio della gente, come a voler, in qualche modo, giustificare il suo assassinio.

In Cronaca Nera, le cui le voci narranti sono i responsabili delle indagini, lo scrittore statunitense attinge a materiali di archivio, rapporti di polizia e articoli di giornali dell’epoca per formare un quadro completo sia dei fatti criminosi sia di tutto il contesto dell’epoca. Due racconti duri e taglienti, dove Ellroy, come suo solito, non risparmia particolari brutali e crudeli e usa il suo stile freddo e affilato per sezionare implacabilmente il marcio che ci circonda.

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Uno sguardo vertiginoso

John R. Searle, Il mistero della realtà, tr. Paolo Di Lucia e Lorenzo Passerini Glazel, Raffaello Cortina Editore, pp. 300, euro 26,00 stampa

di ELIO GRASSO

Guardare la realtà con gli occhi di tutti i giorni, il più delle volte è semplice, neppure si pensa a varcare uno dei confini più immediati e a portata di mano: che cos’è la realtà? Chi ha voglia e tempo di pensare a come possa esistere tutto quanto, noi stessi, e insomma l’universo delle cose? Pressoché nessuno. Se ne intuisce il motivo, la vertigine è a un passo, e la vita quotidiana per lo più è incapace di affrontare trip del genere. Molto più cool e distensivo (fino alla temibile anestesia psichica dei social) versarsi un goccio di whisky o ingollare una pasticca e altre intemperanze. Diverse attenzioni sono complicate. Così come complicata (ma quanto vitaminica per la mente) è la lettura di questa serie di lezioni, tenute da Searle nel giugno del 2015 presso la Facoltà di Lettere dell’Università di Girona, in Catalogna. Il libro le raccoglie, a partire dalla revisione dell’autore, ancor prima di un’edizione inglese. A compendio delle lezioni, una scelta delle numerose domande e risposte che hanno seguito i singoli incontri.

La cura del volume è meritoria perché ottiene di evitare l’ingarbugliarsi delle nozioni messe in campo dal filosofo statunitense, la cui comprensione richiede uno sforzo intellettuale non indifferente, e basi scientifiche e filosofiche di livello universitario. Non certo per demerito di Searle, che sa avventurarsi fra le domande fondamentali a cui fisica e filosofia cercano di dare risposta. Le scienze, proprio perché umane, hanno il compito di spiegarci nel dettaglio quanto la “realtà umana” possa corrispondere alla realtà “dura” di base, quella che interazioni forti e deboli fanno esistere nei rispettivi campi di forza. La percezione e l’intenzionalità sono il supporto dei ragionamenti di Searle, e ogni suo sforzo riconduce alla volontà di conciliare (e riconciliare) la realtà umana come conseguenza della realtà di base. In altri termini, esistendo protoni ed elettroni è presumibile che dopo un po’ esisterà anche la nostra tazza di caffè mattutina. E anche le menzogne di certi politici.

Battute a parte, siamo certi che qui si ha a che fare con le bollicine adrenaliniche riguardanti la coscienza come fenomeno biologico o come fenomeno intrinseco della realtà cosmica. La tendenza odierna di avventurarsi in percorsi che di scientifico hanno ben poco è animata al limite della decenza, è noto, ed è per questo che opere come Il mistero della realtà devono assolutamente ritrovarsi in biblioteche scolastiche e private, allentando il timore della difficile comprensione. Qui si tratta di oggettività e soggettività. E Kant è a un passo. Possiamo conoscere le cose per come esse realmente sono? Difficile rispondere, e la fisica (dalla quantistica alla relatività) aiuta poco l’uomo della strada a darsi ragione di ciò in cui è immerso. A questo punto entra in campo la questione del linguaggio, e quanto sia determinante per la rappresentazione del mondo che l’umanità si vuole dare da quando esiste.

Il sistema filosofico di Searle trova qui ampio compimento, prende per mano coloro che si pongono al centro delle questioni di fondo, come l’eterna domanda sul libero arbitrio: profonda illusione o pienezza deterministica? Ora si comprende come addentrarsi in questo campo, quando la robotica incrocia il tema della coscienza e quando l’indeterminismo quantistico viene utilizzato anche nelle nostre lavatrici, ha una preponderanza etica di rilievo. La coscienza, proprietà globale del cervello, non sappiamo come funzioni. Ma un’idea di quel che può produrre, l’abbiamo. E qui Dirac, Heisenberg, Einstein, Wittgenstein, Asimov, Dick, si ritrovano tutti insieme per un’ultima colazione. O la prima, di un futuro passabilmente unificato.

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Un brano spontaneo di città operaia

Francesco Pecoraro, Lo stradone, Ponte alle Grazie, pp. 443, euro 18,00 stampa, euro 9,99 ebook

di ISABELLA BIGNOZZI

Il caffè non è buono – dice il narratore – nell’unico bar che ancora resiste prima del curvone. Si fumano Marlboro rosse, i pensionati camminano spenti e malvestiti, chiusi in un opaco malumore tra sprazzi di razzismo qualunquista, evitando sui marciapiedi gli accumuli di immondizia e le deiezioni abbandonate dei cani. Siamo nel quadrante delle fornaci, nella sacca operaia che ha fatto a mani nude i mattoni e i laterizi che hanno ingrandito la città di Dio, nel quartiere che non è un quartiere, non è una borgata, non è aggregato urbano in armonia con il resto del territorio. Una comunità sub-urbana con una storia diversa.

Tutto questo lo troviamo ne Lo Stradone, l’ultima opera di Francesco Pecoraro, selezionato nella cinquina del Campiello di quest’anno. L’opera fa seguito, dopo sei anni di silenzio,al suo precedente romanzo La vita in tempo di pace (Ponte alle Grazie, 2013) vittorioso al Premio Viareggio e incluso nella cinquina finalista del premio Strega 2014. Ancor prima Pecoraro si era fatto notare con la silloge poetica Primordio vertebrale (Ponte Sisto, 2012), l’opera ibrida Questa e altre preistorie, (Le lettere, 2008) e la raccolta di racconti Dove credi di andare (Mondadori, 2007) che si aggiudicò il Premio Napoli e il Premio Giuseppe Berto per l’Opera Prima.

Per chi conosce la poetica di questo noto scrittore, poeta e architetto romano, non è difficile riconoscere in quest’ultimo scritto l’identità dei luoghi e dei personaggi che fanno capolino dietro le sue sibilline definizioni – tinte insieme di epica e di ironia – quali la Città di Dio (Roma), il Tempio della Redenzione (la cattedrale di San Pietro), lo Stradone (la zona di Valle Aurelia), l’Ultimo Segretario (Enrico Berlinguer).

Il narratore ne Lo stradone è uno storico dell’arte, accademico fallito nelle sue aspirazioni, e finito ad occupare una stanza in un ministero. Il personaggio è del tutto funzionale a incarnare lo spirito degli ultimi quattro decenni da cui proveniamo, la sfrenata competizione giovanile e il carrierismo anni Ottanta, le conseguenti speculazioni orgiastiche e la deriva tangentista, fino ad arrivare all’individualismo opaco, miope e rassegnato dell’epoca attuale. Ci sono senz’altro molte somiglianze fra il critico senza nome che ci racconta lo Stradone e i narratori seriali che l’autore mette in campo ne La vita in tempo di paceDove credi di andare e Questa e altre preistorie. Ma questo più che un senso di ripetitività suggerisce un’autenticità irrimediabile del sentire dell’autore, che replica individui simili tra loro come automi, parte costitutiva e rappresentativa di quel “ceto medio esteso” da Pecoraro così ben teorizzato e descritto, colpevole di aver assorbito e annullato, nel corso di un sessantennio, ogni differenza di classe, di pensiero, di caratterizzazione ideologica o culturale, vendendosi al più bieco consumismo.

Il quartiere che Pecoraro sceglie di descrivere è emblematico di tale appiattimento in una sbiadita e squallida uniformità, del fatto che la perdita di consapevolezza e unicità riguardi anche zone cittadine con un passato particolare, a suo modo glorioso, e sacche di umanità speciali, differenti, che un tempo si distinguevano per compattezza morale e fierezza della propria unicità (proletaria). In una digressione storica leggiamo:

Tutto qui era strano e diverso. La sacca non era una vera borgata, non nasceva da emarginazione e povertà, non era stata costruita nella disperazione della mancanza di lavoro: era un brano spontaneo di città operaia, nato vicino alla fabbrica, a causa della fabbrica, con il fine di tenersi il lavoro in fabbrica. […] Così come non era periferia. La sacca non riconosceva la città di Dio come centro, casomai la vedeva come territorio straniero, alieno, non comunista, dominato dai preti.

E anche ora il tessuto sociale borghese delle palazze in cortina che avanzano da est non fa breccia in ciò che rimane del quadrante degli ex fornaciari, nello Stradone appunto, scialbo agglomerato che ha prevalso a partire dall’epoca di edilizia sui piccoli villaggi auto-costruiti dagli operai nel primo Novecento. Ora c’è lo Stradone, abitato da un’umanità terminale e stremata che sopravvive di pensione e cappuccino, si diletta con i gratta e vinci o con le slot machines, guarda stancamente il fondoschiena alle ragazze dell’est che si avvicendano al banco a fare i caffè. Lo Stradone sconta la sua punizione di oblio e squallore, la sua unicità proletaria e industriale, che non ha saputo evolversi né in borgata popolare né in completa riqualificazione borghese e residenziale. Il quadrante con la sua sacca di umanità era funzionale a costruire, ampliare, ammodernare, riqualificare. Ma non ha usufruito di tutto ciò che ha donato al resto della città, rimanendo un agglomerato incoerente di baracche, poi sostituite da palazzoni IACP, contornati da distese di macchia attualmente lasciate all’immondizia, ai senza tetto baraccati, agli animali selvatici.

Pecoraro declina la dialettica tra degrado attuale e memoria a suo modo epica del luogo in modo magistrale. Non vi è trama alcuna nel suo libro se non una serie di inquadrature cinematografiche che danno lo spunto a riflessioni o digressioni soprattutto di natura territoriale, storica e sociale, ma anche di natura personale. Ne deriva un testo destrutturato come il quartiere e l’umanità che si vuole descrivere, un disegno senza margini, un concerto polifonico di fraseggi stonati, cacofonici ma dello stesso tenore, che si inseguono e si rispondono, amplificandosi a vicenda fino a creare qualcosa che non assomiglia a una melodia, ma al suono stesso di certa umana contemporaneità.

L’autore non si eleva assolutamente, né pare volerlo fare, dal livello di desolazione della massa che lo circonda, cui anzi si mescola apposta, fingendo di identificarvisi pienamente, in un gioco al ribasso evidentemente autopunitivo nei confronti del proprio percepito insuccesso umano – culturale – accademico – sentimentale.

E ora a fronte di tutto questo, qui al settimo piano della palazzata sullo Stradone, circondato da una città sostanzialmente di merda — costruita pria da poteri assoluti, poi da non-poteri piccolo-borghesi, con qualche elemento di socialismo—, dove un’intera esistenza di consenziente (la mia) viene ricompensata con una discreta pensione e un accesso privilegiato al servizio sanitario, mi accorgo della piccolezza codarda di una vita spesa esclusivamente in una serie di tentativi —falliti—di affermazione personale, nel tradimento di ogni istanza di cambiamento, anzi di rovesciamento dello status quo, che pure, da giovane, mi aveva infervorato…

Laddove ne La vita in tempo di pace vi erano tratti più volutamente compiuti, un’alternanza ritmata tra brevi lampi narrativi e considerazioni tecniche ai limiti della saggistica, il tutto ancora percepibile come un ordine organizzativo del testo, ne Lo stradone la narrazione assume un assetto anarchico, con digressioni che si innalzano nel flusso dei pensieri senza dover rendere conto di struttura alcuna. Non vi è una linea temporale definita né un approfondimento psicologico dei personaggi, che appaiono come marionette o continue comparse, sfuggenti e a un tempo archetipiche, foriere di messaggi piatti e bidimensionali, funzionali alla concettualità egualmente centrifuga e deflagrante della narrazione.

Si può parlare di lunghi frammenti di prosa, riconducibili alla struttura che hanno spesso i post tematici che appaiono sul web, afferenti a tre modalità espressive: il flash-back autobiografico, la descrizione cinematografica della condizione presente, le argomentazioni di natura architettonico-urbanistica, storica e sociale, che si ricollegano alle prime due voci mediate da qualcosa che somiglia alla nostalgia, alla vergogna e condanna dell’attuale, al rimpianto per ciò che non è stato.

Come non rivedere affiorare nel testo Pasolini, nella miscela tra la crudezza d’indagine antropologica, deplorazione di ogni retorica borghese,affermazione continua di una legittima libertà individuale, benché tormentata da ombre interiori e personali fantasmi. E come non pensare alla letteratura neo-realista, al nichilismo di Céline, al disincanto e allo sguardo sui vinti di Malaparte, fino al razionalismo metodologico Calvino, che esplicitava addirittura i tre piani della narrazione: l’esperienza visiva, che si estrinseca nel testo descrittivo, l’esperienza antropologica che coinvolge simboli e linguaggio e prende forma nel racconto, e infine i momenti di pura speculazione sull’universo, il fluire del tempo, il rapporto con l’individuo, lo sgomento dell’infinito.

La definizione di romanzo risulta stretta a questo testo sovversivo, caotico, che rifugge apparentemente ogni definizione o investitura, ogni retorica funzionale, ogni progettualità concettuale che sia finalizzata a qualcosa di costruttivo, reattivo alla mera osservazione e registrazione dei luoghi e dei fatti. Pecoraro pare dunque non affidare al suo testo alcuna missione, lasciarlo acefalo di propositi e privo di direzione, ma questo non lo priva della caratteristica di essere un capolavoro foriero di un profondo messaggio.

Contrariamente a La vita in tempo di pace che ha una vaga struttura temporale, benché a doppio binario, finendo la vicenda con movimento retrogrado all’infanzia del Dopoguerra e con incedere ortogrado a una morte annunciata, Lo stradone si chiude invece senza punti di arrivo né eventi clamorosi, se non – piccolo avvenimento finale – la costruzione del Centro Commerciale Aura. La voce narrante come uomo colto disprezza e compra a un tempo, nel senso che vitupera la capacità di incidere sul territorio e aggregarsi ormai solo in questo genere di strutture, ma sa anche che ormai l’unica vera compagnia e conforto dell’uomo moderno è rappresentata dalla merce. Dunque il centro commerciale è il nuovo tempio pagano, dove si consuma un fugace appagamento dello spirito.

Tutti erano segretamente contenti che si facesse qualcosa per distaccarsi una volta per tutte dal passato, sia pure costruendo muri in falso tufo, rivestendo edifici in falso travertino…ma con vere scale mobili, e però messe a cazzo

Resta il sorriso amaro dell’uomo di architettura e di lettere che osserva gli eventi in incognito, e partecipa all’inaugurazione con atteggiamento un po’ critico e un po’ no, abbracciando la novità come unica provvisoria illusione, come unica vaga possibilità di riqualificazione, mentre l’interrogativo, non espresso, sul destino della società e dell’uomo stesso rimane tra i denti e incombe come un’ombra, con il peso insostenibile delle cose non dette, delle domande cui – al momento – non sembra esserci risposta.

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Anarchia nomade

Francesco Verso, I camminatori vol. 1 I Pulldogs; vol. 2 No/Mad/Land, Future Fiction, pp. 320 + 559, euro 30,00 stampa, euro 7,98 ebook

di ROBERTO PAURA

Se si dà uno sguardo alle uscite editoriali degli ultimissimi anni, il tema del “camminare” è diventato improvvisamente, curiosamente di moda. Non si tratta di semplici guide al trekking, ma di veri e propri inviti a una nuova filosofia che fa del camminare, anziché del muoversi velocemente con mezzi meccanici, un autentico atto rivoluzionario. Francesco Verso, pluripremiato scrittore di fantascienza, deve aver colto questo zeitgeist quando ha iniziato a lavorare al suo ultimo romanzo in due parti, I camminatori. D’altronde, quando si cerca di immaginare come sarà il futuro prossimo, si deve sempre partire dal cogliere i segnali deboli che sono nell’aria; e in questo Verso è maestro, avendo anticipato nelle sue opere diverse tematiche di attualità, dai “sex dolls” (con e-Doll, suo primo successo) al disastro ambientale (in Livido). Con I camminatori, prima opera italiana di solarpunk, nuovo genere nascente nella fantascienza internazionale che intende contrastare la tendenza alla distopia catastrofista immaginando l’impiego di tecnologie in funzione di nuove utopie possibili, Verso scatena la sua immaginazione futuristica ed elabora un affresco utopico, ma al tempo stesso credibile, di un domani in cui la fine della civiltà stanziale e la ripresa del nuovo nomadismo sarà il segnale di un cambio di paradigma.

I camminatori è innanzitutto un romanzo. Impossibile non affezionarsi ai protagonisti, a partire dal triangolo Alan, Silvia, Nicolas, e poi ai personaggi solo apparentemente secondari che affollano le pagine di questo magnus opus. Come nella tradizione dickiana, i protagonisti dei romanzi di Verso sono dei derelitti, degli sconfitti, potremmo dire addirittura degli sfigati: è il mutare delle circostanze che fa emergere la loro vera personalità, a suggerire che, finché il mondo sarà questo, l’espressione del nostro vero io, il senso della nostra autentica missione sulla Terra, resterà sepolto sotto le macerie del turbocapitalismo. Ma I camminatori è, appunto per questo, soprattutto un grande romanzo utopico che dimostra come si possa scrivere una storia coinvolgente e avvincente anche senza dipingere scenari apocalittici.

Le invenzioni di Verso sono continue e sbalorditive, dai naniti agli eliotroni, strumenti nanotecnologici destinati a produrre la nuova postumanità, dal concetto di ecoluzione agli smartfume, che producono e diffondono odori e profumi personalizzati, dalla Nave Verde che incarna l’ideale anarchico di un mondo senza frontiere (nel romanzo il blocco navale vagheggiato dai sovranisti odierni si è concretizzato in una gigantesca barriera nel Mediterraneo) ai risciò umani che sostituiscono i taxi romani (i pulldogs). Alla base c’è la riflessione che per trasformare in modo radicale la società sia necessario liberarla dal bisogno di nutrirsi e dal bisogno di acquistare merci. Secondo Verso, la nanotecnologia e la stampa 3D possono realizzare entrambi gli obiettivi. A questo punto inevitabilmente sorgerà un nuovo modello di vita che cercherà di recuperare il contatto con la natura lasciando i grandi centri urbani e riprendendo il nomadismo dei nostri progenitori.

I camminatori è anche un messaggio politico: è possibile immaginare un mondo alternativo a quello odierno anche senza abbracciare le teorie della decrescita e il luddismo tecnologico, ma sfruttando le nuove tecnologie e accettando l’idea di un’evoluzione umana in sinergia con l’ambiente. I pulldog, che in origine non sono altro che degli squatters romani, gli scarti della società del benessere insostenibile, intuiscono per primi che è possibile conciliare ritmo lento e veloce, tecnologia e sostenibilità, multietnicità e legame con le proprie radici. Le antinomie del nostro tempo sono tutte risolte in questo romanzo che, come un tempo fu Straniero in terra straniera di Robert A. Heinlein, potrebbe diventare il manifesto di una nuova controcultura.

Una recensione di Pulldogs, il primo volume dei I camminatori di Francesco Verso, è stata pubblicata su Pulp Libri a questo indirizzo: http://pulplibri.it/article/aria-di-roma-domani/

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Un futuro non negoziabile

Cobol Pongide, Marte oltre Marte. L’era del capitalismo multi planetario, DeriveApprodi, pp 172, euro 11,05 stampa

di FABIO MALAGNINI

Pale Blue dot è la prima fotografia della Terra scattata a sei miliardi di chilometri di distanza dalla sonda Voyager 1. Carl Sagan ci ha scritto sopra un libro, in pratica la Terra è solo un puntino azzurro su uno sfondo scuro che fai fatica a distinguere. E forse a cogliere il punto dietro a quel punto: “Se da un lato costituisce l’antecedente della disaffezione al pianeta Terra (acosmismo), dall’altro può, forse per la prima volta, restituirci una visione d’assieme davvero complessiva dell’azione capitalistica e del nostro futuro nel cosmo”.

C’era una volta la Prima Era Spaziale, incubata nell’immaginario cromato degli anni Venti e Trenta del Novecento, messa in moto dalla lugubre Vergeltungswaffe 2 di Von Braun, culminata nel programma Apollo (1961-1975) e nella passeggiata lunare di Neil Armstrong in piena guerra fredda. La Seconda Era (1981 – 1997), quella dello Space Shuttle e della stazione sovietica Mir, mantenne un  profilo più basso, fino quasi a scomparire dai nostri radar. La nuova corsa spaziale, la terza, è quella della space economy, di Elon Musk e Jeff Bezos, delle startup di Silicon Valley (ma anche di EAU, Giappone o Israele) che competono (e collaborano in outsourcing) con  la Nasa e le altre agenzie nazionali, compresa quella cinese, finora protagoniste incontrastate della narrazione spaziale. Il Newspace è infatti  un catalizzatore di capitale e di risorse umane, sul modello della net economy, ma anche un generatore di hype che si propaga grazie a nuove ondate  di accelerazionismo e transumanisti.

Tutto, secondo Cobol Pongide, musicista, studioso e animatore della scena ufociclista italiana, a partire da MIR (Men In Red) vent’anni anni fa, inizierebbe nel 1997 con la Mars Pathfinder, la prima missione a inviare un rover teleguidato nello spazio, ma, soprattutto, a riaprire dopo vent’anni anni, la corsa verso il Pianeta rosso. E a rilanciarla in ottica low cost, per dimostrare di poter competere nel profitto. Marte infatti sta al Newspace come il Nuovo Mondo stava al Colonialismo 1.0 degli europei, è l’Eldorado e il simbolo di un capitalismo post-globale che sogna esopianeti da colonizzare, ma che, nel breve, dovrà estrarre profitti dai metalli degli asteroidi, da piattaforme lunari (un obiettivo strategico transitato tale e quale da G.W. Bush a Obama a Trump), dai servizi a terzi. La faglia del  conflitto si estende però già qui e adesso, il corpo e l’ambiente rivelano i marcatori della biopolitica spaziale che si applicherebbe già a un pianeta – la Terra, non Marte – sempre meno vivibile. Da un lato, quindi, il diritto all’autodeterminazione degli umanoidi è opposto all’adattamento e alla specializzazione tecnica della specie, dall’altro la terraformazione “introversa”, cioè rivolta verso l’atmosfera terrestre, si confronta con  l’hacking delle tecnologie dell’Antropocene.

Da notare che, secondo Cobol Pongide, attraverso la fantascienza mainstream e il filone distopico, in film come Titan, Elysium o il reboot di Total Recall, si trasmetterebbe oggi la matrice di un futuro non negoziabile e di  un “realismo fantascientifico” tale solo perché validato ex ante dall’esistente. La sua possibile costruzione politica, tipica della fantascienza classica (approdata, via James G. Ballard, al cinismo hardboiled dei cyberpunk), è oggi espulsa dalla fiction mainstream distopica.

Alla fine Marte oltre Marte ha il grosso pregio di guardare al futuro da una prospettiva radicale, non esclusivamente “terrestre”, senza mai porre nella globalizzazione, nella natura o nella tecnologia il termine ultimo della nostra presenza nel cosmo.

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Dialettica del food thriller

Matteo Colombo, Q.B., Edizioni Unicopli, pp. 218, euro 16, 00 stampa

di DANILO ARONA

La tradizione dei gialli culinari, per definirli con Rosalba Graglia (autrice di un’antologia personale sul tema edita da Morellini) viene da lontano e, a quanto pare, incontra sempre più i favori di un pubblico, affamato (ops…) forse più di ricette mirabolanti che di meccanismi metaforici dove, alla fine, la figura dello chef rischia di confondersi con quella dello scrittore. Il mercato li chiama anche food thriller, giusto a comunicare che omicidi e sangue in dispensa si possono comunque stemperare con pregevoli menù di altissima ristorazione.

Per fortuna Matteo Colombo si dimostra perfettamente in grado di amministrare l’implicita ruffianeria di quello che si vuol definire “sottogenere” e ci confeziona da par suo un romanzo che si divora (ci ricasco, mannaggia!) nel tempo di un week-end. E per doppia fortuna la componente alimentare è protagonista dinamica quando non drammatica di una vicenda ricca di suspense, sorretta da uno stile asciutto e perfetto, e attraversata da personaggi perfetti sotto il profilo umano e drammaturgico.

Ovvio, trattandosi di un giallo, che io non abbia a dilungarmi oltre più del dovuto, almeno non più di quanto si conceda la quarta di copertina. Perciò, soffermandomi sul titolo, va da sé che la sigla  dica già molto a chi frequenta minimamente il mondo della ristorazione: Q.B. All’apparenza starebbe per “quanto basta”, ma chiamandosi lo straordinario protagonista chef Quinto Botero, non si hanno certo dubbi sul piacevole imbroglio di carte. In verità, dal mio non condivisibile punto di vista, l’omicidio deve essere gestito un po’ alla Thomas De Quincey, ovvero deve presentarsi come  opera d’arte, proprio come la cucina di Botero. E qui ci siamo: il primo assassinio arriva presto, senza fronzoli né antipasti pesanti, e ci pone subito davanti a due spiazzanti realtà. Per quanto perfetto nelle sue movenze e nella mira, l’assassino ha sbagliato vittima e soprattutto è un serial killer, classico “fantasma” del genere. Pur dovendo fare i conti con l’archetipo di tanta letteratura poliziesca italica, un commissario che si chiama Stoppani e gira sempre in loden, Colombo investe subito Botero dell’onere e dell’onore dell’indagine, anche perché si capisce quasi al volo che la vittima designata doveva essere lui, lo chef del momento nell’Italia che conta.

Adesso devo sul serio tacere e, proprio facendomi violenza, dichiarare la mia ammirazione per la tecnica contrapposta delle due soggettive narranti, l’una, evidente, di Quinto Botero e l’altra del povero morto, che racconta la storia dal suo punto di vista che non sappiamo se essere interfacciato o esistente su una qualche invisibile nuvoletta a pochi metri dal suolo. Poco conta il saperlo. Colombo è abilissimo nella gestione sincronica delle due visuali e, al di là di uno humour sotteso che forse è solo mio, la vicenda si snoda fra colpi di scena e brillanti trovate sino alla suspense quasi intollerabile delle pagine finali.

De hoc satis. Se vi piace il genere, tra le uscite degli ultimi anni vanno segnalati Cenere e silenzio di Teutonico e Pippia (un food thriller diviso in portate e non in capitoli; Tempesta, 2016)), Il gusto di uccidere di Hanna Lindberg (Longanesi, 2019), ambientato nel mondo dell’alta cucina di Stoccolma, Omicidi all’acqua pazza di Umberto Cutolo (Clichy, 2017)  e Aglio, olio e assassino di Pino Imperatore (DE Agostini, 2018). Giusto a evidenziare la vitalità del genere (che non è affatto un sottogenere) di cui il lavoro di Matteo Colombo rappresenta un apice difficilmente eguagliabile. Infine, particolare di non poco conto, il libro ha inaugurato una collana che s’intitola La porta dei demoni (non chiedetemi perché il nome mi piace così tanto…), diretta da un grande scrittore friulano, quel Flavio Santi che ci ha deliziato in tempi recenti con due formidabili indagini dell’ispettore Drago Furlan, raccontate rispettivamente ne La primavera tarda ad arrivare (Mondadori, 2016) e ne L’estate non perdona (Mondadori, 2017). Nocchiero migliore per scoprire e oltrepassare la porta dei demoni non ci potrebbe essere.

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De Maria e la via del biasimo

Giorgio De Maria, I Trasgressionisti, Frassinelli, pp. 120, 15,00 euro stampa.

di WALTER CATALANO

Uno dei casi più singolari della già endemicamente singolare storia letteraria del nostro paese, è quello di Giorgio De Maria (1924 – 2009). Torinese, intellettuale eclettico capace di spaziare dalla musica (fu pianista e membro del movimento musicale Cantacronache), al teatro, al giornalismo (fu collaboratore de La Stampa e de Il Caffè), alla narrativa; morì del tutto dimenticato e afflitto da problemi psichici, dopo avere abbandonato la letteratura alla fine degli anni Settanta. Per caso il suo nome viene riscoperto recentemente dal critico e scrittore australiano Ramon Glazov, che legge, apprezza e traduce in inglese, l’ultimo romanzo di De Maria, Le venti giornate di Torino. Inchiesta di fine secolo, pubblicato originariamente e senza alcuna risonanza, in Italia nel 1977 da Il Formichiere. Il libro appare negli Stati Uniti nel febbraio del 2017 con il titolo The Twenty Days of Turin: A Novel, e diventa subito un classico del weird inserito tra i migliori romanzi del 2017, suscitando l’ammirazione di Jeff VanderMeer, l’alfiere del new weird contemporaneo, mentre il nome dell’autore torinese viene improvvisamente accostato a quelli di Poe e di Lovecraft. Quasi in contemporanea, nel settembre dello stesso anno, Frassinelli rilancia lo scrittore anche in Italia con una nuova edizione del testo e un apparato critico di corredo che ne segnala, forse in termini anche troppo pittoreschi e sensazionalistici, l’aspetto outrè e maledetto. De Maria torna così tardivamente ma insindacabilmente a occupare il posto che gli compete tra i grandi della narrativa fantastica italiana.

Autore di quattro romanzi, vari racconti e un testo teatrale, la sua opera è segnata dal legame indissolubile, analogo a quello di Lovecraft per Providence, alla sua città natale, Torino – città della magia e dell’esoterismo, sì, ma anche del Politecnico, della Fiat, di Quaderni Rossi e dell’Operaismo: la figura geniale di questo autore saprà assidersi esattamente al centro di questi due poli, di queste due anime, comprendendole entrambe. Dopo avere riscoperto il suo ultimo libro, Frassinelli ripubblica in questi giorni anche l’opera prima di De Maria, I Trasgressionisti del 1968 – e ci auguriamo che presto seguiranno anche gli altri suoi due romanzi, Il dorso dei bufali (Mondadori, 1973), La morte segreta di Josif Giugasvili (Il Formichiere, 1976) e magari la raccolta dei racconti, Apocalisse su misura (Tamari, 1964) – , un testo più breve e forse meno immediato della sua postumamente fortunata opera maggiore, ma non meno complesso. A una lettura superficiale la storia potrebbe apparire per certi aspetti più datata (la catastrofe di un matrimonio disertato dallo sposo non ha più oggi la centralità sociale e le implicazioni che poteva avere negli anni Sessanta) e per altri meno visionaria e apocalittica de Le venti giornate di Torino. Premesso che il capolavoro di de Maria è un’opera arcana e difficilmente uguagliabile, se ne possono però già cogliere tutte le premesse in questo esordio più interiorizzato e meno eclatante. Il perturbante che ne Le venti giornate si squaderna in un’allucinazione figurativa e sonora, fatta di folle sonnambule perse in notturni vagabondaggi, statue e monumenti che si scambiano di posto, voci misteriose che balbettano nell’etere, qui si limita invece al solo aspetto intellettuale, al paradosso mentale, al rapporto segreto fra pensiero e azione. Si tratta di due romanzi esoterici entrambi – a loro particolarissimo modo – ma dove il secondo, per quanto enigmatico, risuona comunque di echi profondi avvertibili anche dal lettore comune; il primo che è centrato su una particolarissima ascesi, su uno yoga della trasgressione trasmesso iniziaticamente da un Maestro ai discepoli in gruppi chiusi e di difficile accesso, necessita di una conoscenza particolare per essere pienamente compreso e apprezzato dal lettore.

È evidente che De Maria avesse una profonda conoscenza dei gruppi della Quarta Via, i gruppi che si rifanno agli insegnamenti del mistagogo caucasico Georgi Ivanovic Gurdjieff, talvolta anche attraverso la mediazione di quelli del suo discepolo eretico Pëtr Dem’janovič Uspenskij, autore del testo più noto sulla Quarta Via, Frammenti di un insegnamento sconosciuto (Astrolabio, 1978). Chiunque abbia avuto esperienza diretta di un qualsiasi gruppo della Quarta Via, la via dell’uomo astuto, non può non riconoscere – per quanto riproposti entro una deriva parodistica, paradossale e depistante – l’essenza degli incontri periodici tra maestro e allievi, degli esercizi, delle prove da superare, della presenza cosciente, della ricerca di quel centro di gravità permanente, che il libro si guarda bene da nominare come tale. Credo che con i due romanzi di René Daumal, La Gran bevuta (Adelphi, 1997) e Il Monte Analogo (Adelphi, 1991), questo di De Maria sia il testo che più lontano si spinge nel tentativo di ricreare il senso di quel processo ineffabile, alchemico e psicologico, che Daumal chiamava la Guerra santa. De Maria è altrettanto esplicito: “(…) abbandonai quelle inutili ingiunzioni della volontà e lasciai che la mia attenzione cadesse su una parte del mio corpo. Mi sentii io stessa divenire quella parte. E poi appena mi accorsi che una nuova pace era discesa in me, lasciai che le mie orecchie raccogliessero i suoni ed i rumori che aleggiavano lì attorno. Persi così all’improvviso la percezione dei miei desideri e mi sentii smarrire in quella sonora vastità (…)” e più avanti: “l’estraneazione dai ritmi meccanici e mercificati siete riusciti abbastanza ad ottenerla (…) Ma è fuori che occorre anche sapere dissociarsi dai propri condizionamenti, non solo qui sotto la mia vigilanza (…) Rifarete l’esercizio che vi ho dato (…)”. Ovviamente De Maria unisce all’esoterismo la sociologia e legge il percorso ascetico trasgressionista come infrazione costante alle regole meschine imposte dalla società, al nostro condizionamento supino all’obbligo di rispettarle: una volta compiuto il Grande Salto, superata la prova più difficile che ognuno troverà da solo, l’Angolo Giro ci riporta nella società senza che ci sia più bisogno di infrangere alcuna regola, perché siamo giunti oltre.

In questa ellittica dimensione iniziatica, il romanzo risulterà probabilmente più chiaro che agli altri solo a chi ha condiviso simili tensioni, ma tutti indistintamente apprezzeranno la poesia dell’epilogo in appendice, l’apologo finale sull’impossibilità del ritorno di chi è andato: Tersite, il guerriero brutto e ribelle bastonato da Odisseo, nascosto,sfugge le navi dei compagni dirette in patria e resta solo ad aggirarsi per la vinta e distrutta città di Troia, contemplandone le rovine ancora fumanti in mezzo alle ombre vaganti dei guerrieri caduti, nell’incombere della notte.

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Poesia che affiora dalla prosa

Mariana Leky, Quel che si vede da qui, tr. Scilla Forti, Keller editore, pp. 336, € 18,00 stampa

di ELIO GRASSO

L’editore di Rovereto ha con sé un grande presente per allestirvi la mitologia editoriale del futuro. Sembra inizio drammatico per una recensione, d’altra parte se vogliamo contrastare le attuali ridotte figure in ambito letterario non abbiamo scelta. I soliti benpensanti possono presumere, bontà loro, che influenzi la caratura grafica di ciascun libro. Non sbagliano. La giusta fama talvolta si accresce a causa di apparizioni inconsuete sui banchi delle librerie, sui tavoli dei nostri studi, di cucine e salotti. Progetti grafici ammirevolmente propizi al contenuto in essi confezionato. È il caso di Keller, che sa trovare saggi, reportage e romanzi là dove l’Europa sembra dimenticata o al più vista come uno scheletro disastrato. Sarà anche vero ma ci sono ancora nazioni al cui interno nascono e producono scrittori capaci di scoprire, o scoperchiare, realtà a noi ignote. O raramente conosciute. Keller ha lavorato sulle traduzioni fin dall’esordio, avvenuto in Trentino (con piena vista di stupendi filari di viti) nel 2005 con particolare attenzione verso il reportage narrativo, la narrativa d’invenzione e memorialistica, sostando fuori e dentro confini che, a dirla tutta, riguardano sempre più i popoli affacciati sul Mediterraneo. Autori come Herta Müller, Max Blecher, Ota Pavel, Jacek Hugo-Bader, Aglaja Veteranyi, Jo Lendle, Arno Camenisch, hanno segnato profondamente il catalogo fin dagli inizi. E su questa rivista se n’è ampiamente scritto.

Ora tocca a Mariana Leky, autrice molto nota in Germania soprattutto con questo romanzo salito ben presto nella categoria dei bestseller. Quel che si vede da qui è popolato di personaggi lievi e divertenti, le cui gesta avvengono in un paesino del Westerwald, verde quanto lo sono i pensieri della bambina Louise, voce narrante che diventa adulta nella seconda parte del romanzo. Gli incroci generazionali e spirituali, le divinazioni, dentro a questo piccolo mondo, piccolo ma interessato ai grandi eventi universali come la nascita e la morte, sono il tessuto cortese del libro. E scortese sarebbe descriverlo qui enumerando la serie degli eventi. Ma non è indifferente sapere che la nonna di Louise ha il potere di prevedere la morte, non si sa di chi, all’interno del paese nel momento in cui a lei appare in sogno un animale strano, fantastico, composto dalla somma di altre bestie: l’Okapi, così chiamato, si aggiunge allo zoo delle creature inventate dalla letteratura nel corso dei secoli.

Ma non è lui il protagonista. L’agitazione s’impossessa di parenti e amici, tutti in attesa di ricevere la notizia di una morte e delle sue modalità, poiché i fatti mutano ogni volta, come le relazioni amorose e le amicizie che interessano la bizzarra comunità e che in un attimo possono ribaltare vite e destini. La scrittura di Leky sa bene come tirar fuori il senso del meraviglioso osservando minuziosamente i battiti di ciglia di bambini e adulti, nei loro folti incroci esistenziali. La poesia affiora a ogni pagina senza alcuna leziosità, o frivolezza, anzi potremmo dire che proprio al centro di essa si scorge il cuore dignitoso di una tragedia annunciata e ripetuta quando nessuno se lo aspetta. Nel frattempo qualcuno desidera baciare, altri ignorano questo desiderio, i bambini diventano adulti, l’aria si oscura e si rischiara a seconda del volume di preoccupazioni, altri contemplano la bellezza della natura e l’affettuosità insita nel cibo. Ma l’okapi si materializza nel sonno, e qualcuno se ne va. Una specie di roulette che accompagna il tempo e le epoche di quel paesino per certi versi sede della storia tamburellante dell’umanità. E se insolita la crediamo, è perché siamo avvezzi a creare disarmonie nella concordanza indifferente della natura.

Sarà un’ironia irrispettosa, ma ogni volta si ripete quando la morte sconvolge gli equilibri di quel giro d’amicizie e amori, più o meno conosciuti, più o meno irrisolti o francamente compresi. I sogni in fondo sono poco importanti, in questo romanzo valgono di più le scarpe giuste ai piedi giusti e la visuale filosofica che se ne ha, aggiudicando al corpo il suo valore fondamentale, cioè quello della ricchezza emotiva, vero motore delle cellule e dispensatrice di rigore linguistico. È quest’ultimo a definire la rapinosa levità dell’opera (diamo merito alla traduzione di Scilla Forti, il cui valore non è ignoto a tale riuscita), donato dall’autrice ai personaggi mentre si ritrovano a passeggiare per il paese meditando sulle sorti proprie e del mondo. Mondo che dovrebbe concernere noi lettori, a stretto giro di posta. Okapi permettendo.

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Lo scrittore dell’abisso

William Hope Hodgson, Terrore dagli abissi,tutti i racconti di mare 1, Hypnos Edizioni, pp. 325, euro 21,90 stampa
William Hope Hodgson, Acque profonde, tutti i racconti di mare 2, Hypnos Edizioni, pp. 388, euro 21,90 stampa

di WALTER CATALANO

William Hope Hodgson (1877-1918) ha avuto la sfortuna di morire troppo presto per essere conosciuto quanto meriterebbe. Centrato in pieno da un colpo d’artiglieria nella quarta battaglia di Ypres, durante un’azione di salvataggio, a pochi mesi dalla fine del conflitto, Hope era già stato ferito gravemente nel 1916 e avrebbe potuto prestare servizio nelle retrovie se avesse voluto. Ma un coraggio che sconfinava nella spericolatezza non gli era mai mancato: si era temprato per otto anni navigando in giro per il mondo, imbarcato a quattordici come mozzo e proseguendo la carriera marittima fino al grado di sottufficiale, per abbandonarla nel 1901; appassionato di fotografia si esponeva sulle navi a condizioni atmosferiche proibitive per scattare straordinarie istantanee durante tempeste e uragani (in seguito avrebbe usato tutto questo materiale per tenere cicli di conferenze in giro per la Gran Bretagna); aveva salvato un compagno caduto in mare gettandosi a nuoto in acque infestate dagli squali; il suo volto carino, quasi da fanciulla, lo aveva reso oggetto delle violenze sessuali dei marinai più anziani e aveva dovuto costruirsi faticosamente un fisico possente e un solido allenamento atletico mirato all’autodifesa praticando pugilato, culturismo e arti marziali; abbandonata la navigazione, aveva fondato una scuola di cultura fisica a Blackburn dove addestrava anche la polizia locale. Nel 1902, ancora a Blackburn, raccolse la sfida di Harry Houdini in tour attraverso l’Inghilterra; il “mago dell’evasione” (che 22 anni dopo avrebbe avuto a che fare anche con un altro fantasista horror: H. P. Lovecraft) offriva 25 sterline a chi fosse stato in grado di legarlo tanto strettamente da impedirgli di liberarsi. Hodgson propose che le manette fossero di sua proprietà e che fosse lui a piazzarle; se avesse vinto l’importo sarebbe stato devoluto all’ospedale di pronto soccorso della città. Houdini accettò e fu messo in serie difficoltà: ne uscì dopo più di un’ora con polsi e braccia sanguinanti e vestiti a brandelli, dichiarando che in quattordici anni di attività non era mai stato trattato tanto brutalmente. Hodgson fu accusato di avere truccato le chiusure dei ferri e di mancanza di sportività per non aver concesso all’avversario dieci minuti di allentamento dei legami per ripristinare la circolazione del sangue negli arti. Forse, anche a causa di questa pubblicità negativa, la sua palestra entrò in crisi e l’attività fallì. Trasferitosi in Francia con la famiglia, per sbarcare il lunario, Hope iniziò la sua carriera letteraria nel 1903, dapprima dedicandosi ad articoli sulla cultura fisica e poi alla narrativa.

In questo campo Hodgson fu autore innovativo e originale nei registri del fantastico e del weird che seppe articolare essenzialmente in tre direzioni: l’horror cosmico dei suoi romanzi maggiori, La casa sull’abisso (1908) e La terra dell’eterna notte (1912), che profonda influenza avrebbe avuto su H. P. Lovecraft e tutti i suoi seguaci; il mystery sovrannaturale, con i racconti dedicati a Thomas Carnacki, l’ennesimo detective dell’occulto da affiancare al Martin Hesselius di Le Fanu, al Jules De Grandin di Seabury Quinn, all’Harry Dickson di Jean Ray, al Principe Zaleski di M.P. Shiel, al Van Helsing di Bram Stoker, ma soprattutto al Phisician Extraordinary per antonomasia, il contemporaneo John Silence di Algernon Blackwood. A differenza di questi ultimi, però, Carnacki, mantiene un piglio ironico e disincantato nei confronti del fantasma di turno che disinfesta utilizzando, a preferenza delle arcane conoscenze esoteriche, strumenti parascientifici di ispirazione assolutamente positivista come il pentacolo elettrico (innovazione di quelli tradizionali dei grimoire), la barriera cromatica e altre affini diavolerie metapsichiche della Seconda rivoluzione industriale. Infine si annovera il weird marinaresco, nella tradizione del “Manoscritto trovato in una bottiglia” e del Gordon Pym di Poe, dei suoi romanzi Naufragio nell’ignoto (1907), I pirati fantasma (1909) e della gran parte dei suoi racconti.

Proprio a questa più corposa porzione della narrativa hodgsoniana l’infaticabile Hypnos Edizioni di Andrea Vaccaro, ha dedicato tre volumi (due dei quali già usciti nel 2015 e nel 2018) che la raccolgono nella sua interezza, tradotta da Elena Furlan, ordinata cronologicamente e corredata da un apparato critico approfondito curato da Pietro Guarriello. Qui il lettore potrà sbizzarrirsi incrociando aberrazioni venute dal profondo e fantomatici relitti nell’infestato Mar dei Sargassi, che Hodgson ha saputo rendere vero e proprio luogo geometrico dell’orrore, come il New England teratogeno di Lovecraft, un mare immobile, come lo chiama l’autore, “la cui reputazione oscura – ci ricorda Guarriello in un suo saggio di approfondimento nel secondo volume – fiorì tra i secoli XVII e XVIII prevalentemente a causa della mancanza di venti e di maree che spesso lasciavano alla deriva le navi intrappolate tra i grandi banchi galleggianti di Sargassum, le alghe che danno il nome a quella parte di oceano. La sua posizione si colloca all’interno del famigerato Triangolo delle Bermude”. E a questo punto non c’è molto da aggiungere se non buona lettura!

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