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Amore e formazione nei campi di cotone

James Still, Chinaberry, tr. L. Crescenzi, Mattioli 1885, pp. 255, euro 16,00 stampa

di ROBERTO STURM

Dopo Fiumi di terra, un romanzo uscito nel 1940 negli Stati Uniti e paragonato a Furore di Steinbeck, che narra la vita nomade di una famiglia costretta a spostarsi per seguire il lavoro nelle miniere di ferro e raggranellare un salario appena sufficiente a sopravvivere, l’editore Mattioli 1885 ci presenta un altro romanzo di James Still, Chinaberry, su cui l’autore ha lavorato dagli anni Ottanta fino alla sua morte, avvenuta nel 2001.  Il romanzo è stato pubblicato postumo, grazie alla cura di Silas House, che capì subito di trovarsi di fronte a un testo di rara bellezza.

Il ragazzo protagonista e narratore del romanzo – di cui non sapremo mai il nome, solo che ha undici anni ma ne dimostra sei – si trasferisce dall’Alabama al Texas per lavorare nei campi di cotone. La sua famiglia numerosa ha bisogno di altre entrate, il padre è un medico dei cavalli, un veterinario, e decide di farlo partire con un amico di famiglia a cui lo affidano, Ernest Roughton, e altri due fratelli che non fanno altro che scherzare e prendere in giro il prossimo. In ogni paese in cui si fermano gli dicono che sono in anticipo sul raccolto, che il cotone non sarebbe stato pronto prima di una settimana ma un proprietario terriero, Anson Winters, dopo aver visto e avvicinato il ragazzo, offre loro lavoro. Si scoprirà subito che il proprietario terriero ha perso la prima moglie durante il parto e il figlio, che soffriva di una grave malattia respiratoria, quando era ancora piccolo. Vive in un ranch, insieme alla sua bellissima seconda moglie, Laurie, che si era invaghita di lui a dodici anni e non avrebbe sposato nessuno se non si fosse presentata l’occasione con Anson. L’affetto e le attenzioni della coppia verso il ragazzo sono immediate, per Anson diventa il sostituto del figlio morto, per la moglie la soluzione per far tornare il marito alla vita. Così il ragazzo si trova catapultato in una realtà diversissima dalla sua, e, pur sentendo la nostalgia di casa, si abitua presto alla vita comoda del ranch.

I mesi che trascorre in Texas sono un periodo di formazione e fonte di curiosità: le storie che sente raccontare da Anson, i ricordi di Laurie, lo stile di vita differente, la vicinanza di persone diverse dai membri della sua famiglia, i genitori e i tanti fratelli e sorelle, aprono nella mente del ragazzo nuove prospettive e una voglia di sapere che non aveva mai provato. Accanto a questo, con l’ausilio dei tanti protagonisti, Still analizza vari tipi di amore: quello incondizionato di Laurie per Anson, quello di quest’ultimo per la prima moglie, il figliolo morto e il ragazzo narratore, l’amore tra sorelle e fratelli, tra genitori e figli in un succedersi di emozioni che inchioderanno il lettore al testo.

Scritto con una prosa chiara e lucida, con uno stile diretto quanto sontuoso, Still entra nella psicologia dei personaggi con estrema facilità, adeguandoli a una storia che spazia tra due Stati, tra due famiglie di diversa estrazione sociale, tra vita agiata, il lavoro nei campi e domestici neri con una delicatezza e una sensibilità che rendono la lettura una piacevole incursionenella grande letteratura. Sono molti gli spunti autobiografici dell’autore, che miscela con maestria memoria e fantasia per scrivere un testo che fa parte della grande narrativa statunitense.

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Enigma a tre

Roberto Bolaño, La pista di ghiaccio, tr. Ilide Carmignani, Adelphi, euro 17,00 stampa, 8,99 e-book

di FRANCO RICCIARDIELLO

Quando Roberto Bolaño Ávalos muore all’età di cinquant’anni, nel luglio 2003, lascia tutti i diritti sulla propria opera alla moglie e ai figli minorenni; raccomanda che il monumentale 2666 (Adelphi, 2009), forse la sua opera più interessante e conosciuta, venga pubblicato in cinque parti distinte e successive, in modo da garantire un gettito economico alla famiglia. Tuttavia gli eredi e l’editore, ragionando sull’alto valore letterario del lungo romanzo, decisero di soprassedere alla volontà dell’autore e pubblicarlo in volume unico. L’edizione postuma di 2066 fu soltanto la prima puntata di una discreta serie di opere inedite trovate nei cassetti di Bolaño e mandate alle stampe, quasi tutte di valore letterario nettamente superiore alla media del mercato e già pronte in una stesura definitiva.

Da qualche anno l’editore Adelphi ha intrapreso la ripubblicazione e una nuova traduzione di tutta l’opera di Roberto Bolaño, apparsa originariamente in Italia da Sellerio. Il ritmo è più o meno un titolo l’anno: nel 2018 è toccato a Lo spirito della fantascienza (titolo mai passato dalla casa editrice palermitana, perché si tratta di una delle ultime “riscoperte” tra gli inediti), quest’anno è invece uscito il giovanile La pista di ghiaccio, a quindici anni dalla prima edizione, e nella nuova traduzione di Ilide Carmignani (la precedente era di Angelo Morino).

La pubblicazione originale del romanzo in spagnolo risale al periodo in cui l’autore, esule dal Cile dopo il colpo di stato militare, vive in Catalogna; dopo diversi, infruttuosi tentativi di pubblicazione concretizzati in edizioni minori e a scarsa circolazione, Bolaño ha quarant’anni e vive a Blanes, una località balneare della Costa Brava, insieme alla moglie Carolina López. Sono trascorsi quasi dieci anni dall’uscita del suo ultimo libro, oggi noto con il titolo Monsieur Pain; non si può quindi parlare di un periodo soddisfacente per lo scrittore, dopo gli anni difficili in cui è riuscito a malapena a mantenersi nella città di Girona, grazie a premi in denaro conquistati in piccoli concorsi municipali: per esempio il premio Ámbito Literario per il romanzo Consigli di un discepolo di Morrison a un fanatico di Joyce (Sellerio, 2007), e il premio Félix Urabayen con La senda de los elefantes. Anche il romanzo La pista di ghiaccio vince il premio letterario Città Alcalá de Henares, e viene di conseguenza pubblicato in un’edizione dalla tiratura molto limitata dalla fondazione Colegio del Rey; per fortuna ne viene rapidamente riconosciuto il valore e il libro viene ristampato dalla prestigiosa editrice catalana Seix Barral e, contemporaneamente, da un editore cileno.

Questo testo, la cui travagliata composizione si può collocare tra il 1986 e il 1989, riprende alcuni temi e ambientazioni di altre opere contemporanee, generalmente pubblicate postume: prima di tutto il bellissimo Il Terzo Reich (Adelphi, 2011), scritto nello stesso anno e con la stessa ambientazione, le località balneari della Costa Brava durante l’estate, ma anche il giovanile Anversa (Sellerio, 2007).

La vicenda, suddivisa in capitoli compatti che come scelta stilistica non sono separati da paragrafi (non esiste il punto-a-capo nel testo), è narrata in prima persona singolare da tre punti di vista che si alternano: il messicano Gaspar Heredia, che lavora come guardiano notturno in un camping catalano (mestiere esercitato anche da Bolaño tra il 1978 e il 1981 a Castelldefells); il proprietario del campeggio, Remo Morán, esule cileno nella città costiera di Z., in Costa Brava e alter-ego di Bolaño; il funzionario comunale Enric Rosquelles, braccio destro della sindaca socialista di Z., Pilar. La trama ha il ritmo e la forma di un giallo con delitto, in cui ogni protagonista fornisce la propria versione della vicenda: le loro voci non sono assimilabili a flussi di coscienza, bensì a testimonianze rese, nel corso di un’indagine, ma mantenendo la libertà della confessione personale.

Rosquelles si innamora di una giovane pattinatrice su ghiaccio di fama nazionale, Nuria Martí, esclusa dalla squadra olimpica. Come dono d’amore, il funzionario manipola la ristrutturazione pubblica di una dimora storica, costruendovi all’interno, all’insaputa della sindaca, una grande pista di pattinaggio su ghiaccio dove la ragazza possa allenarsi in segreto.

Nuria, che non sa di approfittare di una proprietà pubblica, mantiene intanto di nascosto da Rosquelles una intensa relazione con Remo Morán. La vicenda è complicata dall’infatuazione del guardiano Gaspar per una giovane senza fissa dimora, che si nasconde nell’edificio dove si trova la pista di ghiaccio.

L’evento che fa incontrare i tre intrecci è un omicidio. Non si tratta tuttavia di una classica storia di detection dal momento che non vi è una vera e propria soluzione giudiziaria: il lettore però ha la chiave dell’enigma, cioè dal confronto dei tre punti di vista, e di ciò che i protagonisti non rivelano durante l’indagine.

La trama poliziesca è naturalmente solo un espediente per mantenere alta la tensione, per creare un nucleo narrativo intorno al quale intrecciare le vite dei protagonisti, il vero interesse di questo romanzo che non sfigura affatto rispetto alle prove della maturità letteraria.

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La rabbia altra faccia dell’amore

Barbara Garlaschelli, Il cielo non è per tutti, Frassinelli, pp. 255, euro 17,90 stampa, euro 9,90 ebook

di GRETA STURM

Emozioni e sentimenti contrastanti sono al centro de Il cielo non è per tutti, l’ultimo romanzo di Barbara Garlaschelli; rabbia e amore s’intrecciano a tal punto da sembrare indistinguibili, due facce della stessa medaglia che non permettono quasi di discernere l’uno dall’altra.

Storie di vite che sono anche le nostre, di esperienze che s’intrecciano per caso lungo la strada.

Tra i numerosi protagonisti, spiccano madre e figlia: Alida, una ragazzina cupa e ligia al dovere, cresciuta troppo in fretta in balia del “vulcano” Regina, che soffoca con la sua irrefrenabile rabbia ogni suo desiderio di ragazza, costringendola a vivere in un perenne stato di angoscia e paura.

Un padre che vede raramente e con cui non riesce ad avere un buon rapporto, e l’unico conforto nell’amato zio Christian, l’esatto opposto della madre. Regina combatte strenuamente per la sopravvivenza, senza riuscire a liberarsi dal peso del passato o a lasciarsi aiutare, in primis da Delia, l’assistente sociale che si è presa cura di lei e sua figlia da quando ha deciso di fuggire dal marito anni prima.

Tutto cambia quando Alida al parco incontra Giacomo, un tredicenne che cerca di fare i conti con un momento difficile che la sua famiglia sta vivendo. Il nonno Simone, uomo freddo e autoritario con cui erano stati costretti a convivere è appena morto. I suoi genitori stanno attraversando un momento difficile, la madre Anna cerca di stare vicino al marito Riccardo, mentre l’amato fratello Samuele si sta sempre più allontanando da lui, troppo preso dall’amicizia con Elia, un ragazzo più grande.

Più di una volta l’autrice mette l’accento sulla distanza tra il mondo degli adulti e quello dei bambini, reale e percepita. Spesso si dice che gli adulti si siano dimenticati di essere stati bambini, e come tutte le leggende ha un fondo di verità. Se è facile ritornare con la mente ai giorni dell’infanzia e dell’adolescenza, non lo è altrettanto ritornare a sentire davvero quelle emozioni.

La vita di tutti i giorni trascina gli adulti protagonisti in un vorticoso incedere che sembra non avere via d’uscita, troppo presi da se stessi per accorgersi dei sentimenti contrastanti dei propri figli e per cercare di comprenderne le ragioni. Allo stesso tempo i ragazzi cercano di capire i genitori, quasi come stessero guardando attraverso una fessura, nella speranza di cogliere qualche pezzo del complicato puzzle della vita adulta. Quel mondo però sembra ancora più spaventoso delle emozioni che si trovano ad affrontare in un momento di crescita cruciale nella loro esistenza.

L’abilità con cui l’autrice caratterizza i suoi personaggi fa sì che possiamo vederli prendere vita e muoversi attorno a noi, rimandandoci a eventi ed emozioni vissute che non ci rendono particolarmente orgogliosi di noi stessi.

Ciò che sorprende di più nella scrittura della Garlaschelli è la resa del trauma, un elemento che ritorna molto spesso nei suoi romanzi e che non è semplice rendere in maniera realistica e credibile. La vita di Regina è descritta perfettamente attraverso il ritmo del dolore che ha dovuto subire: un tarlo invisibile che mangia tutte le sue energie senza permetterle di trovare riposo, spingendola a sfogare tutto il suo veleno sulla figlia, rea soltanto di voler vivere una vita come quella delle sue coetanee. Regina però non è l’unica “antagonista” di questa storia, e di certo non l’unica ad aver subito un trauma. Come accade in ogni storia “vera”, tutti i personaggi hanno i propri peccati da nascondere o colpe da espiare.

L’autrice affronta temi importanti: l’adolescenza, l’amore, la depressione, la sessualità e moltissimi altri attraverso i tanti personaggi con le loro personalità ricche di sfumature in cui possiamo specchiarci, nei loro pregi così come nelle loro debolezze.

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Il Presidente Allende e il traditore Pinochet

Jorge González e Oivier Bras, L’ombra di Allende, tr. Chiara Rea, 001 Edizioni, pp. 128, euro 19,00 stampa

di DOMENICO GALLO

A un anno di distanza dall’edizione italiana del fumetto Gli anni di Allende di Carlos Reyes e Rodrigo Elgueta  (Edizioni Edicola), ecco un’altra graphic novel sullo stesso tema: lo scontro tra rivoluziona ri e conservatori che insanguinò il Cile degli anni Settanta. Gli autori questa volta sono l’argentino Jorge González e il giornalista francese Oivier Bras che dedicano a Salvador Allende e al suo rapporto con Augusto Pinochet un fumetto molto complesso, nel montaggio delle immagini e nell’articolazione della pagina, nella scansione temporale fino alle linee dei disegni ingannevolmente semplici, nei colori sfumati e nella composizione quasi onirica di alcuni paesaggi esterni.

Jorge González è noto in Italia per Cara Patagonia, Fueye. Il suono del Tango e Ritorno in Kosovo (2014), in cui ha affiancato il disegnatore Jakupi Gani.

Immediatamente L’ombra di Allende si presenta al lettore con una duplice immagine quasi profetica: in copertina il Presidente seduto su un prato, sereno con lo sguardo rivolto lontano, e alle sue spalle un corpo sull’attenti che proietta l’ombra minacciosa di un militare. In quarta di copertina, accanto al discorso che fu trasmesso da Allende dal Palazzo della Moneda alle 9 e 10 del mattino dell’11 Settembre 1973, il ritratto più inquietante e noto del dittatore: quello in cui indossa un paio di occhiali da sole.

I volti di Allende e Pinochet sono le icone della tragedia di una nazione che Jorge González e Oivier Bras  scandagliano attraverso la ricca struttura narrativa che interseca la campagna elettorale, gli anni del governo di Unidad Popular, il golpe e le vicende di un giovane cileno che si trova a Londra durante l’arresto del dittatore.

Il primo episodio avviene nella prigione di Pisagua, quando il senatore Allende affronta  il giovane tenente Pinochet che vuole impedirgli di visitare i detenuti politici comunisti. È il primo confronto tra i due, Allende è già un leader politico riconosciuto mentre Pinochet un oscuro membro della casta militare cilena, dietro di loro si proietta una nazione di forti contrasti tra una borghesia bigotta e conservatrice, e una classe lavoratrice povera, ribelle e molto idealista. Ma questo dualismo viene rappresentato, oltre che da stralci della vita dei due leader, dalla storia di un bambino che seguiamo fino a diventare adulto. All’inizio ha sette anni ed è nella sua casa in Sudafrica, figlio di immigrati cileni che conservano riconoscenti una foto del generale Pinochet; il bimbo segue rapito il mondiale di calcio del 1978 alla TV ed è ignaro del dramma ancora vivo nel suo paese che non ha mai conosciuto. La sua linea narrativa attraversa le due pagine affiancate, solcando la legatura e occupando l’intero spazio del libro, dando respiro a tutti i contrasti che il giovane progressivamente incontrerà nella sua vita fuori dal Cile. Sono contrasti tra i cileni che incontrano il padre e che hanno un aspro confronto con lui, sostenitore del golpe che avrebbe riportato l’ordine in Cile, parenti e amici che la repressione ha diviso. Una tensione che segue il ragazzo all’università e poi a Londra, dove il suo rapporto con gli esuli cileni allontanati dalla dittatura si fa più intenso. E il fumetto prosegue alternando aspetti diversi, montati ognuno in maniera originale; come la vita di Pinochet, a partire dall’infanzia, racchiusa in pagine singole da dodici riquadri, seguiti da un’immagine forte a tutta pagina, che riportano poi, in un montaggio parallelo molto cinematografico, squarci della vita personale di Allende.

Oltre alla perfezione formale della sceneggiatura e alla tecnica del disegno, la scelta dei colori e del tratto, la storia assume una sua dimensione linguistica e narrativa molto forte. Sono elementi che nel fumetto non possono essere separati; anzi è la loro  unità (come nel cinema) a fornire quel piacere della lettura che ci fa dimenticare l’origine differente dei diversi contributi. Ma L’ombra di Allende, oltre alla forza della Storia che ognuno di noi conosce, ruota in maniera del tutto originale intorno al tema del tradimento. Tradimento della tradizione democratica del Cile, tradimento della Costituzione e delle leggi, tradimento dei legami affettivi tra le persone che si schierarono all’interno delle famiglie in maniera opposta, tradimento dell’etica per la furia omicida del regime che si abbandonò all’omicidio sistematico e alla tortura; tradimento tra due uomini che, non dimentichiamolo, erano Presidente e Ministro dello stesso governo. Ed è proprio sul tradimento personale che la storia di González e Bras trova l’altra importante direttrice della narrazione, montando la scelta non scontata di Pinochet attraverso le pressioni piccole e grandi che si concentrano su di lui, fino a vincere le sue ritrosie e a renderlo uno dei peggiori criminali della storia umana.

 

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Lo sguardo delle parole

Alan Hollinghurst, Il caso Sparsholt, tr. Riccardo Cravero, Guanda, pp. 516, euro 17,00 stampa, euro 10,99 ebook

di ANDREA PORTANTI

L’autore de La biblioteca della piscina e La linea della bellezza riappare con l’ultima fatica, portando il lettore nel suo spazio-tempo narrativo: riconoscibile anche questa volta ma aperto a una più estesa e complessa prospettiva.

Il diciottenne David Sparsholt abbaglia tutti per la sua bellezza. Come per una sorta di contagio, il giovane e muscoloso canottiere, peraltro regolarmente fidanzato con Connie “una ragazza dall’aspetto prospero”, scatena il desiderio di un gruppo di giovani maschi intellettuali di Oxford. È il 1940, l’Inghilterra e il mondo sono in guerra; nei cortili del prestigioso college si organizzano veglie notturne per individuare gli aerei nemici, ma la tragedia collettiva lascia abbondante spazio alla “questione privata”: Everet Dax, figlio di un celebre romanziere, sarà la vittima predestinata della seduzione. David, il giovane adone, pare consapevole e in grado di approfittare degli eventi e la sua avvenenza, adeguatamente immortalata dal disegno di un pittore del gruppo, sembra altrettanto destinata a lasciare, insieme alla mancanza di scrupoli, un segno su ulteriori e futuri avvenimenti.

Gli eventi storici – lo sappiamo – travolgono, distruggono e ricostruiscono: un bravo romanziere della Storia fa emergere,  come uno scultore, le corrette proporzioni dei personaggi in relazione allo sfondo di un bassorilievo confezionato con precisione socio-antropologica. Nella sapiente e raffinata costruzione testuale di Hollinghurst, l’Inghilterra postbellica sembra dissolvere velocemente nell’epoca della “swinging London”, trapassare poi negli anni Ottanta della non nominata “Lady di ferro”, per giungere al qui e ora del mondo, per esempio, delle coppie di fatto.

Trascorrono i decenni infatti, ma David Sparsholt non solo non viene dimenticato: è diventato un caso. Padre di famiglia e imprenditore, risulta implicato in vicende legate a corruzione e scandali di natura omosessuale (sono molteplici le vie che conducono a ottenere favori!). L’ombra di tale padre seguirà costantemente anche la vita del figlio Johnny, gay dichiarato e ritrattista di successo per la classe sociale benestante e trendy d’oggidì.

Il caso Sparsholt, nella bella traduzione di Riccardo Cravero, si fa apprezzare per la qualità della scrittura, la complessità dell’intreccio e l’attraversamento descrittivo di epoche senza distogliere “lo sguardo delle parole” da un ossessivo oggetto del desiderio, soggetto di scandalo e motore della narrazione.

La divisione in cinque capitoli, ognuno dei quali quasi autonomo in sé e insieme perfettamente imbricato agli altri, scandisce un percorso dove personaggi, eventi e persino oggetti “di scena” costruiscono, con consumata perizia, narrazione e struttura testuale. Una serie di risonanze o assonanze narrative ne sono la prova: il primo capitolo, intitolato “Un uomo nuovo”, si conclude con l’indicazione che lo definisce “una narrazione mai letta per il Cranlley Gardens Memoir Club… rinvenuta fra le carte di… dopo la sua morte”; solo molte pagine dopo, il lettore saprà chi, dove e perché alcuni amici dei lontani anni di Oxford si riuniranno ad ascoltare la lettura condivisa di pagine scritte da qualcuno di loro. Ma non si legga solo come semplice “differimento” od ovvio e ritardato chiarimento di senso: Hollinghurst non rivela mai ciò che un lettore impaziente si aspetta, lo lascia deliziosamente soffrire e lo vuole capace e libero di immaginare e colmare alcune reticenze badando ai dettagli.

Efficacissima la sceneggiatura  – nel senso cinematografico più classico… parole scritte per essere filmate… – di un sopralluogo intorno a una villa chiusa da parte di due adolescenti (il figlio di David e l’amico francese): non si vede niente, la casa è chiusa, i ragazzi pare non riescano a distinguere nulla, anche se sono andati lì per cercare qualcuno, i lettori possono solo intuire qualcosa attraverso “il trascorrere di un’increspatura, il lento lampo di luce e ombra delle sottili lamelle di una veneziana…”.

Tantissimi, come si è detto, i dettagli significativi, gli episodi, le descrizioni, le inferenze che l’autore ci costringe a trarre (talvolta anche a rileggere per ri-collegare un nome a un accadimento di un precedente capitolo).  Necessaria parrebbe però una precisazione e assai significativa una… come chiamarla – indicazione di lettura interna al testo: il romanzo è un racconto strutturalmente e intenzionalmente ascrivibile alla letteratura gay. L’autore ne è uno degli illustri esponenti (La biblioteca della piscina è una sorta di cult in tal senso).

La capacità di narrare e usare il linguaggio trascende però il “genere”, e il “vero poetico” del testo, per dirla con Manzoni, consiste in ciò che, per bravura, fa traghettare il “vero storico” dalla parte della letteratura: quella “alta” più che quella di consumo, ammesso che abbia ancora senso usare una cosi obsoleta categoria.

Ancora più ” dentro” il testo spunta però un altro sentiero da percorrere, da svelare.

All’inizio del romanzo c’è un ritratto del bel David giovane, ritratto che ricompare, da qualche parte, quando è un anziano padre; tale immagine raffigurante il desiderio, icona della bellezza scolpita nel disegno, segnala la “cifra nel tappeto” esibita nel “corpo” stesso del racconto. Se a muovere gli eventi è l’iniziale apparizione di David, sarà la sua immagine, l’illusione di ciò che è e ciò che sarà a non abbandonare più la scena. Bellissimo e desiderabile, corrotto e corruttibile, immaginato e descritto.

Il figlio del bel David, guarda caso, diventa pittore, ritrattista alla moda addirittura, dopo aver conquistato una indiscussa professionalità. Johnny cresce e dipinge, fa esperienza della vita, si accoppia “naturalmente” con un uomo e convive con l’”imago” di un padre variamente raffigurato e dipinto; persino “in rete”: basta cliccare per vederlo, per vederne brandelli di immagine attraverso le parole.

Mentre porta a termine la committenza di un quadro di famiglia molto modaiola che, tra l’altro,”googla” (questa la scelta lessicale dell’autore!) le vicende del padre, Johnny, il ritrattista figlio di David, David Sparsholt, quello del caso Sparsholt, riflette sul senso della sua professione. Il narratore, esterno alla storia, così ne interpreta i pensieri: “Dopo trent’anni di mestiere conosceva benissimo il copione: parte servitore, parte intrattenitore, l’artigiano in visita con la sua umile superiorità, il suo talento, e di quando in quando quell’aria ispirata che li deliziava, li rassicurava, li teneva a distanza”.

Di chi Parla Hollinghurst? Del suo personaggio o di chi i personaggi li costruisce e li “dipinge”? Si rivolge ai suoi lettori e fa scivolare a terra un raffinato ritratto, forse, mettendoli al loro posto, quello di chi guarda una bella immagine, la osserva, ma si lascia anche guardare come può e come vuole.

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Di cosa è fatta la lingua della traduzione

Michele Sisto, Traiettorie. Studi sulla letteratura tradotta in Italia, Quodlibet, pp. 322, euro 22,00 stampa

di ALESSANDRO FAMBRINI

Di che cosa sono fatte le letterature nazionali, di che cosa è fatta la letteratura italiana? Il canone è chiaro, la risposta alla prima domanda evidente: di un corpus selezionato di testi prodotti sul territorio nazionale da autori nazionali nella lingua nazionale. Basta sostituire all’aggettivo “nazionale” quello “italiano” e abbiamo la risposta alla seconda domanda. Ma è davvero così? Spesso le lingue nazionali sono più di una, in Italia come altrove (dialetti, idioletti, minoranze linguistiche e così via), e anche l’italiano è tutt’altro che uno. La lingua di Gadda non è quella di Brancati, quella di Camilleri non è quella di Ferrante. Tutto questo è ovvio, anche se non è mai inutile ribadirlo. Ma esiste anche – e proprio di questo si occupa lo studio di Michele Sisto, primo volume di un progetto più ampio e articolato – “un altro corpus molto vasto, anch’esso in lingua italiana: la letteratura tradotta”.

Oggetto di altre discipline rispetto all’italianistica, pure la letteratura in traduzione agisce sull’humus della lingua (per non parlare di quello dell’immaginario) quanto e più dei testi prodotti in italiano, e come i testi in italiano è indice di uno stato della lingua che si fissa in un sistema letterario e al tempo stesso agente che quel sistema modifica e condiziona. Già Paola Maria Filippi anni fa, occupandosi delle traduzioni italiane del germanista Ervino Pocar (peraltro istriano, nato come non italiano, suddito dell’impero austro-ungarico: traiettorie dal confine al centro al confine, fine alla dissoluzione di ogni centro, appunto), postulava un’autonomia dell’“italiano traduttivo” come categoria culturale e linguistica a sé stante, un “sistema”, come lo definisce Itamar Even-Zohar, posto all’interno della “stessa rete culturale e verbale di relazioni che siamo soliti ipotizzare per la letteratura originale”.

Il volume di Sisto si situa su questa scia e approfondisce queste premesse attraverso l’analisi scandita in sette capitoli di altrettante presenze nel panorama letterario italiano: testi, autori, personaggi che in vari ambiti hanno concorso alla formazione di un repertorio, muovendo da altre culture e facendosi strada in Italia fino a impregnare di sé la nostra letteratura e a produrre effetti di eco, di corrispondenza, di ridondanza.

Il focus di Sisto è quello della letteratura tedesca ed ecco allora i primi due capitoli dedicati al capolavoro sommo (?) di quell’ambito, il Faust di Goethe, di cui si ripercorre la storia di ricezione italiana: dapprima “I primi mediatori”, coloro che individuano l’opera, la attraggono a sé, la mettono in relazione con il proprio sistema; e poi una “Breve storia delle edizioni italiane del Faust (1835-2018)”, in cui vengono presi in esame i tentativi di mediazione tra la complessità dell’edificio goethiano e le risorse che di volta in volta i traduttori mettono in campo in quella che spesso anche per loro, come per l’autore tedesco, è l’opera della loro vita.

E ancora: un capitolo dedicato alla vicenda dell’insegnamento universitario della letteratura tedesca in Italia, altra forma di mediazione tra lingue e culture (“Le prime cattedre di germanistica in Italia [1898-1915]”); la storia dell’eccentrica ricezione di un altro grande scrittore dell’Ottocento tedesco, Georg Büchner (“Georg Büchner nel campo letterario italiano [1914-1955]”); l’avventura della rivista Baretti e la figura di intellettuale che vi sta dietro, il poliedrico Piero Gobetti (“La genesi di un nuovo habitus editoriale. Piero Gobetti e la letteratura tedesca del ‘Baretti’”); una mappa della diffusione del romanzo e la testimonianza del suo farsi forma egemone nel corso del Novecento attraverso la sua presenza presso le case editrici italiane (“La consacrazione del romanzo. Traiettorie delle collane di narrativa straniera nel campo editoriale”); l’innesto della tradizione teatrale tedesca sulla scena italiana del Novecento attraverso figure fondamentali di traduttori, registi e imprenditori teatrali che aprono a una circolazione elettrizzante tra il campo letterario e la vivificazione della parola sulla scena (“Un repertorio per il teatro di regia. Paolo Grassi e i ‘tedeschi’ di Rosa e Ballo”).

Passando per la germanistica accademica, la critica più o meno militante, la politica editoriale, il palcoscenico, si ricava alla fine il quadro di una vicenda articolata e complessa nella quale si guarda come un gioco di specchi alla nostra storia e alla nostra tradizione letteraria, dalla quale certe presenze sono ormai imprescindibili. Il Kafka tradotto da Alberto Spaini è parte della letteratura italiana così come il Brecht di Strehler e Fortini è parte della storia del nostro teatro (ma questo potrebbe valere per molti altri esempi di altre letterature): e la mediazione di chi ha contribuito con il suo lavoro a queste operazioni ha il rango non solo di opera creativa, ma di tessera nel composito mosaico di un universo letterario che non conosce confini.

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Frammenti aguzzi per le vie di Belluno

Patrizia Valduga, Belluno. Andantino e grande fuga, Einaudi, pp. 128, euro 14,50 stampa, euro 7,99 ebook

di ELIO GRASSO

Nuovo libro di versi per Patrizia Valduga, dopo anni di silenzio anche se in lei il movimento della poesia e del pensiero non hanno certo taciuto, né chi la segue ha sentito un raggelamento delle intenzioni. La lingua corre più o meno veloce, ma giammai si ferma, soprattutto nella poetessa che non si sottrae alla voce che le scorre dentro lungo una “carriera” (chiedo venia per questo termine) in cui l’ispirazione non ha mai incespicato.

Gli anni trascorrono, l’uso della metrica, degli amori e degli odi, e delle città attraversate, fanno ancora parte del dono, così come la costante memoria per Giovanni Raboni, non un semplice ricordo, ma parola radicale dedicata a un poeta di forte passione etica e territoriale, di profondo connubio con “lombardità” e Milano.

Belluno, intesa come città, assume in Valduga le sembianze di uno schermo vitale, non soltanto per quel che riguarda un “Posto di vacanza” di sereniana memoria. Si tratta di un controtempo improvviso, l’irruzione di settenari e endecasillabi in quartine dove uno sbilanciamento umorale si fa sentire forte e chiaro, come una spira risvegliata dal sonno, e risalente l’atmosfera di quel cielo nordico, sovrastante il luogo prediletto.

Non accetta la forma resistente del poemetto quest’opera, bensì il florilegio di frammenti aguzzi e cristallini lanciati da Valduga in faccia agli infedeli. Figli di una scrittura minore e di irrilevanza intellettuale. Sa di chi parla, e a chi si rivolge, l’autrice, mentre avanza in veste nera per le vie di Belluno. Non il nero del lutto, ma quella particolare frequenza che s’esalta ingaggiando tenzone col coloristico mondo furfante. L’identità delle “teste di cazzo” fa parte del repertorio, sono ben visibili nei loro troppi paradisi fasulli: Valduga li mostra attraverso il suo passo deciso e sicuro, “sempre la stessa” perché diventata “come è” e quasi sempre vivente “tra spine e chiodi”.

La lingua in lei diventa inequivocabilmente sobria e lampante, sia fatta di litania o di fonetica impietosa – è una questione affrontata e risolta molti anni fa, attraverso il sangue e la melodia, le asperità formali e il velluto su cui tutte le cose e le ricerche si posano. Il conforto finale giunge infine quando l’invettiva, caritatevole o griffata di sfregianti colpi, si stempera nelle sette pagine dedicate a Raboni, incentrate sul valore morale del suo compagno umano e sapienziale. È il tempo del sodalizio che diventa solido tanto da gettarlo in faccia ai detrattori, a chi è precipitato nel gorgo dell’assenza di pietà. La lingua del singolo poeta, della poetessa Patrizia Valduga, non si sottrae ad alcuna stagione, porta sé stessa nella concretezza naturale – una difesa della poesia, in assenza totale di furtività, dall’intero dire controcorrente.

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Il Canone Beat. I’m talking about my Beat Generation

Allen Ginsberg, Le migliori menti della mia generazione. Lezioni sulla Beat Generation, tr. Sarah Barberis e Leopoldo Carra, Il Saggiatore, 2019, pp. 479, euro 38,00 stampa

di PAOLO PREZZAVENTO

Questo prezioso libro, a cura e con una Introduzione di Bill Morgan, si apre con una interessante Prefazione della poetessa Anne Waldman. Leggendo la Prefazione si capisce che il volume è il frutto di un lavoro enorme di trascrizione di decine e decine di lezioni sulla Beat Generation tenute da Allen Ginsberg presso alcune università. Da alcuni mesi Il Saggiatore ha pubblicato anche in Italia Le migliori menti della mia generazione, un’opera che consente di ricostruire la lunga attività di insegnamento svolta da Ginsberg presso la Jack Kerouac School of Disembodied Poetics (Scuola di Poetica Disincarnata Jack Kerouac), da lui fondata nel 1974 a Boulder, in Colorado, presso il Naropa Institute, la prima università buddista in Occidente, insieme alla stessa Waldman e a un’altra poetessa, Diane di Prima, cui si aggiungono le lezioni tenute dallo stesso Ginsberg a partire dalla fine degli anni Ottanta presso il Brooklyn College, lezioni che riguardarono soprattutto i suoi colleghi beat e alcuni aspetti della sua stessa poetica. Tutte queste lezioni venivano sistematicamente registrate. Soltanto una discepola devota di Ginsberg come Anne Waldman avrebbe potuto intraprendere questa impresa impossibile di sbobinare decine e decine di ore di registrazione, seguendo l’ondivago ragionamento di Ginsberg che si avvolge su se stesso e sembra quasi perdersi nei vari episodi della vita dei beat che vengono rievocati, eliminando le ripetizioni e condensando il tutto in un manoscritto di circa 2000 pagine. La revisione e la risistemazione di queste lezioni in base ai contenuti, agli argomenti e agli autori trattati, ha prodotto questo testo ora tradotto in Italia, che è di circa 500 pagine.

Il Naropa Institute e la scuola a esso collegata nacquero dall’incontro fortuito tra Ginsberg e il guru buddista tibetano Chogyam Trungpa Rinpoche. La leggenda vuole che i due si incontrassero del tutto casualmente davanti a una cabina telefonica, e da questa miscela esplosiva nacque uno dei più originali tentativi di unire la poetica della Beat Generation con la spiritualità buddista. Nel corso di più di vent’anni di attività come insegnante (1975-1997, praticamente fino alla morte), Ginsberg ebbe modo di ripercorrere le principali tappe del Movimento Beat in vista della sua definitiva canonizzazione, ripercorrendone le origini fin dai suoi primi sviluppi a Manhattan, tra la Columbia University e Times Square, con frequenti escursioni anche nella cosiddetta lower Manhattan, a Chelsea e nel Greenwich Village. In queste zone di Manhattan si aggiravano come squali, negli anni Quaranta, i primi eroinomani come Herbert Huncke, un amico di William Burroughs che ebbe un ruolo determinante nello sviluppo della filosofia Beat. Con il suo tipico linguaggio da tossico, Huncke continuava a ripetere “I’m beat”, che significava “sono rimasto senza soldi, sono rimasto senza droga, sono a terra, sono a pezzi, sono finito, fatto, sconvolto”, e a furia di ripetere questa espressione, i suoi amici più acculturati decisero di adottare quel termine per denominare il movimento culturale e spirituale di cui erano portatori.

Questo libro aiuta a capire ancora meglio quale è stato il ruolo di Allen Ginsberg come promotore delle carriere dei suoi amici beat Kerouac e Burroughs, arrivando negli anni Cinquanta addirittura a rieditare i loro testi e a metterli in contatto con gli esponenti dell’editoria più coraggiosi e sensibili alle novità, come Carl Solomon, che Ginsberg conobbe in manicomio, reduce da un esaurimento nervoso provocatogli dalle accidentate vicende editoriali dei romanzi Junkie e Queer di William Burroughs. Tra i tanti aneddoti gustosi raccontati da Ginsberg nel corso delle sue lezioni, vi è anche quello di una lettera delirante che lui e Solomon scrissero a T. S. Eliot, per fortuna mai spedita.

Il libro fornisce dei veri e propri sprazzi d’illuminazione che aiutano a chiarire la grandezza dei beat come scrittori, una grandezza che qualcuno ancora oggi mette in discussione. Ma ciò dimostra quanto vitale sia ancora oggi il Movimento Beat, quanti dei loro slogan e delle loro battaglie politiche e spirituali siano ancora attuali, quanto del loro messaggio stilistico, quanto del loro ritmo sia ancora oggi presente nell’opera degli scrittori e dei poeti contemporanei, anche se è indubbiamente vero che negli ultimi anni della sua carriera Ginsberg era diventato ormai la caricatura di sé stesso, la parodia di un guru….

Ginsberg nel corso delle sue lezioni al Naropa Institute citava pagine e pagine degli scritti di Kerouac per far comprendere agli studenti le affinità tra la scrittura del ragazzo angelico di Lowell e lo stile del jazz, e in particolare del bebop, lo stile di Lester Young, Dizzy Gillespie, Charlie Parker (per la cui morte Gregory Corso scrisse il bellissimo Requiem per “Bird” Parker, jazzista ) e Thelonious Monk con il suo “‘Round About Midnight, per far capire quanta importanza avesse il ritmo, ma soprattutto il respiro nella frase di Kerouac, quando se ne usciva con queste frasi lunghissime che facevano di lui il Proust statunitense, anche per il ruolo che i ricordi dell’infanzia e dell’adolescenza avevano nella sua scrittura. Oppure quando condensava le sue riflessioni in frasi brevissime che ti colpivano come un pugno in faccia: “Scrivo questo libro perché moriremo tutti”.  Ed è anche la dimensione spirituale e insieme stilistica dei beat, che emerge da queste pagine, a rendere questo libro così prezioso.

Un altro grande protagonista di queste lezioni è William Burroughs, che ha sempre rappresentato il lato oscuro e criminale del Movimento Beat, con interesse spasmodico per il mondo delle droghe, dei tossicodipendenti e dei fuorilegge in generale. Anche in questo caso, le lezioni di Ginsberg chiariscono alcuni aspetti fondamentali della poetica di Burroughs. Troviamo conferma in queste pagine del fatto che Burroughs, se non fosse stato aiutato dai suoi colleghi beat, sarebbe rimasto soltanto un originale e bizzarro intellettuale di Saint Louis irresistibilmente attratto dalla droghe, completamente perso nei suoi paradisi artificiali. Non sarebbe diventato insomma quel grande scrittore che ha intuito e forse addirittura creato alcuni aspetti inquietanti del nostro futuro. Senza l’aiuto di Kerouac, che ribatté a macchina il manoscritto di Naked Lunch, e senza l’aiuto di Ginsberg, che si trasformò in diverse occasioni in un vero e proprio agente letterario, il suo capolavoro e le celebri Lettere dello Yage non sarebbero mai stati pubblicati.

Anche in merito allo stile di Burroughs, Ginsberg ci offre alcune inedite  importanti indicazioni, come, per esempio, l’influsso del Chelsea Record Shop di Lower Manhattan che i beat cominciarono a frequentare a partire dal 1944 e di uno strano personaggio che ci lavorava, Jerry Newman, proprietario dell’etichetta discografica Esoteric Records. Newman, oltre a registrare Monk, Parker, Gillespie e altri musicisti bop, aveva in archivio moltissime registrazioni che avrebbero avuto un ruolo determinante nella elaborazione della tecnica del cut up da parte di Burroughs. La celebre routine burroughsiana dell’annunciatore sbronzo, a quanto pare, nasce grazie a Newman, da una sua registrazione di un vero annunciatore della BBC che, in preda a una sbornia colossale, comincia a parlare a vanvera. Il Dottor Benway – ci ricorda Ginsberg – è nato così.

Nel capitolo 18 Ginsberg ritorna su quello che è stato forse l’episodio più importante, l’episodio che costituisce una sorta di mito fondativo del gruppo (insieme alla tragica morte di Bill Cannastra nel 1950 e al tragico “incidente alla Guglielmo Tell”, durante il quale Burroughs uccise la moglie Joan nel 1951): l’omicidio perpetrato da Lucien Carr, un bellissimo ragazzo amico dei beat, una sorta di Rimbaud newyorchese, che presentò per la prima volta Kerouac a Ginsberg. Carr, in una notte del 1944, interamente passata a bere alcool, a discutere e a vagabondare in giro per Manhattan, uccise il suo amico ed ex insegnante Peter Kammerer che si era follemente innamorato di lui e lo perseguitava con le sue continue avances. Un omicidio a sfondo omosessuale che avrebbe ispirato il romanzo scritto a quattro mani da Kerouac e Burroughs, E gli ippopotami si sono lessati nelle loro vasche (titolo “rubato” da un articolo di giornale su un incendio in uno zoo), che sarebbe diventato con il tempo un vero e proprio patto di sangue tra i vari aderenti al Movimento Beat, rievocato anche a distanza di decenni dai vari protagonisti della sanguinosa vicenda. Da tutti tranne l’assassino, Lucien Carr, che dopo aver scontato la sua breve pena per l’omicidio Kammerer (gli vennero riconosciute numerose attenuanti), si trovò un posto fisso alla United Press International, diventò un marito modello e cercò di far dimenticare il suo passato.

Anche nel caso di Burroughs, Ginsberg riesce a condensarne la poetica in una frase in cui il vecchio Bill fa il verso al poemetto “The Love Song of J. Alfred Prufrock” del suo concittadino T. S. Eliot: “io ho imparato molto ricorrendo alla droga: ho veduto la mia vita misurata in pompette contagocce di morfina in soluzione.” Tra l’altro Ginsberg rivela, forse qui per la prima volta, che Burroughs fu molto influenzato nella sua poetica dalla traduzione di Eliot dell’Anabase di Saint-John Perse, un libro che Burroughs lesse più volte e consigliò ai suoi amici di leggere. Un libro che andrebbe riletto anche oggi molto attentamente per comprendere meglio i Beat e la poetica dello stesso Eliot.

In queste sue riflessioni ad alta voce Ginsberg mostra spesso anche una notevole dose di autoironia, soprattutto quando cita il giudizio di un altro grande del Modernismo, Ezra Pound, cui aveva inviato una lettera piena di ammirazione e di speranze. Nella sua risposta, il “miglior fabbro” liquidò l’intero Movimento Beat con un suo tipico commento sprezzante:

“Caro AG

Nessuno tra voi ha presente il benché minimo concetto di FATICA. L’ho detto chiaro in stampatello, cioè tutte le risposte alle tue – i Cantos non servono a niente a gente che scrive brevi componimenti.

E.P.”

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Dissonanze a Caracas fra luce e grigiore

Karina Sainz Borgo, Notte a Caracas, tr. Federica Niola, Einaudi, pp. 208, euro 17,00 stampa, euro 9,99 ebook

di EMILIANO MARRA

Il romanzo di esordio di Karina Sainz Borgo, giornalista venezuelana residente da molti anni in Spagna, è stato uno dei casi editoriali dello scorso anno: nel giro di poco tempo è stato tradotto in ventidue lingue e adesso anche in italiano. Come spesso accade, il successo del libro è dovuto soprattutto alla congiuntura fra l’ambientazione del romanzo e tematiche calde di stretta contemporaneità; nel caso specifico la deriva autocratica del Venezuela bolivarista e il collasso economico del paese. Anche il titolo italiano si muove in questo solco, risultando più ammiccante della versione originale (La hija de la española).
Considerando la potenzialità narrativa di ambientare un romanzo in un paese intrappolato in una spirale discendente di povertà, corruzione e violenza, il libro nasceva sotto i migliori auspici. Invece, purtroppo, la sensazione che rimane al termine della lettura è quella di trovarsi davanti a un’occasione mancata. Eppure l’opera ha diversi lati positivi e forse il problema sta nell’aver preferito la forma romanzo, quando un reportage narrativo sarebbe risultato forse più interessante e piacevole da leggere, anche alla luce dello stile letterario di Sainz Borgo: una prosa caratterizzata da frasi brevi e paratattiche, quasi secche.

Adelaida Falcón (la protagonista, proiezione dell’autrice) è una giovane donna di Caracas che sbarca il lunario lavorando a distanza per un editore spagnolo (in grado perciò di pagarla in euro). Qualche tempo dopo la morte della madre, si ritrova la casa occupata da un gruppo di borsaneriste legate al PSUV (Partito Socialista Unito del Venezuela) e la situazione degenera: dopo essersi rifugiata nell’appartamento della vicina (deceduta in totale solitudine), pianifica un rocambolesco piano di fuga dal Venezuela, incrociando il suo destino con quello di Santiago, fratello della sua migliore amica ed elemento di spicco nelle proteste universitarie contro il governo.

Il principale punto di forza del romanzo è soprattutto la rappresentazione di una Caracas sull’orlo della guerra civile, una capitale mondiale dell’omicidio in cui non ci si può fidare di nessuno, tanto meno delle forze dell’ordine corrotte e in combutta con i membri del partito, gli accaparratori e i gruppi paramilitari. Sainz Borgo non nomina mai il PSUV, e nemmeno Maduro o Chavez, conferendo così al racconto le tinte fosche e sospese di una distopia, pur essendo brutalmente realista nella descrizione d’ambiente. Anche la trama (pur con i suoi colpi di scena, tutto sommato prevedibili) presenta ritmo e una discreta coesione. Certo, questo sarebbe pienamente realizzato se la girandola di eventi iniziasse prima della metà del romanzo e il ritmo non fosse costantemente spezzato da continue analessi.

I flashback servono, da un lato, ad approfondire il rapporto fra Adelaida e la sua omonima madre, dall’altro a enfatizzare la differenza fra il Venezuela odierno, una nazione alla deriva in costante emorragia umana, e quello della prima infanzia della protagonista, un paese dall’economia solida e in grado di accogliere i rifugiati in fuga dalle dittature dell’Operazione Condor.

Ciò rende debole il romanzo perché le digressioni sono farraginose e concentrate soprattutto sulla relazione con la madre – e la rete di simboli che ne deriva – lasciando così sullo sfondo aspetti forse più interessanti da approfondire, come l’uccisione del futuro marito di Adelaida e il rapporto con Ana, la sua migliore amica. Inoltre, il confronto con il passato tende alla pedanteria e alla didascalia, quando sarebbe stato preferibile concentrarsi sulla rappresentazione allucinata del presente.

Nella dissonanza fra la luce accecante dei Caraibi e il grigiore di un paese che trasuda morte e carestia, invece, il romanzo funziona. L’atroce reggaeton come colonna sonora delle peggiori bassezze umane è una delle idee più riuscite del libro, come anche la suspense tesa del finale. Ridotta ai minimi termini, la storia scorre e potrebbe essere un buon soggetto cinematografico, ma la resa purtroppo non convince fino in fondo. Ad ogni modo, la brevità del testo, la buona qualità della scrittura e l’attualità dell’argomento sono già valide ragioni per la lettura, magari come spunto per approfondire la questione nei siti delle ONG di Caracas.

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L’autunno da dietro il doppio vetro

Halldóra Thoroddsen, Doppio vetro, tr. Silvia Cosimini, Iperborea, pp. 106, euro 15,00 stampa

di FRANCO RICCIARDIELLO

Doppio vetro racconta, in poco più di cento pagine, un paio di anni nella vita di una donna ultrasettantenne, rimasta vedova e che vive in un appartamento del centro di Reykjavík. I figli, adulti e sposati, vivono altrove, e i nipoti si trovano in quell’età in cui ritengono di non aver nulla da imparare dai nonni; la solitudine è perciò all’apparenza il tema principale, ma solo all’apparenza, perché la protagonista non indulge mai sulla propria condizione. Al contrario, il fatto di vivere relazioni personali rarefatte le permette di rallentare il tempo dell’esistenza e riflettere su aspetti che altrimenti sfuggirebbero alla sua attenzione.

I doppi vetri del titolo sono quelli installati alle finestre di qualsiasi abitazione del nord Europa, per proteggere gli interni domestici dalla rigidità del clima, e sono metafora di una certa distanza interiore rispetto al mondo. Al contrario di altre opere della letteratura nordica, questo romanzo non è scandito dall’inclemenza della natura o dal ritmo inesorabile delle stagioni; piuttosto la protagonista vive in una specie di perpetuo autunno, metafora della sua età e della sua solitudine. All’inizio della narrazione, la donna osserva dalla finestra i movimenti degli abitanti del quartiere medio-borghese di Vasturbær. Non sembra nutrire rimpianti per un’età più verde; si lascia andare ogni tanto a un dialogo silenzioso con l’amato marito Guðjón, morto da non molto tempo, dato che è perfettamente in grado di immaginare le risposte alle questioni che gli pone. Per esempio, come dovrebbe reagire alle imbarazzanti avances di Sverrir, il chirurgo in pensione che approfitta di ogni occasione per cercare un contatto con lei? È possibile immaginare alla sua età, certo non l’amore, ma una qualche sorta di piacere nella compagnia reciproca con una persona che ha abitudini completamente diverse dalle sue? La donna neppure tenta un confronto tra i due uomini. Giunta a questa età si permette però di interrogarsi sul significato del concetto di “uomo ideale”, e la conclusione a cui giunge è sconfortante: “Non che si sia fatta illusioni sull’uomo modello. Sempre che esista. Un tipo del genere, forse a causa di chissà quale errore evolutivo, è fondamentalmente un fascista. Lo percepisce chiaramente nei blog che di tanto in tanto legge. Da lì al culto dell’eroe il passo è breve.”

La narrazione è divisa in quattro capitoli, e organizzata in diverse unità narrative collegate da frasi estratte dalle riflessioni della protagonista; ed è da queste che ci rendiamo progressivamente conto che la storia non è genericamente ambientata in un Reykjavík contemporanea, anzi ha una collocazione temporale ben definita, durante la grave crisi finanziaria che ha portato l’Islanda sull’orlo del default, nel 2008. E così Doppio vetro non è una storia d’amore né un libro sulla terza età e la sua solitudine, ma la sintesi disincantata di un’intera esistenza, il tentativo di mantenere in vita nel ricordo un mondo in cui si è vissuti, con il fine di esorcizzare la morte che si avvicina, e che prende uno dopo l’altro tutti coloro che circondano la protagonista. È una vita su cui la scrittrice tenta una ri/costruzione di un mondo che la rapida modernizzazione liberistica e capitalista sta cancellando, o ha già cancellato, ma che rimane nella memoria comune, nella “visione condivisa” dice la protagonista, di tutti gli islandesi della sua età.

“Al di là delle condizioni personali più disparate, hanno tutti pasteggiato a pesce bollito con il sottofondo del radiogiornale, delle previsioni del tempo e del patriottismo. Indossavano reggicalze e camicie di nylon gelide pensando che così dovesse essere. Le loro stazioni cerebrali sono state sintonizzate sulla guerra fredda. Ricorda le lotte operaie nel vortice dell’inflazione, ricorda quando tutti si costruivano una casa, ricorda la felicità degli elettrodomestici, grosse carcasse rivestite in formica. Il loro tempo è trascorso, ma continua creare storie come ha sempre fatto.”

Doppio vetro è il primo romanzo della scrittrice islandese Halldóra Thoroddsen tradotto in italiano, anche se la sua produzione letteraria si compone di diversi romanzi, racconti, poesie e sceneggiature. Come molti autori appartenenti a letterature minori, soprattutto non anglofone, l’opera è stata tradotta grazie al programma Europa creativa dell’Unione europea. Doppio vetro ha vinto il Fjöruverðlaunin 2016, il premio per la letteratura femminile islandese, e l’anno successivo il premio letterario dell’Unione Europea, che consiste anche in un supporto per la promozione e la traduzione all’estero dell’opera. La scelta del titolo è senz’altro azzeccata, perché aiuta a diradare la foschia su quella che è forse la letteratura meno conosciuta d’Europa e sulla sua cultura.

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