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Nanni Balestrini. L’abbraccio di un lettore affezionatissimo

 

 

di GIUSEPPE GENNA

La notizia della morte di Nanni Balestrini, uno dei protagonisti decisivi degli ultimi sessant’anni di letteratura politica e vita culturale del Paese, è per me personalmente raggelante: ne sono agghiacciato. Probabilmente la prima volta che incontrai Balestrini fu trentasei anni or sono, quando io ero tredicenne. Ebbi il privilegio di osservare da vicino questo signore pacatamente incendiario e di apprendere le modulazioni di una barbarie della fantasia, scatenata a portare un costante assalto al cielo, sebbene non ignara delle lunghe ciclicità con cui la politica deve fare i conti, come tara di realismo e carburazione dell’azione. E in effetti si potrebbe inscrivere l’intera opera di Balestrini in questa polarità: da un lato il desiderio e la sua istituzione principale e contraddittoria, ovvero la pulsione, la quale è tesa ad abrogare qualunque istituto; dall’altro lato, il potere come vocazione, come target, come continua polemica, cioè come inesausto “polemos”, ovvero guerra. Il radicamento è nomade: ecco un grande insegnamento della letteratura in genere e di quella balestriniana in particolare.

I rapporti che Nanni Balestrini ha intrattenuto con la politica, con il linguaggio, con la psiche, con la storia, dicono che questo grande intellettuale ha scelto, da subito, di lavorare sugli universali, che sono sempre concretezze, entità ravvisabili all’opera nell’immenso lavorìo che la vicenda umana implica come modalità per enunciare il semplice fatto di esistere.

Da questo punto di vista, non sorvolando su nessuna delle opere impressionanti di cui Balestrini è stato autore, sarà forse il caso di scrutare i reali avversari che egli ha avuto modo di richiamare in tenzoni non abbastanza esplicite dal punto di vista storico: e sono due enormi artisti e intellettuali: uno è Pier Paolo Pasolini e l’altro è Carmelo Bene.

Gli obbiettivi polemici, trattati come nemici all’interno di protocolli da arte della guerra, non sono mai mancati a Balestrini e alla sua *cerchia*, a partire da quella congerie temporale e personale che fu il Gruppo 63: i nemici non se li trovava sulla strada che stava intraprendendo, ma proprio se li cercava. La lite permanente e la questione dell’egemonia, che Balestrini apriva come zona di creazione ininterrotta, ebbero invece nei più grandi artisti e intellettuali del nostro secondo Novecento, cioè Pasolini e Bene, un totem e un tabù, ovvero una polemologia, che non produsse nulla di quanto avrebbe potuto e dovuto un simile helter skelter intellettuale.

Il realismo di Pasolini era troppo fantastico per essere apprezzato dai neoavanguardisti, anzitutto perché era questione linguistica, prevalentemente mutuata da un confronto serrato con la peculiare metafisica del linguaggio espressa da Giovanni Pascoli, poeta equivocatissimo dalla neoavanguardia.

Carmelo Bene era l’antagonista più pericoloso, perché il discorso del desiderio, e sul desiderio, veniva declinato da e su francesi come Deleuze, che a Balestrini e ai *suoi* servivano e servivano come destrutturatori tutelari di ogni metafisica, mentre Bene li usava come utilizzava Kafka: per farla, la metafisica.

Al di là di questo concerto mancato, resta l’opera di Nanni Balestrini: è gigantesca. L’ingaggio politico non obnubila il fatto che, se una scrittura e un pensiero creano una scolastica, qualcosa significa, in termini di verità storica e penetrazione delle analisi e dell’espressione. Non si può prescindere da Balestrini, mai, e non si deve, quanto a pratica artistica della storia e interpretazione della medesima.

Ha fatto parlare il non-io, ovvero un automatismo, prevedendo di decenni uno stato dell’arte che stiamo vivendo attualmente. Ha scritto prima e meglio “Gomorra”. Ha stravolto ogni verifica dei poteri, prima che il potere finisse per delirare, applicandosi in continua verifica. Ha creato collettività, dal Gruppo 63 al Gruppo 93 ai Cannibali. Ha inventato “Ricercare”, luogo di aggregazione e sperimentazione della letteratura. Ha innovato sempre, sotto ogni cielo, da Parigi a Roma. Ha fatto la politica, ha fatto l’arte. Con “Le ballate della signorina Richmond” fece questo: mi spinse a diventare scrittore, questa probabilmente è una sua trascurabilissima colpa, ma per me è qualcosa. Ci insegnò a volere tutto. Vai ad averlo, Nanni, il tutto: ti raggiunga l’abbraccio di un tuo lettore affezionatissimo.

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Nel fallimento il sapore amaro della vittoria: Ombretta Romei intervista Joe Mungo Reed

Joe Mungo Reed, Magnifici perdenti, tr. Daniela Guglielmino, Bollati Boringhieri, pp. 251, € 17,50

di OMBRETTA ROMEI

Giovane e talentuoso, il londinese Joe Mungo Reed con un’opera prima di rara intensità ha conquistato, a pieno titolo, la maglia rosa dei campioni. E la metafora, apparentemente faziosa, non è affatto casuale. A gennaio è uscito Magnifici perdenti romanzo ambientato nel mondo del ciclismo che va a colmare un deprecabile vuoto letterario su uno sport inclemente a cui pochi scrittori, prima di Reed, hanno osato dedicare passione e disincanto (fa eccezione, a memoria di chi scrive, l’inglese James Waddington e il suo noir Duri da morire pubblicato da Meridianozero nell’ormai lontano 2001).

La “vittoria” di Reed inaugura un anno che va a celebrare due magnifici campioni del ciclismo italiano: Fausto Coppi, del quale ricorre il centenario della nascita, e Marco Pantani (tardivamente) omaggiato, a quindici anni dalla morte, con una piazza a suo nome nella natia Cesenatico. L’Airone e il Pirata. Vincitori e vittime. Così Solomon, gregario per indole e voce narrante di Magnifici perdenti, vede se stesso e i compagni di gara. “Felice nella massa” di corridori lanciati verso l’ambito traguardo, rifugge l’aura di eroe tragico. Al dodicesimo giorno dall’inizio del Tour de France – “la competizione sportiva più dura al mondo” – negli attimi di stasi concessi da un pazzesco rituale, Solomon ripercorre la propria giovinezza, la scoperta dell’amore, dell’appagamento nel matrimonio con Liz e nell’inattesa paternità.

Cercando “il ritmo perfetto”, nella vita come nel ciclismo. Imponendosi, asceticamente, allenamenti sfibranti per entrare nei ranghi dei professionisti veri, fino a piegarsi al diabolico compromesso della corruzione fisica e morale del doping. Infatti, come i capitani programmati per vincere, anche i gregari meno ambiziosi devono sottostare alle ferree regole di Rafael, mefistofelico direttore sportivo. Disposto a tutto, persino a coinvolgere Liz, genetista stimata per il suo lavoro di ricerca, nel folle piano di contrabbando di sostanze dopanti.

Un punto di svolta che conferisce al bel romanzo di Reed suspence e tensione drammatica: elementi indispensabili a trasfigurare un’ascesa durissima, una volata finale nel sacrificio di sé e dei propri sogni, nel fallimento che ha il sapore amaro della vittoria. Lezione, questa, che sembra accomunare ciclismo e scrittura, afferma Joe Mungo Reed, conversando affabilmente in un caffè milanese all’ora (letale) dell’aperitivo.

 

Filosofia, politica, scrittura creativa: come il ciclismo sposa e sintetizza queste tue inclinazioni?

Lo sport professionale per me è la questione chiave. Quanto siamo corpo, ovvero quanto siamo definiti dai nostri corpi, quanto siamo mente e quanto la nostra vita mentale sia collegata al nostro corpo fisico. Questo è stato un buon punto di partenza per il mio studio della filosofia, e capirlo soprattutto in relazione allo sport. Ovviamente gli sportivi hanno una grande forza fisica ma ciò, magari, va a discapito dell’armonia e dell’equilibrio mentale.

La mia carriera – confessa Solomon, protagonista di Magnifici perdentiè stata costruita poco per volta, grazie a programmi e pianificazioni, grazie alla fede nella mia preparazione. Come ha “costruito” Joe Mungo Reed la sua opera d’esordio?

Ho costruito la mia carriera di scrittore scrivendo delle storie molto, molto male. E continuando a scrivere male, male, male. Ma continuando, comunque, a scrivere. Penso ci sia un’analogia tra la scrittura e lo sport: vedi che sta succedendo, te lo vedi davanti agli occhi e pensi di poterlo fare, dopodiché ci provi e ti rendi conto che, in realtà, è molto difficile. E bisogna fallire, fallire continuamente per esercitarsi e arrivare a superarlo.

Cerchiamo il ritmo perfetto, al quale potremmo pedalare per sempre, risultato di un insieme di cose: la respirazione, la spinta, il pensiero. Anche la tua prosa ha il “ritmo perfetto”, da passista a scalatore. Ne sei consapevole? C’è stata volontà di adeguare con lo stile il soggetto del romanzo?

Grazie mille per questo complimento! Sì, ho fatto proprio quello che dici: volevo che la mia prosa fosse abbastanza rarefatta e, contemporaneamente, creasse una tensione. Il ritmo è anche il risultato del lavoro fatto da Daniela Guglielmino, la traduttrice, che ha voluto mantenere quella tensione, il ritmo stesso del romanzo e trovo che abbia funzionato bene.

Solomon, a differenza di altri compagni di gara, ama essere un gregario. E, forse grazie a questo, il suo punto di vista restituisce fedelmente al lettore il realismo crudo e, a tratti, surreale del grande circo mediatico che è il Tour de France. Il tuo “magnifico perdente” è un personaggio di pura fantasia o, per crearlo, ti sei anche ispirato a qualche ciclista più o meno noto?

L’ho inventato esaminando il ruolo dei gregari, persone che fanno tanti
sacrifici senza essere premiati. E, quindi, mi sono chiesto quale fosse la loro mentalità, perché esistono e lavorano tanto per diventare solo corridori mediocri, eppure sono così veri in uno sport come il ciclismo. Li ho osservati e poi ho immaginato la loro mentalità.

Il titolo originale del romanzo (We Begin Our Ascent) mi sembra evochi non solo i corridori in gara, la loro lotta nell’affrontare la salita. Dal momento in cui Solomon decide di abbandonare il Tour, il ciclismo, e confessare il doping a cui si è sottoposto anche lui e Liz dovranno lottare. Sei d’accordo?

Sì, c’è effettivamente una doppia accezione nel titolo.

Il finale aperto, poi, mi sembra rimandi al racconto di Cechov “La signora con il cagnolino”, citato nel tuo articolo Weird Details.

Mi hai beccato nel plagio! (ride) No, sto scherzando, sto scherzando. Sì, ho pensato veramente alla “La signora con il cagnolino”. È il mio racconto preferito perché sembra non accada nulla di importante e poi c’è tutta una vita da vivere dopo gli eventi narrati. Questa è la sensazione che volevo riprodurre.

Allenamenti, ritiri, dieta ferrea. Nel ciclismo, come nella boxe, il corpo dell’atleta è sottoposto a una mortificazione quasi ascetica. Il fine è una sorta di purezza, corrotta inevitabilmente dall’uso di sostanze dopanti. Quando, secondo te, il ciclismo ha perduto la sua innocenza?

L’idea che lo sport sia innocente è molto problematica. Quando sono nate le Olimpiadi, per esempio, non si poteva fare i vogatori se si apparteneva alla working class. Il nostro problema da spettatori è non capire che questo è proprio il lavoro degli sportivi professionisti e loro, ovviamente, farebbero il possibile per tenerselo, come farebbe chi ha un’occupazione qualsiasi. Noi abbiamo due pesi e due misure, e come spettatori vogliamo che gli sportivi si comportino come dei gentlemen vittoriosi, eppure diamo anche tutta la colpa al Ventunesimo secolo. Dunque è un dilemma un po’ difficile.

“Inutile avere una bici leggerissima se ti porti nell’anima un corpo che pesa come un macigno” ha detto Marco Pantani. Credi che lo stesso possa dirsi per il mestiere di scrivere?

Sì, probabilmente. Secondo me nella scrittura c’è un vantaggio. Ci sono tre categorie nel ciclismo: puoi salire o scendere le montagne, puoi essere uno di pianura oppure puoi fare il cronometrista. Nella scrittura, invece, devi scegliere semplicemente qual è il tuo punto di forza: dagli haiku ai romanzi epici ci sono molti più modi per svelare le tue debolezze rispetto alle sole tre categorie del ciclismo.

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Andrea G. Pinketts ricordato da Gianluca Mercadante e Andrea Carlo Cappi

introduce GIANLUCA MERCADANTE

«Non so sciare, non so giocare a tennis
nuoto così così
ma ho “il senso della frase”»

Parola di Lazzaro Sant’Andrea, o meglio: di Andrea G. Pinketts, che così apriva uno dei suoi romanzi più noti, Il senso della frase. E di senso della frase il buon Pinketts ne aveva da vendere – e altrettanto ne ha regalato a destra e a manca, attivissimo com’era sul fronte letterario, ben prima che la storica antologia einaudiana Gioventù Cannibale, a cura di Daniele Brolli, sdoganasse sul mercato editoriale italiano nella seconda metà degli anni Novanta una serie di nomi nuovi, interpreti di una narrativa allora diversa dal solito, fra i quali figuravano scrittori oggi alla ribalta quali Nicolò Ammaniti, Aldo Nove. E Pinketts.

Apparso in primissima battuta presso un editore misconosciuto che chiuse battenti, guarda caso, proprio in concomitanza con l’uscita del romanzo che ne avrebbe sancito l’esordio, Lazzaro Vieni Fuori gode tuttavia di una seconda e quasi immediata chance, ristampato e rilanciato in pompa magna da Feltrinelli nel 1991. Faranno seguito, presso il medesimo editore, Il vizio dell’agnello (1994), il già citato Il senso della frase (1995), Io, non io, neanche lui (1996), per poi passare a Mondadori che pubblicherà il quarto capitolo della saga dedicata al personaggio di Lazzaro Sant’Andrea, Il conto dell’ultima cena (1998).

Sono noir particolarissimi, contraddistinti da una scrittura rivelatrice di una verve letteraria schizofrenica e creativa quanto lo era la personalità di chi stava dietro quelle pagine, di chi viveva almeno in parte le tragicomiche vicende che vi si rappresentano. La Milano di Pinketts, e la fauna che la abita, si sorreggono gioco forza in bilico tra finzione e realtà, narrazione tout-court e autobiografismo. Ed è complicato incasellarne l’autore: la vena narrativa di Pinketts, la sua prosa, strabordante giochi di parole e sagaci osservazioni sull’universo umano, un’etichetta qualsiasi non gliela puoi affibbiare a cuor leggero. Attribuirgliene una è necessario a fini commerciali e basta. Che noir sia, perciò, ma spumeggiante come una buona birra, bevanda per altro molto apprezzata fra gli autori di genere, nonché da Lazzaro e da Pinketts.

La cui produzione letteraria naturalmente non si ferma al 1998, ma tutto questo e molto altro potete trovarlo con una semplice ricerca su Google, soprattutto dopo la prematura scomparsa, avvenuta a Milano il 20 Dicembre 2018, a seguito di un lungo periodo di malattia. Aveva 57 anni e anche questo lo troverete navigando in rete senza alcuna fatica.

Quello che non troverete ve l’abbiamo cercato noi, chiedendo ad uno dei suoi amici più cari e vicini, lo scrittore Andrea Carlo Cappi, milanese a sua volta, di comporre il ricordo umano di uno scrittore che con la propria cifra esistenziale ha plasmato il suo “io” letterario, il suo mondo narrativo, raccontando senza veli, ma con moltissimi velli, avrebbe detto lui, pregi e difetti di una società che viaggia veloce sotto i nostri occhi, incapaci di fermarne almeno per un istante un frammento.

Per quanto Milano corra, e si espanda, e muti aspetto ogni singolo giorno, lo sguardo di Pinketts l’ha invece ritratta con la minuzia di un provinciale che si sofferma sui piccoli dettagli, separando dal generale, magmatico caos dell’insieme qualcosa di così prezioso da poterlo raccontare. A lingua sciolta. Guidando nella nebbia, amava dire. Sapendo dove giungere, sì, ma mai, e doverosamente, come arrivarci.

In fin dei conti, chi ha il senso della frase può permettersi questo ed altro, «poiché, se lo possiedi, permette a una tua bugia di essere, se non creduta, almeno apprezzata».

Pinketts, l’uomo

ricorda ANDREA CARLO CAPPI

Per raccontare che uomo fosse Andrea G. Pinketts, cito un episodio  raccontatomi pochi giorni fa da una donna con cui ho vissuto a lungo e che ha condiviso con noi un’infinità di serate e trasferte. Una volta ha regalato a un amico in ospedale una copia di Lazzaro, vieni fuori e ha pensato di presentargli l’autore per telefono. Pinketts ha risposto cordiale, intrattenendo da par suo un perfetto sconosciuto per diversi minuti, come un vero, dice lei, “milanese col cuore in mano”.

Da anni sostengo che esistano due tipi di milanesi: i più noti  sono quelli che pensano solo a successo, denaro e vanagloria; in dialetto i baüscia. Poi ci sono i milanesi veri, umani e lavoratori. Pinketts pareva burbero, specie se di malumore, eppure il più delle volte era generoso, come ben sanno le centinaia di autori esordienti che gli hanno chiesto prefazioni, presentazioni, consigli. Poteva sembrare uno scansafatiche che passava le giornate al bar, ma in realtà faceva “lo scrittore” a tempo pieno.

Era uno dei pochi autori privilegiati in tal senso. Un po’ per essersi finanziato – a suo dire – “dilapidando l’eredità della zia Olghina”, un po’ per aver lavorato come giornalista quando la retribuzione era pari al suo talento, un po’ per il meritato successo editoriale, poteva permettersi uno stile di vita unico cui si dedicava con sorprendente senso del dovere. Al bar – da una cert’ora, Le Trottoir – leggeva ogni giorno quotidiani, settimanali, fumetti e almeno un libro; concedeva interviste e udienze; scriveva romanzi, racconti e articoli, sempre con un tocco di genialità e la sua Mont Blanc. Qualcuno poi glieli batteva al computer: lui lasciava ad altri i dettagli pratici, perché “se Napoleone avesse dovuto pensare alla dichiarazione dei redditi, non avrebbe conquistato l’Europa”. E  quasi tutti i giorni aveva eventi da presentare, nell’ambito di un’attività culturale continua, gratuita e altruistica cui negli ultimi anni Milano non faceva più molto caso, troppo impegnata a perseguire successo e denaro.

Aveva vissuto vicende così incredibili, specie come giornalista, che poteva mescolarle con noncuranza alle leggende che inventava su se stesso. A cominciare dalla data di nascita: per Andrea “Genio” Pinketts il 12 agosto 1961, per Andrea Giovanni Pinchetti lo stesso giorno nel 1960. Come nei suoi libri, era arduo distinguere realtà e fantasia. E qui emerge l’uomo dietro la maschera  pubblica.

Forse per la perdita del padre da bambino e di una figura paterna da adolescente, aveva una voragine affettiva perennemente da colmare, cominciando con l’intenso rapporto con la madre, continuo e fatto solo in apparenza di battibecchi. Ma Pinketts doveva sempre essere circondato da amici, amato da tutte le donne, adorato da lettori e spettatori, in una perenne ricerca di conferme. Il suo alter ego Lazzaro Santandrea (vale per molti di noi scrittori) era il portatore sano delle sue macchie e paure: quanto più Lazzaro era amato dal pubblico, tanto più si sentiva amato il suo autore.

Per questo, se l’amore veniva meno – per il timore di relazioni troppo serie, che spesso lo portava a romperle prima di perderle – o se per capricci editoriali un romanzo tardava a uscire, o quando temeva di non essere alla propria altezza, usciva l’artista maledetto. “Non posso essere un alcolista anonimo”, diceva, “semmai un alcolista famoso”. Ma non era, come si crede, un vero alcolizzato: reggeva benissimo, aveva un fegato eccezionale e una volta alla settimana non beveva né fumava per un giorno intero. Tanto che nel 2016 riuscì ad abbandonare senza problemi i superalcolici, ancor prima di scoprirsi un tumore all’intestino; e all’inizio del 2018 chiuse di colpo anche con birra e toscani quando gliene fu trovato uno alla gola. Ad averla vinta è stato un altro tumore che, simbolicamente, lo ha colpito alla schiena. Da morto, diceva anni fa, “voglio farmi cremare. Anzi, cromare.” Ma forse gli basta essere ancora ristampato, letto e soprattutto amato.

Bibliografia di Andrea Pinketts

1991 – Lazzaro, vieni fuori, Metropolis
1994 – Il vizio dell’agnello, Feltrinelli
1995 – Il senso della frase, Feltrinelli
1996 – Io, non io, neanche lui, Feltrinelli
1996 – Un saluto ai ricci, Il Minotauro (con Silvia Noto)
1997 – L’enciclopedia dei serial killer, 4 volumi, Pulp Press
1998 – Il conto dell’ultima cena, Giallo Mondadori n. 2738
1999 – E chi porta le cicogne?, EL
1999 – L’assenza dell’assenzio, Mondadori
2000 – Il dente del pregiudizio, Mondadori
2001 – Fuggevole Turchese, Mondadori
2002 – Sangue di yogurt, Mondadori
2003 – Nonostante Clizia, Mondadori
2004 – I vizi di Pinketts, Edizioni BD
2005 – L’ultimo dei neuroni, Mondadori
2005 – Laida Odius, edizioni BD (fumetto illustrato da Maurizio Rosenzweig)
2006 – Ho fatto giardino, Mondadori
2007 – La fiaba di Bernadette che non ha visto la Madonna, Edizioni Il Filo
2011 – Depilando Pilar, Mondadori
2012 – E l’allodola disse al gufo: «Io sono sveglia e tu?», Europa Edizioni (con Laura Avalle)
2013 – Mi piace il Bar, Barbera Editore
2014 – Ho una tresca con la tipa nella vasca, Mondadori Editore
2016 – La capanna dello zio Rom, Mondadori Editore

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I nostri libri dell’anno

E sottolineiamo nostri. Nessuna pretesa di oggettività; nessuna pretesa di compilare graduatorie o proclamare vincitori. Magari il vero Libro dell’Anno, quello che passerà alla Storia (con la S maiuscola), non è nessuno di quelli indicati in questa pagina; magari è un libro ignorato dalla critica; o forse no. 

Tutt’altro il nostro intento. Semplicemente per il giorno di Natale abbiamo pensato di fare un regalo ai nostri lettori: una ricca serie di consigli di lettura. Per questo abbiamo chiesto a tutti i nostri collaboratori di indicare quale fosse stato il loro libro dell’anno; quello, tra i libri letti, che li aveva colpiti di più, indipendentemente dal fatto di averlo recensito o meno per PULP Libri. Unico vincolo, che fossero opere pubblicate nel corso dell’anno, non ristampe. Ne è uscita una lista quantomai ricca e variegata; che del resto riflette un po’ lo stile della nostra Rivista, aperta a diversi concetti di letteratura, di stile, di lettura. Qualcuno, come vedrete, ha ritenuto di indicare un solo titolo; altri hanno indicato quelli che secondo loro sono il miglior libro di narrativa e il miglior saggio del 2018. Qualcuno ha anche voluto aggiungere un breve commento.

Buona lettura, quindi…

Silvia Albesano
Antonella Anedda, Historiae, Einaudi

«Pensarci senza pelle rende buoni.
Per il paradiso forse non c’è strada migliore
che ritornare pietre, saperci senza cuore.»

Silvia Arzola
Bernard Quiriny, L’affare Mayerling, L’orma editore

Carlo Baghetti
Luca Pisapia, Uccidi Paul Breitner, Edizioni Alegre

«Lo scrittore, con un gran lavoro sulla lingua e sulla forma (tra romanzo e inchiesta), racconta un mondo a tutti noto, quello del calcio, da vari punti di vista, sempre inediti. Più si conosce il calcio e più si resta stupiti della capacità dell’autore di pescare storie nuove e originali, oppure dare una lettura particolare (sempre impegnata, sempre schierata) ad eventi famosi.»

Davide Carnevale
Jeff Vandermeer, Borne, Einaudi

«Dopo la Trilogia dell’Area X, l’autore statunitense continua a mostrarci uno dei possibili futuri della letteratura fantastica, in quella riuscita commistione di scritture dell’immaginario a cui lo stesso VanderMeer ha dato il nome di New Weird

Walter Catalano
Elliott Chaze, La fine di Wettermark, Mattioli 1885

Gioacchino De Chirico
Daniel Mendelsohn, Un’odissea, Einaudi

Giovanni De Feo
Frances Hardinge, La voce delle ombre, Mondadori

Gaetano De Virgilio
Marco Lupo, HamburgLa sabbia del tempo scomparso, Il Saggiatore

Roberto Derobertis
Agota Kristof, Chiodi, Casagrande (poesia)

«Versi spezzati e in bianco e nero da un’Europa dolente. Una poesia abitata dallo sradicamento, dalla delusione e da un’umanità profonda e commovente.»

Roberto Ciccarelli, Capitale disumano. La vita in alternanza scuola lavoro. Forza lavoro II, manifestolibri (saggistica)

«Nei paesaggi del capitalismo contemporaneo, siamo tutti in alternanza scuola lavoro: ovvero in processi di eterna transizione lavoro/non lavoro, autosfruttamento e valorizzazione, in eterna valutazione.»

Elio Grasso
Mary B. Tolusso, L’esercizio del distacco, Bollati Boringhieri

«“Il passato appare quando vuole, vive come vuole, riesce solo a non morire”. In questa frase prende forma il pensiero che Mary B. Tolusso consegna al romanzo che ho scelto come opera narrativa dell’anno: L’esercizio del distacco, pubblicato da Bollati Boringhieri la scorsa primavera. L’attenzione è dovuta non solo per evidenti meriti compositivi. Nella Trieste immobile e segretamente algida tre ragazzi vivono in un seminario a due passi dal groviglio Balcanico: dentro una vertigine esistenziale che riporta agli odierni ordinamenti, sciupati e rabbiosi, dove la pietà non ha più residenza. Tolusso ha sulla spalla la cinepresa di Bertolucci prestata a una scrittura incommensurabile, in vista dei pericolosi confini innalzati come muri. Le tre anime adolescenti si muovono in frontiere geografiche e mentali, ognuna verso la sua sorte: i loro corpi attraversano gli ultimi decenni del Novecento e giungono agli anni Duemila. In una realtà che neppure le favolose particelle cosmiche – studiate dalla protagonista per darsi ragione delle sfasature spazio-temporali – potranno salvare. È la legge di questo romanzo: l’amore incondizionato e frontale verso gli sbalzi irresponsabilmente fortificati dei punti cardinali.»

Mariasilvia Iovine
Marcello Introna, Castigo di Dio, Mondadori

Martyna Kander
Zerocalcare, Macerie prime: Sei mesi dopo, Bao Publishing

Lorenzo Mari
Andrés Barba, Repubblica luminosa, La Nave di Teseo

Elisabetta Michielin
Ermanno Cavazzoni, La galassia dei dementi, La nave di Teseo

Marco Renzi
Gianluigi Simonetti, La letteratura circostante, Il Mulino

Valentina Marcoli
Leonardo Malaguti, Dopo il diluvio, Exòrma edizioni

Marco Petrelli
C. E. Morgan, Lo sport dei Re, Einaudi

«Il più potente, maestoso e originale apporto al Southern gothic degli ultimi anni.»

Stefano Rizzo

Hideshi Hino, Hell baby, Dynit

«Storia senza paragoni per l’incredibile durezza, lo sconfinato dolore ma anche una poesia al di là di ogni retorica che il tratto dell’autore riesce a comunicare al lettore con fisicità ed icasticità unica»

Carlo & Enrico Vanzina, Artigiani del cinema popolare , a c. di Rocco Moccagatta, Bietti (saggistica)

 

«Attraverso un’intervista fiume tra le più belle e approfondite mai fatte ad autori italiani e in una serie di ottimi saggi brevi si può capire (tra le altre molte cose) cosa sia (stato) fare cinema dagli anni settanta ad oggi e anche qualcosa in più sul nostro paese.»

Umberto Rossi
William Vollmann, I fucili, minimum fax (narrativa)


Thanh Nguyen Viet, Niente muore mai, Neri Pozza (saggistica)


«Terzo volume della monumentale serie Sette sogni, I fucili è un iceberg narrativo, misto di romanzo storico, memoriale, saggio: una spedizione non solo mentale tra i ghiacci dell’Artico, e la ricostruzione della disastrosa impresa di Franklin e delle sue navi. Colpisce al cuore. Quanto a Niente muore mai, finalmente uno sguardo anche vietnamita sulla guerra del Vietnam e su come è stata raccontata.»

Paolo Simonetti
Nick Drnaso, Sabrina, Coconino Press (narrativa)

Philip Roth, Perché scrivere. Saggi, conversazioni e altri scritti 1960-2013, Einaudi (saggistica)

«Come ci insegna ogni anno il Nobel, elargire premi e stilare classifiche letterarie può rivelarsi un’attività insignificante e persino, in certi casi, controproducente. PULP Libri si impegna da anni a proporre consigli di lettura spassionati, e come si è letto tra queste pagine il 2018 è stato ricco di uscite valide e importanti. Dal momento che posso indicarne soltanto una per categoria, lo faccio attraverso una scelta emotiva, segnalando due libri che hanno messo in moto l’ingranaggio sempre più restio ad accendersi della mia mente – due opere in cui talento artistico, momento storico ed emozione personale sono entrati in perfetta sintonia, si è sentito uno scatto e qualcosa è cambiato.»

Roberto Sturm
Gilberto Severini, Dilettanti, Fandango Editore

Sara Tosetto
Jesmyn Ward, Salvare le ossa, NN Editore (narrativa)


Siri Hustvedt, Le illusioni della certezza,  Einaudi (saggistica)

…e auguri!

 

 

 

 

 

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Intervista con Aldo Giannuli: Ricordare Piazza Fontana, 12 Dicembre 1969

Alle 16:37 del 12 dicembre 1969 una bomba esplose nell’agenzia della Banca Nazionale dell’Agricoltura di Piazza Fontana a Milano. 17 morti e numerosi feriti il bilancio; e l’inizio di quella che venne definita strategia della tensione. Un evento che è entrato non solo nella nostra memoria collettiva, ma nel nostro immaginario, raffigurato in romanzi, film, serie televisive, fumetti. Ci è sembrato giusto ricordare quel tragico avvenimento, e tutto quel che ne seguì, con un’intervista a uno dei più importanti studiosi del terrorismo degli anni Settanta, Aldo Giannuli.

intervista PAOLO PREZZAVENTO

Nato a Bari il 18 Giugno 1952, Aldo Giannuli è ricercatore di Storia Contemporanea all’Università di Milano ed è stato consulente della Commissione Stragi e di diverse Procure che si sono occupate di fatti di terrorismo nero, come la Procura di Bari, di Milano (Strage di Piazza Fontana), di Pavia e Brescia (Strage di Piazza della Loggia), di Roma e Palermo. Si deve a lui la scoperta dell’Archivio dello UAARR (Ufficio Affari Riservati) denominato «Archivio della Via Appia», una vera e propria miniera di informazioni sull’Eversione Nera. Si favoleggia ormai da decenni dello sterminato archivio sull’eversione di destra e di sinistra accumulato nel corso della sua lunga attività di consulente da Aldo Giannuli. Se cercate un rarissimo volantino scritto da un fantomatico gruppo di estrema destra in una sperduta città di provincia, gruppo che dopo aver prodotto quel volantino si è dissolto nel nulla, state pur certi che Giannuli l’ha letto, anzi, ce l’ha.

Giannuli ha avuto accesso, oltre che ai vari archivi delle procure, a molti documenti desecretati dell’Archivio di Stato che riguardano il terrorismo nero e le stragi. Grazie a questa carte finalmente si può scrivere la Storia di quest’area dell’estrema destra extra-parlamentare che, a distanza di più di quarant’anni, appare più variegata di quanto si pensasse allora, all’epoca di Piazza Fontana e della strage di Brescia. C’erano da una parte gli ex-repubblichini di Salò, dall’altra i seguaci di Evola ( i «figli del sole»), poi c’erano i neopagani, i nazisti e i neonazisti, c’erano i filoamericani, i sostenitori dell’Europa delle nazioni, etc. etc.

Tra le opere più importanti di Giannuli, ricordiamo il libro pubblicato pochi mesi fa, intitolato La Strategia della Tensione. Servizi segreti, partiti, golpe falliti, terrore fascista, politica internazionale (Ponte alle grazie, pp. 618, euro 16,57 stampa, euro 9,99 ebook): un bilancio definitivo, un libro che rappresenta il primo studio serio e organico sulla cosiddetta strategia della tensione. In questo libro Giannuli dimostra senza ombra di dubbio che l’analisi condotta dagli autori del famoso libro La Strage di Stato (Savelli, 1970), era sostanzialmente esatta: la strage di Piazza Fontana fu una strage di Stato che rientrava a pieno titolo nella Strategia della Tensione. Quella che all’epoca sembrò un’esagerazione dell’estrema sinistra, corrispondeva alla verità dei fatti successivamente accertati.

A Giannuli va anche il merito di aver riportato alla luce una misteriosa organizzazione, fondata nel 1944 dal generale Mario Roatta del SIM, denominata Noto Servizio o Anello, che aveva il suo referente politico in Giulio Andreotti, organizzazione cui aveva accennato anche Licio Gelli in una sua intervista al settimanale Oggi del Febbraio 2011: «Io avevo la P2, Cossiga la Gladio e Andreotti l’Anello». Dalla scoperta di questi documenti è nato il libro Il Noto Servizio. Giulio Andreotti e il caso Moro (Tropea, 2011) e poi ripubblicato con il titolo Il Noto servizio. Le spie di Giulio Andreotti (Castelvecchi, 2013). Altre sue opere sono: Come funzionano i servizi segreti (Ponte alle grazie, 2009 e 2019), Guerra all’ISIS (Ponte alle grazie, 2016) e Da Gelli a Renzi (passando per Berlusconi) (Ponte alle grazie, 2016). La sua ultima fatica, da pochi giorni in libreria, si intitola Come i servizi segreti stanno cambiando il mondo. Le strutture e le tecniche di nuovissima generazione al servizio delle guerre tradizionali, economiche, cognitive, informatiche, edito sempre da Ponte alle Grazie (pp. 284, euro 14,36 stampa, euro 9,99 ebook)

Abbiamo contattato Giannuli per porgli alcune domande sulla Strategia della Tensione e sul ruolo avuto dai Servizi Segreti nella stabilizzazione del quadro politico mediante azioni destabilizzanti come le stragi, impedendo la presa del potere da parte del partito Comunista e in generale delle Forze di Sinistra.

Iniziamo parlando di questo tuo nuovo libro sui Servizi Segreti. Di che si tratta?

Il libro si intitola Come i servizi segreti stanno cambiando il Mondo, ed è in libreria da Novembre. Da 25 anni i servizi segreti di tutto il Mondo stanno espandendo il loro intervento a campi sempre nuovi: dalla guerra monetaria a quella cognitiva, dall’immigrazione alla cyberwar, accanto ai tradizionali settori (terrorismo, guerra politica, spionaggio industriale). Questo sta cambiando l’economia, la politica, la società, la cultura. In una parola: il Mondo. E questo pone problemi nuovi anche nel rapporto fra politica ed intelligence. Ma di tutto questo c’è una percezione assai scarsa. Questo libro è il tentativo di attrarre l’attenzione su questo che è uno dei principali processi epocali in atto.

Cominciamo dalla prima vera Strage compiuta nel dopoguerra, cioè la Strage di Portella delle Ginestre, ad opera della Banda di Salvatore Giuliano. Si può far risalire a questa strage il progetto politico di contenimento del Partito Comunista, che sarà poi portato avanti con la Strategia della Tensione? Quale fu il ruolo degli americani, della Massoneria e del Principe Alliata di Montereale in questa prima strage?

All’interno dello scontro della guerra fredda si susseguirono diverse strategie come quella che indichiamo con il nome di strategia della tensione.

Ovviamente gli americani (ma “gli americani” è una indicazione assai generica che indica fazioni politiche e finanziarie diverse fra loro) ebbero un ruolo centrale in essa.

Oggi cade l’anniversario della strage di Piazza Fontana, che ha cambiato la storia d’Italia e sulla quale rimangono ancora moltissimi aspetti da chiarire. Ogni strage ha la sua firma particolare, e cioè l’esplosivo utilizzato. Quali sono i vari tipi di esplosivo che sono stati utilizzati per le stragi? Esistono delle affinità tra le varie stragi da questo punto di vista?

Quasi sempre si è trattato di esplosivo militare. Fa eccezione la Strage di Peteano (31 maggio 1972) in cui fu usata polvere da cava, ma appunto Peteano è un episodio estraneo alla più generale strategia della tensione non essendo stata commissionata da catene di comando di intelligence ed essendo, anzi, pensata come azione di contrasto del rapporto fra Carabinieri ed Ordine Nuovo.

Che cosa è stata veramente la cosiddetta Internazionale Nera? Fino a quando questa Internazionale Nera ha operato in Europa ed anche in Sudamerica come una vera e propria organizzazione? Esiste ancora? Che fine ha fatto Yves Guérin-Sérac dell’Aginter Presse?

L’Internazionale Nera non è mai esistita come organizzazione unica. Nel 1960 i servizi italiani distinguevano 5 distinti circuiti in contrasto fra loro. L’Aginter Presse fu il tentativo di portare sotto l’ombrello Nato una parte di queste reti.

Di Yves Guérin-Sérac si hanno notizie certe sino agli anni novanta, dopo non si è saputo più quasi nulla, ma è realistico pensare che non sia più in vita (è nato nel 1926, dovrebbe avere oltre 90 anni).

Gianni Nardi

È noto che il neofascista milanese Giancarlo Esposti era molto amico di Gianni Nardi (nato nel 1946), morto in un misterioso incidente automobilistico a Palma di Maiorca nel 1976, e si è anche detto che Nardi fu uno degli ultimi ad incontrare Esposti da vivo. Ci puoi raccontare che cosa è emerso dalle indagini sullo stragismo a proposito di Nardi e dei suoi contatti con il gruppo milanese di Giancarlo Esposti?

Nardi, stando alla documentazione, avrebbe avuto rapporti con personaggi importanti del Noto Servizio come Sigfrido Battaini e ragionevolmente prese parte ad operazioni insieme al Noto Servizio, ma non fu mai formalmente membro del Noto Servizio. Avrebbe dovuto essere cooptato nel 1973, ma nell’anno precedente giunse la decisione di «mettere in sonno» il Servizio e la procedura si arrestò.

Da Come i Servizi Segreti stanno cambiando il Mondo

Le misure cruente: armi & politica

Una delle grandi lezioni della guerra fredda è stata che le armi combattono anche quando non sparano. Come si è detto, il fattore nucleare rendeva impraticabile il conflitto aperto e diretto fra le due grandi potenze, ma questo non annullava le tensioni che si diressero verso altre forme di guerra come quella coperta, quella indiretta, quella non ortodossa. Questo è vero, ma non significò che le armi convenzionali cessarono di avere senso e funzione. In primo luogo perché erano pur sempre usate nei campi di confronto indiretto (Corea, Vietnam per gli americani, Etiopia e Afghanistan per i russi), poi perché potevano tornare utili per l’eventuale scontro con una potenza militare non nucleare (essenzialmente la Cina), infine perché, per quanto improbabilissima, non poteva essere esclusa del tutto una guerra convenzionale fra i due blocchi senza ricorso alle armi nucleari, magari anche solo in una prima fase. E, sin qui, siamo al consueto, anche se in una dimensione residuale. Ma il motivo principale ( che giustificava le spese astronomiche che si andavano facendo) era un altro: che la guerra non si è mai interrotta ed è proseguita sempre in forma virtuale. Molte battaglie sono state vinte o perse al tavolino o, più tardi, al computer. Il semplice annuncio di un nuovo sistema d’arma spostava già di per sé i rapporti di forza. Per la verità, il confronto militare è sempre stato, in parte, rappresentazione: le parate militari e le grandi manovre si sono sempre fatte con il tacito scopo di intimorire avversari e rinsaldare alleanze. Diversamente non si capirebbe perché alle parate sono sempre invitati i diplomatici e gli addetti militari stranieri, compresi rivali e avversari. Almeno dall’Ottocento è sempre stato così, ma la guerra fredda ha portato questo a un livello di perfezione sconosciuto. E anche le guerre limitate, che hanno preannunciato quelle generali, hanno avuto un peso comunicativo che andava al di là del loro valore militare in sé.

Foto: Vitaly V. Kuzmin

Ad esempio la crisi del Manciukuò e la guerra civile spagnola furono la grande prova della Seconda guerra mondiale in Asia e in Europa. Guernica non fu un gratuito atto di disumana crudeltà, o meglio: fu un atto di disumana crudeltà, ma non gratuito, ebbe lo scopo di saggiare le potenzialità distruttive del bombardamento aereo, di terrorizzare i nemici di oggi e avvertire i possibili avversari di domani. Ogni guerra è fonte di insegnamenti per la successiva e questo è vero ancora oggi: nella prima Guerra del Golfo, gli americani sperimentarono il nuovo carro armato Abrams e la dottrina dell’Airland Battle che convertiva gli USA al blitzkrieg: funzionò, ma servì di lezione ai russi che ne cavarono i nuovi modelli di T34. Poi nella guerra del Kosovo gli americani sperimentarono la possibilità di una guerra solo aerea: funzionò, ma servì a cinesi e russi per capire i punti deboli dell’ «aereo invisibile» e a Gheddafi per sperimentare una tattica di combattimento contro una guerra tutta aerea: alla fine Gheddafi perse, ma dopo aver resistito per sei mesi.

Dunque, la guerra è sempre anche rappresentazione e lo è ancora di più oggi, nella società dell’immagine. E la politica, anche se questo può non piacere, non è mai separabile dalla dimensione della forza, soprattutto della forza militare.

(pp. 124-126)

Di Aldo Giannuli PULP Libri ha recensito Storia di Ordine Nuovo, scritta con Elia Rosati.

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Nella nuvola: ancora notizie da Più Libri Più Liberi

riferisce UMBERTO ROSSI

Come l’anno scorso, mi limiterò a scrivere appunti sparsi. Un salone del libro, anche se riservato alla piccola editoria (che poi tanto piccola non sempre è, visto che c’era pure Sellerio, tanto per dirne una), è tante cose insieme. Una serie di incontri, presentazioni, chiacchierate, visite a stand, che si susseguono a ritmi discretamente frenetici, un occhio sullo smartphone a vedere che presentazione c’è a quell’ora, un altro sul programma a cercare la postazione della casa editrice che tieni sott’occhio da tempo, ma attenzione che tra le quattro e le quattro e mezza potrai trovare allo stand l’addetto stampa di quell’altra casa editrice, prima hanno una presentazione e certo non possono parlare con te, dopo ne hanno un’altra e idem… ecco, scrivere tanti piccoli schizzi separati rende meglio l’idea. Che poi, non sei solo tu a vederla così, ma tutti. Tutti di corsa, tranne forse i visitatori (ho detto forse, eh?).

Aggiungiamoci l’atmosfera che crea la Nuvola, dove ancora una volta si è tenuta la manifestazione; come già ho detto, sembra sempre di stare in un terminal aeroportuale, e questo contribuisce all’ansia. Un attimo pensi “dove diavolo sta lo stand M02?” e poi “a che ora parte il volo per Londra?”

Comincio proprio dallo stand M02. Future Fiction. Alla fine sono e resto un fantascientista, e non puoi non amarla, una casa piccola e intraprendente che nonostante tutto si è dedicata alla fantascienza, quel genere che, stando a sentire i so-tutto-io dell’editoria, non vende, anzi NON VENDE (te lo dicono a lettere cubitali; le senti, le maiuscole). Ci trovo vecchie conoscenze, l’inarrestabile Francesco Verso e l’imperturbabile Roberto Paura; parliamo dello stato dell’arte, e la cosa grossa, da loro, è Clelia Farris, al momento indubbiamente la più interessante scrittrice di fantascienza italiana, e quella senz’altro più dotata stilisticamente. La Farris ora pubblica con Future Fiction, dopo varie vicissitudini editoriali, e come mi spiega Verso ora appare in traduzione sulle riviste americane. Non è cosa da poco.

Nei pressi di Future Fiction ci trovo Saldapress, specializzati nel fumetto fantastico fantascientifico orrorifico. Stampano bellissimi rilegati, e stanno tirando fuori cose molto interessanti. Non è il fumetto d’autore di profilo colto, ma riserva vere sorprese, come Kill the Minotaur, che verrà presto recensito da PULP Libri. Anche loro una casa da tenere d’occhio, assolutamente.

In mezzo al bailamme dell’ora di pranzo (quando cominci a sgomitare per farti strada) trovi Luca Briasco, ora minimum fax. Ci saluta, me e Paolo Prezzavento (che in questa fase della peregrinazione nel salone ancora mi stava dietro), come vecchi amici, e ci fermiamo a scambiare notizie. Subito due nomi: Vollmann e Lieberman. Il primo che è entrato prepotentemente nel catalogo minimum fax con I fucili, già recensito su PULP Libri, e Luca ci anticipa ben altri sette titoli a venire, tra cui la ripubblicazione de La camicia di ghiaccio, un tempo edito da Alet e ora fuori stampa. Ma non solo quello. E poi c’è Città di morti, la riscoperta di un forensic triller che anticipò tutti gli anatomo-patologi a venire già negli anni Settanta, e che recentemente ha avuto la benedizione di Augias. E altre riscoperte sono all’orizzonte, come la ripubblicazione de I guerrieri dell’inferno di Robert Stone, edito nel lontano 1978 e da allora sparito dalle librerie.

Presentazioni. Che strane esperienze. Vado a quella organizzata da ADD (altra casa editrice da tenere d’occhio), dove trovo Gianni Riotta e Gary Younge: presentano il libro di quest’ultimo, Un altro giorno di morte in America. Younge, nativo delle Barbados, giornalista del Guardian e di The Nation, è singolarmente pacato e anglosassone, pur parlando di un tema decisamente inquietante come l’uso e l’abuso delle armi da fuoco negli Stati Uniti. Ha seguito la storia di sette persone morte sparate in un solo giorno del 2013, quei morti che meritano solo un trafiletto in giornali locali. Sette persone uccise in posti lontani tra loro, accomunate dalle pistole che li hanno freddati e dall’avere, ma guarda un po’, tratti somatici non europei… Riotta invece era agitatissimo. Facevano un curioso contrasto, ma alla fine ti invogliavano a leggere il reportage di Younge. ADD fa cose molto diverse (vanno forti sul fumetto asiatico), però su tutti i fronti ci mettono impegno.

Visita a Neo, una piccola casa editrice basata a Castel di Sangro (AQ), nell’Abruzzo profondo, quasi Molise. Ho notato che c’è un fermento di editoria in posti dove vent’anni fa sarebbe stata impensabile; mi viene in mente Tunuè a Latina, tanto per fare un esempio. Conseguenza anche della digitalizzazione e di internet che rendono le province meno province e le metropoli meno centrali – anche se da questo punto di vista in Italia siamo come al solito tremendamente indietro. Mi propongono un romanzo distopico, Genesi 3.0, di Angelo Calvisi. Lo faremo, lo faremo. Distopia della valle del Sangro; questo XXI secolo riserva le sue sorprese.

Panini a 5 euro, bottigliette di acqua minerale a 1,50 euro. Lo so, non c’entra niente con i libri, ma lo dovevo dire: è un furto! (E così, alla fin fine, l’ingresso alla manifestazione a 8 euro se hai la tessera dell’ATAC o un biglietto vidimato del trasporto pubblico diventa tutto sommato accettabile…)

E poi c’è Cliquot, piccolo editore che fa cose tanto belle, come la raccolta di racconti di Fritz Leiber curata da Federico Cenci (che li ha anche ben tradotti). Ora hanno questa perla d’antiquariato, Gomoria, romanzo gotico dimenticato di De’ Medici: veste editoriale bellissima. Lo recensirà l’inarrestabile Walter Catalano. Stay tuned.

Folla davanti alla Sala Polaris. E che ci sarà mai lì dentro? Niente, libro su Salvini. Ah, buone notizie. Continuiamo così.

Passo davanti allo stand di Capponi: telecamera e riflettori accesi. Troupe della RAI? Addirittura? Intervistano Stella Nosella, autrice di Sebastian’s Chronicles. Premio Strega Ragazze e Ragazzi. Fantasy. La Rowlings italiana, dice qualcuno. Vabbè, non esageriamo; comunque, segno certo che il fantasy continua a tirare.

Nicola Pesce Editore. Stanno facendo un lavoro encomiabile sui grandi fumettisti italiani del passato, Toppi e Battaglia in primis, ristampati in rilegato con colori di qualità. Senza trascurare Benito Jacovitti, l’uomo che faceva crescere le matite dal terreno e camminare i salami. E il Lovecraft di Battaglia, mettiamoci anche quello. Anche loro li stiamo seguendo con interesse.

Andiamo anche da Lindau. Abbiamo recensito diverse loro uscite (Wendell Berry, Pablo Simonetti); valide le loro scelte, e poi una grafica che resta impressa senza essere chiassosa. E senza scimmiottare quella delle majors. Non si giudicherà un libro da una copertina, però le copertine (parte quello che gli accademici chiamano il paratesto) qualcosa contano, e molto comunicano. Inoltre, nel loro stand non ti dicono “l’addetto stampa è in giro il responsabile editoriale non è qui l’editore è da qualche altra parte”. No, ci sono loro due, gli editori, in persona. E fa piacere vedere la casa editrice “in faccia”.

Stessa cosa per Keller. Parli col signor Keller in persona. Rapida consultazione del nostro sito: li abbiamo recensiti ben cinque volte dal luglio 2017 a oggi; e non tengo conto della prima vita di PULP Libri, quando eravamo di carta. Vorrà dire qualcosa, se Paolo Simonetti, Elio Grasso e Sara Tosetto (tre critici ben diversi, garantisco) si sono occupati di loro. E proprio domani esce la recensione di Il morto nel bunker, di Pollack, a opera di Elio Grasso; ancora Keller. Sì, decisamente una casa editrice che spicca.

Iperborea sarebbe una piccola casa editrice? Ho qualche dubbio. Ormai non più. Per parlare con l’addetta stampa corro alla presentazione di Cucinare un orso, Mikael Niemi, presente l’autore affiancato da Giordano Meacci. Anche qui, la strana coppia: Meacci che vola alto con ragionamenti metaletterari, presentati con gran passione; Niemi, uno svedese del nord non privo di sangue sami (quelli che noi chiamiamo lapponi), che racconta non senza un humour assai britannico aneddoti della sua vita e di quella di Laestadius. Quest’ultimo è il protagonista di Cucinare un orso, un botanico e riformatore religioso realmente vissuto nel XIX secolo, tramutato da Niemi in detective che deve indagare su alcuni delitti nella sua città di Pajala. A questa presentazione ho assistito per caso, ma me la sono veramente gustata (e poi Iperborea la teniamo d’occhio…).

Un salto da Mattioli 1885 a parlare di Dubus e degli altri eccellenti recuperi di letteratura americana. Ricordatevi sempre che Il giorno della locusta di Nathanael West con la copertina originale lo pubblicano loro. Tra una cosa e l’altra mi dimentico di chiedergli perché 1885. Verifico sul sito: o perbacco, ma perché sono in attività da allora. E continuano a portare in Italia il grande, grandissimo Dubus, maestro della narrativa breve al pari del più famoso Carver e forse con merito ancor maggiore.

Non si poteva non andare da Exòrma, che ha ospitato per ben due volte nelle sue edizioni Claudio Morandini, e che stampa tante altre cose, ma ne ha già parlato Sara Tosetto nel suo pezzo, per cui non mi dilungo. E poi ancora da Piano B, che stiamo seguendo per la saggistica, con riproposte di pregio come Bernays e Macdonald. E poi da 66thand2nd, dei quali ho recensito il tesissimo e agghiacciante romanzo di Manoukian, Ciò che stringi nella mano destra ti appartiene; abbiamo anche recensito i libri della Omotoso e della Igoni Barrett. Come si fa a non apprezzare una casa editrice che dà spazio agli africani; e poi, essendo romani, c’è anche la simpatia per l’underdog (come dicono gli inglesi), per cui ti viene da tifare per le case editrici del centro-sud che sfidano la storica egemonia editoriale del Nord.

Infine, momento emozionante da Edizioni Sur: vedo sul loro banco ben due graphic novel (o histories?) di Muñoz e Sampayo, Billie Holiday e Carlos Gardel. Già questo mi manda in estasi, io che da ragazzino leggevo le storie di Alack Sinner su Alterlinus, brutali e metropolitane, il noir a fumetti prima di Sin City e Frank Miller. Poi mi dicono che nel pomeriggio ci sarà José Muñoz in persona a firmare e disegnare sui libri. Mioddio. Ci torno trepidante, e lui c’è. Posso stringere la mano a uno dei grandi fumettisti viventi. Mi fa la dedica. Quando arriva a scrivere il nome, divento Ugo invece che Umberto. Chi se ne frega, va bene lo stesso; con un H sarebbe Hugo come Pratt, il maestro di Muñoz. Va bene così. Chiamatemi Ugo.

(Promemoria per l’anno prossimo: visitare Più Libri Più Liberi in un giorno lavorativo. Non puoi passare il tempo a sgomitare, a rischio di travolgere qualche famigliola innocente. Già la natalità è bassa…)

Questo articolo completa il reportage di Sara Tosetto, sempre su Più Libri Più Liberi.

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Ultime notizie da Più libri più liberi

riferisce SARA TOSETTO

Oggi a PLPL era giornata di scolaresche: la marea umana che mi ha accolto fuori dall’Eur mi ha fatto sinceramente pentire di aver scelto il giovedì mattina per la mia visita, e credo che se non fossi stata a 30 minuti di metropolitana da casa avrei fatto dietro front. Per fortuna, però, c’era un ingresso dedicato ai comuni visitatori (chi aveva fatto il biglietto online poteva entrare direttamente) con 6 biglietterie, e l’attesa per fare il biglietto è stata veramente minima.

Allo stand A50, subito a sinistra dell’ingresso alla zona espositori, mi ha accolto una vecchia conoscenza, Valentina Mai di Kite; la casa editrice padovana pubblica splendidi libri illustrati per bambini di altissima qualità, e io mi sono fatta consigliare per un pensierino. Valentina mi ha proposto un libro delizioso, La carota gigante di Satoe Tone. Arrivata a casa non ho smesso un attimo di sfogliarlo e risfogliarlo, è davvero una gioia per gli occhi.

Subito dopo è stata la volta di Black Coffee, dove ho fatto una bella chiacchierata e mi sono aggiudicata la nuova raccolta di racconti di Alexandra Kleeman, promettente e singolare scrittrice americana; il libro è accattivante fin dalla copertina, che dal vivo è ancora più bella! La casa editrice ha una piccola scorta di libri leggermente fallati che vende a soli 10 euro, così mi sono aggiudicata a un prezzo di favore un’altra raccolta di racconti, quella della scrittrice di culto Joy Williams, che può vantare gli strilli entusiastici nientemeno che di Don DeLillo, Brett Easton Ellis, Raymond Carver. Simpatica l’idea di offrire in omaggio una minispugnetta con il logo della casa editrice per pulire il cellulare, oppure la bellissima shopper nera. Da segnalare anche la pubblicazione del geniale romanzo L’alfabeto di fuoco di Ben Marcus, il godibilissimo Rockaway Beach di Jill Eisenstadt (a quanto pare consigliato ai fan di Brett Easton Ellis).

Keller era presente con uno stand più grande degli anni scorsi, che finalmente rende giustizia all’ormai ricco catalogo dell’editore di Rovereto, fatto di libri belli dentro e fuori. Mi hanno affascinato particolarmente i due libri dedicati ognuno a un anno della storia (il più recente è 1918. L’anno della cometa di Daniel Schönpflug), e la riproposta di Il morto nel bunker di Martin Pollack; nel memoir/reportage l’autore ripercorre la storia della sua famiglia partendo dalla terra d’origine (la Val d’Isarco) dove, nel 1947, viene ritrovato il cadavere di suo padre, ufficiale delle SS in fuga perché criminale di guerra; verrà recensito su PULP Libri e io non potevo proprio fare a meno di acquistarlo!

Simile nel nome ma non nella produzione, Kellerman propone non solo i suoi classici quaderni di ricette, ma anche quaderni per scrivere (come quello delle Liste e dei Desideri) e una minicollana davvero deliziosa, Kilometri di storie, che presenta biografie e storie tenute insieme da un itinerario preciso che ne caratterizza l’identità. Io ho scelto Pasolini e l’acqua di Elisabetta Michielin, collaboratrice di PULP Libri, che racconta la vita e l’opera di Pier Paolo Pasolini nel suo stretto rapporto con l’acqua dei fiumi e del mare (con illustrazioni dell’autrice). Prenderò sicuramente altri titoli di questa collana, come il più recente Sulle rotte delle Malvasie, dedicato al percorso di questi vini nati nel Peloponneso e commerciati dalla Serenissima.

Da segnalare anche i mitici editori di Neo, dove ho fatto un’altra bella chiacchierata; imperdibili i libri di Paolo Zardi, da i racconti di Antropometria al romanzo distopico XXI secolo, e anche il doloroso La madre di Eva di Silvia Ferrari; da segnalare poi il pluripremiato Vinpeel degli orizzonti di Peppe Millanta – perché non l’ho comprato? Perché? Sarà per la prossima fiera, temo.

Non potevo non fare tappa da NN Editore, che sta andando fortissimo con il nuovo Kent Haruf, Vincoli (che per la verità fu il suo libro d’esordio: infatti stilisticamente è molto diverso da quanto è già stato pubblicato, meno minimalista della famosa trilogia di Holt e forse più tradizionale, ma altrettanto – e forse ancor più – potente). L’editore ha moltiplicato le uscite, sempre di qualità, con saggi autobiografici di Yuyun Li, l’inclassificabile Censimento di Jesse Ball, Il diner nel deserto di James Anderson, esordienti italiani di buon livello come Alessio Forgione con Napoli Mon Amour e molti altri.

Segnalo i bravissimi editori di Exòrma, che si sono fatti conoscere grazie ai libri di Claudio Morandini e che stanno arricchendo il catalogo con autori italiani di qualità; allo stand ho trovato grande gentilezza e competenza, e personalmente avevo adocchiato I sogni di un digiunatore di Paolo Albani, già autore di libri bizzarri (molti sono usciti con Quodlibet) e di dizionari sui generis (come quello delle lingue immaginarie, uscito per Zanichelli). Non l’ho acquistato ma vorrei trovare il modo di entrarne in possesso e recensirlo per PULP Libri.

 

 

Un altro titolo che mi sono pentita di non aver acquistato in fiera è Zebulon di Rudolph Wurlitzer, edito da Playground; questo irregolare della controcultura americana ha scritto una sorta di western atipico che sembra a dir poco intrigante: ecco un’altra possibile recensione in arrivo per la nostra Rivista…

Anche Nutrimenti ha avuto il mio obolo; da tempo avevo adocchiato Paradise Falls di Don Robertson. Facendo violenza su me stessa non ho acquistato altro – anche se ultimamente questo editore ha davvero delle ottime proposte.

Un plauso particolare ai ragazzi di Piano B edizioni, che oltre a proporre autori fuori catalogo con opere talvolta inconsuete e sempre curatissime dal punto di vista grafico, hanno messo tutti i loro libri a 10 euro l’uno. Tra quelli acquistati segnalo Un tripudio di elettricità. Visioni e lettere di un genio di Nikola Tesla. Loro si sono aggiudicati gli ultimi 20 euro nel mio portafoglio ormai in lacrime.

Mi sono trattenuta anche allo stand di Mattioli 1885, dove non ho preso l’ultima raccolta di racconti di Dubus solo perché sospetto di averne già in inglese una parte. Ero troppo curiosa di leggere Piaceri rubati di Gina Berriault, di cui ho sentito meraviglie; mi aspetto che questi racconti siano duri e spietati al punto giusto. Anche questa promettente chicca è finita nella mia capiente borsa da fiera.

Rapido giro anche dai vecchi amici di Beccogiallo; tra le novità, mi hanno colpito il graphic novel dedicato alla vita delle sorelle Brontë, e Sacerdotesse, imperatrici e regine della musica, che presenta 20 donne che hanno fatto appunto la storia della musica.

Tanti, troppi sono gli stand dove avevo in programma di andare ma che per sopravvenuti limiti di tempo, budget e memoria ho dovuto lasciar perdere: edizioni di Atlantide, con i loro libri numerati (si trovano solo in librerie selezionate, a maggior ragione mi dispiace non essere passata); CasaSirio; L’Orma; Iperborea (è uscito il nuovo di Stefansson, mannaggia – solo per citarne uno); Sur, minimumfax, Elliot e Fazi (ma questi sono già più facili da trovare in libreria, e ho già parecchie delle loro novità), 66thand2nd… e sicuramente ne sto dimenticando tantissimi.

Non perdetevi questa fiera del libro, come vedete le belle novità e scoperte si sprecano, e lo scenario della Nuvola (specie di giorno) ha il suo fascino.

La nostra copertura di Più Libri Più Liberi non finisce qui. C’è anche il reportage di Umberto Rossi. 

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I cavalieri della metamorfosi: intervista con Antonio Moresco

intervista ANNA RUCHAT

Foto: Fabio Zucchella

Con Antonio Moresco parliamo de Il grido, il libro uscito poco più di un mese fa da SEM, un pamphlet che sembra convocare, per un confronto serrato, a tratti furioso, tutti i cavalieri che Moresco ci ha abituato a veder attraversare, singolarmente o a piccoli gruppi, la sua opera. Cavalieri intesi come pensatori del presente e del passato, ma anche come personificazioni delle grandi passioni, invenzioni, fantasmi e ideali che in un modo o nell’altro hanno accompagnato l’uomo fin sulla barriera piatta e bloccata dell’estinzione di specie. Sarà quindi anche, l’intervista, una sorta di rivisitazione dell’opera di Moresco, soprattutto quella più recente.

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Da anni tu poni l’accento nei tuoi libri, che siano romanzi o saggi o fiabe, sulla deriva di standardizzazione e sulla necessità di un cambio di paradigma, ma il passo più significativo l’hai fatto con lo sfondamento della barriera tra i vivi e morti che nella Lucina viene alla luce per la prima volta con tutta la forza dell’incantamento e della sorpresa.

Sì, e prima ancora della Lucina ci sono stati Gli incendiati. In quel romanzo raccontavo una storia d’amore estrema dove, a un certo punto, i due protagonisti muoiono in combattimento. E lì ho sentito dentro di me un rifiuto. Non volevo far finire la storia con la loro morte, e così ho tirato dritto, sono andato avanti con quei due che erano morti ma che continuavano ad amarsi e a combattere, abbattendo in modo esplicito la barriera, anche narrativa, posta tra la vita e la morte. Poi c’è stata La lucina, Fiaba d’Amore, Fiaba Bianca e altri libri in cui questo diaframma viene sfondato e dove entro completamente in questa possibilità, infilo questo passaggio, un gesto che era comunque già presente – in modo per così dire poetico – in altri libri. Andando avanti, ho capito sempre più perché avevo bisogno di questa rottura, e nel Grido questa consapevolezza viene esplicitata. Per di più, mentre stiamo andando verso questo limite e collasso di specie, il problema della vita e della morte acquista un carattere completamente diverso rispetto a quello che eravamo abituati a concepire prima. Addirittura per dirla in modo molto elementare: sembra che ci siano in giro delle persone mezze vive e mezze morte.

C’è una vecchia canzone di Wolf Bierman, Der Hugenottenfriedhof è una passeggiata al cimitero degli Ugonotti, nella Germania Est, dove sono sepolti Bertold Brecht, Ruth Weigel, Hegel… e nel ritornello si dice: «Come ci sono vicini certi morti, ma come sono morte per noi certe persone vive».

Questa è una cosa che mi prende molto. Nella Lucina dico che con gli alberi si può vedere se uno è vivo o morto, con le persone invece no, perché le persone si muovono, sembrano comunque vive. Eppure ci sono delle persone mezze vive e mezze morte e ci sono dei veri e propri morti viventi che girano e anche comandano e dominano o credono di dominare il mondo, nascondendo la loro natura di morti e la vera natura di quello che sta succedendo davvero in noi stessi e nel mondo. Nel Grido ci sono questi continui incontri, prima lungo le strade e poi nel pisciatoio pubblico sotterraneo, con molte figure morte: Darwin, Freud, Marx, Nietzsche, Balzac… anche se ci sono in mezzo anche dei vivi, come Houellebecq, il filosofo Severino e altri.

La questione della verità scientifica è indubbiamente importante nel tuo nuovo libro ma il grido vero sembra essere quel: «Attenzione! Siamo morti». Senza l’altro grido però questo forse non avrebbe lo stesso impatto?

Credo di sì. Questa verità, la lettura anche scientifica di questa fase della nostra vita è ciò che mi permette di evidenziare ancora di più quello che dicevi… Il fatto che questa condizione sia così occultata è un segno di resa, è un segno di morte dell’umanità.

Io in questo Grido racconto, tra le tante altre cose, che i poteri politici non hanno interesse a far vedere ciò che sta veramente accadendo, perché altrimenti crollerebbero tutte le piccole verità parziali e tutte le piccole identità da far confliggere le une contro le altre per mantenere e accrescere il potere, crollerebbero tutte le dicotomie con cui abbindolano le persone e i popoli. Così le moltitudini umane vivono all’ombra di questa terribile verità, che pure trapela nei giornali, però non si diffonde…

O si diffonde in appelli catastrofisti che fanno leva sull’emotività e penso che questo non aiuti a pensare…

Sono d’accordo. Infatti Il Grido è un grido di rivolta, nasce dalla non accettazione di questo modo di rapportarsi a un simile stato di cose, che da un lato è quello di ignorarlo e dall’altro è il catastrofismo, che in ultima analisi ci dice che siamo spacciati. E’ un combattimento in cui sono impegnato da tempo, anche nel campo artistico, della cultura, delle teorie letterarie novecentesche, ecc. Anche il combattimento con l’astrofisico Hawking nasce da questo e da ciò che avevo letto in una sua intervista, dove lui diceva «siamo spacciati», «portiamo il nostro DNA su un altro pianeta». Ma su quale pianeta? E per fare cosa? Le stesse cose che abbiamo fatto qui? Io non accetto questa resa, che è un altro aspetto della morte.

Nella storia ci sono state diverse strettoie di questo tipo. Tu ti confronti con scrittori degli ultimi duecento anni. Quello con cui sembri sentirti più in sintonia su questo andamento verso la fine è Freud, più ancora di Dostoewskij.

Be’ di Dostoevskij mi interessa il rischio supremo, il vortice, il gorgo lirico e di conoscenza, la letteratura e il pensiero portati al loro culmine ultimativo e prefigurativo. Di Freud, oggi, mi interessa quella parte del suo pensiero in cui parla di istinto di morte e dello scaricamento verso l’esterno delle pulsioni distruttive che vivono al nostro interno. Ci aiuta molto a capire cosa sta succedendo oggi, in ogni campo, compreso quello politico e geopolitico terminale che abbiamo di fronte.

Freud scrive queste cose dopo la prima guerra mondiale, un momento in cui l’umanità si vede a un capolinea…

Quel libro, Il disagio della civiltà, che avevo letto tanti anni fa, mi colpisce ancora per la sua profondità e preveggenza. La parte sulla psicologia delle masse sembra scritta adesso. In generale è un libro molto veritiero, coraggioso e potente. Ma poi… è vero quello che dici tu, che ci sono stati altri momenti di tappo, di strettoia, di imbuto, però le altre volte erano legati a paure di fine di civiltà: il Medio Evo, la fine dell’Impero Romano, quel lungo periodo in cui l’Italia era attraversata dalle invasioni barbariche e in cui c’erano dei monaci che stavano lì e tenevano accesa questa fiammella senza sapere se tutto sarebbe andato a finire da qualche parte. Però queste erano percepite come fine di epoche, di civiltà e di mondi cui tu ti senti di appartenere, non in senso di specie, di un’irripetibile specie che sta bruciando così la sua carta cosmica.

Ma perché quello per loro era il mondo mentre oggi il mondo di ognuno è tutto ovunque.

Certo, perché quello per loro era il mondo. Adesso l’orizzonte è di specie, riguarda il collasso tra noi e il contenitore cosmico chiuso, atmosferico. Questo non era mai successo, era addirittura impensabile prima. Anche Leopardi nel «Dialogo tra la natura e un islandese» ipotizza questa possibilità, ma per larghe campate di ere… Che poi non è neanche la fine del mondo perché se noi ci togliamo dalle palle e smettiamo di tormentare questo pianeta con la nostra presenza non è che finisce tutto, perché la natura – per dirla così, dato che anche noi siamo natura – sanerà la ferita della nostra terribile presenza, nasceranno nuove specie ecc.

Ma non è detto che finisca del tutto nemmeno l’umano, può essere che assuma altre forme…

Io sono colpito da una cosa: altre specie viventi, gli insetti, per esempio, hanno dato vita a centinaia di migliaia di specie diverse, mentre noi siamo morfologicamente sempre e solo questa cosa qui, questi omini con le braccine, le gambine, il sederino… Come mai? Dentro ogni essere esiste questa potenza metamorfica, quella di cui parlo nel Grido: l’unica cosa che ci può salvare è la metamorfosi, non l’ennesima rivoluzione orizzontale. Ci sono animali che nell’arco della loro vita attraversano un numero di metamorfosi che noi non riusciamo nemmeno a immaginare… Ma allora, se esiste in mille altre specie, forse esiste anche nella nostra questa drammatica forza metamorfica, che fa compiere degli strappi impensati, dei salti di stato!

Tutto però va nel senso contrario alla metamorfosi, come scrivi nel Grido, tutto è incanalato in qualcosa di completamente piatto …

Io ad esempio do un’enorme importanza alla questione delle due configurazioni dell’umano, il femminile e il maschile, che è il modo in cui si è divisa, spaccata l’umanità attraverso il meccanismo di riproduzione sessuata, perché altre forme viventi si riproducono per scissione, per gemmazione ecc, e quindi c’è nell’umano questa spaccatura, questa ferita, questo dramma, ma anche questa chance della spaccatura in due dell’umano, perché di qui potrebbe passare un’invenzione di specie: ricominciamo da qui, da questa unità spaccata, da un riconoscimento radicale di ciò che è stato diviso, separato per primo. E allora mi dispero per il fatto che invece c’è un pensiero unico che attraversa ogni cosa e agisce sul maschile e sul femminile, anche sul femminile, che sembra riprodurre spesso gli stessi schemi criticati e giustamente combattuti prima nel maschile ma che paiono solo rovesciati di segno e resi funzionali in quella che gli antichi chiamavano «l’eterna guerra tra i sessi». Mentre ci sarebbe bisogno che anche le donne riconoscessero la propria forza facendo il loro pezzo di strada e attraversassero anche il loro pezzo di buio. Questo sarebbe il colpo di scena di specie, mentre tutto va verso la schiavizzazione e l’autoschiavizzazione dei corpi, sia maschili che femminili: vedo in giro l’islamica tutta intabarrata anche in pieno agosto e mi dico «poveretta» ma poi vedo lì accanto la donna travestita da squillo bambina e tutta tesa alla seduzione e al conflitto anche interfemminile per suscitare prima delle altre l’arrapamento pavloviano del maschio. E non è anche quella un’altra forma di schiavizzazione e autoschiavizzazione?

Dove la vedi la chance di ricomposizione o rimessa in gioco della spaccatura tra femminile e maschile?

Penso che la prima cosa sia una radicale presa di coscienza di come stanno le cose in questo passaggio d’epoca e addirittura di specie, dell’imbuto in cui sono finiti tutti, uomini e donne, di come sono giocati, dal potere e anche dalla natura. E poi il problema è quello di un riconoscimento di questa spaccatura e di questa diversità in cui le persone sono state giocate, fatte confliggere, anche attraverso quella cosa che è stata chiamata amore e che può essere invece anche un’invenzione verticale. Nel Grido cito quel brano che si trova alla fine di Lettere a nessuno, quello dove parlo della donna cavalleresca. Cosa succederebbe se invece di una meccanica tarata su uno stesso modello comunque rovesciato, di due figure che si guardano da una parte e dall’altra dello stesso specchio, ci fosse una moltiplicazione di forze, di invenzione, nel tessuto tellurico della vita, nell’immaginario? Io non lo so di preciso, però lo intravedo.

Quindi come vedi le conquiste per la donna dovute al cosiddetto progresso scientifico?

La tecnologia è stata liberatoria per le donne… la pillola anticoncezionale, le possibilità di muoversi nello spazio, le automobili maneggevoli… Però alla fine non sarà proprio questa potenza orizzontale della tecnologia a espropriare la donna della sua potenza verticale, creativa e generativa, dell’invenzione dei corpi e del dolore proiettivo dei corpi? Perché le forze che si propongono di liberarti dal dolore, in realtà ti schiavizzano. A quel punto il femminile, liberato di quella dolorosa invenzione, sarà più potente o meno potente?

Sì, il potere della donna è legato a un maggior contatto con le forze cosmiche e telluriche. La stregoneria, la mistica, sono ambiti in cui il femminile si è espanso. Ma il generare è al centro di questa cosa, se tu togli quello depotenzi tutto.

Sì perché, in un certo senso, l’uomo primitivo che all’inizio non sapeva neanche che fosse il proprio seme a fecondare la donna e poi a poco a poco l’ha capito… Lui poteva fare qualunque cosa, uccideva qui, uccideva là … ma quella cosa pazzesca, il fatto di far uscire dalla propria pancia un nuovo essere umano configurato, ecco, quel miracolo non lo poteva proprio fare.

Sono fondamentali le pagine del libro in cui tu fai vedere che in fondo la donna si auto-limita.

Certo, la specializzazione di un segmento che, se lo metti solo su un piano di concorrenza, porta al bordello cosmico. Tu prima accennavi alle mistiche, e sai quanto io sia innamorato delle mistiche. Loro, se trovavano il tappo da una parte, riuscivano a passare dall’altra. E proprio loro, quelle mistiche e quelle monache che non generavano, sono state però altamente generative su un altro piano e lo sono state in modo radicalmente femminile. Hanno espresso una grande potenza generativa nel campo dell’immaginario. In questo libro, e anche ne L’adorazione e la lotta, c’è una forte presenza del rapporto con un femminile diverso e potente, come piace a me, con il quale posso sentirmi veramente fratello. A volte questa potenza si riesce a toccare con la sessualità, altre volte con altro. Se leggi le meravigliose lettere di Eloisa ad Abelardo non ci sono solo quelle dinamiche orizzontali su cui molto spesso ha operato il maschile. Si apre una verticalità, una sorta di fase costituente tra esseri diversamente sessuati. Questo è il mio territorio, io a tutto questo ci vado infinitamente vicino. Poi non è che lo riesca a immaginare di preciso, perché si devono liberare queste e altre forze, e soltanto dopo inizia l’avventura, però inizia veramente, verticalmente, un’avventura personale e di specie.

Certo, si sente molto questa spinta in avanti nel libro. La spaccatura che c’è e che l’ideologia ha ricoperto con un bisogno di parità è stata in parte una gran fregatura…

Una fregatura pazzesca. Ma io non la voglio l’uguaglianza! E poi, oltre tutto, uguaglianza con il maschile che ha dato simili prove di sé nel corso del tempo… La parità è stata una fregatura pazzesca, un appiattimento sui ruoli maschili precedentemente esecrati. E sai… lì è difficile addentrarsi… ma anche la dimensione della pornografia, che è una dimensione in cui io sono entrato molto nei Canti del caos… La pornografia, sì, contiene anche degli elementi di libertà, di estremismo cui sono molto sensibile, che possono essere anche cruciali, però allo stesso tempo è l’irruzione della tecnologia nella sfera della genitalità umana. È il trionfo della tecnologia nella dimensione della genitalità e dell’amore, che viene completamente devastata da quest’unica dimensione. Ma quella roba lì non era la specifica schifezza maschile? La separazione e la lacerazione della sessualità dall’amore non era mica il modo in cui i maschi vivevano la propria sessualità? E se invece la vive allo stesso modo la donna allora va bene? Non erano gli uomini a essere criticati perché separavano la sessualità dall’amore, mentre le donne si diceva o si fantasticava che non riuscissero a farlo? E invece adesso per le donne la grande conquista è riuscire a farlo? È essere superficiali, fenomenologiche e ciniche come gli uomini?

La dimensione della vita e della letteratura nel Grido sono più che mai intrecciate, qual’è il rapporto con L’adorazione e la lotta? Come cambia la presenza degli scrittori, del pensiero?

Nel Grido c’è una forma più drammaturgica. Questo libro è preparato da L’adorazione e la lotta, ma anche dal libro su Balzac, Il fronteggiatore. E infatti anche Balzac fa una capatina bruciante in questo libro, ricordando a Carlo Marx: guarda che non solo il denaro muove gli uomini ma anche il piacere… In questo libro c’è l’individuazione di qualcosa che rimette in discussione tutto quanto, che permette una canalizzazione drammatica di ciò che è successo finora, c’è il corpo a corpo con la scienza, con la filosofia, che si conclude con la domanda: se sono questo, cosa ce ne facciamo noi della scienza, della filosofia? Ecc… Non perché io disprezzi il pensiero, ma perché quello che noi ancora percepiamo come pensiero deve diventare tramite di qualche cosa d’altro, perché finora è finito tutto in questo imbuto di specie…

Qual’è è il libro tuo più vicino al Grido per quanto riguarda l’invenzione di uno sbocco?

Fiaba Bianca. È il libro che ho scritto prima del Grido. Apparentemente è una fiaba, anche lì c’è il confronto con la fiaba che ci insegna la possibilità della metamorfosi e la possibilità dell’irruzione del possibile nell’impossibile. In quella fiaba bianca ci sono tre cavalieri, che sono la malinconia, la passione e il sogno: la malinconia che ti fa vedere le cose come stanno, senza inganni e senza finzioni, la passione che non ti fa arrendere di fronte a una situazione bloccata, il sogno che ti fa prefigurare e inventare una diversa dimensione e ti indica una inconcepibile strada per arrivarci.

Testi di Antonio Moresco citati

Canti del caos, Mondadori, Milano, 2009 – edizione completa

Gli incendiati, Mondadori, Milano, 2010

La lucina, Mondadori, Milano 2016

Il fronteggiatore, Bompiani, Milano, 2017, con Susi Pietri

L’adorazione e la lotta, Mondadori, Milano, 2018

Fiaba bianca, Rizzoli Lizard, Milano, 2018

Il grido, SEM, Milano, 2018

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In morte di Stan Lee

ricorda GIUSEPPE GENNA
Allora a nove anni io rubo una sigaretta dei Monopolio di Stato dal borsello in finta pelle di mio papà nell’anticamera tenebrosa, in fondo, verso la porta, nell’attaccapanni modellato in legno come un manichino di Savinio De Chirico e corro nella stanza di mia sorella e mia, oltre il poster del pittore di persone grasse rotonde esagerate Botero, un torero nell’arena circolare piccolina essendo lui enormemente tondo a toni morbidi, e verso il poster del funerale di Palmiro Toglietti del pittore del PCI Renato Guttuso, è mattina molto presto nella città cromata Milano, in questo evento di sabbia e sangue incrostato che è l’appartamento, la mia famiglia, io – e mastico la sigaretta. Succhio il tabacco, lo sminuzzo, muovo male la mascella, la lingua si irrita gonfiandosi, le sostanze tossiche sono assorbite, la saliva abbonda, la ptialina lavora la tossina, è tutto un metabolismo! Ecco la febbre. Se mastichi tabacco, viene oltre 37°, è un trucco che si tramanda, l’alito emana febbre e sentore di tabacco che si sputa in certe tabacchiere con la calce dentro, annullandone il puzzo, è un acido amaro, un whiskey sbagliato, degli adulti nelle case ricche patrizie moderne americane del nord, vetrate al posto delle pareti, blended e sigaro con le piscine notturne fuori in quelle ville di uno strano Le Corbusier: tutto il tabacco è questo. La febbre cresce. Scotto. Viene a provarla la madre, la tumultuosa madre, bianca, renitente, mio padre cupamente è uscito con il borsello verso il lavoro impiegatizio comunale nella giunta rossa di Carlo Tognoli. Sembra, io, che deliri. Il tabacco ha alzato le temperature interne, accelerando gli organi. E’ un tempo umanamente che esiste, lungo, di una lentezza fatta dalla meccanografia dei tempi, dei lavori di quel tempo. L’automobile è pesante, sono pesanti. Sono pesanti le prediche delle Pie Donne all’inizio dell’ora scolastica, dove non vado perché ho la febbre, sopra 38°, la madre è stata ingannata, mia sorella mi invidia l’influenza e va verso le Pie Donne iniziali della preghiera all’inizio delle lezioni alle elementari, accompagnata da mia mamma. Tumultuosamente sto, solo nella casa cupa, dentro il letto ravvolto, da lenzuoli diacci e intrisi, di sudore, di tabacco. Ogni febbre era “cavallina”. Sei nel centro di un cosmo diaccio, intriso di rocce e fatuità, umane non prevalentemente, o immagini di febbre che infuocate dalla carta velina alzano i loro propositi nell’aria, carta velina incendiata. Torna la mamma, ha accompagnato nella scuola fatta dal Duce mia sorella piccina, con le gambe magre e le braccia piccoli legnetti, molto magra e sul labbro inferiore la bolla di saliva che splende, aurea. Mia sorella. Mia sorella è una bambina di grande ingegno a cui la sera fa sempre male la gamba per motivi di stanchezza e anemia mediterranea, una malattia sconosciuta che parte dalla Sardegna e invade tutto il Mediterraneo. Non ha mai problemi ai denti, carie. Si veste molto compitamente e ha una forte componente di socializzazione e altri giudizi scolastici così. La mamma rientrando si è fermata all’edicola, fatta di metallo pesante verde, ha acquistato i giornaletti, i Vendicatori l’Uomo Ragno i Fantastici QuattroLa VisioneSilver SurferHawk Iron Man e altri, perché io ho la febbre, per farmi passare il tempo. Allora una nuova febbre mi sale dentro, encefalica, nelle immagini in quella carta non patinata, cotta, dei giornaletti di un tempo, fatto precipuamente da questo Stan Lee che li inventa tutti, li disegna e li inventa e scrive i fumetti, un uomo tipo Burt Reynolds ma con i capelli rossicci, quindi ha i baffi, e gli occhiali, enormi. Genialmente inventa per tutti tutto, noi e gli altri, ovunque nella vita sul pianeta Terra. Negli spazi siderei accadono le cose, divinità né maschili o altro, ciclopicamente grandi da occupare settori del cosmo diaccio e intriso di robotica e demiurghi, di salinità delle terre e esopianeti che posso immaginare grazie a Stan Lee. La zia di Peter Parker è una nonna, non è una zia, ha lo scialle viola, il vestito verde e rammenda come una catanzarese e è a New York. Goblin nel numero trentasette appare con uno skateboard mostruoso meccanico nel cielo di New York. Ovunque escono colori nuovi, nell’ispirazione immaginata di Stan Lee. Ci sono i ciechi tipo Devil contro Bruce con un cognome straniero che diventa Hulk, diventerà Lou Ferrigno, trascorrendo gli anni, con dei capelli anni Ottanta spumosamente inadatti ai supereroi della Marvel, che ha inventato Stan Lee! Ha inventato anche la Marvel! Stan Lee inventa tutto, sui tovaglioli, riportando in redazione un supereroismo umano dal volto umano, problemi di tutti i giorni, lontano dalla semiotica e dagli adulti, solo per noi. Mentre Goldrake grida dentro il televisore, non lo ha inventato Stan Lee, ma i giapponesi che si oppongono a Stan Lee. La febbre cala. Voglio scrivere un libro sulla Visione, ma non me lo permettono nel 1996. Ieri è morto.
Stan Lee, 28 dicembre 1922 – 12 novembre 2018
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Il tempio dei manga

Un viaggio nell’International Manga Museum di Kyoto

riferisce RICCARDO CAPOFERRO

Cuore della cultura tradizionale giapponese e complementare all’ultramoderna Tokyo, Kyoto sorge in una valle cinta da templi, le cui linee pulite circondano il centro abitato e sembrano, con discrezione, presidiarne i confini.

Ma ci sono templi, buddhisti e shintoisti, anche all’interno della città, nei quali specialmente in estate pulsa un’antica e sommessa vita rituale: preghiere, prugne lasciate a essiccare, il tintinnio dei sonagli a vento, sotto il forte brusio – che dopo un po’ fa tutt’uno col silenzio – delle grandi cicale giapponesi. Ci sono templi ovunque a Kyoto, anche nei centri commerciali e nei parchi pubblici.

Uno di essi è dedicato un culto giovane ma già numeroso. È il Museo internazionale del manga, un’istituzione tipicamente giapponese che a una prima occhiata non ha nulla di celebrativo. All’ingresso troviamo un negozio di gadget, poi un workshop di giovani mangaka che deliziano i visitatori con ritratti dalle fattezze stilizzate e gli occhi ingranditi; più oltre, percorrendo i corridoi dell’edificio – che in passato è stato una scuola – si arriva a una sala-biblioteca con al centro pannelli che illustrano aspetti giuridici, statistici o produttivi della storia del manga, a uno spazio dedicato alle mostre, e a un’ampia sala lettura con divani circolari e un grande tappeto, anch’esso circolare, sul quale accomodarsi a leggere.

È inutile cercare di descrivere un posto come il Museo internazionale del manga in modo oggettivo, specialmente se si è italiani e si è stati bambini nei primi anni ottanta, quando i cartoni animati giapponesi dilagavano nei palinsesti delle TV private e ogni pomeriggio si occhieggiava negli interni sobri ma accoglienti delle case giapponesi e ci si interrogava sul sapore degli onigiri, le polpette di riso. Esplorare il Museo significa naufragare tra le suggestioni, perché nuove scoperte sollevano ricordi vecchissimi, e per un po’ si va alla deriva tra i sogni di un tempo più spensierato. Ma nel giro di poco si iniziano a distinguere i lineamenti di in una storia. Una storia che è fitta di atmosfere, invenzioni grafiche e visioni della cultura occidentale, che fin dall’inizio hanno segnato la storia del manga.

Le suggestioni aleggiano tra le scaffalature gremite di tankōbon – gli albi rilegati – in cui spiccano serie da cui tra gli anni settanta e ottanta sono stati tratti i cartoni arrivati in Italia, ma subito si scorgono rassomiglianze tra quelle serie e altre: oltre a Versailles no Bara – cioè Lady Oscar – ne vediamo altre ad ambientazione storica in cui la cura del dettaglio si unisce al gusto del feuilleton e non di rado ai vagheggiamenti sentimentali tipici del sottogenere dello shōjo manga: fumetti dedicati a Cesare Borgia, a giovani alpigiane, a T. E. Lawrence, a fanciulle vittoriane o dell’alta società inglese d’inizio Novecento – Lady Victorian e Lady!!! – e, ancora, rievocazioni del Giappone feudale o del periodo Shōwa. E poi ci sono i fumetti ad ambientazione sportiva – come Capitan Tsubasa, il leggendario Holly e Benjy – e space opera come quelle legate all’universo vastissimo di Mobile Suit Gundam. E finalmente capiamo chi sia il personaggio con l’aria da duro i cui albi sono in vendita in tutti i Lawson, gli ubiqui minimarket giapponesi: si tratta del protagonista di una serie noir, Golgo 13 di Takao Saito, iniziata nel 1968 e ancora in corso. Il tratto di Saito somiglia a quello del quasi coetaneo Sampei Shirato, autore della serie Sasuke (sulle avventure di un giovane ninja), in cui ci si è imbattuti per caso un pomeriggio estivo di decenni prima.

L’enorme quantità degli albi, che ricoprono le pareti fino al soffitto, rende palpabile una storia accelerata, un immaginario che si è espanso con la rapidità e la potenza di una supernova e ha pervaso ogni angolo e ogni momento libero della serrata vita quotidiana giapponese, disseminando tracce ovunque: nei vagoni della metropolitana, sulle panchine, sui tatami. Si dispiega davanti ai nostri occhi una fitta sequela di esperimenti, variazioni e ripetizioni, in cui le soluzioni imposte da una produzione febbrile si sono unite a un’insaziabile sperimentazione. Per esempio, nell’opera dei grandi maestri notiamo a volte il recupero degli stessi visi (così fa, per esempio, Leiji Matsumoto: Capitan Harlock, il pirata dello spazio, è nato come Franklin J. Harlock, navigatore e pistolero al centro della serie western Gun Frontier). E lo stesso fumetto di “avanguardia”, il gekiga, è nato poco dopo gli albori del manga, quando artisti come Yoshihiro Tatsumi, che racconta della sue esperienza creativa nell’autobiografia a fumetti Una vita tra i margini, inseguiva l’idea di un fumetto più adulto, nei temi e nello stile grafico (diversi esempi di gekiga sono stati da poco pubblicati in italiano da Coconino press).

Nel museo tutto diventa tangibile. Si intuiscono le tonnellate di carta, i ritmi forsennati, il consumo vorace; si condivide l’interesse dei giapponesi per la cultura occidentale, che rende il nostro sguardo sul lussureggiante universo del manga quasi onirico, sospeso tra riconoscimento e straniamento. E si percepiscono gli ideali, le ossessioni e i turbamenti collettivi del pubblico giapponese – è fiorentissima anche la pornografia, con un’infinità di sottogeneri e perversioni – e ci assale la smania di leggere e la frustrazione di non poterlo fare, perché gli ideogrammi, con la loro agile eleganza, non riescono a staccarsi dalle immagini.

Ma per loro fortuna molti dei visitatori capiscono il significato degli ideogrammi, e possono godere pienamente delle storie che raccontano. Il museo del manga non allontana dal pubblico gli oggetti del desiderio. Chiunque può prendere un albo, dirigersi alla sala lettura e sprofondare nei grandi divani o nel pavimento imbottito, pronto a fuggire in una mitteleuropa reinventata, nel Giappone degli shogun o in una colonia orbitante. In silenzio devoto, nonne e nipoti, genitori e figli, e adolescenti solitari si fermano a leggere manga, le cui pagine non vengono sottratte agli sguardi e isolate in una teca; sarebbe un tradimento della loro ragion d’essere, che è quella di accompagnare il tempo quotidiano, di soddisfare la fame di evasione, di colorare – nonostante siano perlopiù in bianco e nero – la memoria di una stagione. I manga possono essere elevati allo statuto di classici, ma devono essere divorati, e il museo non nega questa realtà ma la asseconda, senza temere la deperibilità della carta. (Per fortuna, però, i lettori giapponesi, anche i più giovani, sanno trattare quella carta con rispetto).

Uscendo dal museo dopo aver comprato un souvenir nel negozio annesso – una serie di cartoline dedicate a Tetsuwan Atom di Osamu Tezuka (conosciuto in Italia come Astro Boy) si ha la sensazione di aver viaggiato nei decenni; di aver avuto accesso – tra navi, astronavi e fanciulle diafane dai grandi occhi – a un’enorme e multiforme memoria collettiva, e di averne visto le fucine. E si ha l’impressione di poter meglio cogliere la distanza tra il Giappone e l’occidente; una distanza che gli autori di manga hanno percorso con lo sguardo e tuttavia non hanno mai voluto colmare, consci fin dall’inizio della forza della loro ispirazione, che si nutre di influenze esterne all’isola ma è radicata nella loro tradizione pittorica e religiosa, nella loro morale, nel loro rapporto con la natura. (Sono immancabili, nei manga – persino in quelli dedicati ai mecha, i robot giganti – le pause contemplative davanti al profilo dei rami, alle nuvole, ai fili d’erba, le stesse pause a cui le città giapponesi, con improvvisi scorci di verde in mezzo al cemento, sembrano incoraggiare).

E uscendo dal mondo cartaceo del manga e rientrando nella città si intuisce un ancora misterioso senso di unità; si intravvedono le corrispondenze, evidenti o segrete, che fanno una cultura.

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