Bruce Lee è vivo e lotta con noi

Sean Chuang, I miei anni ’80 a Taiwan, tr. Martina Renata Prosperi, Add Editore, pp. 191, euro 18,00 stampa

recensisce UMBERTO ROSSI

Una volta quell’isola, grande più o meno come il Belgio, che se ne sta davanti alla Cina ma (forse) non ne fa parte, la chiamavamo Formosa. Oggi più correttamente ha ripreso il nome che usano gli abitanti, circa 23 milioni, culturalmente cinesi ma politicamente più occidentali di quelli del continente. A Taiwan non c’è la Repubblica popolare cinese, quella del turbocapitalismo senza molti diritti civili, ma la Repubblica cinese (e basta), da sempre alleata dell’Occidente anche se con essa si fanno affari un po’ defilati, per non far arrabbiare la Cina quella grossa. Leggendo questo bel graphic memoir, o memoriale a fumetti che dir si voglia, una cosa ho capito: che di Taiwan e della sua vita ne sapevo proprio poco. Adesso una qualche idea, grazie a Chuang, me la sono fatta.

I miei anni ’80 a Taiwan ci racconta quel che il titolo promette: le cose di quel decennio che sono rimaste più impresse nella memoria dell’artista grafico e regista (nato nel 1968). Un po’ un «come eravamo», ma impreziosito da una considerevole qualità del disegno, un bellissimo bianco e nero assai originale, e dal fatto di vedere quel decennio con gli occhi di un cittadino di un paese assai speciale, una nazione che esiste ma formalmente non è riconosciuta, sempre sotto la minaccia di essere invasa dalla Cina quella grossa. Non sono i nostri anni Ottanta; hanno qualcosa in comune, ma anche aspetti assai diversi. Sono anni Ottanta decisamente alieni.

Il libro è strutturato per brevi episodi indipendenti, in ognuno dei quali Chuang rievoca episodi della sua vita famigliare (come le lezioni di piano che la madre andava a prendere in un’altra cittadina, col piccolo Sean ad accompagnarla), passioni infantili (i costosi robot giapponesi derivati da manga e anime, che i suoi genitori non si potevano permettere), fissazioni adolescenziali (come l’obbligo di tagliare i capelli cortissimi imposto spietatamente dalle autorità scolastiche), pulsioni erotiche (il tragicomico episodio dell’amica di penna), mode del periodo (la breakdance, che a Taiwan furoreggiava), miti di massa, incarnati ad esempio da Bruce Lee.

Ecco, su questo episodio mi vorrei soffermare un attimo: a leggere e guardare le pagine in cui Chuang ricostruisce l’amore dei taiwanesi per l’attore di Hong Kong, mi rendo conto di quanto noi adolescenti europei ignorassimo del significato di quei film di kung fu per i cinesi. Erano un momento, come direbbero gli americani, di empowerment, dove il cinese non era solo uno che sgobbava come una bestia, disprezzato dagli occidentali e pure dai giapponesi, eterna vittima, eterno morto di fame. No, grazie alle gesta di Bruce Lee nella pur sua breve carriera cinematografica, il cinese diventava uno che menava, che le botte le dava, non le riceveva soltanto. Picchiava pure Chuck Norris, e lo faceva dentro il Colosseo! (Quella scena finale di L’urlo di Chen terrorizza anche l’Occidente è uno dei momenti cruciali degli anni Settanta; lo capisce solo chi li ha vissuti.)

E questa rimemorazione tra il personale e il collettivo di quel decennio (con sconfinamenti nel prima e nel dopo) Chuang la scrive e la disegna con una grazia a momenti quasi lirica. La sua non è solo narrazione sequenziale: è poesia con immagini. Allora tanto di cappello alla traduttrice, Martina Renata Prosperi, che ha saputo renderla così bene dal cinese.

Concludo augurandomi che Add continui su questa strada: ci sono altre opere grafiche dello stesso autore che adesso sarei tanto curioso di leggere…

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