Viaggio in un mondo inquieto

Navid Kermani, Stato di emergenza, tr. di Fabio Cremonesi, Keller Editore, pp. 359, euro 18,00 stampa

di ELIO GRASSO

Navid Kermani, giornalista tedesco di Siegen, scrittore di saggi dedicati al dialogo fra le culture, ha raccolto in Stato di emergenza undici viaggi e altrettanti reportage in India, Pakistan, Afghanistan, Iran, Siria, Palestina, Israele, fino al Mediterraneo orientale. Attraversamenti avvenuti dal 2005 al 2012, cercando e ritrovando realtà sempre mutevoli dove la storia e le sue connessioni appaiono come un universo di tremende opposizioni, contraddizioni e frammenti di vita paradossali.

Gli incontri con le popolazioni e i singoli individui sono pane quotidiano per Kermani: il paradiso sfiancato del Kashmir ci arriva addosso con la levigatezza di immagini Kodachrome. Ogni suono, anche il più placido saluto, appare come supplica mentre il viaggiatore si trova immerso in folle di soldati e avvenimenti d’immensa complessità. Politiche farraginose e oscure s’intrecciano su territori che sono stati un paradiso millenario. Il divorzio da quelle terre attraversa le cellule di chi lì ha vissuto. Cordialità e sguardi poco affabili sono all’ordine del giorno per il reporter che si ritrova in India, in mezzo a folle marcianti. E non manca lo stupore accorgendosi di quanta sicurezza di sé abbiano certe donne. Nel subcontinente indiano affascinano i lineamenti e i colori della pelle mutevoli e meravigliosi. In quegli anni di boom, fra Nuova Dehli e Mumbai non è facile destreggiarsi in mezzo a caste e intolleranze religiose. Kermani valica un multiverso pieno di voci e storie da raccogliere, non accontentandosi di essere un semplice e intorpidito passeggero occidentale.

L’incontro con il mondo sufi in Pakistan avvicina a un ascetismo pressoché incomprensibile, crocevia dove estasi e cerimonia si legano indissolubili a individui sordi ma che “sentono” il ritmo attraverso la solidità del corpo. Ma fra santuari e poeti mistici è avvenuta la “talebanizzazione”, contraltare violento ed estremo di chi aveva nei geni tolleranza e misericordia. La densità degli attentati pone fine a qualsiasi distinguo. In Pakistan si spendeva in beneficenza il cinque per cento del PIL. Ma la cultura dei santuari, nota Kermani, forse in quel paese intontisce. È vero che lì in mezzo ci sono sballati e personaggi bizzarri che poco hanno a che fare con il sufismo insegnato dai trattati classici.

I giubbotti antiproiettile e l’elmetto pesano per i visitatori giunti in Afghanistan nel 2006, ma seguire i convogli militari insieme a Kermani è un po’ come incrementare il nostro tasso di comprensione del mondo. L’ironia degli inglesi verso le truppe USA non è una novità ma qui i punti di vista sembrano stemperati da un’umanità ben poco marziale. Sembra poi strano che nell’esercito afghano non esistano tensioni etniche, d’altronde un soldato lì spesso guadagna più di un medico. A Kabul le bambine ridono in mezzo al traffico caotico, alle macerie, contrastano la depressione del viaggiatore. A Kabul sono stati costruiti nuovi muri davanti ai muri. Ogni edificio pubblico, o importante, è protetto da una specie di barriera difensiva. E si capisce il perché.

Lo sguardo di Kermani è instancabile, ci presenta il caffè inimitabile di Baghdad e gli embarghi di una guerra infinita, il coprifuoco di Damasco, la Palestina rivelata dietro il muro tirato su non dalla geografia ma dagli uomini.

E infine Lampedusa, settembre 2008. Una processione mariana blocca la strada, bisogna salire sulla collina per scorgere il centro di accoglienza: “in confronto ai campi che ci sono in Libia, questo è un villaggio vacanze”. Fra discussioni e mancate autorizzazioni possiamo ascoltare le parole di sindaco ed ex sindaco, di funzionari e medici, di profughi e abitanti. I turisti non si vedono, loro cercano soltanto il mare come sinonimo di vacanza. Il lungo racconto di Kermani termina qui, tra fatica e perenne melanconia, mentre un temporale scoppia sull’isola e la grandine colpisce tutti irrimediabilmente.

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