16 Settembre, 2019

Tag: giallo

Dal nostro archivio

Utopie e nefaste utopie

Uwe Timm, Un mondo migliore, tr. Matteo Galli, Sellerio. Recensione di Franco Ricciardiello. Nel maggio del 1945, Michael Hansen, un tedesco naturalizzato americano (giunto negli Stati Uniti all’età di 12 anni con la famiglia), arriva in Germania a seguito dell’esercito alleato. I suo superiori lo incaricano di scoprire più cose possibile sul professor Alfred Ploetz, campione dell’eugenetica nazista, che prima della guerra è arrivato vicino a vincere il Nobel.

Diario di Bordo: John Ashbery in Italia 1/2

riferisce PAOLO PREZZAVENTO. "Scegliamo il famigerato brano della doppia sestina, che tanto mi ha fatto penare durante il lavoro di traduzione, dal Canto V di Flow Chart. E' uno dei miei pezzi preferiti, e viene proprio bene, sia in inglese che in italiano."

Fantascienza esistenzialista

Colin Wilson, I parassiti della mente. "Figlio di Lovecraft, abbiamo detto, in stretto legame con altri tanatologi, parente prossimo di Meyrink e di Daumal per l'idea del romanzo iniziatico, e di Jung e di Gurdjeff per i problemi relativi alla “veglia” (non a caso in seguito scrisse le biografie dei due pensatori), debitore per l'impalcatura filosofica a Husserl, Heidegger, Whitehead (tutti ampiamente esplicitati), il testo prosegue in un catalogo di orrori psicologici..."

Poesia nei minuti depredati della luce

Agota Kristof, Chiodi. "I versi di Kristof – che nella sua bella postfazione Pusterla definisce «atroce e struggente» – non conoscono punteggiatura; in essi vi è un fluire di parole che lentamente precipitano verso una chiusura che coincide con un'impossibilità: «morti camminano / per queste vie anche io sarò pallida se solo sapessi / dove andare da chi e perché» scrive in «La finestra della notte»."

La materializzazione dell’astratto

François Rabelais, Gargantua e Pantagruele. "È Auerbach a individuare una netta posizione anticristiana, «per lui è buono l’uomo che segue la sua natura, e buona è la vita naturale, sia quella degli uomini che quella delle cose», e prosegue scrivendo che per "Rabelais non esiste peccato originale né giudizio finale. A rileggere oggi quest'opera monumentale, queste osservazioni suonano ancora più forti e profonde, soprattutto in un’epoca di materialità effimera come l’odierna, che si esprime solo attraverso il possesso e non attraverso l’essere e il vivere..."