Straordinarietà dello sport

Stefano Pampuro, Ogni corsa è un viaggio: Storia di una generazione che ha dominato la maratona, Ultra, pp. 240, euro 16,50 stampa

recensisce NICOLA PALADIN

Si scrive così tanto di sport che i libri sul tema costituiscono ormai, quantomeno a livello commerciale, un sottogenere a sé stante. Si potrebbe addirittura parlare di una tradizione iniziata nel 2009 con Open, la biografia di Andre Agassi, portata in Italia da Einaudi Stile libero nel 2011 e inserita da Alessandro Baricco tra le migliori cinquanta letture degli (allora) ultimi dieci anni; la vita del tennista statunitense non è solo valsa un successo di pubblico e critica non del tutto preventivati, ma ha anche configurato un tipo di libro senza precedenti, destinato a rimanere ancora oggi il termine di paragone per la lista sterminata di biografie di sportivi, prevalentemente calciatori, che ha invaso le librerie. Al di là del peso commerciale che la letteratura sportiva indiscutibilmente esercita, questi testi sembrano concentrarsi però sulle celebrità, lasciando lo sport in secondo piano, mantenendo le stesse dinamiche celebrative tipiche dello showbusinness sportivo.

Proprio in contrasto con queste tendenze vale la pena dire qualche parola a proposito di Ogni corsa è un viaggio, racconto autobiografico di un fondista amatoriale prima che scrittore. Attraverso una serie di interviste, Stefano Pampuro ripercorre la storia di una generazione d’oro di maratoneti spagnoli che tra il 1995 e il 2003 ha dominato la corsa su 42 kilometri (nomi tra cui Martín Fiz, Fabián Roncero, Abel Antón e altri), superando atleti tecnicamente e fisicamente inavvicinabili, come l’etiope Haile Gebrselassie. Ogni capitolo corrisponde a un atleta diverso con cui Pampuro parla, ma soprattutto corre. La sequenza di interviste a questi campioni fornisce un’interessante panoramica sulla disciplina e funge al contempo da ossatura al racconto delle peregrinazioni dell’autore in giro per la Spagna nel tentativo di incontrare i corridori. Riflessioni sul rapporto tra vita e corsa si alternano a momenti dal sapore quasi picaresco: tra estenuanti viaggi in corriera, notti all’addiaccio e infortuni muscolari, addirittura “Estefano” (come lo chiamano i corridori spagnoli) finisce erroneamente in un bordello nel cui foyer attende l’alba pur di proteggersi dal freddo e poter continuare il proprio viaggio.

Osservandolo un po’ più da lontano, si percepisce come le varie dimensioni che compongono il viaggio di Pampuro si intreccino, componendo una riflessione generale sulla corsa, sullo sport in generale, e su come esso si sia trasformato. La domanda nevralgica delle interviste tende a ripetersi passando da un corridore all’altro: come è stata possibile una generazione come quella spagnola a cavallo del 2000? Gli ormai ex-atleti che cercano di rispondere a Estefano sono inconsapevolmente unanimi “in negativo” quando affermano che una generazione del genere non è ripetibile poiché sono cambiati i presupposti con cui i giovani si avvicinano allo sport, qualsiasi esso sia: mentre un tempo “si correva per rabbia o per amore”, perché non c’era niente da perdere, nel quadro tracciato dagli ex-campioni olimpici lo sport non è più fine, ma è divenuto mezzo per raggiungere un miraggio di fama e celebrità che ne ha fatto perdere di vista il valore intrinseco.

A questo scenario si contrappone Ogni corsa è un viaggio, una testimonianza oltre che un racconto. Quella di Pampuro è una voce fuori dal coro che trasmette una filosofia sportiva e autentica che, con semplicità e passione, riesce dove le biografie degli atleti più famosi falliscono sistematicamente: ricorda cioè la natura ordinaria dello sportivo e quella straordinaria dello sport, ricomponendo una visione della realtà sportiva a una definizione molto più elevata di quanto non facciano le partite su Dazn, riattestandola a componente della vita umana non relegabile a un pigro esercizio di commento dalle profondità del divano. Ed è proprio nella quotidianità che si nasconde l’imprescindibilità della corsa e dello sport: come suggerisce l’autore infatti, “in qualunque forma, con qualcunque tecnica, e qualsiasi condizione, non si smetterà mai di correre”.

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