Poesia che affiora dalla prosa

Mariana Leky, Quel che si vede da qui, tr. Scilla Forti, Keller editore, pp. 336, € 18,00 stampa

L’editore di Rovereto ha con sé un grande presente per allestirvi la mitologia editoriale del futuro. Sembra inizio drammatico per una recensione, d’altra parte se vogliamo contrastare le attuali ridotte figure in ambito letterario non abbiamo scelta. I soliti benpensanti possono presumere, bontà loro, che influenzi la caratura grafica di ciascun libro. Non sbagliano. La giusta fama talvolta si accresce a causa di apparizioni inconsuete sui banchi delle librerie, sui tavoli dei nostri studi, di cucine e salotti. Progetti grafici ammirevolmente propizi al contenuto in essi confezionato. È il caso di Keller, che sa trovare saggi, reportage e romanzi là dove l’Europa sembra dimenticata o al più vista come uno scheletro disastrato. Sarà anche vero ma ci sono ancora nazioni al cui interno nascono e producono scrittori capaci di scoprire, o scoperchiare, realtà a noi ignote. O raramente conosciute. Keller ha lavorato sulle traduzioni fin dall’esordio, avvenuto in Trentino (con piena vista di stupendi filari di viti) nel 2005 con particolare attenzione verso il reportage narrativo, la narrativa d’invenzione e memorialistica, sostando fuori e dentro confini che, a dirla tutta, riguardano sempre più i popoli affacciati sul Mediterraneo. Autori come Herta Müller, Max Blecher, Ota Pavel, Jacek Hugo-Bader, Aglaja Veteranyi, Jo Lendle, Arno Camenisch, hanno segnato profondamente il catalogo fin dagli inizi. E su questa rivista se n’è ampiamente scritto.

Ora tocca a Mariana Leky, autrice molto nota in Germania soprattutto con questo romanzo salito ben presto nella categoria dei bestseller. Quel che si vede da qui è popolato di personaggi lievi e divertenti, le cui gesta avvengono in un paesino del Westerwald, verde quanto lo sono i pensieri della bambina Louise, voce narrante che diventa adulta nella seconda parte del romanzo. Gli incroci generazionali e spirituali, le divinazioni, dentro a questo piccolo mondo, piccolo ma interessato ai grandi eventi universali come la nascita e la morte, sono il tessuto cortese del libro. E scortese sarebbe descriverlo qui enumerando la serie degli eventi. Ma non è indifferente sapere che la nonna di Louise ha il potere di prevedere la morte, non si sa di chi, all’interno del paese nel momento in cui a lei appare in sogno un animale strano, fantastico, composto dalla somma di altre bestie: l’Okapi, così chiamato, si aggiunge allo zoo delle creature inventate dalla letteratura nel corso dei secoli.

Ma non è lui il protagonista. L’agitazione s’impossessa di parenti e amici, tutti in attesa di ricevere la notizia di una morte e delle sue modalità, poiché i fatti mutano ogni volta, come le relazioni amorose e le amicizie che interessano la bizzarra comunità e che in un attimo possono ribaltare vite e destini. La scrittura di Leky sa bene come tirar fuori il senso del meraviglioso osservando minuziosamente i battiti di ciglia di bambini e adulti, nei loro folti incroci esistenziali. La poesia affiora a ogni pagina senza alcuna leziosità, o frivolezza, anzi potremmo dire che proprio al centro di essa si scorge il cuore dignitoso di una tragedia annunciata e ripetuta quando nessuno se lo aspetta. Nel frattempo qualcuno desidera baciare, altri ignorano questo desiderio, i bambini diventano adulti, l’aria si oscura e si rischiara a seconda del volume di preoccupazioni, altri contemplano la bellezza della natura e l’affettuosità insita nel cibo. Ma l’okapi si materializza nel sonno, e qualcuno se ne va. Una specie di roulette che accompagna il tempo e le epoche di quel paesino per certi versi sede della storia tamburellante dell’umanità. E se insolita la crediamo, è perché siamo avvezzi a creare disarmonie nella concordanza indifferente della natura.

Sarà un’ironia irrispettosa, ma ogni volta si ripete quando la morte sconvolge gli equilibri di quel giro d’amicizie e amori, più o meno conosciuti, più o meno irrisolti o francamente compresi. I sogni in fondo sono poco importanti, in questo romanzo valgono di più le scarpe giuste ai piedi giusti e la visuale filosofica che se ne ha, aggiudicando al corpo il suo valore fondamentale, cioè quello della ricchezza emotiva, vero motore delle cellule e dispensatrice di rigore linguistico. È quest’ultimo a definire la rapinosa levità dell’opera (diamo merito alla traduzione di Scilla Forti, il cui valore non è ignoto a tale riuscita), donato dall’autrice ai personaggi mentre si ritrovano a passeggiare per il paese meditando sulle sorti proprie e del mondo. Mondo che dovrebbe concernere noi lettori, a stretto giro di posta. Okapi permettendo.