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Caccia alle streghe in Moravia

22 gennaio 2018

Kateřina Tučková, L’eredità delle dee. Una misteriosa storia dai Carpazi Bianchi, tr. Laura Angeloni, Keller, pp. 416, euro 20 stampa

recensisce SARA TOSETTO

Caso letterario in Repubblica Ceca, il romanzo di Kateřina Tučková è ispirato a vicende reali, che affondano le radici nella storia ancestrale della Mitteleuropa. Nella zona della Moravia che comprende i Carpazi Bianchi, al confine tra le odierne Repubblica Ceca e Slovacca, almeno dal 1600 è attestata la presenza di un gruppo di donne che operano una sintesi di pratiche magiche e religiose “includendo nei rituali magici anche il Dio cristiano”. Per questo venivano chiamate bohyně (dee): conoscevano la bohování (da bůh, Dio), l’arte della divinazione e dell’insieme dei consigli che si basano su di essa. Una pratica che “consiste nel pregare Dio perché ciò che il soggetto desidera si avveri”.

Queste donne sapevano curare molte malattie, predire il futuro interpretando la cera rappresa nell’acqua, e non da ultimo fabbricare filtri d’amore o scacciare le tempeste, a seconda delle diverse specializzazioni di ognuna. Non stupisce che il clero le avesse subito tacciate di stregoneria, accanendosi su di loro anche a causa dell’autorità e del credito che godevano presso la popolazione. Ma come scoprirà la protagonista, qualche dea era una vera bosorka, una fattucchiera dai poteri nefasti cui rivolgersi quando si voleva fare del male a qualcuno.

Nella fiction, l’ultima erede di questa affascinante stirpe è la giovane Dora Idesová, che ha scelto di dedicarsi allo studio delle dee anche per ricostituire il legame con la sua infanzia nel paesino di Žítková con l’amatissima zia Surmena, una delle ultime grandi dee, nonché colei che l’ha cresciuta dopo la tragica morte dei genitori. Negli anni Novanta, l’apertura degli archivi della polizia segreta comunista consente a Dora di fare luce sulla fine della donna; perseguitata dal regime a causa della sua attività di guaritrice, che veniva considerata dal comunismo una pratica oscurantista e truffaldina, Surmena fu vittima di un accanimento che ha dell’incredibile.

L’indagine non fa che accrescere le perplessità di Dora: che cos’ha fatto quella vecchia tranquilla e saggia per scatenare una tale furia persecutoria nei suoi confronti? Nella sua indagine la protagonista si ritrova svelare il cuore oscuro del suo paese e dell’Europa intera: prima del Comunismo, infatti, le dee avevano suscitato anche l’interesse, di segno ben diverso, dei nazisti. E come spesso accade, dietro il volto impersonale del potere si celano le miserie e gli egoismi dei singoli.

Il romanzo alterna la riproposizione di materiali d’archivio – che, come dice l’autrice stessa nella nota finale, “sono inventati, ispirati però a del materiale esistente” – al racconto delle vicende personali di Dora, di fatto impegnata in una ricerca identitaria tout court. Incapace di abbandonarsi alle superstizioni che fanno parte del suo retaggio familiare ma scettica nei confronti del materialismo comunista in cui è cresciuta, fedele all’infanzia bucolica con la zia ma incapace di perdonare il padre, vero orco della sua infanzia, Dora cerca faticosamente di trovare un po’ di autentico calore umano, prima ancora che il vero amore, nella provincia bigotta come nell’anonima Brno, incarnando le contraddizioni di un paese sospeso tra un passato atavico e un futuro incerto.

Al contempo, L’eredità delle dee ci spalanca a ogni pagina un mondo di incantesimi, passioni e maledizioni che per certi versi appare ben più reale dei nostri tempi grigi e anonimi, ma sempre vivo e pronto a inghiottirci con la verità crudele delle fiabe. Il gioco sottile tra realtà e fantasia, invenzione e storia, si pone efficacemente al servizio di una narrazione che procede lenta e sinuosa come la Moldava, ma che non risparmia colpi di scena fino all’ultimissima pagina.

https://www.kellereditore.it/

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Lei canta il corpo elettrico

5 gennaio 2018

Naomi Alderman, Ragazze elettriche, tr. Silvia Bre, Nottetempo, pp. 446 , euro 20 stampa, euro 10,49 ebook

recensisce SARA TOSETTO

È di pochi giorni fa la notizia che Ragazze elettriche dell’inglese Naomi Alderman (titolo originale The Power) è tra i migliori libri dell’anno per il New York Times. Alderman, che nel 2017 ha vinto il Baileys Women’s Prize for Fiction, non è nuova ai riconoscimenti letterari (tra l’altro, è stata inclusa nella prestigiosa lista della rivista Granta tra i migliori giovani scrittori britannici), né è sconosciuta all’editoria italiana: tutte le sue opere sono state tradotte da Nottetempo, compreso il bel Disobbedienza (una storia di amore omosessuale femminile all’interno della rigida comunità ebraica londinese).

Leggendo la quarta di copertina di Ragazze elettriche si scopre subito l’ipotesi alla base del romanzo: che cosa succederebbe se a un certo punto le donne sviluppassero la capacità di emanare scariche elettriche dalle mani? A qualcuno potrà sembrare un presupposto poco convincente: davvero nei rapporti di potere tra uomo e donna è tutta una questione di forza fisica? E poi, perché proprio l’energia elettrica? Di primo acchito sa di escamotage degno della fantascienza più cheap. Ben presto ci si accorge che non è così. Dopotutto i nostri pensieri sono guidati da impulsi elettrici, e spesso anche i nostri problemi fisici ne sono condizionati; con l’elettricità trasmessa nei punti giusti è possibile infliggere una tortura terribile (o presumibilmente ottenere effetti curativi) e persino controllare l’erezione maschile (il che rende teoricamente possibile per una donna violentare un uomo).

Pensiamo al “corpo elettrico” cantato da Walt Whitman – e anche che il suo Foglie d’erba veniva ostracizzato non tanto per i contenuti omosessuali, bensì per aver osato affermare che le donne avessero desideri sessuali al pari degli uomini (era già il 1855) – ma anche al fiorire di studi sull’elettricità, che a partire dall’800, ha affascinato personaggi come Benjamin Franklin, Nikola Tesla, o la stessa Mary Shelley con il suo Frankenstein. A quanto ne sappiamo, potrebbero essere state anche le scariche elettriche dei primi temporali a creare la vita dal brodo primordiale. Del resto, in natura, un organo capace di emettere impulsi elettrici (come quello che sviluppano le donne nel romanzo) non è una stranezza, come testimoniano alcune specie di anguille.

Eppure nel libro questa mutazione del genoma umano femminile reca conseguenze sconvolgenti per l’ordine mondiale, portando a una inversione totale dei rapporti di potere uomo-donna, destinati a rimanere tali per migliaia di anni. Da decenni i dibattiti sui diritti delle donne e il femminismo non erano così diffusamente sotto i riflettori come nel 2017: basti pensare allo scandalo delle molestie sessuali che ha valso alle donne che li hanno denunciati la nomina a Person of the year secondo la rivista Time, ma prima ancora alla fortunata serie tv tratta dal Racconto dell’ancella, distopia tutta al femminile di Margaret Atwood, che pure risale al lontano 1985. Non a caso, Ragazze elettriche gode del sostegno e della benedizione di Atwood, dalla dedica allo strillo in copertina, che nell’edizione Penguin recita, molto appropriatamente, “Electrifying!”. Certamente questo libro avrebbe fatto la gioia di una grande scrittrice femminista come Angela Carter.

Eppure, al di là degli inevitabili paragoni, questo non è un libro “femminista”, bensì un libro sul potere. Forse più che nel Racconto dell’ancella, anche Alderman in Ragazze elettriche (sottotitolato: “Un romanzo storico”) fa un uso affascinante della cornice, ponendo in apertura e a suggello del testo firmato Neil Adam Armon (chiaramente un anagramma incompleto di Naomi Alderman) uno scambio di mail tra lo storico autore del romanzo e (si intuisce) la famosa scrittrice Naomi Alderman, cui Armon si rivolge umilmente per un giudizio sul testo. Dal loro scambio di mail capiamo che il mondo in cui vivono è circa 5000 anni successivo al nostro, e che i rapporti di potere uomo-donna sono decisamente e solidamente invertiti – al punto che immaginare una società in cui siano gli uomini a fare i poliziotti appare poco credibile; la Naomi fittizia, che sotto il suo atteggiamento sottilmente paternalistico nei confronti di Neil cela un certo scetticismo, teme addirittura che il pubblico scambi la storia per pornografia di bassa lega.

In poche righe, vengono messi a nudo schemi e abitudini mentali del nostro tempo di cui forse non siamo completamente coscienti: basta l’accenno alla “letteratura maschile” per pensare al ghetto della “letteratura femminile”, fino alla parte finale, con la scrittrice che propone un incontro al collega per parlare del libro faccia a faccia (come non pensare a un possibile tentativo di seduzione – o magari molestia – in arrivo?) e gli suggerisce addirittura di pubblicarlo sotto uno pseudonimo femminile.

Ad ogni modo, è soprattutto la trama ad affascinare sempre più il lettore e a catturarlo, pagina dopo pagina, in un crescendo di suspense (specie nella seconda parte). Al cuore del romanzo c’è una metafora semplice ma cruciale come il titolo: in inglese l’energia elettrica e il potere sono designati dalla stessa parola, power (cosa che inevitabilmente si perde nella traduzione italiana, anche se ci si può arrivare facilmente). Potere ed energia elettrica si comportano allo stesso modo: partono da un centro e si ramificano rapidamente verso la periferia, e altrettanto rapidamente tornano al punto di partenza. Non a caso, il simbolo del nuovo movimento riprende l’antico simbolo religioso femminile della Mano di Fatima, comune a cristiani e musulmani: una mano aperta, metafora della ramificazione del potere e dell’energia elettrica, con un occhio che tutto vede al centro del palmo e le ramificazioni che simboleggiano più direttamente la scossa elettrica, nonché le ferite che il potere di “dare la scossa” infligge sugli arti delle vittime.

Proseguendo nella lettura e nella riflessione, questi motivi vanno arricchendosi di ulteriori significati: la mano-albero-scossa ricorda anche l’albero del bene e del male di Eva, la prima donna. Non è un caso che la nuova profetessa religiosa destinata a sconvolgere l’ordine mondiale scelga questo nome, guidata da una misteriosa, infallibile “voce”. Nel nuovo ordine, anche il primordiale gesto di Eva cambierà di segno, riproponendoci le eterne domande sulla differenza tra il bene e il male. Con una nuova consapevolezza: solo chi ha il potere può decidere chi è il peccatore – e anche se abbattere l’albero stesso del potere e della morale, dando il via a un nuovo Medioevo. Il libro racconta come questo nuovo potere delle donne pian piano sconvolga gli equilibri globali, portando a movimenti religiosi destinati a causare una sorta di rifondazione della Chiesa, e a nuove incarnazioni del potere politico. Politica e religione avranno le loro profetesse.

E il quarto potere, l’informazione? Uno dei personaggi più belli del libro è senz’altro il giornalista nigeriano Tunde (non a caso, un ragazzo delle periferie del mondo, capace di sfruttare la sua occasione in un momento di grandi cambiamenti), che avrà un ruolo importante nella fondazione del nuovo ordine – anche se non quello che si era aspettato. Come nasce e si consolida il potere – qualsiasi forma di potere, da quello religioso a quello politico? “‘Perché l’hanno fatto […]?’” Si chiedono a un certo punto due personaggi del libro. “‘Perché potevano’. Quella è la sola risposta che ci sia”. E ancora, come nasce una religione? Chi è e come nasce un leader destinato a cambiare il mondo? Si scoprirà che quasi sempre è qualcuno che ha molte cose da nascondere; così come i grandi imperi hanno le radici nel fango e segreti inconfessabili tra i rami. Qual è il posto per l’amore, in un mondo che cambia in questo modo?

Ma soprattutto: davvero un mondo dominato dalle donne sarebbe così diverso, o addirittura migliore (o peggiore) di quello dominato dagli uomini? Ragazze elettriche risponde a tutte queste domande con grande intelligenza, originalità e buona scrittura.

https://www.edizioninottetempo.it

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Una favola nuda e cruda

17 gennaio 2018

Marisa Silver, Piccolina, tr. Anna Mioni, Bompiani, pp. 320, €18,00 stampa €9,99 ebook

recensisce ROBERTO STURM

Come qualche volta mi succede, ho letto questo libro per caso. Forse. Dico forse perché, oltre le copertine e i titoli, a volte anche le presentazioni delle case editrici attirano la mia curiosità. Nonostante non ami troppo i romanzi allegorici e fiabeschi, nonostante non avessi mai sentito parlare di Marisa Silver, che oltre a scrivere fa la regista e vive col marito e due figli a Los Angeles, l’istinto mi ha consigliato di procurarmi Piccolina.
Siamo agli inizi del Novecento quando a una coppia di contadini, già avanti negli anni ma senza figli, nasce Pavla. Il parto è difficile, la bimba sembra non voler uscire dal grembo della madre Agata, e solo l’aiuto della vecchia levatrice del villaggio fa sì che nasca senza complicazioni. L’unico vero problema, in effetti, è il corpo tozzo della neonata che però ha un viso bellissimo. Agata non ha latte, e i genitori sono costretti ad affidarla a una balia che ha cresciuto diversi bimbi del paese. Lei è convinta che il suo latte farà diventare Pavla sana e robusta, ma al terzo mese rimane ancora piccola come uno scricciolo e la balia decide di non allattarla più. La bambina cresce d’età ma non di dimensioni e l’unico lavoro che riesce a fare è aiutare il padre nelle faccende di campagna, non volendo i genitori esporla al pubblico sarcasmo.

Da qui in poi l’autrice innesca una serie di vicende che portano la ragazza a vivere ai limiti della sopportazione: prima i genitori, con l’aiuto di presunti medici che si riveleranno più apprendisti stregoni, tentano di dare alla ragazza un’altezza che la liberi dal suo stato di nanismo. Trova poi lavoro in un circo, come attrazione per un pubblico che la dileggia per il suo aspetto, e dove con Danilo, un ragazzo con cui si esibisce, comincia a vivere uno strano rapporto. Ribrezzo e attrazione si confondono e si trasformano in un amore che i due non riusciranno mai a vivere.

La Silver mette molta carne al fuoco: la paura del diverso, il rifiuto della deformità, la condizione della donna, la prevaricazione sui più deboli, la superstizione, la paura del giudizio degli altri, l’ignoranza che si fa ipocrisia e crudeltà, le metamorfosi cui ci obbliga il pensiero comune, l’amore, in tutte le sue forme, come sola forma di redenzione.
La scrittrice americana non usa mai toni apocalittici e non dà mai giudizi definitivi. È la provocazione, la sua arma letteraria, che porta avanti con uno stile asciutto, a volte onirico, con una storia fiabesca scritta con crudezza, con passaggi allegorici che non sono mai orpelli estetici. Una favola tradizionale che gli strumenti dell’autrice americana rende moderna e, soprattutto, attuale, ambientata in un mondo dove la protagonista, Pavla, da vittima si trasforma in carnefice per poi rientrare nel ruolo di vittima. Ma non finisce qui: il finale, aperto, non ci svelerà il destino definitivo della protagonista ma aprirà squarci sulle nostre esistenze.

http://www.bompiani.it/

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Samuel Beckett à la guerre (comme à la guerre)

19 gennaio 2018

Jo Baker, L’irlandese, tr. Giulia Boringhieri, Einaudi, pp. 320, € 20,00 stampa € 9,99 eBook

recensisce PAOLO SIMONETTI

Una lettera in francese datata 6 aprile 1938 riporta gli standard fisici necessari per essere considerati ariani: “Bisogna essere biondi come Hitler, magri come Göring, affascinanti come Göbbels, virili come Röhm – e bisogna chiamarsi Rosenberg”. La lettera, firmata Samuel Beckett, è citata da James Knowlson nella sua biografia dello scrittore irlandese, che da Parigi cerca di ironizzare sull’imminente minaccia nazista. Ma sa benissimo che c’è poco da scherzare, poiché alcuni giorni dopo prende una decisione importante: “Se c’è una guerra, come temo accadrà presto, mi metterò a disposizione di questo paese”. Il 3 settembre 1939 Beckett è in Irlanda, in visita alla madre, quando la Gran Bretagna dichiara guerra alla Germania. Mantenendo fede alla sua promessa, il giorno successivo lo scrittore torna in Francia, dove resterà per tutta la durata della guerra.

Dopo un breve prologo ambientato nel 1919, L’irlandese di Jo Baker rievoca le esperienze francesi di Beckett e della sua compagna Suzanne Dechevaux-Dumesnil durante la Seconda guerra mondiale, e per far ciò comincia dalla “Fine”, come è intitolata la prima sezione: la fine per Beckett di un’esistenza ordinaria e incolore nella neutrale Irlanda, la fine di tutto ciò che è familiare, pacifico, sicuro, la sua vecchia casa di Cooldrinagh, le passeggiate in riva al mare, le visite alla tomba del padre – per rispettare la parola data agli amici francesi: “Ho detto a tutti che sarei tornato”. Non che il rapporto dello scrittore con la madre fosse dei più idilliaci (“Di che utilità penseresti mai di essere, tu?”, gli chiede la donna quando apprende la sua decisione di tornare in Francia), né che la scrittura andasse proprio a gonfie vele (dopo infiniti rifiuti Murphy era stato finalmente pubblicato nel 1938, ma non si può certo dire che fosse stato un successo). Guerra o non guerra, sa che deve assolutamente andarsene da lì, deve abbandonare l’Irlanda, come ha fatto Joyce prima di lui, per poter scrivere. Per poter sopravvivere.

Il trentaduenne Beckett si prepara ad affrontare l’inverno 1939-40 a Parigi nell’unico modo che ritiene sensato, limitandosi “a lasciar scorrere i giorni, le ore, i minuti”: la traduzione in francese di Murphy procede a rilento; gli amici si sono tutti dileguati – tranne Joyce, che pensa solo alle vendite (scarse) del Finnegans Wake e considera la guerra poco più di una scocciatura; prima di partire anche lui con la famiglia alla volta di Saint-Gérand-le-Puy (per poi spostarsi a Vichy) regala al giovane scrittore il suo cappotto smesso, che puzza ancora di brillantina per capelli. Un simbolico passaggio di consegne? Del resto, si chiede Beckett, cosa rimane da scrivere dopo Finnegans Wake? Ha davvero senso insistere con la scrittura? Il rapporto di Beckett con Joyce – complesso e ambivalente, esilarante, sfuggente e struggente – è probabilmente la nota più autentica del romanzo.

Se con Longbourn House (Einaudi 2014, pp. 386, € 18,00) Baker era entrata nel mondo di Jane Austen “dalla porta di servizio”, narrando le vicende di Orgoglio e pregiudizio dal punto di vista dei personaggi minori della servitù (un po’ come aveva già fatto Tom Stoppard con l’Amleto in Rosencrantz e Guildenstern sono morti), nel suo romanzo più recente, A Country Road, a Tree (il titolo scelto per l’edizione italiana, L’irlandese, perde il riferimento all’indicazione scenica con cui si apre Aspettando Godot), Baker fa irruzione nel canone beckettiano dall’ingresso principale, ripercorrendo quello che è un capitolo importante, e ancora troppo poco studiato, della vita dello scrittore: la sua militanza nella Resistenza.

Attingendo a piene mani sia dalla monumentale biografia di Knowlson, Damned to Fame (pubblicata da Einaudi nel 2001 col titolo Una vita [876 pp., € 38,73] e da leggere a-s-s-o-l-u-t-a-m-e-n-t-e), sia dall’altrettanto fondamentale libro di interviste, memoir e ricordi della vita dello scrittore intitolato Beckett Remembering, Remembering Beckett (curato da Knowlson insieme a sua moglie), Baker porta i lettori da Parigi a Vichy, poi a Arcachon e di nuovo a Parigi, fino a Roussillon e da ultimo a Saint-Lô, in Normandia, sulle tracce di Samuel e Suzanne, braccati dalla Gestapo, fiaccati dalla fame e circondati da traditori; piedi doloranti, freddo, paura, delusione e dolore, ma anche tenacia, coraggio, fiducia reciproca e – chissà, probabilmente amore.

Nella sua biografia Knowlson cita un documento ufficiale del 6° Bureau del Ministero delle Forze Armate, datato 7 marzo 1955, che certifica senza ombra di dubbio che “Beckett era stato un agente P. 1 (indicante un servizio militare attivo) nella cellula ‘Gloria SMH’ dal primo settembre 1941”. “SMH” sono le iniziali invertite di His Majesty’s Service (“al servizio di Sua Maestà”), mentre “Gloria” era il nome di battaglia di Jeannine Picabia, figlia ventottenne del famoso pittore e comandante della cellula del SOE (British Special Operations Executive), che affidò a Beckett il compito di mettere insieme, tradurre e consegnare messaggi relativi agli spostamenti delle truppe tedesche. Questi e altri eventi sono narrati da Baker in un linguaggio elegante, che alterna ritmi forsennati da thriller poliziesco a passaggi riflessivi, flemmatici, nel tentativo di emulare l’inimitabile prosa beckettiana. “Volevo che la mia scrittura ricordasse il suo stile”, afferma l’autrice in un’intervista, “senza cadere nella parodia o nel pastiche, che trovo irrispettoso”.

Nonostante siamo lontani dalla profonda rarefazione e dalla complessa semplicità dello stile di Beckett, lo sforzo di Baker va sicuramente rispettato e apprezzato. Se c’è una pecca nel romanzo sta invece nel voler implicitamente ricondurre la più importante produzione beckettiana – soprattutto Aspettando Godot, ma anche la trilogia e le opere della maturità – alle esperienze vissute dall’autore durante la guerra: nelle parole di Baker “Godot diventa la meta verso cui si muove il personaggio, anche nei momenti in cui tenta di sopravvivere e fare la sua parte nel mezzo degli orrori della Seconda guerra mondiale”. Un punto di vista condivisibile, ma sicuramente riduttivo nei confronti di uno tra i più grandi drammaturghi irlandesi del Novecento. Di certo la guerra ha rappresentato uno spartiacque importante nella vita e nella carriera di Beckett, ma forse per scrivere L’ultimo nastro di Krapp non era assolutamente necessario aver ascoltato ogni sera i messaggi cifrati di Radio Londra: “A Suez fa caldo”; “I dadi sono sul tavolo”; “Jean ha i baffi lunghi”.

Dal romanzo emerge il ritratto di un uomo estremamente generoso, onesto, retto e instancabile, introverso, taciturno, spesso indeciso, dotato di scarso senso pratico ma nonostante tutto capace di prendere la decisione giusta al momento giusto; un artista curioso (legge anche il Mein Kampf perché “è importante”), lucido, capace di provare la stessa dedizione assoluta alla scrittura che al tentativo di procurarsi un pacchetto di sigarette; intransigente prima di tutto con se stesso e poi con chi gli sta intorno, sempre pronto ad aiutare gli amici in difficoltà ma assolutamente restio a chiedere aiuto agli altri (Nathalie Sarraute, che non lo sopportava, ricorda che una sua amica diceva di Beckett: “Non perdona mai chi gli fa qualche servizio. Non vuole essere in debito con nessuno”). Uno scrittore indecifrabile, una persona irrappresentabile, un artista inimitabile.

Beckettiano, appunto.

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Qualcosa di nuovo sul fronte interno

15 gennaio 2018

Emilio Franzina, Al caleidoscopio della gran guerra. Vetrini di donne, di canti e di emigranti (1914-1918), Cosmo Iannone Editore, pp. 335 euro 20,00 con CD audio

recensisce UMBERTO ROSSI

Ci dispiace per Borges, ma nella sua storia universale dell’infamia manca un nome. Voglio farlo io, quel nome: Giuseppina Da Ponte, maestra elementare a San Benedetto Po tra il 1917 e il 1918. Questa signorina (all’epoca aveva diciannove anni, forse l’unica attenuante), mia collega anche se preferirei di no, denunciò 14 alunni della sua quinta classe maschile per disfattismo. Quinta elementare: parliamo di bambini tra i 10 e gli 11 anni. Denunciati da questa “maestra” (le virgolette sono d’obbligo) per quel che avevano scritto in un tema la cui traccia era Perché l’Italia possa vincere è necessario resistere fino all’ultimo. I ragazzini osarono dire che la guerra era brutta, che la dovevano fare i ricchi che ci ingrassavano e non i poveri che morivano come mosche. La “maestra” li denunciò e tre degli scolari finirono in casa di correzione per tre giorni (gli altri, grazie a Dio, assolti: qualche magistrato che ragionava c’era anche allora).

(Da insegnante, considero la Da Ponte il modello perfetto di tutto ciò che non devo essere, per nessun motivo.)

Questa storia, e molte altre, le troverete nel caleidoscopico libro di Franzina, e mai aggettivo fu più meritato. La ricerca dello storico si dirama infatti su piste assai diverse, unificate dal concetto chiave di “fronte interno”. Franzina non è storico militare, come Rochat, Del Boca o Pozzato; nella sua vasta bibliografia s’è occupato di molti argomenti (specialmente dell’emigrazione italiana), ma non di guerra combattuta al fronte. Però questo è in ogni caso un validissimo e sostanziosissimo contributo sulla guerra combattuta nelle retrovie: sulla partecipazione dei civili alla guerra.

Nella prima sezione del volume, la prima serie di “vetrini” del caleidoscopio, Franzina si occupa della donne negli anni della Grande guerra. Non furono combattenti, ovviamente; eppure ebbero un ruolo significativo sul fronte interno, come dimostra l’episodio della “maestra” Da Ponte, che ho pescato da una delle ricche note a piè di pagina del capitolo dedicato alle insegnanti elementari. Non furono tutte canaglie come la suddetta; ce ne furono altre che nella loro attività didattica scelsero di non essere spie dell’apparato repressivo poliziesco e predicatrici della strage patriottica. Tra di esse spicca quella Lina Merlin che poi divenne senatrice socialista (non Craxiana, beninteso) e diede il nome alla legge che chiuse le case di tolleranza in Italia.

Ma in questa prima parte si esplorano altre sfaccettature del ruolo giocato dalle donne durante la guerra, dalle prostitute alle Madrine di guerra, dagli epistolari femminili a come venivano usate le figure femminili nella propaganda di guerra; e tra questi “vetrini” due mi piace segnalare, due magistrali letture di Vent’anni di Corrado Alvaro (grande classico dimenticato della Prima guerra mondiale) e della produzione bellica dell’inarrestabile Filippo Tommaso Marinetti, futurista ed erotomane.

Viene poi una sezione dedicata alle canzoni del ’15-’18, che esamina i testi di quei canti e le modalità con le quali essi vennero prodotti (spesso riprendendo melodie già esistenti e fornendole di testi nuovi che parlavano del conflitto); questo è un filone di ricerca che Franzina non ha perseguito solamente da storico, ma anche impegnandosi in prima persona come cantante con un gruppo che esegue queste antiche canzoni popolari (rimando al CD incluso nel volume).

La terza sezione invece dettaglia la partecipazione degli emigrati italiani alla grande guerra: non furono affatto pochi quelli che tornarono in patria dalle Americhe a combattere. Assieme a questi volontari, ci sono le storie degli emigrati in altri paesi europei che si trovavano o dall’altra parte della barricata rispetto all’Italia, o comunque trasformati tutti o in parte in teatri di guerra (per esempio il Belgio). Le due guerre mondiali furono anche caratterizzati da massicci spostamenti di persone, famiglie, comunità, etnie (si parla sempre degli ebrei durante la seconda, e giustamente, ma quello è un caso speciale di una categoria di fenomeni ben più ampia); e non può non venire in mente la Storia di Tönle di Mario Rigoni Stern. Ci fu anche risentimento tra gli italiani più poveri (che pochi non erano) quando a causa della guerra si bloccarono i canali emigratori che costituivano la principale prospettiva di miglioramento delle proprie condizioni se non di pura e semplice sopravvivenza.

Nella quarta parte si tratta di un particolare fronte interno, quello argentino. Nel paese latinoamericano la presenza italiana era, come ben si sa, fortissima; Franzina illustra come quella comunità emigrata visse la guerra, tra cronaca, propaganda, retorica politica e vissuto quotidiano, mostrando quale fosse l’impatto del conflitto su un paese ben distante geograficamente, e politicamente neutrale. Leggendo queste pagine ci si rende ben conto di quanto sostanziale sia quell’aggettivo “mondiale” che associamo alla guerra del ’15-’18. E non si può non riflettere sul fatto che queste dinamiche di un conflitto vissuto a distanza, oggi che le guerre più che altro le vediamo in televisione o sul web, vale la pena di analizzarle non solo per ricostruire il passato, ma per meglio capire il presente.

Infine c’è una sezione dedicata alle corrispondenze popolari tra le Americhe e l’Italia in guerra. Ancora nel 1970, nel suo fondamentale Mito della grande guerra, Mario Isnenghi contrapponeva le molteplici scritture sull’esperienza dei combattenti, dai diari ai memoriali ai romanzi, alla saggistica e alla stampa, monopolizzate dalla borghesia che sapeva leggere e scrivere, al silenzio delle masse contadine (gli operai erano allora troppo pochi e preziosi per mandarli a morire in trincea), che non disponevano degli strumenti per articolare una loro storia perché poco o nulla alfabetizzate. Ma lo studio delle scritture private, tra lettere e memoriali affidati a quaderni mai pubblicati e poi lasciati ai discendenti, e altri documenti pazientemente rinvenuti conservati e studiati negli ultimi cinquant’anni, hanno permesso di ascoltare anche l’altra campana, e cioè quelle classi subalterne che andavano a morire negli assalti disperati e pressoché suicidi ordinati da Cadorna, nelle varie “spallate” sull’Isonzo e altrove che si susseguirono con insistenza maniacale prima di Caporetto. Questa “letteratura privata” esplora Franzina, specie nella sua forma epistolare, senza trascurare di trattare la censura che operava sulle lettere dei soldati, che talvolta giungeva al sequestro puro e semplice delle missive, poi conservate negli archivi pubblici di Stato e oggi a disposizione degli storici. E queste missive mai recapitate “documentano in prevalenza la delusione e lo sconcerto assieme al disgusto e alla condanna delle modalità e delle forme del conflitto, della vita di trincea e così via senza risultare necessariamente o sempre collegate a una concreta opzione antimilitarista”. Insomma, queste “lettere morte” – che fanno un po’ pensare al Bartleby melvilliano – danno voce a chi non c’è più, in una strana e commovente forma di posta transtorica.

Riepilogando: in questi cinque anni di centenario della prima guerra mondiale s’è scritto molto, e non sempre aggiungendo gran ché di valido a quel che già era stato pubblicato sull’argomento. Ma contributi come questo Caleidoscopio della gran guerra, per ricchezza di materiali e lucidità della trattazione, lasceranno sicuramente il segno, e non solo nell’ambito specialistico. Si parla tanto di memoria, con tutto un corredo di giornate, case, istituzioni a essa dedicate, ma la memoria storica non può essere monopolizzata da un singolo evento, per quanto tragico e importante; ampliare la nostra memoria nazionale, anche a fatti e figure restati finora ai margini, è un atto doveroso e – si spera – che contrasti le amnesie e le post-memorie fasulle e disoneste degli ultimi anni.

https://www.cosmoiannone.it

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Esordio di un classico

1 gennaio 2018

William Faulkner, New Orleans Sketches, tr. Cesare Salmaggi, Il Saggiatore, pp. 92, €14,00

recensisce MARCO PETRELLI

Sulla qualità della scrittura di William Faulkner c’è poco da discutere: la sua figura svetta tra i grandi della letteratura modernista americana, e non solo. Proprio per questo, è interessante leggere (o rileggersi) questa riedizione dei New Orleans Sketches a opera de Il Saggiatore, contenente alcune delle prime prove in prosa che il giovane scrittore, all’epoca residente nel vibrante quartiere francese di New Orleans, vendeva al Times-Picayune e al Double Dealer per una manciata di dollari, con tutta probabilità prontamente reinvestiti in bourbon e tabacco da pipa in accordo con la perenne atmosfera bohémien della città che il giovane Faulkner viveva appieno.

Nume tutelare di questa raccolta è Sherwood Anderson, altro maestro modernista che fu influenza cruciale nei primi anni di attività del futuro Nobel. Un libriccino snello ma fondamentale per vari motivi. Innanzitutto, l’appassionato faulkneriano (come chi scrive) troverà nei sei racconti molti dei temi e dei motivi che lo scrittore di Oxford (quella nel Mississippi, non quella inglese!) svilupperà appieno e in maniera magistrale nei capolavori successivi, da L’urlo e il furore a Mentre morivo.

Poi, gli Sketches sono un’ottima introduzione alla narrativa di Faulkner, qui non ancora complessa e involuta come nelle opere più mature. Ne “Il regno di Dio”, un Benjy Compson prototipico fa saltare un colpo maldestro disperandosi per il suo giglio spezzato, in “Yo Ho e due bottiglie di Rum” le avventure farsesche di una nave di ubriaconi prendono un’inaspettata svolta macabra quando l’equipaggio è costretto a dare sepoltura al corpo di uno dei marinai sotto il sole spietato dei Caraibi – un funerale picaresco e straziante che toccherà in sorte anche a Addie Bundren. L’ironia spesso cinica e l’umanità per cui Faulkner diverrà famoso sono già presenti negli Sketches, rendendo anche il meno riuscito di questi una lettura comunque coinvolgente e a volte toccante.

La sofisticazione dello stile dell’autore è intuibile nel mescolamento di voci narranti e piani temporali, utilizzati qui come su di un banco di lavoro, testandone importanza, effetti e significato nella costruzione dell’intreccio. A onor del vero, alcuni dei racconti soffrono qui e là dell’ingenuità e della poca dimestichezza che Faulkner probabilmente possedeva all’epoca, ma lo scopo editoriale (l’edizione domenicale di un quotidiano di larga diffusione) ne giustifica la semplicità o l’apparente inconcludenza.

E poi bisognerebbe forse concedere ai New Orleans Sketches il lusso di una nuova veste traduttiva, perché il lavoro di Salmaggi, per quanto dignitoso, suona a volte datato e soffre in alcuni punti di una legnosità sconosciuta alla floridezza dello stile originale. In linea generale, però, nulla è tolto al piacere quasi voyeuristico di poter sbirciare i primi passi di uno scrittore immenso; per di più compiuti nell’abbraccio di una città come New Orleans, che, con la sua anima imprevedibile – macabra e follemente vitale allo stesso tempo – è stata e sarà sempre fonte d’ispirazione inesauribile per le lettere americane.

https://www.ilsaggiatore.com/

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Gotico siculo

26 gennaio 2018

Orazio Labbate, Suttaterra, Tunué, pp. 140, € 12,00 stampa

recensisce NICOLA PALADIN

A pochi mesi dalla pubblicazione, Suttaterra di Orazio Labbate ha già collezionato entusiastiche recensioni che ne celebrano il valore letterario, cogliendo anche l’occasione per riflettere sul gotico siciliano, sulla raffigurazione contemporanea del male e sul delicato rapporto tra uomo e religione. Si tratta di tre universi che Labbate aveva già iniziato a esplorare in Lo scuru (Tunué, 2014), suo romanzo d’esordio e prequel a Suttaterra. Cionondimeno, in Suttaterra è un’altra dimensione fondamentale dell’esperienza umana a essere affrontata, quella del viaggio.

La storia racconta infatti di Giuseppe Buscemi, un becchino italo-americano di Milton in West Virginia, figlio di Razziddu (protagonista de Lo scuru), da un anno vedovo di Maria Boccadifuoco. Incapace di elaborare il lutto, Giuseppe sopravvive senza bussola fino al giorno in cui riceve una lettera spedita il mese prima e firmata dalla moglie defunta, che lo invita a tornare in Sicilia per ricongiungersi a lei. Da questo momento inizia un viaggio che non si registra solo come spostamento geografico, ma anche come dinamica su più livelli presente in tutta l’opera, un movimento costante che porta il lettore a muoversi seguendo il protagonista. Per Giuseppe, quello alla natia Gela non è solo un ritorno alla terra d’origine, bensì un complesso viaggio nella tradizione, nella religione e negli immaginari che caratterizzano la Sicilia.

Sono infatti le immagini, più delle tappe geografiche, a strutturare l’itinerario lungo il quale il protagonista si avventura. Labbate trascura i dettagli spaziali per concentrarsi sulle immagini percepite, deformate e immaginate da Giuseppe: queste si avvicendano in un alternarsi di visioni, deliri febbrili, incubi e fasi di apparente lucidità di cui diventa però difficile fidarsi. Tale sequenza immaginifica compone il viaggio di Giuseppe alla ricerca della sua Maria e la sua dimensione irreale ben si presta alla componente gotica tipica del lavoro di Labbate. Elemento costante e tra i più riusciti è senza dubbio la resa di un’atmosfera cupa, quasi monocromatica, che incombe uniformemente su tutta la storia calando il lettore in uno scenario da incubo sin dal prologo.

L’apice raggiunto dall’autore nel dispiegare questa progressione di immagini sanguinose, fantasmatiche e quasi lovecraftiane è l’effetto di spaesamento che suscita in chi legge. Il lettore spesso si ritrova a contemplare le visioni di Giuseppe senza sapere come ci è arrivato, una logica che ricorda il film Inception (2010), in cui i personaggi capiscono di trovarsi all’interno di un sogno proprio perché non hanno idea di come vi sono entrati. In effetti, la scrittura di Labbate è capace di far smarrire il lettore nelle immagini che produce, alternando momenti di prosa barocca, a fasi di narrazione serrata e visceralmente coinvolgente. In questo modo sembra che l’autore giochi con il lettore, dettandogli la velocità, facendolo perdere o ritrovare. Non è un caso che, nel cuore del suo viaggio Giuseppe parli di un’“impressione, confusa e inquietante […], quella dell’esistenza di qualcuno che si esercitava a sognare i suoi stessi sogni”.

http://www.tunue.com

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L’importanza di essere il Re

12 gennaio 2018

Stephen King, Owen King, Sleeping beauties, tr. Giovanni Arduino, Sperling & Kupfer, pp 652, €21,90 stampa, € 10,99 ebook

recensisce VALENTINA MARCOLI

Vi interessa sapere fino a che punto è arrivato il gentil sesso? Tornate a cent’anni fa! Niente diritto di voto! Gonne alle caviglie! Niente contraccettivi, e se avevano bisogno di abortire, dovevano cavarsela illegalmente, e in caso venissero scoperte finivano in galera per o-mi-ci-dio! Ora possono farlo dove e quando vogliono! Possono candidarsi alla presidenza! Entrare nelle unità speciali della Marina e dell’Esercito! Sposare le loro amichette lesbiche! Ditemi se questo non è terrorismo!

È da questo concetto che Owen e Stephen King partono per descrivere ciò che sconvolge la piccola cittadina di Dooling. Coppia inedita questa, composta da padre e figlio che per la prima volta realizza e firma un romanzo a quattro mani, creando così un precedente, una sorta di “made by the King family”. La storia è complessa, ricca di personaggi che si faticano a ricordare, mentre la struttura rimanda a The Dome. La scena si apre nel carcere femminile di Dooling, quando una detenuta si desta nel cuore della notte annunciando l’arrivo della Regina Nera. Quasi in contemporanea lo sceriffo Lila Norcross, moglie dello psichiatra del carcere, arresta una donna bellissima che afferma di chiamarsi Evie Black per il violento duplice omicidio di due produttori di speed.

Da quel momento tutte le donne che cadranno addormentate verranno ricoperte da una strana soffice membrana, un bozzolo che le isola dal mondo circostante e dal quale non devono essere svegliate. Si possono ben immaginare le conseguenze. Oltre al panico generale, la paura che le belle addormentate vittime dell’Aurora (così viene chiamata l’epidemia in onore della celebre fiaba di Perrault) non respirino fa scattare l’ansia di salvarle liberandole dai bozzoli, ma siamo sempre in un romanzo di King, per cui non possono che esserci delle conseguenze spaventose. Le donne infatti uccidono chiunque osi risvegliarle, lacerando la loro protezione per poi tornare rapidamente nel mondo al di là dell’Albero.

Per raggiungere un altro mondo occorre infatti un passaggio, qui rappresentato da una quercia altissima, un albero speciale custodito da una tigre bianca, un serpente rosso, un magnifico pavone e una volpe. La realtà al di là dell’Albero, che se a prima impressione è identica a Dooling, in realtà è un mondo da ricostruire: tutto è ricoperto dalla vegetazione, le abitazioni abbandonate e distrutte, il tempo scorre molto più lentamente con un rapporto di giorni/mesi. Soprattutto non ci sono uomini. Ma se un mondo di sole donne è possibile gli uomini si rendono conto della loro fragilità e della loro assoluta incapacità organizzativa.

Il romanzo ha un inizio decisamente debole e lento, che si riscatta dopo un centinaio di pagine. Sebbene sia lettrice di entrambi i King bisogna ammettere che s’intuisce facilmente chi abbia scritto cosa, Owen introducendo l’elemento fantasy certamente più nelle sue corde, alleggerendo la narrazione al lettore, che viene prontamente riportato con i piedi per terra da Stephen, grazie al suo stile decisamente più concreto e violento. Dalla seconda parte scatta finalmente qualcosa, si palesa quella sostanza magica di cui sono fatti tutti i libri del Re e che i fan conoscono bene, quella rassicurante certezza che si fa droga: non importa dove ti trovi e cosa stai facendo perché quello che realmente vuoi è correre a casa a proseguire nella lettura. Il finale invece perde un po’ di carattere: si poteva chiudere in maniera più netta proprio creando il colpo di scena inaspettato invece di preferire una chiusa più banale. Peccato.

Ci sono inoltre dei riferimenti alla campagna elettorale sessista di Trump, e vengono citati colleghi del calibro di Peter Straub e Clive Barker, oltre ad un altro King che scrive con lo pseudonimo di Joe Hill.

Il risultato tuttavia è che il romanzo non spicca tra i migliori lavori del padre; e poi resta un po’ d’amaro in bocca per le aspettative iniziali e per la sgradevole sensazione di una trama ruffiana studiata a tavolino per scopi commerciali. In fondo, chi legge di più tra uomini e donne?

http://www.sperling.it

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Triste Europa

10 GENNAIO 2018

David Szalay, Tutto quello che è un uomo, tr. Anna Rusconi, Adelphi, pp. 402, €22,00 stampa €10,99 eBook

recensisce ELIO GRASSO

In Europa si aggirano esseri umani depressi. Anche in compagnia di pensieri alquanto selvaggi, quel che accade è avvolto in un’ottusa nube temporale. Mangiano cibi orribili, neppure guardano pazze sistematiche dai sederi carrieristici, l’arrivo e la partenza di denaro li lascia indifferenti. E soprattutto nessuno è capace di guidare le vicende verso un qualsiasi esito. Sembra che persino la tragedia non alteri la loro struttura fisica. Che potrebbe risultare simbolica, ma non lo è. Viaggiano in una Europa priva di confini tradizionali, ma sempre lontani dalle loro origini.

Che siano porcherie di alberghi fatiscenti, languori stupidi verso prostitute decostruite in parti anatomiche di qualità, innamoramenti quasi iniziatici verso madri e figlie di grossa mole, che siano finali depressioni biologiche senza speranza di rewind in zone adriatiche e nebbiose, l’autore racchiude tutta la sua tenebrosa visione avendo come teatro un continente avviato allo sfacelo. Un formicaio in disuso i cui abitanti abbandonano per sempre le fantasie elleniche in favore di una strutturata tristezza di dubbia genesi. Nove storie per nove uomini di varia età ma che alludono a un solo esemplare in epoche di vita differenti, alle prese con quello che è stato e quello che potrebbe essere. Messi a mollo da Szalay, con una certa benevolenza, in un fluido che rinchiude ogni evento dentro i limiti dello “sgradevole”.

Benevolenza, poiché ogni descrizione non proclama niente di più che una semplice macchina da presa a mano che segue registra e consegna senza movimenti bruschi: uno slow motion privo di brutalismi filmici. E dunque Tutto quello che è un uomo appare come una collezione di terraglie ormai in disuso, come una colonia il cui impero avanza verso la fine, con un lunghissimo declino anche fisico. I corpi sentono un aldilà prossimo e poco interessante mentre vagano dentro serie di cerchi e gironi acconciati come un universo in fase di smantellamento. Si direbbero zombi per niente cool, questi personaggi maschili incapaci di riprendersi ciò che la parte femminile dell’Europa potrebbe ancora riservar loro. Szalay li accosta seguendo i pensieri che fuoriescono da una specie di ottundimento, una flemma che dimentica i fatti reali e quanto dovrebbe servire a una reazione.

Qui anche la malinconia mostra l’unica periferica istanza di un luogo che avanza verso il freddo termico. Sarà davvero così l’attuale struttura mentale dell’Europa, o l’invenzione di un bric-à-brac popolare recepito da un turista scoraggiato dal tramonto di antichi sapori? Qui non si tratta di “tristezza tropicale”, e la temperatura è alquanto mutevole lungo le latitudini europee anche se tutto il continente ormai ha la forma di un’espressionista favela “della mente”.

https://www.adelphi.it/

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Cartografia di ondine

Cartografia di ondine

24 GENNAIO 2018

Agnese Grieco, Atlante delle sirene, il Saggiatore, pp. 352, € 28,00 stampa

recensisce ELIO GRASSO

E dunque si torna all’ascolto di creature scomparse all’udito. Forse anche alla vista, se diamo per certo quanto la visionarietà in epoca di contatti elettrici sia finita piuttosto male. L’udito poi sembra consegnato alle fasce subalterne del suono coatto. L’avventura di Agnese Grieco diventa la caduta di un meteorite, apparso improvvisamente nei cieli degli Dèi, e atterrato nel bel mezzo del Mediterraneo. Certo non per caso. Leggendo (e guardando) l’Atlante si capisce subito come le sirene, nel corso dei millenni, siano state trattate in tutte le salse: fenomeni divini, mostri, inganni, disfunzioni letterarie, abitanti dei circhi in stile Barnum, star delle major hollywoodiane e della celluloide nostrana, perfide assassine, e così via.
L’iconografia di questo volume sorprende a ogni pagina, tanto è carica d’immagini che giungono da tutte le epoche e che sono saggiamente esibite a compendio di un testo onnicomprensivo. Non era facile. Si ammirano dipinti, stampe, codici miniati rari e preziosi di scarsa diffusione nella pubblicistica disponibile. Il lato seduttivo della storia inizia con l’Iguana di Anna Maria Ortese. Per mettere in chiaro fin da subito quanto l’immagine comunemente accettata della sirena metà femmina e metà pesce qui non funzioni. E si capisce come nella confusione mentale, da attribuire all’aggrovigliato argomento, nel corso dei secoli è stato alquanto semplice imbattersi in falsi “storici”.
Per questo occorre andare immediatamente alle origini della storia. Intanto in un quadro di Hans Thoma del 1886 la specie “sirena” viene rappresentata come una sorta di gallinaccio dove dai fianchi in giù le femmine appaiono attrezzate di piume e zampe degne di un emù. Di certo le versioni di tale specie, seguendo la via dei miti, sono mutate almeno quanto è mutata la visione del mondo. L’Atlante ripercorre i millenni con grande attenzione, in una specie di compendio antropologico di grande fascino.
Nell’Odissea, dove si legge il più antico racconto sulle sirene, i brani si intrecciano a quadri di Waterhouse e Delvaux, vi vengono narrati gli avvenimenti che hanno visto Ulisse protagonista ma senza descrizioni precise sulle creature tentatrici. Il poema omerico si sofferma sul suono, ritmico e suadente, forse infantile, o ipnotico delle cicale o delle api. Il termine seiren in Aristotele serve a indicare l’ape solitaria, il suo ronzio. Le cicale un tempo furono uomini presto rapiti dall’ebbrezza e dunque condannati a morte fino a che gli dèi non li trasformarono in insetti capaci di cantare senza approvvigionarsi.
Qui i rimandi etimologici sui vocaboli descritti da Grieco si diramano in più direzioni, e si ha l’impressione di appoggiarsi sulle origini arcaiche del mondo. E anche in questo campo si comprende come i riti di vita e di morte siano prima di tutto, nella storia dell’umanità, una condizione storica, oltre che religiosa. Le sirene, dunque, cambiano continuamente pelle, si ritrovano in epoca moderna nei teatri parigini, nelle sinfonie wagneriane, sui palcoscenici di Broadway, negli anfratti napoletani e veneziani, nei racconti di Kafka (viste dallo scrittore come esseri provvisti di artigli, lamentosi e consci della loro sterilità), nei poemi giovanili di Eliot, all’Ormond bar (sfacciate nelle camicette di satin nero) nell’undicesimo episodio dell’Ulysses joyciano. Qui il dramma naturale rasenta i colpi di testa della parodia, perfino gli zoom fotografici del comics.
E nei capitoli del libro dove si descrivono la fisiologia dei corpi, la trasformazione nel tempo delle sembianze, gli avvistamenti moderni, i travisamenti più o meno fantasiosi e imbevuti di frottole a uso dei gonzi, ci si accorge in che modo gli antichi miti trasformati in frivolezza assumano un aspetto sinistro e carico della congenita malinconia dello “show business”. Si confronti il malumore della Sirena di Munch (1896) con l’avvenenza in technicolor di Daryl Hannah in Splash di Ron Howard. L’arte di fine Ottocento sbandiera afflizioni fascinose e rapinose bellezze carnali, l’arte del primo Novecento sfrutta le correnti del disumano dentro panorami surreali.
Il cinema del Novecento ama le sirene, perfino Truffaut le trasforma in bipedi nel clima coloniale del Mississippi quando giunge dal mare Catherine Deneuve, dark lady dallo spiazzante comportamento maschile. Ondina, la fata o la strega di chiara origine marina, è però capace di camminare avendo gambe di donna: è dunque maggiormente inquietante, assume finanche l’aspetto di gran moda e terribilmente seduttivo di Audrey Hepburn nell’adattamento del dramma di Giraudoux.
In letteratura Ingeborg Bachmann, da par suo, segue la trasformazione di Ondine in qualcosa di terrestre per poi rifiutarne costrutto e ideologia. E qui siamo nel disconoscimento mai pacificato fra arte e vita del pieno Novecento. Quasi si prova nostalgia per la Ligeia Sirena (1873) di Dante Gabriel Rossetti, corpo severo di donna greca dalle forme che non darebbero alcuno scampo a chi le si avvicinasse.
Addentrandoci nel labirinto del libro si capisce quanto Grieco abbia costruito una vastissima mappa in cui i destini si incrociano e tutte le stagioni dell’umanità confluiscono in un viaggio sensoriale dai rimandi infiniti. I sentimenti si scatenano, fra geografia terrestre e mentale, dove infine proprio l’uomo sembra il risultato ultimo dei propri miti.

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