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Ultime notizie dalla Jacuzia

30 aprile 2018

Jacek Hugo-Bader, I diari della Kolyma, tr. Marco Vanchetti, Keller editore, pp. 352, € 18,00 stampa

recensisce ELIO GRASSO

2.000 chilometri di autostrada. 2.000 e più pensieri nel freddo glaciale di quella Russia talmente lontana dalla nostra latitudine e dalla nostra visione che l’altra faccia della Luna appare quasi più confinante. Il viaggio di questo passeggero transiberiano, attraverso confini che svaniscono nel nulla, riporta indietro un reportage da fine del mondo, da fine di tutto, comprese storie di cani e di orsi, di milioni d’internati dal Gulag, e di milioni di vittime. Gente cacciata, che non si voleva vedere mai più, gettata dentro le miniere d’oro per lavorare e infine essere sterminata. Più di un milione e duecentomila morti in Kolyma.

Una parola per tutte: Zaboj. In russo significa sia cava che mattatoio. Kolyma, il cuore d’oro della Russia. I cani sono laika, razza forte, mordace, resistente a tutto e capace di tener testa a interi branchi di orsi. I laika sono quanto di meglio può restare nei pressi dell’uomo, duro e rapace anch’esso, in quei territori di ghiaccio e di vette ancora inesplorate. Jacek Hugo-Bader scrive un diario memorabile, raccoglie racconti mentre viaggia nella badland russa che non è soltanto un inciampo nella nostra mente postuma ai cataclismi umani lasciati dal Novecento.

Le anime di Solženicyn e Šalamov osservano a picco come satelliti stazionari, ci sono ma come da un tempo (ancora amministrato dal Gulag della mente) anteriore, perenne macchia di petrolio o nube di polvere radioattiva. Incontrando i discendenti dei prigionieri di cui si fece scempio in epoca stalinista, si assiste a ogni genere di storia, a eventi mai immaginati, neppure da Tolkien. Lo stesso Hugo-Bader giunto al termine del viaggio annota che entrando in Jacuzia gli è parso di essere giunto nella terra di Sauron, del Signore degli Anelli e di Mordor.

Di notte non è difficile sognare i brutti musi dei salmoni, quando riempiono al colmo i fiumi, ogni quattro anni durante le punte di migrazione. Di giorno, a Magadan, all’estremo oriente russo, si vedono belle ragazze imbellettate in procinto di sposarsi proprio dov’erano i lager. Fra pescatori e controlli di polizia, donne in sgargiante vestito festivo ripuliscono le strade dallo sterco di mucca. E qui tutti conoscono il segreto per preparare il caviale più buono del mondo: nove minuti esatti in salamoia, non uno di più non uno di meno. Le anatre sbudellate seccano al sole, in attesa del festeggiamento per la fine della stagione di pesca al salmone. Imprecazioni mostruose e vodka (cinquemila tipi registrati, prezzo base fissato per legge), gioco di carte misterioso tra funzionari di polizia e misteri ancora più profondi.

I racconti impazzano. Non c’è mai fine a un racconto, in quei luoghi. Mentre nessuno paga per poter pescare si favoleggia di un meteorite da un milione di dollari, caduto dal cielo e ora tenuto in casa come un ostaggio. Ma forse non è vero niente. Hugo-Bader è finito in un posto dove il collegamento a internet costa trecento rubli (7 euro) all’ora, il tutto con una lentezza micidiale. Impossibile inviare la relazione. E un’orda di voraci virus russi si mangiano il computer. Difficile immaginarsi cinquantacinque bambini morti ogni cento nati, durante la guerra. Così dice babula (nonna) Tania, classe 1917, mentre prega Dio di morire. Poco da ridere a Magadan, nel tempo ibernato e cupo che altrove in Russia probabilmente non esiste più.

Ma Hugo-Bader si accorge che in città resiste ancora un busto in bronzo di Eduard Berzin, il dio della Kolyma, direttore dei campi concentrazionari all’inizio degli anni ’30. All’epoca del viaggio (2010, circa) evidentemente non si erano ancora ripresi dalla caduta dell’impero sovietico. Gli incontri si srotolano, in questo lungo reportage di 2.000 chilometri e 350 pagine, dentro alle rudezze dei luoghi e della popolazione, alle crudeltà che spesso vengono smorzate dall’ironia immancabile nello sguardo di Jacek, per fortuna non ancora abbastanza “russizzato”, come annota divertito.

I discendenti dei prigionieri hanno una gran voglia di raccontare (spesso quel che interessa a loro) a questo viaggiatore polacco curioso e ispirato. Scassinatori giovani e donne innamorate, vagabondi che si fanno in quattro per sbarcare il lunario avendo alle spalle la perenne ombra pesante e cupa della guerra e degli internamenti, volontà di parlare e costrizioni al silenzio, stupri collettivi (definiti “corali”), documenti della polizia segreta riemersi dal fondo dei cassetti, la storia di chi (pare un certo Kipreev che aveva lavorato ai misteri della reazione atomica) riuscì a inventare un metodo per la rigenerazione dei milioni di lampadine necessarie a illuminare campi e baracche.

Si scopre che il primo europeo a passare per quei territori sconfinati fu un polacco, partecipante all’insurrezione del 1863 e spedito in Siberia. Onorato poi fino a dedicargli il nome di catene montuose e vette che, la sorte non guarda in faccia nessuno, sovrastano i campi e le miniere d’oro diventate la tomba per milioni di persone. Senza contare le vittime (seppellite proprio sotto il manto stradale, nei paraggi non esiste alcun cimitero) lasciate indietro dalla costruzione dei 2.000 chilometri della strada della Kolyma.

Ora a Jacek gli incontri lungo la Strada (con la s maiuscola) piacciono. Ma ci sono meno turisti che sull’Everest. E i camion sono rozzi ma resistenti (marca Kamaz, detti comunemente “fangomobili”), all’occorrenza viaggerebbero anche sulla luna dove non c’è atmosfera. La Jacuzia appare all’impavido reporter come terra misteriosa, di buchi temporali e di buchi nel terreno, interamente appoggiata sul permafrost, e abitata da magie spiriti guaritori sciamani e gente stramba. A ogni tappa del percorso le storie si ribaltano nell’attualità con la stessa selvatichezza selvaggia e diffidente dei cani laika. E ci accorgiamo come questa eredità, raccolta da Hugo-Bader, in un modo o nell’altro ci appartenga. Raggiunti e presi in contropiede dobbiamo lavorare ancora a lungo perché si possa capire come la nostra decadenza purtroppo abbia una primaria (e non schivabile) origine.

https://www.kellereditore.it/

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Cose in viaggio

30 APRILE 2018

Franco Beltrametti, Il viaggio continua (opere scelte), L’orma Editore, pp. 542, € 50,00 stampa (con DVD allegato)

recensisce ELIO GRASSO

Choses qui voyagent, poesie atmosferiche, carte, ritratti, libri, fogli sparsi, segni lasciati sul terreno, tour infiniti di cui non esiste un centro, ma tutto risale al viaggio, al nomadismo, come Franco “dichiara” nel disegno del ’94 (quasi un auto-manifesto) e posto in copertina di questo libro “più alto di 1 cm”. Flusso ininterrotto di tempo, senza una fine, contrariamente alla profetica poesia scritta nel settembre del ’95 (un mese prima di morire e senza essere malato): “Quando uno come me / pubblica un libro più alto / di un centimetro / significa che la fine / è davanti agli occhi”. L’esigenza di dire a chi non sa niente quel che molti ancora sanno, anche se questi “molti” sono sempre meno.

Franco Beltrametti, nato a Locarno nel 1937, da padre ferroviere (un karma mica da sottovalutare), dopo aver letto tutto quello che c’era da leggere, inizia a incontrare artisti e poeti graditi al dio della fame artistica (Klein, Giacometti, per dire) e inaugura la scorribanda (alla Blaise Cendrars, suo modello di gioventù) di viaggi per l’Italia e “fuori casa” che lo porterà a conoscere luoghi e persone che lo accompagneranno per sempre nella sua vita e dunque nei suoi scritti. Non esiste nessuna distinzione fra le due cose, quando si tratta di Franco. Volete qualche esempio? Francia, Grecia, Londra, Roma, Transiberiana, Giappone, Kyoto, California, San Luis Obispo, Belice, Mulino di Bazzano, Sperlonga, Riva San vitale, Lussemburgo, New York, Venezia… non sono soltanto incroci di nomi e luoghi ma anche di poeti e artisti: Blumer, Zanier, Beriger, Fiorenzi, Lombardi, Snyder, Whalen, Corman, Sakaki, Koller, Ginsberg, Ferlinghetti, Costa, Spatola, Niccolai, Bisinger, Blaine, Hoogstraten, Ruchat, Angioni, Lacy, Villa, Cage, Baruchello, Vangelisti, Longville, Waldman, Raworth, Ria, Vicinelli, Giusti, Degli Esposti, Pozzi.

Di certo gli piacerebbe questa lista, come gli piacevano le liste di parole da esporre al pubblico nelle gallerie d’arte, “dette” spesso in coppia con Tom Raworth e Dario Villa. Elenco che quasi si vergogna d’essere qui tanto incompleto. A quelli che hanno voglia di averne altri, consigliamo la lettura (oltre a Il viaggio continua, librone destinato a mappa prioritaria di una geografia esistenziale) di Autobiografia in 10.000 parole ripubblicata in italiano nel 2016 a Bellinzona dalle Edizioni Sottoscala.

In mezzo a tutto questo ha tempo di laurearsi in architettura, però senza praticare la professione (ma in California, dopo aver approfondito le nozioni di carpenteria, un giorno si costruì una casa), di sposarsi con l’americana Judith Danciger, conosciuta a Roma nel 1963, e di far nascere a Kyoto nel 1966 il figlio Giona. Insomma, poesie per tutto il mondo, e graffiti senza confini, “Cose che viaggiano” (Quand on aime il faut partir, come nella mostra itinerante) appunto, così Beltrametti viaggia da un continente all’altro portando con sé l’amicizia e l’esperienza di una miriade di amici e poeti, facendosi tramite irrinunciabile fra diverse lingue e visioni del mondo. Tutto all’insegna di una leggerezza diventata proverbiale, grande quanto la perseveranza nel costruire incontri, libri, libretti, opuscoli con tirature (per così dire) limitatissime e una circolazione del tutto “interna”.

Antonio Porta gli chiese una raccolta che non uscì mai ma lo inserì nell’antologia, oggi storica, Poesia degli anni Settanta. Le invenzioni si moltiplicano, così come le collaborazioni e le mostre in tutto il mondo. Le Carte tibetane e la sua calligrafia (con cui spesso costruisce interi libri) sono movimento costante, corrente ciclica di un’arte che affonda radici in tutto il mondo, dal Buddismo Zen alla cultura libertaria europea e americana, dalle tribù della “Gente Condor” a quelle del Belice in mezzo alle macerie del terremoto nel 1968. Un altro terremoto è una delle più famose raccolte poetiche di Franco, pubblicata dalle Edizioni Geiger di Adriano e Maurizio Spatola nel 1971.

“Vita e poesia sono state la stessa identica cosa, essendo la seconda il diario della prima” scrive Giulia Niccolai nella terza prefazione a Il viaggio continua. Impressioni, in cui la data è parte irrinunciabile del testo, racconti, lampi e flash, airmail postcards, umorismo, senza compiacimenti, seguendo il cammino delle sue onnipresenti scarpe da ginnastica bianche. Nella seconda prefazione (la prima è di Stefan Hyner, poeta tedesco e amico dai tempi di P77, un festival di poesia sognato a Monaco e realizzato con Gianantonio Pozzi e Armando Pajalich ai Magazzini del Sale di Venezia nel 1977), Anna Ruchat ci racconta gli avvenimenti che portarono lei e la sua famiglia a conoscere Beltrametti, intessendo rapporti intensi e amicizie mai venuti meno. Anna non ha smesso di promuovere le “Cose” di Franco dalla morte in poi, facendo nascere la Fondazione, promuovendo mostre e pubblicando libri e cataloghi senza sosta. L’assiduo lavoro ha raccolto fino in fondo un pensiero artistico, una scrittura e uno stile di vita che di certo non hanno uguali in Italia e all’estero.

Un vero arcipelago tutto intorno alla casa a corte di Riva San Vitale, dove ogni genere di oggetto era catalogato dalla sua semplice presenza in mezzo agli altri. Una “Montagna rossa” (dal titolo di una celebre rivista il cui primo numero uscì in Svizzera nel 1971) di libri e manufatti in cui si sente ancora l’eco delle chiacchierate. Dario Villa scrisse sul “Manifesto” che Franco se n’era andato “nel suo stile, senza stare a pensarci troppo su”, seguendo “il modo veloce” con cui aveva orientato, forse da “clandestino” che parla per e con i “clandestini”, l’intera vita. Vita che oggi ha proprio bisogno, per essere raccontata dalla prima all’ultima pagina, di un libro come questo, curato con impagabile scrupolosità e sconfinato amore da Anna Ruchat.

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Racconta con rabbia

27 APRILE 2018

Dorothy Allison, La bastarda della Carolina, tr. Sara Bilotti, Minimum Fax, pp. 400, € 18 stampa, € 9,99 ebook

recensisce MARCO PETRELLI

Succede che, verso la fine dello scorso millennio, Dorothy Allison esordisca con un romanzo semi-autobiografico con un titolo potente: Bastard out of Carolina, cioè La bastarda della Carolina. Succede che il libro, la storia tenera e disperata di Bone, figlia non riconosciuta dal padre fuggiasco, diventi un successo di critica e di pubblico (su The New York Times Book Review George Garrett la definì «vicina alla perfezione»). Succede anche, secondo copione, che una professoressa del Maine assegni il libro ai suoi studenti, che alcuni genitori insorgano, che la professoressa venga denunciata, che il libro divenga il centro dell’ennesimo processo per oscenità cui l’America puritana (che all’epoca bombardava i Balcani senza troppe ambasce) non sa proprio rinunciare.

Contrariamente ad alcuni illustri predecessori quali Urlo di Allen Ginsberg, però, La bastarda della Carolina perse il processo, e lo stato del Maine concesse all’istituto il diritto di vietare la lettura del libro agli alunni. La scrittura di Allison, figlia di un realismo sociale che al cosiddetto white trash del Sud ha dedicato pagine fondamentali quali quelle dell’ormai quasi dimenticato Let Us Now Praise Famous Men di James Agee e Walker Evans (del quale Allison non mantiene la verve politica quanto piuttosto lo sguardo impietoso), possiede senza dubbio una forte carica scioccante. Bone è gioiosamente accolta nell’amore feroce di una famiglia unitissima, matriarcale e cronicamente antisociale, che è descritta con l’affetto che sempre meritano i ribelli senza causa e coloro che il sistema mette prepotentemente alla porta perché non addomesticabili.

Ma al calore di questo nucleo gioiosamente disfunzionale fanno da contraltare le molestie e le violenze inflitte da un patrigno instabile, legato alla madre della protagonista da un amore malato e odioso. Il modo in cui la violenza sessuale s’insinua nel racconto è fantasmatico e magistrale – Allison è spietata nel mostrarcelo come un germe che man mano divora la protagonista riempiendola di odio per sé, per una società che la disprezza e per una madre che non può proteggerla dalle sfuriate oscene dell’uomo che non riesce a lasciare. Un fuoco che, insieme ai nervi del lettore, sempre più tesi, consuma anche l’infanzia di Bone, costretta a diventare in fretta una giovane donna dilacerata.

«Immaginavo che qualcuno mi legasse e mi ficcasse in un covone di fieno per poi dar fuoco alla paglia secca e vecchia», dice lei; «la mia intenzione è sempre stata che alla fine del romanzo il lettore provasse rabbia», dice l’autrice. E La bastarda della Carolina, tenero quanto crudele, non di rado incomprensibile nella sua violenza cieca senza redenzione alcuna, riesce infatti a essere un romanzo che scuote, che aggredisce e tormenta e che non si fa chiudere facilmente. «Le storie aprono porte su stanze buie», scrive Allison nella postfazione, ma questo racconto, nero come i capelli di Bone, elemento che ritorna ossessivamente nel testo, ha il potere di condurci attraverso l’oscurità di una vita al margine verso la catarsi inerente all’atto narrativo per cui nominare le cose vuol dire potersene finalmente riappropriare.

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Stato mentale di guerra

25 APRILE 2018

Cecilia Strada, La guerra tra noi, Rizzoli, pp. 184, euro 15,30 stampa, euro 9,99 ebook

recensisce NICOLA PALADIN

Mi trovo a scrivere queste parole mentre guardo un telegiornale e osservo le immagini del bombardamento notturno della Siria ad opera dell’inedito triumvirato Trump-May-Macron. “A perfecty executed strike last night”, recita l’immancabile tweet del presidente americano; “ci risiamo”, recita il mio sopracciglio inarcato, mentre ripenso agli interventi militari di coalizione a cui ho assistito nel corso della mia vita. La puntualità dell’attacco missilistico alle basi di Bashar Al Assad rende, se possibile, il titolo dell’ultimo libro di Cecilia Strada, La guerra tra noi, quasi più attuale dell’attualità stessa.

Dopo otto anni da presidente di Emergency e una vita dedicata all’attivismo contro la guerra e l’oppressione, Cecilia Strada propone un memoir composto da episodi che paiono cronologicamente e geograficamente slegati l’uno dall’altro e ambientati in vari angoli del mondo, che tuttavia ricostruiscono un quadro generale che presenta molti preoccupanti punti di contatto.

A prima vista, La guerra tra noi sembra un (giustamente) indignato testo di denuncia sulla quotidiana violazione dei diritti umani che avviene nelle zone di guerra, e proprio per questo pone un pericolo alla lettura: pare essere l’ennesimo raid di descrizioni e immagini di guerra e sofferenza destinate a perdersi nello sconfinato oceano di orrore di cui siamo spettatori ormai anestetizzati, a cadenza quasi giornaliera. In altre parole, a dispetto delle indicibili sofferenze che descrivono, si tratta di episodi che rischiano di perdere efficacia, e ricordano la riflessione proposta da Susan Sontag in On Photography (1979), in cui osservava come quanto più il contenuto di immagini scioccanti diventa diffuso e generico, tanto più esse perdono efficacia e specificità.

Invece, in La guerra tra noi, Cecilia Strada sviluppa un’acuta riflessione tanto globale quanto locale, capace di ripersonalizzare la drammaticità delle storie che racconta. Alterna infatti esperienze avvenute nelle (tristemente note) zone calde di tutto il mondo (Afghanistan, Iraq, Sudan, ecc.), con testimonianze e considerazioni legate al contesto nostrano e a drammatiche situazioni che riguardano la storia recente e il presente italiani, come i fatti di Genova durante il G8, la Val di Susa, o lo stato di militarizzazione perenne cui è condannata la Sardegna.

Allontanarsi allo scopo di acquisire gli strumenti per comprendere i conflitti vicino a noi: non è solo la tecnica cui ricorre Cecilia Strada per sensibilizzare il lettore sull’orrore della guerra, ma è soprattutto il cambio di prospettiva che suggerisce per instillare un dubbio, e cioè che la guerra non sia solo una realtà tangibile, contingente e geograficamente connotata, ma che costituisca piuttosto una condizione mentale. Una condizione dalla quale è necessario liberarsi per purificare il nostro modo di vedere, di agire, di parlare, ormai assuefatto dalle quotidiane dosi di orrore. In altre parole, Strada non si appella alla consueta retorica dell’empatica che invita a immedesimarsi poiché ogni vittima “potrebbe essere noi”, ma sostiene invece, come dimostrano molte analogie, che noi stessi siamo vittime più o meno inconsapevoli di una guerra che si palesa attraverso esplosioni, battaglie, vittime; e a pensarci bene la Diaz di Genova non è poi così diversa da Falluja, nè la Val di Susa lo è rispetto a Douma.

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Nelle pieghe della ragione oscura

23 APRILE 2018

Tanguy Viel, Articolo 353 del codice penale, tr. Giovanni Bogliolo, Neri Pozza, pp. 144, € 15,00 stampa € 9,99 eBook

recenscisce ELIO GRASSO

La deliberata distruzione di un paese costiero, sull’oceano nei pressi di Brest, luogo di placide congiunture, dove la visione individuale e collettiva sembra non appartenere al tempo, passa attraverso l’inganno finanziario, la truffa. Da parte di un demone riassunto nel personaggio di Lazenec, agente immobiliare apparso improvvisamente come calato dai cieli oscuri dei poteri economici.

Nel dipartimento francese di Finistère gli eventi non sono di casa, questo intende dimostrare Kermeur, l’intendente del “castello” affacciato sul mare, dove risiede in una dependence insieme al figlio. Seduto davanti al giudice espone i fatti che a suo vedere hanno portato all’annegamento di Lazenec, a cinque miglia dal porto durante una battuta di pesca. Viel, a mezza strada fra un Simenon d’annata, e una Vargas meno saccente del solito, pone subito in primo piano un più che certo assassinio, premeditato da Kermeur: una spinta e giù nelle gelide acque dell’oceano. Un uomo completamente vestito, in quelle circostanze non può nuotare, è destinato a sprofondare e annegare. Kermeur di fronte alle grida di aiuto per tutta risposta spinge la manetta del gas e gira il timone del Merry Fisher di nove metri dirigendosi dritto verso la costa. In un quarto d’ora il battello attracca al pontile, e per l’agente immobiliare è finita. Il mare restituirà il corpo inanimato poco dopo. E poco dopo ancora, l’intendente viene arrestato e rinchiuso in cella.

Tutto questo avviene nel primo capitolo di Articolo 353 del codice penale. Viel inizia così la sua storia, quella che verrà successivamente raccontata da Kermeur al cospetto del giudice istruttore. Attraverso riflessioni metafisiche (il sale di questo sorprendente romanzo) e pensieri di lucido pragmatismo, il giudice ascolta quasi sempre in silenzio come il miglior psicanalista. Il racconto si distende per cerchi concentrici, racchiudendo il borgo e i suoi abitanti dentro una cupola da cui niente e nessuno ha mai potuto e potrà sfuggire. Il plastico sotto vetro del complesso immobiliare, esibito alla popolazione dal livido e enigmatico Lazenec, prefigura l’operazione finanziaria che porterà a radere al suolo parte della cittadina, del castello e del parco. Al suo posto altissimi edifici, sede di super-residence d’alto bordo ed esclusive spa. Quel che dovrebbe accadere ma che mai accadrà. A parte l’abbattimento, negli anni successivi, del castello e la distruzione del parco sotto montagne di detriti accumulate dalle ruspe.

Il faccendiere deve aver racimolato montagne di denaro, sottratte attraverso il suo ingannevole influsso ai cittadini e allo stesso Kermeur, sottomesso psicologicamente. Persino sedotto e ricattato facendo leva su ignavia e incapacità di smuovere la propria esistenza col figlio Erwan. Figlio che, dopo malumori più o meno esibiti, occhiate di sbieco verso l’essere demoniaco, giunto in paese con valigetta misteriosa contenente denaro droga o altre nefandezze, farà volare alla svolta finale del romanzo. Imputato e giudice, uno di fronte all’altro, saranno protagonisti di uno svelamento di raro impegno formale (nel senso letterario) ed etico.

Quasi sempre alle prese con certi libri d’imposizione decaffeinata e di sfruttamento retorico e smutandato del politically correct (dove appaiono aggeggi narrativi degni di lacrime congressuali), Articolo 353 del codice penale regge in pieno, per una volta, la definizione impostagli oltralpe da Paris Match: “un romanzo di gran valore”. Dove la giustizia gira come gli anelli di Saturno, dopo aver assistito quasi impotente a ribaltamenti di valore sulle cose e nelle menti umane. L’indolenza di Kermeur, davanti all’istruttoria ed esplosa precedentemente in mare, sterza verso una meditazione ad alta voce che ha nella profondità e nelle pieghe della ragione oscura, nelle sue storture, certe investigazioni mai dimenticate di Dürrenmatt.

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Romanzo di minaccia

23 aprile 2018

Roberto Saporito, Jazz, rock, Venezia, Castelvecchi, pp. 93, euro 13,50 stampa

recensisce UMBERTO ROSSI

Se c’è una cosa che Saporito dimostra di saper fare, è giocare a carte scoperte. Fin dal titolo, autenticamente programmatico. I tre personaggi di questo romanzo compatto, sintetico e cristallino (come è tipico dell’autore) sono un jazzista affermato che presta il suono della sua tromba a chiunque lo chiami e lo paghi; un chitarrista rock di una band emergente che vuole fare il colpo grosso; un’antiquaria che non esce da Venezia per nessun motivo, e che ha trasformato in arte una particolare forma di pornografia.

Dico romanzo cristallino: perché lo è la prosa di Saporito, asciutta, essenziale ma nient’affatto scontata (anche se, e qui sarebbe da tirare le orecchie a Castelvecchi, s’incontrano un po’ troppi refusi strada facendo). Ma anche i tracciati dei tre personaggi, sembrano andare in linea retta verso un incrocio che s’annuncia fin dall’inizio e che avviene senza troppe forzature; senza rivelare troppo diremo che il jazzista trova casa, il chitarrista realizza il suo album, l’antiquaria trova compagnia.

Però Jazz, rock, Venezia è anche, come il precedente dello stesso autore, Respira (che recensimmo per la Rivista nella sua attuale vita digitale), un romanzo di minaccia. Riciclo una definizione antica e nobile, usata per descrivere In terra ostile, di Philip K. Dick (una delle sue opere meno conosciute e più interessanti). La storia non è solo musica, sesso, amore. C’è un senso di qualcosa che sta per accadere che serpeggia nelle pagine, e qualcosa accade; qualcosa di brutto per qualcuno, di fastidioso per altri, di bello per altri ancora. Ma quel che accade arriva sghembo, di lato, obliquamente, imprevisto eppure, una volta accaduto, indiscutibile. Come la vita.

Come in Respira, la morte è in agguato; la violenza è sempre possibile; le cose sembrano andare su un binario prevedibile ma possono deragliare da un momento all’altro. Questo è, potremmo dire, un noir destrutturato, dove ci sono tutti i pezzi classici del genere, anche la dark lady, ma poi si ricombinano in un modo spiazzante e a momenti (diciamocelo) criptico. Ecco, leggendo questi romanzi hai sempre l’impressione che ti sia sfuggito qualcosa, che Saporito abbia fatto entrare nella stanza l’elefante che non vedi. Anche se questa volta il vedere, come scoprirà chi si avventurerà in questa compatta novelette è al centro della vicenda, forse più dell’ascolto della musica (che pure gioca un ruolo importante).

Due considerazioni conclusive. La prima: da quando ho cominciato a leggere Saporito ho constatato a ogni puntata dei passi avanti dello scrittore. Se è lecita un’estrapolazione, prima o poi ci farà qualche grossa sorpresa. La seconda: questo è un romanzo che chiama il film. Se la nostra industria cinematografica non producesse quasi solo soap opera travestite da film e pellicole furbesche e ruffiane (leggi La grande bellezza), ci sarebbe la coda di registi e produttori pronti a girare Jazz, rock, Venezia. Ma siamo in Italia, e non aggiungo altro.

(Di Roberto Saporito Umberto Rossi ha già recensito Respira).

http://www.castelvecchieditore.com

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Altri (O)nori

20 aprile 2018

Paolo Onori, Fare pochissimo, Marcos y Marcos, pp. 222, € 16,00 stampa

recensisce GIANLUCA MERCADANTE

Quando leggere un romanzo diventa un’esperienza musicale, quando il ritmo delle frasi è tanto percussivo da ricordare una partitura, allora quel libro l’ha scritto Paolo Nori. Con o senza una “O” ad anticiparne l’ormai noto cognome.

Che poi, ammettiamolo: per quanto possa utilizzare uno pseudonimo, nella fattispecie candidamente scoperto e divertito, la pagina di Nori la riconosci. Ci fai l’orecchio. Può piacere e non piacere, d’accordo. Se ne possono tessere le lodi o massacrarla senza pietà, ma la sostanza resta: due righe e hai capito, immediatamente, con chi hai a che fare.

Si chiama stile. E con lo stile funziona così: o ce l’hai o non ce l’hai. Nori ce l’ha, fine dei discorsi.

Marco Pietramellara, protagonista e voce narrante di Fare pochissimo, è un giornalista che lavora nella redazione di Emilia Today, “il vostro quotidiano preferito”, e aspetta una chiamata che non arriva. Aspetta la chiamata di Nilde. I due hanno litigato, si sono forse perfino lasciati, e il tempo scorre lentissimo. Finché una chiamata giunge sospirata al destinatario, sì, peccato che di Nilde non si tratti affatto. Marco riceve una singolare telefonata, singolare quanto meno perché la persona che lo sta contattando si trova seduta alla scrivania di fronte. E chiariamoci: fra lui e la collega chiamante, tal Enrica Spadoni in Coltellini, non sussistono né relazioni adulterine, né frequentazioni amichevoli, nossignori. Eppure, quella stessa mattina, è lei a poggiargli sulla scrivania le chiavi di casa. Le aveva a quanto pare dimenticate la sera precedente in ufficio, ma si era dimenticato anche di averle dimenticate, tant’è che proprio quel mazzo di chiavi aveva poc’anzi costretto Pietramellara a chiederne la copia alla ex.

Cosa sta succedendo? Cosa c’è dietro questo inatteso cambio di ruoli, che trascinerà il nostro all’interno di una convulsa girandola di piccoli accadimenti, piccoli accadimenti che però, come tanti giri di vite, spingono sempre più verso il fondo l’esistenza di Marco, trasformando la sua vita in una sorta di rocambolesco noir.

Fra articoli di giornale dalle fonti non necessariamente autorevoli e una galleria di situazioni e personaggi serratissima e grottesca, con la risata pronta a sgorgare da un paragrafo all’altro, per poi zittirsi di fronte a un’affermazione terrificante, a un passaggio stupefacente, ai fuochi d’artificio che l’estro linguistico dell’autore fa continuamente crepitare nelle pagine di questo finto romanzo d’esordio di Paolo Onori, la storia si dipana passo passo e inibisce nel lettore che vi s’imbatte la capacità di rallentare la corsa all’ultima riga, dove finalmente tutto si risolverà.

Ma prima d’allora, sappiatelo: Fare pochissimo va letto d’un fiato – e la brevità dei molti capitoli che lo compongono vi aiuterà a credere di averci messo pure poco. In realtà quello che succede è ben altro. Perché?…

…perché se leggere un romanzo diventa un’esperienza musicale, se il ritmo delle frasi è tanto percussivo da ricordare una partitura, allora quel libro, chiunque l’abbia scritto, che sia un genuino esordio o un palese fake, vi caccerà nella testa una specie di bug. E vi ritroverete in men che non si dica a rifletterci, eccome. Riprenderete qualche capitolo, rivedrete alcuni passi che magari vi siete persi per strada, o non avete focalizzato a dovere durante la lettura.

Ed è lì che inizierete a leggerlo – e a capirlo – davvero. Solo una volta che il suono della scrittura di Nori vi sarà entrato nel sangue.

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Simonetti, questo sconosciuto

20 APRILE 2018

Pablo Simonetti, Vite vulnerabili, tr. Francesco Verde, Lindau, pp 177, € 18,00 stampa, € 12,99 eBook

recensisce VALENTINA MARCOLI

Posto che credo fermamente nella forza dei racconti come forma di narrativa, e posto che perfino Bolaño ha dichiarato “La prima volta che ho letto un suo racconto l’ho fatto per curiosità, e non ho potuto abbandonarlo fino alla fine. Era da tempo che non leggevo racconti così ben narrati da uno scrittore cileno”, una volta pubblicata questa splendida raccolta non poteva che essere mia. Perché ha ragione Bolaño, un po’ ai libri ci si approccia per curiosità, ma anche perché trovo che il racconto sia come un corto al cinema: racchiude l’essenza dell’autore in poche pagine.

Questo libro in particolare, poi, ha un vissuto speciale: in Italia è arrivato ora e ancora nessuno lo conosce, ma queste dodici storie nascono nel 1999 quando Simonetti si accorge che viste nell’insieme avevano a unirle un singolo filo conduttore. Le Vite vulnerabili del titolo non sono altro che le vite comuni, le nostre, in cui le situazioni che affrontiamo dimostrano la nostra assoluta fragilità di fronte alle scelte che occorre prendere – talvolta in maniera assolutamente inaspettata. Dice l’autore: “Sono storie che hanno quasi sempre a che fare con il conflitto che esiste tra chi siamo e chi vorremmo essere di fronte agli altri, o ancora chi facciamo finta di essere.” Come in “Santa Lucia” o ne “Il ballo” in cui il protagonista rimane sconvolto dalla scoperta di ciò che realmente è ma non sapeva di essere. Un altro racconto impressionante per la sua bellezza è senz’altro “Peter Faraday”, seguito a ruota da “Nozze d’oro” e “Il giardino di Boboli”.

Storie sconvolgenti e finali spiazzanti per questi brevi racconti in cui il lettore ha un’estrema facilità nell’affezionarsi ai personaggi, è lì, dietro la porta che fa il tifo per uno o si arrabbia per l’altro, mentre il conflitto che riemerge a poco a poco da una fessura nell’animo del protagonista offre un sacco di spunti per un ragionamento che prosegue anche oltre il termine della lettura.

L’immagine di copertina, Ritratto del pittore Karl Zakovsek di Egon Schiele, riassume perfettamente il libro, la cui prosa è ricca di una sottile tensione frammista a dolcezza e ferocia in perfetto equilibrio. Uno specchio in cui non dobbiamo temere di rifletterci, trovando invece il coraggio di affrontare le nostre ossessioni e passioni più segrete, quelle che nascondiamo nel profondo del nostro buio interiore.

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Irresistibile Michele

18 APRILE 2018

Michele Orti Manara, Il vizio di smettere, Racconti edizioni, pp. 170, € 14,00 stampa

recensisce VALENTINA MARCOLI

“Una raccolta di racconti è un oggetto strano, sfuggente. E’ un po’ come una pallina di mercurio: quando la prendi in mano per esaminarla nell’insieme si disfa in palline più piccole che scivolano di qua e di là. E appena ne raccogli una ce n’è subito un’altra che rotola via.”

Ecco come la vede Michele Orti Manara, classe ’79, quando gli si chiede di introdurre il suo libro. Una raccolta di racconti che nulla ha da invidiare ad un autore maturo e con un curriculum più ricco. Raramente infatti si leggono libri, e in questo caso racconti, permeati da una forte intelligenza e finezza come in questo caso, un libro sorprendete per certi versi, in cui il talento dell’Orti Manara è palese.

Eppure il ragazzo dà la forte impressione di esserci sempre stato, di esserci nato in questo mondo crudele dell’editoria e che sappia perfettamente come muoversi all’interno di esso. Senza troppo rumore, si fa il giusto. Blogger di nepente, ghostwriter e attualmente social media manager di Adelphi, ha già pubblicato diversi racconti in passato, e un primo libro, Topeca pubblicato da Antonio Tombolini Editore. Ma è con Racconti edizioni che potrebbe fare il salto di qualità.

Le storie che racconta hanno personaggi molto distanti tra loro, e in ambiti anch’essi molto differenti, ma un dato che colpisce leggendoli è il linguaggio che ti inchioda alla pagina, chiaro e diretto. Si alternano in una rocambolesca roulette russa racconti irresistibili e racconti geniali come “L’assicurazione” che descrive la paranoia della guidatrice che, per controllare di non essere seguita, fissa di continuo lo specchietto retrovisore, non potendo di conseguenza evitare di tamponare l’auto che la precede, e “Un posto vivibile” in cui il protagonista si ritrova in una sorta di paradosso del gatto di Schrodinger, dovendo pulire l’appartamento di una coppia proprietaria di un gatto che lo odia, e che dopo una crisi respiratoria sembra morto, ma ancora non sa se verrà giudicato colpevole o innocente dalla persona che sta per entrare in casa.

Mai un momento morto, mai un cedimento né un istante di noia in questo libro in cui l’autore ha saputo creare un ambiente isolato dalle ovvietà; persino in un paio di racconti che possono sembrare più deboli, il tocco di classe lo si ritrova ugualmente. Una raccolta di sorprese, insomma, che in fondo sono un po’ quelle che vivono i personaggi di tutte queste storie, e che arrivano a scombussolare nel bene e nel male la loro vita.

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Morozzi quanto basta

18 APRILE 2018

Gianluca Morozzi, Gli Annientatori, Tea, pp. 196, € 13,00 stampa

recensisce GIANLUCA MERCADANTE

Gli editori che ne hanno finora dato alle stampe l’ampia produzione libresca, negli strilli impressi su svariate copertine, tendono a ricordare al pubblico dei lettori che Gianluca Morozzi è l’autore di Blackout. Niente da dire, un ottimo romanzo, campione di vendite, diventato poi film sul mercato americano, caso rarissimo nella scena editoriale del Belpaese. Se dunque lo strillo si chiama strillo per qualche sacrosanto motivo, è giusto strillarle certe cose, ci mancherebbe.

Ma Morozzi è pure autore di L’era del porco, Colui che gli Dei vogliono distruggere, romanzi originalissimi ed esilaranti, scritti con la stessa scanzonata felicità narrativa che ritroviamo in pamphlet come L’Emilia o la dura legge della musica e in raccolte di racconti quali Dieci cose che ho fatto ma che non posso credere di aver fatto, però le ho fatte.

Ed è palese, di romanzo in romanzo, quanto il gusto letterario di Morozzi, nonché la sua innata destrezza nell’interpretare generi contrapposti fra loro – principalmente l’umorismo tout-court e il noir – abbiano finito col compenetrarsi. Il risultato della fusione si è andato via via cementando nell’arco degli ultimi titoli apparsi in libreria – che, tenuto conto della straripante verve creativa del nostro, non sono nemmeno pochini -, fino al completamento della fase avvenuto con Gli Annientatori. Qui c’è proprio tutto: cinismo e commedia, crudeltà e brillantezza, humor e thriller, senza dimenticare qua e là una spruzzatina di horror, Q.B. da esaltarne i sapori e che di certo non appesantisce una ricetta finale davvero equilibrata, testimone di un’impronta stilistica ormai giunta a maturazione.

È estate, siamo in una rovente Bologna dei giorni nostri e lo scrittore Giulio Maspero non solo è rimasto al verde, ma tanto per non farsi marcar nulla è stato buttato fuori casa dall’ex fidanzata. Un inaspettato colpo di fortuna investe tuttavia di una nuova luce la buia strada che temeva d’aver imboccato. Durante il rapido consumarsi di quella che ritiene la sua tragedia personale, una sera Giulio incontra casualmente in un locale tal Mauro Britos, disegnatore di fumetti caratterizzato da un tratto di estremo realismo, ideale per i fumetti d’orrore che illustra. I due si conoscono già, ma prima della sera in cui le cose per Maspero si erano messe male non si erano praticamente rivolti parola. Viene fuori che Britos è in partenza per l’Uruguay ed è in cerca di qualcuno di fidato cui chiedere se in sua assenza possa trasferirsi nell’appartamento che ha affittato e annaffiargli le piante. L’unica condizione che Britos pone a Giulio è la riservatezza. Non è il caso che si spargano strane voci, mi casa tu casa ma fatti i fatti tuoi, per dirla in sintesi.

Maspero, accecato dalla possibilità di sollevarsi almeno per un periodo dall’impiccio di trovarsi una nuova sistemazione, e colta la palla al balzo per terminare il romanzo che potrebbe rimettergli in sesto le finanze, non se lo fa ripetere. Stabilitosi però nell’appartamento del disegnatore in trasferta, oltre ad accorgersi che di piante non ne esistono tracce alcune, Giulio entra immediatamente in rapporti con gli abitanti dei restanti interni della palazzina, tutta di proprietà della sinistra famiglia Malavolta. Gente accogliente, fra parentesi, ma ai limiti dell’invadenza. Anzi: ben oltre i limiti dell’invadenza. Peccato che a Giulio la cosa inizi a puzzare troppo tardi e la trama ordita a sua insaputa abbia cominciato a snodarsi da un pezzo e adesso il gran finale non è più così lontano.

Un romanzo ibrido, che a tratti diverte grazie a una voce narrante che mantiene effervescente il generale appeal drammaturgico, mentre i colpi di scena si susseguono a centrifuga, finché il gorgo nel quale Maspero viene trascinato inghiottisce quando meno se l’aspetta anche il lettore.

Che sull’ultima, impensabile riga, ci resta di sale. E fa i complimenti allo chef.

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