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È successo di nuovo…

12 Settembre 2017

Nonostante Twin Peaks sia una serie televisiva, riteniamo che si tratti anche di un fenomeno artistico e più ampiamente culturale che sfonda qualsiasi confine mediatico – per non parlare dell’infinità di riferimenti letterari sparsi nella serie, nonché dei risvolti più prettamente librari di un oggetto dal profilo decisamente transmediale. Non a caso l’autore di questo articolo è uno degli americanisti più attenti al contemporaneo e alle sue derive; perché le scritture di oggi attingono da cinema TV web tanto quanto dalla tradizione letteraria.

E comunque, David Lynch è un’altra cosa…

approfondisce PAOLO SIMONETTI

Dopo più di un quarto di secolo David Lynch è tornato a raccontare, insieme a Mark Frost, i segreti dell’ormai famosa cittadina di Twin Peaks, 51.201 abitanti. Le voci sono diventate ufficiali il 6 ottobre 2014, quando il regista ha annunciato su Twitter: “Sta succedendo di nuovo”, infiammando gli appassionati in tutto il mondo. Mesi dopo il passo indietro: Lynch si sarebbe ritirato dal progetto per sopravvenute divergenze economiche con i vertici del network Showtime. I fan si sono subito mobilitati, avviando sui social la campagna #SaveTwinPeaks, e persino gli attori del vecchio cast hanno diffuso video di supporto per il regista, sul tema: “Twin Peaks senza David Lynch è come…”. Alla fine il maestro ha ottenuto carta bianca: diciotto episodi (invece dei nove inizialmente programmati) di un’ora ciascuno, tutti diretti da lui e scritti con Frost, senza limitazioni di budget o interferenze di alcun tipo. Se vogliamo davvero tornare a Twin Peaks, l’unico in grado di guidarci è Lynch.

“Ti rivedrò tra venticinque anni”: così prometteva Laura Palmer (Sheryl Lee) nell’ultimo episodio della seconda stagione all’agente dell’FBI Dale Cooper (Kyle MacLachlan), inviato a Twin Peaks per indagare sull’omicidio della giovane donna. La scena si svolge nella Sala d’attesa, un luogo metafisico di passaggio verso un’ambigua dimensione ultraterrena che i nativi americani chiamano Loggia Nera (o Loggia Bianca), dove il bene e il male si compenetrano e si contrastano all’infinito; gli abitanti della Loggia sono entità non-umane (tra cui un misterioso gigante e un nano vestito di rosso – “l’uomo che viene da un altro posto”) che comunicano in un linguaggio che è un’approssimazione di quello umano. Qui ci si può imbattere nel proprio doppelgänger, incontrare i morti e interagire con i vivi attraverso i sogni. Viene da pensare che già allora Lynch conoscesse il futuro, come gli spiriti della Loggia, e avesse progettato la realizzazione di una nuova stagione venticinque anni dopo. Del resto, le tende rosse che circondano la sala aprono passaggi verso realtà spazio-temporali alternative, ma ricordano anche un immenso sipario teatrale, oltre il quale va in scena lo spettacolo della vita umana.

Twin Peaks è un fenomeno generazionale, ma soprattutto ha rappresentato un cambiamento di paradigma. I trenta episodi della serie originaria (nonostante un calo di qualità a metà della seconda stagione) hanno rivoluzionato la formula tradizionale di quelle che in Italia eravamo abituati a chiamare telenovele (o, con appena minor disprezzo, telefilm) attraverso una sapiente e innovativa mescolanza di generi: Twin Peaks si presentava come un giallo basato su storie d’amore adolescenziali e non che facevano il verso alle soap opera, con una forte componente sovrannaturale e una tensione che in certi episodi spingeva verso l’horror vero e proprio; ma era anche una storia torbida di abusi, sesso e droga che proponeva un’amara denuncia sociale; una lucida meditazione sul disagio giovanile nella provincia americana che adottava i meccanismi narrativi di un thriller psicologico dai risvolti surreali, comici e grotteschi. A ben guardare, possedeva anche una forte coscienza ecocritica, faceva riflettere sui danni apportati dalla civilizzazione alle culture dei nativi americani, incorporava riferimenti a pratiche di meditazione e al buddismo, accennava a una mitologia inquietante e oscura, lasciava intendere la possibilità di viaggi nel tempo, messaggi dallo spazio, rapimenti alieni. Stephen King aveva esplorato temi simili in It (1986), ma era la prima volta che una serie TV tentava sistematicamente qualcosa del genere.

E infatti, come spesso è destino per le opere veramente innovative, il mondo non era pronto. Nel 1991, in seguito a un calo d’ascolti, la ABC decise improvvisamente di cancellare la serie dopo due sole stagioni, lasciando migliaia di spettatori con un incolmabile senso di attesa, provocato da quello che è forse il cliffhanger più famoso (e frustrante) della storia televisiva (“Come sta Annie?”). Il film del 1992, Fuoco cammina con me, diretto da Lynch e accolto a Cannes con numerosi fischi, si poneva come prequel della serie e, lungi dal chiarire i molti punti in sospeso, apriva semmai altri e più inquietanti interrogativi. Per più di venticinque anni i fan hanno continuato a speculare sulle numerose ambiguità della trama, elaborando teorie raffinate, strampalate, fantasiose e geniali, dapprima attraverso newsletter, poi sui primi siti internet, sui forum, sui blog, e infine su Facebook e Twitter. Dall’inizio degli anni Novanta la fama e il fascino di Twin Peaks sono cresciuti in modo esponenziale di pari passo con la diffusione di internet e dei social network, mentre il valore artistico della serie veniva sancito da saggi e monografie critiche. Per questo il suo ritorno, oggi, sa di evento epocale.

Ed è per questo che molti appassionati italiani della serie originaria si sono ritrovati, da fine maggio a inizio settembre, seduti davanti la televisione alle tre di notte per guardare i nuovi episodi in contemporanea con gli Stati Uniti. In un periodo storico che incoraggia sempre più la fruizione mobile, su tablet, smartphone e laptop, Lynch ha consigliato invece di guardare Twin Peaks, il ritorno su uno schermo grande, con un buon impianto audio, al buio. Possibilmente con i sottotitoli, per non perdere alcuna sfumatura dei complessi (e non sempre chiaramente udibili) dialoghi. I suoni e la musica sono importantissimi nello sviluppo della trama: il primo episodio si apre con il gigante che ordina a Cooper (e implicitamente allo spettatore): “Ascolta i suoni”. Il sound designer è Lynch stesso, che oltre alla collaborazione del fido Angelo Badalamenti, autore della colonna sonora della serie originaria, si è avvalso di artisti di fama internazionale, dai Platters ai Nine Inch Nails, da Eddie Vedder agli ZZ-Top, e di artisti della scena indie come i Chromatics, gli Au Revoir Simone e Lissie: molti di loro si esibiscono durante i titoli di coda di ogni episodio. Il cast di attori è altrettanto importante e prevede, oltre al ritorno di diversi interpreti delle prime stagioni, anche fedelissimi “lynchiani” come Laura Dern, Naomi Watts, Balthazar Getty e Harry Dean Stanton, e guest star del calibro di Jim Belushi e Monica Bellucci, per non parlare di Tim Roth e Jennifer Jason Leigh. Persino durante i titoli di coda gli spettatori sono invitati a fare attenzione: spesso il nome o la vera identità di un personaggio vengono svelati proprio qui.

Nell’epoca dei remake, dei sequel e della serialità a oltranza – retaggio dell’esaurimento dei contenuti già teorizzato da John Barth negli anni Sessanta e di un’iper-consapevolezza strutturale che ha condotto il postmoderno a ripiegare su se stesso perdendo la sua iniziale spinta provocatoria –, tra compiacenti fanfiction che offrono allo spettatore esattamente ciò che vuole e sofisticati effetti speciali senza alcuna profondità di dialoghi o situazioni, Lynch è riuscito di nuovo a rimescolare le carte, rivoluzionando meccanismi narrativi che lui stesso aveva contribuito a rendere popolari. A livello di contenuti, infatti, in Twin Peaks, il ritorno  c’è ben poco di quanto i nostalgici delle prime stagioni si aspettavano – anzi, la sensazione è che gli autori abbiano mirato a stimolare le attese dei fan per poi deluderle in modo quasi sadico, ribaltando sistematicamente situazioni e personaggi: gran parte delle vicende si svolge lontano da Twin Peaks, tra New York, Las Vegas e l’immaginaria cittadina di Buckhorn (South Dakota); l’agente Cooper, eroe senza macchia delle prime stagioni, è scisso in due personaggi, entrambi ben diversi da quello adorato dai fan; il cliffhanger originario, legato alle condizioni di salute di Annie (Cooper si era innamorato di lei ed era entrato nella Stanza Rossa per salvarla) è deliberatamente ignorato – anzi, il personaggio di Annie è stato praticamente cancellato dal mondo finzionale dello show; il nucleo centrale della nuova stagione ruota intorno alla frase apparentemente banale pronunciata da un personaggio secondario (se il compianto David Bowie nei panni dell’agente dell’FBI Phillip Jeffreys può mai considerarsi secondario), apparso brevemente all’inizio di Fuoco cammina con me. Se a tutto ciò si aggiunge il fatto che Lynch ha deciso di girare la stagione come un film lungo diciotto ore, per poi effettuare una scomposizione in fase di montaggio giocando con la cronologia e confondendo ulteriormente gli spettatori; che nelle varie dimensioni parallele dello show il tempo scorre in modalità misteriose; e che il mondo di Twin Peaks ammette la presenza di doppelgänger, tulpa (un termine del misticismo tibetano che descrive delle entità senzienti, specie di golem creati attraverso facoltà mentali o spirituali), individui abitati da spiriti ed entità che assumono sembianze umane, si comincia ad avere una vaga idea del tipo di esperienza disturbante e al tempo stesso eccitante che può costituire la visione di Twin Peaks, il ritorno.

Per tutta l’estate, dopo ogni episodio i fan hanno continuato a proporre sui gruppi Facebook teorie intorno ai moltissimi punti oscuri o ambigui della trama, analizzando dettagli delle inquadrature, riferimenti alla mitologia personale del regista e ad altri film di Lynch, particolari del montaggio, allusioni alle vecchie stagioni, idiosincrasie della recitazione, easter eggs e indizi nascosti da Lynch e Frost appena sotto la superficie (basta googlare “Twin Peaks finale theories” per imbattersi in decine di esegesi, spesso violentemente in polemica l’una con l’altra). Le recensioni online riportavano ogni settimana le teorie più interessanti e quotate, misurando il livello di hype del pubblico e lodando quasi unanimemente l’elevata qualità artistica della regia di Lynch. Gli appassionati della vecchia serie morivano dalla voglia di conoscere il destino dei personaggi abbandonati in medias res venticinque anni prima; i puristi lynchiani godevano delle atmosfere claustrofobiche, oniriche e surreali che caratterizzano i film di culto del regista, da Eraserhead a Mulholland Drive; i neofiti si appassionavano ai nuovi personaggi e cercavano di capire cosa diavolo stesse accadendo sullo schermo.

Il doppio finale di stagione, trasmesso in Italia nelle prime ore di lunedì 4 settembre, ha sconvolto tutti (me compreso), dapprima offrendo nel diciassettesimo episodio l’agognato denouement, per poi decostruire tutto nella fatidica diciottesima ora, arrivando addirittura a “cancellare” le prime due stagioni, quasi a voler togliere ai fan il loro giocattolo preferito. Tutti si aspettavano spiegazioni, continuazioni, chiarimenti; e invece anche quel poco che pareva ormai assodato è stato messo in discussione, negato, decostruito (mi fermo qui per evitare spoiler). Dove trovare le risposte, quando non ci restano più neppure le domande?

A questo punto va evidenziato un aspetto estremamente interessante della serie, specie dal punto di vista di una rivista libraria: Twin Peaks si è imposta sin dall’esordio come prodotto transmediale, travalicando i confini dello schermo televisivo e generando una corposa letteratura che è servita da suo contorno e complemento. Mentre all’inizio degli anni Novanta andavano in onda i primi episodi e tutti facevano ipotesi su “chi ha ucciso Laura Palmer”, fu dato alle stampe Il diario segreto di Laura Palmer (Sperling & Kupfer. tr. Roberta Rambelli, pp. 251, euro 9,78 stampa, euro 7,99 ebook ), un romanzo in forma diaristica scritto da Jennifer Lynch (figlia del regista), in grado di arrivare al quarto posto della classifica dei bestseller del New York Times a ottobre del 1990. A maggio del 1991 Scott Frost (figlio del co-autore della serie) pubblicò L’autobiografia dell’agente speciale Dale Cooper: la mia vita, i miei nastri (Sperling & Kupfer, fuori stampa, tr. Tullio Dobner), contenente le immaginarie trascrizioni delle cassette audio registrate dal protagonista in cui si svela il suo passato. Di risposte, però, neanche l’ombra. Non c’è da stupirsi, quindi, se la messa in onda di Twin Peaks, il ritorno sia stata anticipata da un romanzo scritto da Mark Frost e intitolato The Secret History of Twin Peaks, edito in Italia da Mondadori (inspiegabilmente col titolo Le vite segrete di Twin Peaks, tr. Stefano Massaron, pp. 359, euro 25,50 stampa). Il libro – un testo ampiamente illustrato, strutturato come un dossier dell’FBI – ricostruisce le vicende storiche del territorio su cui sorge la cittadina, da sempre condizionato dalle presenze demoniache della Loggia che erano già in contatto con gli abitanti originari, i membri della tribù dei Nez Percé. Se a tratti Le vite segrete sembra dimostrare come sarebbe Twin Peaks senza il genio visionario di Lynch – un compendio di teorie cospiratorie trite e di personaggi poco interessanti –, non può comunque mancare nella biblioteca di ogni cultore della serie. Inoltre, i fan che sono rimasti frustrati dal finale della nuova stagione possono sperare di trovare almeno parte delle risposte in un nuovo libro, sempre opera di Frost, dal titolo Twin Peaks: The Final Dossier, la cui uscita è prevista a fine ottobre. Al momento, infatti, Lynch non sembra interessato a una quarta stagione.

Twin Peaks, il ritorno è riuscito a reinventare la serie TV – allo stesso modo in cui, ad esempio, Watchmen di Alan Moore e Jimmy Corrigan di Chris Ware hanno reinventato il fumetto – sfruttando appieno le possibilità offerte dal medium e operando un rovesciamento nei meccanismi della fruizione seriale. Uno dei nodi cruciali della narrativa americana contemporanea ruota proprio intorno alla dissociazione temporale, a una nuova percezione della temporalità. Il termine chiave è “differimento”: la fine di ogni episodio, come i link che clicchiamo su internet, rimandano sempre altrove, nel tentativo di prolungare l’esperienza di intrattenimento all’infinito. L’enorme successo delle serie TV deriva proprio dal fatto che il loro nucleo narrativo è basato sul continuo differimento della trama. Non è quasi più pensabile una fruizione tradizionale di un film come esperienza finita, ma si procede settimana dopo settimana, sequel dopo sequel, di stagione in stagione; la storia può (e deve) sempre continuare, il consumo diventa durevole, come il prodotto che si acquista (o si scarica) puntata dopo puntata.

Lynch sposta questo processo a livello strutturale, progettando un infinito differimento dell’interpretazione: ogni episodio allarga lo scarto tra significante e significato, creando un gap che non può mai essere colmato del tutto, ma che apre invece una catena, un’aura di significati (le “teorie interpretative” dei fan) mai definitivi. Alcuni spettatori hanno scoperto che diverse scene di determinati episodi di Twin Peaks, il ritorno, sono praticamente sincronizzate tra loro: osservandole contemporaneamente, i gesti “rimano” tra loro, suoni e dialoghi risultano in sincrono, aprendo possibilità interpretative nuove e impensate; personaggi apparentemente distanti appaiono invece correlati tra loro; eventi ragionevolmente separati da una distanza spazio-temporale risultano contemporanei; qualcuno ha addirittura dimostrato che gli ultimi due episodi vadano guardati in simultanea, perché accadono contemporaneamente in due dimensioni parallele – eventi di un episodio influenzano quelli dell’altro!

Il penultimo episodio si intitola: “Il passato detta il futuro”, ma Twin Peaks, il ritorno dimostra che è quanto mai vero anche il contrario. Non può non venire in mente il concetto, proposto dal filosofo Jacques Derrida, di “futuro anteriore”, un futuro che, ovviamente, non è ancora avvenuto, ma che retrospettivamente influenza e definisce il passato che lo renderà possibile. In questo modo gli eventi della terza stagione influenzano e “cancellano” quelli delle prime due stagioni, lasciando gli spettatori (e il protagonista) in un limbo ontologico, una situazione paradossale che è l’equivalente di una serie TV differita all’infinito. Il simbolo dell’infinito è infatti la “risposta” fornita a Cooper nel finale di stagione, un 8 che ruota e che, nel simboleggiare un nastro di Möbius, riecheggia il loop temporale, narrativo e strutturale su cui si basa l’intero universo di Twin Peaks. Un 8 che rimanda a sua volta anche all’ottavo episodio, vero capolavoro onirico che il New York Times descrive come “qualcosa da vedere e da udire, che suscita reazioni a un livello primigenio”, affermando che “Non c’è niente nella storia della televisione che aiuta a descrivere esattamente quello che prova a fare questo episodio”. Le diciotto ore di Twin Peaks, il ritorno sono un’esperienza dei sensi e della mente. Probabilmente ci vorranno altri venticinque anni per provare ad assimilarle.

(E se qualcuno è rimasto frastornato dalle due puntate finali, che hanno messo a dura prova qualsiasi teoria della narratività finora elaborata in ambito accademico e non, raccomandiamo questo sito web dove troverete un’interessante analisi a cura di David Auerbach. Avvertenza: il testo è in inglese…)

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Morto che cammina

16 Settembre 2017

Roberto Saporito, Respira, Miraggi Edizioni, pp. 105, euro 12,00 stampa

recensisce UMBERTO ROSSI

Di Saporito avevo già letto Il caso editoriale dell’anno, una gustosissima commedia incentrata su uno scrittore che diventa una celebrità grazie al successo internazionale del suo romanzo, e scopre che ormai potrebbe anche smettere di scrivere, tanto è diventato Qualcuno. Quasi cinematografico nel suo narrare, Saporito dava prova di saper ideare scene che restano nella memoria, come i vagabondaggi del suo personaggio a bordo di un improbabile ma verosimile Hummer.

Però nella storia decisamente comica del Caso, in quell’amarognola presa in giro delle star letterarie, avvertivi a tratti una sorta di gelo interiore, e soprattutto un senso di solitudine, di quella che ti può prendere anche nel bel mezzo di un party, o di una folla. Quella sensazione la ritrovo in Respira, pur essendo questo romanzo breve (o novelette, come lo chiamerebbero in America) ben diverso per vicenda e per ritmo.

Come accade nel Fu Mattia Pascal, il protagonista si ritrova all’improvviso ufficialmente defunto, perché lo si crede morto nel crollo delle Torri Gemelle, dove aveva sede il suo ufficio. In realtà quell’11 settembre il personaggio principale si trovava altrove, e la caduta delle torri l’ha solo vista in televisione; immediatamente capisce che da morto ha una grande opportunità, prendersi tutti i soldi della sua attività di mercante d’arte d’altissimo livello, e sparire. Ne seguono le peregrinazioni del morto vivente, ma il tono non è quello di paradosso filosofico sceneggiato che trovi in Pirandello.

In effetti Saporito è ben consapevole che il morto che cammina è di casa anche in un altro genere, e cioè l’hard boiled, vedi Il lungo addio di Chandler, tanto per restare sul classico. Ed è la tonalità del noir che Saporito abbraccia, ma un noir estremamente stilizzato, potrei dire quasi ritualistico, dove tutte le scene classiche del genere vengono come ridotte all’osso (anche date le dimensioni compatte del libro).

Ne risulta un noir da manuale, permeato di un’atmosfera di gelo crescente, dove le ripetute fughe del protagonista, sempre convinto di essersi sbarazzato della sua vecchia vita ma poi sempre braccato dal suo passato, hanno un che di onirico e claustrofobico; e riemerge ossessionante quel sentimento di solitudine esistenziale che già s’avvertiva nel Caso editoriale dell’anno. E trovo notevole l’uso di una narrazione in seconda persona che non è affatto cosa ordinaria; scelta che ha una sua inquietante efficacia.

Non posso ovviamente dire di più; tranne aggiungere che Saporito qui gioca con la narrazione in modo lucido e consapevole, con tutta una serie di epigrafi sparse per il volumetto a ricordare che questo noir compattato non è semplicemente un noir, né un esercizio di stile, ma ha a che fare con la vita e inevitabilmente anche con la morte.

(Di Roberto Saporito Umberto Rossi ha successivamente recensito Jazz, rock, Venezia).

http://www.miraggiedizioni.it

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…e ti tirano le pietre!

25 luglio 2017

Claudio Modandini, Le pietre, Exòrma, pp. 188, euro 14,50.

recensisce UMBERTO ROSSI

Per un critico letterario è dura ammettere di non sapere. Beh, sarà anche dura, ma voglio essere onesto: non so cosa diavolo mi spinge, ogni volta che prendo in mano un romanzo di Claudio Morandini, a continuare compulsivamente a leggerlo finché non finisce. Però è così: non si riesce a smettere. Detto questo, passiamo a dire qualcosa di più dettagliato su Le pietre.

Primo: Morandini sembra aver fatto pace con la sua terra, e cioè la Val d’Aosta. Ormai è il secondo romanzo ambientato in montagna. Certo, si tratta di monti dai toponimi vaghi e immaginari… però nei precedenti romanzi sembrava sforzarsi di tenersi lontano dalla sua città di residenza e dalla sua regione (fino a portarsi negli Stati Uniti e in Unione Sovietica in Rapsodia su un solo tema); mentre qui siamo sicuramente in una valle alpina, e mi piace pensare che sia del tutto valdostana. Il ritorno del nativo?

Secondo: come ben si sa, il Morandini dichiarò essere Neve, Cane, Piede, col grottesco e memorabile loner Adelmo Farandola, una sorta di spinoff di A gran giornate. Ebbene, Le pietre, con la sua vicenda surreale, tra Ionesco e la letteratura di montagna, di una valle dove abitanti e turisti vengono attaccati da pietre animate da una volontà malevola e ostile, è a tutti gli effetti uno spinoff dello spinoff, una nota a pie’ di pagina di Neve, Cane, Piede. Se quello vi piacque, questo non perdetevelo. Per nessun motivo.

Terzo: magari ci fossero ancora quei registi di commedie all’italiana dell’ultima fase, quelle amare, surreali, geniali degli anni Settanta, prima che arrivasse la dittatura dei comici con sponsorizzazione di Partito (non ho fatto nomi, eh?). Magari, dico, perché le ultime tre cose di Morandini, a partire da A gran giornate, risuscitano miracolosamente quello spirito acre e spietato, quel rovistare negli angoli più imbarazzanti del carattere nazionale (o della nazionale mancanza di qualsivoglia carattere). Le pietre sembra uno scherzo, una burla, un prendersi in giro bonario, ma se poi pensi a quel che succede ogni anno, perché le rocce le pietre le terre d’Italia non vogliono starsene ferme, ma oscillano, sussultano, franano, si sgarrubano, crollano, travolgono… insomma, sotto la vicenda surreale del piccolo villaggio alpino invaso e perseguitato dalle pietre, quanta politica ce poi trovà (come diceva tanti anni fa Stefano Rosso in una canzone che forse qualche coetaneo mio e dell’autore ricorderà). E leggendo immagini le scene della versione cinematografica che, ahinoi, non vedremo.

Quarto: non c’è più il Morandini di una volta. Ebbene, va detto. Vi ricordate quel curioso scrittore che a ogni uscita cambiava stile, genere e anche editore? Be’, questo è il secondo romanzo che pubblica con Exòrma (mi perdoni la coraggiosa casa editrice se non riesco a riprodurre l’epsilon iniziale). Ma dico, siamo impazziti? Cosa succede, editori che decidono di investire su uno scrittore che non è Personaggio? Ehi, ma siamo in Italia! Lo scrittore vale solo se pedofilo dell’ordine dei Templari oppure immigrato dal Botswana diversamente abile oppure maniaco-depressivo con simpatie neofasciste. Lo scrittore, come insegnano le Grandi Case Editrici, deve essere un fenomeno da baraccone, uno che va da Vespa, uno che fa a botte al ristorante, possibilmente con un’infanzia infelice alle spalle, tossicodipendenza, in carcere in Moldavia, qualche mese nell’ISIS, tatuaggi, vedete un po’ voi. Amici di Exòrma, io Morandini un po’ l’ho capito, non è Personaggio, è un insegnante… sa anche scrivere! Fermatevi! NON BUCA LO SCHERMO!

Quinto e ultimo: giusto che Morandini riconosca il debito che ha coll’Abbé Henry e la sua istoria della Val d’Aosta del 1929, ma non sarà anche il caso di fare il nome del grande, grandissimo Dino Buzzati?

http://www.exormaedizioni.com

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Terrore da intenditori

20 Settembre 20017

Fritz Leiber, La cosa marrone chiaro e altre storie dell’orrore, tr. Federico Cenci, cliquot, pp. 302, euro 18,00 stampa, euro 4,99 ebook

recensisce UMBERTO ROSSI

Anche Stephen King, che è Stephen King, ha ammesso di considerare Fritz Leiber (1910-1992) tra i maestri dell’horror; anzi, tra i suoi maestri, punto. In Italia, però, lo scrittore americano (ma di discendenza tedesca, e molto affezionato alle sue radici teutoniche) è noto soprattutto per la sua produzione fantascientifica, quindi un po’ imprigionato in quella nicchia (dico nicchia perché i dati di vendita attestano impietosamente che la fantascienza di lettori ne ha ben pochi…). Ma Leiber ci ha lasciato una vasta produzione di fantasy urbano, heroic fantasy e horror che resta spesso inedita da noi; e questi altri generi sono ancor più di nicchia della fantascienza, con l’esclusione di pochi Grandi Nomi.

La precedente premessa è indispensabile per capire come mai, a nostro avviso, la pubblicazione di questo bel volume di una intraprendente casa editrice romana meriti la massima attenzione. Del resto, cliquot ha azzeccato tutto: la copertina, la carta, l’impaginazione, il carattere di stampa (ma avete notato quanti brutti caratteri si usano nella Grande Editoria, Mondadori in testa?). Ha anche affidato la traduzione a Federico Cenci, che è un autentico studioso di Leiber (ha persino recuperato alcuni racconti dimenticati persino negli Stati Uniti per includerli in questa raccolta). Il risultato è un lavoro di archeologia letteraria di tutto rispetto; però anche un libro che si legge con gusto.

Desidero comunque aggiungere un’avvertenza: “La villa del ragno”, la prima novella della raccolta, è un testo che facilmente può spiazzare i lettori, e indurre a pensare che Leiber fosse un mestierante dell’horror clamorosamente inetto. Tutt’altro: quel racconto venne scritto nei primissimi anni Quaranta perché lo scrittore era disperato a causa dei ripetuti rifiuti ricevuti da Weird Tales, rivista pulp che all’epoca andava alla grande, e sulla quale voleva a tutti i costi piazzare uno dei suoi scritti. Leiber, a quel punto, provò a cucinare una sorta di minestrone horror, mischiando insieme tutti i cliché più vieti e le figure più fruste del repertorio di Weird Tales, dallo scienziato pazzo al ragno gigante, dalla casa maledetta alla notte buia e tempestosa. Una specie di sarcastico pastiche che suonava più come una presa in giro che altro: eppure il racconto venne prontamente accettato e pubblicato sulla rivista.

È quindi dal secondo racconto della raccolta (ribadisco, assemblata dal buon Cenci solo per il mercato italiano), e cioè “Il signor Bauer e gli atomi”, che vediamo venire allo scoperto il talento di Leiber, scrittore professionista di generi (non di un genere solo), ma anche singolare talento letterario. Il vero pezzo forte della raccolta è però “La cosa marrone chiaro”; originariamente un romanzo breve che, come sempre accadeva alla narrativa di questo formato, venne pubblicato nel 1977 su Fantasy & Science Fiction diviso in due puntate, e viene giustamente riproposto mantenendo la divisione originaria. Tale fu il successo di questa storia di soprannaturale ambientata a San Francisco negli anni Settanta, che la novelette divenne vero e proprio novel col titolo Nostra signora delle tenebre, vincendo il World Fantasy Award e venendo pubblicata in Italia nel 1980 dall’editrice Nord (allora nella sua età dell’oro che tutti rimpiangiamo). Nella “Cosa marrone chiaro”, Leiber incrocia l’horror con l’autobiografia (è facile vedere nel protagonista, Franz Westen, un evidente alter-ego dello scrittore), ma anche con la bibliofilia, se non la bibliomania, e tesse una ricca e complessa tela di rimandi testuali a tutta la tradizione del genere (con un clamoroso omaggio a H.P. Lovecraft); è una narrazione sottilmente ed elegantemente metaletteraria, nella quale il libro diviene oggetto di feticismo, di vera e propria ossessione al confine con la dipendenza, e al tempo stesso di genuino terrore (tra l’altro, l’idea del potere arcano delle metropoli sul quale si fonda la vicenda credo che abbia ispirato uno dei migliori episodi del Sandman di Neil Gaiman…).

Da segnalare anche il claustrofobico “Fantasie paurose”, del 1982, un horror tutto ambientato negli spazi comuni di un condominio, in un’atmosfera tra il surreale e il banalmente quotidiano che quasi anticipa le destabilizzanti visioni di David Lynch. E sicuramente curioso è “Il demone nel cofanetto”, risalente al 1963, per via della sua insolita, ma assai azzeccata ambientazione romana (che sa molto di felliniana Dolce vita). Infine, il commosso omaggio al padre di tutti loro, al capostipite di quella genealogia americana di racconti terrificanti che da King risale a Bradbury e Leiber e su su rimonta a Lovecraft; ma prima del visionario di Providence, ovviamente, c’era l’immenso Edgar Allan Poe, trisnonno di tutti noi, e protagonista di “Richmond, fine settembre, 1849”.

http://www.cliquot.it/

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Novità neozelandese

4 Settembre 2017

Patricia Grace, Potiki, tr. Antonella Sarti Evans, Joker, pp. 209, euro 17,00 stampa

recensisce UMBERTO ROSSI

Se c’è una cosa che la letteratura riesce a fare bene, è farti entrare in un mondo diverso e farti visitare terre lontane. Ora, c’è una terra più lontana dall’Italia della Nuova Zelanda? Il mappamondo dice di no (e concorda anche Google Earth!). Proprio dalle due isole ai nostri antipodi ci arriva, a “soli” trent’anni dalla pubblicazione nel suo paese, questo romanzo di Patricia Grace, considerata una delle più importanti narratrici maori. Perché i maori non vanno solo per mare, non si limitano a giocare a rugby e danzare la haka prima delle partite: scrivono anche loro.

In questo caso si racconta la storia, al tempo stesso estremamente realistica e favolosa, di una famiglia maori che sceglie di restare sulla propria terra e di vivere dei suoi prodotti; una scelta difficile in Italia, ancor più complicata in Nuova Zelanda dove per lungo tempo i nativi sono stati discriminati ed emarginati, per cui si è sempre pronti a spazzarli via per far posto ad affari e speculazioni più o meno da rapina. E questo sta per accadere alla famiglia di Hemi e Roimata, che pure ha avuto la fortuna di conservare le terre ancestrali, incluso il wharenui (la casa comune polinesiana dove s’incontrano tutte le famiglie di un villaggio e dove si celebrano tutti i riti più importanti) e l’urupa (il cimitero, che per una cultura fondata sul rapporto con gli antenati riveste un’importanza enorme).

Sarebbe una vita tutto sommato serena, non fosse che proprio sulle colline sovrastanti le terre ancestrali dei protagonisti del romanzo arriva uno speculatore piuttosto spregiudicato (diciamo un maneggione mezzo delinquente, che ricorda anche troppo certi personaggi di casa nostra…), per il quale quei contadini e pescatori maori che si frappongono tra lui e l’accesso diretto al mare sono solo un branco di pezzenti da togliersi di torno con un tozzo di pane. Ma Hemi è convinto che la sua famiglia e la sua piccola comunità debbano assolutamente restare sulla terra, perché perderla significherebbe essere privati di tutto, inclusa la propria dignità. Quindi si arriva all’inevitabile scontro con lo speculatore, i cui esiti non posso ovviamente descrivere.

Dicevamo storia anche favolosa: nel romanzo c’è pure la vicenda di Toko, un bambino nato in circostanze non del tutto chiare da Mary, una ragazza con problemi mentali, e comunque adottato da tutta la comunità; Toko che è nato deforme, però ha la capacità di vedere il passato e il futuro. È attraverso di lui che entra nel romanzo la dimensione mitica, fantastica, riagganciandosi alla mitologia maori in modo nient’affatto gratuito, ma consentendo di leggere la vicenda al tempo stesso con gli occhi della cultura occidentale e di quella polinesiana. E Grace riesce a farci entrare anche nella seconda, pur restando aderente alla vita quotidiana dei suoi personaggi; la vita di una famiglia che rischia di trovarsi, come si suol dire, in mezzo a una strada.

E a vederli così da vicino, i maori, ti viene da pensare che tutto sommato li capisci anche troppo bene. Nonostante l’uso che ogni tanto l’autrice fa di parole della loro lingua; anzi, proprio grazie ad esse (e a un glossarietto approntato dalla traduttrice, che sicuramente ha avuto il suo da fare per rendere lo stile molto originale, a tratti poetico, del romanzo). Li capisci entrando nei loro affetti, nelle loro speranze, nelle loro paure, nelle loro piccole e grandi tragedie, e Grace te li sa presentare con grande efficacia attraverso una narrazione che ha molto di parlato, ma anche momenti decisamente lirici.

Insomma, entra nel nostro paese una voce narrativa che non conoscevamo, ed è sempre un bene; non resta che augurarsi che vengano tradotte altre opere della Grace, che ha alle spalle quasi quarant’anni di romanzi e racconti. Dobbiamo recuperare il tempo perduto; e speriamo che questo lo capisca anche la nostra editoria.

http://www.edizionijoker.com/

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Vincenti e no

22 luglio 2017

Teresa Ciabatti, La più amata, Mondadori, pp. 218, euro 15,30 stampa, euro 9,99 ebook 
Paolo Cognetti, Le otto montagne, Einaudi, pp. 199, euro 15,73 stampa, euro 9,99 ebook

recensisce UMBERTO ROSSI

Confesso di aver letto il vincitore e il perdente del Premio Strega per motivi scandalosamente estrinseci. La Ciabatti la lessi ai tempi de Il mio paradiso è deserto, la sua opera precedente, per via degli scambi di battute su FB in puro stile commedia all’italiana con un altro scrittore; e siccome mi piacque quel romanzo ho voluto provare anche il più recente. Cognetti l’ho letto perché – mi avevano detto – parlava di montagne. Quindi le polemiche relative al ben noto premio lasciamole pure da parte. Come pure il fatto che – data la comune proprietà di entrambe le case editrici in lizza – se scontro vi fu, fu domestico.

Parliamo invece dei libri: mi viene da rilevare, forse semplificando anche troppo, che se da un lato La più amata ha diversi difetti e difettucci di costruzione e anche di stile, Le otto montagne risulta scritto con grande mestiere, con autentica competenza. D’altro canto, il libro della Ciabatti ha un’intensità, a tratti esasperata, che manca a quello di Cognetti. Del primo ammiri la spudoratezza con la quale mette in piazza il vissuto dell’autrice (vero, aggiustato, in parte vero… cosa conta?), con la storia del padre primario e massone, uomo di potere e di rispetto, forse in contatto col Venerabile Maestro Licio Gelli, forse rapito, forse caduto in disgrazia; del secondo, la compostezza con la quale Cognetti articola la vicenda di un’amicizia tra un ragazzo di città e uno di montagna, dosandone accuratamente il decorso, e scrivendo con una prosa senza sbavature.

Viene da chiedersi: e se Ciabatti avesse meditato un po’ di più il suo romanzo-memoriale, cosa non avrebbe potuto tirarne fuori? E se Cognetti avesse avuto qualche sprazzo in più, se si fosse buttato, a un certo punto, senza trattenersi? Discorsi questi che forse lasciano il tempo che trovano; allora cosa dovremmo augurarci, che in qualche modo Cognetti e Ciabatti vengano fusi in una sola persona che sarebbe probabilmente uno scrittore di statura assai superiore? Lasciamo che i due restino separati, a differenza dei teologi del bellissimo racconto di Borges, e diciamo qualcosa di più su La più amata e Le otto montagne.

Nel caso di Ciabatti, mi dispiace ma vedo all’orizzonte un rischio serio per la scrittrice grossetano-romana; e spero di sbagliarmi. Già in Il mio paradiso è deserto, mi rendo ora conto, stava facendo i conti col suo vissuto; la famiglia ricchissima e totalmente sgangherata di quel romanzo, per quanto trasposta a Roma, era una sorta di rappresentazione camuffata dei Ciabatti. Un modo forse di approssimarsi alla resa dei conti con l’ingombrante figura paterna che poi ha avuto luogo in La più amata. Viene quindi da temere che, bruciati in una fiammata quei contenuti autobiografici, l’autrice sia rimasta senza carburante. Ripeto, spero di sbagliarmi.

Nel caso di Cognetti, scrittore che non pretendo di conoscere approfonditamente, noto che gran parte della sua produzione è di misura breve. E Le otto montagne mi pare il parto di uno scrittore di racconti per vocazione che si sia voluto cimentare su una lunghezza maggiore (restando comunque poco sotto le duecento pagine, quindi nel formato del romanzo “tascabile”, per così dire), ma abbia avuto qualche difficoltà a chiudere. Il finale, che ovviamente non posso descrivere in dettaglio, sembra un po’ aggiunto. Forse più della storia in sé Cognetti convince per il modo in cui riesce a rendere l’esperienza della montagna. Cosa anomala in questo paese di tipi da spiaggia, che pure tanto ha dato alla storia dell’alpinismo. Le montagne sono il grande rimosso italiano, il nostro inconscio collettivo, ciò cui abbiamo dato le spalle inventandoci un’identità marina, le Repubbliche Marinare, la Quarta Sponda, le ambizioni di dominare il Mediterraneo, le farneticazioni sulle imprese di Mascalzone latino… Quando invece l’Italia è sostanzialmente due catene montuose che si sono tirate su dal mare e coi frantumi ci abbiamo fatto quelle poche pianure che abbiamo. Bene, Cognetti del nostro retroterra è ben consapevole, e lo è perché si vede che ha sudato salendo sui pendii alpini. Quando racconta le escursioni del suo protagonista, da ragazzo e da giovane, ci credi. È veramente così. Il suo Monte Rosa non è uno sfondo da Vacanze di Natale: è la cosa vera, come dicono gli americani, the real thing.

Infine, nonostante entrambe le storie siano fondamentalmente personali, e deliberatamente tali, non c’è niente da fare: nello sfogo esasperato di Ciabatti c’è la storia infame d’Italia, la storia dei complotti e dei piccoli e grandi maneggi. Che la nostra ha l’intelligenza (o è istinto?) di lasciare indefiniti, irrisolti: quando s’arriva al rapimento del padre resta sempre il dubbio che non sia stato rapito affatto, che sia stato tutto teatro, o che la piccola Teresa e sua madre non abbiano capito niente (se continuava di questo passo finiva nel territorio di Philip K. Dick seconda fase, e chissà cosa poteva succedere…). Però evocare, anche in modo dubitativo, anche con riserva, anche dicendosi che forse se l’è sognato, il venerabile maestro della loggia P2, porta inesorabilmente a porre la storia di un’infanzia felice e di un’adolescenza mica tanto contro lo sfondo della storia patria. E allora non riesco a non chiedermi: se avesse lasciato decantare queste cose, se avesse dato più voce ai comprimari, se avesse allargato l’immagine, lasciando comunque al centro se stessa e la sua famiglia, cosa avrebbe potuto scrivere Teresa Ciabatti? Avrebbe avuto materiale per seicento, pure settecento pagine. Ci avrebbe raccontato la nostra storia insieme alla sua. Avrebbe fatto azzittire tutti. Ma evidentemente non è facile distaccarsi dalla propria vita.

Cognetti sembra più impermeabile al contesto collettivo; tutto sembra racchiuso nel piccolo villaggio (probabilmente piemontese) di Grana, e limitato ai mesi estivi che lì trascorre la famiglia dell’io narrante. Eppure anche qui la storia irrompe a un certo punto, quando di ritorno dal Nepal il protagonista trova l’Italietta immiserita, inviperita e invelenita dalla crisi del 2008. Di colpo ci ritroviamo in un tempo ben preciso, questo, e ce ne rendiamo conto non senza un certo qual trasalimento.

A tirare le somme bisogna dire che entrambi i romanzi, il vincitore e il perdente, lasciano con qualche rammarico, spingono a dire come certi prof “il ragazzo/la ragazza ha stoffa… ma non s’impegna” (giudizio irritante quanto pochi altri, e lo dico sia da ex-liceale che da insegnante). Ecco, ci si poteva aspettare di più, ma quel di più non ci è stato concesso. Però, se ripenso al vincitore dello Strega dell’anno scorso, e cioè l’elefantiaco, logorroico e inconcludente mattone di Albinati, allora mi viene da abbracciare sia Teresa che Paolo, e da raccomandare la lettura di entrambi i romanzi.

E mi butto a dire la mia sullo Strega, nonostante le migliori intenzioni: ci voleva l’ex-aequo.

https://www.librimondadori.it

http://www.einaudi.it

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Diario di bordo: John Ashbery in Italia 2/2

11 Settembre 2017

Ed ecco la seconda parte del diario inedito della visita di John Ashbery in Italia, avvenuta nel 1998, il nostro piccolo omaggio al grande poeta americano scomparso di recente.

riferisce PAOLO PREZZAVENTO

17 ottobre. La mattina dopo ci sentiamo meglio, due reading sono andati bene, e quel che rimane ci sembra una passeggiata. La mattina accompagniamo David e John a visitare il Museo di Vicenza e il Teatro Olimpico del Palladio, poi la stupenda piazza di Vicenza. Si pranza alla Malvasia, un ristorante nei pressi. A tavola la discussione va a finire su Aldo Busi (era inevitabile) e su come ha raccontato il suo incontro con Ashbery in Vita standard di un venditore di collants.

Il poeta nega recisamente di avere mai litigato con lui, ci racconta che Busi si presentò a casa sua proponendosi come segretario, dicendo che voleva imparare l’inglese per tradurre le sue poesie. Ashbery rispose che non aveva bisogno di un segretario, e allora Busi si propose di lavorare come sguattero, e si mise subito a pulire il pavimento. Mentre era lì inginocchiato che puliva il pavimento, scodinzolava in modo invitante, e lì nacque la loro storia, che ora è imbarazzante rievocare sia per John che per David. John nega recisamente di aver mai detto, quando congedò Busi da casa sua (anzi, smentisce di averlo cacciato), la frase che Busi gli mette in bocca nel suo libro (“Oh, queste checche italiane”); ora però, col senno di poi, dice che vorrebbe averlo detto per davvero. Ci racconta anche di quando Busi si presentò all’Accademia dei Lincei per fare una piazzata, vestito da donna o da prete, secondo le varie versioni, perché pensava che anche lui meritasse una parte del premio che stava ricevendo John (200 milioni). Lui avrebbe voluto parlare con Busi, ma neanche quella volta fu possibile una riappacificazione.

A fine pranzo ci raggiunge Flavio Albanese, che si propone come cicerone per il pomeriggio. Ci accompagna alle 4.00 del pomeriggio a Villa Valmarana, una delle più belle del Palladio, decorata dagli stupendi affreschi del Tiepolo. Ci presenta anche il proprietario, il classico esemplare di nobile decaduto, che guarda la televisione in una stanza stupendamente affrescata da Tiepolo ma ormai in rovina. Anche una stanza completamente ricoperta di piatti di ceramica dà un’impressione di disfacimento. A Flavio invece tutto questo tripudio di decadenza vagamente camp non dispiace. Facciamo anche una foto all’ingresso, e quel dispettoso di Flavio fa di tutto perché nella foto ci siano solo “i maschietti”, escludendo Barbara.

Improvvisamente John deve andare al bagno, ma purtroppo non ci sono servizi. Come se nulla fosse si mette a pisciare sopra un’aiola di Villa Valmarana. A quel punto, sono costretto a fare da palo e a chiudere il portone in faccia a una comitiva di turisti che vuole entrare proprio in quel momento: “Mi dispiace, siamo chiusi”. Be’, è passata anche questa. Piscio di poeta. Chissà quelle povere petunie…

Finita la visita, lasciamo volentieri David e John alle cure di Flavio, che li porterà a visitare Villa la Corona e i capolavori del Bellini. Alle 7 di sera, andiamo a prendere i nostri all’Hotel. Torniamo al Ristorante Malvasia, dove David e John decidono di offrire la cena, e noi di buon grado accettiamo (avendo speso in tre giorni più di un milione e mezzo…). Per finire, quando andiamo a pagare, io e John ci prendiamo pure una grappa, che ingolliamo tutta di un sorso. Se ci vede David, ci uccide… fortunatamente, in questi momenti topici si distrae sempre. Ashbery firma lo scontrino fiscale, e aggiunge: “for the Flow Chart folks!” Che significa? Che glielo dobbiamo rimborsare? Mi piacerebbe avere quello scontrino come ricordo, ma poi mi dimentico di chiederglielo. Finalmente usciamo, nella fresca aria vicentina. Passeggiamo per un po’: questa è la prima serata in cui non siamo pressati da orari inderogabili e appuntamenti immancabili. Comunque, John non può camminare troppo, per cui lo accompagniamo all’Albergo: domani ci aspetta una lunga giornata.

Domenica 18 Ottobre. Alle 12 siamo all’Albergo, per aiutare i nostri e partire. Arriva Flavio, che vuole assolutamente invitare David e John a conoscere il suo compagno. Lo lasciamo fare, e intanto ci facciamo un giro per Vicenza. All’una andiamo a prendere David e John a casa di Flavio. S’è portato tutta la famiglia, moglie e figli. Chissà che compromesso ha stipulato con la consorte. Facciamo alcune foto ricordo, poi salutiamo e ce ne andiamo. Barbara ci ha dirottato verso un ristorante sui colli, per via di alcuni suoi parenti che sono venuti dall’Argentina, ma alla fine questo cambio di programma si rivela molto piacevole. Partiamo un po’ tardi, sono già le tre e mezza. Abbiamo deciso, su consiglio di Flavio, di visitare le Ville sul Brenta e di imboccare la strada Romea che ci porterà direttamente a Rimini. Durante il tragitto, ci godiamo il paesaggio, e le stupende Ville del Palladio. I nostri due ospiti sono entusiasti. Arrivati a Venezia, ci dirigiamo finalmente e decisamente a Sud, verso le Marche e Ascoli Piceno.

Viaggio piacevole e senza fretta. Infatti alle sei siamo ancora nei pressi di Ravenna, all’Abbazia di Pomposa, che visitiamo. Ripartiamo. Il tempo si guasta progressivamente mentre ci avviciniamo alle Marche, ma non possiamo farci nulla. Questo non era in programma. Facciamo vedere ad Ashbery il Castello di Gradara, dove Paolo e Francesca divennero amanti. Passando per Recanati gli raccontiamo la storia di Leopardi e del suo natio borgo selvaggio. Incominciamo anche ad introdurre quella splendida cittadina di provincia che va sotto il nome di Ascoli Piceno. Fondata molto prima di Roma, distrutta sei volte, la Salaria, la Pinacoteca, Cecco d’Ascoli, ecc. ecc.

Arriviamo ad Ascoli alle 10,30, con molto ritardo rispetto alla tabella di marcia. Portiamo i bagagli all’Hotel Joly, e poi subito al Ristorante Tornasacco, che dà proprio sulla stupenda Piazza del Popolo illuminata di notte. John e David sono affascinati, ma anche affamati. Purtroppo, data l’ora tarda, ci dobbiamo accontentare di un po’ di affettato. Finalmente, verso mezzanotte, andiamo a dormire.

Lunedì 19 Ottobre. La mattinata trascorre tranquilla. Vado a prendere gli ospiti sul tardi, e David comincia a decantarmi le virtù dell’Albergo, la cura estrema nei particolari: si profonde in complimenti e apprezzamenti.

Andiamo subito dal sindaco, che riesce a trovare cinque minuti. Meno male, ha capito che si tratta di un ospite importante. Regala a John il libro su Ascoli di Franco Maria Ricci, e a David il libro di Luca Luna tradotto in inglese, facendo contenti i due visitatori. Il sindaco non capisce un tubo di quello che dicono, e mi tocca fare da interprete. Andiamo poi a visitare la Pinacoteca, dove ci fa da guida Gabriella, la moglie di Gino Scatasta. Ashbery rimane molto impressionato dal ritratto della miniaturista, dalle opere del Crivelli e dell’Alamanno. Dimostra una curiosità e una voglia di conoscenza che contrastano, purtroppo, con le sue scarse capacità di deambulazione.

Si va a pranzo, e ogni tanto John mi dà di gomito per avere un’altro po’ di vino, quando David guarda dall’altra parte. Fazzini ci raggiunge un po’ più tardi, e discutiamo della possibilità di fare una nuova edizione di Flow Chart, e un’altra edizione di lusso di alcune sue poesie brevi. Sia io che Cesaretti siamo convinti che varrebbe la pena di tradurre Turandot, anche se è del 1953, mentre Ashbery preferirebbe qualcosa di più recente, come ad esempio la sua nuova raccolta Wakefulness, oppure il nuovo poema Girls on the Run. Sinceramente, adesso come adesso, non me la sento di tradurre un altro long poem. La prospettiva mi terrorizza.

Dopo il lauto pasto, riaccompagniamo gli ospiti in albergo. Nel pomeriggio, lo andiamo a prendere verso le cinque, ma lui è già uscito con David. Alla reception ci avvertono che è andato alla Boutique Orsini a comprare un impermeabile. Lo raggiungiamo lì, e siccome Diana conosce il negoziante, inizia una lunga e defatigante contrattazione per ottenere uno sconto in favore del poeta. Alla fine il titolare cede e fa uno sconto di 50.000 lire. John e David sono raggianti. Cominciano a ringraziare Diana, e non smetteranno di farlo fino al momento del congedo.

Andiamo poi a visitare il Polittico del Crivelli, che incanta tutti noi, come sempre. Diana va anche a parlare con il Don Baldassarre, e ottiene una migliore illuminazione. Gli ospiti sono contenti. Andiamo anche a visitare la cripta, con il suo bellissimo impianto di tempio pagano e le antichissime colonne, che affascinano anche David. John nota subito che la Madonna nera non è quella originale, ma un rifacimento. Troppo nuova e splendente per essere vera. Si sta facendo tardi, dobbiamo andare al reading alla Provincia. Questa volta arriviamo in perfetto orario. Il Presidente della Provincia, Pietro Colonnella, è purtroppo impegnato in Giunta con il Bilancio, per cui non potrà venire. Comunque ci riceverà dopo la conferenza. Tra il pubblico c’è anche il costruttore Santarelli. Non pensavo che fosse un appassionato di poesia. Il pubblico è in attesa.

Non sono stanco come a Vicenza, e la mia esposizione è sicura e rilassata e rende sicuramente meglio. Dopo la mia introduzione e quella di Fazzini, decidiamo di affidarci ancora una volta alla magia sonora delle doppie sestine. Il risultato è sorprendentemente efficace. Dal pubblico vengono alcune domande molto stimolanti e altre più banali. Quando Ashbery cerca di citare qualche nome di scrittore italiano che lo ha influenzato, l’italianista Nazzareno Cicchi suggerisce il nome di de Chirico. Giusto. E’ il più grande, secondo Ashbery, anche se le opere che lo hanno influenzato sono scritte in francese.

Alla fine veniamo presi d’assalto da quelli che vogliono una copia del libro oppure vogliono far firmare la propria copia. Distribuiamo una decina di copie agli interessati. Moltissimi chiedono anche la mia firma: incredibile! La firma del traduttore! Finito il rituale degli autografi, ci rechiamo nell’Ufficio di Presidenza (“La Reggia di Colonnella”, come ha scritto un giornale locale). Il presidente è lì che ci aspetta. L’incontro è molto cordiale. Ashbery non immaginava che il Presidente fosse così giovane, e Colonnella si avventura in alcune frasi in inglese che rispolverano le sue reminiscenze scolastiche. Il Vice-Presidente Andreani non parla, pur essendo un insegnante di inglese. Io faccio da interprete. Ashbery scrive una lunghissima dedica al Presidente, e lui fa altrettanto sul libro che la Provincia ha deciso di regalare. Ci diamo appuntamento al ristorante, per salutarci. Il Presidente sembra veramente interessato a conoscere meglio questo grande poeta, forse per lui è anche un modo per distrarsi dalle fatiche del Bilancio, che non riescono a far quadrare. La cena si svolge nel migliore dei modi. Siamo più di dieci, e la discussione è molto vivace e interessante. Colonnella ringrazia il poeta e lo invita a tornare ad Ascoli, e a diventare una specie di testimonial della nostra Provincia. Ashbery è sinceramente ammirato da tanta ospitalità, e Kermani è talmente ossequioso che comincia quasi a darmi fastidio.

Martedì 20 Ottobre. Arrivo alle 9.00 all’Hotel Joly. Ci sta già aspettando la macchina messa a disposizione dal Rettore dell’Università di Macerata. Arriva anche Fazzini. Partiamo. Il viaggio si svolge privo di eventi. Unica sosta alla stazione di servizio prima dell’uscita di Civitanova. Qui Kermani all’uscita dal bagno, nota una macchinetta per il sex test, e decide di cimentarsi. Il risultato, neanche a dirlo, è “arrapato”. Racconto la scenetta a John, che intanto è uscito dalla toilette. Decide di provare anche lui. Il risultato è deludente: “Impotente, frigido”. L’addetto alle toilette vede il risultato e ride: “Finito”, fa, con un gesto eloquente. Ashbery risponde in Italiano: “E’ vero. Prendo Viagra”. Scoppiamo a ridere.

Il reading a Macerata scorre liscio senza problemi, e la Camboni ci presenta con il solito accento americano. Un’anglista locale fa una domanda cattivella, ma viene subito zittita dalla mia risposta secca e bruciante. Dopo il reading ci tratteniamo per il pranzo con la Camboni e il Rettore dell’Università, Alberto Febbrajo. Grandi elogi alla traduzione e al lavoro bestiale che ho fatto. Mi tocca pure scrivere la dedica al Rettore, e dopo un po’ non vedo l’ora di andarmene, perché dopo questo ennesimo reading vedo solo il letto di casa mia.

Nel pomeriggio torniamo ad Ascoli, e passiamo un piacevole pomeriggio visitando le chiese e le piazze più belle. Sono le ultime ore che trascorriamo insieme, perché quella sera stessa John e David devono essere a Roma per poter partire il giorno dopo sul presto.

Partiamo verso le sei con l’Ulysse di Cesaretti, diretti a Roma. Abbiamo prenotato un albergo vicino al Parlamento, di cui non ricordo il nome, ma prima di lasciarci andiamo a mangiare in un ristorante lì vicino. Qui arriva un altro colpo di scena: incredibile ma vero, il proprietario del ristorante riconosce John perché lo ha sentito recitare le sue poesie in Germania nel lontano 1975! Ma come ha fatto a riconoscerlo dopo più di vent’anni? Comunque la cosa fa molto piacere a John.

Dopo cena, è giunto il momento di lasciarci, e i nostri ospiti non finiscono mai di ringraziarci per tutto quello che abbiamo fatto per loro. David esagera addirittura in questi suoi ringraziamenti sussiegosi e un po’ levantini. Thank you thank you. Ho capito, David… Sono contento che tutto sia andato per il verso giusto. E anche a te John, auguro tanta buona salute e ancora una lunga vita. Torna a trovarci presto.

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Diario di Bordo: John Ashbery in Italia 1/2

9 settembre 2017

John Ashbery, considerato da alcuni (tra cui Harold Bloom) il massimo poeta americano del secondo Novecento, ci ha lasciati il 3 settembre di quest’anno, alla venerabile età di novant’anni. Per rendergli omaggio abbiamo pensato di pubblicare (in due parti) il diario della sua visita in Italia, che avvenne nel 1998, redatto da qualcuno che lo conosceva bene. Paolo Prezzavento, l’autore di queste pagine, ha infatti tradotto Flow Chart, una delle opere più importanti di Ashbery, e ha così raggiunto quel grado d’intimità con l’autore che è riservato solo a chi fa trasmigrare i suoi scritti in un’altra lingua. Sarà peraltro interessante, per i nostri lettori, vedere cosa c’è dietro le presentazioni di autori stranieri in visita in Italia…

riferisce PAOLO PREZZAVENTO

15 Ottobre 1998. Arrivo a Bologna. Siamo tutti tesi, Io, Cesaretti e Fazzini, all’Aeroporto di Bologna. L’attesa è spasmodica. Questo incontro è stato rimandato così tante volte, che temiamo qualche altro intoppo dell’ultima ora. Io sono sicuramente il più nervoso, perché rischiano di saltare mesi e mesi di lavoro, contatti, fax, telefonate…

I passeggeri del volo da Parigi sfilano uno dopo l’altro, ma Ashbery non si vede. Non credo che riuscirei a riconoscere Kermani, il suo compagno, l’ho visto solo di sfuggita una volta a Genova nel 1993… Anche Fazzini comincia a essere nervoso. I minuti passano. La tensione è alle stelle. Eccolo. E’ lui. Ahi quantum mutatum ab illo. E’ in carrozzella, allora aveva ragione Kermani… Mi riconosce dallo sguardo. Gli stringo la mano. Ladies and gentlemen, reduce da una tournée che lo ha portato da New York a Parigi e Bologna, ecco a voi John Ashbery, il grande poeta americano. Abbiamo rischiato tutto, siamo andati controcorrente, abbiamo litigato con tutti, ma ce l’abbiamo fatta. Ora è nelle nostre mani (sembra il racconto del sequestro Moro).

In viaggio verso il centro di Bologna, comincia un proficuo scambio di informazioni che proseguirà per ben sette giorni. Parliamo di tutto: del reading, delle sue ultime raccolte, dell’Italia, di Prodi e D’Alema… I due poveretti sono cascati nel bel mezzo degli scioperi e della rivolta studentesca di Parigi e hanno rischiato di perdere l’aereo. Kermani descrive la sua lotta furibonda per conquistare un taxi. E’ simpatico, molto diverso dal Kermani che mi sono dovuto sorbire al telefono la domenica precedente, che voleva mandare a monte tutto: “We have no obligation to him”, diceva a John… L’him in questione, naturalmente, ero io. Lentamente sto cominciando a rilassarmi. Ma la tensione salirà di nuovo fra poco quando dovremo presentare il libro e leggerne degli estratti.

Arriviamo alle 15,30 all’Albergo, lo Star Hotel Alexander, davanti alla Stazione di Bologna. Facciamo appena in tempo a far scendere i passeggeri e a portare le valigie, che già troviamo una multa sul parabrezza dell’Ulysse. Partono le prime bestemmie. Cesaretti è sbalordito. Il vigile deve essersi materializzato e poi dissolto nell’arco di pochi secondi, giusto il tempo di scrivere la multa e lasciarla lì. Dopo un po’ l’incazzatura ci passa. Ci vuol ben altro per fermarci, per bloccare questo manipolo di pazzi furiosi che hanno elaborato nel corso di mesi e mesi il loro folle piano. Lasciamo i nostri ospiti all’Albergo. Hanno mezz’ora di tempo per prepararsi, e per decidere quale parte del poema leggere.

Ore 16.00: Ci dirigiamo verso il Dipartimento di Inglese. Non c’è nessuno, come al solito. Solo un bigliettino: Per Paolo. Siamo in Consiglio di Facoltà. Iniziate pure. Altre bestemmie. Dovremo presentarci da soli. Incontriamo Bacigalupo. Anche lui appare contrariato, ma tant’è, occupiamo manu militari l’Aula V e decidiamo di iniziare comunque, anche se mancano la Franci e la Fortunati. C’è solo Davide Rondoni del Centro di Poesia Contemporanea, che ci introduce al pubblico. Segue a ruota Marco Fazzini, e spiega come si è giunti alla pubblicazione di questo libro. Io intanto mi metto d’accordo con il poeta sui versi da leggere. Scegliamo il famigerato brano della doppia sestina, che tanto mi ha fatto penare durante il lavoro di traduzione, dal Canto V di Flow Chart. E’ uno dei miei pezzi preferiti, e viene proprio bene, sia in inglese che in italiano. Il pubblico è molto attento e reagisce con approvazione alla nostra lettura e alla mia introduzione critica, che serve a orientarsi un po’. Applausi alla fine delle due performance.

Arriva la Franci, educata e discreta come sempre. Ci tiene a ricordare che sono un suo ex studente. Non risparmia elogi al sottoscritto, come pure Bacigalupo, che si avventura in ardite disquisizioni sulla spaziatura e sulle suddivisioni del poema. Conclude la Franci ringraziando il pubblico, che rivolge alcune domande interessanti ad Ashbery sui suoi progetti futuri e sulla poetica del long poem.

Terminato il reading, andiamo a prendere un drink con l’autore e con alcuni partecipanti, tra cui Pasquale Verdicchio, del Centro Studi Università di California. Bacigalupo e la Franci sono brillanti nella conversazione, come sempre. Chiediamo ad Ashbery del suo amico Pierre Martory, della sua morte improvvisa. A quanto pare è inciampato in casa su un tappeto di cui John gli aveva consigliato di liberarsi. (Guarda caso Kermani vende tappeti orientali, ma questa è troppo cattiva!). È inciampato e ha battuto violentemente la testa. La morte risale al 7-8 Ottobre, ma la polizia francese ha dovuto indagare e ha costretto i familiari a rimandare il funerale fino al mercoledì successivo. Ricordo quel giovedì. Ashbery mi avrà chiamato almeno 4 volte. Anche allora abbiamo rischiato che andasse tutto a monte. Per fortuna alla fine ha capito che anche questo tour in Italia era importante. Ma l’incontro di Ascoli è saltato. Le ceneri di Martory sono state disperse su un prato del Père-Lachaise, una cerimonia che ha molto toccato John. Continua a definire Pierre il suo padre spirituale. Sappiamo che era molto di più, per lui: un amico, un compagno.

Dopo l’aperitivo, la Franci e Bacigalupo prendono congedo, e ci dirigiamo verso il ristorante Angiolino, che non è molto distante. Ci accoglie una simpatica signora bionda con un bel sorriso, che capisce quasi subito che si tratta di ospiti di riguardo. Cena memorabile. Ashbery mostra di gradire molto lo stracotto e il Vin santo con i cantuccini, anche se Kermani lo controlla costantemente. Entrambi hanno avuto problemi con l’alcool, finché a metà degli anni ’90 hanno smesso quasi del tutto di bere. Ma Ashbery ogni tanto mi fa l’occhiolino, e mi invita a riempire il bicchiere quando David è impegnato in conversazione con Fazzini. Nel frattempo è arrivato Rondoni, poi il mio amico Bruno, la mia ancora di salvezza. Fino a due minuti prima, non avevo la benché minima idea di dove sarei andato a dormire, adesso le probabilità di passare una notte decente aumentano. Il mio amico non mi abbandonerà. Speriamo che abbia un qualche posto letto, dato che a Bologna stasera non troverebbe una camera in albergo neanche Bono degli U2.

16 Ottobre. Dopo una notte trascorsa a Imola in casa di amici (con viaggio in treno andata e ritorno), sono di nuovo a Bologna. A una bancarella di libri, tanto per cambiare, incontro Cesaretti. Anche lui è abbastanza stravolto. Sembriamo due clochard della cultura.

Dopo la colazione, subito al Dipartimento, sperando di trovare qualcuno per sistemare la questioni burocratiche. Purtroppo non c’è nessuno, né la Fortunati, che anche ieri non si è vista, né la Franci. Aspetto inutilmente. Sconsolato, mi reco all’Albergo Alexander e pago la notte e gli extra. David e John tornano verso le 12,30 e ci mettiamo subito in viaggio per Padova. E’ già tardi. Decidiamo di mangiare a Padova, da qualche parte. John vuole assolutamente vedere la Cappella degli Scrovegni. Troviamo un traffico bestiale sulla Tangenziale. Ci vuole quasi un’ora solo per uscire da Bologna. Arriviamo a Padova che sono già le due, e andiamo a mangiare a Prato della Valle, Trattoria al Prato.

Durante il pranzo parliamo un po’ di tutto, del famoso Festival di Spoleto del 1975, di Ginsberg, che ha donato prima di morire tutti i suoi manoscritti alla Harvard University, e perfino di Carlo Ripa di Meana, che Ashbery conosce, e che ha edito una edizione italiana della Impressions d’Afrique di Roussel. Gli raccontiamo che per qualche tempo è stato il leader dei Verdi, e Ashbery ricorda la sua bellissima moglie, Marina. Gli spiego che questa è l’unica connessione che mi viene in mente tra la mia attività letteraria e la mia attività politica, altrimenti perfettamente dissociate. Per amor di patria, tralascio alcuni particolari sgradevoli sul ménage tra Carlo e Marina e sulla loro amicizia con Craxi…

Alle 15.00 ci dirigiamo finalmente verso la cappella degli Scrovegni. Si capisce subito che per John si tratta della realizzazione di un sogno, un sogno durato 35 anni. John e David rimangono estasiati di fronte ai capolavori di Giotto, soprattutto l’Inferno. Finalmente hanno capito che valeva la pena di venire in Italia, e che noi non siamo un gruppo di persone avide di denaro e di pubblicità. I rimandi letterari a Ruskin e a Proust appaiono quasi scontati. Ma si sta facendo tardi: sono le cinque e siamo ancora a Padova. Ci rimettiamo in marcia per Vicenza, dove siamo attesi per il reading delle sei di pomeriggio. Troviamo un traffico bestiale all’uscita dal casello di Vicenza. Più di mezz’ora per raggiungere la stazione, dove ci aspetta il Fazzini Furioso. Andiamo subito all’Albergo Cristina, niente di eccezionale, perché Fazzini non si è preoccupato di prenotare in tempo. Abbiamo pochi minuti per raggiungere il Palazzo del Municipio, la Sala degli Stucchi. Sono le sei. Io e Barbara ci mettiamo quasi a correre per arrivare in tempo.

La sala è strapiena di persone, che dopo più di mezz’ora di attesa stanno cominciando a stufarsi. Spargiamo la voce: sono arrivati. Vado un attimo in bagno per riprendermi. Sono esausto, prima ancora di cominciare. Ci presenta il Commissario straordinario del Comune di Vicenza, Sig. Rubino, che secondo Ashbery assomiglia a uno dei protagonisti di Big Night, il film di Stanley Tucci. Quindi prende la parola il famoso Lanaro, organizzatore della serata e amico di Fazzini, che parte dall’Autoritratto in uno specchio convesso, poi attacco io presentando nel modo migliore questo grande poema americano e il suo autore. Speriamo che qualcuno abbia registrato. Dopo l’introduzione, leggiamo dal poema. Mentre leggo sento il cervello che mi gira a vuoto. Spero di non svenire in pubblico, non sarebbe fine. La serata è un vero e proprio successo, il pubblico è entusiasta, e alla fine molti acquistano il libro e chiedono la firma (anche del traduttore!).

Concludiamo degnamente la serata recandoci in uno dei migliori ristoranti di Vicenza, Monterosso, ospiti di un famoso architetto, Flavio Albanese, uomo raffinatissimo e amante della poesia, che ci teneva ad aggiungere Ashbery alla sua collezione di celebrità. Ha incontrato anche Borges ed Enzensberger e, naturalmente, abita in una stupenda villa progettata dal Palladio. Ci confessa che la lettura di Flow Chart l’ha folgorato: sentendomi recitare la traduzione italiana, nel punto in cui si parla di un complesso residenziale denominato “Il Girasole”, ha deciso di cambiare completamente il progetto di un complesso residenziale che stava progettando in quei giorni. Rimaniamo sbalorditi: allora la poesia ha ancora il potere di cambiare il nostro paesaggio architettonico, come nel Rinascimento? Ashbery commenta compiaciuto che lui semplicemente non si rende conto del suo potere, è un dio timido, come ha scritto nel suo poema.

Durante la cena un’avvocatessa rampante mi attacca un bottone che non finisce più. Cosa cerca? E’ un po’ snob, ma molto colta. Dice di aver letto la Recherche, Pessoa, La Montagna Incantata, L’uomo senza qualità. Promette di leggere Flow Chart. La cena è una vera e propria apoteosi: ignoriamo quanto abbia pagato l’architetto, ma sicuramente più di un milione. Marco si sente in dovere di regalargli una copia di Flow Chart con l’incisione di Tullio Pericoli. Ci diamo appuntamento per l’indomani con l’architetto e poi a nanna, finalmente!

[continua]

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American Bardo Thodol

22 settembre 2017

George Saunders, Lincoln nel Bardo, tr. Cristiana Mennella, Feltrinelli, pp. 347, € 18,50 stampa, € 9,99 ebook

recensisce MARCO PETRELLI

Si è molto parlato di questo primo romanzo di George Saunders, pluripremiato autore di racconti texano (due volte National Magazine Award, PEN/Malamud Award), e in effetti Lincoln nel Bardo è un libro denso e interessantissimo. Il Bardo del titolo è stato preso in prestito dal Libro tibetano dei morti, e indica il luogo, sospeso tra la nostra realtà e l’aldilà, nel quale stazionano le anime ancora troppo attaccate alle loro vite. Un limbo popolato di fantasmi che oscilla continuamente tra la pace purgatoriale e un girone infernale popolato di demoni tentatori, il Bardo straripa di personaggi di ogni tipo: preti, prostitute, soldati, razzisti incalliti, ubriaconi, bambini, cacciatori. Tutti ignorano di essere ormai deceduti. Si definiscono malati, caduti, in attesa che qualcuno li guarisca o li ritrovi e permetta alle loro vite spezzate di proseguire.

Come da titolo, però, il personaggio-chiave del romanzo è Lincoln. Anzi, i Lincoln: Abraham, sedicesimo presidente degli Stati Uniti, e Willie, il figlioletto morto appena dodicenne a seguito di una febbre tifoidea. L’elemento più interessante e più problematico di Lincoln nel Bardo è la sua struttura: il limbo ci viene presentato attraverso il fittissimo intrecciarsi dei pensieri dei suoi abitanti, le cui voci si accavallano spesso caoticamente, offrendoci un caleidoscopio di osservazioni e punti di vista attraverso i quali è possibile ricostruire la vicenda.

La situazione nel mondo reale, invece, traspira da una ricca serie di “citazioni”, autentiche o create ad hoc, da epistolari, diari, resoconti storici e memoir che mostrano opinioni spesso affatto contrastanti sul presidente e sulla guerra civile appena iniziata. Lincoln uomo di cuore e Lincoln macchinatore ambizioso e spregiudicato coesistono, e Saunders è indubbiamente ambiguo nel descrivere un uomo sensibile, distrutto dal dolore, e un presidente ferocemente deciso a punire i ribelli del Sud.

Favola onirica, escatologica (non di rado anche scatologica) e filosofica, Lincoln nel Bardo è però anche un romanzo politico tutto statunitense. Impossibile non tracciare un parallelo con la situazione attuale, con un’America divisa, sospesa in un limbo d’ignoranza più o meno colpevole, incapace di accettare il tramonto delle proprie master narratives. In questo senso, Lincoln nel Bardo si legge come uno sguardo retrospettivo e malinconico all’universalismo e al multiculturalismo originari americani, una chiamata all’unità e all’umana compassione. Saunders tende idealmente al romanzo-mondo, e ottiene una sorta di Moby Dick distillato in un’Antologia di Spoon River postmoderna.

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Un’ora non proprio felice

9 agosto 2017

Mary Miller, Happy Hour, tr. Sara Reggiani, Black Coffee, pp. 264, € 15

recensisce MARCO PETRELLI

«Ai miei ex», si legge nell’esergo di questa raccolta di sedici racconti a opera di Mary Miller, una delle giovani voci più interessanti nel panorama della letteratura contemporanea del Sud statunitense, il cui romanzo d’esordio, The Last Days of California (2013), storia di formazione on the road, fu già ben ricevuto da pubblico e critica.

Se nel primo romanzo la ricerca di sé era declinata sullo sfondo canonico degli sconfinati spazi nordamericani, qui la dimensione si fa domestica fino alla claustrofobia: i racconti di Miller, tutti brevi o brevissimi, sono diapositive in prospettiva strettamente femminile di vite in crisi, la cui componente drammatica è stemperata dallo stile freddo e chirurgico dell’autrice, che si dimostra, come le sue protagoniste, estremamente cinica e disillusa.

L’epigrafe citata in apertura ne è la dimostrazione; l’importanza del vissuto di Miller nella definizione dei racconti è ribadita anche nei ringraziamenti finali, nei quali la scrittrice afferma di avere materiale ancora per gli anni a venire. Happy Hour è ostinatamente monotematico: le voci delle protagoniste (le cui vite e riflessioni sono a volte talmente simili da mascherare a malapena l’autobiografismo all’origine della raccolta) raccontano di rapporti infelici e condannati, depressione, ansia e infedeltà, mostrando spesso un distacco quasi clinico dall’oggetto della narrazione che fa sorgere più di qualche dubbio sull’umanità di questi personaggi religiosamente dediti alla scelta sbagliata. L’impressione che resta è quella di un’umanità preda di una radicale alienazione, schiava di vodka, erba e pastiglie varie, il tutto incastonato in un Sud torrido e lunare, popolato di comparse se possibile ancora più malmesse delle donne protagoniste.

Mary Miller conosce bene la sua terra, il poverissimo e disgraziato Mississippi che fu di Faulkner ed Eudora Welty prima di lei; e, dalle interviste rilasciate, si intuisce la ferma volontà di iscriversi all’interno di questa tradizione regionalista, aggiornata per includere shopping malls, Facebook e Instagram. Contrariamente alla sua quasi-conterranea e quasi-coetanea Sara Taylor, un’altra delle recenti rivelazioni letterarie del meridione americano che, in Tutto il nostro sangue, calca apertamente le strade del gotico e del romanzo genealogico – tipicamente legate a questo territorio – nei racconti di Miller lo sradicamento esistenziale non è mai declinato come male intergenerazionale e pervasivo, ma piuttosto ricondotto nella dimensione personale e privatissima dei pensieri inconfessabili. Se la tendenza della letteratura Dixie è generalmente stata quella di mostrare il malessere di un’intera società improvvisamente priva di riferimenti, in Happy Hour quella stessa società è ormai atomizzata, composta da una costellazione di solitudini che non riescono o non vogliono comunicare. La freddezza dell’autrice è funzionale nel rappresentare la paralisi emotiva di queste giovani donne intrappolate in una società indifferente e sempre pericolosamente vicina al collasso. «Questa non è la mia vita», afferma una delle protagoniste, aggiungendo però: «tanto vale fingere che lo sia», dando voce a un disagio irreversibile che è sì del Sud americano, ma più ancora, e più intensamente, femminile.

Mary Miller veicola una visione onesta quanto desolante, regalando degli scorci memorabili sulla disperazione di una generazione che, priva di una “casa” e quasi priva di una voce, si trascina attraverso vite più o meno derelitte alla ricerca vana, e più spesso solamente sognata come riscatto dal presente, di comprensione.

http://www.edizioniblackcoffee.it

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