Intervista con Donatella Di Pietrantonio

L’odontoiatra pediatrica Donatella di Pietrantonio, residente a Penne e di origine abruzzese, è salita alla ribalta con la vittoria del Premio Campiello 2017 con L’arminutaViene ora ripubblicato da Einaudi, la casa editrice che tanto la sostiene e le ha permesso di farsi conoscere ai lettori, un suo precedente romanzo, Bella mia, (pp. 182, €12,00 stampa, €7,99 eBook), uscito nel 2014 per i tipi di Elliot. Dal momento che in quel periodo la nostra Rivista era temporaneamente assente, ci pare giusto recensirlo ora; ma Valentina Marcoli non si è limitata a questo, ha anche intervistato l’autrice. Cominciamo dunque con la recensione.

Il 6 aprile del 2009 il terremoto ha distrutto l’Aquila. È successo alle 3:31 e una città misteriosa, in apparenza chiusa e riservata, restia all’aprire le sue braccia per accogliere turisti e studenti pendolari, è andata perduta. E poi c’è quel numero, quel novantanove come le chiese, le piazze, le fontane, i castelli che era e non è più. E non sarà più. Bella mia è un inno d’amore per una città magica in cui la Di Pietrantonio, vincitrice del Premio Campiello 2017 con L’arminuta, ha vissuto, ha studiato, ha instaurato rapporti d’amicizia. Bella mia è la canzone che cantano gli aquilani anche da sfollati, i fortunati che dal tendone di prima accoglienza sono stati successivamente trasferiti nelle C.A.S.E. (Complessi Antisismici Sostenibili ed Ecocompatibili).

L’autrice è stata colpita solo marginalmente, come racconta nella toccante postfazione: era a Penne con il figlio di dieci anni e un marito all’estero per lavoro. Pochi i danni, ma tante le ferite rimaste nel cuore e negli occhi. La Zona Rossa del romanzo invece raccoglie le macerie della casa di Olivia e del figlio adolescente Marco, della sorella gemella Caterina e della mamma delle due donne. Dislocate a pochi metri di distanza ma considerate inagibili. Tre case, tre generazioni, tre differenti approcci al trauma.

Olivia non sopravvive, muore colpita da una trave, e lascia il figlio Marco alle cure della sorella Caterina e della madre. Il padre del ragazzo, Roberto, vive a Roma con la nuova compagna, fa il musicista e per via del suo carattere troppo tenero ha difficoltà a gestire lo tsunami emotivo di Marco. Tra gesti di forte ribellione, incoscienti incursioni nella vecchia casa rimasta in piedi per metà e bravate varie infatti, le ha tutte vinte. È importante però sottolineare due aspetti: il delicato quanto preciso tratteggio dei personaggi che affrontano un lutto che li segna tutti ma in modi differenti; e poi la rinascita, l’inventarsi per cause di forza maggiore una vita nuova, dove sullo sfondo s’intravede la speranza di ricostruire il passato all’Aquila.

Caterina ha perso la gemella, una metà che la completava, e questa mancanza la costringe a tirare fuori il suo carattere, a prendere decisioni in solitudine, e non ultimo a fare da madre al nipote, lei che di figli manco a parlarne. La madre di Olivia ha perso una figlia con ancora tanta vita davanti e questa è una cosa contro natura, un lutto che nemmeno ha nome sul dizionario. Infine c’è Marco, un ragazzo che ha perso la madre, il suo punto di riferimento, la sua bussola nel caos dell’adolescenza. Tre differenti modi di affrontare un’assenza improvvisa ma che al contempo li unisce e li rafforza.

Sullo sfondo – ma neanche troppo – l’illusione di ricostruire di una città crollata, e il coraggio degli sfollati che non perdono la speranza di tornare a vivere nelle loro vecchie case, mai, neanche quando il tempo passa e le abitazioni provvisorie che occupano iniziano a deteriorarsi e lo Stato, all’inizio subito presente, altrettanto velocemente si dimentica di loro, abbandonandoli ai loro problemi. Sono costretti dalle vicende a reinventarsi, a risorgere come la fenice dalle ceneri e ad adattarsi a nuove regole e abitudini. Si addormentano con le immagini dell’Aquila che apre le ali e spicca il volo, intatta e imbattibile.

La Di Pietrantonio riesce in qualcosa di complesso e delicato al tempo stesso, con il suo stile asciutto e duro dà vita ad un romanzo intenso ed essenziale, descrivendo alla perfezione un istante in cui tutto c’è e l’istante dopo tutto è macerie, e le emozioni che vibrano dentro chi questo l’ha vissuto sulla pelle.

E ora, l’intervista.

Il tema della maternità a lei tanto caro è sicuramente più presente negli altri suoi romanzi: in Bella mia è palpabile, direi quasi per osmosi visto che Caterina che non vuole avere figli si ritrova a dover crescere il nipote, orfano della madre morta nel terremoto.

Il tema della maternità è un po’ il mio tema che ripropongo da un libro all’altro rivestendolo di trame diverse. In Bella mia mi interessava esplorare questa dimensione di maternità in cui ci si può ritrovare al di là delle nostre intenzioni, come succede a Caterina che si vede costretta dalle circostanze a improvvisarsi madre, per di più non di un bambino piccolo ma di un adolescente scontroso. Volevo mostrare come questa donna che si è sempre sentita incapace di occuparsi di un altro, a cui sembra difficile perfino sostenersi da sé, riesca ad attingere alle sue risorse interiori e a far da madre al nipote in lutto.

Ha più volte ribadito che concilia le ore dedicate alla scrittura e al suo lavoro di Odontoiatra dividendosi tra giorno e notte/alba, ma ciò che le chiedo è del suo particolare «non-metodo» di scrittura. Me ne vuole parlare?

Non-metodo nel senso che non sono una scrittrice sistematica, che dedica un preciso numero di ore alla scrittura dalle/alle, né un numero preciso di pagine, o con un piano dell’opera definitivo in mente. Parto da un’idea forte, un’urgenza narrativa da sviluppare e da cui mi lascio guidare senza una struttura predefinita di romanzo, parto da quest’idea bruciante, mi metto in ascolto della storia e dei personaggi.

Com’è il suo rapporto con i lettori, sui social e di persona? E con gli abitanti di Penne, la riconoscono?

Sì, capita che mi fermino, adesso sì. Non sono affatto una persona social, esiste una pagina Facebook dedicata all’Arminuta ma viene gestita dall’ufficio stampa. È un aspetto che non rientra nella mia modalità. Mi piace molto invece instaurare un rapporto con i lettori, incontrarli ai festival o durante le presentazioni. I lettori restituiscono all’autore il libro che loro hanno letto e che non necessariamente corrisponde al libro dell’autore, svelano dei particolari che gli sono sfuggiti, molte cose che inconsapevolmente l’autore inserisce nel romanzo e che loro sono molto bravi a scovare.

Da quando L’arminuta si è aggiudicata il Premio Campiello nel 2017 ed Einaudi ha ripubblicato i suoi precedenti lavori, ha notato delle differenze tra i lettori? Mi spiego: trova che chi ha amato L’arminuta abbia poi acquistato anche i suoi precedenti romanzi?

Sì è successo. Einaudi ha ripubblicato solo Bella mia perché i diritti di Mia madre è un fiume non sono ancora scaduti, comunque i lettori dell’Arminuta sono infinitamente più numerosi e tanti hanno intrapreso per curiosità il percorso inverso di lettura dei mie precedenti romanzi, andando a ritroso.

Nella postfazione di Bella mia ha raccontato di essere a Penne durante il terremoto che ha colpito l’Aquila nel 2009, però è indiscutibile la sua capacità nel descrivere alla perfezione tutto ciò che gli sfollati hanno vissuto e provato, durante ma anche nel periodo successivo all’accaduto. Com’è riuscita ad entrare tanto nella psicologia di queste vittime? Tra l’altro ha specificato di non aver perso nessuno.

Anche se lo scrittore non ha subito una perdita reale può comunque riuscire ad immedesimarsi, ad identificarsi in chi invece ha vissuto il lutto, l’abbandono perché questi sono vissuti universali, si può quindi entrare nelle teste di chi ha sperimentato tutto questo. Il terremoto, anche se nella mia zona è stato gentile, mette in condizioni di precarietà e angoscia perché anche se non crollano le case, crollano le certezze. Ho degli amici all’Aquila e ho vissuto anch’io momenti di angoscia quando non sono riuscita a contattarli subito.

La notizia del terremoto del 2009 è passata un po’ nel dimenticatoio, lei ci è poi tornata, ha rivisto la Zona Rossa, com’è la situazione allo stato attuale?

L’Aquila è il più grande cantiere d’Europa anche se c’è un gran fermento ricostruttivo e i lavori proseguono. C’è però ancora molto da fare, occorre far tornare la vita, far tornare la gente.

E’ particolare la scelta di raccontare una sorella che perde la gemella, ai fini narrativi: era forse suo intento tratteggiare l’atteggiamento, l’approccio, la reazione di tre differenti generazioni alla calamità?

L’idea era di mostrare come diverse persone, e non solo diverse generazioni, rispondono al dolore. C’è la reazione composta della nonna sicuramente più temprata, più abituata ad affrontare il dolore, la sua capacità di difendersi attraverso la fede, e a vivere un lutto devastante come quello di perdere una figlia. Nonostante tutto però si ripropone come madre non solo per la figlia e per il nipote ma anche per una vicina molto più giovane che affronta lo stesso lutto, per cui madre di una madre. Una risposta più articolata è invece quella di Caterina perché è la protagonista della storia, di conseguenza ha più spazio narrativo, e infine la risposta di Marco che è un adolescente orfano della madre.

Quest’anno è stato un anno tutto «rosa» per quanto riguarda i premi letterari (Campiello, Strega e Bancarella). Conosce le vincitrici e i relativi romanzi?

Sì, conosco Rosella Postorino ed Helena Janecezek, le stimo entrambe molto.

Crede che forse lo scenario della narrativa contemporanea si stia accorgendo delle capacità femminili o che sia un contentino per i fatti di cronaca, italiani e non?

Mi auguro di no! Spero che quest’anno le donne abbiano scritto libri di qualità, meritevoli di essere premiati. Non penso che si sia deciso di selezionare i premi in base alle quote rosa ma che siano state premiate per il loro valore, sono contenta per loro. Non credo che sia stato un regalo ma che se lo siano guadagnato.

Un’ultima domanda: ha mai ricevuto richieste particolari che l’hanno fatta ridere o sorridere per qualche motivo, dai suoi lettori o dai suoi pazienti lettori?

A volte capita che mi chiedano delle dediche precise, sotto dettatura: ad esempio mi è capitato che un marito per la moglie mi dicesse cosa scrivere. Mi fa sorridere, trovo questa cosa tenera.

Durante le presentazioni invece il 50% delle domande si ripetono sempre, uguali e poi per l’altro 50% sorprendono. Soprattutto con i ragazzi nelle scuole. Anche lì le prime domande sono standard di solito, «Perché quel personaggio non ha un nome?», oppure «Perchè lo ha fatto morire così?». Recentemente sempre i ragazzi mi hanno chiesto  «Ma lei non si sente un po’ cattiva quando sceglie di far morire quel personaggio così, in maniera tanto crudele?» e anche questo mi ha fatta sorridere.

Della Di Pietrantonio la nostra Rivista ha recensito anche il romanzo L’arminuta. Ringraziamo Clementina Pace per le fotografie della scrittrice.