Il poeta indaga

Valerio Magrelli, Il commissario Magrelli, Einaudi, pp. 76, €15,00 stampa, €7,99 eBook

recensisce ELIO GRASSO

“Uno strano libro” mi scrive Magrelli, annunciando Il commissario Magrelli. Copertina color limone come appartenesse, fiduciosamente e meritoriamente, alla più famosa collana di romanzi gialli italiana. In contemporanea esce da Einaudi la raccolta completa delle poesie (Le cavie), sei libri pubblicati dal 1980 in poi, con il limpido e sorprendente esordio di Ora serrata retinaæ nella collana (gialla anch’essa, ma di tonalità diversa) Feltrinelli diretta da Antonio Porta. Critiche entusiaste, molti ricordavano i primi testi pubblicati dalla rivista Periodo ipotetico (diretta da Elio Pagliarani) nel 1977. Senza contare la presenza in antologie, per così dire “epocali”: La parola innamorata (1978) e La poesia degli anni settanta (1979).

Esordio precoce, dunque, e sotto sguardi circonstanziati di forte direzione critica. Per molti anni l’occhio meditativo di Magrelli ha consegnato preavvisi sulla realtà che stava svolgendosi intorno: dagli oggetti domestici, colti nel loro mistero, alle luci fosforiche delle notti romane, la mistica personale del poeta si è addentrata sempre più nel contorto mondo esterno riempito di ammassi tecnologici fin nelle tasche popolari, con gli apparecchietti digitali di cui tutti siamo portatori. Via via le patologiche inquietudini esaltano i propri contorni sul palcoscenico visivo descritto da Magrelli – un brulichio malato e provvisorio, nel volgere degli anni verso una probabile catastrofe dai più ignorata.

Se nelle prime raccolte l’espressione poetica appariva mutuata dalla telecamera di Warhol e dai disegni di Hockney, fermo restando che la natura aveva ancora la sua da dire, successivamente accade qualcosa, il fascino mitico di animali, minerali e oggetti sembra essere intaccato dalle guerre mentali di folle sciamannate. La psichica umana coinvolge la natura fino a rovinarne le venature. Da Esercizi di tiptologia in poi l’Urbe, metafora di tutti gli agglomerati urbani, appare sfiorata da cataclismi e nuvole di polvere che invadono strade e cervelli. Ostia, meta di un viaggetto che diventa lunghissima e inconclusa traversata di Ulisse verso visioni terrificanti e plagi malèfici, è in fondo il luogo fangoso dell’assassinio di Pasolini. Il vento impietoso porta via le macerie del Muro di Berlino e vede il poeta Magrelli (il futuro Commissario) addentrarsi sempre più nel cataclisma mentale di fine Novecento.

Accompagnandosi, le poesie, a libri di prose (Nel condominio di carne, Geologia di un padre, per tutti) in cui le condizioni umane sono sempre più analizzate come se l’autore si trasformasse nel biologo degli alveari corporei, il tracciato personale muta in una specie di solido geometrico complesso degno del miglior Ballard – cosa di certo rivoluzionaria e ispirativa tenendo conto che qui parliamo di uno scrittore avvistato nelle corsie alquanto proustiane e disagevoli della poesia italiana. Tutto, evidentemente, a suo vantaggio e a vantaggio nostro, se la genialità combinatoria e affabulante ha infittito il banchetto.

E ora il “giallo”, o noir che dir si voglia. Magrelli si scontra frontalmente, nei testi del Commissario con l’illegalità dell’esistenza, vista nelle sue minute quotidiane, forse le più terribili nell’attuale “vita bassa” a cui siamo crocefissi, vittime e carnefici al contempo. Scrive il Nostro: “ho la sensazione di essere passato dall’orbita di Francis Ponge [poeta francese discernente gli oggetti come priorità primaria. N.d.A.] a quella di Bertold Brecht”. Ed è vero, seguendo il poeta nei panni di commissario mentre affronta e spesso risolve i misfatti che avvengono nella nostra Itaglia mangiatoia di gentaglia. Il servitore della legalità non legge ma viaggia, e traccia sul proprio taccuino pensieri degni di un filosofo delle banlieu europee e di tutte le altre periferie dell’Impero. E non posso certo avvertire un brivido gelido lungo la schiena quando mi imbatto nel distico “Prima Diaz, poi Bolzaneto: / prima la lancia, dopo l’aceto”. E mi permetto una nota personale, essendovi nato, in Bolzaneto, e soggiornandovi tuttora.

Strano libro, perché ha l’opportunità politica di raschiare il fondo dei trucchi contemporanei? Perché l’alter-ego del poeta, indossati scarpe e soprabito scalcagnati, si avventura fra i cannibali, gli emigrati e i ministri dell’Interno alla guida di macchine adatte allo spianamento superficiale, altresì dette escavatori o ruspe? La scoperta della prosa da parte di Magrelli è stata un avvenimento, spero non troppo privato, che conduce a questi 65 testi più un Congedo: richiamo a un preciso vademecum, ovvero “Introduzione all’indagine nell’Italia contemporanea”, a uso di poeti e ragazzi in età scolare. Gli uni e gli altri bisognosi sempre più di accuratezze enciclopediche sui diritti civili e sociali, e non di opere “ai quattro formaggi”, buone per tutti i climi schizoidi e lisergici oggi in voga. Dunque qui saluto, complice l’aruspice Dürrenmatt, il nutriente commissario Magrelli.