Tutti gli articoli di Walter Catalano

Una wunderkammer barocca dentro un museo vittoriano

Adan Zzywwurath, Fantaenciclopedia. Il fantastico in letteratura, Manifestolibri, 2 voll., pp. 1261, € 58,00

di WALTER CATALANO

Commentando Il matrimonio del mare e dell’inferno – probabilmente il testo più noto di Franco Porcarelli, cioè l’impronunciabile Adan Zzywwurath – Michele Mari, nel suo saggio incluso nella raccolta I demoni e la pasta sfoglia, accostò l’autore romano a Poe e a Stevenson, a Potocki e soprattutto a Borges, e parlò di un’“idea stessa della letteratura come discorso teologico sulle ‘cose che non sono”. Puntuale espansione del concetto così ben formulato da Mari, è la monumentale opera da poco uscita per Manifestolibri, casa editrice che ha nel corso del tempo regolarmente ristampato la narrativa di Porcarelli, già in parte uscita nel decennio precedente per Theoria, nella storica e prestigiosa Biblioteca di letteratura fantastica curata da Malcolm Skey.

Questa volta non si tratta propriamente di narrativa ma di saggistica, come avrebbe potuto concepirla, per l’appunto, il Borges di Altre inquisizioni. Una geniale commistione a cavallo tra i due generi, calata in un contenitore macroscopico: wunderkammer barocca annessa a vittoriano museo di storia naturale. L’Encyclopédie di Diderot e D’Alembert rappresenta il prototipo cui l’autore guarda ironicamente nell’intenzione di articolare una summa complessiva e sistematica che però stravolga la ragione illuministicamente intesa e sia dedicata non ai “principi generali su cui si fonda ogni scienza e arte, liberale o meccanica, e i più notevoli particolari che ne costituiscono il corpo e l’essenza» (come scrive D’Alembert nel Discorso preliminare), ma a dimostrare che “L’Uomo non è un animale razionale, è un animale che usa la Fantasia come mezzo per arginare la Realtà: un Animale, quindi, che ‘combina’” (così scrive Porcarelli nell’introduzione). Non a caso l’immagine scelta per la copertina dei due corposi volumi rimanda a tutt’altro genere di dizionario enciclopedico, il Dictionnaire Infernal dell’occultista e demonologo francese Jacques Collin De Plancy, in cui vengono classificate e descritte varie entità demoniache, riferendone nome, fattezze, peculiarità e poteri. L’intenzione è quella di razionalizzare il nonsenso, di definire una tassonomia dell’allucinazione.

Così, in ordine alfabetico, voce per voce, si passa da Adamo&Eva, Aldilà, Amore, Anima, Arte&Letteratura, Astuzie, Atrocità, Automi&Macchine, Bestiario, Cielo&Inferno dei credenti, Diavolo, Dio, ecc. per chiudere, più di mille pagine dopo, con Profezie&Premonizioni, Sogni, Suicidio, Verità  e Menzogna, e infine Z (postfazione) – in cui l’autore confessa: “Forse il mio era un labirinto fatto solo di uscite. La speranza è che, invece di scappar via approfittando degli innumerevoli pertugi, chi legge ci si sia perduto dentro con piacere”. Segue una lunga appendice su “Il fantastico in letteratura: Parole chiave”. Dall’Unheimlich freudiano, alla Sorpresa di Quine; dall’Abduzione di Pierce, alle Combinatorie; dall’Ambiguità, fino a Il Mito e il “Mitico”.

A chiudere, come in ogni enciclopedia che si rispetti, un’ampia bibliografia e due indici, degli argomenti e dei nomi. Un’impresa davvero titanica arrivare in fondo sia per l’autore che per il lettore, a cui si consiglia di consultare, spigolare, centellinare l’enciclopedia, non di affannarsi a leggerla di seguito: l’impegno richiesto è ampiamente ripagato dal piacere dell’abbandono incondizionato all’originalità e alla bizzarria di questo geniale gioco più borgesiano di Borges stesso.

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Musica Rock e Fantastico. Due culture meticce e bastarde

Mario Gazzola ed Ernesto Assante – Fantarock. Stranezze spaziali e suoni da mondi fantastici, Arcana Edizioni, pp. 459, € 26,50 stampa

di WALTER CATALANO

Musica Rock e Fantastico, scientifico o meno, rappresentano da sempre un binomio inscindibile. Come il Rock, nasce dalla confluenza della cultura nera del blues e del jazz con quella bianca del Country & Western e del Tin Pan Alley convenzionale, veicolando le istanze ribellistiche e anticonformiste delle giovani generazioni consumatrici, e viene per questo a lungo snobbato dalla cultura musicale accademica; analogamente fantascienza, fantasy e horror si muovono in un ambito paraletterario e pulp, miscelando riferimenti colti e popolari per propagare un immaginario provocatorio, critico ed eterodosso. Due culture meticce e bastarde, due fenomeni sediziosi e refrattari. Interessante considerarne l’evoluzione parallela.

Proprio di questo si occupa il monumentale ma scorrevolissimo volume di Gazzola e Assante che, decennio dopo decennio – dai seminali anni ’50, fino all’attualità e oltre – analizza la traiettoria tortuosa e affascinante di questi eventi mediatici speculari, proponendo in apertura di ogni capitolo utili e ragionati elenchi bibliografici, filmografici e fumettologici seguiti dalla dettagliata analisi del periodo e degli autori e opere che l’hanno contraddistinto.

Caracolliamo così dal Rock’n’Roll al Beat, dalla Psichedelia al Progressive, dal Krautrock allo Space Rock, dalla New Wave all’Heavy Metal, passando dai Pink Floyd a David Bowie, dai Van DerGraaf Generator ai Blue Oyster Cult, da Bjork ai Current 93, in un percorso
ininterrotto che cirestituisce intera l’allucinogena fantasmagoria del sound and vision.

Ricche di suggestioni anche le appendici affidate ad ospiti di tutto rispetto come Danilo Arona, sul suono cosmico di Joe Meek; Riccardo Gramantieri, sul rapporto tra William S. Burroughs e la musica, e Lukha B. Kremo, sul suono alieno nel cinema. Impreziosiscono ulteriormente il volume la prefazione di Giancarlo De Cataldo e la postfazione di Gabriele Salvatores. A chiudere una dettagliata Fantabibliografia di riferimento che include anche le risorse online.

Davvero tanto a disposizione dell’appassionato cultore come del neofita in cerca di una guida d’orientamento.

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Michel Houellebecq. Voyage au bout de la lutte?

WALTER CATALANO

Michel Houellebecq, pseudonimo di Michel Thomas (Réunion, 1956) – cresciuto in Algeria come Albert Camus, adottato dalla nonna da cui prende il nome come Louis-Ferdinand Céline – esordisce nel 1991 con il saggio H.P. Lovecraft: Contro il mondo, contro la vita, e con le poesie della raccolta La ricerca della felicità (1992). La fase più dirompente della sua opera s’identifica con i primi due romanzi, i suoi più famosi e sicuramente più significativi, in cui è già interamente contenuta, senza grande possibilità di ulteriori sviluppi, l’intera poetica dell’autore: Estensione del dominio della lotta (1994) e Le particelle elementari (1998). Entrati nel novero dei best seller internazionali questi primi testi lo stabilizzeranno entro i ranghi degli autori di culto: seguiranno poi, con alterne fortune critiche, gli altri romanzi – Lanzarote (2000), Piattaforma al centro del mondo (2001), La possibilità di un’isola (2005), La carta e il territorio (2010), Sottomissione (2015), l’appena uscito Serotonina – e raccolte poetiche – Il senso della lotta (1996), Rinascita (1999), Configurazioni dell’ultima riva (2013). Considerando nell’insieme la sua carriera letteraria, è significativo notare come il riferimento a H. P. Lovecraft, primo autore a suscitare un interesse creativo in Houellebecq, ricorra sotterraneo ma costante come un tacito leitmotiv; un nesso non certo rappresentato dalla metafora soprannaturale e teratologica dell’horror o dal détournement escapista della narrativa fantastica, ma piuttosto dalla visionarietà speculativa degli scenari immaginati e dal radicalismo antiumanistico della critica alla società contemporanea (o più probabilmente alla società in generale, in nome di una tormentata e totale misantropia eletta a presupposto esistenziale e ontologico). Contro il mondo, contro la vita, è nozione da intendersi non solo come chiave di lettura della figura e dell’opera di Lovecraft, ma anche e soprattutto della figura e dell’opera di Houellebecq stesso.

La sua visione del mondo è “sofferenza dispiegata” – termine schopenaueriano (Schopenauer resta con Lovecraft un nucleo ispirativo predominante) coniato già nella lancinante opera prima del 1991, il poema in prosa Restare vivi: un metodo – un nodo di sofferenza” all’origine è l’unica possibile voce poetica (“Se non riuscite ad articolare la vostra sofferenza in una struttura ben definita, siete fottuti”); è il grido di dolore trasfigurato in massima asserzione di disprezzo contro il liberalismo politico (e sessuale) che, modellando il corso delle moderne democrazie capitalistiche occidentali, ha cancellato ogni residua reciprocità umana al di fuori dei termini del mercato e del contratto. Un passo pluricitato da Estensione del dominio della lotta, il suo primo romanzo, resta forse la sintesi più penetrante del suo pensiero: “In una situazione economica perfettamente liberale, c’è chi accumula fortune considerevoli; altri marciscono nella disoccupazione e nella miseria. In una situazione sessuale perfettamente liberale, c’è chi ha una vita erotica varia ed eccitante; altri sono ridotti alla masturbazione e alla solitudine. Il liberalismo economico è l’estensione del dominio della lotta, la sua estensione a tutte le età della vita e a tutte le classi della società. Altrettanto, il liberalismo sessuale è l’estensione del dominio della lotta, la sua estensione a tutte le età della vita e a tutte le classi della società. Taluni vincono su entrambi i fronti; altri perdono su entrambi i fronti. Le imprese si disputano alcuni giovani laureati; le femmine si disputano alcuni giovani maschi; i maschi si disputano alcune giovani femmine; lo scompiglio e la confusione sono considerevoli”. Da queste premesse segue l’impassibile contemplazione dello sfacelo dei rapporti umani, delle relazioni sociali, familiari e sessuali che domina le sue opere in prosa e in poesia (prediligendo in quest’ultime le “metriche antiche”, la versificazione classica dell’ottosillabo e dell’alessandrino). Più che un’implicita condanna emerge il rassegnato convincimento, l’amara consapevolezza che non esiste consolazione: “Non trascurate nulla di ciò che vi può procurare un briciolo di equilibrio. A ogni modo, la felicità non è per voi: ciò è deciso, e da un pezzo. Ma se potete afferrare un suo simulacro, fatelo. Senza esitare. A ogni modo, non durerà.”; “Se non frequentate donne (per timidezza, bruttezza o qualche altra ragione), leggete delle riviste femminili. Proverete sofferenze quasi equivalenti“; “Non abbiate paura della felicità; non esiste”; “Un grosso cane masticava il corpo di un piccione bianco. Più lontano, nel vicolo, una vecchia barbona tutta raggomitolata riceveva senza fiatare lo sputo dei bambini.”; “Mi rivolgo a tutti coloro che non sono mai stati amati, che non hanno mai saputo piacere; mi rivolgo agli assenti del sesso liberato, del piacere ordinario. Non temete nulla, amici, la vostra perdita è minima: l’amore non esiste da nessuna parte. E’ solo un gioco crudele di cui siete vittime; un gioco da specialisti”; “Fino al giorno della nostra morte, sarà così ?”; “La possibilità di vivere comincia nello sguardo dell’altro“.

E così via, di pugnalata in pugnalata: i frammenti precedenti sono ritagli scelti qua e là fra le sue poesie d’esordio. Nei romanzi questa consapevolezza è addirittura potenziata in scenari devastati che rimandano alla fantascienza per il ricorso ad aspetti scientifici, tecnologici e visionari (la clonazione per esempio in Piattaforma o la mutazione genetica del genere umano nel prossimo futuro in La possibilità di un’isola) e sono rappresentati in un registro di realismo depressivo – così lo ha definito il critico britannico Ben Jeffrey nel suo saggio Anti-Matter: Michel Houellebecq and Depressive Realism – dove le scene di sesso esplicito (in certe parti al limite della pornografia) hanno un ampio spazio.

La freddezza, la desolazione, la critica senza remissione verso il mondo contemporaneo occidentale – quello della democrazia rappresentativa, del post-sessantotto, del politicamente corretto – segnano le sue pagine, con un urticante sarcasmo, un humour noir che talvolta riecheggia (secondo alcuni anche ideologicamente) tipici aspetti di un altro autore d’elezione, Louis-Ferdinand Céline: nihilismo, consapevolezza dell’insussistenza dei destini umani, irrisione della società cosiddetta civile. Le cose accadono da sole, gli uomini appaiono e scompaiono, inutili, nella loro insaziabile mancanza di relazioni affettive, nel loro vuoto, nel loro gelo esistenziale: più oltre, al termine della notte, si profila lucidamente la prospettiva del post-umano. La frase con cui si conclude La carta e il territorio, per esempio, è degna, nel suo totale antiumanesimo, più che di Céline, di un Lovecraft introiettato, sottratto alla dimensione pulp e riattualizzato in altro contesto: “Il trionfo della vegetazione è totale”. L’ellittica componente fantascientifica e speculativa delle opere di Houellebecq, intese come narrativa d’anticipazione sociale, ha indotto i media a svendere proditoriamente l’autore come illuminato profeta (di sventura), sagace anticipatore in ogni suo libro di fatti a venire, come gli eccidi dell’ISIS per Sottomissione o la rivolta dei Gilet Jaunes per Serotonina, ammannendo fandonie su fandonie e misurando il valore dei testi sulla base delle predizioni azzeccate o meno (esattamente come quando i gazzettieri conteggiano per uno scrittore di science fiction quante invenzioni dei suoi romanzi si sono poi realizzate davvero). In realtà l’unica inderogabile teoresi dell’autore è quella che meglio esprima il disgusto verso il liberalismo e il liberismo occidentale capitalistico, il consumismo materialista ed edonista – insomma restiamo immancabilmente dalle parti dell’ “estensione del dominio della lotta“. Qualunque intervento volto a distruggere questo sistema è ben accetto e addirittura provvidenziale: è questo il caso dell’Islam in Sottomissione, per esempio. Un Islam moderato, tutt’altro che integralista che vince le elezioni in Francia e comincia a cambiare dall’interno un sistema condannato a morte dalla sua proterva inerzia: l’Islam è una forza nuova che propone dei valori, discutibili forse, ma comunque superiori al nihilismo senza prospettive in cui marcisce l’Occidente (il richiamo esplicito al nome di René Guénon, nel libro, è abbastanza significativo). Le donne finalmente vengono rimesse al loro posto, private del lavoro e riportate tra le mura domestiche, finalmente coperte e sottratte al libertinaggio generalizzato (la “sottomissione” che traduce, più o meno, la parola araba Islam, viene accostata a quella erotica della donna all’uomo nel romanzo Histoire d’O) e la sessualità maschile recupera definitivamente la sua predominanza concedendo anche ai brutti, agli sgradevoli, agli insignificanti (purché sufficientemente ricchi) il piacere di quattro mogli giovanissime. Sarà proprio l’esca economica (i miliardi investiti dagli emiri sauditi per islamizzare la Sorbona) e quella sessuale a indurre l’opportunistico protagonista – mediocre professore universitario specialista, non a caso, di Joris-Karl Huysmans, altro convertito, al cattolicesimo stavolta – a una decisamente interessata Shahādah finale. Per la prima volta già nel penultimo romanzo, Houellebecq ha sfiorato addirittura i registri dell’ironia swiftiana abbandonando gli abituali toni apocalittici e disperati; per la prima volta il suo ghigno sarcastico si è stemperato in qualcosa che ricorda quasi una risata. Condannato forse all’eterna ripetizione dei propri cliché ma tutt’altro che stanco, lo scrittore nel suo successivo e al momento ultimo lavoro, l’appena uscito Serotonina, prosegue il discorso sugli stessi toni ma da un’altra prospettiva. Non sarà più la religione, oppio dei popoli, questa volta, a rendere sopportabile, almeno temporaneamente, una vita invivibile, ma un oppio assai più letterale: un neurotrasmettitore – ossia una sostanza in grado di trasmettere informazioni fra le cellule del cervello – sintetizzato, prescritto da un medico e assunto in pillole: l’“ormone della felicità”, antidepressivo perfetto che, non a caso, inibisce del tutto ogni attività sessuale. Se la logica socialdarwinista dell’economia neoliberale ha distrutto la possibilità stessa dell’amore e della felicità, il protagonista, Florent-Claude Labrouste, quarantaseienne ingegnere agrario ex funzionario statale presso il Ministero dell’Agricoltura, cerca ancora di combattere la sua battaglia. Apparentemente cinico e misogino, in realtà sentimentale e romantico, chiude i ponti con la sua vita curricolare – casa, lavoro, relazioni – ricercando l’unico amico che abbia mai avuto e spiando a distanza l’unico amore che abbia davvero contato per lui, arriverà a progettare un omicidio (di un bambino, figlio dell’ unica donna amata, e futuro rivale in un’ipotetica e improbabile ricongiunzione dei due amanti) non essendo in realtà capace di sparare nemmeno su un uccello marino (“Il confronto durò qualche minuto, almeno tre, più probabilmente cinque o dieci, poi le mie mani cominciarono a tremare e capii che ero incapace di premere il grilletto, chiaramente non ero altro che un finocchio, un triste e insignificante finocchio, per giunta in là con gli anni”). Eppure questo perdente sarà ancora pronto a morire per amore come uno sgangherato Cristo suburbano, così come per amore morirà Aymeric, l’aristocratico amico normanno, a capo, come i suoi antenati guerrieri, della rivolta degli allevatori locali contro la soppressione delle quote latte per la liberalizzazione del mercato agroalimentare in osservanza ai diktat della Comunità Europea. Vita pubblica e vita privata dei personaggi, idealtipi sociali contemporanei, subiscono lo stesso strangolamento, patiscono la stessa insormontabile sconfitta: rivolta e serotonina non sono che palliativi idonei solo a procrastinare l’inevitabile accettazione incondizionata o il rifiuto radicale e definitivo: la morte. “È una piccola compressa bianca, ovale, divisibile. Non crea né trasforma; interpreta. Ciò che era definitivo, lo rende passeggero; ciò che era ineluttabile, lo rende contingente. Fornisce una nuova interpretazione della vita – meno ricca, più artificiale, e improntata a una certa rigidità. Non dà alcuna forma di felicità, e neppure di vero sollievo, la sua azione è di tipo diverso: trasformando la vita in una serie di formalità, permette di raggirare. Pertanto aiuta gli uomini a vivere,o almeno a non morire – per qualche tempo”. Il romanzo è stato come sempre stroncato da molti, esaltato da alcuni, ma – e il fatto sarà pure sintomo di qualcosa – Houellebecq, ancora una volta, è riuscito a porre un evento periferico e circostanziale come quello letterario di nuovo al centro dell’attenzione pubblica. L’impresa non è da tutti. Per chi lo ama e per chi lo odia Houellebecq resta sempre e comunque catartico, in senso estetico per gli uni, farmacologico per gli altri: l’anedonia dei suoi personaggi (e a giudicare dalle foto più recenti che lo ritraggono sdentato, livido, scarmigliato, tabagista compulsivo, sempre più simile all’Artaud post-elettroshock, dell’autore stesso) è il male inestinguibile e inconfessabile che ci consuma e che noi stessi consumiamo nei paraggi del vuoto. Questa piena, totale aderenza alla vita presente trasfigura comunque, nei suoi risultati più alti come in quelli meno compiuti, l’istrionico poseur, così tragicamente convincente, in un autore importante, forse un autore necessario.

A chi voglia discostarsi dalla usuale conoscenza dei romanzi per avvicinare Houellebecq su un territorio più intimo e probabilmente più autentico, consigliamo la lettura integrale delle sue poesie pubblicate in due volumi da Bompiani nel 2016 sotto il titolo di La vita è rara: Tutte le poesie, e la visione del film Restare vivi: Un metodo, documentario realizzato nel 2016 dai registi olandesi Erik Lieshout, Arno Hagers e Reiner van Brummelen, in cui l’attempata icona rock Iggy Pop legge il testo omonimo ed eponimo del 1991 per incontrare poi a Parigi lo scrittore in persona, nella cucina della vecchia casa dei defunti genitori di questo e in compagnia di un fragile e tenero gruppo di persone in cura per problemi psichiatrici. Un crepuscolare dialogo sul dolore in cui Iggy e Michel si confrontano,onesti e nudi come solo due sopravvissuti sanno essere.

J’ai connu bien des aventures
Des preservatifs usagés
J’ai meme visité la nature,
Et je l’ai trouvé mal rangée.

J’ai traversé le Pentothal,
J’ai bu des Tequila Sunrise
Ma vie est un échec total,
I know the moonlight paradise.

(Mémoires d’une bite)

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Romanzo esoterico vintage

Carlo H. De’ Medici, Gomòria, Cliquot, pp. 260, euro 20,00 stampa

recensisce WALTER CATALANO

Manoscritti ritrovati in umide cantine, storie ripescate in polverose riviste, opere mai tradotte riportate alla luce. Cliquot è la casa editrice del recupero dei classici mancati, delle belle opere dimenticate.

Basterebbe questa presentazione sul frontespizio del catalogo per farci già amare la piccola e ricercata casa editrice romana il cui nome rimanda a molti e dotti riferimenti, ma che, a un lettore nonché bevitore come me, evoca soprattutto – nonostante la leggera differenza ortografica – il Veuve Clicquot Ponsardin, uno dei più rinomati champagne. Stesso stile e raffinatezza dello champagne hanno infatti la scelta editoriale sofisticata e la grafica elegante dei volumi pubblicati da Cliquot.

Molte le collane, dedicate agli scacchi, ai fumetti, alla narrativa fantastica e ai generi; molti gli autori, scoperti o riscoperti, sull’onda del valore intrinseco e non certo dell’effetto mediatico: un nome per tutti, un genio del fantastico non abbastanza ricordato e celebrato quanto meriterebbe, Fritz Leiber – venerato dagli edotti ma ormai lontano dall’attenzione del lettore comune – cui Cliquot ha caparbiamente dedicato un bel volume antologico, La cosa marrone chiaro e altre storie dell’orrore, ed un dettagliato saggio in ebook, L’universo e Fritz Leiber di Federico Cenci (traduttore dei racconti leiberiani contenuti nell’antologia). Altri gioielli in catalogo sono i capolavori dimenticati della proto-fantascienza italiana, Alla conquista della Luna di Emilio Salgari e Gli esploratori dell’infinito di Yambo.

In quest’ottica pionieristica, indifferente alle mode e ai gusti di massa, si situa la riscoperta di un testo e di un autore affascinanti quanto ignoti. Carlo Hakim De’ Medici, il vero cognome dovrebbe essere Verstl Eichtaedt, nobile polacco, nato a Parigi nel 1887 – la data di morte, non è nota – vissuto in provincia, a Gradisca d’Isonzo; giornalista, scrittore e illustratore, dedito alla narrativa gotica e allo studio teorico e pratico delle scienze occulte; figura così feuilletonistica da far sospettare una pura invenzione letteraria o la burla di un contemporaneo sotto pseudonimo, se l’autenticità del personaggio non fosse confermata dallo stile d’epoca, difficilmente imitabile, della scrittura del romanzo e dal tratto inequivocabilmente decadente delle pregevolissime illustrazioni che lo accompagnano. Ma l’esistenza di De’ Medici viene attestata soprattutto dalla consultazione da parte di chi scrive, a scanso di equivoci, del catalogo della Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze, che conferma fedelmente l’esistenza dell’intera bibliografia citata nell’intrigantissima postfazione di Guido Andrea Pautasso: essa nomina, oltre a Gomòria del 1921, le Leggende friulane del 1924, I topi del cimitero del 1924, Nirvana d’amore del 1925, la traduzione uscita nel 1929 del sulfureo Là-bas di Joris-Karl Huysmans, più vari altri titoli di volumi presenti in biblioteca, compresi i “testi di occultismo ed esoterismo di difficilissima reperibilità”.

Appurata l’attendibilità delle scarne informazioni sull’autore, veniamo al romanzo. Un racconto magico, secondo la definizione dello scrittore, che, innestando la figura del dandy Fin de siècle su uno scenario gotico – il castello di Malanotte sperduto in una lugubre Maremma non ancora bonificata – e a tratti pre-surrealista, riunisce nel protagonista Gaetano Trevi di Montegufo, i tre archetipi cardinali del Decadentismo: l’Esteta, l’Inetto, e il Superuomo. Dell’Esteta Trevi reca in sé lo spleen e la reclusione nevrotica del Des Esseintes huysmansiano, l’aristocratico diabolismo luciferino del Dorian Gray di Wilde e l’erotismo degenerato dell’Andrea Sperelli dannunziano; dell’Inetto la dipendenza dall’etere, la megalomania insoddisfatta e l’inclinazione al capriccio e all’ossessione (pare che una copia del romanzo di De’ Medici appartenesse a Italo Svevo, che l’aveva annotata e sottolineata: un qualche parallelo con Zeno potrebbe non essere peregrino); del Superuomo infine, l’uso spregiudicato, “al di là del bene e del male”, di tutte le tecniche occulte – “amplessi lunari”, riti satanici contronatura, iniziazioni alchemiche – che possano conferire all’esangue aristocratico il ruolo demiurgico di Magus.

La storia procede per tòpoi – ma con gusto e vivacità. Trevi raccoglie dalla strada la zingarella Zimzerla per trasformarla in una femme fatale e, dopo averla sedotta, restituirla sadicamente alla strada da cui viene, ma la fanciulla – quasi come l’Alraune ideata dieci anni prima dal tedesco H.H. Ewers nell’omonimo romanzo che ricorda in parte questo, anche per il poderoso ricorso, data l’epoca assai disinibito, all’erotismo – non è quello che sembra. In lei si annida Gomòria, demone manifestato sotto apparenza femminile, secondo lo Pseudomonarchia Daemonum di Giovanni Wierus, grimorio del 1563. E si squaderna così un altro tòpos: la biblioteca del castello di Malanotte, ricca di testi ricercati e proibiti, grimoires e trattati di arti occulte, citati con dovizia di particolari, da quelli reali, come lo Pseudomonarchia, il De magia et maleficiis, il De diabolico delirii rimedio, ecc. fino agli pseudobiblia: con tre anni di anticipo sul Necronomicon lovecraftiano, De’ Medici ci propone Sathan di Cosimo Ruggieri, astrologo di Caterina De’ Medici, volume rilegato in “pelle di bimbo morto senza battesimo”.

La storia, secondo i canoni del soprannaturale stregonesco, procede verso un finale faustiano (nel senso di Goethe, più che di Marlowe): come spiega Pautasso, “un’opera iniziatica, con l’autore che, distillando conoscenze segrete e pratiche magiche, presenta il suo Mistero nella speranza di esercitare sui lettori una speciale rivelazione”. Il testo si situerebbe dunque, secondo il curatore, nella scia di quei romanzi fantastici dalle intenzioni esoteriche, come quelli dell’austriaco Gustav Meyrink – Il Golem, L’angelo della finestra d’Occidente, Il volto verde, ecc. – quelli dei francesi affiliati all’Ordine Cabalistico della Rosa-Croce, come Joséphin Péladan, o quelli degli autori inglesi legati all’Ordine Ermetico dell’Alba Dorata, come Arthur Machen, Algernon Blackwood o (mancava solo lui…) Aleister Crowley in persona.

Noi però ci accontentiamo della godibilità tardo-decadente e orrorifica del romanzo e, senza cercare arcani segreti, preferiamo perderci a contemplare la torbida bellezza delle immagini liberty, opera dello stesso De’ Medici, che corredano il volume (segnalibro compreso): visioni degne dei grandi dell’illustrazione fantastica europea come Alberto Martini o Alfred Kubin.

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Intervista con Valerio Evangelisti

di WALTER CATALANO

Il fantasma di Eymerich sembra volersi riconnettere con più decisione di altri romanzi recenti del ciclo, alle origini del personaggio: la teoria cosmologica dell’Alfa e dell’Omega alla base della trama si attiene anche alla saga stessa dell’Inquisitore. Il primo romanzo e l’ultimo si ricongiungono: ricompare l’astronave Malpertuis che – così hai detto in varie interviste – aggiungesti come elemento fantascientifico perché Nicholas Eymerich, Inquisitore – la prima avventura della serie – potesse partecipare al Premio Urania nel lontano 1993, dando origine al successo che tutti conosciamo. Da cosa è nata quest’idea quasi metanarrativa: si è trattato di un filo rosso emerso casualmente durante la scrittura e che poi hai deciso di seguire, o era tutto preordinato fin dall’inizio ?

Non era interamente preordinato, ma è emerso gradualmente. Direi che l’origine è stata il racconto Venom, compreso in Metallo urlante. Lì, per la prima volta, Eymerich appare come una sorta di demiurgo, capace di dominare le epoche. Da quel momento ho cercato di collegare, per fili sottili, un romanzo all’altro, in vista di un fine che ancora non mi era chiaro. Alcuni legami li ho poi tralasciati, altri li ho sviluppati. Il disegno ultimo è emerso di conseguenza: una specie di cosmogonia terrificante, fondata su una concezione autoritaria e fanatica. Quasi la stessa dell’Antico Testamento, se vogliamo, con in più un riavvolgersi del tempo. Al centro, come nello gnosticismo, una mente crudele.

Il bel saggio Nicolas Eymerich: il lettore e l’immaginario in Valerio Evangelisti, appena pubblicato da Odoya, che Alberto Sebastiani ti ha dedicato, sembra riconsiderare tutta la tua opera letteraria in un unità compatta – “One Big Novel”, come scrive lui parafrasando uno dei tuoi titoli – che collegherebbe in un solo rivolo creativo i sette cicli, apparentemente separati, in cui finora si è articolata: il ciclo di Eymerich; il ciclo del Metallo; il ciclo di Nostradamus; il ciclo Americano; il ciclo Messicano; il ciclo dei Pirati; più la Trilogia Sociale. Ti riconosci in questa visione d’insieme o è solo un’affascinante interpretazione critica che scavalca le stesse intenzioni dell’autore ? Se una volontà unitaria era consapevole fin dall’inizio la potenza demiurgica di Eymerich a maggior ragione sarebbe un riflesso di quella del suo creatore: come ti vedi nel ruolo del Demiurgo?

Sebastiani ha saputo cogliere nessi che a volte erano sfuggiti anche a me, nel senso che alcune scelte erano consapevoli, altre meno. Terrei fuori da questo i tre volumi de Il sole dell’avvenire, che nascevano con altri intenti. In quel caso, l’universo non è certamente quello di Eymerich. Invece Magus è sicuramente un abbozzo del disegno che intendevo sviluppare, anche se poi è risultato un po’ diverso. Quanto al ruolo del demiurgo, credo che sia proprio di ogni autore in rapporto alla sua opera.

Veniamo all’Inquisitore. In questo romanzo, come nel precedente Eymerich risorge, lo vediamo ormai alle soglie della vecchiaia, talvolta malfermo sulle gambe, più vulnerabile nel corpo e soprattutto nella mente: certi prodigi inspiegabili come l’apparizione fantomatica del proprio doppio fanno vacillare il suo coraggio e i begli occhi di Caterina di Svezia mettono in grave crisi la sua imperturbabilità. Anche nei rapporti con il prossimo appare più riflessivo e meno intransigente, ha ormai un fido gruppo di sodali per i quali, se non affetto, mostra almeno aperta simpatia – Padre Jacinto, Gombau, Berjavel – e le sue azioni e decisioni, per quanto resti sempre aspro e se occorre spietato, non si confanno più alla nuda crudeltà di San Malvagio. Diceva il poeta W.B. Yeats: “Men improve with the years”. Questo vale anche per Padre Nicolas?

C’è stata indubbiamente un’evoluzione del personaggio. Come avrei potuto condurlo per dodici avventure, a volte distanti anni, senza che in lui cambiasse nulla? D’altra parte, ciò ha coinciso con una mia trasformazione personale. Se, quando iniziai a scrivere il ciclo, Eymerich poteva in qualche misura somigliarmi (in peggio, molto in peggio), in seguito io sono diventato meno asociale, e lui di conseguenza. Inoltre, l’avanzare degli anni mi ha fatto conoscere i problemi dell’età avanzata. Anche questo ho proiettato sul mio personaggio (stavolta in meglio, ahimè). A ben vedere, una parte del ciclo di Eymerich è una mia autobiografia distorta.

Il romanzo precedente era, se così possiamo dire, on the road – costruito sul movimento, sugli spostamenti continui da un luogo all’altro – questo invece ha uno scenario statico, ed estremamente efficace: la Roma medievale in totale decadenza. Le metafore che rimandano all’attualità appaiono evidenti: una città ingovernabile e irredimibile, condannata alla corruzione e al malaffare ab origine, in cui le bande criminali e i potentati collusi si contendono lo sfruttamento avido delle risorse e il popolo assiste impotente al proprio sfruttamento schierandosi ciecamente con il mestatore più convincente nel fare appello ai suoi istinti peggiori per meglio manipolarlo. La soluzione drastica che Eymerich auspicherebbe fallisce e perfino lui rinuncia ed è costretto a ritirarsi con sollievo (“Sono stanco dell’Italia” – dice in un punto). Questo scacco finale del Magister riflette in qualche modo il tuo pessimismo verso la situazione politica attuale ?

Certamente è difficile essere ottimisti, di questi tempi. Va tuttavia tenuto presente che, quando la capacità di sopportazione varca un certo limite, subentra una reazione. Mi ha confortato l’esplosione improvvisa della Francia col movimento dei gilets jaunes (con tutte le ambiguità del caso). Forse, se avessi concluso oggi il mio romanzo, qualche lembo di speranza lo avrei lasciato. O forse no, perché un sano pessimismo serve da ammonimento.

Particolarmente intrigante è la ricostruzione dettagliata delle fasi finali dello Scisma d’Occidente, della lotta fra Avignone e Roma e fra Papa e Antipapa. I nomi dei personaggi e le descrizioni degli avvenimenti sono molto precisi e circostanziati; come sempre nei tuoi libri, una corposa bibliografia compare in appendice. Puoi precisarci meglio quanto dello scenario e dei personaggi principali è fattuale e quanto immaginario? Mitra a parte, c’erano davvero culti neopagani e oscure macchinazioni eretiche a mescolarsi con le manovre politiche delle varie fazioni ?

Mitra l’ho inserito io, dopo la visione di un documentario in cui si vedeva una sua raffigurazione conservata nei sotterranei vaticani. La sussistenza di culti pagani nel cuore della Chiesa è denunciata da vari secoli. Ma quella è, per quanto mi riguarda, invenzione letteraria, Invece, la dinamica dello scisma è documentata con un certo rigore, sulla base di testi spesso dimenticati. Sono molto pignolo in queste cose. Voglio che i lettori abbiano fiducia nelle mie ricostruzioni. Ne gode anche il racconto fittizio costruitovi sopra.

Un elemento che era sempre stato presente nei tuoi romanzi ma più in sordina, mentre in questo emerge in modo saliente, è una fortissima ironia che diventa in certi casi sarcasmo, in altri aperta comicità: la figura di Caterina da Siena, per esempio, è decisamente comica – quasi una macchietta come il Fra’ Zenone de L’Armata Brancaleone – i dialoghi toscaneggiano mentre lei chiama “babbino” il Magister e vuole fargli baciare il prepuzio invisibile di Gesù Cristo al suo dito, così come da commedia sono i tentativi spesso inefficaci dell’Inquisitore di sfuggire alle sgradevoli attenzioni della santa. Io trovo questi intervalli comici estremamente riusciti, ben dosati e del tutto funzionali alla struttura compatta dell’insieme, ma qualche estimatore dell’Eymerich prima maniera, più rigido e severo, potrebbe forse trovare da ridire. Era una intenzione consapevole (e forse un rischio calcolato) o ti sei lasciato prendere dal puro piacere di dipingere un personaggio come ti appariva alla mente?

Era un’intenzione consapevole. Prendiamo un film che si svolga tutto nell’oscurità: alla fine stanca. Così possono stancare i toni da tragedia troppo insistiti. Ho preferito variare ogni tanto i registri, senza esagerare. Memore del fatto che, in pagine drammatiche come quelle sulla peste ne I promessi sposi, i dialoghi tra Renzo e i monatti rasentano a volte la comicità, senza che questo indebolisca per nulla lo scenario tragico. Al contrario, lo rafforza.

Ad un passo dal comico è anche, come sempre, Frullifer, lo scienziato geniale ma eternamente perdente. Povero Frullifer, anche questa volta nonostante il successo delle sue invenzioni, sarà infelice: usato dai suoi finanziatori e umiliato nel suo impossibile amore. Perché infierisci sempre contro questo personaggio? Cosa rappresenta esattamente per te?

Un americano “umano” (forse fin troppo), ben lontano dai modelli superomistici con cui gli statunitensi spesso dipingono se stessi, scienziati inclusi.

Nel finale vediamo Padre Nicolas e Jacinto Corona fuggire da Napoli sotto assedio per salpare con la stessa nave dell’inizio verso il luogo dove la vicenda è cominciata (di nuovo Alfa e Omega), a Minorca: un cliffhanger che prelude ad un probabile proseguimento dell’avventura. Qualcosa mi dice che sentiremo ancora parlare di Mitra e del culto del Toro, e che un vecchio nemico del Magister dovrebbe avere ottime ragioni di preoccuparsi. Mi sbaglio?

Temo di sì. Non a caso il dodicesimo romanzo si chiude dove cominciava il primo, come il serpente ouroboros. Considero il ciclo completato, e non ne vedo possibili sviluppi ulteriori. Inoltre vorrei dedicarmi ad altro. Non sono stanco di Eymerich, ma vorrei godermi la soddisfazione di chi ha portato a termine un’opera notevole, e si gode la gioia del lavoro ben fatto.

Di Valerio Evangelisti PULP Libri ha anche recensito Eymerich Risorge e Il fantasma di Eymerich.

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Frankensteiniana

Viaggio attorno alla Creatura di Viktor Frankenstein (e Mary Wollstonecraft Shelley)

di WALTER CATALANO

Frankenstein ha 200 anni, anche se non li dimostra. Il capolavoro di Mary Shelley, teen-ager ribelle e super vixen letteraria ante litteram, pubblicato in prima edizione anonima dalla londinese Lackington, Hughes, Harding, Mavor, & Jones il primo gennaio del 1818, rappresenta l’ultimo dei romanzi gotici pre- e protoromantici (già preludendo ad un diverso tipo di terrori, come di lì a poco avrebbe puntualizzato Edgar Allan Poe, non “della Germania ma dell’anima”), e il primo di un nuovo tipo di immaginario, cresciuto con la Rivoluzione industriale, che nel giro di pochi lustri si sarebbe definito Science-Fiction. Victor Frankenstein, il Prometeo moderno, e il suo Doppelgänger, la sfortunata creatura assemblata con pezzi di carne morta e animata con un procedimento poco chiaro che rimanda agli esperimenti elettrici praticati sui cadaveri da Giovanni Aldini, nipote di Luigi Galvani, hanno segnato profondamente l’immaginazione moderna e si sono perpetuati e rinnovati passando, in un flusso continuo, inarrestabile e fecondo, dalla letteratura ai mass media, cinema e fumetto per primi. Quest’anno di celebrazione e ricorrenza ha prodotto anche in Italia un florilegio di pubblicazioni – riedizioni, saggi, biografie – di estremo interesse per chi voglia avvicinarsi per la prima volta a questo grande classico o, già conoscendolo, voglia approfondire e vagliare nei minimi dettagli il testo e lo scenario storico e psicologico che lo hanno prodotto. Cerchiamo qui di tracciare un breve percorso orientativo fra i volumi a nostro giudizio più recenti e cospicui.

Il giudizioso lettore inizierà necessariamente il tragitto soffermandosi da principio sulla figura affascinante e straordinariamente moderna di Mary Wollstonecraft Godwin Shelley, con l’approfondita biografia La ragazza che scrisse Frankenstein: Vita di Mary Shelley, scritta dalla nota poetessa britannica Fiona Sampson e pubblicato da UTET nel settembre del 2018. Un volume curatissimo nella forma e nella sostanza che restituisce in pieno lo spirito dell’epoca e la natura libera e anticonformista di una fanciulla privilegiata, nata e cresciuta in seno al fior fiore dell’intellettualità più illuminata d’Inghilterra: il filosofo William Godwin, anticipatore del pensiero anarchico e comunista, e la scrittrice protofemminista Mary Wollstonecraft. Loro figlia, da bambina, sarà cullata sulle ginocchia di Samuel Taylor Coleridge o di Heinrich Füssli.

La natura rivoluzionaria e scandalosa, almeno per l’epoca, della “coppia aperta” instaurata, appena sedicenne, con il marito Percy Bysshe Shelley, s’accompagna al sodalizio artistico ed esistenziale con il gruppo multiplo di sodali, amici, amanti, composto da Lord Byron, John William Polidori, la sorellastra Claire Clairmont durante l’anticonformistico e talora boccaccesco Grand Tour da cui sarebbero scaturite due delle figure orrifiche principali dell’immaginario moderno: la Creatura di Mary e il Vampiro di Polidori, che con Carmilla e Dracula, avrebbero inaugurato la multimedialità passando dalla letteratura al teatro al cinema al fumetto e alla cultura popolare. I tragici lutti, due figli e lo stesso marito Percy, annegato durante una tempesta sul Mar Ligure e arso su una pira al modo pagano sulla spiaggia di Viareggio, non prostreranno l’indomita Mary che resterà però per tutta la vita legata alla memoria del grande poeta romantico, di cui curerà l’edizione completa delle opere e porterà sempre con sé in uno scrigno il cuore mummificato; non si risposerà mai più, rifiutando le proposte d’illustri pretendenti, uomini politici, attori e letterati (tra cui Prosper Mérimée).

Il volume ci accompagna fino agli ultimi anni in cui Mary, ormai matura, cederà alle interessate lusinghe di due uomini molto più giovani di lei, Alexander Knox e Ferdinando Gatteschi, che la coinvolgeranno alternativamente in intrighi politici con i mazziniani della Giovine Italia, ricatti e complicazioni sentimentali e finanziarie. Mary morirà nel 1851, di “una malattia di lunga data al cervello, presumibilmente un tumore, nell’emisfero sinistro”.

Altro testo fondamentale per avere un inquadramento completo dell’universo shelleyano è Fuoco e carne di Prometeo: Incubi, galvanisti e Paradisi perduti nel Frankenstein di Mary Shelley, di Franco Pezzini – uno dei massimi esperti contemporanei di gotico e fantastico, che sta curando analoghi saggi enciclopedici su Edgar Allan Poe, in tre volumi, e sul Dracula di Bram Stoker – volume edito da Odoya alla fine del 2017 e riccamente illustrato com’è costume delle collane della casa editrice bolognese. Secondo lo stile tipico di Pezzini, il libro è un vero e proprio vademecum che sviscera, tra appassionanti capitoli e agili box, oltre ad un puntuale commentario quasi parola per parola dell’opera, una galassia di riferimenti tematici che spaziano da Luigi Galvani a Boris Karloff, da Paracelso a Caspar David Friedrich, dalla Hammer ai Penny Dreadful, dai Luddisti alle esplorazioni polari, all’eruzione del vulcano indonesiano Tambora, alla musica frankensteiniana, compresa fra Sylvie Vartan e i Metallica passando per il Rocky Horror Picture Show e Alice Cooper.

E veniamo ora alle riedizioni del classico. Come è ben noto l’edizione canonica, normalmente in circolazione è quella del 1831, revisionata e in parte riscritta dall’autrice. La ricorrenza è stata invece un’ottima occasione per riproporre la prima edizione, quella originale del 1818, pubblicata anonima a Londra in tre tomi; al volume licenziato da Neri Pozza preferiamo di gran lunga quello “sinottico” pubblicato da Lindau – tradotto da Sara Noto Goodwell e introdotto da un’interessante prefazione di Nicoletta Vallorani – che confrontando in parallelo la prima edizione, la diciottana, e la seconda, la trentunina, offre al lettore un panorama esauriente del laboratorio di scrittura di Mary Shelley e – un po’ come emerge nel confronto fra i manzoniani Fermo e Lucia e I Promessi sposi – ci presenta due opere simili e diverse, entrambe ugualmente valide e autosufficienti. Il libro, impreziosito da un’esauriente bibliografia, è molto curato anche esteticamente: rilegato in nero orlato di rosso, con un cuore stilizzato in copertina; ricorda piacevolmente i vecchi, amati tomi – oggi difficilmente reperibili – della collana Olimpo Nero di Sugar che, nei lontani anni ’60, introdussero il Gotico in Italia.

Un altro editore che molto si è occupato di Mary Shelley e del suo Frankenstein è Nova Delphi: fin dal 2011 aveva mandato in stampa La notte di Villa Diodati, volume in cui si celebrava il fatidico gioco letterario che animò le notti gelide e piovose della gaia combriccola di intellettuali sul lago di Ginevra, affiancando in una nuova traduzione i tre parti letterari che avrebbero dovuto concorrere per attribuirsi il merito della ghost-story più terrorizzante: il Frankenstein, Il Vampiro di Polidori e il frammento incompiuto prodotto da Byron, La sepoltura; Percy Shelley, ebbro di laudano, durante la residenza fu terrorizzato da allucinazioni in cui vedeva occhi apparire al posto dei capezzoli sui seni di Mary, ma purtroppo non partecipò all’agone. Tutto questo ci viene raccontato nella splendida introduzione da un altro vate del gotico italiano: Danilo Arona, motivo in più per procurarsi il libro.

Nel 2015 l’Editore aveva poi pubblicato la traduzione, a opera di Fabio Camilletti, di Fantasmagoriana, la classica raccolta di storie soprannaturali tedesche la cui lettura nella versione francese aveva appassionato gli Shelley e compagni, ispirandoli a cimentarsi nel genere che tanto aveva arricchito di brividi le loro già movimentate notti. Il 2018 di Nova Delphi celebra invece la ricorrenza con Villa Diodati Files: Il primo Frankenstein (1816-1817), che propone il testo ancora interpolato dagli interventi, in seguito tagliati o sostituiti da Mary, del marito Percy, che dovrebbe rappresentare il vero e proprio Ur-Frankenstein: ancora più interessante risulta il ricco apparato saggistico che con la prefazione di Franco Pezzini, l’introduzione di Danilo Arona, le note di Fabio Camilletti e la postfazione di Cecilia Muratori, espongono nei minimi dettagli, interpretazioni, curiosità e aneddoti sul mitico archetipo del mad doctor e sul concepimento del mostro più famoso della storia.

Se ci è concessa in chiusura una parentesi cinematografica, nell’immenso oceano della filmografia frankensteiniana, consiglieremmo di ripescare e vedere, o rivedere, i due primi classici Universal degli anni ’30, Frankenstein (1931) di James Whale e La moglie di Frankenstein (Bride of Frankenstein, 1935) sempre di Whale, con Boris Karloff; il remake Hammer La maschera di Frankenstein (The Curse of Frankenstein) del 1957 di Terence Fisher, con Peter Cushing nel ruolo del dottore e Cristopher Lee in quelle della Creatura; Gothic (1986) di Ken Russell, sulle calde notti (e i freddi giorni) di Villa Diodati; Frankenstein di Mary Shelley (Mary Shelley’s Frankenstein) del 1994 di Kenneth Branagh, con il Dottore e la Creatura interpretati rispettivamente da Kenneth Branagh e Robert De Niro (ma per piacere, saltate il finale aggiunto che rovina tutto!); e infine il recentissimo Mary Shelley – Un amore immortale (Mary Shelley) del 2017 di Haifaa al-Mansour, con protagonista Elle Fanning nel ruolo di Mary, che mi incuriosisce ma non ho ancora visto (giuro, lo faccio appena posso !).

Questo itinerario di lettura chiude la giornata dedicata al Frankenstein di Mary Wollstonecraft Shelley, che ha visto anche la pubblicazione della recensione di una raccolta di racconti di Thomas Ligotti, uno speciale su Frankenstein nel fumetto italiano, un recupero del Frankenstein liberato di Brian Aldiss e una recensione del romanzo illustrato da Bernie Wrightson.

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Frankenstein: Reloaded

Thomas Ligotti, La straziante resurrezione di Victor Frankenstein, tr. L. Fusari, Il Saggiatore, pp. 95, €15,00 stampa

di WALTER CATALANO

Per prima cosa rendiamo subito il dovuto merito alla casa editrice Il Saggiatore per il lavoro straordinario fatto soprattutto in questi ultimi anni; per le scelte coraggiose come quella di ripubblicare testi e autori imprescindibili ma provocatoriamente inattuali (da Verifica dei poteri di Franco Fortini, a Freaks di Leslie Fiedler; da Lo spazio letterario di Maurice Blanchot, a Santo Genet di Jean Paul Sartre; dall’opera omnia di Luciano Bianciardi, a quella di Witold Gombrowicz) o di aver dato spazio e attenzione a scrittori impegnativi, difficili, decisamente poco commerciali come David Peace, Joyce Carol Oates o lo stesso Thomas Ligotti. La storica casa editrice milanese ha ormai selezionato – e continua a farlo – un catalogo ideale che non perde d’occhio né l’attualità (Leonard Cohen, Nelson Mandela, Arvo Part), né i classici (gli epistolari di Edgar Allan Poe o Emily Dickinson, i racconti di Saki), né i grandi autori non sufficientemente noti (Michele Mari, Giuseppe Marcenaro, John Berger), né perfino le opere maledette (La distruzione di Dante Virgili).

La pubblicazione di una raccolta minore e assai atipica del visionario Ligotti come The Agonizing Resurrection of Victor Frankenstein and Other Gothic Tales, del 1996, (opera per altro di difficile reperimento anche nel panorama statunitense, dove le poche copie ancora circolanti hanno raggiunto cifre ragguardevoli sul mercato antiquario) – giunta dopo i tre fondamentali capisaldi Teatro grottesco (2015), La cospirazione contro la razza umana (2016) e Nottuario (2017) – si colloca proprio entro le coerenti dinamiche di una cura rigorosa e integrale conferita dall’Editore agli autori che hanno avuto il privilegio di figurare entro il suo catalogo d’eccezione. Così il lettore italiano ha ora a disposizione gran parte della bibliografia maggiore del tormentato scrittore di Detroit. Ai quattro volumi pubblicati da Il Saggiatore, vanno aggiunti, per completare, quelli risalenti all’inizio della sua carriera letteraria:i Canti di un sognatore morto/Songs of a Dead Dreamer, del 1989, e Lo Scriba Macabro/Grimscribe: His Lives and Works, del 1991, pubblicati dalla piccola Elara libri di Bologna, rispettivamente nel 2007 e nel 2015. Non resta quindi inedito in italiano quasi nulla d’importante, solo My Work Is Not Yet Done: Three Tales of Corporate Horror (2002), The Spectral Link (2014) e ben poco altro: probabile che Il Saggiatore rimedierà alla lacuna nei prossimi anni.

Quest’appena pubblicata piccola silloge di racconti brevissimi, che non arriva alle cento pagine complessive, è presentata in una gradevole edizione «mignon» con copertina rigida e impreziosita dalle cupe illustrazioni di Harry O. Morris, pittore surrealista americano contemporaneo, seguace ideale di Max Ernst, cui il libro è dedicato. L’abbiamo definita poco prima «atipica», ed infatti si distacca nettamente da tutte le altre antologie ligottiane. Per la prima volta, lo scrittore che ha rinnovato e stravolto radicalmente la concezione stessa della narrativa weird e horror, si confronta direttamente con le figure tipiche del canone orrifico, con i personaggi paradigmatici dei classici letterari e cinematografici del genere: i mad doctors come il wellsiano Moreau, lo stevensoniano Jekyll e lo shelleyano Frankenstein, che dà il titolo al libro; i mattatori tenebrosi come Dracula, Talbot (il licantropo cinematografico, incarnato da Lon Chaney Jr.), il Fantasma dell’Opera e quello del Museo delle cere (personaggi anche questi legati soprattutto all’immaginario filmico); le eroine gotiche come la Emily de I misteri di Udolpho della Radcliffe, o l’istitutrice di Miles e Flora ne Il giro di vite di Henry James; alcuni protagonisti dei maggiori racconti di Poe, William Wilson, Lady Ligeia, Roderick Usher; e perfino H.P. Lovecraft (morente) in persona.

Un omaggio e contemporaneamente un’irrisione irriverente alla tradizione gotica che, come puntualizza Ligotti nell’introduzione, sia anche e soprattutto:un’«autoflagellazione vicaria, brutalissimo schiocco di frusta che colpisce alla schiena i personaggi di fantasia e distrae l’autore dai colpi che la vita reale infligge a lui in uno specifico momento dell’esistenza». Si riconferma anche qui la tragica visione filosofica di Ligotti, così lucidamente formulata nel saggio La cospirazione contro la razza umana: l’horror è la forma d’arte più catartica, evocare il terrore dell’immaginazione ci sottrae temporaneamente e provvidenzialmente al terrore intrinseco e onnipervadente che sostanzia la nostra stessa vita creaturale.

Nonostante le avvincenti premesse, però, va pur detto che non tutti i racconti, diciannove in totale e sempre di un paio di pagine al massimo di lunghezza, sono rappresentativi dei più compiuti esiti dello scrittore. La dimensione minimale, lo spirito iconoclasta da cinica e straziante barzelletta in cui sarcasmo e humour nero demoliscono o ridimensionano le figure gigantesche dei mostri per antonomasia, non sempre funzionano e talvolta restano enigmatiche, forzate o irrisolte, oppure lasciano un vago sentore di stanchezza e di ripetizione. Le migliori però valgono assolutamente l’acquisto del libro: un testo sicuramente da leggere, anche se forse sconsigliabile ai neofiti che potrebbero farsi un’idea inesatta o incompleta dell’autore. Comunque sia, un libro davvero utile, perché, come immancabilmente ci ricorda Ligotti: «ciascuno di noi è condannato a inventare il proprio inferno».

https://www.ilsaggiatore.com/

La figura della Creatura del dottor Frankenstein nel fumetto italiano è il tema dello speciale che pubblichiamo oggi; e tratteremo anche della rielaborazione del romanzo di Mary Wollstonecraft Shelley nel Frankenstein liberato di Brian Aldiss; ci sarà anche una recensione del romanzo illustrato da Bernie Wrightson. A chiudere, un itinerario di letture sulla Creatura (e sul dottore)…

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Visioni fantascientifiche

AA.VV., Oscar Thole, Fondazione Rosellini per la letteratura popolare, pp. 52, euro 20 stampa.

AA.VV., Festino e Chichoni. Gli illustratori di Urania, Fondazione Rosellini per la letteratura popolare, pp. 120, euro 30 stampa

recensisce WALTER CATALANO

La Fondazione Rosellini per la letteratura popolare di Senigallia svolge fin dal 1997 un’opera egregia di approfondimento e valorizzazione del patrimonio editoriale italiano con particolare attenzione alle pubblicazioni di narrativa di genere. Potendo attingere ad un fondo librario costituito, nel suo insieme, da oltre 60.000 volumi, con specializzazione disciplinare negli ambiti del giallo, della fantascienza, del fantasy, dell’horror, dell’avventura e del rosa e a un altrettanto cospicuo fondo iconografico ricco di centinaia e centinaia di illustrazioni originali che, negli anni, hanno permesso di arricchire le copertine e in generale le produzioni dell’editoria italiana del XX secolo, la Fondazione, oltre alle numerose attività in ambito culturale, realizza ogni anno una serie di pubblicazioni di alto profilo, rendendo così disponibili ad un pubblico più ampio testi, traduzioni e risultati delle attività di ricerca e delle iniziative culturali da essa promosse.

Possiamo ricordare fra i volumi più interessanti prodotti nel corso degli anni, il saggio storico-critico-iconografico Le radici del Noir di Pasquale Pede; ben due raccolte delle ultime storie inedite di Jeff Hawke/Lance McLane di Sydney Jordan e di Willie Patterson; e almeno tre cataloghi completi delle copertine di Carlo Jacono per Segretissimo e Il Giallo Mondadori – il Fondo, grazie alla generosissima donazione della famiglia Jacono del 2017, è custode di alcune delle più preziose tavole dell’artista.

Una particolare cura è stata rivolta al recupero e alla presentazione ragionata del patrimonio iconografico fantascientifico delle copertine e delle illustrazioni interne di Urania, dal 1952 rivista/vessillo della Science Fiction in Italia. Il primo volume, uscito nel 2011, era dedicato ai mitici anni ’50 dell’era Monicelli – iniziatore, curatore e inventore della storica pubblicazione Mondadori, e dello stesso neologismo fantascienza – e ai suoi artisti eponimi, il grande Kurt Caesar (1908-1974) e il già citato Carlo Jacono (1929-2000); il secondo invece, uscito circa un anno dopo, si concentrava sul periodo classico della rivista, gli anni ’60 e ’70, della curatela Fruttero & Lucentini, con le celeberrime copertine del «Pittore di fantascienza» (questo il titolo del volume) per antonomasia: l’olandese, ma italiano d’adozione, Karel Thole (1914-2000).

Il corposo e splendido volume presentava tutte le copertine realizzate da Thole per il fantaperiodico mondadoriano, con l’aggiunta di quelle per Millemondi, la Serie Blu, Doc Savage, e I classici della SF, più alcuni cameo come la sovracoperta della prima edizione italiana dei racconti di H.P. Lovecraft, I mostri all’angolo della strada (Mondadori, 1966), una delle opere più affascinanti dell’artista. Purtroppo, per motivi di spazio non era stato possibile includere anche le illustrazioni tholeiane per le altre collane di Mondadori, in particolare gli Oscar Fantascienza. La lacuna è stata colmata, nel 2017, con Oscar Thole, sorta di volume appendice al precedente che propone in modo il più possibile completo le opere mancanti, introdotte, commentate e analizzate da Giuseppe Festino, che di Thole fu collaboratore e continuatore sulle pagine di Urania.

E proprio a Giuseppe Festino, insieme al suo successore Oscar Chichoni, è dedicato il terzo e ultimo volume de Gli illustratori di Urania, uscito sempre nel 2017, che si occupa dell’Urania anni ’80 e ’90, sotto la direzione di Gianni Montanari prima e di Giuseppe Lippi poi. Festino e Chichoni sono gli ultimi grandi artisti alla vecchia maniera, cioè che utilizzano tecniche tradizionali – pennelli, acrilici, ecc. – per le loro opere, mentre gli illustratori a loro successivi, fino agli attuali, come il pur bravissimo Franco Brambilla, hanno ormai adottato sistematicamente la computer grafica e programmi di elaborazione di immagini come Photoshop, cambiando radicalmente la natura dell’intervento figurativo dell’artista.

Due volumi questi – tutto Thole e Festino/Chichoni – entrambi indispensabili nella biblioteca di ogni vero appassionato di fantascienza, sia il collezionista di Urania sia, semplicemente, il cultore dell’arte grafica più immaginifica e fantasmagorica.

https://www.fondazionerosellini.eu/

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Grottesche fiamminghe

Jean Ray, il cittadino della paura indicibile

approfondisce WALTER CATALANO

Un’innegabile e inspiegabile sfortuna editoriale affligge da sempre, nel nostro paese, l’opera del più grande narratore fantastico europeo non anglofono: il belga Raymond Jean Marie De Kremer, nato a Gand nel 1887 e morto nella stessa città delle Fiandre nel 1964, dopo un’intensa attività letteraria bilingue – in francese e in fiammingo – sotto innumerevoli pseudonimi, i più noti dei quali sono Jean Ray e John Flanders.

La sua prima apparizione in Italia risale al lontano 1963, quando Baldini&Castoldi traduce sotto il titolo di 25 racconti neri e fantastici, l’antologia Les 25 meilleures histoires noires et fantastiques, che nel 1961 aveva rivelato al pubblico francese l’opera del cosiddetto Edgar Poe belga. E la Francia aveva apprezzato, accogliendo entusiasticamente questo outsider di provincia e riservandogli un onorevole scranno, a fianco di Lovecraft, nel pantheon dei grandi del macabro e del weird. Benché questa antologia di racconti contenesse tutto il meglio allora noto delle sue storie – selezionate in prima persona dall’autore stesso – da noi nessuno ci fece caso: mentre H.P. Lovecraft, introdotto più o meno in quegli anni da Fruttero e Lucentini nelle antologie Storie di fantasmi e I mostri all’angolo della strada, spiccava il suo primo balzo verso la gloria, Jean Ray restava un nome del tutto sconosciuto.

Nel 1966 ci riprova Sugar, nella collana Week-end, dedicata alla narrativa popolare. Viene tradotto il romanzo più giustamente famoso di Jean Ray, Malpertuis, uscito in originale nel 1943. La sorte sarà la stessa – inspiegabilmente. Nei decenni successivi il visionario belga cade da noi nel più completo oblio; a eccezione di qualche episodico racconto disperso in riviste o raccolte minori miscellanee, la sua ragguardevole produzione narrativa viene regolarmente ignorata, proprio mentre Oltralpe il nome di Jean Ray si consolida sempre di più e viene incluso definitivamente nel numero dei grandi del fantastique: numerosi nuovi racconti o romanzi della sua sterminata produzione vengono scoperti o tradotti dal fiammingo in francese; registi di grido come Alain Resnais o Harry Kumel realizzano o tentano di realizzare trasposizioni cinematografiche, in verità non sempre riuscite, dei suoi testi, e un’ampia saggistica su di lui si diffonde anche oltre l’ambito della narrativa di genere.

Dopo un ennesimo sfortunato tentativo di Mondadori di affiancare a Urania nelle edicole una collana di romanzi horror, che nel 1990 ripropone – di nuovo nella totale indifferenza – Malpertuis, il nome di Jean Ray viene nuovamente archiviato: al lettore italiano interessato non resta che imparare il francese o rassegnarsi ad aspettare un indefinito futuro per apprezzare questo autore. Solo nel 2007, finalmente, dopo decenni di oblio, esce la raccolta La casa stregata di Fulham Road e altri orrori, edita da Profondo Rosso – la piccola casa editrice romana diretta da Luigi Cozzi e ispirata da Dario Argento – che presenta, oltre ad alcuni racconti orrorifici, una piccola scelta delle storie poliziesche del lungo ciclo di Harry Dickson, lo Sherlock Holmes americano (durato per ben 178 numeri dal gennaio del 1929 all’aprile del 1938), avventure seriali che Ray avrebbe dovuto tradurre dal tedesco in francese per una collana popolare belga, ma che invece lo scrittore belga usava riscrivere di sana pianta prendendo spunto dai titoli e dalle copertine delle edizioni originali precedenti la Prima Guerra mondiale.

Il dado è così finalmente tratto e nel settembre del 2010 un’altra piccola ma agguerrita casa editrice ha il coraggio di fare quello che le major non oseranno mai: la milanese Edizioni Hypnos, specializzata nella riscoperta dei grandi del macabro (citiamo solo la ristampa de Il Re in Giallo di Robert W. Chambers; i due volumi dei racconti di Fitz James O’Brien; alcune raccolte di Robert Aickman, Oliver Onions, Arthur Machen o la riscoperta del veterano dell’horror polacco, Stefan Grabinsky, ecc.), pubblica Il Gran Notturno, e nel marzo del 2013, I racconti del Whisky: un esauriente scorcio sulla produzione dello scrittore è così finalmente disponibile nella nostra lingua, selezionata con l’ausilio della Amicale Jean Ray, l’associazione belga che si prefigge di salvaguardare e diffondere l’opera del maestro di Gand.

Queste ultime pubblicazioni permettono di riconsiderare ormai con precisione un autore affascinante e ingiustamente trascurato, inquadrandolo mediante un accurato profilo bio-bibliografico, una selezione filologica dei testi ed un apparato critico di tutto rispetto. Il vecchio pirata delle Fiandre ha così un’altra chance di conquistarsi un pubblico di cultori anche da noi e, dopo che il capolavoro Malpertuis è stato riproposto una seconda volta, nel dicembre del 2016 su Urania, non senza un certo apprezzamento, non è più così difficile credere che altri romanzi importanti come Saint Judas-de-la-Nuit (1964) o La cité de l’indicible peur (1943), possano avere finalmente una degna traduzione e ottenere il riconoscimento che meritano anche presso i lettori italiani.

Jean Ray è stato uno scrittore fondamentale per la narrativa di genere europea che, nel campo del fantastico, ha una statura non inferiore a quella d’indiscussi maestri del weird anglosassone come Algernon Blackwood, William Hope Hodgson (al quale lo accomunano le numerose e raccapriccianti ghost-stories di ambientazione marinaresca: per tutte il delirante capolavoro «Il Salterio di Mayence»), Arthur Machen o M. R. James. Il fin troppo frequente paragone con Lovecraft è, a mio avviso, meno calzante, sia per stile che per tematiche. È però vero che, come lo scrittore di Providence, anche il Fiammingo ebbe una capacità affabulatoria ossessiva in cui sogno e realtà erano assolutamente intercambiabili e le possibilità allucinatorie legate alla trasfigurazione fantastica dei dati minutamente reali dell’ambiente, virtualmente infinite.

Ray non ebbe interessi cosmici, extraterrestri, non s’interessò di fantascienza: la sua concezione del gotico era più tradizionale di quella lovecraftiana, ma, nello stesso tempo, anch’egli fu profondamente innovativo nell’attenzione minuziosa per i paesaggi, gli ambienti, le psicologie dei personaggi: ebbe inoltre un sense of humour humour nero ovviamente, anzi nerissimo – che Lovecraft non conobbe mai. I suoi racconti sono profondamente radicati nella terra di Bruegel e di Bosch. Come nelle visioni dei due grandi pittori, l’incubo s’intreccia sempre strettamente alla vita ordinaria: il mostruoso e il demoniaco sono solo una deformazione prospettica del banale e del familiare. Così sonnacchiose cittadine del nord Europa, vicoli e taverne prospicienti a canali nebbiosi, bottegucce dalle insegne liberty, paesaggi sfumati cari a certa letteratura decadente e suoi derivati – da Bruges la morta di Rodenbach, fino ai noir di Georges Simenon – si animano di presenze fantomatiche e terrorizzanti: le grottesche delle cattedrali gotiche scendono a camminare in mezzo agli uomini e si confondono con loro.

Impiegatucci, bibliotecarie avvizzite, droghieri appesantiti dalle troppe birre scolate, marinai appesi alla loro pipa di radica: in mezzo a questi personaggi ordinari possono nascondersi perfino gli esiliati dei dell’Olimpo – per esempio in Malpertuis – che ormai degradati a umili borghesi, infestano una casa maledetta, prigionieri di un negromante. E inquietanti caricature gotiche sono i protagonisti e le situazioni dei magistrali 25 racconti neri e fantastici. Vittime e carnefici in Ghost-stories, orrori cosmici, thriller noir: le variazioni sono molteplici, ma tutte ineguagliabilmente segnate da un tocco surreale e bizzarro, dall’ironia e dal sarcasmo. Cimiteri che vanno in giro a ossessionare gli incauti visitatori sovrapponendosi al giardino di casa («Il cimitero di Marlyweck»); odissee marinaresche in altre dimensioni («Il salterio di Mayence»); un vecchio zio che si rivela essere niente meno che la Morte stessa («La verità su zio Timotheus»); un uomo che seduce una bella vampira e ne diventa l’amante ma poi la tradisce facendola morire di gelosia («Dio, tu e io»); una palude infestata da una sirena («L’uomo che osò»); un ubriaco che torna a casa e uccide un intruso credendolo un ladro, in realtà ha sbagliato abitazione e assassinato inutilmente un innocente («La notte di Camberwell»); la rivalità fra due serial killer che cercheranno di assassinarsi a vicenda («Il signor Gless cambia direzione»); una casa maledetta con una stanza stomaco che si nutre di carne umana («Storchhaus o la casa delle cicogne»), e così via.

Sebbene sprofondato in un immaginario assolutamente europeo (e assolutamente fiammingo, con qualche episodica escursione a Londra, ad Amsterdam o ad Amburgo) Jean Ray ebbe l’onore di essere pubblicato in inglese, sotto lo pseudonimo di John Flanders, sui pulp americani: Weird Tales nel 1934 e 1935 (i racconti «Nude With a Dagger»; «The Graveyard Duchess»; «The Aztec Ring»; «The Mistery of the Last Guest»); Terror Tales nel 1935 («If Thy Right Hand Offend Thee») e nel 1941 ancora su un’antologia di racconti ripresi da Weird Tales: 25 Modern Stories of Mistery and Imagination1.

La sua produzione, in fiammingo e in francese, è stata sconfinata: libri per ragazzi, cronache giornalistiche, poesie, testi per canzoni, sceneggiature per fumetti. Scrive perfino un’agiografia di San Nicola (perché ovviamente è la figura fantomatica di Babbo Natale che lo interessa…); e la sua capacità affabulatoria è tale che trasforma sé stesso, con la fantasia, in un personaggio dei suoi racconti. Nipote di un’indiana sioux; pirata e contrabbandiere durante il Proibizionismo; marinaio che ha fatto sette volte il giro del mondo; domatore di leoni e addomesticatore di tarantole; perseguitato da un suo fantasma personale, «l’omino col fazzoletto rosso», che gli appare in certi momenti particolari come uno spirito guida.

In realtà la sua vita è stata piuttosto banale, dedita interamente alla scrittura: l’unica avventura, o meglio, disavventura che pare autentica, è il suo tentativo di organizzare nel 1924 – quando interrompe temporaneamente tutte le collaborazioni letterarie – un affare di contrabbando d’alcool negli Stati Uniti. L’appropriazione indebita del denaro da investire nell’affare gli costerà la condanna a quattro anni di prigione nel 1926: per qualche tempo non si firmerà più Jean Ray.

Come scrive di lui il continuatore e discepolo Thomas Owen – altro interessante scrittore fiammingo del tutto misconosciuto da noi:

Jean Ray pratica un fantastico dall’emozione forte. Con lui, il mostro fracassa la porta. Con me invece, il mostro soffia un po’ di fumo attraverso il buco della serratura. Lui fa irruzione nel quotidiano; io mi ci insinuo in modo sornione… In Jean Ray ci sono davvero pochi terrori interiori; il suo terrore è sempre legato ad avvenimenti straordinari, inesplicabili, che coinvolgono l’uomo ma che vengono da fuori. Io penso invece che la paura nasca molto più nell’interno del personaggio, perché è lo stesso personaggio che conferisce ad avvenimenti infimi e quotidiani un’importanza che non è rivelata che a lui e che io rivelo al lettore… In Jean Ray non c’è mai solo il fantastico, ma anche l’avventura, come già l’avevo trovata in Blaise Cendrars. Fra Blaise Cendrars e Jean Ray, ci sono per me delle affinità: un certo gusto dell’affabulazione – e della menzogna d’altronde –un grande calore nel gusto dell’avventura e del rischio.2

Assolutamente pertinente mi pare il parallelo con Cendrars, altra geniale, simpatica carogna.

Molte sono le opere di quest’uomo dalla fantasia dirompente che varrebbe la pena leggere: primo fra tutti il capolavoro Malpertuis, in cui il classico tema della casa infestata viene sovvertito e rinnovato: la dimora maledetta non è tanto abitacolo di fantasmi quanto ospizio di dei in rottamazione (che ha ispirato Valerio Evangelisti, ma credo che anche il comunque grande Neil Gaiman di Sandman e American Gods debba molto a questa intuizione); poi «Il Gran Notturno», racconto straordinario in cui tutti i suoi temi caratteristici sono sintetizzati: la prossimità e l’intercambiabilità, del quotidiano e dell’Altrove, l’ineluttabilità del Fato, un cattolicissimo senso di colpa, la cognizione profonda dell’arbitrarietà e relatività dei limiti del tempo e dello spazio, l’ironia e la pietà per mostri e vittime; il romanzo La cité de l’indicible peur, a metà strada fra mystery poliziesco e horror sovrannaturale (come molte avventure del detective Harry Dickson); Les contes du Whisky, testimonianza della fittizia o reale esperienza di contrabbandiere dello scrittore, ricca di memorabili gotici marinareschi sulla falsariga di Hodgson; Les dernier contes de Canterbury, ripresa delle atmosfere di Chaucer, decamerone gotico in cui, oltre le barriere del tempo e dello spazio, viventi e larve si incontrano per narrarsi le loro storie; Les contes noirs du golf, raccolta in cui, quasi per vendetta, lo scrittore ordisce una serie di perfide favole nere sul gioco del golf, le plus détestable que le monde ait porté; infine il romanzo breve Saint Judas-de-la-Nuit, in cui compare il «Grimoire Stein», libro maledetto risalente al XV° secolo, conservato alla Biblioteca Bodleiana di Oxford: insomma il Necronomicon secondo Jean Ray. Mi fermo qui: l’elenco risulterebbe troppo lungo e priverebbe il lettore del gusto della scoperta.

Degno conterraneo dei torbidi simbolisti belgi – come Fernand Khnopff, Jean Delville, Félicien Rops – e dei loro altrettanto tortuosi successori surrealisti – come Paul Delvaux e René Magritte – prezioso depositario in letteratura di una tradizione principalmente figurativa, Jean Ray ancora si erge come un gigante solitario sul lato oscuro dell’immaginazione europea: ricordiamoci di lui.

Ricapitolando la bibliografia italiana di Jean Ray…

25 racconti neri e fantastici (Baldini & Castoldi, 1963) 
Malpertuis (Sugar, 1966)
Malpertuis (Horror 7, Mondadori, 1990)

Malpertuis – Urania Horror (supplemento al n. 1637) 2016
La casa stregata di Fulham Road e altri orrori, La Biblioteca di Profondo Rosso n. 12, 2007
Il Gran Notturno, Edizioni Hypnos, 2011
I racconti del Whisky, Edizioni Hypnos, 2013

«Nudo con un pugnale» (Racconto breve, «Nude with a Dagger», 1934), in Il marziano e il vampiro: Il Meglio di Weird Tales 19, Fanucci Editore, 1989
«Faccia di luna» (Racconto breve, «Têtes-de-Lune»), in L’Eternauta 83, Comic Art, 1990

1 Riprendo queste informazioni dalla completissima bibliografia contenuta in Jean Ray: L’archange fantastique,di Jean-Baptiste Baronian e Francoise Levie – Paris, Librairie des Champs-Elysées, 1981, pp. 58-61.

Intervista a Thomas Owen inclusa in Les Dossiers de Phenix: Jean Ray/John Flanders, a cura di Murielle Briot – Bruxelles, Claude Lefrancq Editeur, 1995, pp. 25-25.

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Rotoleranno teste!

Alexandre Dumas, I Mille e un Fantasma, Robin Edizioni, pp. 275, euro 16,00 stampa

recensisce WALTER CATALANO

Pubblicato in due tomi nel 1849 (insieme all’altro grande classico che il creatore dei Tre Moschettieri e del Conte di Montecristo dedica al soprannaturale, La Femme au collier de velours), la silloge di ghost-stories dumasiane Les Mille et Un Fantomes, citando esplicitamente Le mille e una notte già reso famoso nel ‘700 nella traduzione francese di Antoine Galland, va a situarsi degnamente nel numero delle compilazioni romantiche di storie di spettri, demoni e vampiri, a fianco della celeberrima Fantasmagoriana (1816), tradotta dal tedesco da Jean-Baptiste Benoit Eyriés (la cui lettura, come tutti sanno, ispirò il gioco letterario di Villa Deodati tra Mary Shelley, Lord Byron, e William Polidori, che portò alla stesura del Frankenstein e del The Vampire) e delle altre successive e meno famose come la Spectriana di J.P.R. Cuisin (1817), la Démoniana di Gabrielle de Paban (1820) e l’Infernaliana (1822) di Charles Nodier (non a caso quest’ultimo sarà scelto da Dumas come narratore, insieme a E.T.A. Hoffmann che ne sarà protagonista, del romanzo che accompagnava la raccolta, La donna dal collier di velluto).

L’ottima collana Biblioteca del Vascello della Robin Edizioni ha pubblicato una pregevole edizione – impreziosita da una lunga e dettagliata introduzione di Marco Catucci, ricca di illustrazioni – che, escludendo il già noto romanzo, permette di fruire nella loro completezza di queste storie raccapriccianti incastonate in una cornice apparentemente bonaria e rassicurante. Lo stesso Dumas in prima persona, deluso dalle esperienze del 1848, si ritrae più giovane di 18 anni, nel 1831, durante una battuta di caccia a Fontenay-aux-Roses, mentre si allontana dal gruppo dei compagni cacciatori ed è casualmente testimone di un uxoricidio per decapitazione (con risvolti ovviamente soprannaturali), firma la propria testimonianza di fronte alle autorità alle quali l’assassino, terrorizzato, spontaneamente si consegna, ed è poi invitato dal sindaco della cittadina, Monsieur Ledru – personaggio realmente esistito, ma che si chiamava Jacques Philippe e non Jean-Pierre, come puntualizza Catucci – nella sua casa, un tempo dimora estiva dello scrittore Paul Scarron – anche questa assolutamente reale – dove un’allegra e bizzarra compagnia composta da Alexandre Lenoir (altro personaggio storico fondatore del Museo dei Monumenti francesi), dall’occultista Jean-Baptiste Aliette (detto Etteilla), da una dama polacca e da un abate martinista, si intrattiene fino alla mezzanotte narrando storie terrorizzanti di decapitati, spettri, demoni e vampiri.

I brogliacci da cui Dumas trasse i suoi racconti del terrore gli furono forniti – come di nuovo precisa un’ulteriore postfazione di Catucci – da Paul Lacroix (1806-1884), detto le bibliophile Jacob, erudito, bibliofilo e poligrafo, amico e collaboratore di Dumas per vari romanzi (ma la collaborazione si interruppe perché Dumas era sempre in ritardo coi pagamenti…). Le storie più interessanti che il bibliophile trasmette al romanziere – come anche la trama de La Donna dal collier di velluto, che Lacroix passò a Dumas mutuandola dalla rielaborazione del breve racconto «The Adventure of a German Student» di Washington Irving – hanno tutte a che vedere con le teste tagliate, con i ghigliottinati del Terrore, e i conseguenti esperimenti galvanici sui corpi dei giustiziati attribuiti nella finzione letteraria al figlio del realmente esistito Nicolas Philippe Ledru, detto Comus, seguace di Galvani.

Ledru figlio però, a differenza del padre, utilizzerà l’elettricità non per trattare l’epilessia e la catalessi, ma, emulo del nipote di Galvani, Giovanni Aldini, per verificare la persistenza della coscienza nei cadaveri dei condannati con l’obbiettivo filantropico di far abolire la pena di morte. Gli esperimenti nel cimitero di Climart nel 1793, in pieno Terrore, ricordano il Frankenstein, e all’inquietante domanda su quanto tempo persista la coscienza in una testa tagliata, risponderà l’episodio – dato per vero – della decapitazione della bella Charlotte Corday, l’assassina di Marat, la cui testa mozza, schiaffeggiata per spregio dall’assistente del boia, arrossisce d’indignazione impotente.

Si vede che lei non guarda nel paniere quando sono là tutti insieme [commenterà il vice boia rivolto al dubbioso Ledru] che non li vede torcere gli occhi e digrignare i denti, ancora cinque minuti dopo l’esecuzione. Siamo obbligati a cambiare paniere ogni tre mesi, tanto ne devastano il fondo coi denti. C’è una quantità di teste di aristocratici, veda lei, che non vogliono decidersi a morire, e non sarei stupito che un giorno qualcuna di queste si mettesse a gridare : Viva il re!

Qualunque cosa Dumas racconti, il suo abbandono al gusto dell’affabulazione è sempre totale, incondizionato: che siano romanzi storici, feuilleton, storie soprannaturali o perfino le ricette gastronomiche del monumentale Grand dictionnaire de cuisine (provare a leggerlo per credere…) che redasse nel 1869, ultima delle sue opere – il piacere della lettura è assoluto.

http://www.robinedizioni.it/

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