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Grottesche fiamminghe

Jean Ray, il cittadino della paura indicibile

approfondisce WALTER CATALANO

Un’innegabile e inspiegabile sfortuna editoriale affligge da sempre, nel nostro paese, l’opera del più grande narratore fantastico europeo non anglofono: il belga Raymond Jean Marie De Kremer, nato a Gand nel 1887 e morto nella stessa città delle Fiandre nel 1964, dopo un’intensa attività letteraria bilingue – in francese e in fiammingo – sotto innumerevoli pseudonimi, i più noti dei quali sono Jean Ray e John Flanders.

La sua prima apparizione in Italia risale al lontano 1963, quando Baldini&Castoldi traduce sotto il titolo di 25 racconti neri e fantastici, l’antologia Les 25 meilleures histoires noires et fantastiques, che nel 1961 aveva rivelato al pubblico francese l’opera del cosiddetto Edgar Poe belga. E la Francia aveva apprezzato, accogliendo entusiasticamente questo outsider di provincia e riservandogli un onorevole scranno, a fianco di Lovecraft, nel pantheon dei grandi del macabro e del weird. Benché questa antologia di racconti contenesse tutto il meglio allora noto delle sue storie – selezionate in prima persona dall’autore stesso – da noi nessuno ci fece caso: mentre H.P. Lovecraft, introdotto più o meno in quegli anni da Fruttero e Lucentini nelle antologie Storie di fantasmi e I mostri all’angolo della strada, spiccava il suo primo balzo verso la gloria, Jean Ray restava un nome del tutto sconosciuto.

Nel 1966 ci riprova Sugar, nella collana Week-end, dedicata alla narrativa popolare. Viene tradotto il romanzo più giustamente famoso di Jean Ray, Malpertuis, uscito in originale nel 1943. La sorte sarà la stessa – inspiegabilmente. Nei decenni successivi il visionario belga cade da noi nel più completo oblio; a eccezione di qualche episodico racconto disperso in riviste o raccolte minori miscellanee, la sua ragguardevole produzione narrativa viene regolarmente ignorata, proprio mentre Oltralpe il nome di Jean Ray si consolida sempre di più e viene incluso definitivamente nel numero dei grandi del fantastique: numerosi nuovi racconti o romanzi della sua sterminata produzione vengono scoperti o tradotti dal fiammingo in francese; registi di grido come Alain Resnais o Harry Kumel realizzano o tentano di realizzare trasposizioni cinematografiche, in verità non sempre riuscite, dei suoi testi, e un’ampia saggistica su di lui si diffonde anche oltre l’ambito della narrativa di genere.

Dopo un ennesimo sfortunato tentativo di Mondadori di affiancare a Urania nelle edicole una collana di romanzi horror, che nel 1990 ripropone – di nuovo nella totale indifferenza – Malpertuis, il nome di Jean Ray viene nuovamente archiviato: al lettore italiano interessato non resta che imparare il francese o rassegnarsi ad aspettare un indefinito futuro per apprezzare questo autore. Solo nel 2007, finalmente, dopo decenni di oblio, esce la raccolta La casa stregata di Fulham Road e altri orrori, edita da Profondo Rosso – la piccola casa editrice romana diretta da Luigi Cozzi e ispirata da Dario Argento – che presenta, oltre ad alcuni racconti orrorifici, una piccola scelta delle storie poliziesche del lungo ciclo di Harry Dickson, lo Sherlock Holmes americano (durato per ben 178 numeri dal gennaio del 1929 all’aprile del 1938), avventure seriali che Ray avrebbe dovuto tradurre dal tedesco in francese per una collana popolare belga, ma che invece lo scrittore belga usava riscrivere di sana pianta prendendo spunto dai titoli e dalle copertine delle edizioni originali precedenti la Prima Guerra mondiale.

Il dado è così finalmente tratto e nel settembre del 2010 un’altra piccola ma agguerrita casa editrice ha il coraggio di fare quello che le major non oseranno mai: la milanese Edizioni Hypnos, specializzata nella riscoperta dei grandi del macabro (citiamo solo la ristampa de Il Re in Giallo di Robert W. Chambers; i due volumi dei racconti di Fitz James O’Brien; alcune raccolte di Robert Aickman, Oliver Onions, Arthur Machen o la riscoperta del veterano dell’horror polacco, Stefan Grabinsky, ecc.), pubblica Il Gran Notturno, e nel marzo del 2013, I racconti del Whisky: un esauriente scorcio sulla produzione dello scrittore è così finalmente disponibile nella nostra lingua, selezionata con l’ausilio della Amicale Jean Ray, l’associazione belga che si prefigge di salvaguardare e diffondere l’opera del maestro di Gand.

Queste ultime pubblicazioni permettono di riconsiderare ormai con precisione un autore affascinante e ingiustamente trascurato, inquadrandolo mediante un accurato profilo bio-bibliografico, una selezione filologica dei testi ed un apparato critico di tutto rispetto. Il vecchio pirata delle Fiandre ha così un’altra chance di conquistarsi un pubblico di cultori anche da noi e, dopo che il capolavoro Malpertuis è stato riproposto una seconda volta, nel dicembre del 2016 su Urania, non senza un certo apprezzamento, non è più così difficile credere che altri romanzi importanti come Saint Judas-de-la-Nuit (1964) o La cité de l’indicible peur (1943), possano avere finalmente una degna traduzione e ottenere il riconoscimento che meritano anche presso i lettori italiani.

Jean Ray è stato uno scrittore fondamentale per la narrativa di genere europea che, nel campo del fantastico, ha una statura non inferiore a quella d’indiscussi maestri del weird anglosassone come Algernon Blackwood, William Hope Hodgson (al quale lo accomunano le numerose e raccapriccianti ghost-stories di ambientazione marinaresca: per tutte il delirante capolavoro «Il Salterio di Mayence»), Arthur Machen o M. R. James. Il fin troppo frequente paragone con Lovecraft è, a mio avviso, meno calzante, sia per stile che per tematiche. È però vero che, come lo scrittore di Providence, anche il Fiammingo ebbe una capacità affabulatoria ossessiva in cui sogno e realtà erano assolutamente intercambiabili e le possibilità allucinatorie legate alla trasfigurazione fantastica dei dati minutamente reali dell’ambiente, virtualmente infinite.

Ray non ebbe interessi cosmici, extraterrestri, non s’interessò di fantascienza: la sua concezione del gotico era più tradizionale di quella lovecraftiana, ma, nello stesso tempo, anch’egli fu profondamente innovativo nell’attenzione minuziosa per i paesaggi, gli ambienti, le psicologie dei personaggi: ebbe inoltre un sense of humour humour nero ovviamente, anzi nerissimo – che Lovecraft non conobbe mai. I suoi racconti sono profondamente radicati nella terra di Bruegel e di Bosch. Come nelle visioni dei due grandi pittori, l’incubo s’intreccia sempre strettamente alla vita ordinaria: il mostruoso e il demoniaco sono solo una deformazione prospettica del banale e del familiare. Così sonnacchiose cittadine del nord Europa, vicoli e taverne prospicienti a canali nebbiosi, bottegucce dalle insegne liberty, paesaggi sfumati cari a certa letteratura decadente e suoi derivati – da Bruges la morta di Rodenbach, fino ai noir di Georges Simenon – si animano di presenze fantomatiche e terrorizzanti: le grottesche delle cattedrali gotiche scendono a camminare in mezzo agli uomini e si confondono con loro.

Impiegatucci, bibliotecarie avvizzite, droghieri appesantiti dalle troppe birre scolate, marinai appesi alla loro pipa di radica: in mezzo a questi personaggi ordinari possono nascondersi perfino gli esiliati dei dell’Olimpo – per esempio in Malpertuis – che ormai degradati a umili borghesi, infestano una casa maledetta, prigionieri di un negromante. E inquietanti caricature gotiche sono i protagonisti e le situazioni dei magistrali 25 racconti neri e fantastici. Vittime e carnefici in Ghost-stories, orrori cosmici, thriller noir: le variazioni sono molteplici, ma tutte ineguagliabilmente segnate da un tocco surreale e bizzarro, dall’ironia e dal sarcasmo. Cimiteri che vanno in giro a ossessionare gli incauti visitatori sovrapponendosi al giardino di casa («Il cimitero di Marlyweck»); odissee marinaresche in altre dimensioni («Il salterio di Mayence»); un vecchio zio che si rivela essere niente meno che la Morte stessa («La verità su zio Timotheus»); un uomo che seduce una bella vampira e ne diventa l’amante ma poi la tradisce facendola morire di gelosia («Dio, tu e io»); una palude infestata da una sirena («L’uomo che osò»); un ubriaco che torna a casa e uccide un intruso credendolo un ladro, in realtà ha sbagliato abitazione e assassinato inutilmente un innocente («La notte di Camberwell»); la rivalità fra due serial killer che cercheranno di assassinarsi a vicenda («Il signor Gless cambia direzione»); una casa maledetta con una stanza stomaco che si nutre di carne umana («Storchhaus o la casa delle cicogne»), e così via.

Sebbene sprofondato in un immaginario assolutamente europeo (e assolutamente fiammingo, con qualche episodica escursione a Londra, ad Amsterdam o ad Amburgo) Jean Ray ebbe l’onore di essere pubblicato in inglese, sotto lo pseudonimo di John Flanders, sui pulp americani: Weird Tales nel 1934 e 1935 (i racconti «Nude With a Dagger»; «The Graveyard Duchess»; «The Aztec Ring»; «The Mistery of the Last Guest»); Terror Tales nel 1935 («If Thy Right Hand Offend Thee») e nel 1941 ancora su un’antologia di racconti ripresi da Weird Tales: 25 Modern Stories of Mistery and Imagination1.

La sua produzione, in fiammingo e in francese, è stata sconfinata: libri per ragazzi, cronache giornalistiche, poesie, testi per canzoni, sceneggiature per fumetti. Scrive perfino un’agiografia di San Nicola (perché ovviamente è la figura fantomatica di Babbo Natale che lo interessa…); e la sua capacità affabulatoria è tale che trasforma sé stesso, con la fantasia, in un personaggio dei suoi racconti. Nipote di un’indiana sioux; pirata e contrabbandiere durante il Proibizionismo; marinaio che ha fatto sette volte il giro del mondo; domatore di leoni e addomesticatore di tarantole; perseguitato da un suo fantasma personale, «l’omino col fazzoletto rosso», che gli appare in certi momenti particolari come uno spirito guida.

In realtà la sua vita è stata piuttosto banale, dedita interamente alla scrittura: l’unica avventura, o meglio, disavventura che pare autentica, è il suo tentativo di organizzare nel 1924 – quando interrompe temporaneamente tutte le collaborazioni letterarie – un affare di contrabbando d’alcool negli Stati Uniti. L’appropriazione indebita del denaro da investire nell’affare gli costerà la condanna a quattro anni di prigione nel 1926: per qualche tempo non si firmerà più Jean Ray.

Come scrive di lui il continuatore e discepolo Thomas Owen – altro interessante scrittore fiammingo del tutto misconosciuto da noi:

Jean Ray pratica un fantastico dall’emozione forte. Con lui, il mostro fracassa la porta. Con me invece, il mostro soffia un po’ di fumo attraverso il buco della serratura. Lui fa irruzione nel quotidiano; io mi ci insinuo in modo sornione… In Jean Ray ci sono davvero pochi terrori interiori; il suo terrore è sempre legato ad avvenimenti straordinari, inesplicabili, che coinvolgono l’uomo ma che vengono da fuori. Io penso invece che la paura nasca molto più nell’interno del personaggio, perché è lo stesso personaggio che conferisce ad avvenimenti infimi e quotidiani un’importanza che non è rivelata che a lui e che io rivelo al lettore… In Jean Ray non c’è mai solo il fantastico, ma anche l’avventura, come già l’avevo trovata in Blaise Cendrars. Fra Blaise Cendrars e Jean Ray, ci sono per me delle affinità: un certo gusto dell’affabulazione – e della menzogna d’altronde –un grande calore nel gusto dell’avventura e del rischio.2

Assolutamente pertinente mi pare il parallelo con Cendrars, altra geniale, simpatica carogna.

Molte sono le opere di quest’uomo dalla fantasia dirompente che varrebbe la pena leggere: primo fra tutti il capolavoro Malpertuis, in cui il classico tema della casa infestata viene sovvertito e rinnovato: la dimora maledetta non è tanto abitacolo di fantasmi quanto ospizio di dei in rottamazione (che ha ispirato Valerio Evangelisti, ma credo che anche il comunque grande Neil Gaiman di Sandman e American Gods debba molto a questa intuizione); poi «Il Gran Notturno», racconto straordinario in cui tutti i suoi temi caratteristici sono sintetizzati: la prossimità e l’intercambiabilità, del quotidiano e dell’Altrove, l’ineluttabilità del Fato, un cattolicissimo senso di colpa, la cognizione profonda dell’arbitrarietà e relatività dei limiti del tempo e dello spazio, l’ironia e la pietà per mostri e vittime; il romanzo La cité de l’indicible peur, a metà strada fra mystery poliziesco e horror sovrannaturale (come molte avventure del detective Harry Dickson); Les contes du Whisky, testimonianza della fittizia o reale esperienza di contrabbandiere dello scrittore, ricca di memorabili gotici marinareschi sulla falsariga di Hodgson; Les dernier contes de Canterbury, ripresa delle atmosfere di Chaucer, decamerone gotico in cui, oltre le barriere del tempo e dello spazio, viventi e larve si incontrano per narrarsi le loro storie; Les contes noirs du golf, raccolta in cui, quasi per vendetta, lo scrittore ordisce una serie di perfide favole nere sul gioco del golf, le plus détestable que le monde ait porté; infine il romanzo breve Saint Judas-de-la-Nuit, in cui compare il «Grimoire Stein», libro maledetto risalente al XV° secolo, conservato alla Biblioteca Bodleiana di Oxford: insomma il Necronomicon secondo Jean Ray. Mi fermo qui: l’elenco risulterebbe troppo lungo e priverebbe il lettore del gusto della scoperta.

Degno conterraneo dei torbidi simbolisti belgi – come Fernand Khnopff, Jean Delville, Félicien Rops – e dei loro altrettanto tortuosi successori surrealisti – come Paul Delvaux e René Magritte – prezioso depositario in letteratura di una tradizione principalmente figurativa, Jean Ray ancora si erge come un gigante solitario sul lato oscuro dell’immaginazione europea: ricordiamoci di lui.

Ricapitolando la bibliografia italiana di Jean Ray…

25 racconti neri e fantastici (Baldini & Castoldi, 1963) 
Malpertuis (Sugar, 1966)
Malpertuis (Horror 7, Mondadori, 1990)

Malpertuis – Urania Horror (supplemento al n. 1637) 2016
La casa stregata di Fulham Road e altri orrori, La Biblioteca di Profondo Rosso n. 12, 2007
Il Gran Notturno, Edizioni Hypnos, 2011
I racconti del Whisky, Edizioni Hypnos, 2013

«Nudo con un pugnale» (Racconto breve, «Nude with a Dagger», 1934), in Il marziano e il vampiro: Il Meglio di Weird Tales 19, Fanucci Editore, 1989
«Faccia di luna» (Racconto breve, «Têtes-de-Lune»), in L’Eternauta 83, Comic Art, 1990

1 Riprendo queste informazioni dalla completissima bibliografia contenuta in Jean Ray: L’archange fantastique,di Jean-Baptiste Baronian e Francoise Levie – Paris, Librairie des Champs-Elysées, 1981, pp. 58-61.

Intervista a Thomas Owen inclusa in Les Dossiers de Phenix: Jean Ray/John Flanders, a cura di Murielle Briot – Bruxelles, Claude Lefrancq Editeur, 1995, pp. 25-25.

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Rotoleranno teste!

Alexandre Dumas, I Mille e un Fantasma, Robin Edizioni, pp. 275, euro 16,00 stampa

recensisce WALTER CATALANO

Pubblicato in due tomi nel 1849 (insieme all’altro grande classico che il creatore dei Tre Moschettieri e del Conte di Montecristo dedica al soprannaturale, La Femme au collier de velours), la silloge di ghost-stories dumasiane Les Mille et Un Fantomes, citando esplicitamente Le mille e una notte già reso famoso nel ‘700 nella traduzione francese di Antoine Galland, va a situarsi degnamente nel numero delle compilazioni romantiche di storie di spettri, demoni e vampiri, a fianco della celeberrima Fantasmagoriana (1816), tradotta dal tedesco da Jean-Baptiste Benoit Eyriés (la cui lettura, come tutti sanno, ispirò il gioco letterario di Villa Deodati tra Mary Shelley, Lord Byron, e William Polidori, che portò alla stesura del Frankenstein e del The Vampire) e delle altre successive e meno famose come la Spectriana di J.P.R. Cuisin (1817), la Démoniana di Gabrielle de Paban (1820) e l’Infernaliana (1822) di Charles Nodier (non a caso quest’ultimo sarà scelto da Dumas come narratore, insieme a E.T.A. Hoffmann che ne sarà protagonista, del romanzo che accompagnava la raccolta, La donna dal collier di velluto).

L’ottima collana Biblioteca del Vascello della Robin Edizioni ha pubblicato una pregevole edizione – impreziosita da una lunga e dettagliata introduzione di Marco Catucci, ricca di illustrazioni – che, escludendo il già noto romanzo, permette di fruire nella loro completezza di queste storie raccapriccianti incastonate in una cornice apparentemente bonaria e rassicurante. Lo stesso Dumas in prima persona, deluso dalle esperienze del 1848, si ritrae più giovane di 18 anni, nel 1831, durante una battuta di caccia a Fontenay-aux-Roses, mentre si allontana dal gruppo dei compagni cacciatori ed è casualmente testimone di un uxoricidio per decapitazione (con risvolti ovviamente soprannaturali), firma la propria testimonianza di fronte alle autorità alle quali l’assassino, terrorizzato, spontaneamente si consegna, ed è poi invitato dal sindaco della cittadina, Monsieur Ledru – personaggio realmente esistito, ma che si chiamava Jacques Philippe e non Jean-Pierre, come puntualizza Catucci – nella sua casa, un tempo dimora estiva dello scrittore Paul Scarron – anche questa assolutamente reale – dove un’allegra e bizzarra compagnia composta da Alexandre Lenoir (altro personaggio storico fondatore del Museo dei Monumenti francesi), dall’occultista Jean-Baptiste Aliette (detto Etteilla), da una dama polacca e da un abate martinista, si intrattiene fino alla mezzanotte narrando storie terrorizzanti di decapitati, spettri, demoni e vampiri.

I brogliacci da cui Dumas trasse i suoi racconti del terrore gli furono forniti – come di nuovo precisa un’ulteriore postfazione di Catucci – da Paul Lacroix (1806-1884), detto le bibliophile Jacob, erudito, bibliofilo e poligrafo, amico e collaboratore di Dumas per vari romanzi (ma la collaborazione si interruppe perché Dumas era sempre in ritardo coi pagamenti…). Le storie più interessanti che il bibliophile trasmette al romanziere – come anche la trama de La Donna dal collier di velluto, che Lacroix passò a Dumas mutuandola dalla rielaborazione del breve racconto «The Adventure of a German Student» di Washington Irving – hanno tutte a che vedere con le teste tagliate, con i ghigliottinati del Terrore, e i conseguenti esperimenti galvanici sui corpi dei giustiziati attribuiti nella finzione letteraria al figlio del realmente esistito Nicolas Philippe Ledru, detto Comus, seguace di Galvani.

Ledru figlio però, a differenza del padre, utilizzerà l’elettricità non per trattare l’epilessia e la catalessi, ma, emulo del nipote di Galvani, Giovanni Aldini, per verificare la persistenza della coscienza nei cadaveri dei condannati con l’obbiettivo filantropico di far abolire la pena di morte. Gli esperimenti nel cimitero di Climart nel 1793, in pieno Terrore, ricordano il Frankenstein, e all’inquietante domanda su quanto tempo persista la coscienza in una testa tagliata, risponderà l’episodio – dato per vero – della decapitazione della bella Charlotte Corday, l’assassina di Marat, la cui testa mozza, schiaffeggiata per spregio dall’assistente del boia, arrossisce d’indignazione impotente.

Si vede che lei non guarda nel paniere quando sono là tutti insieme [commenterà il vice boia rivolto al dubbioso Ledru] che non li vede torcere gli occhi e digrignare i denti, ancora cinque minuti dopo l’esecuzione. Siamo obbligati a cambiare paniere ogni tre mesi, tanto ne devastano il fondo coi denti. C’è una quantità di teste di aristocratici, veda lei, che non vogliono decidersi a morire, e non sarei stupito che un giorno qualcuna di queste si mettesse a gridare : Viva il re!

Qualunque cosa Dumas racconti, il suo abbandono al gusto dell’affabulazione è sempre totale, incondizionato: che siano romanzi storici, feuilleton, storie soprannaturali o perfino le ricette gastronomiche del monumentale Grand dictionnaire de cuisine (provare a leggerlo per credere…) che redasse nel 1869, ultima delle sue opere – il piacere della lettura è assoluto.

http://www.robinedizioni.it/

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Tace Zarathustra

Gerard Russell, Regni dimenticati. Viaggio nelle religioni minacciate del Medio Oriente, Adelphi, pp. 385, € 25,00 stampa

recensisce WALTER CATALANO

La stretta di mano, la forma di saluto più diffusa in Occidente, ci deriva dai legionari romani che avevano combattuto vittoriosamente nell’attuale Turchia meridionale nel I secolo d.C., divenendo seguaci del culto di Mitra: il gesto si diffuse con il mitraismo prima che questo venisse spodestato dal cristianesimo come religione predominante nell’Impero, ma gli sopravvisse. A loro volta gli adepti di Mitra avevano ripreso il rito dai ben più antichi Yazidi, detti volgarmente «Adoratori del diavolo» perché credono in Taus Malek, l’angelo ribelle che, per essersi pentito della ribellione, è stato liberato dall’inferno da Dio per affidargli il governo del mondo. Un rituale che gli Yazidi chiamavano ‘Fratellanza nell’aldilà’ e celebravano stringendo fra le mani la terra inumidita della loro città sacra di Lalish, nell’Iraq settentrionale.

Furono invece gli Zoroastriani della Persia a introdurre la morale nella religione, considerata come partecipazione al dramma cosmico di lotta fra Ahura Mazda e Angra Mainyu, eterni principi rispettivamente della luce e delle tenebre: il Paradiso e l’Inferno che attendono i seguaci dell’uno e dell’altro divennero prospettive ultramondane accettate universalmente, mentre ab antiquo nell’Ade omerico o nello Sheol del Pentateuco, il destino delle ombre non veniva differenziato: così Nietzsche farà tornare Zarathustra ad abolire la legge morale che aveva creato, e Richard Strauss farà rivivere per sempre nelle sale da concerto di tutto il mondo un profeta perduto.

Non dimentichiamo poi i Mandei asserragliati da sempre nelle paludi dell’Iraq: praticavano il battesimo nel fiume Tigri, molto prima di Giovanni Battista, che considerano un profeta più grande di Gesù; a loro s’ispirò Mani – che però non condivideva questa predilezione – fondatore del manicheismo, altra religione che rischiò di conquistare l’Impero romano. I riti e gli incantesimi mandei, il culto delle stelle e dei pianeti visti come esseri soprannaturali e semidivini, i numeri sacri sette e dodici, gli oroscopi, la lingua – l’aramaico – la simbologia animale dei loro amuleti, derivano direttamente da Uruk e da Babilonia e, lungo gli abissi del tempo, giungono fino a noi.

Che dire poi dei Drusi del Libano e della Siria, eredi della tradizione segreta dei successori di Pitagora, divenuti ormai monoteisti che credono dall’unico Dio siano emanati cinque esseri celesti, la Mente universale, l’Anima universale, il Verbo, il Precedente e il Seguente, che si sono manifestati in forma umana in Mosè e Aronne, Gesù e i suoi apostoli, Platone, Aristotele e Pitagora, e poi Maometto e i suoi compagni; o dei Samaritani della Palestina, rivali e nemici degli ebrei, da loro definiti giudei seguaci di Davide, mentre definiscono sé stessi israeliti, custodi della tradizione biblica originaria e discendenti delle dieci tribù perdute dopo l’esilio di Babilonia; o i Copti dell’Egitto, sotto certi aspetti residui del culto monoteista di Akhenaton in veste cristiana (con Amen per Amon e San Giorgio che infilza il drago come Horus infilzava l’ippopotamo…); o infine i Kalasha del Kafiristan e del Kashmir, dai capelli biondi e dagli occhi azzurri come i soldati di Alessandro Magno, che – quasi ad immagine della famosa novella di Kipling – aspettano forse ancora il ritorno di Sikandar.

Tutte queste affascinanti meraviglie e molte altre riguardanti le minoranze religiose medio orientali che praticano credenze ancestrali, talvolta sepolte o dissimulate, rischiano, dopo millenni di sopravvivenza, la scomparsa o la dispersione a causa degli eventi sempre più tragici e violenti dell’attualità – la guerra del Golfo; la rivoluzione khomeinista; la repressione dell’Intifada palestinese; la guerra civile libanese; l’invasione dell’Iraq e dell’Afghanistan, le azioni dei Fratelli Mussulmani in Egitto, il cosiddetto Califfato islamico o Daesh, ecc. Questo libro affascinante ripercorre le tortuose traiettorie che collegano i regni dimenticati di mondi arcaici e anacronistici alle origini della nostra civiltà, al caos di distruzione e guerra totale che da decenni insanguina il Medio Oriente e l’Asia Minore.

Gerald Russell, diplomatico britannico che ha vissuto e girovagato tra Il Cairo, Gerusalemme, Baghdad, Kabul e Gedda ed è stato portavoce del governo di Londra per i canali d’informazione in lingua araba, ha impiegato quattro anni per indagare questa quasi inafferrabile realtà sommersa: a parte i cristiani Copti egiziani, che ammontano a 4 milioni e mezzo secondo i loro connazionali musulmani e a più di 8 secondo loro stessi, i Drusi sarebbero un milione, sparsi fra Libano, Siria, Giordania e Israele; gli Yazidi, dopo 72 persecuzioni nel corso della loro storia, 73 con quella condotta dall’Isis nel 2014, sono forse mezzo milione contando la diaspora in Europa; gli Zoroastriani 100 mila in tutto il mondo e solo 5 mila nell’Iran dove un tempo erano la religione dominante; i Kalasha del Pakistan sono ridotti a 4 mila dopo le campagne dei musulmani per convertirli e i Samaritani addirittura a meno di 800.

Ma il destino di questi culti, origine e modello nel bene e nel male di gran parte di quelli successivi divenuti maggioritari, sarebbe stato molto diverso – secondo Russell – se il cristianesimo non fosse divenuto religione di Stato dell’Impero inducendo le autorità di Roma ad estirpare tutte le fedi rivali: per cui l’intolleranza del passato si specchia abissalmente in quella del presente.

http://www.adelphi.it

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La donna radioattiva

Alice Milani, Marie Curie, Becco Giallo, pg. 215, €22,00 stampa, euro 3,99 ebook

recensisce WALTER CATALANO

La letteratura disegnata, come diceva Hugo Pratt, marca da tempo la propria centralità nel formare ed espandere il nostro immaginario, accanto e forse oltre ai media audiovisivi: l’universo iconico prolunga e approfondisce, stravolge e reinventa l’universo verbale; ne ricompone anche forme, generi e sottogeneri. Il Poema a fumetti del pionieristico Dino Buzzati; il romanzo a fumetti, ormai lunga tradizione consolidata (Una ballata del mare salato di Pratt, è stato il primo? Probabilmente no, ma ci piace immaginarlo come originario graphic novel…); la saggistica a fumetti e l’inchiesta sul campo (mi viene in mente, che so, Gaza 1956 di Joe Sacco, o, perché no, Kobane Calling di Zerocalcare); e infine, particolarmente fortunata, la biografia a fumetti.

Nelle ultime settimane ne ho lette almeno tre di veramente straordinarie: quella di Syd Barrett, Jugband Blues, di Matteo Regattin; quella scoperta per caso l’altra settimana a Barcellona, Cortàzar di Jesús Marchamalo e Marc Torices, una splendida prospettiva sulla vita del grande scrittore argentino che difficilmente sarà mai tradotta in italiano; e infine, forse la mia preferita, Marie Curie di Alice Milani.

Al di là del grande valore artistico delle immagini e dell’uso affascinante del colore, che immerge letteralmente nell’atmosfera visiva della pittura coeva ai fatti narrati, l’autrice – donna che scrive e disegna di una donna, e che donna – nell’individuazione di circostanze, personaggi e situazioni, svolge un immenso lavoro di divulgazione scientifica e di sociologia storica. La storia della scienza e quella personale (e faticosa) s’intersecano e si compenetrano, talvolta confliggono: chi nel proprio paese, in quanto persona di sesso femminile, non sarebbe stata nemmeno ammessa agli studi superiori, giunge ad essere insignita due volte del premio Nobel, per la chimica e per la fisica. La pioniera della sperimentazione sulla radioattività si trasforma così anche in pioniera dell’emancipazione femminile, sperimentatrice di stili, modi, possibilità che sconvolgono i benpensanti dell’epoca: la ricerca scientifica diventa necessariamente anche ricerca esistenziale.

Madame Marie Curie è Maria Skłodowska, orgogliosamente polacca naturalizzata francese, orgogliosamente scienziata e orgogliosamente donna. Il marito Pierre è un rispettato compagno di studi e di vita ma non le fa ombra, come preferirebbe l’intelligencija accademica: anche dopo la tragica scomparsa di lui, Maria proseguirà liberamente il suo percorso scientifico e sentimentale, avendo relazioni che faranno anche scandalo.

Maria è, per fortuna, una donna di carne, non una pura ipostasi intellettuale o, peggio, un’icona buona solo per la postrema mummificazione mediatica (come Rita Levi Montalcini o Madre Teresa di Calcutta). E proprio nella carne sarà fatalmente colpita da quelle radiazioni che per tutta la vita aveva assorbito: unica donna sepolta al Pantheon parigino, la sua bara è stata avvolta in un sudario di piombo – particolare questo che il fumetto omette – e anche tutti i suoi appunti e gli oggetti rimasti sono conservati in apposite scatole piombate: chiunque voglia consultarli deve indossare abiti di protezione. Era destino che Maria dovesse continuare a irradiare energia, splendida e micidiale, se non maneggiata con cura.

Con in testa l’eco di una vecchia canzone dei Kraftwerk (Radio activity, is in the air for you and me. Radio activity, discovered by Madame Curie…), chiudiamo il volume, anch’esso saturo di colori luminosi e radianti, con la piena consapevolezza di quanto il personaggio descritto sia stato e continui ad essere dirompente e, non solo in metafora, “radioattivo”. Un buon motivo questo, per augurarci che libri così – in molti sensi – educativi, vengano adottati da professori intelligenti come testi obbligatori nelle scuole.

http://main.beccogiallo.net/

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Apocalisse intimista

Gipi, La terra dei figli, Coconino Press/Fandango, pp. 150, € 19,50 stampa

recensisce WALTER CATALANO

Gipi, al secolo Gian Alfonso Pacinotti, non ha ormai bisogno di alcuna presentazione. Più di una decina di libri alle spalle; un paio di film; una candidatura di finalista al Premio Strega nel 2014 che mise in imbarazzo i tutori del sacro ordine delle Patrie Lettere, rischiando di costringerli a conferire un premio letterario a un graphic novel; una serie di video esilaranti e intelligenti – da lui prodotti, diretti e interpretati – reperibili sul web; e chissà quante altre cose ancora. Al Centre Belge de la Bande Dessinée di Bruxelles – il maggiore museo del fumetto in Europa – l’estate scorsa c’erano due interi saloni dedicati solo a lui. Un fuoriclasse dunque.

Ma, come avesse dovuto correre con un cavallo troppo favorito all’ippodromo, per questa sua ultima opera del 2016 Gipi ha preferito fare l’handicapper di sé stesso, precludendosi volutamente due degli elementi principali della sua fortuna, per sfidare critica e pubblico su un terreno a lui nuovo. I meravigliosi acquerelli, i colori sfumati, che hanno caratterizzato tutte le sue opere precedenti (esclusa una parte di LMVDM: La mia vita disegnata male, del 2008, che come da titolo doveva essere, per l’appunto, «disegnata male»… si fa per dire) vengono abbandonati per essere sostituiti dal tratto sobrio di un plumbeo ed espressionistico bianco e nero.

Soprattutto però, ancor più che stilistica, l’innovazione è tematica: niente più autobiografismi, ma una storia inventata, un racconto vero e proprio, agito da personaggi immaginari che non avessero proprio nulla in comune con lui, Gipi, che già ci aveva squadernato con delicatezza e profondità le questioni private della sua gioventù punk, dell’eterno languore della vita in provincia, del tortuoso e amorevole rapporto col padre, dell’eredità di memorie familiari, tristi e preziose, legate alla guerra, e perfino dei suoi problemi erettili.

Questa volta invece il fumettaro pisano ci proietta in uno scenario molto lontano nel tempo e nello spazio, un contesto che nelle mani di un autore meno attento, emotivo e intenso di lui avrebbe rischiato probabilmente di risultare scontato. La fantascienza post-apocalittica, per quanto suggestiva possa essere, è di sicuro un tema abusato: se avete visto, tanto per fare un esempio recente, Mad Max: Fury Road di George Miller – che, detto per inciso, per me è un capolavoro nel suo genere – capite cosa intendo. Bene. Gipi, saggiamente, si è tenuto lontano mille miglia da tutti – o quasi – gli immaginabili stereotipi del filone o li ha utilizzati decentrandoli, aggirandoli, spiazzandoli, stilizzandoli in una prospettiva ellittica che li ridefinisce completamente.

La fenomenologia descritta è tutta interiore, gli aspetti esterni – sui quali normalmente la cosiddetta fantascienza dovrebbe focalizzarsi – sono ridotti al minimo: non sappiamo esattamente cosa ha portato il mondo alla fine e non vediamo neanche molto della devastazione esteriore avvenuta (se non specchiata nelle relazioni, nei caratteri e nell’aspetto dei personaggi). Tutto si svolge su un lago dalle acque infide e velenose, sulle sue rive, in capanni o palafitte fatte di travi e legname di riporto, su barche, in mezzo a canne e paludi. Non so se Gipi lo abbia mai visto, ma a me questo scenario lacustre così desolato ricorda un capolavoro della cinematografia giapponese girato da Kaneto Shindō nel 1964, Onibaba: la storia è completamente diversa ma gli elementi figurativi sono fascinosamente simili. Anche lì, nel Giappone feudale descritto dal film, come tra i sopravvissuti del futuro cataclisma di Gipi, l’innocenza e la violenza coesistono, si alternano, s’invertono e si scambiano.

La terra dei figli torna a parlare soprattutto di sentimenti e di rapporti umani, autobiografismo o no l’autore – per fortuna – non si smentisce. Un padre (che ha il volto di Gipi stesso); due figli, cresciuti alla penuria e alla necessità; il diario in cui il padre continua ad annotare i suoi pensieri, ma che è incomprensibile per chi, come i figli, non ha potuto imparare a leggere dopo la fine della civiltà (per ben dieci pagine – mentre uno dei ragazzi sfoglia invano il quaderno, cerchiamo anche noi, senza trovarlo, un senso fra caratteri incomprensibili e vediamo attraverso occhi analfabetizzati); e, a sovrastare tutto, l’incombente fantasma del passato con tutto ciò che è morto e porta alla morte – il mondo dei barbari cannibali che parlano come idioti echeggiando ancora il gergo del web, fatto di giga di fiko di like (scritto làic), ecc. – e la prona accettazione di un presente efferato.

I ragazzi compiranno la loro scelta, come farà il personaggio del Boia, rifiutando finalmente il suo ingrato ruolo: la vita non può essere solo spietata lotta per la sopravvivenza, ma anche sacrificio, lacuna che faticosamente si riempie, vicinanza ai propri simili, sentimento di unione e speranza. E’ questa l’unica eredità che vale la pena conservare: i ragazzi, ora cresciuti, lo scopriranno alla fine, cercando altri orizzonti spaziali ed emotivi. «Forse dall’altra parte del lago c’è gente a modo», concluderà la piccola schiava che uno dei due fratelli ha salvato, scoprendo forse l’amore e la compassione, e la Strega – scelta come surrogato di madre dall’altro – gli donerà l’unica lancinante carezza che il ragazzo abbia mai conosciuto. Un grande spazio bianco e vuoto chiude l’ultima inquadratura.

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