Tutti gli articoli di Walter Catalano

Romanzo esoterico vintage

Carlo H. De’ Medici, Gomòria, Cliquot, pp. 260, euro 20,00 stampa

recensisce WALTER CATALANO

Manoscritti ritrovati in umide cantine, storie ripescate in polverose riviste, opere mai tradotte riportate alla luce. Cliquot è la casa editrice del recupero dei classici mancati, delle belle opere dimenticate.

Basterebbe questa presentazione sul frontespizio del catalogo per farci già amare la piccola e ricercata casa editrice romana il cui nome rimanda a molti e dotti riferimenti, ma che, a un lettore nonché bevitore come me, evoca soprattutto – nonostante la leggera differenza ortografica – il Veuve Clicquot Ponsardin, uno dei più rinomati champagne. Stesso stile e raffinatezza dello champagne hanno infatti la scelta editoriale sofisticata e la grafica elegante dei volumi pubblicati da Cliquot.

Molte le collane, dedicate agli scacchi, ai fumetti, alla narrativa fantastica e ai generi; molti gli autori, scoperti o riscoperti, sull’onda del valore intrinseco e non certo dell’effetto mediatico: un nome per tutti, un genio del fantastico non abbastanza ricordato e celebrato quanto meriterebbe, Fritz Leiber – venerato dagli edotti ma ormai lontano dall’attenzione del lettore comune – cui Cliquot ha caparbiamente dedicato un bel volume antologico, La cosa marrone chiaro e altre storie dell’orrore, ed un dettagliato saggio in ebook, L’universo e Fritz Leiber di Federico Cenci (traduttore dei racconti leiberiani contenuti nell’antologia). Altri gioielli in catalogo sono i capolavori dimenticati della proto-fantascienza italiana, Alla conquista della Luna di Emilio Salgari e Gli esploratori dell’infinito di Yambo.

In quest’ottica pionieristica, indifferente alle mode e ai gusti di massa, si situa la riscoperta di un testo e di un autore affascinanti quanto ignoti. Carlo Hakim De’ Medici, il vero cognome dovrebbe essere Verstl Eichtaedt, nobile polacco, nato a Parigi nel 1887 – la data di morte, non è nota – vissuto in provincia, a Gradisca d’Isonzo; giornalista, scrittore e illustratore, dedito alla narrativa gotica e allo studio teorico e pratico delle scienze occulte; figura così feuilletonistica da far sospettare una pura invenzione letteraria o la burla di un contemporaneo sotto pseudonimo, se l’autenticità del personaggio non fosse confermata dallo stile d’epoca, difficilmente imitabile, della scrittura del romanzo e dal tratto inequivocabilmente decadente delle pregevolissime illustrazioni che lo accompagnano. Ma l’esistenza di De’ Medici viene attestata soprattutto dalla consultazione da parte di chi scrive, a scanso di equivoci, del catalogo della Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze, che conferma fedelmente l’esistenza dell’intera bibliografia citata nell’intrigantissima postfazione di Guido Andrea Pautasso: essa nomina, oltre a Gomòria del 1921, le Leggende friulane del 1924, I topi del cimitero del 1924, Nirvana d’amore del 1925, la traduzione uscita nel 1929 del sulfureo Là-bas di Joris-Karl Huysmans, più vari altri titoli di volumi presenti in biblioteca, compresi i “testi di occultismo ed esoterismo di difficilissima reperibilità”.

Appurata l’attendibilità delle scarne informazioni sull’autore, veniamo al romanzo. Un racconto magico, secondo la definizione dello scrittore, che, innestando la figura del dandy Fin de siècle su uno scenario gotico – il castello di Malanotte sperduto in una lugubre Maremma non ancora bonificata – e a tratti pre-surrealista, riunisce nel protagonista Gaetano Trevi di Montegufo, i tre archetipi cardinali del Decadentismo: l’Esteta, l’Inetto, e il Superuomo. Dell’Esteta Trevi reca in sé lo spleen e la reclusione nevrotica del Des Esseintes huysmansiano, l’aristocratico diabolismo luciferino del Dorian Gray di Wilde e l’erotismo degenerato dell’Andrea Sperelli dannunziano; dell’Inetto la dipendenza dall’etere, la megalomania insoddisfatta e l’inclinazione al capriccio e all’ossessione (pare che una copia del romanzo di De’ Medici appartenesse a Italo Svevo, che l’aveva annotata e sottolineata: un qualche parallelo con Zeno potrebbe non essere peregrino); del Superuomo infine, l’uso spregiudicato, “al di là del bene e del male”, di tutte le tecniche occulte – “amplessi lunari”, riti satanici contronatura, iniziazioni alchemiche – che possano conferire all’esangue aristocratico il ruolo demiurgico di Magus.

La storia procede per tòpoi – ma con gusto e vivacità. Trevi raccoglie dalla strada la zingarella Zimzerla per trasformarla in una femme fatale e, dopo averla sedotta, restituirla sadicamente alla strada da cui viene, ma la fanciulla – quasi come l’Alraune ideata dieci anni prima dal tedesco H.H. Ewers nell’omonimo romanzo che ricorda in parte questo, anche per il poderoso ricorso, data l’epoca assai disinibito, all’erotismo – non è quello che sembra. In lei si annida Gomòria, demone manifestato sotto apparenza femminile, secondo lo Pseudomonarchia Daemonum di Giovanni Wierus, grimorio del 1563. E si squaderna così un altro tòpos: la biblioteca del castello di Malanotte, ricca di testi ricercati e proibiti, grimoires e trattati di arti occulte, citati con dovizia di particolari, da quelli reali, come lo Pseudomonarchia, il De magia et maleficiis, il De diabolico delirii rimedio, ecc. fino agli pseudobiblia: con tre anni di anticipo sul Necronomicon lovecraftiano, De’ Medici ci propone Sathan di Cosimo Ruggieri, astrologo di Caterina De’ Medici, volume rilegato in “pelle di bimbo morto senza battesimo”.

La storia, secondo i canoni del soprannaturale stregonesco, procede verso un finale faustiano (nel senso di Goethe, più che di Marlowe): come spiega Pautasso, “un’opera iniziatica, con l’autore che, distillando conoscenze segrete e pratiche magiche, presenta il suo Mistero nella speranza di esercitare sui lettori una speciale rivelazione”. Il testo si situerebbe dunque, secondo il curatore, nella scia di quei romanzi fantastici dalle intenzioni esoteriche, come quelli dell’austriaco Gustav Meyrink – Il Golem, L’angelo della finestra d’Occidente, Il volto verde, ecc. – quelli dei francesi affiliati all’Ordine Cabalistico della Rosa-Croce, come Joséphin Péladan, o quelli degli autori inglesi legati all’Ordine Ermetico dell’Alba Dorata, come Arthur Machen, Algernon Blackwood o (mancava solo lui…) Aleister Crowley in persona.

Noi però ci accontentiamo della godibilità tardo-decadente e orrorifica del romanzo e, senza cercare arcani segreti, preferiamo perderci a contemplare la torbida bellezza delle immagini liberty, opera dello stesso De’ Medici, che corredano il volume (segnalibro compreso): visioni degne dei grandi dell’illustrazione fantastica europea come Alberto Martini o Alfred Kubin.

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Intervista con Valerio Evangelisti

di WALTER CATALANO

Il fantasma di Eymerich sembra volersi riconnettere con più decisione di altri romanzi recenti del ciclo, alle origini del personaggio: la teoria cosmologica dell’Alfa e dell’Omega alla base della trama si attiene anche alla saga stessa dell’Inquisitore. Il primo romanzo e l’ultimo si ricongiungono: ricompare l’astronave Malpertuis che – così hai detto in varie interviste – aggiungesti come elemento fantascientifico perché Nicholas Eymerich, Inquisitore – la prima avventura della serie – potesse partecipare al Premio Urania nel lontano 1993, dando origine al successo che tutti conosciamo. Da cosa è nata quest’idea quasi metanarrativa: si è trattato di un filo rosso emerso casualmente durante la scrittura e che poi hai deciso di seguire, o era tutto preordinato fin dall’inizio ?

Non era interamente preordinato, ma è emerso gradualmente. Direi che l’origine è stata il racconto Venom, compreso in Metallo urlante. Lì, per la prima volta, Eymerich appare come una sorta di demiurgo, capace di dominare le epoche. Da quel momento ho cercato di collegare, per fili sottili, un romanzo all’altro, in vista di un fine che ancora non mi era chiaro. Alcuni legami li ho poi tralasciati, altri li ho sviluppati. Il disegno ultimo è emerso di conseguenza: una specie di cosmogonia terrificante, fondata su una concezione autoritaria e fanatica. Quasi la stessa dell’Antico Testamento, se vogliamo, con in più un riavvolgersi del tempo. Al centro, come nello gnosticismo, una mente crudele.

Il bel saggio Nicolas Eymerich: il lettore e l’immaginario in Valerio Evangelisti, appena pubblicato da Odoya, che Alberto Sebastiani ti ha dedicato, sembra riconsiderare tutta la tua opera letteraria in un unità compatta – “One Big Novel”, come scrive lui parafrasando uno dei tuoi titoli – che collegherebbe in un solo rivolo creativo i sette cicli, apparentemente separati, in cui finora si è articolata: il ciclo di Eymerich; il ciclo del Metallo; il ciclo di Nostradamus; il ciclo Americano; il ciclo Messicano; il ciclo dei Pirati; più la Trilogia Sociale. Ti riconosci in questa visione d’insieme o è solo un’affascinante interpretazione critica che scavalca le stesse intenzioni dell’autore ? Se una volontà unitaria era consapevole fin dall’inizio la potenza demiurgica di Eymerich a maggior ragione sarebbe un riflesso di quella del suo creatore: come ti vedi nel ruolo del Demiurgo?

Sebastiani ha saputo cogliere nessi che a volte erano sfuggiti anche a me, nel senso che alcune scelte erano consapevoli, altre meno. Terrei fuori da questo i tre volumi de Il sole dell’avvenire, che nascevano con altri intenti. In quel caso, l’universo non è certamente quello di Eymerich. Invece Magus è sicuramente un abbozzo del disegno che intendevo sviluppare, anche se poi è risultato un po’ diverso. Quanto al ruolo del demiurgo, credo che sia proprio di ogni autore in rapporto alla sua opera.

Veniamo all’Inquisitore. In questo romanzo, come nel precedente Eymerich risorge, lo vediamo ormai alle soglie della vecchiaia, talvolta malfermo sulle gambe, più vulnerabile nel corpo e soprattutto nella mente: certi prodigi inspiegabili come l’apparizione fantomatica del proprio doppio fanno vacillare il suo coraggio e i begli occhi di Caterina di Svezia mettono in grave crisi la sua imperturbabilità. Anche nei rapporti con il prossimo appare più riflessivo e meno intransigente, ha ormai un fido gruppo di sodali per i quali, se non affetto, mostra almeno aperta simpatia – Padre Jacinto, Gombau, Berjavel – e le sue azioni e decisioni, per quanto resti sempre aspro e se occorre spietato, non si confanno più alla nuda crudeltà di San Malvagio. Diceva il poeta W.B. Yeats: “Men improve with the years”. Questo vale anche per Padre Nicolas?

C’è stata indubbiamente un’evoluzione del personaggio. Come avrei potuto condurlo per dodici avventure, a volte distanti anni, senza che in lui cambiasse nulla? D’altra parte, ciò ha coinciso con una mia trasformazione personale. Se, quando iniziai a scrivere il ciclo, Eymerich poteva in qualche misura somigliarmi (in peggio, molto in peggio), in seguito io sono diventato meno asociale, e lui di conseguenza. Inoltre, l’avanzare degli anni mi ha fatto conoscere i problemi dell’età avanzata. Anche questo ho proiettato sul mio personaggio (stavolta in meglio, ahimè). A ben vedere, una parte del ciclo di Eymerich è una mia autobiografia distorta.

Il romanzo precedente era, se così possiamo dire, on the road – costruito sul movimento, sugli spostamenti continui da un luogo all’altro – questo invece ha uno scenario statico, ed estremamente efficace: la Roma medievale in totale decadenza. Le metafore che rimandano all’attualità appaiono evidenti: una città ingovernabile e irredimibile, condannata alla corruzione e al malaffare ab origine, in cui le bande criminali e i potentati collusi si contendono lo sfruttamento avido delle risorse e il popolo assiste impotente al proprio sfruttamento schierandosi ciecamente con il mestatore più convincente nel fare appello ai suoi istinti peggiori per meglio manipolarlo. La soluzione drastica che Eymerich auspicherebbe fallisce e perfino lui rinuncia ed è costretto a ritirarsi con sollievo (“Sono stanco dell’Italia” – dice in un punto). Questo scacco finale del Magister riflette in qualche modo il tuo pessimismo verso la situazione politica attuale ?

Certamente è difficile essere ottimisti, di questi tempi. Va tuttavia tenuto presente che, quando la capacità di sopportazione varca un certo limite, subentra una reazione. Mi ha confortato l’esplosione improvvisa della Francia col movimento dei gilets jaunes (con tutte le ambiguità del caso). Forse, se avessi concluso oggi il mio romanzo, qualche lembo di speranza lo avrei lasciato. O forse no, perché un sano pessimismo serve da ammonimento.

Particolarmente intrigante è la ricostruzione dettagliata delle fasi finali dello Scisma d’Occidente, della lotta fra Avignone e Roma e fra Papa e Antipapa. I nomi dei personaggi e le descrizioni degli avvenimenti sono molto precisi e circostanziati; come sempre nei tuoi libri, una corposa bibliografia compare in appendice. Puoi precisarci meglio quanto dello scenario e dei personaggi principali è fattuale e quanto immaginario? Mitra a parte, c’erano davvero culti neopagani e oscure macchinazioni eretiche a mescolarsi con le manovre politiche delle varie fazioni ?

Mitra l’ho inserito io, dopo la visione di un documentario in cui si vedeva una sua raffigurazione conservata nei sotterranei vaticani. La sussistenza di culti pagani nel cuore della Chiesa è denunciata da vari secoli. Ma quella è, per quanto mi riguarda, invenzione letteraria, Invece, la dinamica dello scisma è documentata con un certo rigore, sulla base di testi spesso dimenticati. Sono molto pignolo in queste cose. Voglio che i lettori abbiano fiducia nelle mie ricostruzioni. Ne gode anche il racconto fittizio costruitovi sopra.

Un elemento che era sempre stato presente nei tuoi romanzi ma più in sordina, mentre in questo emerge in modo saliente, è una fortissima ironia che diventa in certi casi sarcasmo, in altri aperta comicità: la figura di Caterina da Siena, per esempio, è decisamente comica – quasi una macchietta come il Fra’ Zenone de L’Armata Brancaleone – i dialoghi toscaneggiano mentre lei chiama “babbino” il Magister e vuole fargli baciare il prepuzio invisibile di Gesù Cristo al suo dito, così come da commedia sono i tentativi spesso inefficaci dell’Inquisitore di sfuggire alle sgradevoli attenzioni della santa. Io trovo questi intervalli comici estremamente riusciti, ben dosati e del tutto funzionali alla struttura compatta dell’insieme, ma qualche estimatore dell’Eymerich prima maniera, più rigido e severo, potrebbe forse trovare da ridire. Era una intenzione consapevole (e forse un rischio calcolato) o ti sei lasciato prendere dal puro piacere di dipingere un personaggio come ti appariva alla mente?

Era un’intenzione consapevole. Prendiamo un film che si svolga tutto nell’oscurità: alla fine stanca. Così possono stancare i toni da tragedia troppo insistiti. Ho preferito variare ogni tanto i registri, senza esagerare. Memore del fatto che, in pagine drammatiche come quelle sulla peste ne I promessi sposi, i dialoghi tra Renzo e i monatti rasentano a volte la comicità, senza che questo indebolisca per nulla lo scenario tragico. Al contrario, lo rafforza.

Ad un passo dal comico è anche, come sempre, Frullifer, lo scienziato geniale ma eternamente perdente. Povero Frullifer, anche questa volta nonostante il successo delle sue invenzioni, sarà infelice: usato dai suoi finanziatori e umiliato nel suo impossibile amore. Perché infierisci sempre contro questo personaggio? Cosa rappresenta esattamente per te?

Un americano “umano” (forse fin troppo), ben lontano dai modelli superomistici con cui gli statunitensi spesso dipingono se stessi, scienziati inclusi.

Nel finale vediamo Padre Nicolas e Jacinto Corona fuggire da Napoli sotto assedio per salpare con la stessa nave dell’inizio verso il luogo dove la vicenda è cominciata (di nuovo Alfa e Omega), a Minorca: un cliffhanger che prelude ad un probabile proseguimento dell’avventura. Qualcosa mi dice che sentiremo ancora parlare di Mitra e del culto del Toro, e che un vecchio nemico del Magister dovrebbe avere ottime ragioni di preoccuparsi. Mi sbaglio?

Temo di sì. Non a caso il dodicesimo romanzo si chiude dove cominciava il primo, come il serpente ouroboros. Considero il ciclo completato, e non ne vedo possibili sviluppi ulteriori. Inoltre vorrei dedicarmi ad altro. Non sono stanco di Eymerich, ma vorrei godermi la soddisfazione di chi ha portato a termine un’opera notevole, e si gode la gioia del lavoro ben fatto.

Di Valerio Evangelisti PULP Libri ha anche recensito Eymerich Risorge e Il fantasma di Eymerich.

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Frankensteiniana

Viaggio attorno alla Creatura di Viktor Frankenstein (e Mary Wollstonecraft Shelley)

di WALTER CATALANO

Frankenstein ha 200 anni, anche se non li dimostra. Il capolavoro di Mary Shelley, teen-ager ribelle e super vixen letteraria ante litteram, pubblicato in prima edizione anonima dalla londinese Lackington, Hughes, Harding, Mavor, & Jones il primo gennaio del 1818, rappresenta l’ultimo dei romanzi gotici pre- e protoromantici (già preludendo ad un diverso tipo di terrori, come di lì a poco avrebbe puntualizzato Edgar Allan Poe, non “della Germania ma dell’anima”), e il primo di un nuovo tipo di immaginario, cresciuto con la Rivoluzione industriale, che nel giro di pochi lustri si sarebbe definito Science-Fiction. Victor Frankenstein, il Prometeo moderno, e il suo Doppelgänger, la sfortunata creatura assemblata con pezzi di carne morta e animata con un procedimento poco chiaro che rimanda agli esperimenti elettrici praticati sui cadaveri da Giovanni Aldini, nipote di Luigi Galvani, hanno segnato profondamente l’immaginazione moderna e si sono perpetuati e rinnovati passando, in un flusso continuo, inarrestabile e fecondo, dalla letteratura ai mass media, cinema e fumetto per primi. Quest’anno di celebrazione e ricorrenza ha prodotto anche in Italia un florilegio di pubblicazioni – riedizioni, saggi, biografie – di estremo interesse per chi voglia avvicinarsi per la prima volta a questo grande classico o, già conoscendolo, voglia approfondire e vagliare nei minimi dettagli il testo e lo scenario storico e psicologico che lo hanno prodotto. Cerchiamo qui di tracciare un breve percorso orientativo fra i volumi a nostro giudizio più recenti e cospicui.

Il giudizioso lettore inizierà necessariamente il tragitto soffermandosi da principio sulla figura affascinante e straordinariamente moderna di Mary Wollstonecraft Godwin Shelley, con l’approfondita biografia La ragazza che scrisse Frankenstein: Vita di Mary Shelley, scritta dalla nota poetessa britannica Fiona Sampson e pubblicato da UTET nel settembre del 2018. Un volume curatissimo nella forma e nella sostanza che restituisce in pieno lo spirito dell’epoca e la natura libera e anticonformista di una fanciulla privilegiata, nata e cresciuta in seno al fior fiore dell’intellettualità più illuminata d’Inghilterra: il filosofo William Godwin, anticipatore del pensiero anarchico e comunista, e la scrittrice protofemminista Mary Wollstonecraft. Loro figlia, da bambina, sarà cullata sulle ginocchia di Samuel Taylor Coleridge o di Heinrich Füssli.

La natura rivoluzionaria e scandalosa, almeno per l’epoca, della “coppia aperta” instaurata, appena sedicenne, con il marito Percy Bysshe Shelley, s’accompagna al sodalizio artistico ed esistenziale con il gruppo multiplo di sodali, amici, amanti, composto da Lord Byron, John William Polidori, la sorellastra Claire Clairmont durante l’anticonformistico e talora boccaccesco Grand Tour da cui sarebbero scaturite due delle figure orrifiche principali dell’immaginario moderno: la Creatura di Mary e il Vampiro di Polidori, che con Carmilla e Dracula, avrebbero inaugurato la multimedialità passando dalla letteratura al teatro al cinema al fumetto e alla cultura popolare. I tragici lutti, due figli e lo stesso marito Percy, annegato durante una tempesta sul Mar Ligure e arso su una pira al modo pagano sulla spiaggia di Viareggio, non prostreranno l’indomita Mary che resterà però per tutta la vita legata alla memoria del grande poeta romantico, di cui curerà l’edizione completa delle opere e porterà sempre con sé in uno scrigno il cuore mummificato; non si risposerà mai più, rifiutando le proposte d’illustri pretendenti, uomini politici, attori e letterati (tra cui Prosper Mérimée).

Il volume ci accompagna fino agli ultimi anni in cui Mary, ormai matura, cederà alle interessate lusinghe di due uomini molto più giovani di lei, Alexander Knox e Ferdinando Gatteschi, che la coinvolgeranno alternativamente in intrighi politici con i mazziniani della Giovine Italia, ricatti e complicazioni sentimentali e finanziarie. Mary morirà nel 1851, di “una malattia di lunga data al cervello, presumibilmente un tumore, nell’emisfero sinistro”.

Altro testo fondamentale per avere un inquadramento completo dell’universo shelleyano è Fuoco e carne di Prometeo: Incubi, galvanisti e Paradisi perduti nel Frankenstein di Mary Shelley, di Franco Pezzini – uno dei massimi esperti contemporanei di gotico e fantastico, che sta curando analoghi saggi enciclopedici su Edgar Allan Poe, in tre volumi, e sul Dracula di Bram Stoker – volume edito da Odoya alla fine del 2017 e riccamente illustrato com’è costume delle collane della casa editrice bolognese. Secondo lo stile tipico di Pezzini, il libro è un vero e proprio vademecum che sviscera, tra appassionanti capitoli e agili box, oltre ad un puntuale commentario quasi parola per parola dell’opera, una galassia di riferimenti tematici che spaziano da Luigi Galvani a Boris Karloff, da Paracelso a Caspar David Friedrich, dalla Hammer ai Penny Dreadful, dai Luddisti alle esplorazioni polari, all’eruzione del vulcano indonesiano Tambora, alla musica frankensteiniana, compresa fra Sylvie Vartan e i Metallica passando per il Rocky Horror Picture Show e Alice Cooper.

E veniamo ora alle riedizioni del classico. Come è ben noto l’edizione canonica, normalmente in circolazione è quella del 1831, revisionata e in parte riscritta dall’autrice. La ricorrenza è stata invece un’ottima occasione per riproporre la prima edizione, quella originale del 1818, pubblicata anonima a Londra in tre tomi; al volume licenziato da Neri Pozza preferiamo di gran lunga quello “sinottico” pubblicato da Lindau – tradotto da Sara Noto Goodwell e introdotto da un’interessante prefazione di Nicoletta Vallorani – che confrontando in parallelo la prima edizione, la diciottana, e la seconda, la trentunina, offre al lettore un panorama esauriente del laboratorio di scrittura di Mary Shelley e – un po’ come emerge nel confronto fra i manzoniani Fermo e Lucia e I Promessi sposi – ci presenta due opere simili e diverse, entrambe ugualmente valide e autosufficienti. Il libro, impreziosito da un’esauriente bibliografia, è molto curato anche esteticamente: rilegato in nero orlato di rosso, con un cuore stilizzato in copertina; ricorda piacevolmente i vecchi, amati tomi – oggi difficilmente reperibili – della collana Olimpo Nero di Sugar che, nei lontani anni ’60, introdussero il Gotico in Italia.

Un altro editore che molto si è occupato di Mary Shelley e del suo Frankenstein è Nova Delphi: fin dal 2011 aveva mandato in stampa La notte di Villa Diodati, volume in cui si celebrava il fatidico gioco letterario che animò le notti gelide e piovose della gaia combriccola di intellettuali sul lago di Ginevra, affiancando in una nuova traduzione i tre parti letterari che avrebbero dovuto concorrere per attribuirsi il merito della ghost-story più terrorizzante: il Frankenstein, Il Vampiro di Polidori e il frammento incompiuto prodotto da Byron, La sepoltura; Percy Shelley, ebbro di laudano, durante la residenza fu terrorizzato da allucinazioni in cui vedeva occhi apparire al posto dei capezzoli sui seni di Mary, ma purtroppo non partecipò all’agone. Tutto questo ci viene raccontato nella splendida introduzione da un altro vate del gotico italiano: Danilo Arona, motivo in più per procurarsi il libro.

Nel 2015 l’Editore aveva poi pubblicato la traduzione, a opera di Fabio Camilletti, di Fantasmagoriana, la classica raccolta di storie soprannaturali tedesche la cui lettura nella versione francese aveva appassionato gli Shelley e compagni, ispirandoli a cimentarsi nel genere che tanto aveva arricchito di brividi le loro già movimentate notti. Il 2018 di Nova Delphi celebra invece la ricorrenza con Villa Diodati Files: Il primo Frankenstein (1816-1817), che propone il testo ancora interpolato dagli interventi, in seguito tagliati o sostituiti da Mary, del marito Percy, che dovrebbe rappresentare il vero e proprio Ur-Frankenstein: ancora più interessante risulta il ricco apparato saggistico che con la prefazione di Franco Pezzini, l’introduzione di Danilo Arona, le note di Fabio Camilletti e la postfazione di Cecilia Muratori, espongono nei minimi dettagli, interpretazioni, curiosità e aneddoti sul mitico archetipo del mad doctor e sul concepimento del mostro più famoso della storia.

Se ci è concessa in chiusura una parentesi cinematografica, nell’immenso oceano della filmografia frankensteiniana, consiglieremmo di ripescare e vedere, o rivedere, i due primi classici Universal degli anni ’30, Frankenstein (1931) di James Whale e La moglie di Frankenstein (Bride of Frankenstein, 1935) sempre di Whale, con Boris Karloff; il remake Hammer La maschera di Frankenstein (The Curse of Frankenstein) del 1957 di Terence Fisher, con Peter Cushing nel ruolo del dottore e Cristopher Lee in quelle della Creatura; Gothic (1986) di Ken Russell, sulle calde notti (e i freddi giorni) di Villa Diodati; Frankenstein di Mary Shelley (Mary Shelley’s Frankenstein) del 1994 di Kenneth Branagh, con il Dottore e la Creatura interpretati rispettivamente da Kenneth Branagh e Robert De Niro (ma per piacere, saltate il finale aggiunto che rovina tutto!); e infine il recentissimo Mary Shelley – Un amore immortale (Mary Shelley) del 2017 di Haifaa al-Mansour, con protagonista Elle Fanning nel ruolo di Mary, che mi incuriosisce ma non ho ancora visto (giuro, lo faccio appena posso !).

Questo itinerario di lettura chiude la giornata dedicata al Frankenstein di Mary Wollstonecraft Shelley, che ha visto anche la pubblicazione della recensione di una raccolta di racconti di Thomas Ligotti, uno speciale su Frankenstein nel fumetto italiano, un recupero del Frankenstein liberato di Brian Aldiss e una recensione del romanzo illustrato da Bernie Wrightson.

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Frankenstein: Reloaded

Thomas Ligotti, La straziante resurrezione di Victor Frankenstein, tr. L. Fusari, Il Saggiatore, pp. 95, €15,00 stampa

di WALTER CATALANO

Per prima cosa rendiamo subito il dovuto merito alla casa editrice Il Saggiatore per il lavoro straordinario fatto soprattutto in questi ultimi anni; per le scelte coraggiose come quella di ripubblicare testi e autori imprescindibili ma provocatoriamente inattuali (da Verifica dei poteri di Franco Fortini, a Freaks di Leslie Fiedler; da Lo spazio letterario di Maurice Blanchot, a Santo Genet di Jean Paul Sartre; dall’opera omnia di Luciano Bianciardi, a quella di Witold Gombrowicz) o di aver dato spazio e attenzione a scrittori impegnativi, difficili, decisamente poco commerciali come David Peace, Joyce Carol Oates o lo stesso Thomas Ligotti. La storica casa editrice milanese ha ormai selezionato – e continua a farlo – un catalogo ideale che non perde d’occhio né l’attualità (Leonard Cohen, Nelson Mandela, Arvo Part), né i classici (gli epistolari di Edgar Allan Poe o Emily Dickinson, i racconti di Saki), né i grandi autori non sufficientemente noti (Michele Mari, Giuseppe Marcenaro, John Berger), né perfino le opere maledette (La distruzione di Dante Virgili).

La pubblicazione di una raccolta minore e assai atipica del visionario Ligotti come The Agonizing Resurrection of Victor Frankenstein and Other Gothic Tales, del 1996, (opera per altro di difficile reperimento anche nel panorama statunitense, dove le poche copie ancora circolanti hanno raggiunto cifre ragguardevoli sul mercato antiquario) – giunta dopo i tre fondamentali capisaldi Teatro grottesco (2015), La cospirazione contro la razza umana (2016) e Nottuario (2017) – si colloca proprio entro le coerenti dinamiche di una cura rigorosa e integrale conferita dall’Editore agli autori che hanno avuto il privilegio di figurare entro il suo catalogo d’eccezione. Così il lettore italiano ha ora a disposizione gran parte della bibliografia maggiore del tormentato scrittore di Detroit. Ai quattro volumi pubblicati da Il Saggiatore, vanno aggiunti, per completare, quelli risalenti all’inizio della sua carriera letteraria:i Canti di un sognatore morto/Songs of a Dead Dreamer, del 1989, e Lo Scriba Macabro/Grimscribe: His Lives and Works, del 1991, pubblicati dalla piccola Elara libri di Bologna, rispettivamente nel 2007 e nel 2015. Non resta quindi inedito in italiano quasi nulla d’importante, solo My Work Is Not Yet Done: Three Tales of Corporate Horror (2002), The Spectral Link (2014) e ben poco altro: probabile che Il Saggiatore rimedierà alla lacuna nei prossimi anni.

Quest’appena pubblicata piccola silloge di racconti brevissimi, che non arriva alle cento pagine complessive, è presentata in una gradevole edizione «mignon» con copertina rigida e impreziosita dalle cupe illustrazioni di Harry O. Morris, pittore surrealista americano contemporaneo, seguace ideale di Max Ernst, cui il libro è dedicato. L’abbiamo definita poco prima «atipica», ed infatti si distacca nettamente da tutte le altre antologie ligottiane. Per la prima volta, lo scrittore che ha rinnovato e stravolto radicalmente la concezione stessa della narrativa weird e horror, si confronta direttamente con le figure tipiche del canone orrifico, con i personaggi paradigmatici dei classici letterari e cinematografici del genere: i mad doctors come il wellsiano Moreau, lo stevensoniano Jekyll e lo shelleyano Frankenstein, che dà il titolo al libro; i mattatori tenebrosi come Dracula, Talbot (il licantropo cinematografico, incarnato da Lon Chaney Jr.), il Fantasma dell’Opera e quello del Museo delle cere (personaggi anche questi legati soprattutto all’immaginario filmico); le eroine gotiche come la Emily de I misteri di Udolpho della Radcliffe, o l’istitutrice di Miles e Flora ne Il giro di vite di Henry James; alcuni protagonisti dei maggiori racconti di Poe, William Wilson, Lady Ligeia, Roderick Usher; e perfino H.P. Lovecraft (morente) in persona.

Un omaggio e contemporaneamente un’irrisione irriverente alla tradizione gotica che, come puntualizza Ligotti nell’introduzione, sia anche e soprattutto:un’«autoflagellazione vicaria, brutalissimo schiocco di frusta che colpisce alla schiena i personaggi di fantasia e distrae l’autore dai colpi che la vita reale infligge a lui in uno specifico momento dell’esistenza». Si riconferma anche qui la tragica visione filosofica di Ligotti, così lucidamente formulata nel saggio La cospirazione contro la razza umana: l’horror è la forma d’arte più catartica, evocare il terrore dell’immaginazione ci sottrae temporaneamente e provvidenzialmente al terrore intrinseco e onnipervadente che sostanzia la nostra stessa vita creaturale.

Nonostante le avvincenti premesse, però, va pur detto che non tutti i racconti, diciannove in totale e sempre di un paio di pagine al massimo di lunghezza, sono rappresentativi dei più compiuti esiti dello scrittore. La dimensione minimale, lo spirito iconoclasta da cinica e straziante barzelletta in cui sarcasmo e humour nero demoliscono o ridimensionano le figure gigantesche dei mostri per antonomasia, non sempre funzionano e talvolta restano enigmatiche, forzate o irrisolte, oppure lasciano un vago sentore di stanchezza e di ripetizione. Le migliori però valgono assolutamente l’acquisto del libro: un testo sicuramente da leggere, anche se forse sconsigliabile ai neofiti che potrebbero farsi un’idea inesatta o incompleta dell’autore. Comunque sia, un libro davvero utile, perché, come immancabilmente ci ricorda Ligotti: «ciascuno di noi è condannato a inventare il proprio inferno».

https://www.ilsaggiatore.com/

La figura della Creatura del dottor Frankenstein nel fumetto italiano è il tema dello speciale che pubblichiamo oggi; e tratteremo anche della rielaborazione del romanzo di Mary Wollstonecraft Shelley nel Frankenstein liberato di Brian Aldiss; ci sarà anche una recensione del romanzo illustrato da Bernie Wrightson. A chiudere, un itinerario di letture sulla Creatura (e sul dottore)…

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Visioni fantascientifiche

AA.VV., Oscar Thole, Fondazione Rosellini per la letteratura popolare, pp. 52, euro 20 stampa.

AA.VV., Festino e Chichoni. Gli illustratori di Urania, Fondazione Rosellini per la letteratura popolare, pp. 120, euro 30 stampa

recensisce WALTER CATALANO

La Fondazione Rosellini per la letteratura popolare di Senigallia svolge fin dal 1997 un’opera egregia di approfondimento e valorizzazione del patrimonio editoriale italiano con particolare attenzione alle pubblicazioni di narrativa di genere. Potendo attingere ad un fondo librario costituito, nel suo insieme, da oltre 60.000 volumi, con specializzazione disciplinare negli ambiti del giallo, della fantascienza, del fantasy, dell’horror, dell’avventura e del rosa e a un altrettanto cospicuo fondo iconografico ricco di centinaia e centinaia di illustrazioni originali che, negli anni, hanno permesso di arricchire le copertine e in generale le produzioni dell’editoria italiana del XX secolo, la Fondazione, oltre alle numerose attività in ambito culturale, realizza ogni anno una serie di pubblicazioni di alto profilo, rendendo così disponibili ad un pubblico più ampio testi, traduzioni e risultati delle attività di ricerca e delle iniziative culturali da essa promosse.

Possiamo ricordare fra i volumi più interessanti prodotti nel corso degli anni, il saggio storico-critico-iconografico Le radici del Noir di Pasquale Pede; ben due raccolte delle ultime storie inedite di Jeff Hawke/Lance McLane di Sydney Jordan e di Willie Patterson; e almeno tre cataloghi completi delle copertine di Carlo Jacono per Segretissimo e Il Giallo Mondadori – il Fondo, grazie alla generosissima donazione della famiglia Jacono del 2017, è custode di alcune delle più preziose tavole dell’artista.

Una particolare cura è stata rivolta al recupero e alla presentazione ragionata del patrimonio iconografico fantascientifico delle copertine e delle illustrazioni interne di Urania, dal 1952 rivista/vessillo della Science Fiction in Italia. Il primo volume, uscito nel 2011, era dedicato ai mitici anni ’50 dell’era Monicelli – iniziatore, curatore e inventore della storica pubblicazione Mondadori, e dello stesso neologismo fantascienza – e ai suoi artisti eponimi, il grande Kurt Caesar (1908-1974) e il già citato Carlo Jacono (1929-2000); il secondo invece, uscito circa un anno dopo, si concentrava sul periodo classico della rivista, gli anni ’60 e ’70, della curatela Fruttero & Lucentini, con le celeberrime copertine del «Pittore di fantascienza» (questo il titolo del volume) per antonomasia: l’olandese, ma italiano d’adozione, Karel Thole (1914-2000).

Il corposo e splendido volume presentava tutte le copertine realizzate da Thole per il fantaperiodico mondadoriano, con l’aggiunta di quelle per Millemondi, la Serie Blu, Doc Savage, e I classici della SF, più alcuni cameo come la sovracoperta della prima edizione italiana dei racconti di H.P. Lovecraft, I mostri all’angolo della strada (Mondadori, 1966), una delle opere più affascinanti dell’artista. Purtroppo, per motivi di spazio non era stato possibile includere anche le illustrazioni tholeiane per le altre collane di Mondadori, in particolare gli Oscar Fantascienza. La lacuna è stata colmata, nel 2017, con Oscar Thole, sorta di volume appendice al precedente che propone in modo il più possibile completo le opere mancanti, introdotte, commentate e analizzate da Giuseppe Festino, che di Thole fu collaboratore e continuatore sulle pagine di Urania.

E proprio a Giuseppe Festino, insieme al suo successore Oscar Chichoni, è dedicato il terzo e ultimo volume de Gli illustratori di Urania, uscito sempre nel 2017, che si occupa dell’Urania anni ’80 e ’90, sotto la direzione di Gianni Montanari prima e di Giuseppe Lippi poi. Festino e Chichoni sono gli ultimi grandi artisti alla vecchia maniera, cioè che utilizzano tecniche tradizionali – pennelli, acrilici, ecc. – per le loro opere, mentre gli illustratori a loro successivi, fino agli attuali, come il pur bravissimo Franco Brambilla, hanno ormai adottato sistematicamente la computer grafica e programmi di elaborazione di immagini come Photoshop, cambiando radicalmente la natura dell’intervento figurativo dell’artista.

Due volumi questi – tutto Thole e Festino/Chichoni – entrambi indispensabili nella biblioteca di ogni vero appassionato di fantascienza, sia il collezionista di Urania sia, semplicemente, il cultore dell’arte grafica più immaginifica e fantasmagorica.

https://www.fondazionerosellini.eu/

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Grottesche fiamminghe

Jean Ray, il cittadino della paura indicibile

approfondisce WALTER CATALANO

Un’innegabile e inspiegabile sfortuna editoriale affligge da sempre, nel nostro paese, l’opera del più grande narratore fantastico europeo non anglofono: il belga Raymond Jean Marie De Kremer, nato a Gand nel 1887 e morto nella stessa città delle Fiandre nel 1964, dopo un’intensa attività letteraria bilingue – in francese e in fiammingo – sotto innumerevoli pseudonimi, i più noti dei quali sono Jean Ray e John Flanders.

La sua prima apparizione in Italia risale al lontano 1963, quando Baldini&Castoldi traduce sotto il titolo di 25 racconti neri e fantastici, l’antologia Les 25 meilleures histoires noires et fantastiques, che nel 1961 aveva rivelato al pubblico francese l’opera del cosiddetto Edgar Poe belga. E la Francia aveva apprezzato, accogliendo entusiasticamente questo outsider di provincia e riservandogli un onorevole scranno, a fianco di Lovecraft, nel pantheon dei grandi del macabro e del weird. Benché questa antologia di racconti contenesse tutto il meglio allora noto delle sue storie – selezionate in prima persona dall’autore stesso – da noi nessuno ci fece caso: mentre H.P. Lovecraft, introdotto più o meno in quegli anni da Fruttero e Lucentini nelle antologie Storie di fantasmi e I mostri all’angolo della strada, spiccava il suo primo balzo verso la gloria, Jean Ray restava un nome del tutto sconosciuto.

Nel 1966 ci riprova Sugar, nella collana Week-end, dedicata alla narrativa popolare. Viene tradotto il romanzo più giustamente famoso di Jean Ray, Malpertuis, uscito in originale nel 1943. La sorte sarà la stessa – inspiegabilmente. Nei decenni successivi il visionario belga cade da noi nel più completo oblio; a eccezione di qualche episodico racconto disperso in riviste o raccolte minori miscellanee, la sua ragguardevole produzione narrativa viene regolarmente ignorata, proprio mentre Oltralpe il nome di Jean Ray si consolida sempre di più e viene incluso definitivamente nel numero dei grandi del fantastique: numerosi nuovi racconti o romanzi della sua sterminata produzione vengono scoperti o tradotti dal fiammingo in francese; registi di grido come Alain Resnais o Harry Kumel realizzano o tentano di realizzare trasposizioni cinematografiche, in verità non sempre riuscite, dei suoi testi, e un’ampia saggistica su di lui si diffonde anche oltre l’ambito della narrativa di genere.

Dopo un ennesimo sfortunato tentativo di Mondadori di affiancare a Urania nelle edicole una collana di romanzi horror, che nel 1990 ripropone – di nuovo nella totale indifferenza – Malpertuis, il nome di Jean Ray viene nuovamente archiviato: al lettore italiano interessato non resta che imparare il francese o rassegnarsi ad aspettare un indefinito futuro per apprezzare questo autore. Solo nel 2007, finalmente, dopo decenni di oblio, esce la raccolta La casa stregata di Fulham Road e altri orrori, edita da Profondo Rosso – la piccola casa editrice romana diretta da Luigi Cozzi e ispirata da Dario Argento – che presenta, oltre ad alcuni racconti orrorifici, una piccola scelta delle storie poliziesche del lungo ciclo di Harry Dickson, lo Sherlock Holmes americano (durato per ben 178 numeri dal gennaio del 1929 all’aprile del 1938), avventure seriali che Ray avrebbe dovuto tradurre dal tedesco in francese per una collana popolare belga, ma che invece lo scrittore belga usava riscrivere di sana pianta prendendo spunto dai titoli e dalle copertine delle edizioni originali precedenti la Prima Guerra mondiale.

Il dado è così finalmente tratto e nel settembre del 2010 un’altra piccola ma agguerrita casa editrice ha il coraggio di fare quello che le major non oseranno mai: la milanese Edizioni Hypnos, specializzata nella riscoperta dei grandi del macabro (citiamo solo la ristampa de Il Re in Giallo di Robert W. Chambers; i due volumi dei racconti di Fitz James O’Brien; alcune raccolte di Robert Aickman, Oliver Onions, Arthur Machen o la riscoperta del veterano dell’horror polacco, Stefan Grabinsky, ecc.), pubblica Il Gran Notturno, e nel marzo del 2013, I racconti del Whisky: un esauriente scorcio sulla produzione dello scrittore è così finalmente disponibile nella nostra lingua, selezionata con l’ausilio della Amicale Jean Ray, l’associazione belga che si prefigge di salvaguardare e diffondere l’opera del maestro di Gand.

Queste ultime pubblicazioni permettono di riconsiderare ormai con precisione un autore affascinante e ingiustamente trascurato, inquadrandolo mediante un accurato profilo bio-bibliografico, una selezione filologica dei testi ed un apparato critico di tutto rispetto. Il vecchio pirata delle Fiandre ha così un’altra chance di conquistarsi un pubblico di cultori anche da noi e, dopo che il capolavoro Malpertuis è stato riproposto una seconda volta, nel dicembre del 2016 su Urania, non senza un certo apprezzamento, non è più così difficile credere che altri romanzi importanti come Saint Judas-de-la-Nuit (1964) o La cité de l’indicible peur (1943), possano avere finalmente una degna traduzione e ottenere il riconoscimento che meritano anche presso i lettori italiani.

Jean Ray è stato uno scrittore fondamentale per la narrativa di genere europea che, nel campo del fantastico, ha una statura non inferiore a quella d’indiscussi maestri del weird anglosassone come Algernon Blackwood, William Hope Hodgson (al quale lo accomunano le numerose e raccapriccianti ghost-stories di ambientazione marinaresca: per tutte il delirante capolavoro «Il Salterio di Mayence»), Arthur Machen o M. R. James. Il fin troppo frequente paragone con Lovecraft è, a mio avviso, meno calzante, sia per stile che per tematiche. È però vero che, come lo scrittore di Providence, anche il Fiammingo ebbe una capacità affabulatoria ossessiva in cui sogno e realtà erano assolutamente intercambiabili e le possibilità allucinatorie legate alla trasfigurazione fantastica dei dati minutamente reali dell’ambiente, virtualmente infinite.

Ray non ebbe interessi cosmici, extraterrestri, non s’interessò di fantascienza: la sua concezione del gotico era più tradizionale di quella lovecraftiana, ma, nello stesso tempo, anch’egli fu profondamente innovativo nell’attenzione minuziosa per i paesaggi, gli ambienti, le psicologie dei personaggi: ebbe inoltre un sense of humour humour nero ovviamente, anzi nerissimo – che Lovecraft non conobbe mai. I suoi racconti sono profondamente radicati nella terra di Bruegel e di Bosch. Come nelle visioni dei due grandi pittori, l’incubo s’intreccia sempre strettamente alla vita ordinaria: il mostruoso e il demoniaco sono solo una deformazione prospettica del banale e del familiare. Così sonnacchiose cittadine del nord Europa, vicoli e taverne prospicienti a canali nebbiosi, bottegucce dalle insegne liberty, paesaggi sfumati cari a certa letteratura decadente e suoi derivati – da Bruges la morta di Rodenbach, fino ai noir di Georges Simenon – si animano di presenze fantomatiche e terrorizzanti: le grottesche delle cattedrali gotiche scendono a camminare in mezzo agli uomini e si confondono con loro.

Impiegatucci, bibliotecarie avvizzite, droghieri appesantiti dalle troppe birre scolate, marinai appesi alla loro pipa di radica: in mezzo a questi personaggi ordinari possono nascondersi perfino gli esiliati dei dell’Olimpo – per esempio in Malpertuis – che ormai degradati a umili borghesi, infestano una casa maledetta, prigionieri di un negromante. E inquietanti caricature gotiche sono i protagonisti e le situazioni dei magistrali 25 racconti neri e fantastici. Vittime e carnefici in Ghost-stories, orrori cosmici, thriller noir: le variazioni sono molteplici, ma tutte ineguagliabilmente segnate da un tocco surreale e bizzarro, dall’ironia e dal sarcasmo. Cimiteri che vanno in giro a ossessionare gli incauti visitatori sovrapponendosi al giardino di casa («Il cimitero di Marlyweck»); odissee marinaresche in altre dimensioni («Il salterio di Mayence»); un vecchio zio che si rivela essere niente meno che la Morte stessa («La verità su zio Timotheus»); un uomo che seduce una bella vampira e ne diventa l’amante ma poi la tradisce facendola morire di gelosia («Dio, tu e io»); una palude infestata da una sirena («L’uomo che osò»); un ubriaco che torna a casa e uccide un intruso credendolo un ladro, in realtà ha sbagliato abitazione e assassinato inutilmente un innocente («La notte di Camberwell»); la rivalità fra due serial killer che cercheranno di assassinarsi a vicenda («Il signor Gless cambia direzione»); una casa maledetta con una stanza stomaco che si nutre di carne umana («Storchhaus o la casa delle cicogne»), e così via.

Sebbene sprofondato in un immaginario assolutamente europeo (e assolutamente fiammingo, con qualche episodica escursione a Londra, ad Amsterdam o ad Amburgo) Jean Ray ebbe l’onore di essere pubblicato in inglese, sotto lo pseudonimo di John Flanders, sui pulp americani: Weird Tales nel 1934 e 1935 (i racconti «Nude With a Dagger»; «The Graveyard Duchess»; «The Aztec Ring»; «The Mistery of the Last Guest»); Terror Tales nel 1935 («If Thy Right Hand Offend Thee») e nel 1941 ancora su un’antologia di racconti ripresi da Weird Tales: 25 Modern Stories of Mistery and Imagination1.

La sua produzione, in fiammingo e in francese, è stata sconfinata: libri per ragazzi, cronache giornalistiche, poesie, testi per canzoni, sceneggiature per fumetti. Scrive perfino un’agiografia di San Nicola (perché ovviamente è la figura fantomatica di Babbo Natale che lo interessa…); e la sua capacità affabulatoria è tale che trasforma sé stesso, con la fantasia, in un personaggio dei suoi racconti. Nipote di un’indiana sioux; pirata e contrabbandiere durante il Proibizionismo; marinaio che ha fatto sette volte il giro del mondo; domatore di leoni e addomesticatore di tarantole; perseguitato da un suo fantasma personale, «l’omino col fazzoletto rosso», che gli appare in certi momenti particolari come uno spirito guida.

In realtà la sua vita è stata piuttosto banale, dedita interamente alla scrittura: l’unica avventura, o meglio, disavventura che pare autentica, è il suo tentativo di organizzare nel 1924 – quando interrompe temporaneamente tutte le collaborazioni letterarie – un affare di contrabbando d’alcool negli Stati Uniti. L’appropriazione indebita del denaro da investire nell’affare gli costerà la condanna a quattro anni di prigione nel 1926: per qualche tempo non si firmerà più Jean Ray.

Come scrive di lui il continuatore e discepolo Thomas Owen – altro interessante scrittore fiammingo del tutto misconosciuto da noi:

Jean Ray pratica un fantastico dall’emozione forte. Con lui, il mostro fracassa la porta. Con me invece, il mostro soffia un po’ di fumo attraverso il buco della serratura. Lui fa irruzione nel quotidiano; io mi ci insinuo in modo sornione… In Jean Ray ci sono davvero pochi terrori interiori; il suo terrore è sempre legato ad avvenimenti straordinari, inesplicabili, che coinvolgono l’uomo ma che vengono da fuori. Io penso invece che la paura nasca molto più nell’interno del personaggio, perché è lo stesso personaggio che conferisce ad avvenimenti infimi e quotidiani un’importanza che non è rivelata che a lui e che io rivelo al lettore… In Jean Ray non c’è mai solo il fantastico, ma anche l’avventura, come già l’avevo trovata in Blaise Cendrars. Fra Blaise Cendrars e Jean Ray, ci sono per me delle affinità: un certo gusto dell’affabulazione – e della menzogna d’altronde –un grande calore nel gusto dell’avventura e del rischio.2

Assolutamente pertinente mi pare il parallelo con Cendrars, altra geniale, simpatica carogna.

Molte sono le opere di quest’uomo dalla fantasia dirompente che varrebbe la pena leggere: primo fra tutti il capolavoro Malpertuis, in cui il classico tema della casa infestata viene sovvertito e rinnovato: la dimora maledetta non è tanto abitacolo di fantasmi quanto ospizio di dei in rottamazione (che ha ispirato Valerio Evangelisti, ma credo che anche il comunque grande Neil Gaiman di Sandman e American Gods debba molto a questa intuizione); poi «Il Gran Notturno», racconto straordinario in cui tutti i suoi temi caratteristici sono sintetizzati: la prossimità e l’intercambiabilità, del quotidiano e dell’Altrove, l’ineluttabilità del Fato, un cattolicissimo senso di colpa, la cognizione profonda dell’arbitrarietà e relatività dei limiti del tempo e dello spazio, l’ironia e la pietà per mostri e vittime; il romanzo La cité de l’indicible peur, a metà strada fra mystery poliziesco e horror sovrannaturale (come molte avventure del detective Harry Dickson); Les contes du Whisky, testimonianza della fittizia o reale esperienza di contrabbandiere dello scrittore, ricca di memorabili gotici marinareschi sulla falsariga di Hodgson; Les dernier contes de Canterbury, ripresa delle atmosfere di Chaucer, decamerone gotico in cui, oltre le barriere del tempo e dello spazio, viventi e larve si incontrano per narrarsi le loro storie; Les contes noirs du golf, raccolta in cui, quasi per vendetta, lo scrittore ordisce una serie di perfide favole nere sul gioco del golf, le plus détestable que le monde ait porté; infine il romanzo breve Saint Judas-de-la-Nuit, in cui compare il «Grimoire Stein», libro maledetto risalente al XV° secolo, conservato alla Biblioteca Bodleiana di Oxford: insomma il Necronomicon secondo Jean Ray. Mi fermo qui: l’elenco risulterebbe troppo lungo e priverebbe il lettore del gusto della scoperta.

Degno conterraneo dei torbidi simbolisti belgi – come Fernand Khnopff, Jean Delville, Félicien Rops – e dei loro altrettanto tortuosi successori surrealisti – come Paul Delvaux e René Magritte – prezioso depositario in letteratura di una tradizione principalmente figurativa, Jean Ray ancora si erge come un gigante solitario sul lato oscuro dell’immaginazione europea: ricordiamoci di lui.

Ricapitolando la bibliografia italiana di Jean Ray…

25 racconti neri e fantastici (Baldini & Castoldi, 1963) 
Malpertuis (Sugar, 1966)
Malpertuis (Horror 7, Mondadori, 1990)

Malpertuis – Urania Horror (supplemento al n. 1637) 2016
La casa stregata di Fulham Road e altri orrori, La Biblioteca di Profondo Rosso n. 12, 2007
Il Gran Notturno, Edizioni Hypnos, 2011
I racconti del Whisky, Edizioni Hypnos, 2013

«Nudo con un pugnale» (Racconto breve, «Nude with a Dagger», 1934), in Il marziano e il vampiro: Il Meglio di Weird Tales 19, Fanucci Editore, 1989
«Faccia di luna» (Racconto breve, «Têtes-de-Lune»), in L’Eternauta 83, Comic Art, 1990

1 Riprendo queste informazioni dalla completissima bibliografia contenuta in Jean Ray: L’archange fantastique,di Jean-Baptiste Baronian e Francoise Levie – Paris, Librairie des Champs-Elysées, 1981, pp. 58-61.

Intervista a Thomas Owen inclusa in Les Dossiers de Phenix: Jean Ray/John Flanders, a cura di Murielle Briot – Bruxelles, Claude Lefrancq Editeur, 1995, pp. 25-25.

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Rotoleranno teste!

Alexandre Dumas, I Mille e un Fantasma, Robin Edizioni, pp. 275, euro 16,00 stampa

recensisce WALTER CATALANO

Pubblicato in due tomi nel 1849 (insieme all’altro grande classico che il creatore dei Tre Moschettieri e del Conte di Montecristo dedica al soprannaturale, La Femme au collier de velours), la silloge di ghost-stories dumasiane Les Mille et Un Fantomes, citando esplicitamente Le mille e una notte già reso famoso nel ‘700 nella traduzione francese di Antoine Galland, va a situarsi degnamente nel numero delle compilazioni romantiche di storie di spettri, demoni e vampiri, a fianco della celeberrima Fantasmagoriana (1816), tradotta dal tedesco da Jean-Baptiste Benoit Eyriés (la cui lettura, come tutti sanno, ispirò il gioco letterario di Villa Deodati tra Mary Shelley, Lord Byron, e William Polidori, che portò alla stesura del Frankenstein e del The Vampire) e delle altre successive e meno famose come la Spectriana di J.P.R. Cuisin (1817), la Démoniana di Gabrielle de Paban (1820) e l’Infernaliana (1822) di Charles Nodier (non a caso quest’ultimo sarà scelto da Dumas come narratore, insieme a E.T.A. Hoffmann che ne sarà protagonista, del romanzo che accompagnava la raccolta, La donna dal collier di velluto).

L’ottima collana Biblioteca del Vascello della Robin Edizioni ha pubblicato una pregevole edizione – impreziosita da una lunga e dettagliata introduzione di Marco Catucci, ricca di illustrazioni – che, escludendo il già noto romanzo, permette di fruire nella loro completezza di queste storie raccapriccianti incastonate in una cornice apparentemente bonaria e rassicurante. Lo stesso Dumas in prima persona, deluso dalle esperienze del 1848, si ritrae più giovane di 18 anni, nel 1831, durante una battuta di caccia a Fontenay-aux-Roses, mentre si allontana dal gruppo dei compagni cacciatori ed è casualmente testimone di un uxoricidio per decapitazione (con risvolti ovviamente soprannaturali), firma la propria testimonianza di fronte alle autorità alle quali l’assassino, terrorizzato, spontaneamente si consegna, ed è poi invitato dal sindaco della cittadina, Monsieur Ledru – personaggio realmente esistito, ma che si chiamava Jacques Philippe e non Jean-Pierre, come puntualizza Catucci – nella sua casa, un tempo dimora estiva dello scrittore Paul Scarron – anche questa assolutamente reale – dove un’allegra e bizzarra compagnia composta da Alexandre Lenoir (altro personaggio storico fondatore del Museo dei Monumenti francesi), dall’occultista Jean-Baptiste Aliette (detto Etteilla), da una dama polacca e da un abate martinista, si intrattiene fino alla mezzanotte narrando storie terrorizzanti di decapitati, spettri, demoni e vampiri.

I brogliacci da cui Dumas trasse i suoi racconti del terrore gli furono forniti – come di nuovo precisa un’ulteriore postfazione di Catucci – da Paul Lacroix (1806-1884), detto le bibliophile Jacob, erudito, bibliofilo e poligrafo, amico e collaboratore di Dumas per vari romanzi (ma la collaborazione si interruppe perché Dumas era sempre in ritardo coi pagamenti…). Le storie più interessanti che il bibliophile trasmette al romanziere – come anche la trama de La Donna dal collier di velluto, che Lacroix passò a Dumas mutuandola dalla rielaborazione del breve racconto «The Adventure of a German Student» di Washington Irving – hanno tutte a che vedere con le teste tagliate, con i ghigliottinati del Terrore, e i conseguenti esperimenti galvanici sui corpi dei giustiziati attribuiti nella finzione letteraria al figlio del realmente esistito Nicolas Philippe Ledru, detto Comus, seguace di Galvani.

Ledru figlio però, a differenza del padre, utilizzerà l’elettricità non per trattare l’epilessia e la catalessi, ma, emulo del nipote di Galvani, Giovanni Aldini, per verificare la persistenza della coscienza nei cadaveri dei condannati con l’obbiettivo filantropico di far abolire la pena di morte. Gli esperimenti nel cimitero di Climart nel 1793, in pieno Terrore, ricordano il Frankenstein, e all’inquietante domanda su quanto tempo persista la coscienza in una testa tagliata, risponderà l’episodio – dato per vero – della decapitazione della bella Charlotte Corday, l’assassina di Marat, la cui testa mozza, schiaffeggiata per spregio dall’assistente del boia, arrossisce d’indignazione impotente.

Si vede che lei non guarda nel paniere quando sono là tutti insieme [commenterà il vice boia rivolto al dubbioso Ledru] che non li vede torcere gli occhi e digrignare i denti, ancora cinque minuti dopo l’esecuzione. Siamo obbligati a cambiare paniere ogni tre mesi, tanto ne devastano il fondo coi denti. C’è una quantità di teste di aristocratici, veda lei, che non vogliono decidersi a morire, e non sarei stupito che un giorno qualcuna di queste si mettesse a gridare : Viva il re!

Qualunque cosa Dumas racconti, il suo abbandono al gusto dell’affabulazione è sempre totale, incondizionato: che siano romanzi storici, feuilleton, storie soprannaturali o perfino le ricette gastronomiche del monumentale Grand dictionnaire de cuisine (provare a leggerlo per credere…) che redasse nel 1869, ultima delle sue opere – il piacere della lettura è assoluto.

http://www.robinedizioni.it/

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Tace Zarathustra

Gerard Russell, Regni dimenticati. Viaggio nelle religioni minacciate del Medio Oriente, tr. Svevo D’Onofrio, Adelphi, pp. 385, € 25,00 stampa

recensisce WALTER CATALANO

La stretta di mano, la forma di saluto più diffusa in Occidente, ci deriva dai legionari romani che avevano combattuto vittoriosamente nell’attuale Turchia meridionale nel I secolo d.C., divenendo seguaci del culto di Mitra: il gesto si diffuse con il mitraismo prima che questo venisse spodestato dal cristianesimo come religione predominante nell’Impero, ma gli sopravvisse. A loro volta gli adepti di Mitra avevano ripreso il rito dai ben più antichi Yazidi, detti volgarmente «Adoratori del diavolo» perché credono in Taus Malek, l’angelo ribelle che, per essersi pentito della ribellione, è stato liberato dall’inferno da Dio per affidargli il governo del mondo. Un rituale che gli Yazidi chiamavano ‘Fratellanza nell’aldilà’ e celebravano stringendo fra le mani la terra inumidita della loro città sacra di Lalish, nell’Iraq settentrionale.

Furono invece gli Zoroastriani della Persia a introdurre la morale nella religione, considerata come partecipazione al dramma cosmico di lotta fra Ahura Mazda e Angra Mainyu, eterni principi rispettivamente della luce e delle tenebre: il Paradiso e l’Inferno che attendono i seguaci dell’uno e dell’altro divennero prospettive ultramondane accettate universalmente, mentre ab antiquo nell’Ade omerico o nello Sheol del Pentateuco, il destino delle ombre non veniva differenziato: così Nietzsche farà tornare Zarathustra ad abolire la legge morale che aveva creato, e Richard Strauss farà rivivere per sempre nelle sale da concerto di tutto il mondo un profeta perduto.

Non dimentichiamo poi i Mandei asserragliati da sempre nelle paludi dell’Iraq: praticavano il battesimo nel fiume Tigri, molto prima di Giovanni Battista, che considerano un profeta più grande di Gesù; a loro s’ispirò Mani – che però non condivideva questa predilezione – fondatore del manicheismo, altra religione che rischiò di conquistare l’Impero romano. I riti e gli incantesimi mandei, il culto delle stelle e dei pianeti visti come esseri soprannaturali e semidivini, i numeri sacri sette e dodici, gli oroscopi, la lingua – l’aramaico – la simbologia animale dei loro amuleti, derivano direttamente da Uruk e da Babilonia e, lungo gli abissi del tempo, giungono fino a noi.

Che dire poi dei Drusi del Libano e della Siria, eredi della tradizione segreta dei successori di Pitagora, divenuti ormai monoteisti che credono dall’unico Dio siano emanati cinque esseri celesti, la Mente universale, l’Anima universale, il Verbo, il Precedente e il Seguente, che si sono manifestati in forma umana in Mosè e Aronne, Gesù e i suoi apostoli, Platone, Aristotele e Pitagora, e poi Maometto e i suoi compagni; o dei Samaritani della Palestina, rivali e nemici degli ebrei, da loro definiti giudei seguaci di Davide, mentre definiscono sé stessi israeliti, custodi della tradizione biblica originaria e discendenti delle dieci tribù perdute dopo l’esilio di Babilonia; o i Copti dell’Egitto, sotto certi aspetti residui del culto monoteista di Akhenaton in veste cristiana (con Amen per Amon e San Giorgio che infilza il drago come Horus infilzava l’ippopotamo…); o infine i Kalasha del Kafiristan e del Kashmir, dai capelli biondi e dagli occhi azzurri come i soldati di Alessandro Magno, che – quasi ad immagine della famosa novella di Kipling – aspettano forse ancora il ritorno di Sikandar.

Tutte queste affascinanti meraviglie e molte altre riguardanti le minoranze religiose medio orientali che praticano credenze ancestrali, talvolta sepolte o dissimulate, rischiano, dopo millenni di sopravvivenza, la scomparsa o la dispersione a causa degli eventi sempre più tragici e violenti dell’attualità – la guerra del Golfo; la rivoluzione khomeinista; la repressione dell’Intifada palestinese; la guerra civile libanese; l’invasione dell’Iraq e dell’Afghanistan, le azioni dei Fratelli Mussulmani in Egitto, il cosiddetto Califfato islamico o Daesh, ecc. Questo libro affascinante ripercorre le tortuose traiettorie che collegano i regni dimenticati di mondi arcaici e anacronistici alle origini della nostra civiltà, al caos di distruzione e guerra totale che da decenni insanguina il Medio Oriente e l’Asia Minore.

Gerald Russell, diplomatico britannico che ha vissuto e girovagato tra Il Cairo, Gerusalemme, Baghdad, Kabul e Gedda ed è stato portavoce del governo di Londra per i canali d’informazione in lingua araba, ha impiegato quattro anni per indagare questa quasi inafferrabile realtà sommersa: a parte i cristiani Copti egiziani, che ammontano a 4 milioni e mezzo secondo i loro connazionali musulmani e a più di 8 secondo loro stessi, i Drusi sarebbero un milione, sparsi fra Libano, Siria, Giordania e Israele; gli Yazidi, dopo 72 persecuzioni nel corso della loro storia, 73 con quella condotta dall’Isis nel 2014, sono forse mezzo milione contando la diaspora in Europa; gli Zoroastriani 100 mila in tutto il mondo e solo 5 mila nell’Iran dove un tempo erano la religione dominante; i Kalasha del Pakistan sono ridotti a 4 mila dopo le campagne dei musulmani per convertirli e i Samaritani addirittura a meno di 800.

Ma il destino di questi culti, origine e modello nel bene e nel male di gran parte di quelli successivi divenuti maggioritari, sarebbe stato molto diverso – secondo Russell – se il cristianesimo non fosse divenuto religione di Stato dell’Impero inducendo le autorità di Roma ad estirpare tutte le fedi rivali: per cui l’intolleranza del passato si specchia abissalmente in quella del presente.

http://www.adelphi.it

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La donna radioattiva

Alice Milani, Marie Curie, Becco Giallo, pg. 215, €22,00 stampa, euro 3,99 ebook

recensisce WALTER CATALANO

La letteratura disegnata, come diceva Hugo Pratt, marca da tempo la propria centralità nel formare ed espandere il nostro immaginario, accanto e forse oltre ai media audiovisivi: l’universo iconico prolunga e approfondisce, stravolge e reinventa l’universo verbale; ne ricompone anche forme, generi e sottogeneri. Il Poema a fumetti del pionieristico Dino Buzzati; il romanzo a fumetti, ormai lunga tradizione consolidata (Una ballata del mare salato di Pratt, è stato il primo? Probabilmente no, ma ci piace immaginarlo come originario graphic novel…); la saggistica a fumetti e l’inchiesta sul campo (mi viene in mente, che so, Gaza 1956 di Joe Sacco, o, perché no, Kobane Calling di Zerocalcare); e infine, particolarmente fortunata, la biografia a fumetti.

Nelle ultime settimane ne ho lette almeno tre di veramente straordinarie: quella di Syd Barrett, Jugband Blues, di Matteo Regattin; quella scoperta per caso l’altra settimana a Barcellona, Cortàzar di Jesús Marchamalo e Marc Torices, una splendida prospettiva sulla vita del grande scrittore argentino che difficilmente sarà mai tradotta in italiano; e infine, forse la mia preferita, Marie Curie di Alice Milani.

Al di là del grande valore artistico delle immagini e dell’uso affascinante del colore, che immerge letteralmente nell’atmosfera visiva della pittura coeva ai fatti narrati, l’autrice – donna che scrive e disegna di una donna, e che donna – nell’individuazione di circostanze, personaggi e situazioni, svolge un immenso lavoro di divulgazione scientifica e di sociologia storica. La storia della scienza e quella personale (e faticosa) s’intersecano e si compenetrano, talvolta confliggono: chi nel proprio paese, in quanto persona di sesso femminile, non sarebbe stata nemmeno ammessa agli studi superiori, giunge ad essere insignita due volte del premio Nobel, per la chimica e per la fisica. La pioniera della sperimentazione sulla radioattività si trasforma così anche in pioniera dell’emancipazione femminile, sperimentatrice di stili, modi, possibilità che sconvolgono i benpensanti dell’epoca: la ricerca scientifica diventa necessariamente anche ricerca esistenziale.

Madame Marie Curie è Maria Skłodowska, orgogliosamente polacca naturalizzata francese, orgogliosamente scienziata e orgogliosamente donna. Il marito Pierre è un rispettato compagno di studi e di vita ma non le fa ombra, come preferirebbe l’intelligencija accademica: anche dopo la tragica scomparsa di lui, Maria proseguirà liberamente il suo percorso scientifico e sentimentale, avendo relazioni che faranno anche scandalo.

Maria è, per fortuna, una donna di carne, non una pura ipostasi intellettuale o, peggio, un’icona buona solo per la postrema mummificazione mediatica (come Rita Levi Montalcini o Madre Teresa di Calcutta). E proprio nella carne sarà fatalmente colpita da quelle radiazioni che per tutta la vita aveva assorbito: unica donna sepolta al Pantheon parigino, la sua bara è stata avvolta in un sudario di piombo – particolare questo che il fumetto omette – e anche tutti i suoi appunti e gli oggetti rimasti sono conservati in apposite scatole piombate: chiunque voglia consultarli deve indossare abiti di protezione. Era destino che Maria dovesse continuare a irradiare energia, splendida e micidiale, se non maneggiata con cura.

Con in testa l’eco di una vecchia canzone dei Kraftwerk (Radio activity, is in the air for you and me. Radio activity, discovered by Madame Curie…), chiudiamo il volume, anch’esso saturo di colori luminosi e radianti, con la piena consapevolezza di quanto il personaggio descritto sia stato e continui ad essere dirompente e, non solo in metafora, “radioattivo”. Un buon motivo questo, per augurarci che libri così – in molti sensi – educativi, vengano adottati da professori intelligenti come testi obbligatori nelle scuole.

http://main.beccogiallo.net/

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Apocalisse intimista

Gipi, La terra dei figli, Coconino Press/Fandango, pp. 150, € 19,50 stampa

recensisce WALTER CATALANO

Gipi, al secolo Gian Alfonso Pacinotti, non ha ormai bisogno di alcuna presentazione. Più di una decina di libri alle spalle; un paio di film; una candidatura di finalista al Premio Strega nel 2014 che mise in imbarazzo i tutori del sacro ordine delle Patrie Lettere, rischiando di costringerli a conferire un premio letterario a un graphic novel; una serie di video esilaranti e intelligenti – da lui prodotti, diretti e interpretati – reperibili sul web; e chissà quante altre cose ancora. Al Centre Belge de la Bande Dessinée di Bruxelles – il maggiore museo del fumetto in Europa – l’estate scorsa c’erano due interi saloni dedicati solo a lui. Un fuoriclasse dunque.

Ma, come avesse dovuto correre con un cavallo troppo favorito all’ippodromo, per questa sua ultima opera del 2016 Gipi ha preferito fare l’handicapper di sé stesso, precludendosi volutamente due degli elementi principali della sua fortuna, per sfidare critica e pubblico su un terreno a lui nuovo. I meravigliosi acquerelli, i colori sfumati, che hanno caratterizzato tutte le sue opere precedenti (esclusa una parte di LMVDM: La mia vita disegnata male, del 2008, che come da titolo doveva essere, per l’appunto, «disegnata male»… si fa per dire) vengono abbandonati per essere sostituiti dal tratto sobrio di un plumbeo ed espressionistico bianco e nero.

Soprattutto però, ancor più che stilistica, l’innovazione è tematica: niente più autobiografismi, ma una storia inventata, un racconto vero e proprio, agito da personaggi immaginari che non avessero proprio nulla in comune con lui, Gipi, che già ci aveva squadernato con delicatezza e profondità le questioni private della sua gioventù punk, dell’eterno languore della vita in provincia, del tortuoso e amorevole rapporto col padre, dell’eredità di memorie familiari, tristi e preziose, legate alla guerra, e perfino dei suoi problemi erettili.

Questa volta invece il fumettaro pisano ci proietta in uno scenario molto lontano nel tempo e nello spazio, un contesto che nelle mani di un autore meno attento, emotivo e intenso di lui avrebbe rischiato probabilmente di risultare scontato. La fantascienza post-apocalittica, per quanto suggestiva possa essere, è di sicuro un tema abusato: se avete visto, tanto per fare un esempio recente, Mad Max: Fury Road di George Miller – che, detto per inciso, per me è un capolavoro nel suo genere – capite cosa intendo. Bene. Gipi, saggiamente, si è tenuto lontano mille miglia da tutti – o quasi – gli immaginabili stereotipi del filone o li ha utilizzati decentrandoli, aggirandoli, spiazzandoli, stilizzandoli in una prospettiva ellittica che li ridefinisce completamente.

La fenomenologia descritta è tutta interiore, gli aspetti esterni – sui quali normalmente la cosiddetta fantascienza dovrebbe focalizzarsi – sono ridotti al minimo: non sappiamo esattamente cosa ha portato il mondo alla fine e non vediamo neanche molto della devastazione esteriore avvenuta (se non specchiata nelle relazioni, nei caratteri e nell’aspetto dei personaggi). Tutto si svolge su un lago dalle acque infide e velenose, sulle sue rive, in capanni o palafitte fatte di travi e legname di riporto, su barche, in mezzo a canne e paludi. Non so se Gipi lo abbia mai visto, ma a me questo scenario lacustre così desolato ricorda un capolavoro della cinematografia giapponese girato da Kaneto Shindō nel 1964, Onibaba: la storia è completamente diversa ma gli elementi figurativi sono fascinosamente simili. Anche lì, nel Giappone feudale descritto dal film, come tra i sopravvissuti del futuro cataclisma di Gipi, l’innocenza e la violenza coesistono, si alternano, s’invertono e si scambiano.

La terra dei figli torna a parlare soprattutto di sentimenti e di rapporti umani, autobiografismo o no l’autore – per fortuna – non si smentisce. Un padre (che ha il volto di Gipi stesso); due figli, cresciuti alla penuria e alla necessità; il diario in cui il padre continua ad annotare i suoi pensieri, ma che è incomprensibile per chi, come i figli, non ha potuto imparare a leggere dopo la fine della civiltà (per ben dieci pagine – mentre uno dei ragazzi sfoglia invano il quaderno, cerchiamo anche noi, senza trovarlo, un senso fra caratteri incomprensibili e vediamo attraverso occhi analfabetizzati); e, a sovrastare tutto, l’incombente fantasma del passato con tutto ciò che è morto e porta alla morte – il mondo dei barbari cannibali che parlano come idioti echeggiando ancora il gergo del web, fatto di giga di fiko di like (scritto làic), ecc. – e la prona accettazione di un presente efferato.

I ragazzi compiranno la loro scelta, come farà il personaggio del Boia, rifiutando finalmente il suo ingrato ruolo: la vita non può essere solo spietata lotta per la sopravvivenza, ma anche sacrificio, lacuna che faticosamente si riempie, vicinanza ai propri simili, sentimento di unione e speranza. E’ questa l’unica eredità che vale la pena conservare: i ragazzi, ora cresciuti, lo scopriranno alla fine, cercando altri orizzonti spaziali ed emotivi. «Forse dall’altra parte del lago c’è gente a modo», concluderà la piccola schiava che uno dei due fratelli ha salvato, scoprendo forse l’amore e la compassione, e la Strega – scelta come surrogato di madre dall’altro – gli donerà l’unica lancinante carezza che il ragazzo abbia mai conosciuto. Un grande spazio bianco e vuoto chiude l’ultima inquadratura.

https://www.fandangoeditore.it/categoria-prodotto/marchi-editoriali/coconino-press/

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