Tutti gli articoli di Valentina Marcoli

Mamme vaganti

Silvia Ranfagni, Corpo a corpo, Edizioni E/O, pp.156, € 16,00 stampa, € 11,99 eBook

di VALENTINA MARCOLI

Donne oggi, ovvero inesorabilmente eroine. Occorre combattere, coltivare e preservare la propria grinta, senza abbassare mai la guardia. Senza dubbio, per niente facile. Quella che si definisce “società” impone alle donne obblighi morali e materiali. A tutte, indistintamente. Alcune adottano orecchie da mercante, la stragrande maggioranza crolla sotto i colpi inferti da psicologie spicciole, da un mondo in definitiva, all’alba del 2019, tuttora maschilista.

Silvia Ranfagni ha avuto a che fare con degli uomini importanti, noti registi di cinema: Gianni Amelio, Bernardo Bertolucci, Giuseppe Tornatore, Ferzan Ozpetek, tanto per citarne alcuni. Insegna sceneggiatura e scrittura creativa alla Rome Fine Arts e Corpo a corpo segna il suo esordio letterario.

Romanzo biografico, o forse no, una cosa però è certa: la verità, oltre a ferire, appare anche come nel caso in questione, alquanto spassosa. Che siate madri, che lo diventiate, o che la cosa non v’interessi affatto, la lettura di questo libro vi porterà qualche insegnamento. La gestione dell’economia domestica vi sarà chiarita lungo la miriade di difficoltà quotidiane.

Vi consolerà scoprire di non essere in solitudine riguardo alla frequentazione di uomini privi di corredo anatomico maschile o portatori di abissali immaturità, e sterminatori d’ogni speranza futuribile. Ranfagni toglierà di mezzo il senso di colpa per aver pensato, almeno una volta e con occhiaie tali da far impallidire una valigia Vuitton: “Oddio, piange e io non lo sopporto più!”

Avete presente la scena di Sex and the City in cui la perfetta casalinga Charlotte cucina
dolci indossando egregiamente un completo vintage Valentino color crema, e la figlioletta le stampa ben bene sul sedere due mani rosse di marmellata? Vi ricordate la scena isterica che colpisce la donna costringendola a rinchiudersi nella dispensa piangendo, fino all’arrivo della tata? Ecco. La nostra protagonista, Bea, si ritrova quarantenne senza uno straccio di compagno, marito o fidanzato, confermando la tesi secondo cui chi è sfortunato in amore è fortunato almeno nel lavoro. Ma il suo orologio biologico ticchetta già da un po’ e lei è pure disposta ad accontentarsi. Ma un figlio, diamine, non è argomento né situazione da poco.

Per questo si rivolge alla società Human che si occupa di realizzare i sogni di donne con la voglia di procreare, di materializzare l’oggetto dei propri desideri così come se lo immaginano. Insomma, la creazione della vita in provetta. Il bambino nasce, Bea partorisce ma il Corpo non è esattamente come se l’era aspettato: ogni cosa risulta più difficile e insostenibile per lei, dopo aver scelto in solitario di mettere al mondo un esserino indifeso. Durante la ricerca estenuante di una tata, pari a quella di un’occupazione lavorativa, si imbatte in Elsa, donna eritrea che in poco tempo si trasforma per Bea in uno specchio e in una sorta di seconda madre. Tra loro s’instaura un rapporto in bilico tra amore e odio, tra tolleranze e contrasti religiosi, abitudini estranee e confidenze forzate volute a ogni costo da Bea. Elsa è un personaggio complesso e interessante perché se è vero che è una risorsa preziosa, dall’altra parte è fonte di competizione nel campo dei legami. Bea è costretta ad un esame di coscienza nel rapporto che ha costruito con suo figlio, troppo instabile, lei troppo assente e l’altra troppo presente. Tutto molto deleterio. La rottura avviene, invitabile, attraverso l’ingerenza religiosa della tata.

Dopo il licenziamento in tronco, il Corpo (il cui nome è Arturo) cresce e a seguito della
scenata isterica in un museo, dovuta ad una domanda scomoda posta alla madre in crisi, si confessa. La persona che davvero gli manca è Elsa, la tata.

Corpo a corpo è un romanzo che raccoglie tutte le clausole scomode e le postille riguardanti il contratto di maternità, quelle che nessuna madre vorrebbe mai leggere, convinta che sia più comodo ignorarle. Un romanzo in cui la sagace ironia e una scrittura senza vergogna svelano la realtà in cui deve muoversi una madre moderna. Con tutte le sfumature che portano sicuramente a interrogarsi, a riflettere e, perché no, a sorridere.

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Intervista a Pino Imperatore

di VALENTINA MARCOLI

Pino Imperatore, uno scrittore dal cognome importante, che riporta alla mente immagini di personaggi storici, conquiste, armi, che e una certa soggezione – è inutile negarlo – te la provoca. E invece? Sorpresa! Questo scrittore è prima di tutto un uomo di cuore e una bomba di energia e di entusiasmo, il suo sorriso è contagioso e nel tempo di una battuta è capace di rompere il ghiaccio e sciogliere il nervosismo. Mentre lo aspettavo in stazione, con il suo libro in mano, venendomi incontro mi dice, come se fosse la cosa più normale del mondo, “Ah, bello questo libro! Lui è uno bravo, te lo consiglio!”, così, tanto per fare un esempio.

Ma non basta intrattenere i lettori con una risata, bisogna coinvolgerli con intelligenza e passione, e Pino Imperatore questo lo sa molto bene perché i suoi sono romanzi che sì, ti distraggono dalla monotonia quotidiana, ma lo fanno con provocazioni nascoste tra le righe di una scena comica. Il grande pubblico inizia a conoscerlo con Benvenuti in casa Esposito. Le avventure tragicomiche di una famiglia camorrista (Giunti Editore, 2013) in cui, attraverso uno spaccato divertente e allo stesso tempo crudele di una Napoli contemporanea, non si perde occasione per provocare l’animo civile dei cittadini di una società che troppo spesso preferisce voltarsi e guardare da un’altra parte.

Perché Imperatore nasce giornalista e quando un lutto importante sconvolge la sua vita è indubbio che la sua reazione possa essere solamente una: scriverne. E infatti torna nelle librerie con Bentornati in casa Esposito. Un nuovo anno tragicomico (Giunti Editore, 2015) e con questo nuovo romanzo si ritorna a parlare della famiglia di Tonino Esposito, orfano di un boss, che stavolta ha a che fare nientemeno che con un prete anticamorra, una ditta di pompe funebri e una campagna elettorale.

Sempre attuale nella sua ironia palpabile anche nel romanzo successivo Allah, san Gennaro e i tre kamikaze (Mondadori, 2017), in cui tre terroristi architettano – o quantomeno ci provano – un attentato nella splendida e imprevedibile Napoli. Non si possono fare però i conti senza l’oste quindi il piano salta più volte a causa di scioperi, tifosi inviperiti, donne procaci e non dimentichiamoci il santo del titolo, san Gennaro. Un libro dunque coraggioso e dissacrante sulla tolleranza, il fanatismo e l’importanza dell’integrazione.

Nel 2018 si volta pagina, anche se non di certo con l’umorismo che ormai abbiamo capito caratterizzare questo sorprendente scrittore contemporaneo. De Agostini Planeta pubblica Aglio, olio e assassino, un romanzo difficile da etichettare per via delle molteplici sfumature che lo contraddistinguono. Di sicuro ci sono degli omicidi, c’è un’indagine condotta dall’ispettore Gianni Scapece, c’è l’ottima cucina della Premiata Trattoria Parthenope, luogo di ritrovo e scambio di opinioni tra l’ispettore e i proprietari Peppe e Francesco Vitiello, perché – si sa – a pancia piena si ragiona meglio! Poi ovviamente l’immancabile scenario di Napoli, zona Mergellina con le sue vie ricche di simboli esoterici e statue e chiese che contribuiscono indubbiamente ad accrescere il fascino di una città già di per sé molto seducente. Il mistero è una carta vincente nella struttura narrativa che Pino Imperatore ha ideato per questa trama, carica di significati massonici, simboli nascosti nelle opere d’arte conservate nelle chiese del circondario e una serie di indizi che porteranno il lettore inevitabilmente a sbagliare strada.

Sì perché il nostro Pino gioca al gatto col topo anche con il lettore, che da subito si sente stimolato a partecipare alle indagini: ma la soluzione può non essere così scontata… quindi fate attenzione ai dettagli e buona caccia al colpevole!

 Aglio, olio e assassino è impregnato di uno stile carico della simpatia che caratterizza Napoli, città in cui la storia è ambientata, però la tua carriera inizia con un lutto che ti segna. Cosa cambia in te, e nel tuo lavoro? Mi riferisco all’assassinio di Giancarlo Siani da parte della camorra.

L’omicidio di Giancarlo ha cambiato la mia percezione del giornalismo, della scrittura e dell’impegno civile. Giancarlo è stato ucciso per ciò che aveva scritto e che si stava preparando a scrivere sulla criminalità organizzata. Ogni suo articolo era una denuncia e un incitamento alla ribellione. Rispetto a tutti i cronisti dell’epoca, era avanti di una spanna: la sua non era solo una lucida e spietata narrazione dei fatti ma anche un’esortazione a non restare in silenzio. A distanza di tanti anni, i suoi reportage restano estremamente attuali, perché sono una lezione di civiltà. Da questa lezione ho tratto lo spirito e le energie che hanno contraddistinto tutte le attività in cui mi sono cimentato.

Poi accade la svolta. Inizi col far parte del trio comico I Saltimbanchi e scrivi anche sceneggiature per il teatro sempre in chiave umoristica. Qual è stata la molla che ti è scattata?

A Napoli si usa un termine, pazziariello, per indicare una persona allegra, simpatica, festosa. Il vocabolo deriva dal verbo pazziare, che significa giocare, scherzare. Io da quand’ero ragazzo sono sempre stato un tipo pazzariello, pronto a sdrammatizzare e a tirare fuori battute in ogni occasione, per cui m’è venuto naturale, a un certo punto, cominciare a scrivere testi divertenti per il teatro e per il cabaret. Quando ho visto che funzionavano, che facevano ridere, mi sono gasato ancora di più.

Con Giunti pubblichi Benvenuti in casa Esposito – Le avventure tragicomiche di una famiglia camorrista. Hai avuto qualche riscontro negativo, visto l’argomento trattato?

Gli unici riscontri negativi sono arrivati dai camorristi, che non hanno gradito l’operazione che ho realizzato col romanzo, volta a ridicolizzare la criminalità. Però mi hanno lasciato stare. E io ho continuato a sfotterli e a raccontare a tutti la loro sconfinata stupidità. Ancora oggi, a distanza di sette anni dall’uscita, vado nelle scuole a parlare del libro.

Con Questa scuola non è un albergo invece ti sei avvicinato al pubblico giovane, incontrando il favore di molti insegnanti che hanno adottato il romanzo. È stato più complesso o più semplice adattare un testo per avvicinare i ragazzi?

Complesso perché l’Io narrante è quello di un adolescente, Angelo D’Amore, per cui ho dovuto adattarmi al suo linguaggio e al suo modo di pensare. Semplice perché mi ha aiutato l’eterno ragazzino che è in me. I miei fantastici ricordi di scuola hanno fatto il resto.

Con Mondadori pubblichi Allah, san Gennaro e i tre kamikaze e ti ripeto la domanda di prima: hai ricevuto minacce visto l’argomento e il periodo storico totalmente differente rispetto a Casa Esposito?

Qualche problema c’è stato, ma per fortuna sono qui vivo e vegeto. Alla faccia di tutti i terroristi.

E finalmente arriviamo al tuo ultimo romanzo, Aglio, olio e assassino, un libro che mixa tanti generi diversi, e che in fin dei conti rappresenta una perfetta guida di Napoli, ma della Napoli più vera e meno conosciuta. Rappresenta un po’ un ritorno a casa?

Be’, da Napoli non mi sono mai spostato: i cinque romanzi che ho finora pubblicato sono tutti ambientati nella mia città. Ho solo cambiato zona, trasferendo lo sguardo sul quartiere di Mergellina, molto noto per i suoi straordinari scorci paesaggistici ma non altrettanto conosciuto per alcuni suoi luoghi, come il Parco Vergiliano e la Chiesa di Santa Maria del Parto, in cui la storia si mescola con la leggenda e i misteri vanno di pari passo con la superstizione. Un microcosmo governato da elementi simbolici che tracciano un labirinto all’interno del quale il personaggio principale del romanzo, l’ispettore Gianni Scapece, si perde e si confonde. Trovare la via d’uscita per lui non sarà facile.

Come mai hai deciso di scrivere di questi delitti, partendo tra l’altro da un fatto di cronaca reale che all’epoca scosse l’Italia?

Il “mostro” della mia storia è inventato. Non lo è il “mostro di Posillipo”, che alla fine degli anni Ottanta si rese responsabile di un delitto orrendo e ne confessò un altro quando fu arrestato. L’orrore è più reale di quanto immaginiamo. Parlarne aiuta a comprenderlo, a spiegarne le origini e le logiche perverse e a combatterlo con armi appropriate.

Ovviamente immagino che l’approccio nello scriverlo sia stato totalmente differente dai tuoi precedenti romanzi. Ti sei affidato ad esperti, hai consultato come la Fletcher volumoni in biblioteca, etc?

I miei romanzi sono ambientati in luoghi reali. Anche Aglio, olio e assassino lo è. E come ho sempre fatto, mi sono documentato e soprattutto ho fatto verifiche sul campo. Non mi fido molto di ciò che mi viene raccontato o che leggo su un libro o su internet. Devo vedere con i miei occhi, toccare con mano, provare sensazioni dirette, e solo quando le mie impressioni e conoscenze sono complete e concrete, inizio a scrivere.

Una domanda che tanti tuoi lettori sperano: avrà un seguito?

Sì. Ho appena finito di scrivere un nuovo romanzo che ha per protagonisti l’ispettore Scapece, il commissario Improta e la famiglia Vitiello. Sarà pubblicato all’inizio di aprile da De Agostini Planeta. Ti do il titolo in anteprima: Con tanto affetto ti ammazzerò. È una storia molto diversa da quella di Aglio, olio e assassino; ha a che fare col male che talvolta può annidarsi nei legami familiari.

Si parla anche di cibo, della buona cucina, quella per cui siamo famosi all’estero. Combinazione voluta a scopi commerciali, visto che in TV ormai ci sono più programmi di chef che film, oppure è una passione come quella di Camilleri per la buona tavola?

Non ho mai strizzato l’occhio alle mode e spesso sono andato controcorrente, a mio rischio e pericolo. E a rischio e pericolo delle case editrici che hanno pubblicato i miei romanzi. Mi è andata bene; segno che i lettori amano le novità e le sfide e riescono ad affrancarsi dai libri spazzatura. E poi, proprio come Camilleri, amo la cucina di qualità, quella legata alle straordinarie tradizioni enogastronomiche del nostro Paese, il posto sulla Terra in cui si mangia meglio.

A proposito di TV, Gianni Scapece avrà un volto in una serie televisiva?

Se fossi un produttore, un pensierino ce lo farei. Ma non lo sono, quindi posso soltanto sperarlo, per il momento.

Cosa legge Pino Imperatore? A chi si ispira?

Sono un lettore onnivoro, alla continua ricerca di testi originali e coinvolgenti. Il genere non è importante: basta che siano storie scritte bene e capaci di procurarmi trepidazioni e riflessioni. Se poi contengono anche una buona dose di umorismo, il gioco è fatto. Dai classici ai moderni, sono tanti gli autori che hanno arricchito la mia formazione letteraria. Nel dicembre scorso ho conosciuto il mio scrittore contemporaneo preferito: Joe R. Lansdale. Un mito, per me. Pensa: a casa ho una mensola-altarino zeppa dei suoi libri tradotti in italiano. Superata l’emozione, sono addirittura riuscito a farlo ridere. Ora posso morire contento.

Romanzi:

  • Benvenuti in casa Esposito, Giunti, 2012.
  • Bentornati in casa Esposito, Giunti, 2013.
  • Questa scuola non è un albergo, Giunti, 2015.
  • Allah, san Gennaro e i tre kamikaze, Mondadori, 2017.
  • Aglio, olio e assassino, De Agostini Planeta, 2018.

 

Opere comiche:

  • In principio era il Verbo, poi vennero il soggetto e il complemento, Colonnese, 2001.
  • Un anno strano a Roccapeppa, Kairós, 2004.
  • Quel sacripante del grafico si è scordato il titolo, Graus e Boniello, 2005, antologia a cura di Pino Imperatore e Edgardo Bellini.
  • La catena di Santo Gnomo, Cento Autori, 2007.
  • Manteniamo la salma, Cento Autori, 2007.
  • Questo pazzo pazzo pazzo mondo animale, Cento Autori, 2007.
  • De vulgari cazzimma – I mille volti della bastardaggine, Cento Autori, 2008.
  • Tutti a posto e niente in ordine, Boopen Led, 2009.
  • Aggiungi un porco a favola, Kairós, 2010, antologia a cura di Pino Imperatore e Edgardo Bellini.
  • Capita solo a Napoli, Mondadori, 2014, antologia a cura di Pino Imperatore e Nando Mormone.
  • Sei personaggi in cerca di Totore, Homo Scrivens, 2016, opera comica scritta con Francesca Gerla.
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Il lato oscuro della tata-fotografa

Francesca Diotallevi, Dai tuoi occhi solamente, Neri Pozza, pp 206, € 16,50 stampa, € 9,99 eBook

di VALENTINA MARCOLI

Vivian Maier. Madre francese, padre statunitense e figlio di emigranti autriaci, nata a New York nel febbraio 1926, è l’esempio del mix perfetto che dà vita a uno dei personaggi più misteriosi del Novecento. Tutto ha inizio nel 2007 quando John Maloof acquista a un’asta, per la somma di 380 dollari, un box pieno zeppo di oggetti tra cui una cassa contenente centinaia di rullini e negativi ancora da sviluppare. In breve quella cassa nasconde un tesoro.

Tutte le foto che Vivian Maier ha scattato negli anni e accumulate nel tempo sono rimaste lì in attesa di essere scoperte e ammirate dal mondo intero. Sì, perchè quello che realizza Vivian è l’arte della street photography ante litteram. Con la sua Rolleiflex immortala migliaia di scene, istanti perfetti paralizzati nell’atto di compiersi eternamente, istanti che i soggetti ritratti non vedono e non sanno di perdersi, ma che gli occhi di Vivian rubano.

Ciò che però si propone di fare Francesca Diotallevi è ricreare nella maniera più verosimile possibile il lato oscuro della vita di questa tata-fotografa basandosi su ciò che di lei sappiamo. Il romanzo si apre con una sorta di lettera a cuore aperto datata 2008 in cui Vivian racconta come ci sia stata una sola persona in grado di guardarla, lei che ha fatto di tutto per essere invisibile.

L’infanzia difficile, sempre con la valigia pronta per seguire la madre in giro per il mondo, le amicizie, la zia e il nonno francesi, tutto è stato ricostruito immaginando pensieri e parole che passavano per la testa di una bambina fondamentalmente sola e diffidente verso tutti. A partire dall’amica della madre, Jeanne Bertrand, sua ispiratrice e colei che per prima ha intuito le capacità e annusato il talento di una bimba dagli occhi azzurri e dall’intelligenza singolare. Fidandosi del suo istinto la incoraggia e le spiega tutti i trucchi del mestiere.

Tra continui flashback, si passa in un istante dalla giovane Vivian che cerca di costruire un rapporto col fratello maggiore che entra ed esce dalla galera e, al contempo, distrugge il legame con la madre a causa di costanti incomprensioni, alla Vivian adulta e tata di Grace e Arthur a Long Island in casa Warren.

Francesca Diotallevi ha letteralmente seguito le tracce della vita di questa donna andando a visitare le case da lei abitate, a Saint-Julien-en-Champsaur, Beauregard e New York compiendo una ricerca che in realtà è un atto d’amore per la vita e per l’arte, e dimostrando che ogni vita e ogni piccolo gesto per quanto possano sembrare insignificanti, sono preziosi.

Quello che resta tra le mani del lettore è un diario segreto molto verosimile che racconta di una donna circondata da un’aura di mistero, e con moltissime frasi da sottolineare e imprimere nel cuore per la loro bellezza stilistica. E se non siete interessati all’hobby della fotografia, vi scoprirete a volerne acquistare una anche voi di Rolleiflex per iniziare a riempire rullini di istanti di vita e conservarli per l’eternità.

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Prospettive di un’anima

Nikolaj Gogol’, Racconti di Pietroburgo, tr. Paolo Nori, Marcos y Marcos, pp. 286, € 16,00 stampa

di VALENTINA MARCOLI

Non c’è cosa peggiore di una traduzione priva di calore e passione. Poi ci lamentiamo che i ragazzi non leggano i classici e che gli adulti preferiscano dedicarsi ad altre letture. Ma per i classici russi ci pensa Paolo Nori. Chi altri se non lui, che della grande Russia ne ha fatto un’ossessione? Nori, che in un’altra vita ha certamente vissuto in quelle terre fredde e ricche di fascino.

La traduzione è l’asso nella manica che Marcos y Marcos ha scelto di giocare in una partita che ha decisamente vinto. Se avete già letto I racconti di Pietroburgo questa sarà come una lettura nuova: un approccio più di pancia e un sentimento che infonde nel lettore una vivacità e un coraggio a proseguire pagina dopo pagina unici. Una visione speciale e una cura non comune permettono di approfondire taluni interessanti dettagli che andrebbero altrimenti persi. L’anima, ecco cosa ha messo Nori nella sua traduzione dei racconti di Gogol. C’è anima e poesia quando con entusiasmo palpabile viene nominata “La prospettiva Nevskij” nell’omonimo racconto, c’è anima quando con rammarico si giunge al tragico epilogo. Si sentono le risate sommesse e trattenute a stento sulle scene tragicomiche de “Il naso” scappato via dal suo legittimo proprietario, c’è molta tensione ne “Il ritratto”, forse il racconto lungo più complesso e meno comico. La stessa tensione che tiene incollato alle pagine il lettore ne “Il cappotto” fino al triste destino del protagonista, in scene che potremmo oggi definire di mobbing.

“Memorie di un pazzo”, che chiude la raccolta, è un mix di follia lucida, che percorre strade senza ritorno passando per dialoghi con cani che scrivono lettere, sino ad arrivare all’incoronazione del re di Spagna. Un arcobaleno di emozioni e sensazioni che scaturiscono a piena forza dalle pagine, pronte a rinvigorire una lettura che se in certi – rari – punti si inceppa, riparte in fretta senza difficoltà.

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Cuore di cecchino

Mathias Enard, La perfezione del tiro, tr. Yasmina Melaouah, Edizioni e/o, pp 183, € 16,00 stampa, € 11,99 eBook

recensisce VALENTINA MARCOLI

La cosa più importante è il respiro. Il suo ritmo lento e regolare.

Uno dei migliori incipit letti negli ultimi tempi. Mathias Enard possiede il mestiere di trascinare il lettore in un mondo affascinante e, in qualche modo, spaventoso. Ci parla di un cecchino immerso nella realtà, alle prese con tutte le banali questioni affrontate ogni giorno: nulla a che vedere con i filmici american sniper oggi di gran moda e che nulla hanno a che fare con quanto esiste fuori dalla fantasia. Ci rendiamo immediatamente conto di essere balzati dentro uno dei tanti conflitti in corso nel Medio Oriente, dove è inevitabile che siano soprattutto gli abitanti a soffrire in modo atroce nel mezzo di bombardamenti e spari per loro (e non solo per loro) insensati.

Il protagonista racconta i gesti ripetuti identici ogni giorno della sua esistenza in quel territorio. È probabile che non abbia altri e diversi metri di paragone, ma è il migliore e lo sa. Sa d’incutere timore. È stato reclutato proprio per questo motivo, lui non sbaglia mai un colpo. Il momento preferibile per scegliere un bersaglio è all’alba, quando la luce è perfetta, e non si sprecano munizioni. Lui spara pochissimo, quando punta il fucile sa bene che il proiettile non andrà a vuoto.

La narrazione avanza come se leggessimo il diario quotidiano di chi è abituato a confessarsi sulla pagina, non è difficile chiedersi se un killer abbia dentro di sé un qualsivoglia frammento d’umanità, e soprattutto chiedersi di quali problemi o tribolazioni sia preda un assassino di professione. Ci viene rivelato che in questo caso l’uomo provvede alla madre anziana e ammalata di demenza, ma che sfortunatamente si innamora della badante, la giovanissima Myrna. S’invaghisce, la desidera, la vuole. Non conosce l’amore, il professionista delle uccisioni a distanza, forse sente certe declinazioni d’odio ma un cecchino come lui non sa nulla di limiti e del loro rispetto, non sa nulla di confini. Non gli sfugge però che alla quindicenne Myrna è mancato il padre ucciso in un bombardamento.

Dunque uno strano legame, un’inquietante affinità si stabilisce fra i due. Se di amore si trattasse nascerebbe qualcosa di oscuro e corrotto, non potrebbe esistere risanamento nel corso del tempo, a nulla varrebbe la relazione platonica inaugurata fra lui e la ragazza. L’ossessione è a due passi, un rifiuto può trasformare l’oggetto del desiderio in un bersaglio. Un killer, secondo le regole della narrativa, ottiene sempre quel che vuole. Da qui a una vera caccia all’uomo (alla donna) il passo è breve. E in questo caso soltanto uno potrà sopravvivere. O forse…

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Favole in Boosta

Davide Boosta Dileo, C’era una volta il silenzio e altre favole per innamorati, Mondadori, pp. 100, € 15,00 stampa, € 7,99 eBook

recensisce VALENTINA MARCOLI

Che cosa sappiamo di Dileo? Personaggio eclettico e versatile. Tastierista del gruppo torinese Subsonica, Dj e produttore, sceneggiatore e regista, ha realizzato la colonna sonora di Wolverine – L’immortale e di 1992 (e del seguito 1993), fumettista e attore, fondatore della casa editrice ADD con Andrea Agnelli e Michele Dalai.

Infine scrittore. Mettiamo nel suo CV un romanzo a quattro mani con Tullio Avoledo. Insomma, un uomo simile alla borsa senza fondo di Mary Poppins, stracolma di oggetti. Il mondo scarseggia di veri talenti, quando se ne incontra un esemplare bisogna prestare attenzione, ai dettagli, agli indizi e alle piste su cui ci conduce.

Piste verso dove? In questo caso si tratta di una raccolta di brevi favole, piccoli tesori narrativi in cui al lettore è consentito, all’occorrenza, riscaldarsi e perfino commuoversi. Marta Carrara, l’illustratrice del volume, con poche e rapide linee è stata in grado di dar forma alle parole, seguendo gli equilibrismi di Dileo e assecondandone i giochi. Ci sono molti motivi per rinfrancarsi durante la lettura, pur seguendo alcuni pezzi narrativamente più deboli. La versatilità può condurre verso lettori di ogni classe d’età, e c’è da chiedersi se gli insegnamenti sottesi ai diversi testi siano seguiti dallo stesso autore.

Ma scegliamo qua e là qualche pezzetto: troviamo una strada stregata che inghiotte le persone, tuttavia si scopre alla fine che il nome della strada è – sorpresa – Amore; una bambina prima di mettersi in viaggio riempie soltanto a metà la propria valigia in modo che nell’altra metà possano trovar posto le cose belle che incontrerà; c’è il Sole che ama troppo la Luna, litigano ma si ritrovano all’alba e al tramonto dando vita al giorno e alla notte; infine c’è il Silenzio che raccoglie in una valigia bianca tutte le cose belle non dette e in una valigia nera tutte le cose brutte, salvo che fortunatamente il Silenzio ne impedisce l’eccessivo accumulo. Danno evitato.

Cento pagine intessute di delicatezza e un’atmosfera intima che forse il lettore ritroverà durante le presentazioni di Dileo in giro per l’Italia in cui una voce femminile racconta accompagnata da effetti musicali. Anche lì, ognuno probabilmente si sentirà ancora una volta a casa.

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Intervista con Donato Carrisi

di VALENTINA MARCOLI

Intervistare Donato Carrisi è stato un po’ come chiacchierare con Stephen King parlando però la stessa lingua. Un onore e un piacere dunque: una voce tranquilla e pacata, una figura di spicco della narrativa contemporanea. Parecchio talento concentrato in un’unica persona, uno scrittore che ha macinato fin da subito una quantità di riconoscimenti e tagliato tanti traguardi. Poliedrico, non solo scrittore ma anche sceneggiatore per la TV (ricordiamo Moana, Squadra antimafia – Palermo oggi e Nassiryia – Per non dimenticare), nonché vincitore del David di Donatello 2017 per la miglior regia esordiente con La ragazza nella nebbia.

Persona elegante, distinta e molto riservata, Donato Carrisi ha il dono di catturare l’attenzione di chiunque in una manciata di righe. Attualmente in tour per la presentazione del suo ultimo lavoro Il gioco del suggeritore (Longanesi, pp 398, € 22 stampa, € 12,99 ebook), seguito de Il suggeritore (Longanesi, 2010) entrambi thriller mozzafiato carichi di tensione.

La prima domanda sorge spontanea: come mai riprendere in mano Il suggeritore dopo quasi dieci anni?

Perché c’è un nuovo territorio di caccia. Attraverso la rete siamo tutti più esposti. Il suggeritore ha avuto molto successo perché parlava di qualcosa che ci fa paura in quanto troppo vicino a noi. Il gioco del suggeritore è stato una scommessa.

Parliamo di Mila, un personaggio che ne Il gioco del suggeritore hai voluto approfondire. Il lato oscuro che l’affascina a tal punto è lo stesso lato che affascina anche te, di conseguenza c’è un po’ di Donato Carrisi in Mila?

È una cosa con cui non ho mai fatto i conti anche se so che prima o poi mi toccherà affrontare. Cerco di tenere una certa distanza dai miei personaggi perché se ci dovessi litigare poi sarebbero guai! Ho comunque il sospetto che ci sia qualcosa di me in Mila e dovesse arrivare il giorno in cui scavando dovessi accorgermene, non riuscirò più a scrivere di lei.

A cosa si deve il tuo stile narrativo molto americano, hai qualche autore di riferimento a cui ti ispiri in particolare?

In realtà sembra americano perché in questa parte dell’Europa (a parte l’Inghilterra) non siamo abituati a leggere thriller, si leggono infatti più noir o, come in Italia, più gialli. Ovviamente ho degli autori di riferimento tra cui lo stesso King che tu hai citato prima, è uno scrittore da seguire sempre con molta attenzione. Non sbaglia un colpo!

Quanta regia c’è nei tuoi libri e quanta narrativa nel tuo cinema?

Tantissima! Scrivo per immagini e le parole sono importanti per i miei film tanto quanto le immagini per i miei libri. Tendo a raccontare dei personaggi molto oltre ciò che è scritto nel romanzo, per questo è fondamentale per me che gli attori conoscano il personaggio così a fondo. Si gira scrivendo e si scrive girando.

La donna dai fiori di carta è un romanzo che si discosta un po’ dal tuo stile narrativo, come mai?

La donna dai fiori di carta nasce da una scommessa che ho fatto anni fa con un giornalista francese che mi ha sfidato dicendomi: “Saresti in grado di scrivere una storia d’amore?” e io “Ma certamente!” ed ecco come è nato quel romanzo.

La tua carriera è strepitosa, ricca di premi e riconoscimenti ma ce n’è uno in particolare che vorresti ricevere?

Non te lo dirò mai!

I commenti sul tuo lavoro sono in generale molto positivi ma hai mai ricevuto delle critiche? Che rapporto hai con i tuoi lettori?

Ottimo! Le critiche sono sempre utili, finchè si parla di un libro vuol dire che quel libro funziona. La critica del lettore serve, penso invece che il peggior insulto per uno scrittore sia quello che il lettore non sia riuscito a portare a termine la lettura.

Hai studiato Giurisprudenza e sei specializzato in Criminologia e Scienza del comportamento ma qual è stato il fattore scatenante che ti ha portato alla scrittura?

In realtà non lo so, ho sempre scritto. Da piccolo scrivevo moltissimo, anche per il teatro, ma i miei genitori volevano un avvocato a tutti i costi perché non erano tranquilli riguardo alla professione di scrittore che invece è sempre stata una mia grande passione. Quand’ero piccolino dicevo un sacco di bugie e inventavo delle storie talmente assurde che forse è stato quello l’inizio di tutto.

C’è qualcosa che non sanno di te i tuoi lettori?

Dove vivo. Sono una persona molto riservata e tendo a separare la mia vita privata da quella pubblica.

Dopo La ragazza nella nebbia è in arrivo un nuovo film, giusto?

Be’, un nuovo film su L’uomo del labirinto è in lavorazione e vedrà nuovamente la partecipazione di Tony Servillo oltre ad un altro importante attore di cui non posso svelarti il nome. E’ una nuova avventura per me.

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#MennoniteMeToo

Miriam Toews, Donne che parlano, tr. Maurizia Balmelli, Marcos y Marcos, pp. 253, € 18,00 stampa

recensisce VALENTINA MARCOLI

Tutto ha avuto inizio con Il racconto dell’ancella della Atwood. E’ «colpa» sua: da quel momento le donne hanno aperto gli occhi e si sono guardate allo specchio. Anni e anni di lotte per raggiungere il minimo sindacale dei diritti e poi accendiamo il TG e sentiamo ogni giorno di donne uccise dai compagni, e ragazze che vengono sfregiate con l’acido per motivi inesistenti.

Anche Miriam Toews è una guerriera, e la sua carriera lo dimostra chiaramente, sin da quando diciottenne fugge a Montréal da una rigida comunità mennonita. Sin da quando scrive per ribellarsi alle regole che la stringono nella morsa della sottomissione. I suoi primi lavori, inframmezzati da una pausa cinematografica memorabile con il regista Carlos Reygadas che la vuole in Luz silenziosa, nascono da esperienze personali che l’hanno segnata inesorabilmente e inevitabilmente giungono al cuore dei lettori.

Una continua ricerca della libertà, un ribellarsi al fondamentalismo religioso in cui è cresciuta, una fuga dalla tirannia e dal potere ingiustificato sono tutte tematiche molto care alla Toews, che infatti ritroviamo anche in questo suo ultimo lavoro. Basato sul processo che nel 2011 ha avuto luogo in Bolivia e che portò alla luce come 130 donne di una colonia mennonita siano state ripetutamente stuprate e anestetizzate con dello spray per il bestiame, di notte, da quelli che loro stesse credevano essere demoni, come punizione per i peccati commessi (quali peccati?), nel romanzo la Toews ci porta nella colonia mennonita di Molotschna, giusto per farci capire di cosa stiamo parlando.

La scena si apre con le donne della comunità che si lavano vicendevolmente i piedi, alla stregua di Gesù con i suoi discepoli. Dopo questo rito intimo consumato con spensieratezza si giunge presto al nocciolo della questione: tutte loro sono lì riunite per decidere come comportarsi con gli uomini che le hanno narcotizzate, violentate, picchiate e contagiate in alcuni casi. Ma hanno poco tempo, solo quarantotto ore per scegliere di andarsene e ricominciare da zero oppure restare e continuare a subire.

August Epp, l’unico uomo presente alla riunione, ha il compito di redigere i verbali, poiché le donne in quanto tali non sanno né leggere né scrivere. E nemmeno parlare correttamente. August infatti è un ex colono che capisce la lingua, il dialetto stretto che si usa a Molotschna ed è di conseguenza l’unico in grado di assolvere a tale compito. Nei verbali si leggono confronti serrati, scambi fulminei di battute ma si colgono anche attimi di lucidità sulla condizione di queste donne che scoprono che a stuprarle non sono stati demoni o sconosciuti bensì padri, fratelli e amici.

L’intera colonia di Molotschna è fondata sul patriarcato, dove le donne vivono una vita di serve mute, sottomesse e obbedienti. Bestie. Ragazzini di quattordici anni sono tenuti a impartirci ordini, a determinare i nostri destini, a votare le nostre scomuniche, a parlare ai funerali dei nostri nuovi nati mentre noi rimaniamo in silenzio, a interpretare la Bibbia per noi, a guidarci nel culto, a punirci! Non siamo membri, Mariche, siamo merce.

Quarantotto ore per valutare una vita in colonia e trasformare la rabbia e il desiderio di vendetta nel coraggio di scegliere la libertà. Quarantotto ore per alzare la voce e dire basta. Quarantotto ore per buttarsi nell’ignoto della vita.

http://www.marcosymarcos.com/

A questa recensione seguirà l’intervista a Miriam Toews realizzata da Ombretta Romei, e la ripubblicazione della recensione di Un complicato atto d’amore, il primo romanzo della scrittrice canadese uscito in Italia, pubblicata su PULP Libri nel 2005.

 

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Intervista con Donatella Di Pietrantonio

recensisce e intervista VALENTINA MARCOLI

L’odontoiatra pediatrica Donatella di Pietrantonio, residente a Penne e di origine abruzzese, è salita alla ribalta con la vittoria del Premio Campiello 2017 con L’arminutaViene ora ripubblicato da Einaudi, la casa editrice che tanto la sostiene e le ha permesso di farsi conoscere ai lettori, un suo precedente romanzo, Bella mia, (pp. 182, €12,00 stampa, €7,99 eBook), uscito nel 2014 per i tipi di Elliot. Dal momento che in quel periodo la nostra Rivista era temporaneamente assente, ci pare giusto recensirlo ora; ma Valentina Marcoli non si è limitata a questo, ha anche intervistato l’autrice. Cominciamo dunque con la recensione.

Il 6 aprile del 2009 il terremoto ha distrutto l’Aquila. È successo alle 3:31 e una città misteriosa, in apparenza chiusa e riservata, restia all’aprire le sue braccia per accogliere turisti e studenti pendolari, è andata perduta. E poi c’è quel numero, quel novantanove come le chiese, le piazze, le fontane, i castelli che era e non è più. E non sarà più. Bella mia è un inno d’amore per una città magica in cui la Di Pietrantonio, vincitrice del Premio Campiello 2017 con L’arminuta, ha vissuto, ha studiato, ha instaurato rapporti d’amicizia. Bella mia è la canzone che cantano gli aquilani anche da sfollati, i fortunati che dal tendone di prima accoglienza sono stati successivamente trasferiti nelle C.A.S.E. (Complessi Antisismici Sostenibili ed Ecocompatibili).

L’autrice è stata colpita solo marginalmente, come racconta nella toccante postfazione: era a Penne con il figlio di dieci anni e un marito all’estero per lavoro. Pochi i danni, ma tante le ferite rimaste nel cuore e negli occhi. La Zona Rossa del romanzo invece raccoglie le macerie della casa di Olivia e del figlio adolescente Marco, della sorella gemella Caterina e della mamma delle due donne. Dislocate a pochi metri di distanza ma considerate inagibili. Tre case, tre generazioni, tre differenti approcci al trauma.

Olivia non sopravvive, muore colpita da una trave, e lascia il figlio Marco alle cure della sorella Caterina e della madre. Il padre del ragazzo, Roberto, vive a Roma con la nuova compagna, fa il musicista e per via del suo carattere troppo tenero ha difficoltà a gestire lo tsunami emotivo di Marco. Tra gesti di forte ribellione, incoscienti incursioni nella vecchia casa rimasta in piedi per metà e bravate varie infatti, le ha tutte vinte. È importante però sottolineare due aspetti: il delicato quanto preciso tratteggio dei personaggi che affrontano un lutto che li segna tutti ma in modi differenti; e poi la rinascita, l’inventarsi per cause di forza maggiore una vita nuova, dove sullo sfondo s’intravede la speranza di ricostruire il passato all’Aquila.

Caterina ha perso la gemella, una metà che la completava, e questa mancanza la costringe a tirare fuori il suo carattere, a prendere decisioni in solitudine, e non ultimo a fare da madre al nipote, lei che di figli manco a parlarne. La madre di Olivia ha perso una figlia con ancora tanta vita davanti e questa è una cosa contro natura, un lutto che nemmeno ha nome sul dizionario. Infine c’è Marco, un ragazzo che ha perso la madre, il suo punto di riferimento, la sua bussola nel caos dell’adolescenza. Tre differenti modi di affrontare un’assenza improvvisa ma che al contempo li unisce e li rafforza.

Sullo sfondo – ma neanche troppo – l’illusione di ricostruire di una città crollata, e il coraggio degli sfollati che non perdono la speranza di tornare a vivere nelle loro vecchie case, mai, neanche quando il tempo passa e le abitazioni provvisorie che occupano iniziano a deteriorarsi e lo Stato, all’inizio subito presente, altrettanto velocemente si dimentica di loro, abbandonandoli ai loro problemi. Sono costretti dalle vicende a reinventarsi, a risorgere come la fenice dalle ceneri e ad adattarsi a nuove regole e abitudini. Si addormentano con le immagini dell’Aquila che apre le ali e spicca il volo, intatta e imbattibile.

La Di Pietrantonio riesce in qualcosa di complesso e delicato al tempo stesso, con il suo stile asciutto e duro dà vita ad un romanzo intenso ed essenziale, descrivendo alla perfezione un istante in cui tutto c’è e l’istante dopo tutto è macerie, e le emozioni che vibrano dentro chi questo l’ha vissuto sulla pelle.

E ora, l’intervista.

Il tema della maternità a lei tanto caro è sicuramente più presente negli altri suoi romanzi: in Bella mia è palpabile, direi quasi per osmosi visto che Caterina che non vuole avere figli si ritrova a dover crescere il nipote, orfano della madre morta nel terremoto.

Il tema della maternità è un po’ il mio tema che ripropongo da un libro all’altro rivestendolo di trame diverse. In Bella mia mi interessava esplorare questa dimensione di maternità in cui ci si può ritrovare al di là delle nostre intenzioni, come succede a Caterina che si vede costretta dalle circostanze a improvvisarsi madre, per di più non di un bambino piccolo ma di un adolescente scontroso. Volevo mostrare come questa donna che si è sempre sentita incapace di occuparsi di un altro, a cui sembra difficile perfino sostenersi da sé, riesca ad attingere alle sue risorse interiori e a far da madre al nipote in lutto.

Ha più volte ribadito che concilia le ore dedicate alla scrittura e al suo lavoro di Odontoiatra dividendosi tra giorno e notte/alba, ma ciò che le chiedo è del suo particolare «non-metodo» di scrittura. Me ne vuole parlare?

Non-metodo nel senso che non sono una scrittrice sistematica, che dedica un preciso numero di ore alla scrittura dalle/alle, né un numero preciso di pagine, o con un piano dell’opera definitivo in mente. Parto da un’idea forte, un’urgenza narrativa da sviluppare e da cui mi lascio guidare senza una struttura predefinita di romanzo, parto da quest’idea bruciante, mi metto in ascolto della storia e dei personaggi.

Com’è il suo rapporto con i lettori, sui social e di persona? E con gli abitanti di Penne, la riconoscono?

Sì, capita che mi fermino, adesso sì. Non sono affatto una persona social, esiste una pagina Facebook dedicata all’Arminuta ma viene gestita dall’ufficio stampa. È un aspetto che non rientra nella mia modalità. Mi piace molto invece instaurare un rapporto con i lettori, incontrarli ai festival o durante le presentazioni. I lettori restituiscono all’autore il libro che loro hanno letto e che non necessariamente corrisponde al libro dell’autore, svelano dei particolari che gli sono sfuggiti, molte cose che inconsapevolmente l’autore inserisce nel romanzo e che loro sono molto bravi a scovare.

Da quando L’arminuta si è aggiudicata il Premio Campiello nel 2017 ed Einaudi ha ripubblicato i suoi precedenti lavori, ha notato delle differenze tra i lettori? Mi spiego: trova che chi ha amato L’arminuta abbia poi acquistato anche i suoi precedenti romanzi?

Sì è successo. Einaudi ha ripubblicato solo Bella mia perché i diritti di Mia madre è un fiume non sono ancora scaduti, comunque i lettori dell’Arminuta sono infinitamente più numerosi e tanti hanno intrapreso per curiosità il percorso inverso di lettura dei mie precedenti romanzi, andando a ritroso.

Nella postfazione di Bella mia ha raccontato di essere a Penne durante il terremoto che ha colpito l’Aquila nel 2009, però è indiscutibile la sua capacità nel descrivere alla perfezione tutto ciò che gli sfollati hanno vissuto e provato, durante ma anche nel periodo successivo all’accaduto. Com’è riuscita ad entrare tanto nella psicologia di queste vittime? Tra l’altro ha specificato di non aver perso nessuno.

Anche se lo scrittore non ha subito una perdita reale può comunque riuscire ad immedesimarsi, ad identificarsi in chi invece ha vissuto il lutto, l’abbandono perché questi sono vissuti universali, si può quindi entrare nelle teste di chi ha sperimentato tutto questo. Il terremoto, anche se nella mia zona è stato gentile, mette in condizioni di precarietà e angoscia perché anche se non crollano le case, crollano le certezze. Ho degli amici all’Aquila e ho vissuto anch’io momenti di angoscia quando non sono riuscita a contattarli subito.

La notizia del terremoto del 2009 è passata un po’ nel dimenticatoio, lei ci è poi tornata, ha rivisto la Zona Rossa, com’è la situazione allo stato attuale?

L’Aquila è il più grande cantiere d’Europa anche se c’è un gran fermento ricostruttivo e i lavori proseguono. C’è però ancora molto da fare, occorre far tornare la vita, far tornare la gente.

E’ particolare la scelta di raccontare una sorella che perde la gemella, ai fini narrativi: era forse suo intento tratteggiare l’atteggiamento, l’approccio, la reazione di tre differenti generazioni alla calamità?

L’idea era di mostrare come diverse persone, e non solo diverse generazioni, rispondono al dolore. C’è la reazione composta della nonna sicuramente più temprata, più abituata ad affrontare il dolore, la sua capacità di difendersi attraverso la fede, e a vivere un lutto devastante come quello di perdere una figlia. Nonostante tutto però si ripropone come madre non solo per la figlia e per il nipote ma anche per una vicina molto più giovane che affronta lo stesso lutto, per cui madre di una madre. Una risposta più articolata è invece quella di Caterina perché è la protagonista della storia, di conseguenza ha più spazio narrativo, e infine la risposta di Marco che è un adolescente orfano della madre.

Quest’anno è stato un anno tutto «rosa» per quanto riguarda i premi letterari (Campiello, Strega e Bancarella). Conosce le vincitrici e i relativi romanzi?

Sì, conosco Rosella Postorino ed Helena Janecezek, le stimo entrambe molto.

Crede che forse lo scenario della narrativa contemporanea si stia accorgendo delle capacità femminili o che sia un contentino per i fatti di cronaca, italiani e non?

Mi auguro di no! Spero che quest’anno le donne abbiano scritto libri di qualità, meritevoli di essere premiati. Non penso che si sia deciso di selezionare i premi in base alle quote rosa ma che siano state premiate per il loro valore, sono contenta per loro. Non credo che sia stato un regalo ma che se lo siano guadagnato.

Un’ultima domanda: ha mai ricevuto richieste particolari che l’hanno fatta ridere o sorridere per qualche motivo, dai suoi lettori o dai suoi pazienti lettori?

A volte capita che mi chiedano delle dediche precise, sotto dettatura: ad esempio mi è capitato che un marito per la moglie mi dicesse cosa scrivere. Mi fa sorridere, trovo questa cosa tenera.

Durante le presentazioni invece il 50% delle domande si ripetono sempre, uguali e poi per l’altro 50% sorprendono. Soprattutto con i ragazzi nelle scuole. Anche lì le prime domande sono standard di solito, «Perché quel personaggio non ha un nome?», oppure «Perchè lo ha fatto morire così?». Recentemente sempre i ragazzi mi hanno chiesto  «Ma lei non si sente un po’ cattiva quando sceglie di far morire quel personaggio così, in maniera tanto crudele?» e anche questo mi ha fatta sorridere.

Della Di Pietrantonio la nostra Rivista ha recensito anche il romanzo L’arminuta. Ringraziamo Clementina Pace per le fotografie della scrittrice.

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Racconti cinici per lettori nostalgici

Valerio Valentini, Parlare non è un rimedio, D Editore, pp. 282, €14,90 stampa, €3,11 ebook

recensisce VALENTINA MARCOLI

Quello che stupisce di questo libro è innanzitutto il formato, deliziosamente pocket, e dall’impaginato insolito. Poi, a lettura terminata, si impara a conoscere l’autore che butta una manciata di disincanto mischiata a cinismo qua e là (inconsapevolmente o consapevolmente: io opto per quest’ultima).

Originario di Roma, l’autore Valerio Valentini ha fondato nel 2016 il magazine Reader for Blind, rivista indipendente e autofinanziata di letteratura breve, aperta a tutti coloro che hanno qualcosa da dire e lo dicono bene. In questo suo terzo libro ha concepito una raccolta mista, composta da racconti dalla struttura complessa che si alternano a racconti dalla trama più libera, legati in ogni caso da un fil rouge di rassegnazione, da un’aspettativa in crescendo che viene distrutta con intelligenza sul finire, destabilizzando il lettore.

Valentini ha una scrittura scorrevole e diretta che fa dei suoi racconti una piacevolissima compagnia, una lettura che lascia l’amaro in bocca, una malinconia di base e una diffidenza nei confronti dell’amore che è riconoscibile in tutti i suoi personaggi. Lo si ritrova nel ragazzo di «L’amore ci farà a pezzi», che, durante il matrimonio della sua ex fidanzata Luciana, ha un incontro fugace nei bagni con Alina, l’ex fidanzata dello sposo, in una situazione paradossale e tragicomica insieme. Ma anche in «Parlare non è un rimedio» (racconto che dà il titolo all’intera raccolta), in cui una coppia si confronta al tavolo e dopo una notte d’amore lei abbandona il marito per un altro.

Un concentrato di emozioni da cui emergono i diversi approcci alle relazioni, gestioni diverse del sentimento che molto spesso si tramuta in routine, che come si dice sulla quarta di copertina «è una gabbia che ci riempie di risentimento. Veniamo allevati con colte letture di avventure straordinarie, ma la realtà è un’altra: siamo costretti ad accontentarci di piccoli momenti di gioia, punti luminosi che interrompono una vita annegata dalla noia».

Un racconto che descrive perfettamente questo concetto è «Costole»: una coppia ha difficoltà nel concepire un figlio e nelle azioni che si susseguono quotidiane, tutte uguali; dopo tanti tentativi andati a vuoto finalmente arriva lo spiraglio di luce a cancellare la delusione.

Tre storie in particolare mi sono rimaste nel cuore, «Iride», «Audio Bibbia» e «L’ultimo giorno di Phonola». La prima per la vicenda terribilmente commovente in cui un bimbo cieco insegna al padre a guardare le sfumature del mondo in un mercatino di domenica mattina. La seconda capace di far ridere e riflettere sull’ipocrisia delle persone, mentre l’ultima è una storia nostalgica sugli oggetti con cui siamo cresciuti e a cui ci siamo inevitabilmente legati, tanto da infischiarcene dell’evoluzione tecnologica.

Un libro molto ben scritto che invoglia anche i più diffidenti alla lettura del formato narrativo del racconto, che è fondamentale in questo momento storico in cui andiamo tutti di corsa e non abbiamo mai tempo per soffermarci, distratti da mille input esterni.

http://deditore.com/

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