Tutti gli articoli di Valentina Marcoli

#MennoniteMeToo

Miriam Toews, Donne che parlano, tr. Maurizia Balmelli, Marcos y Marcos, pp. 253, € 18,00 stampa

recensisce VALENTINA MARCOLI

Tutto ha avuto inizio con Il racconto dell’ancella della Atwood. E’ «colpa» sua: da quel momento le donne hanno aperto gli occhi e si sono guardate allo specchio. Anni e anni di lotte per raggiungere il minimo sindacale dei diritti e poi accendiamo il TG e sentiamo ogni giorno di donne uccise dai compagni, e ragazze che vengono sfregiate con l’acido per motivi inesistenti.

Anche Miriam Toews è una guerriera, e la sua carriera lo dimostra chiaramente, sin da quando diciottenne fugge a Montréal da una rigida comunità mennonita. Sin da quando scrive per ribellarsi alle regole che la stringono nella morsa della sottomissione. I suoi primi lavori, inframmezzati da una pausa cinematografica memorabile con il regista Carlos Reygadas che la vuole in Luz silenziosa, nascono da esperienze personali che l’hanno segnata inesorabilmente e inevitabilmente giungono al cuore dei lettori.

Una continua ricerca della libertà, un ribellarsi al fondamentalismo religioso in cui è cresciuta, una fuga dalla tirannia e dal potere ingiustificato sono tutte tematiche molto care alla Toews, che infatti ritroviamo anche in questo suo ultimo lavoro. Basato sul processo che nel 2011 ha avuto luogo in Bolivia e che portò alla luce come 130 donne di una colonia mennonita siano state ripetutamente stuprate e anestetizzate con dello spray per il bestiame, di notte, da quelli che loro stesse credevano essere demoni, come punizione per i peccati commessi (quali peccati?), nel romanzo la Toews ci porta nella colonia mennonita di Molotschna, giusto per farci capire di cosa stiamo parlando.

La scena si apre con le donne della comunità che si lavano vicendevolmente i piedi, alla stregua di Gesù con i suoi discepoli. Dopo questo rito intimo consumato con spensieratezza si giunge presto al nocciolo della questione: tutte loro sono lì riunite per decidere come comportarsi con gli uomini che le hanno narcotizzate, violentate, picchiate e contagiate in alcuni casi. Ma hanno poco tempo, solo quarantotto ore per scegliere di andarsene e ricominciare da zero oppure restare e continuare a subire.

August Epp, l’unico uomo presente alla riunione, ha il compito di redigere i verbali, poiché le donne in quanto tali non sanno né leggere né scrivere. E nemmeno parlare correttamente. August infatti è un ex colono che capisce la lingua, il dialetto stretto che si usa a Molotschna ed è di conseguenza l’unico in grado di assolvere a tale compito. Nei verbali si leggono confronti serrati, scambi fulminei di battute ma si colgono anche attimi di lucidità sulla condizione di queste donne che scoprono che a stuprarle non sono stati demoni o sconosciuti bensì padri, fratelli e amici.

L’intera colonia di Molotschna è fondata sul patriarcato, dove le donne vivono una vita di serve mute, sottomesse e obbedienti. Bestie. Ragazzini di quattordici anni sono tenuti a impartirci ordini, a determinare i nostri destini, a votare le nostre scomuniche, a parlare ai funerali dei nostri nuovi nati mentre noi rimaniamo in silenzio, a interpretare la Bibbia per noi, a guidarci nel culto, a punirci! Non siamo membri, Mariche, siamo merce.

Quarantotto ore per valutare una vita in colonia e trasformare la rabbia e il desiderio di vendetta nel coraggio di scegliere la libertà. Quarantotto ore per alzare la voce e dire basta. Quarantotto ore per buttarsi nell’ignoto della vita.

http://www.marcosymarcos.com/

A questa recensione seguirà l’intervista a Miriam Toews realizzata da Ombretta Romei, e la ripubblicazione della recensione di Un complicato atto d’amore, il primo romanzo della scrittrice canadese uscito in Italia, pubblicata su PULP Libri nel 2005.

 

Condividi su:
FacebookTwitterGoogle+Share

Intervista a Donatella Di Pietrantonio

recensisce e intervista VALENTINA MARCOLI

L’odontoiatra pediatrica Donatella di Pietrantonio, residente a Penne e di origine abruzzese, è salita alla ribalta con la vittoria del Premio Campiello 2017 con L’arminutaViene ora ripubblicato da Einaudi, la casa editrice che tanto la sostiene e le ha permesso di farsi conoscere ai lettori, un suo precedente romanzo, Bella mia, (pp. 182, €12,00 stampa, €7,99 eBook), uscito nel 2014 per i tipi di Elliot. Dal momento che in quel periodo la nostra Rivista era temporaneamente assente, ci pare giusto recensirlo ora; ma Valentina Marcoli non si è limitata a questo, ha anche intervistato l’autrice. Cominciamo dunque con la recensione.

Il 6 aprile del 2009 il terremoto ha distrutto l’Aquila. È successo alle 3:31 e una città misteriosa, in apparenza chiusa e riservata, restia all’aprire le sue braccia per accogliere turisti e studenti pendolari, è andata perduta. E poi c’è quel numero, quel novantanove come le chiese, le piazze, le fontane, i castelli che era e non è più. E non sarà più. Bella mia è un inno d’amore per una città magica in cui la Di Pietrantonio, vincitrice del Premio Campiello 2017 con L’arminuta, ha vissuto, ha studiato, ha instaurato rapporti d’amicizia. Bella mia è la canzone che cantano gli aquilani anche da sfollati, i fortunati che dal tendone di prima accoglienza sono stati successivamente trasferiti nelle C.A.S.E. (Complessi Antisismici Sostenibili ed Ecocompatibili).

L’autrice è stata colpita solo marginalmente, come racconta nella toccante postfazione: era a Penne con il figlio di dieci anni e un marito all’estero per lavoro. Pochi i danni, ma tante le ferite rimaste nel cuore e negli occhi. La Zona Rossa del romanzo invece raccoglie le macerie della casa di Olivia e del figlio adolescente Marco, della sorella gemella Caterina e della mamma delle due donne. Dislocate a pochi metri di distanza ma considerate inagibili. Tre case, tre generazioni, tre differenti approcci al trauma.

Olivia non sopravvive, muore colpita da una trave, e lascia il figlio Marco alle cure della sorella Caterina e della madre. Il padre del ragazzo, Roberto, vive a Roma con la nuova compagna, fa il musicista e per via del suo carattere troppo tenero ha difficoltà a gestire lo tsunami emotivo di Marco. Tra gesti di forte ribellione, incoscienti incursioni nella vecchia casa rimasta in piedi per metà e bravate varie infatti, le ha tutte vinte. È importante però sottolineare due aspetti: il delicato quanto preciso tratteggio dei personaggi che affrontano un lutto che li segna tutti ma in modi differenti; e poi la rinascita, l’inventarsi per cause di forza maggiore una vita nuova, dove sullo sfondo s’intravede la speranza di ricostruire il passato all’Aquila.

Caterina ha perso la gemella, una metà che la completava, e questa mancanza la costringe a tirare fuori il suo carattere, a prendere decisioni in solitudine, e non ultimo a fare da madre al nipote, lei che di figli manco a parlarne. La madre di Olivia ha perso una figlia con ancora tanta vita davanti e questa è una cosa contro natura, un lutto che nemmeno ha nome sul dizionario. Infine c’è Marco, un ragazzo che ha perso la madre, il suo punto di riferimento, la sua bussola nel caos dell’adolescenza. Tre differenti modi di affrontare un’assenza improvvisa ma che al contempo li unisce e li rafforza.

Sullo sfondo – ma neanche troppo – l’illusione di ricostruire di una città crollata, e il coraggio degli sfollati che non perdono la speranza di tornare a vivere nelle loro vecchie case, mai, neanche quando il tempo passa e le abitazioni provvisorie che occupano iniziano a deteriorarsi e lo Stato, all’inizio subito presente, altrettanto velocemente si dimentica di loro, abbandonandoli ai loro problemi. Sono costretti dalle vicende a reinventarsi, a risorgere come la fenice dalle ceneri e ad adattarsi a nuove regole e abitudini. Si addormentano con le immagini dell’Aquila che apre le ali e spicca il volo, intatta e imbattibile.

La Di Pietrantonio riesce in qualcosa di complesso e delicato al tempo stesso, con il suo stile asciutto e duro dà vita ad un romanzo intenso ed essenziale, descrivendo alla perfezione un istante in cui tutto c’è e l’istante dopo tutto è macerie, e le emozioni che vibrano dentro chi questo l’ha vissuto sulla pelle.

E ora, l’intervista.

Il tema della maternità a lei tanto caro è sicuramente più presente negli altri suoi romanzi: in Bella mia è palpabile, direi quasi per osmosi visto che Caterina che non vuole avere figli si ritrova a dover crescere il nipote, orfano della madre morta nel terremoto.

Il tema della maternità è un po’ il mio tema che ripropongo da un libro all’altro rivestendolo di trame diverse. In Bella mia mi interessava esplorare questa dimensione di maternità in cui ci si può ritrovare al di là delle nostre intenzioni, come succede a Caterina che si vede costretta dalle circostanze a improvvisarsi madre, per di più non di un bambino piccolo ma di un adolescente scontroso. Volevo mostrare come questa donna che si è sempre sentita incapace di occuparsi di un altro, a cui sembra difficile perfino sostenersi da sé, riesca ad attingere alle sue risorse interiori e a far da madre al nipote in lutto.

Ha più volte ribadito che concilia le ore dedicate alla scrittura e al suo lavoro di Odontoiatra dividendosi tra giorno e notte/alba, ma ciò che le chiedo è del suo particolare «non-metodo» di scrittura. Me ne vuole parlare?

Non-metodo nel senso che non sono una scrittrice sistematica, che dedica un preciso numero di ore alla scrittura dalle/alle, né un numero preciso di pagine, o con un piano dell’opera definitivo in mente. Parto da un’idea forte, un’urgenza narrativa da sviluppare e da cui mi lascio guidare senza una struttura predefinita di romanzo, parto da quest’idea bruciante, mi metto in ascolto della storia e dei personaggi.

Com’è il suo rapporto con i lettori, sui social e di persona? E con gli abitanti di Penne, la riconoscono?

Sì, capita che mi fermino, adesso sì. Non sono affatto una persona social, esiste una pagina Facebook dedicata all’Arminuta ma viene gestita dall’ufficio stampa. È un aspetto che non rientra nella mia modalità. Mi piace molto invece instaurare un rapporto con i lettori, incontrarli ai festival o durante le presentazioni. I lettori restituiscono all’autore il libro che loro hanno letto e che non necessariamente corrisponde al libro dell’autore, svelano dei particolari che gli sono sfuggiti, molte cose che inconsapevolmente l’autore inserisce nel romanzo e che loro sono molto bravi a scovare.

Da quando L’arminuta si è aggiudicata il Premio Campiello nel 2017 ed Einaudi ha ripubblicato i suoi precedenti lavori, ha notato delle differenze tra i lettori? Mi spiego: trova che chi ha amato L’arminuta abbia poi acquistato anche i suoi precedenti romanzi?

Sì è successo. Einaudi ha ripubblicato solo Bella mia perché i diritti di Mia madre è un fiume non sono ancora scaduti, comunque i lettori dell’Arminuta sono infinitamente più numerosi e tanti hanno intrapreso per curiosità il percorso inverso di lettura dei mie precedenti romanzi, andando a ritroso.

Nella postfazione di Bella mia ha raccontato di essere a Penne durante il terremoto che ha colpito l’Aquila nel 2009, però è indiscutibile la sua capacità nel descrivere alla perfezione tutto ciò che gli sfollati hanno vissuto e provato, durante ma anche nel periodo successivo all’accaduto. Com’è riuscita ad entrare tanto nella psicologia di queste vittime? Tra l’altro ha specificato di non aver perso nessuno.

Anche se lo scrittore non ha subito una perdita reale può comunque riuscire ad immedesimarsi, ad identificarsi in chi invece ha vissuto il lutto, l’abbandono perché questi sono vissuti universali, si può quindi entrare nelle teste di chi ha sperimentato tutto questo. Il terremoto, anche se nella mia zona è stato gentile, mette in condizioni di precarietà e angoscia perché anche se non crollano le case, crollano le certezze. Ho degli amici all’Aquila e ho vissuto anch’io momenti di angoscia quando non sono riuscita a contattarli subito.

La notizia del terremoto del 2009 è passata un po’ nel dimenticatoio, lei ci è poi tornata, ha rivisto la Zona Rossa, com’è la situazione allo stato attuale?

L’Aquila è il più grande cantiere d’Europa anche se c’è un gran fermento ricostruttivo e i lavori proseguono. C’è però ancora molto da fare, occorre far tornare la vita, far tornare la gente.

E’ particolare la scelta di raccontare una sorella che perde la gemella, ai fini narrativi: era forse suo intento tratteggiare l’atteggiamento, l’approccio, la reazione di tre differenti generazioni alla calamità?

L’idea era di mostrare come diverse persone, e non solo diverse generazioni, rispondono al dolore. C’è la reazione composta della nonna sicuramente più temprata, più abituata ad affrontare il dolore, la sua capacità di difendersi attraverso la fede, e a vivere un lutto devastante come quello di perdere una figlia. Nonostante tutto però si ripropone come madre non solo per la figlia e per il nipote ma anche per una vicina molto più giovane che affronta lo stesso lutto, per cui madre di una madre. Una risposta più articolata è invece quella di Caterina perché è la protagonista della storia, di conseguenza ha più spazio narrativo, e infine la risposta di Marco che è un adolescente orfano della madre.

Quest’anno è stato un anno tutto «rosa» per quanto riguarda i premi letterari (Campiello, Strega e Bancarella). Conosce le vincitrici e i relativi romanzi?

Sì, conosco Rosella Postorino ed Helena Janecezek, le stimo entrambe molto.

Crede che forse lo scenario della narrativa contemporanea si stia accorgendo delle capacità femminili o che sia un contentino per i fatti di cronaca, italiani e non?

Mi auguro di no! Spero che quest’anno le donne abbiano scritto libri di qualità, meritevoli di essere premiati. Non penso che si sia deciso di selezionare i premi in base alle quote rosa ma che siano state premiate per il loro valore, sono contenta per loro. Non credo che sia stato un regalo ma che se lo siano guadagnato.

Un’ultima domanda: ha mai ricevuto richieste particolari che l’hanno fatta ridere o sorridere per qualche motivo, dai suoi lettori o dai suoi pazienti lettori?

A volte capita che mi chiedano delle dediche precise, sotto dettatura: ad esempio mi è capitato che un marito per la moglie mi dicesse cosa scrivere. Mi fa sorridere, trovo questa cosa tenera.

Durante le presentazioni invece il 50% delle domande si ripetono sempre, uguali e poi per l’altro 50% sorprendono. Soprattutto con i ragazzi nelle scuole. Anche lì le prime domande sono standard di solito, «Perché quel personaggio non ha un nome?», oppure «Perchè lo ha fatto morire così?». Recentemente sempre i ragazzi mi hanno chiesto  «Ma lei non si sente un po’ cattiva quando sceglie di far morire quel personaggio così, in maniera tanto crudele?» e anche questo mi ha fatta sorridere.

Della Di Pietrantonio la nostra Rivista ha recensito anche il romanzo L’arminuta. Ringraziamo Clementina Pace per le fotografie della scrittrice.

Condividi su:
FacebookTwitterGoogle+Share

Racconti cinici per lettori nostalgici

Valerio Valentini, Parlare non è un rimedio, D Editore, pp. 282, €14,90 stampa, €3,11 ebook

recensisce VALENTINA MARCOLI

Quello che stupisce di questo libro è innanzitutto il formato, deliziosamente pocket, e dall’impaginato insolito. Poi, a lettura terminata, si impara a conoscere l’autore che butta una manciata di disincanto mischiata a cinismo qua e là (inconsapevolmente o consapevolmente: io opto per quest’ultima).

Originario di Roma, l’autore Valerio Valentini ha fondato nel 2016 il magazine Reader for Blind, rivista indipendente e autofinanziata di letteratura breve, aperta a tutti coloro che hanno qualcosa da dire e lo dicono bene. In questo suo terzo libro ha concepito una raccolta mista, composta da racconti dalla struttura complessa che si alternano a racconti dalla trama più libera, legati in ogni caso da un fil rouge di rassegnazione, da un’aspettativa in crescendo che viene distrutta con intelligenza sul finire, destabilizzando il lettore.

Valentini ha una scrittura scorrevole e diretta che fa dei suoi racconti una piacevolissima compagnia, una lettura che lascia l’amaro in bocca, una malinconia di base e una diffidenza nei confronti dell’amore che è riconoscibile in tutti i suoi personaggi. Lo si ritrova nel ragazzo di «L’amore ci farà a pezzi», che, durante il matrimonio della sua ex fidanzata Luciana, ha un incontro fugace nei bagni con Alina, l’ex fidanzata dello sposo, in una situazione paradossale e tragicomica insieme. Ma anche in «Parlare non è un rimedio» (racconto che dà il titolo all’intera raccolta), in cui una coppia si confronta al tavolo e dopo una notte d’amore lei abbandona il marito per un altro.

Un concentrato di emozioni da cui emergono i diversi approcci alle relazioni, gestioni diverse del sentimento che molto spesso si tramuta in routine, che come si dice sulla quarta di copertina «è una gabbia che ci riempie di risentimento. Veniamo allevati con colte letture di avventure straordinarie, ma la realtà è un’altra: siamo costretti ad accontentarci di piccoli momenti di gioia, punti luminosi che interrompono una vita annegata dalla noia».

Un racconto che descrive perfettamente questo concetto è «Costole»: una coppia ha difficoltà nel concepire un figlio e nelle azioni che si susseguono quotidiane, tutte uguali; dopo tanti tentativi andati a vuoto finalmente arriva lo spiraglio di luce a cancellare la delusione.

Tre storie in particolare mi sono rimaste nel cuore, «Iride», «Audio Bibbia» e «L’ultimo giorno di Phonola». La prima per la vicenda terribilmente commovente in cui un bimbo cieco insegna al padre a guardare le sfumature del mondo in un mercatino di domenica mattina. La seconda capace di far ridere e riflettere sull’ipocrisia delle persone, mentre l’ultima è una storia nostalgica sugli oggetti con cui siamo cresciuti e a cui ci siamo inevitabilmente legati, tanto da infischiarcene dell’evoluzione tecnologica.

Un libro molto ben scritto che invoglia anche i più diffidenti alla lettura del formato narrativo del racconto, che è fondamentale in questo momento storico in cui andiamo tutti di corsa e non abbiamo mai tempo per soffermarci, distratti da mille input esterni.

http://deditore.com/

Condividi su:
FacebookTwitterGoogle+Share

Il canto degli sposi bambini

Bianca Pitzorno, La canzone di Federico e Bianchina, Mondadori, pp. 40, €17,00 stampa

recensisce VALENTINA MARCOLI

Anno 1382. Genova si contende con le altre Repubbliche marinare il predominio sul Mediterraneo. Sono anche gli anni dei grandi viaggi come quelli in Catai (l’attuale Cina) della famiglia Polo. Il Doge Nicolò Del Guarco ha una prole talmente numerosa che neanche scartabellandone i documenti vi si trova una menzione precisa. Il maggiore gli succederà al governo, mentre tra i nipoti più piccoli c’è Bianchina, di quattro anni, e il fratellino Isnardo, di appena due.

Appartiene a un ramo minore della stessa famiglia Eleonora De Serra Bas, figlia di un principe del Regno d’Arborea, nella selvaggia Sardegna, e sposata a Brancaleone Doria. Ma a ereditare il posto a capo del giudicato, come veniva chiamato all’epoca il principato, è Ugone, per cui Eleonora decide di allontanarsi con la sua famiglia dalla terra sarda per evitare di vivere all’ombra del fratello. Chiede quindi al Doge di potersi considerare cittadina genovese e in un’assemblea in cui si riuniscono le figure più illustri di Genova, la decisione è unanime: Eleonora, Brancaleone e il figlio Federico vengono accettati come concittadini.

Il secondo passo che la bella Eleonora compie è quella di combinare, com’era d’uopo all’epoca, il matrimonio tra il suo Federico e la piccola Bianchina, e lo pianifica a fronte di una generosissima offerta di quattromila fiorini d’oro (per intenderci con la stessa somma una famiglia avrebbe vissuto nel lusso per cinquant’anni). Anche in questo caso il Doge è ben contento di accettare la proposta, e dopo aver investito l’intera donazione in azioni e terreni intestandoli a Bianchina, si organizza il trasferimento della famiglia De Serra Bas-Doria.

In realtà questa parte della storia è esplicata magnificamente nella doverosa prefazione, senza la quale la canzone non avrebbe significato alcuno. Le strofe sono invece incastonate egregiamente nelle pagine e circondate da preziose quanto ipnotiche illustrazioni a firma Sonia Maria Luce Possentini. Tinte delicate, colori pastello, leggeri ed eleganti. Personaggio fondamentale, oltre ai bambini, è il vento che permetteva alle navi di viaggiare e alle emozioni di librarsi in volo nel cielo sopra Genova, nonché di soffiare via dal cuore del lettore quella malinconia del finale inaspettato. In poche righe la Pitzorno è riuscita a dare valore aggiunto a un libro che sarebbe rimasto uno tra i tanti testi illustrati per ragazzi.

Nella postfazione invece racconta l’aneddoto che l’ha avvicinata e convinta a parlare della storia di Bianchina e Federico. Nel 1982, cioè esattamente seicento anni dopo, col padre si sposta con la motonave sulla tratta Porto Torres-Genova. Di origini sassaresi, la Pitzorno narra del padre che le ha fatto visitare per intero la città, passando per i posti meno frequentati, e del Forno Pizzorno, cognome a cui probabilmente la sua famiglia è legata. Mentre il fratello si trastulla contando gli infiniti Pizzorno sull’elenco telefonico della città, l’autrice scorge un bimbo in abiti semplici che corre per strada. Eccolo, dopo secoli non ha dubbi: è Federico.

https://www.librimondadori.it/

Condividi su:
FacebookTwitterGoogle+Share

Non c’è quiete dopo la tempesta

Leonardo Malaguti, Dopo il diluvio, ἑxòrma edizioni, pp. 210, € 14,90 stampa

recensisce VALENTINA MARCOLI

Nessuna quiete dopo la tempesta. Anche se proprio tempesta non è, ma un diluvio, quello che allaga un piccolo paesino non ben precisato, in un tempo senza tempo; ci mette lo zampino, scombussola i piani. Crea confusione insomma, rimescola i pensieri insiti nel recondito di ognuno di noi.

L’autore Leonardo Malaguti (Bologna, 1993) mette in scena un romanzo corale, dissacrante e grottesco. E dimostra di saperlo fare, inserendosi molto bene nel panorama della narrativa contemporanea, quasi come fosse uno scrittore ricco di esperienza e classificandosi al suo esordio come finalista al Premio Nazionale di Letteratura Neri Pozza.

La trama è presto descritta: un paesotto simile ad una scodella circondata da rilievi montuosi viene sommerso da un diluvio che fin dalle prime pagine giunge impetuoso senza troppi complimenti. Al termine del disastro meteorologico viene ritrovato nel canale di scolo il cadavere del sindaco, e da quel momento niente sarà più come prima. Sembra quasi che l’acqua, anziché pulire, abbia riportato a galla la sporcizia depositata nel cuore dei paesani: la mucca del rabbino viene squartata e crocifissa costringendolo a togliersi la vita, la prostituta preferita del pastore Thulin rimane incinta, il mite custode del bordello violenta una giovane che vi lavora, una bambina picchia a sangue un barbone, e un telegramma annuncia che il nemico è alle porte e la guerra incombe. Il panico dilaga e il generale Krauss ne approfitta, prendendo le redini del comando e organizzando squadracce mentre termina il romanzo della sua vita, ispirato dai fatti accaduti.

Il commissario Van Loot è l’unica figura, tra le molte bizzarre che abitano la struttura narrativa, a tenere i piedi per terra e a non farsi prendere dalla follia generale che pare aver colpito i più. Ma questo nemico esiste davvero? E se sì, perché dovrebbe attaccarli, e perché non ha ancora mosso un dito? Come in ogni società che si rispetti, tutte le brutte storie si risolvono con un capro espiatorio che viene trovato in Lisetska, la moglie adulterina di un allevatore locale in fuga con l’amante e con un passaporto falso. Il pastore Thulin non ha dubbio alcuno, per salvarsi deve dare al popolo ciò che il popolo chiede, mettendo così al rogo come una strega la povera Lisetska accusata di uxoricidio.

Un piccolo capolavoro scritto sorprendentemente bene, una lettura da affrontare punto e basta. Preparatevi a salire sulla giostra che è questo romanzo, meravigliatevi di ridacchiare per una vendetta compiuta o per un commento meschino, e non affezionatevi a nessuno perché tutti hanno segreto nascosto. Ma soprattutto prendete l’ombrello: è prevista pioggia.

http://www.exormaedizioni.com/

Condividi su:
FacebookTwitterGoogle+Share

Enigma architettonico

Lucas Harari, L’attrazione, pp. 148, tr. Emanuelle Caillat, Coconino Press, €23,00 stampa

recensisce VALENTINA MARCOLI

Il giovane Lucas Harari, raffinato autore francese alla sua seconda opera, ha creato un volume che vuole essere un omaggio all’architettura e che vi catapulterà in atmosfere suggestive e ipnotiche. Il graphic novel (già rivelazione dell’anno in Francia) è finalista ai premi FNAC del fumetto 2018 e al premio della Critica dell’ACBD (associazione dei critici e giornalisti della bande dessinée), che è uno tra i più importanti riconoscimenti del settore.

Harari si ispira nella grafica alla tradizionale linea chiara di Hergé, Ted Benoit e Yves Chaland, come peraltro si legge sul sito dell’editore, e il suo tratto deciso e dai colori freddi porta alla luce una storia magnetica ricca di ombre e doppie letture, che vi farà sentire all’interno di una fantasia con scenari e ambientazioni da favola.

Pierre è uno studente di architettura che ha come tema della sua tesi le terme di Vals, per le quali ha sviluppato un’ossessione. Queste terme, fatte di fredde geometrie incastonate nella pietra che non combaciano sulla carta, nascondono però un segreto. Una leggenda che circola nel villaggio vicino può forse spiegare quest’aura di mistero che circonda l’edificio, e questo spinge lo studente a organizzarsi una permanenza in loco per studiare la struttura delle terme dall’interno.

All’arrivo, un allevatore del posto gli offre un passaggio e gli parla di der Mund des Berges, letteralmente le fauci della montagna: leggenda vuole che nel punto da cui nasce l’acqua di Vals ci sia un passaggio che porta nel cuore del monte, e che ogni cento anni la montagna scelga uno straniero attirandolo a sè per divorarlo.

Nell’albergo incontra il famoso architetto Valeret, anche lui lì per carpire i segreti delle terme di Vals. Una sera, a stabilimento chiuso, Pierre trova una porta che non aveva notato in precedenza e che lo conduce fuori dalla montagna, nei pressi della casa dell’allevatore. C’è dunque del vero nella leggenda? Secondo i racconti del vecchio Testis sì. Lui ha visto con i suoi occhi un soldato francese nel 1914 scappare in un crepaccio e far sollevare tutte le rocce attorno a lui per poi svanire nel nulla. Pierre è intenzionato a vederci chiaro e soprattutto a recuperare il suo taccuino scomparso. Sarà tornando nelle terme vuote e aggirandosi nei corridoi infiniti che si scontrerà con Valeret, che, armato, cercherà di estocerergli le sue scoperte. Ovviamente siamo alla resa dei conti, il cui esito non si può rivelare…

Le ultime tavole dell’albo ci raccontano di un taccuino giunto al padre di Harari che il più fedelmente possibile ha voluto ricostruire i fatti che hanno portato alla sparizione di Pierre a Vals, lasciando nella mente e nel cuore del lettore il dubbio di aver solo sognato di un’avventura fantastica.

https://www.fandangoeditore.it/category/coconino-press/

Condividi su:
FacebookTwitterGoogle+Share

50 sfumature di Vian

Boris Vian, E tutti i mostri saranno uccisi, tr. Giulia Colace, Marcos y Marcos, pp. 216, €17,00 stampa, €11,05 eBook

recensisce VALENTINA MARCOLI

Per chi non conosce questo estroso autore è doverosa una breve bio d’introduzione. Francese, dopo aver conseguito una laurea in Ingegneria decide di dar retta al suo istinto e prende così il via la sua carriera di artista eclettico, uno tra i più anticonvenzionali del Novecento. In una fumosa Parigi degli anni Quaranta Vian è infatti musicista jazz, scrittore, autore teatrale, poeta e traduttore (di Raymond Chandler, e scusate se è poco!). Innovativo per natura, fa conoscere all’Europa letteraria il genere hard boiled firmando la traduzione dei romanzi di Vernon Sullivan – il quale altri non è che il suo pseudonimo, scelto per aggirare la censura.

Romanzo originariamente pubblicato nel 1948, descrive una Los Angeles assolata condita degli elementi tipici dei romanzi pulp, audacia ed eros compresi, dove tiene banco la tragicomica disavventura di Rocky, un ragazzo di rara bellezza che cerca di tener fede al proprio voto di rimanere vergine fino al compimento dei vent’anni. Tutte le ragazze lo desiderano e non si fanno problemi a dimostrarglielo, anche in maniera fin troppo esplicita. Nel frattempo Rocky, in compagnia dell’amico Gary, s’improvvisa detective dopo essere riuscito miracolosamente a scampare a uno strano rapimento.

Le sue indagini seguono la pista del dottor Markus Schutz che ha deciso di dare vita ad un mondo di belli, producendo in serie donne e uomini perfetti, istigandoli alla procreazione tra loro per ripopolare le strade di visioni sempre gradevoli. Tra inseguimenti in auto, signorine bellissime e molto disponibili, sparatorie e cadaveri, Rock e Gary con l’aiuto di Andy, Mike e il suo cane NooNoo, seguiranno il Dottor Schutz fino alla sua isola privata dove si intrufoleranno con l’intento di coglierlo con le mani nel sacco.

Scopriremo anche che, non a caso, il vicepresidente degli Stati Uniti è un prodotto uscito dai laboratori Schutz, e così altre figure politicamente rilevanti. Giunti alla resa dei conti, che avviene in maniera rocambolesca, i protagonisti di questa vicenda tireranno le somme rispondendo al quesito che corre tra le pagine di tutto il romanzo: ma in un mondo di belli, non sarebbe la ricerca dell’imperfezione ad avere il sopravvento sulla noia?

Con ironia, intelligenza ed erotismo, si trascorre un pomeriggio in lieta compagnia di personaggi surreali e situazioni assurde, dimentichi del fatto che questa storia, rispolverata, ha la bellezza di settant’anni – portati egregiamente.

http://www.marcosymarcos.com

Condividi su:
FacebookTwitterGoogle+Share

L’arte non è(ra) cosa da femmine

Nathalie Ferlut e Tamia Baudoin, Artemisia, tr. Stefano Sacchitella, Coconino Press, pp 96, €17,00 stampa

recensisce VALENTINA MARCOLI

C’è una piacevole novità ad attendere chi rientra dalle tanto attese vacanze, un fumetto dedicato ad una delle figure femminili più rappresentative dello slogan girl power. Artemisia Gentileschi, una femminista ante litteram che nei primi anni del Seicento posava come musa per il padre Orazio, talentuoso pittore quasi contemporaneo del Caravaggio, che proprio in quegli anni si faceva conoscere per la sua arte nei chiaroscuri. Legatissima alla figura paterna, da lui apprende tutti i trucchi del mestiere tanto da superarlo in bravura. Appena diciottenne, mentre i fratelli non dimostravano di possedere lo stesso talento, viene affidata alle grinfie di Agostino Tassi, pittore e amico del padre, che invece di perfezionare la sua tecnica, abusa della giovane per quasi un anno. Artemisia è tenace e coraggiosa, si ribella, ma è solo quando Orazio Gentileschi accusa il Tassi di avergli rubato dei quadri che la bolla di silenzio scoppia, e la ragazza viene chiamata a testimoniare al processo di essere stata violentata ancora vergine dall’imputato.

La società dell’epoca non era molto diversa da quella attuale purtroppo, e la strada per i riconoscimenti al sesso debole (che debole non è!) è ancora molto lunga, ma dobbiamo un ringraziamento a personalità come Artemisia per i piccoli passi che sono stati fatti nel tempo. E del resto, da qualche parte bisognava pur cominciare. Artemisia infatti essendo donna non aveva accesso ai materiali per dipingere, e anche se usava quelli del padre, non erano ammessi dipinti di uomini nudi ma solo nature morte e poco altro. Solo dopo aver superato il processo ed essersi sposata con Pierantonio Stiattesi, giovane della nobiltà fiorentina, Artemisia avrà a disposizione un atelier e un marito che le insegni a leggere, scrivere e far di conto, ché col padre non c’era mai tempo. Si crea così un circolo di amicizie importanti e ottiene l’accesso all’Accademia delle Arti del Disegno grazie al benestare del nipote di Michelangelo.

Mai prima dall’allora nessuna donna aveva vissuto da pittore pur avendo famiglia, in maniera libera e privilegiando il proprio lavoro rispetto alla gestione dell’economia domestica. Nè mai era stata ammessa come accademica. Artemisia veniva così ufficialmente riconosciuta come pittrice sulla scena nazionale, lascia il marito troppo invidioso dei suoi successi professionali, e inizia a girare l’Italia con la figlia Prudenzia.

E’ però la nutrice Marta che narra la storia a Prudenzia, e attraverso i suoi occhi non possiamo che commuoverci e arrabbiarci per le enormi lotte e i mille ostacoli che questa grande donna ha passato e vinto. E anche se ogni tanto il livello del testo è carente di qualità e non indispensabile all’economia della storia, le tavole si fanno amare e sfogliare velocemente per giungere alla fine del racconto, all’incontro tra Artemisia e Orazio, ormai prossimo alla morte.

https://www.fandangoeditore.it/category/coconino-press/

Condividi su:
FacebookTwitterGoogle+Share

Il metodo di Wirth

Maurizio De Benedictis, Un filo di corallo rosso, Avagliano Editore, pp. 397, €19,00 stampa

recensisce VALENTINA MARCOLI

Sono passati anni dalla prima proiezione del film Schindler’s List, in cui un imprenditore tedesco si rende conto dell’orrore cui sta partecipando (non proprio) inconsapevolmente e decide quindi di agire stilando una lista di ebrei per salvarli dallo sterminio. Rimane ancora impresso nella memoria il cappottino rosso di una bimba deportata e poi trucidata, l’unica nota di colore in un film in bianco e nero. Ecco cosa rappresenta il filo di corallo rosso dell’omonimo romanzo di De Benedictis, un filo di speranza, di rivalsa dell’innocenza e della purezza dei bambini sulla banalità del male citato dalla Arendt, in uno dei momenti più tetri della storia.

De Benedictis, docente di Letteratura Moderna e Storia del Cinema all’Università La Sapienza di Roma, non è nuovo a questa visione particolare che traspare nelle sue pagine, un approccio molto simile alle sceneggiature, con battute e descrizioni dello sfondo in cui l’azione si svolge. Purtroppo la ricerca di uno stile ricco di termini desueti e di costruzione della frase antiquata e ricca di parentesi, rendono la lettura poco scorrevole, e anzi in più punti si inceppa persino il concetto espresso. Questo non sarebbe un problema se il testo fosse un saggio filosofico o di critica letteraria, ma in quello che si propone di essere un romanzo storico falcia drasticamente il target di lettori.

La trama di base sarebbe però molto buona e interessante, soprattutto per chi vuole approfondire argomenti quali Olocausto, nazismo, seconda guerra mondiale.Una lettura che potrebbe dare molto al lettore, ma che in realtà lo mette in difficoltà nel seguire i vari cambi di scena. Lo smarrimento che ne deriva sfocia in delusione e affaticamento; induce a valutare l’opzione di passare ad altro.

Due giovani studenti trascorrono un anno sabbatico in un appartamentino a Parigi. L’io narrante appartiene ad un ragazzo di origini partenopee che ripercorre i fatti culminanti nella sparizione del coinquilino Ignazio. Il ragazzo stava coltivando l’amicizia con Wieserth, un tedesco conosciuto durante una visita alle catacombe parigine, dove faceva la guida abusiva. Attraverso una serie di briciole lasciate sotto forma di racconti, come in una versione attuale della fiaba di Pollicino, Ignazio scopre di avere davanti a sé il capitano delle SS Christian Wirth, autore dello sterminio di ebrei tramite il monossido di carbonio.

Come da una scatola senza fondo usciranno figure come Eichmann, il comandante di Auschwitz Hoss, e il dottor Mengele affascinato dai gemelli, ma anche il pedagogo Korczak e il chimico ebreo Gerstein creatore del letale gas Zyklon B. In una spirale di crimini efferati e testimonianze ritrovate in biblioteca, si giungerà ad un finale agitato ma prevedibile, in cui Ignazio si presuppone compia un gesto estremo prima di eclissarsi. In particolare sarà l’aneddoto letto nel diario di Gerstein che farà scattare in lui la molla dell’ira, di un bambino che prima di entrare nella casetta dove verrà gassato, raccoglie da terra un filo di corallo rosso che simboleggia nelle tradizioni di paese un portafortuna, e lo terrà stretto fino all’ultimo istante di vita, un po’ come il cappottino rosso di Schindler’s List.

http://www.avaglianoeditore.it/

Condividi su:
FacebookTwitterGoogle+Share

Eva contro Eva

Yewande Omotoso, La signora della porta accanto, tr. Natalia Stabilini, 66thand2nd, pp. 249, €16,00 stampa, €7,99 eBook

recensisce VALENTINA MARCOLI

Non potrebbero essere più lontane tra loro le due donne protagoniste del romanzo di Yewande Omotoso, classe 1980, nata nell’isola di Barbados, cresciuta in Nigeria e trasferitasi successivamente in Sudafrica. Dopo essersi aggiudicata il South African Literary Award per la migliore opera d’esordio nel 2011 con Bom Boy, con questo secondo romanzo è entrata nella longlist del Baileys Women’s Prize for Fiction 2017 ed è tra i finalisti dell’International Dublin Literary Award 2018. Insomma la signora ha intenzione di dare del filo da torcere ai colleghi.

Hortensia, donna di colore e “guru del design”, che si è trasferita col marito bianco dall’Inghilterra a Città del Capo, è la prima voce che ascoltiamo aprendo il libro. Il suo matrimonio con Peter è naufragato anni fa, la malattia di lui lo costringe ad una degenza silenziosa nel letto di casa, accudito solo da infermiere sconosciute, e sulle spalle di lei pesa il fallimento di non avergli dato figli.

Marion, donna bianca e architetto di successo, vive al numero 12 di Katterijn Avenue, in compagnia del suo bassotto Alvar e della domestica di colore Agnes. Non ha resistito al fascino dell’italiano Max Agostino che dopo averla sposata e fatta vivere nell’illusione della bella vita, alla sua morte la lascia con quattro figli con cui ormai non parla più, e un sacco di debiti.

Ecco, ora immaginatevi la scena: al numero 10 di Katterijn Avenue abita Hortensia, infinitamente scontrosa, che odia la gente, disprezza i giovani e soprattutto non tollera il razzismo e la saccenza di Marion, con cui ha continui battibecchi. Alla morte del marito Peter viene a scoprire di una relazione adulterina da cui è nata Esme, ormai quarantenne, con cui dovrà far conoscenza per impossessarsi di parte dell’eredità. L’ultima ripicca di un marito arrabbiato. Al contempo durante alcuni lavori di ristrutturazione al numero 10, il primo progetto realizzato interamente da Marion, una gru demolisce accidentalmente parte del numero 12, ferendo anche Hortensia.

Le due vicine nemiche si vedranno costrette ad una convivenza che le ridurrà ad esporre le loro fragilità obbligandole a raccontarsi delle verità scomode. Ma sarà proprio da questa esperienza che le due anziane signore riusciranno a creare una complicità intelligente fino a deporre l’ascia di guerra. Da queste pagine fuoriesce comunque una forza che solo certe donne hanno, un livello di determinazione tale che ha permesso loro di raggiungere obiettivi impensabili per l’epoca. Uno straordinario romanzo causticamente umoristico, schietto, genuino sulle donne, per le donne.

https://www.66thand2nd.com/

Condividi su:
FacebookTwitterGoogle+Share