Tutti gli articoli di Valentina Marcoli

Vanni Santoni sceglie Rimbaud

Vanni Santoni, romanziere ed editor, è stato assieme a Gregorio Magini ideatore e coordinatore dell’esperimento di narrativa Scrittura Industriale Collettiva che ha prodotto il romanzo sulla Resistenza In territorio nemico (Minimumfax, 2013). La sua prima opera è Personaggi precari, un’idea multiforme che ha trovato ben tre progressive incarnazioni editoriali. Per PULP LIBRI ha scelto una prosa poetica di Arthur Rimbaud.


Arthur Rimbaud, Harar, 1883

Io dico che bisogna esser veggente, farsi veggente.

Il Poeta si fa veggente mediante un lungo, immenso e ragionato sregolamento di tutti i sensi. Tutte le forme d’amore, di sofferenza, di pazzia; cerca egli stesso, esaurisce in sé tutti i veleni, per non conservarne che la quintessenza. Ineffabile tortura nella quale ha bisogno di tutta la fede, di tutta la forza sovrumana, nella quale diventa fra tutti il grande infermo, il grande criminale, il grande maledetto, – e il sommo Sapiente! – Egli giunge infatti all’ignoto! Poiché ha coltivato la sua anima, già ricca, più di qualsiasi altro! Egli giunge all’ignoto, e quand’anche, sbigottito, finisse col perdere l’intelligenza delle proprie visioni, le avrebbe pur viste!

dalla Lettera del veggente di Arthur Rimbaud (Feltrinelli, tr. Ivos Margoni)

 

Vanni Santoni (1978), dopo l’esordio con Personaggi precari (RGB, 2007; rist. Voland, 2013) ha pubblicato, tra gli altri, Gli interessi in comune (Feltrinelli, 2008), Se fossi fuoco arderei Firenze (Laterza 2011), Terra ignota e Terra ignota 2 (Mondadori, 2013-14), Muro di casse (Laterza, 2015), La stanza profonda (Laterza 2017, candidato al Premio Strega), L’impero del sogno (Mondadori 2017).

Dirige la narrativa di Tunué e scrive sul Corriere della Sera. Il suo ultimo romanzo è I fratelli Michelangelo (Mondadori, 2019).

Condividi su:
FacebookTwitterShare

Intrighi a corte

Christelle Dabos, Gli scomparsi di Chiardiluna, tr. Alberto Bracci Testasecca, E/O Edizioni, pp. 563, euro 16,00 stampa, euro 12,99 ebook

di VALENTINA MARCOLI

Avvertenze per il lettore. Il libro in oggetto può mordere le dita, le pagine possono girare troppo velocemente e altri spiacevoli inconvenienti che è possibile evitare indossando gli appositi guanti da lettura.

Il libro secondo di questa magnifica saga dalle atmosfere fantasy e steampunk ci accompagna al cospetto di Faruk, lo spirito di famiglia che immortale regna sull’Arca Polo. In questo mondo, creatosi dopo la frammentazione, le Arche sono città galleggianti che ospitano vari livelli di civiltà. I senza-poteri ossia la popolazione che non possiede appunto nessuna tipologia di potere, i decaduti ossia i rinnegati ma anche ottimi cacciatori con qualche barlume di potere magico, e i nobili che si suddividono in famiglie, ciascuna con un dono di riferimento.

Su Polo abbiamo due famiglie di fondamentale rilevanza che si contendono il potere assoluto: i Draghi, che cacciano le Bestie procurando selvaggina a foraggiare le dispense dell’intera Arca, sono dotati di pericolosissimi artigli mentali che si riproducono nei loro effetti concreti sul fisico del malcapitato, e i Miraggi, distinti dal resto della nobiltà da tatuaggi. Il loro potere distintivo meraviglioso: riescono a creare irripetibili illusioni che sovente allietano lo stesso sire Faruk attraverso spettacolari serate di festa, così come riescono a creare dei veri effetti speciali sui vestiti indossati, come quelli del barone Melchior, ministro dell’Eleganza di corte che non perde occasione di sfoggiare completi variopinti e ricchi di brillanti e farfalle vive.

La famiglia della Rete invece passa leggermente inosservata, ma vanta tra i suoi componenti l’affascinante ambasciatore Archibald. Il nome è dovuto alla capacità di tutti i membri di restare collegati mentalmente attraverso la Rete, come fossero sintonizzati via cavo, potendo scegliere di assistere, come spettatori in diretta, a ciò che succede a un componente piuttosto che a un altro, senza censure o limitazioni.

L’ambiente di Polo è, come facilmente intuibile dal nome, inadatto alla vita per via del clima rigido. Ed ecco che grazie ai Miraggi possiamo apprezzare un sole costante, giardini fioriti tutto l’anno e un clima mite e gradevole. Il tempo è relativo e le feste sono all’ordine del giorno; banchetti costantemente allestiti e spettacoli teatrali in ogni piano del palazzo di corte. Il matrimonio diplomatico tra Ofelia, proveniente dall’Arca Anima, e Thorn, intendente di Polo e appartenente ai Draghi, è imminente, così come gli sviluppi dei vari clan, che architettano una miriade di trabocchetti e intrighi per afferrare a piene mani il favore del sire e di conseguenza il potere.

Essendo il secondo libro di una trilogia che ha tutte le carte in regola per annoverarsi tra i classici del genere, sullo stesso piano di Philip Pullman e C.S. Lewis, il riassunto è d’obbligo. Nel primo capitolo conosciamo Ofelia e impariamo ad amare la sua goffaggine e le sue capacità di lettrice, animista e attraversaspecchi. Le sue mani sono dotate di un dono che le permettono di scoprire il passato degli oggetti che tocca. Anima è un’Arca particolare su cui i discendenti dello spirito di famiglia Artemide hanno la possibilità di trasmettere all’ambiente circostante le loro emozioni, per cui non è difficile ritrovarsi con la porta sbattuta in faccia semplicemente perché non ci si è puliti i piedi sullo zerbino. Quello di attraversare gli specchi è un dono bizzarro che consente di tagliare i tempi di viaggio passando da uno specchio all’altro.

Thorn è malvisto dai cittadini perché nato da una relazione illegittima e per il suo senso estremo della giustizia, ma troverà in Ofelia una valida alleata nel ristabilire il suo nome e a portare a galla la corruzione che regna a corte. Soprattutto quando iniziano a circolare lettere di minacce e a scomparire personalità di rilievo. E poi c’è la costante ossessione di Faruk.

In principio erano uno, ma a Dio non piaceva la loro forma, per cui vengono separati. Il mondo si è lacerato e ognuno di loro ha abitato un Arca. Così nascono gli spiriti di famiglia, ognuno in possesso di un Libro che racconta la propria storia in una lingua comprensibile soltanto a Dio. Qui risiede il ruolo fondamentale di lettrice di Ofelia ed ecco perché è di vitale importanza la sua presenza a corte per il sire Faruk. Fino all’ultima sconvolgente pagina che si spera non ci arresti nel limbo dell’attesa della conclusione della storia troppo a lungo.

In un susseguirsi di emozionanti colpi di scena e situazioni tragicomiche la Dabos ha costruito un mondo perfetto, così ricco di elementi e dettagli che queste quasi seicento pagine volano via veloci. La sua è una penna precisa e chirurgica, impreziosita da una ricerca maniacale di termini forbiti e desueti che richiamano perfettamente la coerenza narrativa, e totalmente assenti del turpiloquio a cui purtroppo siamo spesso costretti. Il “voi” che si rivolgono tutti i personaggi, persino tra padri e figli, è delizioso ed è solo la ciliegina sulla torta di una saga che non presenta pecche o defezioni di alcun tipo. In ultimo, un dovuto plauso alla traduzione firmata Alberto Bracci Testasecca.

Condividi su:
FacebookTwitterShare

Storie di Barriera

Paola Cereda, Quella metà di noi, Giulio Perrone Editore, pp. 200, euro 15,00 stampa

di VALENTINA MARCOLI

 “I segreti sono spazi di intimità da preservare, nascondigli per azioni incoerenti, fughe, sguardi, libertà particolari, il trucco che nasconde l’evidenza, pozze in cui saltare a piedi scalzi, regali senza mittente, errori, vendette. Persone amate. Chi non ha qualcosa da nascondere, ha almeno una verità da raccontare. E la verità, a volte, è il più grande di tutti i segreti.”

Il fulcro delle vicende che coinvolgono la protagonista Matilde sono proprio i segreti. Quella metà di noi è un romanzo particolare, che descrive i legami famigliari così come ben rappresentati dalla delicata copertina. Il bianco e nero di una foglia nel dettaglio che pare essere un albero, ma in realtà è solo una piccola componente delle radici di appartenenza. Siamo tutti troppo occupati a guardare lo strato superficiale della società mentre ci scordiamo, o non siamo più abituati, di osservare le minuzie, i piccoli gesti, le parole dette a bassa voce per timore di porsi un gradino più in alto.

La trama del romanzo somiglia a una torta margherita. All’apparenza forse troppo semplice, banale, scontata, e mentre il lettore ingoia vorace pagina dopo pagina – o fetta dopo fetta – si meraviglia della complessità dell’impasto, delle gocce di cioccolato che a sorpresa spuntano a regalare piacevoli piccolezze. Paola Cereda è riuscita a incastrare Matilde all’interno di un vortice di vite che si incontrano e si scontrano fino a mischiarsi per farle comprendere che anche l’amore è fatto di molteplici vite vissute, ma anche di non detti, gesti sentiti e colpi di testa.

Lei che da quando ha raggiunto l’agognata pensione dopo aver fatto per anni l’insegnante, lei che è cresciuta nel quartiere Barriera di Milano nella città sabauda, una zona al limite tra crocevia di mercati, in cui l’immigrato è il meridionale che si è trasferito al nord ma che rifiuta gli stranieri perché quella è casa sua. Matilde è una donna che si deve reinventare badante di un ingegnere della Fiat per saldare un grosso debito contratto a causa di Amedeo, il suo più grande segreto.

Quando la figlia Emanuela le piomba in casa con una richiesta che nemmeno tanto velatamente risulta una pretesa, Matilde capisce che con lei ha creato solo distanze, non si conoscono madre e figlia. Emanuela ha colto al balzo la possibilità di fuggire da quel quartiere di cui vergognarsi ora che ha sposato un dentista ricco e colto con cui ha nidificato in precollina. Le due donne hanno ridotto al minimo i contatti, e quando dialogano sono solo insulti per una madre egoista che avrebbe fatto meglio a morire al posto del padre.

Con l’ingegnere invece instaura un rapporto differente, lei conosce le sue intimità a causa del lavoro per cui non hanno bisogno di mentirsi o di sentirsi in imbarazzo. Non quando lui le confessa di Beatriz, il suo grande rimorso di una vita felice in Brasile. Nemmeno quando Matilde scopre che a rubare nella grande casa dei signori Dutto in via Accademia non è la domestica romena Dora, bensì la moglie Laura, che ha il vizio del gioco.

Il principale problema di Matilde rimane comunque Amedeo, un uomo amato in passato che l’aveva persuasa a investire in un progetto comune una somma spropositata di denaro, tutti suoi risparmi, il frutto di una vita di sacrifici, in cambio di un futuro insieme lontano da una Torino che non li accettava, che non li considerava degni. Ma a Matilde non riesce neppure un ultimo fiato di coraggio e confessarsi a Emanuela . A lei rimane solo la determinazione di riprendersi ciò le spetta, una verità che non ha mai voluto affrontare ma per cui ora è giunto il momento.

Ci vuole coraggio per mostrare quella metà di noi che abbiamo dovuto omettere per ragioni di testa e non di cuore. Verrebbe dunque da chiedersi la percentuale di calcolo in rapporto alla percentuale di sentimento e di autenticità che si riversano nelle relazioni che intessiamo quotidianamente. Il riflesso onesto di uno spaccato di società che mostra l’emergere di nuovi bisogni e nuove necessità.

Condividi su:
FacebookTwitterShare

Nella casa della memoria

Douglas Anthony Cooper, Amnesia, tr. Sara Inga, D Editore, pp. 338, euro 14,90 stampa, euro 5,99 ebook

di VALENTINA MARCOLI

Amnesia è un romanzo prezioso, riscoperto e ripubblicato in Italia da D Editore (la prima edizione italiana era stata di Fanucci nel 2003). La sua data di nascita risale al 1992, quando usciva per la prima volta negli Stati Uniti registrando pareri molto più che favorevoli di critica e pubblico. La mano genitrice appartiene a uno dei più controversi scrittori della sua generazione, canadese d’origine e romano d’adozione Douglas Anthony Cooper, avanguardista già negli anni Novanta per aver realizzato proprio per Amnesia il primissimo booktrailer della storia e classificandosi finalista per il Canada First Novel Award e per il Commonwealth Prize. Insomma,  Amnesia vanta già due record importanti per essere un romanzo d’esordio.

L’eclettico Cooper ama sperimentare e dimostra una passione mai celata per i nuovi media, tanto da colonizzare Internet pubblicando a puntate Delirium,  il suo secondo romanzo. Quando esce Amnesia, Cooper è nel pieno della collaborazione con un regista di teatro e di danza radicale a Montréal e ciò gli consente di elaborare sequenze di immagini esplosive preferendole a impianti narrativi psicologici tradizionali. “È  come – spiega – se ci fosse una relazione tra la mappa di una città e la biografia di un cittadino. Per cinque anni scrive e fotografa storie di viaggio per New York Magazine, pubblica saggi e fotografie per Rolling Stone, The New York Times e Wired. Collabora con l’architetto Peter Eisenman ed è indubbio che quest’orgia di stimoli lo investa d’ispirazione influenzando la sua scrittura in maniera sorprendente.

Salta subito all’occhio la domanda regina del romanzo, che spinge il lettore a interrogarsi sul significato e sull’importanza della memoria, sul ruolo che essa svolge nell’espiazione dei propri crimini e nella possibilità di ricordare i propri amori. Puoi amare qualcuno che non ricordi? “Puoi amare qualcuno che non conosci? Se non ricordi qualcuno, questo qualcuno ti si presenterebbe come una persona del tutto sconosciuta”, invita a riflettere Cooper. “Puoi provare un amore spontaneo per qualcuno che entra all’improvviso nella tua vita? I cani possono. Anche i santi possono farlo: i santi semplicemente, amano sempre, indistintamente e universalmente.”

Difficile da inquadrare, un libro immediatamente non accessibile se non dopo svariate riletture, un testo sperimentale che indaga le architetture della mente, un viaggio allucinato e allucinante, un’esperienza vorticosa intorno alla disgregazione dei legami famigliari. Una Toronto onirica e misteriosa, un fascino letale e magnetico che attrae come una bussola il lettore sin dall’incipit. “La mente è come una città. Se riesci a ricordartelo, puoi ricordare qualunque cosa. Freud dimenticò presto anche questo. Ha paragonato la mente alla Città eterna in un breve passaggio per poi liquidare l’analogia come assurda. Non posso dire quanto hanno sofferto i miei amici a causa di quell’uomo.”

Difficoltoso anche rinchiudere nella gabbia di un riassunto la trama di Amnesia. La vicenda ruota intorno a Izzy Darlow che irrompe con la sua storia, i suoi amori (Kate, ragazza affetta da disturbi psichiatrici) e i suoi ricordi – molto spesso dolorosi – nell’ufficio di un anonimo archivista di biblioteca prossimo al matrimonio. Sullo sfondo un’ambientazione surreale e ipnotica, protagonista anch’essa di tutti questi fatti tra buio e luce, tra allucinazioni e accadimenti. Cooper ha costruito un edificio visionario dall’impianto linguistico singolare che lascia piacevolmente smarriti e ammaliati.

Condividi su:
FacebookTwitterShare

Baldanzi sceglie Steinbeck

 

Paragrafi d’autore: questa volta è il turno di Simona Baldanzi che per la rubrica ha scelto di parlarci di John Steinbeck, uno scrittore determinante per la sua formazione e per la sua attenzione non comune verso i disagiati, le classi minori, i lavoratori.

Ho scelto questi pezzi tratti da alcuni libri di John Steinbeck perché descrivono bene i sentimenti della working class, come singoli e come massa. La paura, il terrore, lo scontento, la rabbia, l’inquietudine, l’amarezza, diventano forze propulsive, di cambiamento, ma anche di distruzione, di sfaldamento, di sconfitta. Il delicato equilibrio della lotta di classe, di sentirsi un pezzo, di portarsi addosso la solitudine e la collettività. Da questi pezzi si sente la pancia, le condizioni materiali e il pensiero, l’elaborazione del pensiero, la difficoltà di costruirlo, di definirlo, come tante questioni lavorano dentro, si modificano. Leggendo Steinbeck ho avvertito dentro anch’io la necessità di raccontare i lavoratori, gli emarginati, chi si sposta per necessità di un futuro migliore, scrivere di loro, ma col continuo dubbio di tenere in mano uno strumento, quello della scrittura, da secoli in mano al potere, a chi porta via, non a chi subisce. La difficoltà di raccontarli per quello che sono, nella forza, nell’eroismo e nella debolezza, crudeltà, disfatta.

Simona Baldanzi

 Furore (Traduzione integrale di Sergio Claudio Perroni, Bompiani)

“Ho imparato a scrivere che manco te l’immagini. Pure uccelli e roba così, mica solo a scrivere parole. Chissà come ci resta male il mio vecchio appena gli faccio un uccello con una botta di matita. Capace che diventa una bestia se mi vede che faccio una roba così. Non gli piacciono queste cose da ricchi. Non gli piace manco scrivere le parole. Gli mette paura, mi sa. Ogni volta che Pa’ ha visto roba scritta era qualcuno che gli portava via qualcosa”. (pag. 76)

Gli è venuta quell’aria calma di quando muore qualcuno. (pag. 102) 

“E mi sono messo a pensare, ma non era proprio pensare, andava più giù di quando pensi. E mi sono messo a pensare ch’eravamo tutti anti quand’eravamo una cosa sola, e l’umanità era santa quand’era una cosa sola, e l’umanità era santa quand’era una cosa sola. E non era più santa solo quando un povero disgraziato si pigliava il morso tra i denti e se ne scappava per conto suo, scalciando e tirando e lottando per conto suo. Quelli come lui guastano tutta la santità. Ma quando lavorano tutt’insieme, non un uomo per un altro uomo, ma tutti come se hanno sul collo le corde per tirarsi tutta la baracca…quello sì, quello è santo. E poi mi sono messo a pensare che manco so che voglio dire quando dico santo.” (pag. 115-116)

“Un giorno gli eserciti dell’amarezza andranno tutti nella stessa direzione. E marceranno insieme, e spargeranno un terrore di morte”. (pag. 124) 

“Gente in fuga dallo spavento che ha lasciato dietro di sé…le capitano cose strane, alcune tristemente crudeli e altre così belle da riaccendere per sempre la fede”. (pag. 171) 

Se riusciste a capire questo, voi che possedete le cose che il popolo deve avere, potreste salvarvi. Se riusciste a separare le cause dagli effetti, se riusciste a capire che Paine, Marx, Jefferson e Lenin erano effetti, non cause, potreste sopravvivere. Ma questo non potete capirlo. Perché il fatto di possedere vi congela per sempre in “io”, e vi separa per sempre dal “noi”.
“Gli stati dell’Ovest sono inquieti alle prime avvisaglie del cambiamento. Il bisogno fa da stimolo all’idea, l’idea all’azione. Mezzo milione di persone che si spostano nel paese, un milione di scontenti pronti a spostarsi; dieci milioni che avvertono i primi sintomi di inquietudine.”
“E trattori che scavano solchi su solchi sulle terre abbandonate”. (pag. 213)

E poiché tutti loro erano sperduti e confusi, poiché tutti loro venivano da un luogo di amarezza, affanno e sconfitta, e poiché tutti loro erano diretti verso un luogo nuovo e misterioso, si raccoglievano insieme; parlavano insieme; mettevano in comune le loro vite, il loro cibo, e le cose che speravano di trovare nella nuova terra. Così poteva succedere che una famiglia si accampasse vicino a una sorgente, e un’altra si accampasse lì sia per la sorgente sia per la compagnia, e una terza perchè due famiglie avevano collaudato il posto e l’avevano trovato buono. E al tramonto si ritrovavano raccolte lì venti famiglia e venti macchine. Di sera avveniva una cosa strana: le venti famiglie diventavano una famiglia, i figli diventavano figli di tutti”. (pag. 270)

“Poi un giorno si cambia, e da quel giorno una morte è un pezzo di tutte le morti, e una nascita è un pezzo di tutte le nascite, e nascere e morire sono due pezzi della stessa cosa. Allora le cose non stanno più da sole. E un male non fa più tanto male, perchè non è più un male che se ne sta da solo, Rosasharn. Vorrei dirtelo più chiaro per fartelo capire, ma non lo so fare”. (pag. 292-293)

“Le preghiere il lardo non te lo danno. Per riempirti la pancia ci vuole il maiale”. (pag. 348)

“Non riusciranno a spazzarci via. Noi siamo tosti, noi andiamo avanti”.
“E ci pigliamo un sacco di bastonate”.
“Lo so” Ma’ ridacchiò. “Magari è quello a farci forti. I ricchi germogliano e muoiono, e hanno figli che non valgono niente, sono piante che appassiscono. Ma noi no, Tom: noi non possiamo finire. Sta tranquillo, Tom. Ora le cose cambiano.”
“Come fai a saperlo?”
“Come non lo so, ma lo so.” (pag. 391)

E tutti ascoltavano, e i loro volti erano sereni nell’ascolto. I raccontatori, rastrellando attenzione per le loro storie, usavano toni eroici, usavano parole eroiche, perché quelli erano racconti eroici, e chi li ascoltava si sentiva eroico grazie a loro. (pag. 453)

È roba che ti pesa addosso. Cercare qualcosa quando sai che non la trovi. (pag. 487)

“Le rogne nascono tutte dal bisogno. Io non ce l’ho ancora tutto chiaro. Ma la questione è che un giorno ci hanno dato dei fagioli malandati. Uno s’è lamentato, e non è successo niente. Allora s’è messo a urlare. Il secondino viene, da’ un’occhiata e se ne va. Allora s’è messo a urlare un altro e alla fine, amico mio, ci siamo messi a urlare tutti quanti. E urlavamo tutti con la stessa voce, così forte ch’era come se la cella stava scoppiando. Perdio! Allora sì ch’è successo qualcosa! Quelli sono arrivati di corsa e ci hanno dato dell’altra roba da mangiare…e non era malandata, capisci?” (pag. 531)

 E quando gli uomini erano in gruppo, la paura spariva dai loro volti e la rabbia prendeva il suo posto. E le donne sospiravano di sollievo, perché capivano che andava tutto bene: il crollo non c’era stato; e non ci sarebbe mai stato nessun crollo finché la paura fosse riuscita a trasformarsi in furore. (pag. 605)

 Peggio stiamo e più tocca che ci diamo da fare. (pag. 619)

 La battaglia (Traduzione di Eugenio Montale, Bompiani)

“Che genere di sentimenti?”
“ È difficile a dirsi, giovanotto. Sapete prima che l’acqua si metta a bollire quel palpito che ha? È un sentimento di questa specie. Sono stato tutta la vita bracciante giornaliero. Non c’è un ordine in ciò che dico. È come l’acqua prima che si metta a bollire”. I suoi occhi erano scuri e fissi nel vuoto. Alzò la testa, in modo che due strisce di pelle si formarono tra il mento e la gola. “Forse sarà per la troppa fame che s’è fatto. O per i calci di troppi padroni. Non lo so ma lo sento nella pelle.” (pag. 78)

“Tutti gli smarrimenti e gli errori della storia sono dovuti a uomini pratici che guidano uomini con stomachi”. (pag. 155)

“Ora che la furia era passata gli scioperanti si sentivano come avvelenati dalla loro stessa collera, indeboliti. Uno di loro si mise la testa fra le mani come se gli dolesse forte”. (pag. 186)

“Non cervello, Jim, non ci vuole cervello. È una cosa che lavorerà dentro, a loro insaputa. Lo sapranno senza pensarci mai”. (pag. 321)

L’inverno del nostro scontento (Traduzione di Luciano Bianciardi, Bompiani)

“Non è che un uomo finisca fuori combattimento, ossia, dico, un uomo si batte contro le cose grosse. Ma quel che l’uccide è l’erosione; a furia di colpetti finisce al tappeto. A poco a poco si impaurisce. E io ho paura. La società elettrica di Long Island può tagliarmi i fili. Mia moglie ha bisogno di vestiti. E i figlioli…scarpe, divertimenti. E se non potessi dar loro un’istruzione? E i conti ogni mese e i denti, e l’operazione alle tonsille, e oltre tutto, mettiamo che io mi ammali, e che non possa più spazzare questo marciapiede! Certo che lei non capisce. È una cosa lenta. Rode dentro. Io non riesco a pensare oltre la rata del frigorifero, il mese prossimo. Odio il mio lavoro e ho paura di perderlo. Lei queste cose come potrebbe capirle?” (pag. 22)

“Le comunità, come le persone, hanno periodi di salute e periodi di malessere, e anche di giovinezza e di vecchiaia, di speranza e di sconforto”. (p. 191)

“Ho bisogno di qualcosa da odiare. Che mi faccia scontento e comprensivo, ecco. Cerco un odio vero, che mi calmi”. (pag. 290)

 

Simona Baldanzi, nata a Firenze nel 1977. Tra i suoi romanzi Figlia di una vestaglia blu (2006, Fazi; Editore Alegre 2019), Bancone verde menta (2009, Elliot), l’inchiesta Mugello sottosopra (2011, Ediesse), Maldifiume, acqua, passi e gente d’Arno (Ediciclo, 2016). Alcuni suoi racconti sono apparsi su quotidiani e antologie, fra cui “Padre” (Elliot, 2009), “Decameron 2013” (Felici, 2013), “Toscani Maledetti” (Piano B, 2013) e “Pensiero Madre” (NEO, 2016).

Condividi su:
FacebookTwitterShare

La mia guerra segreta

Philip Ó Ceallaigh, La mia guerra segreta, tr. Stefano Friani, Racconti Edizioni, pp. 312, euro 17,00 stampa

di VALENTINA MARCOLI

Racconti Edizioni è una casa editrice dedicata specificatamente alla narrativa breve e nata da pochi anni, ma già offre un catalogo di rilievo con qualificazioni a premi prestigiosi, come è stato il caso di Elvis Malaj, che nel 2018 si è qualificato nella dozzina dello Strega. Puntando su Philip Ó Ceallaigh hanno forse corso qualche rischio, decidendo di scommettere su un puledro selvaggio che avrebbe potuto ritorcerglisi contro, ma quello stesso puledro si è trasformato in un cavallo di razza conquistandosi apertamente l’apprezzamento del pubblico. Di origini irlandesi, Ó Ceallaigh attualmente vive e lavora a Bucarest, dove si è trasferito dopo una vita trascorsa fra Nord Africa, Stati Uniti e paesi dell’ex blocco sovietico.  Già noto ai lettori per aver scritto uno dei libri più interessanti del 2018, Appunti da un bordello turco sempre per Racconti edizioni, in questa nuova raccolta si concentra maggiormente sulle tematiche con cui abbiamo imparato a riconoscerlo e ad amarlo.

Tema fondamentale è il viaggio come esperienza di allontanamento e crescita personale, ma anche la possibile scoperta di una via alternativa da percorrere, e storie colme di personaggi stanchi di fissarsi in un punto morto della loro vita e pronti a tutto per un riscatto personale, vite vissute al margine inserite in una società che a malapena si accorge di loro. Altro ingrediente vincente di questa miscela irlandese è sicuramente l’ironia equilibrata a cinismo e alla trivialità carnale che fa capolino dalle pagine ricordando lontanamente Bukowski.

Ogni racconto è peculiare di per sé e, nonostante sembrino mondi siti in universi paralleli e infinitamente distanti, si coglie un barlume di filo di Arianna a unire l’insieme. I personaggi che riempiono la narrazione sono persone comuni in storie minime e le loro vite sono colpite dall’intervento del destino che si presenta ogni volta in forme differenti.  Ha le parvenze di un foglio dimenticato dal protagonista e di un racconto spedito dalla sua ex dal titolo decisamente provocatorio, in altre invece è una società di servizi segreti che opera nell’ombra e che prima rapisce e poi ricatta il personaggio principale costringendolo a dover ricominciare da zero sotto un velo superficiale di finta soddisfazione. “L’Alchimista”  è una parodia della scrittura di Coelho, dimostrando la bravura dell’autore nell’adattarsi a stili diversi rendendoli personali. Qui il destino ha forma di Dio in persona. Il giovane pastore ha infatti la sensibilità di cogliere i profondi simboli che gli si parano innanzi, non temendo la sfida di fuoriuscire dai quei confini rurali di cui sono costituite le sue giornate, trovando perfino un tesoro nascosto.

Se ci soffermiamo per un istante su questa storia in particolare non possiamo che notare gli spunti che l’autore ci offre. Ecco il filo di Arianna cui si accennava in precedenza, Ó Ceallaigh lavora come la tortura cinese da lui stesso citata in uno dei primi racconti, dentro la coscienza delle persone. Ogni goccia è un pensiero che corrode dall’interno l’anima del lettore, comportando lo smarrimento e la perdita di ogni certezza. La società descritta è ricca di cinismo e senza scrupoli, le persone devono risvegliarsi e prendere coscienza di ciò che sono diventati, un esercito di burattini comandati da chi governa quella stessa società in cui vivono. Occorre farsi forza e scrollarsi di dosso tutti i preconcetti propinati fin dall’inizio e intraprendere un percorso di vita indipendente.

Una lettura ostica perché sfrontata e quasi brutale, ma sicuramente pregna di carattere e voglia di riscatto. Certamente non si tratta di una scrittura facile e immediata ma la sensazione che ne deriva al termine è in parte rinvigorente in parte di autocritica, quasi come il lato oscuro della Forza e la Forza stessa. Sta a noi scegliere quale parte far prevalere.

Condividi su:
FacebookTwitterShare

Ineluttabile Purdy

James Purdy, A casa quando è buio, tr. di Floriana Bossi, Racconti Edizioni, pp. 128, euro 16,00 stampa

di VALENTINA MARCOLI

Ogni volta che leggo un lavoro di James Purdy mi sento un po’ come il figliol prodigo che ritorna a casa. Dopo un periodo più meno lungo speso su altre pagine, dietro altre penne, la scrittura di Purdy mi accoglie sempre a braccia aperte, sebbene le sue non siano pagine da scorrere a cuor leggero, sono tuttavia garanzia di qualità letteraria. Bisogna contestualizzare il background dell’autore e ricordare che non veniva letto né era particolarmente apprezzato dai suoi colleghi, dalla sua America; quella della Grande Depressione, e che fino agli anni ’50-‘60, è sì presente ma non in maniera preponderante. Lo stile dello scrittore risiede dell’accompagnare il lettore nelle storie mano nella mano, senza eccessive ingerenze, e in men che non si dica questi si ritroverà coinvolto nella narrazione. Anche perché tutto quello che riguarda la sua scrittura non assomiglia a nulla di mai letto.

I rebbi delle trame si dipanano come una sinusoide immorale, sebbene a un primo approccio il suo lavoro possa non apparire particolarmente spiccato, e necessita di molteplici letture per cogliere le svariate sfumature che compongono la struttura narrativa e il fil rouge che collega l’insieme. Emerge, a una lettura più attenta, un pensiero moralizzatore  dietro i dialoghi – quasi sempre a due – che evidenzia l’ossessione del giudizio altrui come in “Guarda pure senza problemi”, racconto in cui due colleghi spettegolano senza ritegno a proposito di Milo e delle sue esibizioni da culturista sulla spiaggia pubblica. L’invidia che permea le loro parole è paragonabile solo alla critica sprezzante sottintesa da Purdy nel trovare infantile e disdicevole questa loro attitudine comportamentale. Evidenzia un voyerismo particolarmente attuale, ma in fondo a chi importa?

In “Prendi il cappello”, scenario simile: le due protagoniste chiacchierano amabilmente nel salotto di casa, gozzovigliando tra torte e tazze di tè mentre emettono una sequela di aspre sentenze nei confronti di una non ben precisata cugina. La decisione di Purdy di non entrare nei dettagli del gossip in questo preciso caso vuol confondere il lettore che segue il discorso arzigogolato per giungere alla conclusione che, forse, farsi i fatti propri allunghi la vita!

Un altro tema caro all’autore è la ricerca delle proprie origini, o più precisamente il ricucire legami ormai disgregati con i propri familiari, attraverso le figure archetipe di figli alla ricerca di padri e similari. “Perché non posso dirti il perché “ e “Mrs. Benson“ sono incentrati su questo tema. Nel primo caso Paul non sa nulla del padre fino a quando non trova alcune fotografie in una scatola e inizia a custodirle gelosamente fino a rimanerne ossessionato. La madre, che non ha un legame profondo col bambino (che significativamente le si rivolge col nome proprio, Ethel), cerca di sottrargliele senza successo attraverso un sottile tiro alla fune psicologico riduce il figlio allo stato di animale storpio e morente che, per sfuggire al dolore, rimane accovacciato a terra e piegato in due sopra la scatola che la donna minaccia di gettare nel fuoco.

Nel secondo racconto, Wanda e la madre si ritrovano a Parigi dopo anni di assenza di contatti, a disquisire a proposito di Mrs. Carlin, che la madre, Mrs. Benson, aveva conosciuto anni addietro, e che, prendendola sotto un’ala benevola, le aveva svelato la propria sfera privata, senza i luccichii e lo sfarzo a cui aveva abituato tutti gli ospiti delle feste che usava dare in stile Grande Gatsby.

I personaggi di Purdy, o meglio le persone, come riporta correttamente Giordano Tedoldi nella precisa postfazione, citando a sua volta David Means, sono “deformi e traumatizzate, orrendamente bizzarre, si innamorano e si disintegrano e non sembrano muoversi dentro la cornice di una psicologia normale.” Perché Purdy è così: lo si odia o lo si ama, senza sfumature. Senza dubbio rimane la recente ma tardiva scoperta di una mente geniale che sapeva osservare l’ambiente circostante e coglierne al volo il reale contesto, come si intuisce perfettamente in “Sermone”, il racconto che chiude egregiamente la raccolta. Qui parrebbe una figura religiosa di riferimento a parlare dal pulpito a un pubblico che si trova nella stanza per ascoltare le sue parole, nella trepidante attesa di una “parte buona” del discorso.

Ma come scrive l’autore: “E adesso state aspettando il messaggio, la soluzione di tutto il mio discorso. In tutto questo tempo avete pensato Quello che Lui dice è terribile e spaventoso, ma ora verrà la Parte Buona, la parte con il significato… Signore e signori, ascoltate. Io non ho una parte buona da darvi. Il mio unico messaggio, il messaggio che vi porto è che non c’è alcun messaggio. Voi andate da qualche parte perché credete di poterci andare… è questo che state facendo, e quindi non potreste fare altro che sbagliare. Continuate ad agire e non avete niente con cui agire se non le azioni. Quindi alla sera siete condannati alle conferenze e ai libri sperando di salvarvi.”

Grazie a questa stoccata finale si requilibria la bilancia narrativa, facendo tornare magicamente i conti.

 

Condividi su:
FacebookTwitterShare

Segreti nella nebbia

Corrado Peli, I bambini delle Case lunghe, Fanucci, pp. 279, € 13,00 stampa, € 0,99 eBook

di  VALENTINA MARCOLI

Un gruppo di ragazzini nell’estate del 1985. Biciclette, scorribande, violenze in famiglia e segreti. Se non fosse che questo romanzo è ambientato a Case Lunghe, località della piccola frazione di San Felice nella Bassa bolognese, a chiunque verrebbe in mente la trama di It di Stephen King. E invece no. La mano che sulla carta decide delle vite di questi ragazzi è italianissima. Classe 1974, Corrado Peli ha realizzato un noir dalle ambientazioni cupe ma affascinanti, un po’ nostalgiche per chi gli anni Ottanta li ha toccati con mano.

Lontano dal centro cittadino, dove la nebbia incombe su tutto coprendo e nascondendo, il divertimento lo si deve inventare e la noia la si combatte a suon di marachelle per provare quel briciolo di adrenalina che stimoli lo spirito della fuga. Da qui si parte per un viaggio nella quotidianità dei giovani protagonisti. Carlo, Eleonora, Davide, Nunzio e Laura sono undicenni che stringono amicizia in un buco dimenticato da Dio ma non da Don Gaetano, il parroco che sapientemente tesse le vicende delle famiglie che in quel buco vivono e cuce gli strappi che la vita porta ad affrontare. Il prete custodisce gelosamente le confidenze dei compaesani, confessioni che scottano e che vanno gestite al meglio per buona pace di tutti, come le violenze domestiche che subisce Rosa. Da tempo infatti il marito Giovanni trascorre le giornate alla Locanda attaccato alla bottiglia e quando rientra sfoga la rabbia a lungo repressa sulla moglie e sul figlio Carlo. L’unico a scamparla è Michele, il nuovo arrivato. Ed è proprio attorno a Michele che si crea un garbuglio di nodi misterioso da districare quando a seguito dell’ennesima lite Rosa prende l’auto, il figlio e fugge. La corsa è però breve e vede il suo termine fatale con l’albero contro cui si schianta, complice la fitta nebbia invernale. Qualche giorno dopo il marito Giovanni subirà la stessa sorte.

2016, trentuno anni dopo. Ritroviamo Carlo, Eleonora e Nunzio ancora bloccati a Case Lunghe per cause differenti mentre gli unici ad essere riusciti ad allontanarsi sono Davide, che ha intrapreso una carriera politica, e Laura, che vive a Bologna dove lavora come infermiera. Un lascito imprevisto quanto cospicuo costringe Don Stefano a far rotta verso San Felice per sbrigare le pratiche burocratiche e convincere il figlio del donatore a non impugnare il testamento.

Quest’arrivo getta nel panico i ragazzi ormai cresciuti, sconvolgendo abitudini e riportando a galla vecchie storie ormai da tempo dimenticate nella nebbia, e a suon di colpi di scena si giunge alla resa dei conti. Una resa che senz’altro lascerà di stucco il lettore che si vedrà costretto a dover chiudere un libro ottimamente scritto, scorrevole ma che necessariamente lascerà nel cuore e nella mente i suoi personaggi. E magari, in una serata nebbiosa, capiterà d’immaginarsi Carlo e gli altri in sella alle loro biciclette schizzare a tutta velocità verso una nuova avventura.

Condividi su:
FacebookTwitterShare

Mamme vaganti

Silvia Ranfagni, Corpo a corpo, Edizioni E/O, pp.156, € 16,00 stampa, € 11,99 eBook

di VALENTINA MARCOLI

Donne oggi, ovvero inesorabilmente eroine. Occorre combattere, coltivare e preservare la propria grinta, senza abbassare mai la guardia. Senza dubbio, per niente facile. Quella che si definisce “società” impone alle donne obblighi morali e materiali. A tutte, indistintamente. Alcune adottano orecchie da mercante, la stragrande maggioranza crolla sotto i colpi inferti da psicologie spicciole, da un mondo in definitiva, all’alba del 2019, tuttora maschilista.

Silvia Ranfagni ha avuto a che fare con degli uomini importanti, noti registi di cinema: Gianni Amelio, Bernardo Bertolucci, Giuseppe Tornatore, Ferzan Ozpetek, tanto per citarne alcuni. Insegna sceneggiatura e scrittura creativa alla Rome Fine Arts e Corpo a corpo segna il suo esordio letterario.

Romanzo biografico, o forse no, una cosa però è certa: la verità, oltre a ferire, appare anche come nel caso in questione, alquanto spassosa. Che siate madri, che lo diventiate, o che la cosa non v’interessi affatto, la lettura di questo libro vi porterà qualche insegnamento. La gestione dell’economia domestica vi sarà chiarita lungo la miriade di difficoltà quotidiane.

Vi consolerà scoprire di non essere in solitudine riguardo alla frequentazione di uomini privi di corredo anatomico maschile o portatori di abissali immaturità, e sterminatori d’ogni speranza futuribile. Ranfagni toglierà di mezzo il senso di colpa per aver pensato, almeno una volta e con occhiaie tali da far impallidire una valigia Vuitton: “Oddio, piange e io non lo sopporto più!”

Avete presente la scena di Sex and the City in cui la perfetta casalinga Charlotte cucina
dolci indossando egregiamente un completo vintage Valentino color crema, e la figlioletta le stampa ben bene sul sedere due mani rosse di marmellata? Vi ricordate la scena isterica che colpisce la donna costringendola a rinchiudersi nella dispensa piangendo, fino all’arrivo della tata? Ecco. La nostra protagonista, Bea, si ritrova quarantenne senza uno straccio di compagno, marito o fidanzato, confermando la tesi secondo cui chi è sfortunato in amore è fortunato almeno nel lavoro. Ma il suo orologio biologico ticchetta già da un po’ e lei è pure disposta ad accontentarsi. Ma un figlio, diamine, non è argomento né situazione da poco.

Per questo si rivolge alla società Human che si occupa di realizzare i sogni di donne con la voglia di procreare, di materializzare l’oggetto dei propri desideri così come se lo immaginano. Insomma, la creazione della vita in provetta. Il bambino nasce, Bea partorisce ma il Corpo non è esattamente come se l’era aspettato: ogni cosa risulta più difficile e insostenibile per lei, dopo aver scelto in solitario di mettere al mondo un esserino indifeso. Durante la ricerca estenuante di una tata, pari a quella di un’occupazione lavorativa, si imbatte in Elsa, donna eritrea che in poco tempo si trasforma per Bea in uno specchio e in una sorta di seconda madre. Tra loro s’instaura un rapporto in bilico tra amore e odio, tra tolleranze e contrasti religiosi, abitudini estranee e confidenze forzate volute a ogni costo da Bea. Elsa è un personaggio complesso e interessante perché se è vero che è una risorsa preziosa, dall’altra parte è fonte di competizione nel campo dei legami. Bea è costretta ad un esame di coscienza nel rapporto che ha costruito con suo figlio, troppo instabile, lei troppo assente e l’altra troppo presente. Tutto molto deleterio. La rottura avviene, invitabile, attraverso l’ingerenza religiosa della tata.

Dopo il licenziamento in tronco, il Corpo (il cui nome è Arturo) cresce e a seguito della
scenata isterica in un museo, dovuta ad una domanda scomoda posta alla madre in crisi, si confessa. La persona che davvero gli manca è Elsa, la tata.

Corpo a corpo è un romanzo che raccoglie tutte le clausole scomode e le postille riguardanti il contratto di maternità, quelle che nessuna madre vorrebbe mai leggere, convinta che sia più comodo ignorarle. Un romanzo in cui la sagace ironia e una scrittura senza vergogna svelano la realtà in cui deve muoversi una madre moderna. Con tutte le sfumature che portano sicuramente a interrogarsi, a riflettere e, perché no, a sorridere.

Condividi su:
FacebookTwitterShare

Intervista a Pino Imperatore

di VALENTINA MARCOLI

Pino Imperatore, uno scrittore dal cognome importante, che riporta alla mente immagini di personaggi storici, conquiste, armi, che e una certa soggezione – è inutile negarlo – te la provoca. E invece? Sorpresa! Questo scrittore è prima di tutto un uomo di cuore e una bomba di energia e di entusiasmo, il suo sorriso è contagioso e nel tempo di una battuta è capace di rompere il ghiaccio e sciogliere il nervosismo. Mentre lo aspettavo in stazione, con il suo libro in mano, venendomi incontro mi dice, come se fosse la cosa più normale del mondo, “Ah, bello questo libro! Lui è uno bravo, te lo consiglio!”, così, tanto per fare un esempio.

Ma non basta intrattenere i lettori con una risata, bisogna coinvolgerli con intelligenza e passione, e Pino Imperatore questo lo sa molto bene perché i suoi sono romanzi che sì, ti distraggono dalla monotonia quotidiana, ma lo fanno con provocazioni nascoste tra le righe di una scena comica. Il grande pubblico inizia a conoscerlo con Benvenuti in casa Esposito. Le avventure tragicomiche di una famiglia camorrista (Giunti Editore, 2013) in cui, attraverso uno spaccato divertente e allo stesso tempo crudele di una Napoli contemporanea, non si perde occasione per provocare l’animo civile dei cittadini di una società che troppo spesso preferisce voltarsi e guardare da un’altra parte.

Perché Imperatore nasce giornalista e quando un lutto importante sconvolge la sua vita è indubbio che la sua reazione possa essere solamente una: scriverne. E infatti torna nelle librerie con Bentornati in casa Esposito. Un nuovo anno tragicomico (Giunti Editore, 2015) e con questo nuovo romanzo si ritorna a parlare della famiglia di Tonino Esposito, orfano di un boss, che stavolta ha a che fare nientemeno che con un prete anticamorra, una ditta di pompe funebri e una campagna elettorale.

Sempre attuale nella sua ironia palpabile anche nel romanzo successivo Allah, san Gennaro e i tre kamikaze (Mondadori, 2017), in cui tre terroristi architettano – o quantomeno ci provano – un attentato nella splendida e imprevedibile Napoli. Non si possono fare però i conti senza l’oste quindi il piano salta più volte a causa di scioperi, tifosi inviperiti, donne procaci e non dimentichiamoci il santo del titolo, san Gennaro. Un libro dunque coraggioso e dissacrante sulla tolleranza, il fanatismo e l’importanza dell’integrazione.

Nel 2018 si volta pagina, anche se non di certo con l’umorismo che ormai abbiamo capito caratterizzare questo sorprendente scrittore contemporaneo. De Agostini Planeta pubblica Aglio, olio e assassino, un romanzo difficile da etichettare per via delle molteplici sfumature che lo contraddistinguono. Di sicuro ci sono degli omicidi, c’è un’indagine condotta dall’ispettore Gianni Scapece, c’è l’ottima cucina della Premiata Trattoria Parthenope, luogo di ritrovo e scambio di opinioni tra l’ispettore e i proprietari Peppe e Francesco Vitiello, perché – si sa – a pancia piena si ragiona meglio! Poi ovviamente l’immancabile scenario di Napoli, zona Mergellina con le sue vie ricche di simboli esoterici e statue e chiese che contribuiscono indubbiamente ad accrescere il fascino di una città già di per sé molto seducente. Il mistero è una carta vincente nella struttura narrativa che Pino Imperatore ha ideato per questa trama, carica di significati massonici, simboli nascosti nelle opere d’arte conservate nelle chiese del circondario e una serie di indizi che porteranno il lettore inevitabilmente a sbagliare strada.

Sì perché il nostro Pino gioca al gatto col topo anche con il lettore, che da subito si sente stimolato a partecipare alle indagini: ma la soluzione può non essere così scontata… quindi fate attenzione ai dettagli e buona caccia al colpevole!

 Aglio, olio e assassino è impregnato di uno stile carico della simpatia che caratterizza Napoli, città in cui la storia è ambientata, però la tua carriera inizia con un lutto che ti segna. Cosa cambia in te, e nel tuo lavoro? Mi riferisco all’assassinio di Giancarlo Siani da parte della camorra.

L’omicidio di Giancarlo ha cambiato la mia percezione del giornalismo, della scrittura e dell’impegno civile. Giancarlo è stato ucciso per ciò che aveva scritto e che si stava preparando a scrivere sulla criminalità organizzata. Ogni suo articolo era una denuncia e un incitamento alla ribellione. Rispetto a tutti i cronisti dell’epoca, era avanti di una spanna: la sua non era solo una lucida e spietata narrazione dei fatti ma anche un’esortazione a non restare in silenzio. A distanza di tanti anni, i suoi reportage restano estremamente attuali, perché sono una lezione di civiltà. Da questa lezione ho tratto lo spirito e le energie che hanno contraddistinto tutte le attività in cui mi sono cimentato.

Poi accade la svolta. Inizi col far parte del trio comico I Saltimbanchi e scrivi anche sceneggiature per il teatro sempre in chiave umoristica. Qual è stata la molla che ti è scattata?

A Napoli si usa un termine, pazziariello, per indicare una persona allegra, simpatica, festosa. Il vocabolo deriva dal verbo pazziare, che significa giocare, scherzare. Io da quand’ero ragazzo sono sempre stato un tipo pazzariello, pronto a sdrammatizzare e a tirare fuori battute in ogni occasione, per cui m’è venuto naturale, a un certo punto, cominciare a scrivere testi divertenti per il teatro e per il cabaret. Quando ho visto che funzionavano, che facevano ridere, mi sono gasato ancora di più.

Con Giunti pubblichi Benvenuti in casa Esposito – Le avventure tragicomiche di una famiglia camorrista. Hai avuto qualche riscontro negativo, visto l’argomento trattato?

Gli unici riscontri negativi sono arrivati dai camorristi, che non hanno gradito l’operazione che ho realizzato col romanzo, volta a ridicolizzare la criminalità. Però mi hanno lasciato stare. E io ho continuato a sfotterli e a raccontare a tutti la loro sconfinata stupidità. Ancora oggi, a distanza di sette anni dall’uscita, vado nelle scuole a parlare del libro.

Con Questa scuola non è un albergo invece ti sei avvicinato al pubblico giovane, incontrando il favore di molti insegnanti che hanno adottato il romanzo. È stato più complesso o più semplice adattare un testo per avvicinare i ragazzi?

Complesso perché l’Io narrante è quello di un adolescente, Angelo D’Amore, per cui ho dovuto adattarmi al suo linguaggio e al suo modo di pensare. Semplice perché mi ha aiutato l’eterno ragazzino che è in me. I miei fantastici ricordi di scuola hanno fatto il resto.

Con Mondadori pubblichi Allah, san Gennaro e i tre kamikaze e ti ripeto la domanda di prima: hai ricevuto minacce visto l’argomento e il periodo storico totalmente differente rispetto a Casa Esposito?

Qualche problema c’è stato, ma per fortuna sono qui vivo e vegeto. Alla faccia di tutti i terroristi.

E finalmente arriviamo al tuo ultimo romanzo, Aglio, olio e assassino, un libro che mixa tanti generi diversi, e che in fin dei conti rappresenta una perfetta guida di Napoli, ma della Napoli più vera e meno conosciuta. Rappresenta un po’ un ritorno a casa?

Be’, da Napoli non mi sono mai spostato: i cinque romanzi che ho finora pubblicato sono tutti ambientati nella mia città. Ho solo cambiato zona, trasferendo lo sguardo sul quartiere di Mergellina, molto noto per i suoi straordinari scorci paesaggistici ma non altrettanto conosciuto per alcuni suoi luoghi, come il Parco Vergiliano e la Chiesa di Santa Maria del Parto, in cui la storia si mescola con la leggenda e i misteri vanno di pari passo con la superstizione. Un microcosmo governato da elementi simbolici che tracciano un labirinto all’interno del quale il personaggio principale del romanzo, l’ispettore Gianni Scapece, si perde e si confonde. Trovare la via d’uscita per lui non sarà facile.

Come mai hai deciso di scrivere di questi delitti, partendo tra l’altro da un fatto di cronaca reale che all’epoca scosse l’Italia?

Il “mostro” della mia storia è inventato. Non lo è il “mostro di Posillipo”, che alla fine degli anni Ottanta si rese responsabile di un delitto orrendo e ne confessò un altro quando fu arrestato. L’orrore è più reale di quanto immaginiamo. Parlarne aiuta a comprenderlo, a spiegarne le origini e le logiche perverse e a combatterlo con armi appropriate.

Ovviamente immagino che l’approccio nello scriverlo sia stato totalmente differente dai tuoi precedenti romanzi. Ti sei affidato ad esperti, hai consultato come la Fletcher volumoni in biblioteca, etc?

I miei romanzi sono ambientati in luoghi reali. Anche Aglio, olio e assassino lo è. E come ho sempre fatto, mi sono documentato e soprattutto ho fatto verifiche sul campo. Non mi fido molto di ciò che mi viene raccontato o che leggo su un libro o su internet. Devo vedere con i miei occhi, toccare con mano, provare sensazioni dirette, e solo quando le mie impressioni e conoscenze sono complete e concrete, inizio a scrivere.

Una domanda che tanti tuoi lettori sperano: avrà un seguito?

Sì. Ho appena finito di scrivere un nuovo romanzo che ha per protagonisti l’ispettore Scapece, il commissario Improta e la famiglia Vitiello. Sarà pubblicato all’inizio di aprile da De Agostini Planeta. Ti do il titolo in anteprima: Con tanto affetto ti ammazzerò. È una storia molto diversa da quella di Aglio, olio e assassino; ha a che fare col male che talvolta può annidarsi nei legami familiari.

Si parla anche di cibo, della buona cucina, quella per cui siamo famosi all’estero. Combinazione voluta a scopi commerciali, visto che in TV ormai ci sono più programmi di chef che film, oppure è una passione come quella di Camilleri per la buona tavola?

Non ho mai strizzato l’occhio alle mode e spesso sono andato controcorrente, a mio rischio e pericolo. E a rischio e pericolo delle case editrici che hanno pubblicato i miei romanzi. Mi è andata bene; segno che i lettori amano le novità e le sfide e riescono ad affrancarsi dai libri spazzatura. E poi, proprio come Camilleri, amo la cucina di qualità, quella legata alle straordinarie tradizioni enogastronomiche del nostro Paese, il posto sulla Terra in cui si mangia meglio.

A proposito di TV, Gianni Scapece avrà un volto in una serie televisiva?

Se fossi un produttore, un pensierino ce lo farei. Ma non lo sono, quindi posso soltanto sperarlo, per il momento.

Cosa legge Pino Imperatore? A chi si ispira?

Sono un lettore onnivoro, alla continua ricerca di testi originali e coinvolgenti. Il genere non è importante: basta che siano storie scritte bene e capaci di procurarmi trepidazioni e riflessioni. Se poi contengono anche una buona dose di umorismo, il gioco è fatto. Dai classici ai moderni, sono tanti gli autori che hanno arricchito la mia formazione letteraria. Nel dicembre scorso ho conosciuto il mio scrittore contemporaneo preferito: Joe R. Lansdale. Un mito, per me. Pensa: a casa ho una mensola-altarino zeppa dei suoi libri tradotti in italiano. Superata l’emozione, sono addirittura riuscito a farlo ridere. Ora posso morire contento.

Romanzi:

  • Benvenuti in casa Esposito, Giunti, 2012.
  • Bentornati in casa Esposito, Giunti, 2013.
  • Questa scuola non è un albergo, Giunti, 2015.
  • Allah, san Gennaro e i tre kamikaze, Mondadori, 2017.
  • Aglio, olio e assassino, De Agostini Planeta, 2018.

 

Opere comiche:

  • In principio era il Verbo, poi vennero il soggetto e il complemento, Colonnese, 2001.
  • Un anno strano a Roccapeppa, Kairós, 2004.
  • Quel sacripante del grafico si è scordato il titolo, Graus e Boniello, 2005, antologia a cura di Pino Imperatore e Edgardo Bellini.
  • La catena di Santo Gnomo, Cento Autori, 2007.
  • Manteniamo la salma, Cento Autori, 2007.
  • Questo pazzo pazzo pazzo mondo animale, Cento Autori, 2007.
  • De vulgari cazzimma – I mille volti della bastardaggine, Cento Autori, 2008.
  • Tutti a posto e niente in ordine, Boopen Led, 2009.
  • Aggiungi un porco a favola, Kairós, 2010, antologia a cura di Pino Imperatore e Edgardo Bellini.
  • Capita solo a Napoli, Mondadori, 2014, antologia a cura di Pino Imperatore e Nando Mormone.
  • Sei personaggi in cerca di Totore, Homo Scrivens, 2016, opera comica scritta con Francesca Gerla.
Condividi su:
FacebookTwitterShare