Tutti gli articoli di Valentina Marcoli

Eva contro Eva

Yewande Omotoso, La signora della porta accanto, tr. Natalia Stabilini, 66thand2nd, pp. 249, €16,00 stampa, €7,99 eBook

recensisce VALENTINA MARCOLI

Non potrebbero essere più lontane tra loro le due donne protagoniste del romanzo di Yewande Omotoso, classe 1980, nata nell’isola di Barbados, cresciuta in Nigeria e trasferitasi successivamente in Sudafrica. Dopo essersi aggiudicata il South African Literary Award per la migliore opera d’esordio nel 2011 con Bom Boy, con questo secondo romanzo è entrata nella longlist del Baileys Women’s Prize for Fiction 2017 ed è tra i finalisti dell’International Dublin Literary Award 2018. Insomma la signora ha intenzione di dare del filo da torcere ai colleghi.

Hortensia, donna di colore e “guru del design”, che si è trasferita col marito bianco dall’Inghilterra a Città del Capo, è la prima voce che ascoltiamo aprendo il libro. Il suo matrimonio con Peter è naufragato anni fa, la malattia di lui lo costringe ad una degenza silenziosa nel letto di casa, accudito solo da infermiere sconosciute, e sulle spalle di lei pesa il fallimento di non avergli dato figli.

Marion, donna bianca e architetto di successo, vive al numero 12 di Katterijn Avenue, in compagnia del suo bassotto Alvar e della domestica di colore Agnes. Non ha resistito al fascino dell’italiano Max Agostino che dopo averla sposata e fatta vivere nell’illusione della bella vita, alla sua morte la lascia con quattro figli con cui ormai non parla più, e un sacco di debiti.

Ecco, ora immaginatevi la scena: al numero 10 di Katterijn Avenue abita Hortensia, infinitamente scontrosa, che odia la gente, disprezza i giovani e soprattutto non tollera il razzismo e la saccenza di Marion, con cui ha continui battibecchi. Alla morte del marito Peter viene a scoprire di una relazione adulterina da cui è nata Esme, ormai quarantenne, con cui dovrà far conoscenza per impossessarsi di parte dell’eredità. L’ultima ripicca di un marito arrabbiato. Al contempo durante alcuni lavori di ristrutturazione al numero 10, il primo progetto realizzato interamente da Marion, una gru demolisce accidentalmente parte del numero 12, ferendo anche Hortensia.

Le due vicine nemiche si vedranno costrette ad una convivenza che le ridurrà ad esporre le loro fragilità obbligandole a raccontarsi delle verità scomode. Ma sarà proprio da questa esperienza che le due anziane signore riusciranno a creare una complicità intelligente fino a deporre l’ascia di guerra. Da queste pagine fuoriesce comunque una forza che solo certe donne hanno, un livello di determinazione tale che ha permesso loro di raggiungere obiettivi impensabili per l’epoca. Uno straordinario romanzo causticamente umoristico, schietto, genuino sulle donne, per le donne.

https://www.66thand2nd.com/

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Favola nera

Massimiliano Governi, Il superstite, Edizioni E/O, pp. 132, € 14,00 stampa

recensisce VALENTINA MARCOLI

Superstite dal latino superstes, ossia stare sopra. Ecco chi è il protagonista di questo breve ma intenso romanzo dalla struttura scheletrica ed essenziale. Il suo nome non viene mai pronunciato, ed è lui che racconta in prima persona il suo bagaglio di emozioni di fronte ai fatti accaduti. Con la figlioletta di due anni in spalla arriva alla casa accanto dove abitano i suoi genitori, suo fratello e sua sorella, ma ciò che trova ad accoglierlo non è lo scenario che si sarebbe aspettato. Un massacro, uno scempio che riporta subito alla memoria i fatti descritti in A sangue freddo di Truman Capote, libro più volte citato. Questa cittadina del nord Italia volutamente non ben precisata però, potrebbe essere qualunque posto in cui regnano la violenza e la ferocia, e il giornalista che affianca l’uomo da quel momento in poi, lo sa bene.

I colpevoli, due nomadi slavi, verranno poi scovati e acciuffati, ma tra zio e nipote, il più vecchio verrà processato e condannato mentre il più giovane si suiciderà. Al processo che si svolge in Serbia, l’uomo verrà accompagnato dal giornalista che sta scrivendo un libro sulla sua vita e che lo accompagnerà successivamente anche sulla tomba dell’assassino, visita avvenuta anni dopo. È il desiderio di vendetta che dal momento del ritrovamento dei corpi permea le pagine, pervade tutti i pensieri dell’uomo e riempie le sue giornate diventando quasi un’ossessione. È la benzina che lo estrania dal dolore, dalla malattia e dalla lontananza della moglie e di sua figlia che si trasferiranno poi in America.

Il pensiero costante che si cela tra le righe del romanzo attanaglia il superstite fin da subito, ed è una riflessione che lui stesso scorge tra gli appunti del giornalista: “Quell’uomo aggredito e invaso dalla cancellazione della sua famiglia. Ero io eppure non lo ero. Tutto sembrava vero e falso allo stesso tempo. Ma forse è così che si scrivono i libri. Forse è così che accade la realtà.” Una persona che assiste impotente allo sterminio dei propri cari dunque, come può provare di essere mai nato?

Pagine che bruciano di una verità sconcertante, una scrittura tesa, forte, e una visione lucida della follia di un estraneo che ha deciso per te. Con un finale vagamente dolce che riporta un po’ di pace e speranza nel cuore, se non altro del lettore.

https://www.garzanti.it

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Malinconia d’agosto

Mauro Fabi, La cantina, Avagliano editore, pp. 158, € 15,00 stampa

recensisce VALENTINA MARCOLI

L’estate ormai è giunta, temperature torride si fanno costanti su tutto il territorio nazionale e la maggioranza degli italiani è in procinto di partire per le tanto attese vacanze. Ma quanti di noi, per chi li ha vissuti, si ricorda com’erano gli anni Settanta? Ebbene, ce lo ricorda Mauro Fabi, giornalista, scrittore e poeta, nella sua ultima fatica letteraria: La cantina.

Siamo nell’agosto del 1976 in una Roma praticamente deserta. C’era ancora la lira e si poteva fumare ovunque. Quand’eri fuori casa, per telefonare cercavi disperatamente una cabina o un bar munito d’apparecchio. Eh già, ci scordiamo talmente in fretta di quei dettagli che ci hanno accompagnati per anni, che quando qualcuno ce li ricorda, fatichiamo a crederci e lo stupore affiora sul nostro volto.

Questo romanzo è un noir, ma solo in superficie. È la scusa che ognuno di noi ha per spiare nella vita di un’altra persona e usarla per riflettere sul nostro presente. Il commissario Raimondi sta per partire per la Sardegna, dove ad accoglierlo ci sarà la sua amante Dora, quando viene chiamato per risolvere un caso di scomparsa. Giulio Spadoni è sceso in cantina per recuperare il canotto del figlioletto e godersi una giornata di mare con la sua famiglia, ma da quel momento di lui si perde ogni traccia. Raimondi sa che per trovarlo deve osservare i pochi indizi a sua disposizione: l’indifferenza della moglie, i ricordi felici di una vita inscatolati e quasi nascosti, per la serie “lontano dagli occhi lontano dal cuore”, ma soprattutto la sua preziosissima collezione di fumetti di Phantom, l’uomo mascherato.

In fondo, non è quello che tutti gli insoddisfatti cercano di diventare, dei fantasmi? Non cercano di sparire, di allontanarsi da problemi e preoccupazioni? Ed è partendo da questa riflessione che la mente del commissario inizia incessante ad arrovellarsi, analizzando la vita di Spadoni e ponendola come termine di paragone per la propria. La sua storia con Dora iniziata qualche hanno prima lo rende davvero felice oppure è giunto il momento di dirsi addio? Le forti emicranie che lo costringono a letto sono un segnale del corpo che lo sta avvertendo di rallentare, o sono presagio di un male oscuro?

Forse Spadoni ha colto la palla al balzo per rifarsi una vita più soddisfacente altrove; ma questo non lo sapremo mai. Ciò che sappiamo invece è che Raimondi ha da subito stimolato nel cuore del lettore un senso di protezione, anche se qualche ceffone glielo tireremmo volentieri per la sua arroganza. Una vita abitudinaria e vuota di reali motivazioni lo stanno facendo scomparire, lentamente, fino al finale che arriva in maniera malinconica a spezzare il fiato.

http://www.avaglianoeditore.it

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Lost in Japan

Marco Paracchini, Il numero 4, Tabula fati editore, pp 147, € 13,00 stampa

recensisce VALENTINA MARCOLI

Kenzo Tanaka è la creazione di Marco Paracchini, un novarese che di Giappone ne sa veramente molto. Storyteller, sceneggiatore, regista e docente, oltre che scrittore, Paracchini ha saputo condensare nella figura del suo personaggio principale le caratteristiche riconoscibili di Dylan Dog, Sherlock Holmes e James Bond, dando così vita ad un mix perfetto. Tanaka è un ex poliziotto di padre italiano e madre giapponese, che ha fama di essere il più brillante investigatore privato di tutta la nazione, sciupafemmine e un po’ arrogante ma dalle intuizioni geniali.

Nel Numero 4 sono descritti tre casi da leggersi in ordine poiché in ordine cronologico sono stati disposti, e divisi come fossero atti di una stessa opera. Il primo caso vede Tanaka alle prese con una misteriosa serie di omicidi corredata da avvistamenti UFO. Parte tutto con la morte di un giovane giocatore di baseball per un incidente d’auto, la seconda morte è quella del padre del ragazzo per un diabete fulminante, mentre la terza vittima è l’allenatore della squadra di baseball, catalogata come infarto. Possibile ci sia un legame tra queste morti in tempi così ravvicinati? E gli avvistamenti UFO nella zona di Fukushima, sono reali oppure suggestioni? E cos’è quest’ossessione per il numero 4 che si ripete di continuo? A questa lunga serie di domande il nostro eroe riuscirà come sempre a dare una risposta, uscendo però con qualche osso rotto.

Ed è proprio dall’ospedale che parte la narrazione del secondo caso che Tanaka racconta a Hiroshi, suo giovane assistente. Un caso che riguarda traffici illeciti e forse ha anche qualche legame con la yakuza, la mafia locale. Un corpo sfigurato arriva al medico legale e viene, sulla base di alcuni indizi, identificato come Makoto Ojiwara. La tesi principale riguarda la maledizione del Kappa, mostro folkloristico in grado di commettere atti di indicibile orrore. I due ex soci di Ojiiwara in che modo sono coinvolti? I Kappa esistono davvero? Ma soprattutto chi è l’infiltrato nella polizia che mischia le carte in tavola? L’arguzia e lo spirito di osservazione salveranno la pelle a Tanaka anche in quest’occasione.

Ma se è vero che la parte migliore della cena si trova sempre alla fine, è così che Paracchini ha deciso di concludere il libro e congedarsi dal lettore, tenendosi per la conclusione la ciliegina sulla torta che conquisterà anche i più scettici sul genere. Una donna bellissima assume Tanaka per indagare sulla morte del marito (la vittima numero 4, numero che ricorre a partire dal titolo) ucciso con una freccia che gli ha sfondato il cranio. Anche per precedenti omicidi il modus operandi è lo stesso, e si inizia a parlare della maledizione dell’arciere, antico guerriero tornato a seminare terrore. La storia però non convince Tanaka che brillantemente collegherà il nome delle frecce (Leone, Chimera, Tifone e Zeus) alla mitologia greca, sbrogliando così la misteriosa matassa.

Paracchini ha una costruzione della struttura narrativa praticamente perfetta, e nonostante qualche errore sfuggito all’editor, la lettura è scorrevole e chiara grazie anche alle note esplicative dei termini nipponici. L’ambientazione per un italiano non è di facile approccio ma l’autore, forte della sua esperienza, si districa tranquillamente nei labirinti di una cultura affascinante ma ostica senza cadere nel banale.

http://www.edizionitabulafati.it

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Pablo Simonetti e le sue vite vulnerabili

Durante l’ultima edizione del Salone del Libro di Torino, tenutasi lo scorso maggio, tra i mille volti che hanno percorso i corridoi e incontrato i lettori nelle sale apposite c’era anche un autore cileno, Pablo Simonetti che ha presentato una splendida raccolta di racconti, Vite vulnerabili (Lindau Editore), già recensita su PULP Libri. Abbiamo fatto quattro chiacchiere con lui, constatando con piacere di avere a che fare con uno scrittore molto umano.

intervista VALENTINA MARCOLI

 

Trovo la scelta della copertina molto adeguata ai suoi racconti. E’ una cosa su cui ha avuto voce in capitolo?

No, è stata un’idea di Ezio Quarantelli, direttore editoriale. Colori e composizione richiamano pienamente il tenore del libro. Trovo che questo ritratto di Schiele rappresenti pienamente lo spirito generale dei personaggi.

Un autore italiano di racconti ha descritto questa particolare forma narrativa come “sfere di mercurio che proprio quando pensi di tenere salde in mano poi ti sfuggono”. Concorda oppure descriverebbe il racconto in altro modo?

C’è un saggio scritto da Emanuela Cocco (pubblicata su L’irrequieto) con cui concordo, secondo il quale che i miei racconti sono epifanie sensibili, legate alla tradizione epifanica di scrittori come Joyce e Cheever, racconti che hanno una dimensione sensibile, racconti in cui i personaggi vivono una rivelazione e al tempo stesso fanno un esercizio alla sensibilità. Li descrive come un esame interiore dei personaggi che dà luce ad una concezione nuova che cambia la comprensione del loro mondo.

Possiamo descrivere i racconti anche come un corto cinematografico?

Certo, io sono molto fotografico, molto visuale. Ho imparato ad esserlo leggendo Italo Calvino, in particolare Lezioni americane. Sei proposte per il prossimo millennio, un saggio in cui il principio estetico fondamentale è dato da fattori come la visibilità che io traduco come visualità, ma nel testo è inteso come visibilità, rapidità, consistenza, molteplicità, esattezza.

Ho letto i suoi racconti fino all’ultima parola con foga, ma sono rimasta con un’incognita sul loro prosieguo. Nella sua testa mentre li scrive, continuano oppure una volta messo il punto terminano?

In quanto racconti epifanici, la luce di quello che stiamo vivendo cambia, ma non necessariamente una storia termina nella forma tradizionale, però è chiaro che il lettore possa percepire un proseguo della storia. Quello che mi interessa davvero è descrivere il momento che il personaggio sta vivendo.

Ha mai pensato di scegliere uno di questi racconti e tramutarlo in un romanzo?

Questi racconti in verità sono la prima stesura di molti dei miei romanzi. Per esempio “Nozze d’oro” potrebbe essere la parte finale di un romanzo che ho scritto tempo prima, o lo stesso “Il Giardino di Boboli”. Sono racconti indagatori che ho usato come terreno di coltura per dare vita ad altre storie similari ma di qualità migliore, e i personaggi sono molto profondi e riflessivi.

Di Vite vulnerabili qual è la sua vita preferita?

“Santa Lucia”. Forse per la tensione e l’emozione con cui l’ho scritto, perché a questo racconto si può dare una lettura psicanalitica e politica, perché parla della storia del Cile e delle sue tradizioni. Al tempo stesso c’è l’elemento dell’anonimato, della notte. Insomma, è un racconto particolarmente ricco a cui si può dare una molteplice lettura.

Mi riferisco ora al racconto “Peter Faraday” in cui un traduttore ha a che fare con uno scrittore da lui molto amato ma l’epilogo non è tra i più lieti. Racconto meraviglioso, uno tra i miei preferiti, ma mi sorge spontaneo chiederle come si è rapportato al suo traduttore. Ci sono delle connotazioni autobiografiche?

No, non c’è nulla di autobiografico. Io sono autore e traduttore. Vivo entrambi i ruoli. Credo che quando i personaggi sono molto infelici e insoddisfatti della loro vita e vivono un’infatuazione violenta nei confronti di qualcuno, significa che in fondo vorrebbero essere quella persona. Sono scarichi di forza vitale e di conseguenza si innamorano della forza vitale degli altri, le invidiano perché sanno da dove provengono e cosa vogliono essere. Il mio obiettivo era proprio quello di raccontare questa identificazione violenta.

Ma il suo traduttore l’ha conosciuto?

No no, però trovo che abbia fatto un ottimo lavoro, me lo dice molta gente; il traduttore ricopre un ruolo fondamentale perché deve far funzionare la macchina narrativa, ha mantenuto l’impronta che volevo dare ai racconti.

Nel video sul sito di Lindau edizioni, ha dichiarato che qualche racconto ha vinto dei premi e ricevuto critiche positive ma ha anche creato qualche polemica. Può essere più specifico?

“Peter Faraday” e “Santa Lucia” hanno vinto un premio ciascuno, però è stato quando ho pubblicato “Santa Lucia” che si è innescata la polemica perché la rivista su cui era uscito, una pubblicazione paragonabile per importanza nazionale a La Stampa o al Corriere della sera, mi ha comunicato di non poter più pubblicare questo racconto per una questione di censura. A quel punto i lettori, incuriositi, si sono divisi in pro e contro la pubblicazione ma il fatto che se ne parlasse ha invogliato tanti a leggerlo.

La sua scrittura è perfetta, pulita, netta, decisa. Sembra quasi di uno scrittore statunitense.

I cileni hanno in realtà una tradizione di scrittura molto parca, semplice, precisa ed elegante. Altri scrittori sudamericani invece hanno una struttura molto barocca, altisonante ed esagerata. Questo perché in Cile si vive molto il senso del limite del linguaggio e del contenuto, c’è quasi un’espressione selvatica. Neruda ad esempio era un portento ma la sua forza verbale stava nella tecnica.

Ci sono scrittori che sono dei maestri nel genere horror o drammatico ma nella vita sono persone spassose. Viceversa ci sono autori che combattono la loro malinconia scrivendo romanzi comici. Lei appartiene a queste categorie oppure riversa l’umore di quando scrive nel momento stesso della stesura?

In società mi mostro sempre al meglio, cordiale e sorridente, ma quest’atteggiamento di disadattamento proprio dei miei personaggi in fondo deriva dal mio cuore. Semplicemente io riesco a contenerla e a nasconderla con i miei modi gentili.

Vuole aggiungere qualcosa, lasciare un messaggio ai lettori di PULP Libri e all’Italia?

L’impero del successo e del consumo, l’impero della sicurezza economica sono imperi che hanno vita breve in cui comunque, alla fine, prevale la nostra sensibilità vulnerabile. Se fossimo capaci di mostrare le nostre debolezze, se fossimo capaci di riconoscerle allora quella potrebbe essere l’occasione per un avvicinamento tra tutte le persone.

 

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Omaggio al Re

Joseph Incardona, Lonely Betty, tr. Lisa Ginzburg, NNE Editore, pp. 101, € 15,00 stampa, € 5,99 eBook

recensisce VALENTINA MARCOLI

Joseph Incardona, di madre svizzera e padre siciliano, ha da poco pubblicato un nuovo romanzo con NNE Editore con cui aveva già collaborato in passato per La metà del diavolo, un noir ambientato nel non-luogo che sono le autostrade. Per questa nuova storia, che più che un romanzo può considerarsi un racconto lungo distribuito nelle sue scarse cento pagine, Incardona ha deciso di omaggiare il Re, e cioè nientemeno che Stephen King, coinvolgendolo come personaggio.

La vicenda è ambientata a Durham, una piccola cittadina del Maine: siamo alla vigilia di Natale e la neve ricopre tutto. La vice sindaco Sarah Marcupanni è costretta ad occuparsi della cerimonia in onore dell’insegnante storica del posto, ricoverata in una casa di riposo. Betty Holmes si appresta a diventare centenaria e al culmine della festa, nel momento dello spegnimento delle candeline, oltre a dare di stomaco sulla torta, l’anziana signora dopo una pausa durata cinquant’anni, apre bocca e la frase che pronuncia lascia di stucco gli astanti.

Nella sua carriera d’insegnante vi è infatti un evento tragico che riguarda la sparizione dei tre fratelli Harrys, affidati alla sua custodia e mai ritrovati. Delle indagini si era occupato il tenente John Markham, ora in pensione, ed è proprio con lui che Betty chiede di parlare per avvisarlo di essere in possesso della chiave del caso e di sapere dove sono sepolti i ragazzi. L’informazione le giunge da un tema di un suo ex alunno, compagno di classe degli Harrys all’epoca dei fatti, e attualmente residente a Bangor.

L’informatore è Stephen King ,che secondo Betty è il tramite del diavolo; quest’ultimo lo informa di crimini efferati e brutali che vengono commessi nel circondario, attraverso lo shining di cui King è dotato, e da cui trarrà ispirazione per il romanzo omonimo e quelli successivi. L’epilogo è tiepido e un po’ deludente, con l’ex tenente che bussa alla porta dello scrittore che a questo punto narra in prima persona, raccontandogli dell’insegnante e delle sue teorie strampalate.

La storia sulla carta era abbastanza buona, lo svolgimento non le ha però reso merito, con troppi personaggi che aggrovigliano inutilmente il racconto, confondendo il lettore. Dialoghi suonano poco verosimili e volgari. L’omaggio al Re sembra troppo macchinoso e anche la parte della sparizione dei fratelli Harrys non viene per nulla approfondita. Arrivati al termine del libro si ha la sensazione che tutto sia stato creato ad hoc per infilarci il nome illustre, cosa che avrebbe avuto senso solo sviluppando il resto del racconto.

http://www.nneditore.it

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Se il Papa si suicida…

Giuliano Pesce, L’inferno è vuoto, Marcos y Marcos, pp 252, € 18,00 stampa

recensisce VALENTINA MARCOLI

a Roma è il caos. Così si apre il nuovo romanzo di Giuliano Pesce, già autore per Marcos y Marcos di Io e Henry. L’amatissimo papa Goffredo, due volte Premio Nobel per la Pace si getta dal balcone del Vaticano, lasciando un biglietto che recita: “Non esiste alcuna verità; non esiste alcun dio. Ho ricevuto molto più amore di quello che ho donato, di questo vi ringrazio.”

In un romanzo mirabolante che si sviluppa in soli tre giorni, incontriamo un sacco di personaggi interessanti e bizzarri, a partire da Bara e Beccamorto che a dispetto dei nomignoli sembrano un duo comico, con le loro divise da becchini, il loro inseparabile carro funebre, presi come sono dai loro continui battibecchi sulla morte, e intenti a smaltire i cadaveri per conto del Cobra, capo indiscusso del traffico di droga e prostituzione nella capitale. Alberto Gasman, con una “s” come ci tiene a precisare lui, attore mancato e autista dei vip al soldo del Cobra, si ritrova invischiato nell’omicidio su commissione del cardinal Bianchetti, aspirante papa. Fabio Acerbi, che sogna di diventare un Grande Scrittore ma che invece lavora all’Ufficio vedove in cui si trattano i diritti degli scrittori defunti con le vedove appunto , in missione in incognito per conto di un Grande Editore, ha il compito di carpire quante più informazioni possibili dalle persone vicine al defunto pontefice per realizzarne un libro d’inchiesta. Arturo Tommasi, regista del docu-film sulla vita del papa, mandato dal Cobra per suoi interessi economici.

A tutta questa faccenda, già di per sé molto ingarbugliata, si aggiunge il commissario De Santis che deve tenere sotto controllo il traffico di turisti accorsi nella capitale per il fattaccio, trovare la pronipote del prefetto, e risolvere il caso di omicidio di don Quirico. La verità molto spesso inganna e a complicare ulteriormente le cose arriva la Rossa, una donna bellissima che scombinerà tutti gli equilibri, trasformando in esclamativi i punti interrogativi che si creano capitolo dopo capitolo.

Una scrittura cruda in una struttura narrativa raffinata e complessa, fanno di questo romanzo la lettura ideale. Una bomba ad orologeria pronta a scoppiare sulle pagine finali che arrivano in fretta, perché tutti vogliono indagare su questo strano suicidio, così poco ortodosso, e alla fine la scritta “fine” di lieto non ha proprio nulla.

http://www.marcosymarcos.com

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Anche il Polo ha un’Anima

Christelle Dabos, Fidanzati dell’inverno – L’Attraversaspecchi Libro 1, tr. Alberto Bracci Testasecca, Edizioni E/O, pp 505, €16,00 stampa, € 12,99 eBook

recensisce VALENTINA MARCOLI

La casa editrice E/O ha esordito lo scorso aprile con il primo capitolo di una saga fantasy, affidando quest’arduo compito ad un’autrice francese, Christelle Dabos, nata a Cannes nel 1980, al suo primo romanzo, ottenendo riscontri decisamente positivi. In Francia è stato subito un caso letterario mentre in Italia si leggono solo recensioni entusiaste. Non sarò certo io ad interrompere questa catena di successi; del resto è impossibile, perchè questo primo libro, nonostante la mole non si presti alla portabilità né alla lettura in spiaggia, è decisamente valido.

Esperimento riuscito dunque, copertina meravigliosamente accattivante, anche il titolo strizza l’occhio all’”Alice attraverso lo specchio” di Lewis Carroll. Un mix ben congegnato di tante piccole parti riconducibili a generi commercialmente più appetibili, un puzzle che vede pezzi di Matrix, una punta di barocco e rococò portati all’eccesso, e la protagonista che richiama la sbadataggine di Isabella Swan, la Bella di Twilight (S. Meyer, Fazi editore) e al contempo di Lucinda Price, la Luce di Fallen (L. Kate, Rizzoli).

La Dabos ha creato un mondo fantastico i cui popoli vivono su Arche fluttuanti, ciascuna con regole proprie. Sull’Arca Anima vive la giovane Ofelia che ha il dono di “leggere” il passato degli oggetti che tocca, e la capacità di attraversare col proprio corpo gli specchi. Dalle Decane della sua famiglia viene promessa in sposa al nobile Thorn che vive su un’altra Arca, Polo, con la sua Città-Cielo, decisamente più lontana e dal clima ostile. Il ragazzo appartiene al clan dei Draghi, impegnati in una lotta contro il clan rivale dei Miraggi. Tutto gira intorno alla “cerimonia del dono” che oltre a consacrare il sacro vincolo del matrimonio tra i due giovani, prevede lo scambio di poteri fra entrambi, e all’interpretazione di un libro misterioso, il Libro dei Draghi. Ofelia scoprirà presto che su Polo non bisogna fidarsi di nessuno se si vuole sopravvivere, e che il potere della famiglia del fidanzato è tanto forte quanto invisibile.

Tra illusioni, complotti segreti e morti, la reale motivazione della presenza di Ofelia a Città-Cielo viene in superficie solo nelle pagine finali, quando il lettore viene accompagnato al cospetto del sire Faruk, il temuto spirito di famiglia dei Draghi.

Insomma cinquecento pagine che volano e fanno sognare ad occhi aperti, in attesa del secondo capitolo di questa saga fantasy, che ha tutte le carte in regola per entrare nel cuore delle adolescenti.

https://www.edizionieo.it

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Come si dice Strega in albanese?

Elvis Malaj, Dal tuo terrazzo si vede casa mia, Racconti edizioni, pp. 164, € 14,00 stampa, € 5,99 eBook

recensisce VALENTINA MARCOLI

Il Premio Strega, che scalda gli animi dei lettori nel periodo estivo perché tra i più seguiti e importanti sul territorio nazionale, ha visto quest’anno una prima selezione molto coraggiosa. 40 titoli tutti molto diversi tra loro, argomenti fra i più disparati proposti da autori contemporanei più o meno eccellenti. Piccole realtà editoriali che si scontrano come Davide contro i Golia in rappresentanza delle major. La seconda selezione che ha portato i titoli candidati da 40 a 12 , vede tra gli altri la partecipazione di una piccola casa editrice romana, la Racconti edizioni (che per l’appunto pubblica solo raccolte di racconti), con il titolo Dal tuo terrazzo si vede casa mia.

Tenete bene a mente questo nome: Elvis Malaj. Giovane esordiente, nasce a Malesi e Madhe, in Albania, nel 1990. A 15 anni si trasferisce in Italia, ad Alessandria, con la sua famiglia; attualmente vive e lavora a Padova. Finalista del concorso 8×8, i suoi racconti sono stati pubblicati su Effe ma Dal tuo terrazzo si vede casa mia è il suo primo libro. Non c’è traduzione perché, come ha spiegato l’autore stesso, ha sempre letto in italiano ed è venuta di conseguenza, in maniera molto naturale, la stesura nella sua “nuova” lingua.

All’interno di questi racconti troverete comunque parecchi termini e addirittura intere frasi in albanese, forse per un senso di appartenenza o di riconoscenza nei confronti della patria natia, e frasi brevi, storie che corrono veloci sulle pagine per non annoiare il lettore. Ciò che rimane chiudendo il libro è la stessa sensazione che si ottiene da una chiacchierata al bar con un caro amico al quale devi assolutamente raccontare quello che ti è successo, ma anche una consapevolezza maggiore di un popolo che effettivamente si può osservare dal nostro terrazzo, oltre il mare, e che in fondo non conosciamo così bene.

Tra le varie curiosità, lo sapevate che il nome proprio “Marenglen” esiste solo in Albania? E che, come viene descritto nel racconto “A pritni miq?” , questa espressione viene usata dagli albanesi in difficoltà per richiedere ospitalità ai connazionali? Perché “la casa dell’albanese appartiene all’ospite e a Dio”, sentimento che in Italia è decisamente latente. Purtroppo.

Racconti molto forti, taglienti, una scrittura dissacrante e a tratti provocatoria, storie che mostrano un lato molto umano dell’autore e dei personaggi. Il libro si apre con una scelta concreta, il racconto “Vorrei essere albanese” in cui il protagonista ha un diverbio con dei ragazzini italiani in un bar, e s’interroga fino a che punto occorre ridursi per ottenere credibilità e rispetto. Ne “Il televisore” invece si mette in atto una tragicommedia in cui un televisore rotto passa da parecchie mani prima di concludere la sua vita di elettrodomestico, ma non voglio aggiungere ulteriori dettagli per non togliere al lettore il gusto di piegarsi in due dalle risate.

Nella speranza che finalmente in Italia si inizi a leggere questa speciale forma di narrativa che è il racconto e che commercialmente non è stato ancora preso in considerazione, vi prego di non sottovalutare il libro di Elvis Malaj, un libro che parla di diversità come valore aggunto, ma anche di confronto tra due popoli che hanno molti punti in comune – a loro insaputa.

http://www.raccontiedizioni.it

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Lo Strega è una cosa buona, sì?

VALENTINA MARCOLI intervista ELVIS MALAJ

Il giovane candidato al Premio Strega e Strega Giovani, Elvis Malaj, ci ha dedicato qualche minuto del suo tempo per rispondere ad alcune domande sul suo libro Dal tuo terrazzo si vede casa mia (Racconti edizioni). Ma attenzione: questo ragazzo non ha peli sulla lingua per cui la lettura dell’intervista che segue è fortemente sconsigliata ai deboli di stomaco e alle persone che non amano ridere.

Innanzitutto congratulazioni per la candidatura al Premio Strega e soprattutto allo Strega Giovani. E’ un premio molto importante e molti scrittori ti staranno certamente invidiando. Cosa stavi facendo quando te l’hanno comunicato?

In realtà ero in attesa, sapevo già che il mio libro era stato proposto, e si conosceva anche il giorno in cui sarebbe stata annunciata la dozzina. È stato dopo pranzo che uno dei ragazzi della mia casa editrice mi ha mandato un messaggio su Whatsapp. Ciò che aveva scritto non aveva senso, però in termini tribali capii che voleva dirmi che eravamo candidati tra i dodici.

E in famiglia quali sono stati i commenti?

Cos’è lo Strega? È una cosa buona, sì? Quanti soldi ti danno?

Conosci gli altri titoli in lizza? Cosa ne pensi?

Confesso che non ho letto ancora nessuno, lo farò dopo la premiazione. Ci sono un paio di titoli che mi incuriosiscono particolarmente. Poi, nei giorni scorsi ho avuto modo di conoscere anche alcuni degli autori, persone squisite.

Dovessi vincere, incrociamo le dita, la prima cosa che faresti sarebbe…?

Sparirei per un po’. Ma la vedo difficile, le leggi del marketing prevedono che quello è il momento più opportuno per promuovere e pubblicizzare il tuo bene di consumo, intensificando interviste, presentazioni, etc. Però almeno una settimana me la prenderò, non ci sarò per nessuno (agente permettendo!).

A chi dedicheresti il premio?

Non posso dirlo altrimenti diventerebbe un obbligo.

In tutti gli articoli relativi alla tua persona sei considerato albanese mentre nella tua casa editrice sei considerato italiano. Tu come ti senti?

Un immigrato.

Ti capita mai di leggere i commenti dei lettori? Ce n’è uno in particolare che ti è rimasto in mente?

Scrittura ruffiana e furbetta, forzatamente giovanilistica e si approfitta del fatto di essere albanese, fa lo “scrittore albanese” quando invece dovrebbe essere scrittore e basta. Però, per par condicio, ne cito anche uno positivo, è di una libraia: “I clienti ci telefonano per ringraziarci di avergli consigliato il libro”.

L’immagine in copertina è un riferimento al tuo primo periodo in Italia?

L’immagine in copertina è stata presa dal racconto “Il televisore” basato sul televisore che insieme a mio fratello ho trovato vicino ad un cassonetto dell’immondizia. Sembrava buono e l’abbiamo portato a casa. E niente, non funzionava.

I tuoi racconti hanno una dialettica dissacrante, per la maggior parte sembrano storie che potresti raccontare ad un amico al bar, iniziando con “Oh, lo sai cosa mi è successo oggi…?” Ma quanto di autobiografico c’è di te in queste pagine?

Penso che sia totalmente irrilevante. L’autobiografismo è incentrato sul fatto che gli scrittori pensano che loro, le loro esperienze e i loro pensieri siano importanti, d’interesse per tutti. Invece, uno scrittore non deve metterci se stesso nel libro, non importa se sta descrivendo qualcosa che gli è successo personalmente. Io voglio la storia, non voglio lui. Se uno scrittore rispondesse “sì”a questa domanda, sarebbe un bugiardo oppure un pessimo scrittore.

Cos’è un “sorriso verde foglia negli occhi, è una citazione di De Andrè, forse?

Mi fa molto piacere che tu l’abbia colta. Non è propriamente una citazione ma sicuramente è un riferimento a “Via del Campo” di De André.

Nei tuoi racconti citi autori importanti, ma quali sono state le tue letture formative? C’è uno scrittore in particolare a cui ti ispiri?

La mia base formativa è un po’ tutta la letteratura di fine Ottocento e inizio Novecento. Non ho uno scrittore particolare a cui mi ispiro, però sento molte affinità con Cechov.

C’è un messaggio che vorresti lanciare ad un lettore che vuole assaggiare la tua scrittura?

Messaggio no, consiglio sì: caro lettore, qualunque sia l’idea che ti sei fatto sul libro, prima di iniziare a leggerlo, mettila da parte.

A breve pubblicheremo la recensione di Dal tuo terrazzo si vede casa mia (Racconti), la raccolta con cui Malaj concorre allo Strega.

http://www.raccontiedizioni.it

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