Tutti gli articoli di Valentina Marcoli ed Elio Grasso

A proposito dell’orso. Due recensioni

Mikael Niemi, Cucinare un orso, trad. di Alessandra Albertari e Alessandra Scali, Iperborea, pp. 512, € 19,50 eBook € 9,99

Sconfinamenti nell’Ottocento nordico

di ELIO GRASSO

Profondo nord della Svezia, dove lo sconfinamento non è soltanto spaziale, il cibo è bislacco e la forma del mondo terribilmente terrestre ma arricchita di tipicità e circostanze pressoché aliene. Avete presente la serie TV Fortitude? Non è soltanto merito (o torto) del ghiaccio, l’attenzione degli uomini va prima di tutto alle bestie domestiche o selvagge e in secondo tempo all’ondeggiare dei fianchi femminili. Ma sono sguardi boreali, attenti a ognuna delle cose racchiuse in quella specie di cupola siderale.

Mikael Niemi gestisce il tedio nativo, lontano dagli stilemi bergmaniani saturi talvolta d’imbarazzi melensi, il suo romanzo è colmo di nomi della tradizione, assunzioni metodiche e esistenze brandite come accette. Negli anni di mezzo di questo Ottocento nordico il pastore distrettuale, Læstadius, ha le caratteristiche di uno sciamano adulto e duro di carattere, dispone le conoscenze acquisite verso il popolo e contro i poteri libertini del luogo.  Ogni pianta gli parla, ogni traccia gli racconta origine e storia, e l’istruzione impartita a un ragazzetto di etnia sami (vale a dire lappone) dal passato tragico non è dettaglio da poco.  C’è spazio anche per una corsa verso la santa crociata locale, mentre tutto fa pensare che il giovane adottato sia qualcosa di più che l’autistico rappresentante dello sciamanesimo in erba. Il suo nome vero è Jussi ma da tutti viene nominato con il dispregiativo noaidi.

La trama si apre a ulteriori misteri, dopo l’introduzione a quel lontano mondo di geografie e ciclicità temporali dilatate: nei terreni acquitrinosi soggiornano animali forse pericolosi (e forse no), ma non più di certi abitanti dallo sguardo feroce. Jussi ascolta, Jussi non parla ma conosce la spinta dei lombi al passaggio della ragazza amata. Si nutre di poco cibo, mai richiesto, alza gli occhi al cielo dove stanno le stelle indicate dal suo maestro. Una giovane serva viene trovata morta nei boschi, che lì sembrano eterni. Un orso, un assassino, un alieno mostruoso? Il pastore indaga, mentre le antipatie dilagano su strade e sentieri.

Non troviamo niente di civettuolo nelle pagine del racconto, siamo in luoghi dove ogni parola è tutto meno che soffice. Il ragazzo medita sul proprio stare ancorato al tempo, teme di scomparire senza lasciar traccia, sente allargarsi il debito verso Læstadius. Si sorprende, e noi con lui, davanti alle decifrazioni in perfetto stile Holmes (Sherlock, certo) stilate dal pastore, mentre analizza segni sugli alberi e le orme lasciate sul luogo del delitto. Svela arcani che appaiono chiari soltanto a lui. “Usa il cervello”, proclama continuamente al ragazzo trasformato in un tragico dr. Watson. Certe caratteristiche sono universali, ma lì intorno ricordiamo che l’acqua è nera, gli oggetti sono grigi, e ovunque aleggia l’odore di desideri non proprio innocenti. Le icone fisiologiche abbondano, le mammelle sono spesso gonfie, ogni funzione corporale vuol dire altro da quanto immagina il senso comune, le arguzie dell’indagine si scontrano con l’abbondanza di ottusità cerebrali. Dove sta la patologia dentro il misticismo artico?

Potrà rispondere il pastore Læstadius, biologo e letterato visionario capace di leggere quel che i denti di un orso gli suggeriscono? O quel che gli abitanti del paese, al contrario, gli nascondono? Nel romanzo di Niemi i dettagli fisici definiscono l’acume necessario a condurre l’indagine, a riempire le esistenze di un senso. La percezione del mistero abbonda quando incrocia, con dettagli sottili e talvolta sanguinari, gli abitanti del distretto prima di tutto alle prese con le rudezze climatiche e psichiche. È il lato selvaggio del mondo, che a nord del sessantesimo parallelo ancora sa incantare con le sue storie dai finali mirabili. Non è libro di cui possa riassumersi l’evolversi dei fatti, qui è sufficiente far emergere dal fondale i suoni, le spavalderie, la ricchezza d’ingegno, la montante audacia espressa da fenomeni tipicamente tribali. Su tutto poi aleggia l’ala oscura del diavolo, l’enormità della sua brama di possesso: niente di mistico, se mai l’aura spietata verso l’umano gregge che tanta letteratura medievale (ripresa in epoca moderna) ha espresso ferendo quantità di anime belle.

E poi si sa, a certe latitudini basta un bacio per sparire per sempre nel silenzio invernale. Basta questo per lasciarsi cogliere dall’imprevedibilità di un libro che ha dentro di sé l’epica di personaggi storici, e il riscatto di minoranze rimaste per secoli ai margini del mondo.

Il (rim)orso dell’assassino

di  VALENTINA MARCOLI

Un libro sorprendente, ecco quello attende il lettore di Cucinare un orso. Ci si scordi delle narrazioni lente e cariche di descrizioni tipiche dell’estremo nord: una strana sensazione di calore pervade infatti queste cinquecento pagine in cui succedono un bel po’ di cose. È dunque un romanzo ben complesso quello che ci si para dinnanzi, reso ancor più particolare dal fondamento storico da cui trae ispirazione. Il pastore Lars Levi Laestadius è infatti realmente esistito come figura emblematica del movimento religioso chiamato Risveglio, che nel periodo in cui è ambientata la nostra storia – estate 1852 – vive un momento di impopolarità, in quanto si prefiggeva di avvicinare quanti più contadini possibili alle Sacre Scritture attraverso un processo di alfabetizzazione e purificazione da alcol e sesso. Potete immaginare quindi come in un territorio ostile per quanto caratterizzato da paesaggi mozzafiato e dalle giornate lunghe e noiose, fosse in realtà molto più semplice lasciarsi andare ad abusi di quel genere senza sensi di colpa, solo perché quella era la norma.

In tutto questo il pastore giunge a Kengis dove accoglie in casa, un giovane vagabondo di origini sami, cioè lapponi (proprio come – guarda caso – il pastore stesso); lo sfama, lo istruisce e gli conferisce perfino un nome, Jussi, e un’inscrizione al registro parrocchiale. Per lui Jussi diventa un figlio, ne diventa il mentore e cerca di trasferirgli tutta la sua conoscenza nel campo delle erbe e delle piante, accompagnandolo in lunghe passeggiate dove è d’obbligo l’osservazione attenta ai dettagli.

Tutto procede per il verso giusto quando improvvisamente viene segnalata la sparizione di una giovane serva, Helga, e il giudice distrettuale Brahe, con il fido assistente – oggi diremmo leccapiedi – Michelsson, arrivando sul luogo del misfatto subito pensano all’attacco di un orso. Il pastore però non ne è convinto e mediante un’attenta analisi della scena del crimine con l’aiuto di Jussi (meglio che i RIS di Parma), raccoglie indizi e prove che lo portano sempre più alla naturale convinzione che l’orso sia umano e che si aggiri libero pronto a colpire nuovamente. Viene promessa una ricompensa per la cattura dell’animale, intanto il corpo di Helga viene rinvenuto e quando viene ucciso un esemplare di orso per buona pace di tutti si ritorna alla vita di sempre, sicuri di aver fatto giustizia.

A scombussolare le carte in tavola, un altro tentato assassinio, stavolta nei riguardi di Jolina, un’altra giovane serva, in prima battuta andato a vuoto – ma come si dice, tentar non nuoce e allora ecco che ci ritroviamo con un secondo cadavere. E poi un terzo, ma (senza voler svelare della trama più di quanto già fatto finora) la scrittura magnetica di Niemi ci porta fino alla risoluzione del caso con uno stratagemma geniale, passando per tecniche d’indagine innovative come la dagherrotipia e lo studio delle impronte papillari come uno Sherlock Holmes ante litteram, e per tematiche filosofiche al limite della provocazione.

Un romanzo impossibile da etichettare ma assolutamente da leggere; è stato paragonato per certe assonanze a Il nome della rosa, e non si può che confermare che certe atmosfere le si possa certamente ritrovare anche nel lavoro di Niemi. Nota importante l’epilogo in cui si esplicano determinati punti della struttura del romanzo, in particolare l’affascinante storia dei registri parrocchiali redatti dal pastore e conservati in un paesino a un tiro di schioppo dal paese natio dell’autore. Nulla accade per caso!

 

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James Purdy è uscito dal gruppo

2 aprile 2018

James Purdy, Non chiamarmi col mio nome, tr. Floriana Bossi, Racconti edizioni, pp. 223, €17,00 stampa

La Rivista è sempre stata tendenzialmente anarchica quando si trattava di decidere cosa recensire e cosa no: decidono liberamente i collaboratori. Stavolta, una volta verificato che la stessa raccolta di racconti aveva attirato l’attenzione di due recensori, ci siamo detti “Ebbene, perché non presentare ai nostri lettori due punti di vista diversi sullo stesso libro?” Per cui, in occasione della Pasquetta, eccovi due opinioni su Non chiamarmi col mio nome.

recensisce VALENTINA MARCOLI

Un aristocratico delle periferie, così viene definito James Purdy nella bella prefazione di David Means, prefazione necessaria come un fondamentale manuale d’istruzioni. Una scrittura che non assomiglia a nient’altro, una voce che si distingue dal coro, una penna che tramortisce e confonde i suoi lettori ma che di base ha nei suoi racconti una radice nell’istinto e nella forza dei sensi.

Quest’uomo che vestiva in maniera elegante, ma fuori dal suo contesto, non era tuttavia interessato alle cose contemporanee e di conseguenza i suoi racconti vanno letti con attenzione e su più livelli, considerandoli come frammenti, istantanee di una storia più ampia. Se conoscete già i suoi lavori ben venga, ma se siete alla prima lettura non lasciatevi distrarre dal senso di disorientamento che s’impossesserà di voi, è normale. Perché in tutte queste storie le vite dei personaggi sembrano solo a una prima occhiata ordinarie e ricoperte di decoro – ma se scavate un po’ più a fondo, se osservate con attenzione più nel dettaglio, allora coglierete i segreti che i loro cuori celano. Nulla è palesato e tutto è un interpretare. I dialoghi spesso taglienti come lame e crudeli come solo l’animo umano a volte sa essere, i contesti che s’intuiscono a malapena e a volte solo alla fine del racconto, e gli intenti dei personaggi che sono tutti comparse e protagonisti allo stesso tempo.

In “Marito e moglie” la coppia discute per il licenziamento di lui a causa della sua omosessualità venuta allo scoperto, o forse mai nascosta; in “Taglio moderno” la madre accoglie mal volentieri il figlio per colpa della sua barba incolta; in “Ogni cosa sotto il sole” i due ragazzi discutono anche in questo caso di un’omosessualità latente ma dichiaratamente velata, almeno tra i due. Nel racconto che dà il titolo alla raccolta poi, “Non chiamarmi col mio nome”, siamo a una festa e una moglie non sopporta di essere chiamata col nome del marito e pretende che lo cambi.

Scene di scontri dettate dai sogni che portano i personaggi all’esasperazione e poi in una sorta di tregua e poi ancora allo scontro in una funambolica serie di eventi. Tutti accomunati dalla figura di uno scrittore che finirà per essere molto conosciuto per essere poco conosciuto, e che a suo modo sta parlando al mondo e ne sta descrivendo le stranezze.

recensisce ELIO GRASSO

Diavolo d’un Purdy. Capace come nessuno di allungare maldicenze sui conterranei d’oltreatlantico. Gran cultore delle patologie quotidiane di personaggi messi in scena in racconti e romanzi pressoché lasciati in disparte dall’editoria nostrana. La parte di rispettabilità erosa nel buio delle case, dentro a panorami americani, è costantemente sotto la sua lente micrometrica, fintanto che le crepe nei rapporti familiari si allungano e si allargano come faglie californiane. Purdy sa come torcere le posizioni sentimentali di donne e uomini: da frasi innocenti, in apparenza garbate e abituali, si scatenano psicodrammi dal sapore alcolico, fratture irreparabili svolte nei fitti dialoghi che terminano in una sorta di “coma” irreversibile, dove chiunque si scioglie in un deliquio per così dire storicizzato, “targato”. Uomini e donne, dopo essersene dette di tutti i colori, abbandonano coltelli e pistole ritornando estenuati alla vita ordinaria.

In queste storie si vive sotto il tiro di pulsioni che stanno ai limiti della moralità (tutta americana, per inciso) e della pedanteria provinciale nei quartieri metropolitani. Non a caso il drammaturgo James Albee (quello di Chi ha paura di Virginia Woolf, per intenderci) scrisse l’adattamento teatrale di Malcolm, primo romanzo pubblicato da Purdy nel 1959. Purdy, da buon rinnegato, ha molta voglia di ricorrere a oscenità fatte trasparire dall’ombra dei dialoghi, e a pistole occultate nei rigonfiamenti degli abiti. Una vera canaglia affabulante. Scrittore di piccoli e ignobili disastri domestici.

Per questo negli anni ’50 ebbe esordi difficoltosi, fino a che Dorothy Parker, entusiasta, lo recensì su “Esquire” decretandone un certo successo anche internazionale. Passando da Chicago a New York, la vita dello scrittore ebbe una svolta decisiva. In questi racconti, di seducente atmosfera riccamente ambigua e spesso onirica, di forte devozione ai linguaggi corporali e gestuali, si avverte l’influenza di Paul Bowles, suo grande amico. Purdy impregna la sua prosa di acidità giornalistica, come un reporter di cronaca nera in grado di spalancare l’uscio di case inzuppate di vertigini “felliniane”. Ogni pagina scoperchia nidi di furie sospette, segni di malattie oscure, risentimenti a stento repressi. Basta un nonnulla perché i protagonisti scatenino massacri più o meno violenti.

Il licenziamento intacca la virilità di un marito scatenando ire coniugali, fino alla scoperta finale di un’omosessualità maschile nemmeno tanto latente. Una donna confessa di odiare il cognome del marito, pretendendone la modifica, per finire a botte durante una festa comune. L’odio si scatena quando una madre si vede arrivare a casa il figlio a cui è cresciuta una folta e per lei inguardabile barba. Un nonno intrattiene rapporti indecenti con la moglie del proprio figlio, mentre il nipote gira loro intorno. Due amici, conviventi, intrattengono sciocche discussioni al cui fondo è facile intravvedere un’omosessualità non esibita, nascosta, di certo detestata. Un’insegnante completamente nuda, vittima della vendetta di un alunno, dopo aver a lungo girovagato per le strade notturne, chiede aiuto a un secondo studente debole di stomaco. Una madre ha in odio l’amico greco del figlio, così come l’intera famiglia e probabilmente la Grecia stessa. E così via fino all’ultimo fenomenale racconto lungo: “63: palazzo del sogno”. Novella pubblicata nel 1956 grazie all’entusiasmo e ai buoni uffici di Edith Sitwell (poetessa e saggista in voga a quei tempi) che convinse Purdy a lasciare l’insegnamento per dedicarsi alla scrittura a tempo pieno.

Ogni storia parte da un evento banale trasformato immediatamente in drammatico, trascinandosi poi verso un finale dove ogni cosa resta del tutto immutata. Ogni protagonista (mogli grasse e mariti idioti addetti all’alcol, ragazzini d’indole inquieta, zitelle sfatte, ragazzi bizzarri), preda di tic ricorrenti, di sentimenti repressi ma improvvisamente deflagranti, segue la visione di uno scrittore che nonostante l’aspetto formale ed elegante poteva narrare la brutalità dentro altrettanto formali situazioni familiari. Aprendo voragini inaudite.

È vero che per molti aspetti Purdy possa somigliare a William Burroughs (così come ricorda David Means nella bella prefazione al volume), noto per la sua capacità di sparare una fucilata indossando il doppiopetto. La meccanica dei racconti (e dei romanzi) sta a metà strada tra la frivola nonchalance e il gossip di Warhol e le maschere distorte di Lynch. È vero che i dialoghi (ben poco signorili) sono appaltati quasi sempre dal pettegolezzo, dalle attrazioni carnali tenute nascoste fino all’ultimo, dalle disfunzioni psichiche coltivate con cura. Purdy si diverte a far originare disprezzi e ostilità partendo da fatti e situazioni del tutto irrilevanti, all’apparenza futili. Purdy in fondo vuole star fuori dalle conformità letterarie di quegli anni, la sua bizzarria congenita finisce tutta nelle pieghe di coloro che descrive.

A differenza di Carver (per favore, non pensateci) qui non esistono pietà e slittamenti verso mostritudini sentimentali di bassa cucina, ricoveri casalinghi e brusii etilici, incipriamenti e trucchi disciolti in lacrime. I sonori vaffanculo di alcuni personaggi sono gli stessi che nella sua formalità Purdy distribuisce elegantemente a tutti noi.

http://www.raccontiedizioni.it/

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