Tutti gli articoli di Umberto Rossi

Amnesia Moon, di Jonathan Lethem

di UMBERTO ROSSI

Si sarebbe potuto parlare di questo romanzo anche nella nostra rubrica Opera prima, perché, sebbene pubblicato negli Stati Uniti un anno dopo Musica per archi e canguro, uscito nel 1995 (ma apparso in Italia solamente nel 2002), era stato scritto per la maggior parte prima di Musica…, come spiega lo stesso Lethem in un’intervista pubblicata nel numero 87 di PULP Libri (settembre-ottobre 2010). Però in Italia Amnesia Moon ha avuto una vita piuttosto sventurata, essendo stato tradotto (da Martina Testa) e pubblicato da minimum fax solo nel 2003, e discretamente ignorato dal pubblico e dalla critica (con qualche eccezione), talché in questo momento è da lungo tempo fuori stampa; e come altri libri immeritatamente dimenticati, è giusto parlarne in questa sede, in quanto oggetto di scavo archeologico.

Amnesia Moon, è stato molto meno sventurato nel mondo di lingua inglese: attualmente è disponibile nell’edizione di Faber & Faber, e scusate se è poco. Si tratta di qualcosa di più di un’opera giovanile di uno scrittore che sarebbe maturato più tardi, all’altezza di Brooklyn senza madre (Il saggiatore, 2008), se non di La fortezza della solitudine (Tropea, 2004); è invece un romanzo che merita attenzione e considerazione di per sé.

Cominciamo dalla prima parola del titolo, e cioè amnesia. Nel 2000 Lethem curò una miscellanea di racconti e altri scritti, The Vintage Book of Amnesia, tutti accomunati, come recita il sottotitolo, dal soggetto della perdita di memoria. È una ricca antologia, con un bel parterre: Martin Amis, Cortázar, Sheckley, Borges, Woolrich, Sacks, Dick, Murakami, Anna Kavan, Disch, Barthelme, Priest, Nabokov, Steve Erickson. Lethem dimostra di non essere solo uno scrittore dotato ma anche un attento e vorace lettore. Nel libro sull’amnesia compare anche un suo racconto, “Five Fucks”, titolo che la traduzione “Cinque scopate” non rende completamente (da noi è uscito nella raccolta L’inferno comincia in giardino, minimum fax, 2001). Si tratta di uno di quei testi onirici e folgoranti nei quali l’immaginazione di Lethem si manifesta allo stato puro e ci ricorda che le sue origini stanno nel fantastico e nella fantascienza, dai quali la sua narrativa lunga si è gradualmente allontanata. Nel racconto gli amplessi di due amanti occasionali hanno conseguenze catastrofiche: trasformano il mondo attorno a loro, e cancellando al tempo stesso il ricordo di come era prima del cambiamento, con una vera e propria amnesia collettiva. Tutt’altra cosa dall’amnesia classica che troviamo in Io ti salverò di Alfred Hitchcock (basato sul romanzo omonimo di Frances Beeding, Il saggiatore, 2015), dove la memoria l’ha persa un solo personaggio e sta agli altri di ricostruirla; in “Cinque Scopate” solo due personaggi, E. e la signorina Rush, ricordano il mondo com’era prima delle loro cinque congiunzioni sessuali; tutto il resto dell’umanità, incluso il benevolo ma impotente poliziotto Pupkiss, hanno dimenticato come stavano le cose prima, e credono che il nuovo mondo, per strano e assurdo che possa essere (e nelle ultime due parti Lethem pesta forte sul pedale dell’assurdo e dello strano) sia sempre stato così.

Amnesia Moon, se possibile, è ancor più radicale di “Cinque scopate”: in questo romanzo tutti soffrono di amnesia, tranne (forse) un motociclista di nome Fault, del quale però non c’è da fidarsi più di tanto (lo dice il suo cognome, che in inglese significa “difetto, sbaglio, colpa”). A partire dal protagonista, Chaos, tutti i personaggi di Amnesia Moon hanno scordato chi erano e com’era il mondo prima di una misteriosa catastrofe che ha scombussolato tutto; misteriosa appunto perché nessuno ricorda bene in cosa sia consistita e cosa l’abbia provocata. Chaos stesso all’inizio della storia ignora di chiamarsi (o di essersi chiamato) Everett Moon (ed ecco spiegata la seconda parte del titolo); ha dimenticato anche il suo migliore amico, Cale Hotchkiss, nonché la donna che amava, Gwen. E non riesce a rammentare com’è finito a Hatfork, in Wyoming, e come mai il mondo è stato frammentato in tante piccole isole di realtà come quella dove si trova, misera e affamata a causa (forse) di una guerra nucleare, dove la gente sopravvive nutrendosi di cibo in scatola. Ma appena ci si sposta in un’altra realtà, come quella di White Walnut, il disastro prende altra forma: qui nessuno ci vede più perché una fitta nebbia verde si è infiltrata dappertutto. A Vacaville, invece, la gente trasloca due volte la settimana, e vige un regime nel quale il peggior delitto è essere sfortunati; ci si deve sottoporre a un test, e se superi un certo livello di iella vieni rinchiuso in un apposito campo di concentramento; e la gente comune passa il tempo a vedere serie televisive i cui protagonisti sono i governanti della città (come se noi dovessimo vedere ogni sera le avventure di Salvini e Di Maio – o forse lo facciamo già?).

In ognuno di questi micro-mondi, estesi più o meno quanto un centro abitato più il suo territorio comunale, vigono diverse leggi fisiche e circola una diversa versione della catastrofe che ha spezzettato il koinos kosmos; quando Chaos/Everett torna a Vacaville diventa mostruosamente grasso dalla sera alla mattina perché ora in quella realtà solo i governanti hanno il diritto di essere belli; tutti gli altri cittadini devono essere nani, storpi, obesi, deformati in qualche modo. A White Walnut, invece, deve aggirarsi per la città a tentoni, come un cieco.

Ma la faccenda è ulteriormente complicata dalla presenza dei sognatori: si scopre ben presto, leggendo Amnesia Moon (per cui possiamo dirlo tranquillamente), che ogni micro-mondo, o realtà finita soggettiva (come vengono chiamate a un certo punto nel romanzo) è fatta in un certo modo perché così la sogna ogni notte un individuo che ha il singolare potere di alterare la realtà e condizionare la vita delle persone circostanti mediante la sua attività onirica. Questa idea Lethem l’ha presa quasi certamente da uno dei più bei romanzi di Ursula K. Le Guin, La falce dei cieli. Ma leggendo quest’opera solo apparentemente d’apprendistato di materiali fantascientifici se ne trovano tanti, ed è anche per questo che vale la pena di leggerla, per capire da dove viene Lethem. Una delle realtà finite soggettive, descritta da una donna che Chaos/Everett incontra a San Francisco, è una sorta di immagine neanche tanto deformata di Cronache del dopobomba di Philip K. Dick; altrettanto dickiano il tema del protagonista sofferente d’amnesia (lo troviamo in Tempo fuor di sesto), che a sua volta Dick aveva ereditato da A.E. Van Vogt, quello di Slan e di Non-A; e il personaggio di Gwen ricorda non poco quello di Hari in Solaris (più il film di Tarkovskij che il romanzo di Lem). Del resto, in una delle realtà finite soggettive generate dalla frammentazione del mondo condiviso, coincidente con Los Angeles, è in corso un’invasione da parte di alieni telepatici che ricorda parecchio Il terrore della sesta luna di Robert A. Heinlein.

La parcellizzazione della realtà in una miriade di sogni che tendono ad assumere connotazioni da incubo (idea che in ultima analisi deriva pur sempre dagli universi che cadono a pezzi di Philip K. Dick, da L’occhio nel cielo alle Tre stimmate di Palmer Eldritch) da un lato riflette il modo in cui Lethem stesso ha costruito il romanzo, visto che nell’intervista già citata ha dichiarato che “Amnesia Moon è fatto di spezzoni di scrittura – racconti e cose che non sono neanche riuscite a diventare racconti – scritti quasi tutti prima o durante la stesura di Concerto”. Ma riflette anche un paese come gli Stati Uniti, frammentato in diverse etnie (talvolta ghettizzate, quindi circoscritte in spazi chiusi), diverse religioni (che a loro volta possono formare comunità piuttosto chiuse, come i mormoni o i Lubavitcher), sottoculture (dagli Hell’s Angels alle gang giovanili), diversi paesaggi e climi (dalla tropicale Florida al desertico Nuovo Messico al nordico e gelido Maine alle Hawaii). Infine, lascia briglia sciolta all’inesauribile inventiva di Lethem, mai scatenata come in questo romanzo.

Però in questi giardini immaginari possiamo trovare, per metterla nei termini di Marianne Moore, rospi reali. Chaos/Everett, Edie (la sfortunata donna di Vacaville, la città dove la sfiga è reato), Melinda la ragazza con la pelliccia (autoprodotta), Cale Hotchkiss e suo padre Ilford, che si odiano perché troppo simili, nonché Fault ed Edge, due autentici loser all’americana, tutti i personaggi principali sono credibili pur nella loro assoluta stranezza, un po’ come quelli dei fratelli Coen (e hanno nomi a dir poco bizzarri, una scelta di Lethem che ritroveremo in tutta la sua produzione, una sorta di marchio di fabbrica). L’interazione di questi personaggi, che avviene soprattutto tramite dialoghi pirotecnici (qui come nei successivi romanzi del nostro), può essere comica o tragica ma è sempre convincente: anche quando qualcuno diventa un orologio da tavolo, oppure deve iniettarsi il proprio migliore amico per potergli parlare. Soprattutto l’amnesia generalizzata innesca situazioni estremamente drammatiche, nelle quali ogni incontro è al tempo stesso un enigma e una potenziale minaccia. Ne scaturisce una suspense che rende difficile staccarsi dalla pagina, ma anche uno singolare intensificazione degli stati d’animo, dei gesti, delle parole. La catastrofe che ha azzerato tutte le memorie non è una trovata fine a se stessa, ma uno specchio deformante che in qualche modo ci fa guadagnare prospettive diverse sul nostro mondo condiviso (com’era nelle migliori pagine del maestro di Lethem, Philip K. Dick).

Andare a recuperare questo romanzo di difficile reperibilità è un modo per vedere un altro lato di uno scrittore che, pur essendosi allontanato dalla fantascienza degli esordi, è riuscito a conservare, nei suoi momenti più interessanti (e sono parecchi), lo sguardo straniante proprio di quella forma di letteratura. E leggendo Amnesia Moon viene voglia di vedere nuovamente lo scrittore americano addentrarsi nelle terre del fantastico, così come il suo ultimo romanzo, The Feral Detective, lo ha riportato nella California dei suoi esordi narrativi. Riassumendo: tutt’altro che un romanzo d’apprendistato, questa storia tra il fantascientifico, il surreale e la vita vissuta ci presenta già ben riconoscibile l’autore de La fortezza della solitudine, di Chronic City (Il saggiatore, 2011), di Brooklyn senza madre, e soprattutto di Ragazza con paesaggio (Tropea, 2006) – altro romanzo quest’ultimo vergognosamente fuori stampa. Ne parleremo un’altra volta.

Di Jonathan Lethem la nostra Rivista già si è occupata con un’anteprima sull’ultimo romanzo, uscito l’anno scorso negli Stati Uniti e ancora inedito in Italia, The Feral Detective.

Condividi su:
FacebookTwitterGoogle+Share

El cantor de tango

Josè Muñoz e Carlos Sampayo, Carlos Gardel, tr. Fiorella Di Carlantonio, Edizioni Sur, pp. 127, euro 18,00 stampa

recensisce UMBERTO ROSSI

Sur ripropone questo meraviglioso Carlos Gardel (già uscito nel 2010 per Nuages), opera di due grandi dell’arte sequenziale, uno residente da anni e anni in Italia (Muñoz), l’altro invece nella natia Argentina (Sampayo). Che disegnatore e sceneggiatore del volume meritino l’appellativo di “grandi” lo attesta il fatto (tanto per dirne una) che la loro serie hard-boiled Alack Sinner è tra le ispirazioni riconosciute di Sin City, di Frank Miller. Questo non deve stupire più di tanto nella misura in cui Miller ha reso omaggio a Hugo Pratt ne Il ritorno del cavaliere oscuro, e Muñoz considera il creatore di Corto Maltese come suo maestro; quella del fumetto è un po’ una grande famiglia.

Veniamo ora al protagonista di questa sorta di graphic biography, Carlos Gardel. Non si tratta semplicemente un grande cantante argentino, e forse il più grande cantante di tango di tutti i tempi. Non si tratta solo di un uomo di grande talento, che era anche attore, compositore e paroliere. Charles Romuald Gardès, in arte Carlos Gardel è per gli argentini una sorta di icona nazionale – e per questo una figura affascinante per chi, come Muñoz e Sampayo, opera combinando immagini e parole. Nel loro fumetto i due artisti vogliono renderci Gardel come simbolo dell’Argentina, indissolubilmente legato a quella musica che associamo immediatamente con il paese sudamericano, e cioè il tango (anche se la genesi della musica e del ballo è rivendicata pure dagli uruguayani, e secondo Borges sarebbe la milonga ad esprimere la vera anima argentina).

Data lo status iconico del grande cantante e musicista, non stupisce che attorno alla figura di Carlitos Gardel ci sia tutta una fioritura di miti, dicerie, dubbi e anche veri e propri misteri. Se per esempio è appurato ormai che il più argentino dei cantanti argentini nacque a Tolosa nel 1890, quindi francese come la madre, resta ancora da chiarire come mai nel 1920 fece domanda per veder riconosciuta la sua nazionalità uruguayana, dichiarando di essere nato a Tacuarembó, in Uruguay, per poi richiedere la nazionalità argentina solo tre anni dopo. E altri episodi della sua vita, nonché della sua morte nel 1935 in un incidente aereo (di tutti i posti a Medellín, in Colombia, allora non ancora tristemente nota per altro motivi), restano poco chiari ancora oggi.

Non mi dilungherò sulla serie di misteri che ruotano attorno al personaggio di Gardel, anche perché Muñoz e Sampayo lo fanno assai meglio di quanto possa fare io. Non a caso la storia ha una cornice, un programma televisivo, Amichevoli sparatorie, nel quale il professor Herrera Schwartz, esperto in identità nazionale, e Barrasa, che viene presentato come massima autorità mondiale su Carlos Gardel, più che dibattere si scannano con versioni contrastanti della vita del cantante musicista e attore. Uno dei due commenta, durante un infuocato scambio di battute, «sempre sull’orlo della guerra civile, noialtri», sottintendendo argentini, ovviamente. Le diverse ricostruzioni dei due esperti rendono l’idea della contraddittorietà della vicenda di Gardel, dei suoi lati oscuri, dei suoi buchi.

Ma i due autori hanno trovato il modo di complicare la faccenda ancor di più, inserendo nella storia Romualdo Merval, un vecchio che sostiene di aver ucciso il cantante (quando si sa bene che è morto in un incidente aereo col resto del suo complesso), e che per tutta la vita ha sofferto di una sorta di psicotica identificazione col divo. Merval è un po’ per Gardel quello che Mark David Chapman è stato per John Lennon, o meglio, avrebbe potuto esserlo, perché mentre Chapman ha realmente fatto fuoco su Lennon, in tutto il fumetto Merval segue il cantante ripetendosi ossessivamente che lo deve uccidere senza però mettere veramente in atto il suo proposito. Quindi Merval come assassino mancato e probabile psicopatico e mitomane, un personaggio che dà a quella che potrebbe essere una semplice biografia quel tanto di immaginario che, vista la dimensione mitologica di Gardel, non guasta, anzi, rende ancora più evidente la natura già di per sé romanzesca del personaggio storico.

Infine, il disegno di Muñoz. Nella sua prefazione Riccardo Falcinelli fa una serie di osservazioni acute e puntuali che invito tutti a leggere; mi preme solo aggiungere che nel suo mescolare di tanto in tanto figure nettamente antropomorfe, anche se delineate con un tratto assai personale e più scolpito che cesellato, con animali umanizzati ai confini col disneyano (cosa notata da Falcinelli) Muñoz sta ben dentro quello che potremmo chiamare postmodernismo. Una mossa che nel fumetto viene più facile che nella letteratura verbale, e che nella sua stranezza s’armonizza con la vicenda tra storia leggenda e mistificazione del grande Gardel. Falcinelli la riporta a quegli anni Trenta affollati di miti e proiettati dal cinema; giusto, ma direi che c’è anche dentro la lezione di Pratt, e del suo incessante attraversare la linea di confine tra storia e immaginario.

Condividi su:
FacebookTwitterGoogle+Share

Vite brevi, vite americane

Josè Muñoz e Carlos Sampayo, Billie Holiday, tr. D. Bertaina, Edizioni Sur, pp. 79, euro 15,00 stampa

Alessandro Di Virgilio, Toni Cittadini e Rossano Piccioni, Ted Bundy – Il male assoluto, Edizioni Inkiostro, pp. 47, euro 19,00 stampa

recensisce UMBERTO ROSSI

Ho voluto accoppiare questi due fumetti perché appartengono entrambi a un genere che ultimamente sta letteralmente dilagando, quello delle biografie narrate con parole e immagini sequenziali; basti pensare alle numerose proposte della casa editrice Becco Giallo per rendersi conto di quanto spesso la vita di personaggi famosi per le ragioni più disparate venga inquadrata in vignette e raccontata in didascalie. Sicuramente c’è anche una componente didattica in tutto questo, avvicinare bambini e adolescenti a figure storiche attraverso un linguaggio che parli loro più immediatamente; però il successo dei fumetti biografici è anche prova del fatto che l’arte sequenziale non vive in un vuoto, e risponde agli stessi stimoli ai quali è sensibile la letteratura puramente verbale (per molti ancora l’unica Letteratura con tanto di maiuscola). Sarà un caso se le vite disegnate fioriscono nello stesso periodo in cui incontrano il favore del pubblico scrittori come Joyce Carol Oates ed Emmanuel Carrère, o le autofiction di Walter Siti?

Dopo aver detto biografia, però, non abbiamo ancora detto niente. La narrazione di una vita in parole e immagini si può articolare in tanti modi, e questi due volumetti (per numero di pagine, non per formato) lo dimostrano. A partire dalla scelta dei personaggi dei quali si vogliono illustrare le vicende – entrambe tragiche, ma in modo del tutto diverso. Abbiamo infatti una vittima e un carnefice; una donna e un uomo; una grande artista e un famigerato serial killer. E siccome entrambi sono stati cittadini degli Stati Uniti, va sottolineato che lei Eleanora Fagan, in arte Billie Holiday (1915-1959) era nera, e lui, Theodore Robert Bundy, alias Ted Bundy (1946-1989) era bianco. Ovviamente la vittima è lei, anche detta Lady Day, l’angelo di Harlem, con alle spalle un’infanzia devastata, un’adolescenza miserabile (fu anche costretta a prostituirsi), e poi tossicodipendenza e alcolismo, nonché i soprusi e le umiliazioni del pregiudizio razziale; mentre Bundy, con almeno trenta omicidi al suo attivo in soli quattro anni, è altrettanto ovviamente il carnefice.

L’approccio delle due biografie grafiche, si diceva, è assai diverso. Intrecciano tempi diversi con una serie di flashback che sfumano l’uno nell’altro i due grandi argentini, partendo dall’inchiesta di un giornalista che deve scrivere un servizio sulla Holiday in occasione del trentesimo anniversario della sua morte, con una serie di raffinatissime tavole tracciate da Muñoz col suo tratto tra il primitivista e l’espressionistico, con una netta prevalenza dei neri che evoca il carattere notturno del jazz, ma anche il colore della cantante, nonché il noir di una storia che è quasi criminale. Più secca e cronologicamente ordinata la serie delle efferate gesta di Bundy, schegge di un’orgia di violenza e perversione (prima uccideva le sue vittime, poi le violentava), con un disegno più grafico ma pur sempre in bianco e nero, come a raggelare la brutalità degli omicidi; e intrecciando la storia con la musica del periodo, evocata tramite le parole delle canzoni di David Bowie, dei Deep Purple, degli Eagles. A fare da intermezzi tra un assassinio e l’altro, le interviste ai testimoni, inquadrate in uno schermo televisivo, una soluzione che riecheggia The Dark Knight Returns di Frank Miller.

Del resto Ted Bundy – Il male assoluto fa parte di una serie intitolata «The Real Cannibal – La vera storia dei più grandi cannibali e mostri a fumetti», quindi spinge sul sensazionale, sbatte il mostro in copertina, per così dire. Eppure la violenza estrema e orrorifica di questa biografia grafica e quella più ordinaria, e spesso più psicologica che fisica, rappresentata in Billie Holiday (particolarmente straziante la scena in cui la cantante viene lasciata nuda per strada da Rufus, il suo ex-protettore, col quale è legata da un rapporto morboso, ed è oggetto di scherno da parte dei poliziotti bianchi), sembrano in fin dei conti avere le stesse radici. Ci sono strane, quasi arcane assonanze tra la vita della cantante nera e del mostro bianco: vittima di una serie di uomini la Holiday, e carnefice di una serie di vittime Bundy; entrambi poi caratterizzati da un’infanzia disastrosa, nati da famiglie (come si dice oggi) monoparentali, abbandonata dal padre Holiday in tenerissima età, figlio di ragazza madre Bundy, tanto che l’identità del genitore è oggetto ancora oggi di ipotesi – e si sospetta addirittura una nascita incestuosa, con la madre Eleanor (notate il nome!) Louise Cowell messa incinta dal nonno di lui e padre di lei Samuel. Siamo a Chinatown, direbbe Polanski per bocca di Jake Gittes. Miseria, violenza, psicopatia borderline sembrano aver assediato Billie e Ted fin da piccoli; in un caso ne è uscita l’arte, nell’altro la morte. In entrambi i casi, vite brevi e disperate, anche se pure durante la lunga attesa nel braccio della morte Bundy fu atrocemente impassibile.

Sono storie americane, storie di suprema bellezza e terrore assoluto. Sono anche storie, volendo, segnate dalla differenza: di genere forse ancor più che di colore (i maschi che si sono approfittati di Billie Holiday non erano affatto tutti bianchi; e l’unico vero amico era il sassofonista Lester Young, notoriamente omosessuale). In tempi di dibattito sulla violenza che le donne subiscono, entrambe queste biografie mi sembrano rilevanti.

E concludo: non voglio fare confronti di qualità tra il lavoro di due mostri sacri come Muñoz e Sampayo e il duo Di Virgilio e Cittadini (Massimo Picozzi e Rossano Piccioni firmano solo la breve introduzione – anch’essa, coerentemente, a fumetti). Sarebbe profondamente ingiusto; i due maestri possono permettersi trovate geniali come il cameo nel loro fumetto di Alack Sinner, il detective disincantato che li ha fatti conoscere, eroe amaro di un hard-boiled fortemente politicizzato; hanno una storia alle spalle, e possono giocarci. La mia ammirazione va indiscriminatamente a tutti gli autori: ai Grandi Vecchi per la loro maestria, ai giovani leoni per il coraggio e l’intraprendenza che dimostrano. Promettono bene, gli autori di Ted Bundy; e magari, chissà, tra quarant’anni faranno parte anche loro della hall of fame dell’arte sequenziale. Li terremo d’occhio.

(Doveroso aggiungere che la graphic biography di Muñoz e Sampayo era stata già ristampata nel 2014 da Edizioni BD, perché la prima edizione in volume risale al 1993, per i tipi di Rizzoli; la primissima pubblicazione fu su Corto Maltese nel 1990, in due puntate.)

Di Muñoz e Sampayo la nostra Rivista recensirà anche Carlos Gardel, sempre edito da Sur.

Condividi su:
FacebookTwitterGoogle+Share

Grottesco distopico

Angelo Calvisi, Genesi 3.0, Neo, pp. 157, euro 15,00 stampa

recensisce UMBERTO ROSSI

Una cosa va detta della casa editrice Neo, che ha sede a Castel di Sangro (AQ), ben distante dai tradizionali centri dell’industria editoriale: il coraggio non gli manca. Ci vuole coraggio, e non poco, per pubblicare un libro decisamente fuori dagli schemi come questo. Un tempo si sarebbe parlato di avanguardia, o di sperimentazione; io tenderei a usare un termine piuttosto scivoloso come slipstream, per indicare un’esperienza di scrittura come questa, al confine tra distopia, satira, surrealismo, con una piega forsennatamente grottesca e deformante.

All’inizio del romanzo abbiamo solo due personaggi: il narratore in prima persona, Simon, che dà l’impressione di essere piuttosto giovane, forse addirittura un ragazzo; e il Polacco, una sorta di padre-padrone che tratta Simon come un servitore. Vivono isolati in mezzo ai boschi, in una sorta di fattoria con bestiame e letame. Sembrano entrambi due spostati: Simon, che si sfoga sessualmente sulla gallina Mitropa; il Polacco, che quando alza il gomito si vanta di eroiche imprese nella Luminosa Guerra, elencando battaglie mai sentite nominare. Il lettore a questo punto si deve chiedere: ma sono in un presente alternativo? Oppure in un futuro non molto lontano? O questi due sono scemi, e il Polacco farnetica cose mai accadute?

Poi entrano in scena altri personaggi: una famiglia (padre madre bambina) nascosta in uno stabilimento abbandonato nella foresta, dove Simon si avventura un giorno, e che spia con curiosità. I tre si nascondono perché qualcuno sta dando loro la caccia. Non facciamo in tempo a interrogarci sul perché quelle tre persone siano braccate, che arrivano alla fattoria del Polacco degli alti ufficiali a bordo di un elicottero. L’uomo è invitato a tornare nella Capitale per condurre un grande progetto urbanistico. Ma allora non è un pazzo; siamo veramente in un futuro con inquietanti tratti distopici, o in un presente alternativo assai poco rassicurante…

Il resto della storia è quasi impossibile da riassumere, perché Calvisi l’articola in base a una grammatica narrativa che pesca più dai sogni, in purissimo stile surrealista, che dalle tradizionali convenzioni della distopia. E se distopia è, mi ricorda molto quella onirica, grottesca e velenosissima di Un milione tondo tondo, di Nathanael West; ma Genesi 3.0 la reinventa in chiave decisamente italiana. Posso solo dire che leggere questo libro è come salire su un ottovolante progettato da Marco Ferreri e Buñuel, con Franz Kafka a supervisionare i lavori. Tu sali e poi ti lasci portare in un crescendo di situazioni grottesche e allucinatorie, che non mi azzardo neanche ad accennare.

Eppure ogni tanto nello strampalato mondo della Capitale, diviso in zone sorvegliate dai militari, controllato da uno sgangherato regime autoritario, nel quale si snoda l’odissea di Simon tra un botto e l’altro (qualcuno fa scoppiare bombe di tanto in tanto) riemergono a tratti frammenti di una realtà che ci è assai più familiare. A p. 130 si afferma che l’economia va bene; lo attestano «ristoranti pieni, località turistiche prese d’assalto» (non l’abbiamo già sentita?). A p. 144 «un manipolo di giovani stravaccati giocava con dei cani denutriti. Uomini e animali, luridi alla stessa maniera»: sono punkabbestia come se ne vedono in giro in tutti i quartieri alternativi o nei centri sociali delle nostre città. E a p. 145-146 la scena comica con il tabellone di un ufficio amministrativo che attacca a «sgranare sequenze di numeri incongrui, il quindici, poi il seicentoventidue, poi il quarantotto e il ventinove quasi in simultanea» sembra presa dalla vita quotidiana di una ASL o di un grande ospedale (per non parlare degli uffici postali).

Insomma, può essere anche questa una favola, per quanto stralunata, che parla di noi lettori.

http://www.neoedizioni.it/neo/

Condividi su:
FacebookTwitterGoogle+Share

Senza Elvis

Steve Erickson, Shadowbahn, tr. Michele Piumini, Il Saggiatore, pp. 312, euro 17,85 stampa

recensisce UMBERTO ROSSI

Premessa doverosa: l’autore di questa recensione non crede di aver capito tutto di Shadowbahn. A sua scusante sta il fatto che forse nessuno ha capito tutto di Steve Erickson. Eppure continuiamo e continueremo a leggerlo. Capire, in ultima analisi, sottintende una qualche forma di razionalità, di ragionamento con una sua coerenza. Ma Erickson è uno scrittore di sogni, uno scrittore dell’inconscio. Greil Marcus, uno che di cultura statunitense ne capisce qualcosa lo ha definito «l’unico autentico surrealista americano»; e quando s’entra nel territorio del surrealismo, le opere d’arte, siano esse scritte, dipinte, filmate, non si capiscono – semmai si introiettano, o te le inietti e poi aspetti di vedere l’effetto che fanno. Il giudizio di Marcus è condivisibile se si limita alla letteratura; perché ovviamente nel cinema c’è un altro grande surrealista americano, e quello è David Lynch. Ecco, esattamente, Erickson è un Lynch che non ha fatto uso della cinepresa ma della macchina da scrivere e del PC; e spero che questa formulazione vi dia una mano ad avvicinarvi a questo strano scrittore che scrive stranissimi romanzi.

La voce della Wikipedia in inglese definisce Erickson come writer’s writer. È una via di mezzo tra un privilegio e una maledizione, essere uno scrittore da scrittori, o uno scrittore degli scrittori; vuol dire che sei immensamente amato dai tuoi colleghi, ma non necessariamente apprezzato e conosciuto dai lettori. In compenso lo scrittore da scrittori è oggetto di culto, e può vantare prestigiosi ammiratori: nel caso di Erickson, le lodi sono arrivate da Thomas Pynchon, e qui i maldicenti potrebbero obiettare che la moglie dello Scrittore Invisibile è l’agente letteraria dell’autore di Shadowbahn; ma a questi apprezzamenti vanno aggiunti, senza tema di conflitti d’interesse, quelli di Haruki Murakami, Neil Gaiman, David Foster Wallace, Richard Powers, Jonathan Lethem, Kathy Acker, William Gibson e pure Mark Z. Danielewski, quello di Casa di foglie. Non mi pare poco.

Veniamo a Shadowbahn, l’ultimo romanzo di Erickson nel senso che è il più recente (pubblicato in America nel 2017 e uscito in Italia quest’anno), ma anche perché circolano voci che l’autore non ne scriverà altri. Questo prelude forse a un cambio di scrittura? Erickson ha anche pubblicato due libri non-finzionali, American Nomad, che è una sorta di stralunato reportage sulle presidenziali americane del 1996, in origine destinato a Rolling Stone, poi rifiutato dalla rivista e pubblicato in volume; e Leap Year, del 1989, che il sito dello scrittore descrive in questi termini:

In viaggio in treno e in auto da convention politiche a locali di strip-tease alla cintura degli UFO nel Texas panhandle, il narratore è accompagnato da una vagabonda immortale di nome Sally, che all’età di quindici anni scelse di rimanere la schiava-amante di Thomas Jefferson e così cambiò per sempre il significato e l’importanza del suo paese. Duecento anni dopo, gli echi di quella scelta condizionano un’America già molto oltre i suoi momenti di svolta.

Aggiungo che nessuno di questi due libri è mai stato tradotto in italiano, e la cosa non mi sorprende più di tanto. Mi sembra già tanto che sia stato tradotto Shadowbahn, libro indubbiamente anomalo e spiazzante.

Si resta abbastanza perplessi fin dall’inizio, quando il camionista Aaron, che sta attraversando col suo camion le Badlands del Dakota, un’area selvaggia e spopolata all’interno di un parco nazionale, vede apparire a lato dell’highway 44 le Torri Gemelle nel bel mezzo del nulla. Allucinazione? Fenomeno paranormale? Fantascienza? Dopo averci fatto assistere al raccogliersi di una folla stupefatta che rimira le torri miracolosamente ritornate, siamo proiettati al 93° piano della torre Sud, dove si risveglia piuttosto disorientato Jesse Garon Presley, il fratello gemello di Elvis. E da questo punto in poi ci perdiamo anche noi nelle Badlands, ma quelle di Erickson, non quelle del Dakota.

Di fatto Elvis the Pelvis aveva un gemello che però nacque morto. Nel romanzo, invece, è Jesse il gemello vivo, che però non ha il talento musicale dell’altro Presley. A causa di ciò il rock’n’roll non si è diffuso dall’America al resto del mondo, e gli altri innovatori della musica rock non hanno trovato il terreno pronto per le loro canzoni; nel mondo evocato o meglio sognato da Erickson, i Beatles non sono mai neanche nati, hanno avuto un modesto successo locale in Germania e poi sono praticamente spariti. Da parte sua Jesse Presley si limita a scrivere recensioni di dischi dallo stile assai poco ortodosso, e ne scrive di sempre più strane finché la rivista alla quale le spedisce le rifiuta.

Ma oltre a Jesse e Aaron ci sono altri personaggi che vagano nella strana America del romanzo, nella quale gli Stati sono tutt’altro che Uniti, e il tessuto nazionale sembra essersi lacerato; sulle strade dell’America sono in viaggio due fratelli, Parker e Zema, lui ventitreenne, lei quindicenne, in cerca della madre che li ha lasciati anni prima, e in macchina ascoltano le playlist preparate da loro padre, serie interminabili di canzoni americane, disposte secondo una logica alquanto personale eppure dotata di una sua coerenza. Perché la musica è fondamentale in questo libro, dove a un certo punto radio lettori CD iPod e quant’altro non funzionano più, la musica sparisce, eppure ognuno continua a sentirsela in testa, ognuno una canzone diversa.

Come già ho detto: un romanzo onirico. Sembra l’intreccio (o la collisione) di quattro o cinque, facciamo sei, sogni veramente strani fatti da Erickson. Eppure, com’è tipico dei sogni, ci sono anche riflessi del mondo desto. Prendiamo per esempio Zema e Parker; lui è bianco, lei no, perché viene dall’Etiopia ed è stata adottata. E tramite questa coppia di fratelli assai diversi Erickson fa rientrare in gioco un suo vecchio assillo, già presente in Arc d’X, quello del colore (essendo razza una parola alla quale non ci si dovrebbe rassegnare). Nei motel ai due non vogliono dare una camera singola perché non credono che siano fratelli; e comunque il tema del bianco e del nero, che serpeggia in tutta la storia ma anche la letteratura americana, riemerge continuamente nel romanzo, intrecciandosi incessantemente con quello della musica.

Infatti è proprio qui che tutto si aggroviglia, e che Presley diventa una figura centrale: lui che fa nascere il rock’n’roll attingendo al country dei bianchi e al blues dei neri, come egli stesso riconobbe (e le sue parole vengono citate da Erickson). Ma gli scambi tra la musica dei neri e quella dei bianchi sono molti, e riemergono anche nelle recensioni di canzoni che inframmezzano il testo, dove si illustrano per esempio le trasformazioni di «Night Train» prima che se ne impadronisca il «padrino del soul», alias James Brown, o la storia nera di «People Get Ready» prima che la eseguissero i bianchi Rod Stewart e Jeff Beck. E così via.

Mi fermo qui perché un romanzo di Steve Erickson non si riassume. E forse neanche si capisce: come dicevo prima, si introietta. O si sogna. Ma attenzione: le torri gemelle, la questione del colore, la frantumazione degli Stati Uniti nel romanzo assumono sempre più spesso tonalità da incubo, ma un incubo un po’ troppo solido, un po’ troppo reale. Ed è un incubo che comincia a manifestarsi anche dalle nostre parti…

Di Erickson è stato anche ripubblicato su PULP Libri un profilo nella Rubrica PULP Vintage.

Aggiungiamo il link al sito dello scrittore:
https://www.steveerickson.org/

https://www.ilsaggiatore.com/

Condividi su:
FacebookTwitterGoogle+Share

Steve Erickson: Donne (e sogni) di Los Angeles

In occasione della pubblicazione dell’ultimo romanzo di Erickson, Shadowbahn, edito dal Saggiatore (che verrà recensito oggi pomeriggio), riproponiamo oggi uno speciale sullo scrittore americano uscito sul numero 84 di PULP Libri (marzo-aprile 2010, pp. 12-19).

approfondisce UMBERTO ROSSI

A rischio di cadere nel banale voglio partire da una constatazione che forse avete già sentito fare: l’America è la terra dei sogni. Se questo è vero, e penso proprio che lo sia, Steve Erickson (che quest’anno va per la sessantina) è uno degli scrittori più americani che abbia mai letto.

Si potrebbe spiegare così come mai l’opera di questo curioso romanziere e critico cinematografico abbia stentato a raggiungerci. Tutto pareva essere partito bene quando il primissimo romanzo di Erickson, uscito negli Stati Uniti nel 1985, era stato tradotto da Pironti (piccola casa editrice pionieristica, per quel che riguarda gli americani, come poche altre) solo cinque anni dopo col titolo Momenti perduti. Poi, mentre lo scrittore losangelino pubblicava altri cinque romanzi (vedasi la bibliografia ragionata), da noi c’era una lunga pausa, finché nel 1999 Fanucci, allora nella sua stagione più illuminata, traduceva Arc d’X (sei anni dopo la sua uscita in America); quello stesso anno Frassinelli pubblicava Il mare arriva a mezzanotte, quasi in simultanea con l’uscita negli Stati Uniti. Pareva giunto il momento della scoperta di Erickson; però così non fu. Ancora nove anni dovevano passare prima che Bompiani pubblicasse Zeroville (uscito in America nel 2007).

Siamo così a un totale di quattro romanzi tradotti (dei quali due da lunga pezza fuori stampa) contro otto scritti dall’autore; a questi vanno aggiunte due raccolte di saggi di qualità considerevole, Leap Year e American Nomad, inedite in Italia; e dire che la seconda la si trova citata un po’ dappertutto dall’altra parte dell’Atlantico. Aggiungiamo il fatto che Erickson è stato “rimpallato” tra quattro editori diversi, e capiremo di essere alle prese con un autore che ancora non ha stabilito un contatto saldo e stabile con il nostro pubblico.

E questo, per tornare al discorso iniziale, forse a causa dell’essere un romanziere talmente americano che stentiamo a entrarci dentro. Non sempre, infatti, gli scrittori di un altro paese riescono a far breccia nel nostro immaginario. A certi è riuscito in modo sorprendente: Philip K. Dick, o Jack Kerouac, o Ernest Hemingway, tanto per restare nella letteratura a stelle e strisce. Eppure ci sono autori amatissimi negli Stati Uniti che da noi non hanno mai sfondato veramente: Nathanael West, tanto per fare un nome, o Robert Penn Warren, o più recentemente Rober Coover. E altri che sono magari citati (spesso a sproposito) ma poco e niente letti, come Thomas Pynchon e William Gaddis. Infine ci sono quelli che di là sono romanzieri rampanti, in odore di Pulitzer, come Jonathan Lethem o William T. Vollmann, mentre da noi sono stati finora relegati allo status di autori di nicchia. Questo è inevitabile; non tutta la letteratura è esportabile. Fuori dall’Italia Italo Calvino ha fatto furore (in America grazie anche a un grandissimo traduttore, William Weaver), mentre di Carlo Emilio Gadda non si è accorto nessuno; se Umberto Eco è diventato una celebrità (più come romanziere che come semiologo), di Mario Luzi (del quale, finché era in vita, si faceva sempre stancamente il nome in tempo di premi Nobel) non si può certo dire la stessa cosa.

Eppure Erickson meriterebbe più considerazione, e questo speciale che gli dedichiamo ha la precisa e spudorata intenzione di promuovere l’autore di Arx d’X e Zeroville presso i lettori del Bel Paese. E chissà, se si convincono i lettori qualche volta gli editori si rassegnano ad adeguarsi (certi miei colleghi critici, invece, non si arrendono mai all’evidenza, ma questa è un’altra storia).

Sogni, si diceva. Tra questi spicca certo il sogno americano, e scusate quest’altra banalità. Sarebbe l’idea che dall’altra parte dell’Atlantico tutto sia possibile: diventare famosi, ricchi, potenti. Il figlio di un immigrato africano che diventa presidente; i discendenti di irlandesi morti di fame che diventano la famiglia più influente del paese (i Kennedy, beninteso, non i Bush); gli schiavi che si emancipano; i reietti di tutto il pianeta che si sistemano. Cosa dice ai paesi europei (e non) la stessa Statua della Libertà in un sonetto a lei dedicato? “Datemi le vostre masse stanche, povere, accalcate, che bramano di respirare liberamente, i disgraziati rifiuti delle vostre spiagge brulicanti. Mandatemi questi, i senza casa, gettati a me dalle tempeste, io levo la mia lampada accanto alla porta d’oro!” Il sogno americano, come dicono loro, come archetipica storia from rags to riches, dagli stracci alla ricchezza. L’America (tutta quanta, non solo quel grosso pezzo che chiamiamo Stati Uniti) come Eldorado.

Sempre che ci vogliamo credere. Ovviamente noi italiani cinici e disincantati non manderemmo mai giù l’amo; non ci fregano, con questa vecchia storia (fa eccezione un certo Veltroni, non so se ve lo ricordate…). Ma che il sogno americano sia una leggenda, un mito, un sogno nel senso onirico del termine l’avevano capito anche gli americani più avvertiti. Già Il grande Gatsby di Fitzgerald (che ormai ha i suoi begli ottantaquattro anni, ma si difende ancora bene) era una demolizione nostalgica ma lucida di quella favola bella.

Però Fitzgerald (e ancor prima di lui Melville, a saper leggere tra le righe del Moby Dick) aveva capito che l’America, più che un paese di sogno, è un paese che ama sognare, e soprattutto sognarsi; una nazione sempre ben disposta, tra l’altro, a comprare un sogno particolarmente attraente, anche perché è un paese di piazzisti, come il Willy Loman di Arthur Miller. I sogni li hanno materializzati due fratelli francesi, i Lumière, ma dell’arte di produrre i sogni gli americani se ne sono impadroniti subito, ci hanno investito bei capitali, e hanno costruito un’intera città, complice il clima secco e soleggiato, funzionale alla produzione industriale di sogni da esportare in tutto il pianeta. Stiamo ovviamente parlando di Hollywood e dell’industria cinematografica coi suoi vari annessi. E stiamo parlando di Erickson, che alla sua attività di romanziere accoppia quella, sicuramente più redditizia, di critico cinematografico, esattamente come il suo alter ego, il protagonista del romanzo Amnesiascope (1996), da molti ritenuta una sorta di autobiografia onirica.

Nel romanzo una Los Angeles di un futuro prossimo, sconquassata da un terremoto di quelli seri, funestata da incendi interminabili, è la scena della realizzazione di un cortometraggio erotico d’avanguardia la cui regista, Viv, è anche la compagna (assai disinvolta in materia di sessualità) del protagonista e io narrante. Il film è un sogno, abbiamo detto; in questo caso, un sogno nel sogno, un sogno al quadrato (come lo è in una pellicola decisamente Ericksoniana, Mulholland Drive di David Lynch); Los Angeles è città dei sogni di chi va a cercarvi successo e fama, e dei sogni che vi vengono prodotti. Ma questa metropoli onirica gioca strani scherzi: quando il protagonista si azzarda a recensire un film immaginario, La morte di Marat, girato da un regista inesistente, Aldolphe Sarre, lo fa per lanciare una provocazione, una specie di suicidio del critico; è come se gridasse all’intera città che i cinefili si parlano addosso, che i loro sproloqui sono talmente avulsi dai film che fingono solo di recensire, da poter addirittura sproloquiare su un film inesistente. Il sogno di un film, per l’appunto. Ma a Los Angeles i sogni hanno una loro perversa solidità; il protagonista di Amnesiascope scopre infatti, non senza un certo orrore, che tutti attorno a lui parlano del capolavoro di Sarre come se esistesse veramente; alla fine il critico viene invitato a un festival dove La morte di Marat, appositamente restaurato, verrà proiettato nella sua interezza.

Abel Gance, modello di Adolphe Sarre

La morte di Marat non è comunque un semplice paradosso di sapore borgesiano: nel primo romanzo di Erickson, Momenti perduti, viene raccontata la realizzazione del film, diretto da un regista geniale ma ossessionato, realizzazione che si trasforma in una sorta di patto col diavolo nella misura in cui Adolphe viene finanziato da Jean-Thomas, figlio del proprietario del bordello privato dove Adolphe è cresciuto, con la precisa condizione che al completamento della pellicola Sarre dovrà cedere a Jean-Thomas la sua amante Jeanine (che tra l’altro, tanto per rendere la situazione un po’ più torbida di quanto già non sia, è anche la sorellastra di Jean-Thomas). La realizzazione di La morte di Marat è un’epopea cinematografia, un sogno assolutamente coinvolgente, e in quanto sogno è fatto della materia stessa del cinema, l’arte che Erickson ha coltivato per buona parte della sua vita.

In ogni caso tocchiamo qui con mano una delle caratteristiche salienti della narrativa di Erickson: per metterla nei termini di Musil, le stesse cose tornano. Adolphe Sarre è uno dei personaggi di Momenti perduti, ma il suo film riappare in Amnesiascope. E sempre in Momenti perduti incontriamo, come personaggio secondario, un drammaturgo americano che vive in Francia, tale Carl; quest’ultimo sarà uno dei protagonisti di Il mare arriva a mezzanotte, e intreccerà una torbida relazione erotica di asservimento con Kristin, una ragazza senza famiglia che non è capace di sognare. Gli stessi personaggi tornano da un romanzo all’altro, e spesso tornano gli stessi film, e sicuramente gli stessi luoghi: Parigi e Los Angeles, con la prima immaginata in diverse epoche storiche (scenario della Rivoluzione francese in Arc d’X, culla del cinema all’inizio del Novecento in Momenti perduti,  scrollata dalle convulsioni del Sessantotto in Il mare arriva a mezzanotte, metropoli disastrata ancora in Momenti perduti), mentre la seconda incarna il presente senza passato (si dice in Amnesiascope che è inutile studiarne la storia), la mecca dei sogni postmoderna (in Zeroville ma anche in Amnesiascope), una città più sognata che esistente (in linea con la Los Angeles filmata/immaginata da un altro surrealista americano, David Lynch; e così la evoca Erickson in Momenti perduti e Il mare arriva a mezzanotte), ballardiana area del disastro (in tutti i romanzi del nostro Los Angeles è sconquassata e trasformata fino ad essere irriconoscibile da tempeste di sabbia, terremoti, eruzioni vulcaniche, inondazioni). Infine la metropoli californiana è anche un futuro sgradevole se non angosciante, diventa l’Aeonopolis di Arc d’X, imprigionata da uno stato di polizia al servizio di un governo teocratico.

I romanzi di Erickson, insomma, sembrano tanti capitoli di un unico mega-romanzo. Una specie di Commedia umana di un Balzac redivivo, che è passato per la controcultura degli anni Sessanta e il punk degli anni Settanta e i teatri mediatici dagli Ottanta ad oggi. Del resto, se in Arc d’X due personaggi della Rivoluzione americana, Thomas Jefferson e la sua schiava-amante Sally Hemings, ricompaiono in un futuro dalle tinte orwelliane, ma nella versione allucinata di un Philip K. Dick, non sarà poi tanto strano che in Erickson si reincarni Balzac. Sicuramente questo scrittore molto americano, anzi molto californiano, la Francia la conosce veramente bene; un po’ per via della sua attività di critico cinematografico che ha sicuramente esplorato la grande tradizione filmica d’oltralpe (e del resto il suo regista immaginario, Sarre, non è una versione anamorfica del vero regista francese Abel Gance, autore del capolavoro incompiuto e maledetto Napoleon?); un po’ perché la Francia è la patria di quel surrealismo che in letteratura ha funzionato meglio in inglese (vedi James G. Ballard, sicuramente uno dei maestri di Erickson; vedi il nostro, che viene definito surrealista – tutto sommato giustamente – nella voce a lui dedicata sulla Wikipedia in inglese). La geografia mentale di questo scrittore è tutta ricompresa tra Parigi (il passato) e Los Angeles (il presente e il futuro); ma siccome Erickson è uno scrittore tutt’altro che scontato, la relazione tra queste due capitali psicogeografiche è tutt’altro che semplice, e ognuna delle due sembra aver bisogno dell’altra (per cui il geniale regista francese Sarre, in Momenti perduti, viene legittimato dal grande cineasta statunitense D.W. Griffiths; e l’altrettanto geniale montatore-regista Vikar, in Zeroville, viene legittimato dal successo tributatogli a Cannes).

C’è chi dice che gli scrittori americani sanno parlare solo dell’America, che sono autistici o solipsistici. Veramente? A me invece sembra che quegli scrittori americani che guardano all’Europa (Richard Powers, William T. Vollmann, Erickson, e soprattutto sua maestà Thomas Pynchon) rivolgano al nostro vecchio continente uno sguardo assai più lucido e consapevole, pur nella sua visuale obliqua, dei nostri scrittori che vonno fa’ l’americani. Mi sbaglierò, ma temo che l’Europa sbaragliata e sconclusionata di Momenti perduti renda un po’ meglio l’idea di come vanno le cose su questa sponda dell’Atlantico di quanto riescano a farlo certe omelie europeiste di casa nostra (non meno inutili dell’anti-europeismo al governo). Erickson brutalmente ci dice che il muro di Berlino ci manca, perché ci conteneva; da un lato limitava la libertà di chi stava da una parte di esso (e probabilmente anche la libertà di noialtri al di qua del muro), dall’altro ci diceva quali erano i confini dell’Europa, e ci semplificava la vita. Da quando è caduto il muro non c’è più chiara demarcazione, e l’Europa brancola nel buio, indecisa se essere semplicemente un business, o se perseguire qualche Ideale (ma quale ideale potrà accontentare tutti? E fin dove portarlo? Al Volga? A Istanbul? Al Caucaso? Agli Urali?). Non solo: il muro era immagine cementata di ingiustizia e asservimento, ma anche uno schermo sul quale proiettare i nostri sogni di liberazione. Una volta scomparso, non sappiamo più immaginarci una libertà, perché l’asservimento del mercato globale è invisibile, è una microfisica del potere che non si lascia rappresentare né leggere (e ringraziamo Michel Foucault che aveva capito tutto). Guarda un po’ quanti grattacapi di noi europei vengono a galla a furia di leggere i romanzi di questo barbaro americano, peggio che peggio californiano.

Altro tema importante di Erickson, strettamente connesso con la sua ansiosa interrogazione della libertà è quello delle donne. Cantavano un tempo i Doors le donne di Los Angeles, in una delle loro canzoni meno apprezzate: e proprio queste donne ci presenta il nostro in Amnesiascope, che è mezzo romanzo e mezzo autobiografia anamorfica, una visione d’amnesia di una città che prevalentemente non ricorda o non vuole ricordare (L.A., per l’appunto), una città dove le figure più intense e più tragiche sono le donne. Questa, se permettete, è la grande tradizione californiana, che inizia con le dark ladies di Chandler e del cinema/romanzo noir. E continua con le figure femminili minacciose e aggressive di un altro grande californiano, Philip K. Dick, passando poi per le eroine femminili complesse ed enigmatiche di David Lynch. In Erickson le donne di Los Angeles sono attrici, spesso, cineaste, ogni tanto, mogli, amanti, figlie, ma sono tutte persone solide, in carne ed ossa, e questo colpisce non poco in un mondo decisamente surreale come quello del nostro. Potrà essere un mondo alternativo, il loro, un luogo immaginario e impossibile, dove tempeste di sabbia paralizzano la città degli angeli, o dove dalla faglia di Sant’Andrea scaturisce un vulcano sterminatore, ma le passioni, i sentimenti, gli strazi e le gioie delle donne di Erickson sono più vere del vero, e sono sempre scavate ed esplorate con una sincerità che mette in imbarazzo; anche perché il nostro ha una incredibile capacità (direi quasi masochistica) di mostrare in quali situazioni abiette gli uomini riescono a cacciarsi nella loro smania di possedere (in tutti i sensi) le loro compagne. Pochi scrittori riescono a ritrarre in modo assolutamente convincente, come fa Erickson, pur negli scenari più strani, le tante piccole e grandi carognate che noi uomini perpetriamo ai danni delle nostre donne; forse perché siamo tutto sommato dominati dai nostri sogni (di dominio, come quello dell’Occupante in Il mare arriva a mezzanotte; o quello di Jefferson in Arc d’X), i quali sono spesso sogni erotici.

E qui arriviamo a un altro grande filone della narrativa del nostro. Il sesso. Ce n’è tanto, e a differenza di altri autori statunitensi, descritto senza esitazioni e fin nei dettagli. In questo Erickson ha un piglio più da francese che da cittadino di quell’America che vede tra i Padri fondatori tanti – forse un po’ troppi – puritani. Nei suoi romanzi le scene di sesso ci sono, non vengono saltate, e spesso sono momenti cruciali, nel bene e nel male, delle trame. Erickson fissa il suo sguardo sugli infiniti legami che connettono i nostri desideri con le nostre relazioni affettive, o che oppongono desiderio e affetto; perché, come insegna il rapporto tra l’adultero campione del ciclismo Jason e sua moglie Lauren in Momenti perduti, proprio nella sessualità si tocca con mano fino a che punto amore e libertà siano in un dissidio forse inconciliabile, ma al tempo stesso si richiedano e si intreccino indissolubilmente. C’è anche il sesso ostentato e commercializzato, come nei film che in Il mare arriva a mezzanotte vengono girati dai due pornografi Louise e Mitch; e, cosa che non troverete mai in un film porno, la consapevolezza che il sesso lascia un’eredità lunga e incancellabile, i tanti figli e figlie che popolano i romanzi di Erickson. Un tempo da noi ci si stupiva di queste famiglie americane scombinate con genitori divorziati e risposati e con figli del primo e secondo e terzo matrimonio che dovevano trovare il modo di interagire tra mille difficoltà; ora che qui da noi divorziano anche i politici dichiaratamente cattolici (figurarsi la gente normale), le intricate relazioni e le famiglie monogenitoriali dovrebbero stupire assai di meno. E spesso il fardello dei personaggi di Erickson è di dover crescere senza famiglia, come il trovatello Adolphe Sarre, come Kristin ne Il mare arriva a mezzanotte, che è scappata presto di casa; o di doversi liberare da una famiglia che è una prigionia, come nel caso di Vikar in Zeroville, il cui padre predica il sacrificio dei figli, abnorme replica del mancato sacrificio di Abramo.

Un posto al sole, il film amato da Vikar

Non vengo a raccontarvi che Erickson è un autore per tutti. O lo ami o lo odi. Si tratta di un narratore talmente originale, talmente eccentrico, talmente sui generis che sicuramente non tutti i lettori si troveranno a casa nelle sue storie aggrovigliate, annodate, labirintiche. Aggiungiamo che si trova in quella strana area che Mark Amerika e Larry McCaffery hanno chiamato Avantpop, e che da noi trovò spazio nella collana della Fanucci curata anni fa da Mattia Carratello e Luca Briasco: guarda caso proprio lì venne pubblicato Arc d’X, come già si diceva. Avantpop è, a dirla breve, ibridazione tra immaginario massmediale e sperimentazioni letterarie. Sicuramente entrambe queste cose le ritroviamo nei romanzi di Erickson, col cinema a dar corpo all’immaginario massmediatico (già in Momenti perduti, ma l’apoteosi viene raggiunto con l’orgia cinefila di Zeroville), e l’evocazione di un mondo surrealistico a fare la parte della sperimentazione. Ma non c’è solo il sogno vero o artefatto a dare ai romanzi di Erickson una piega tutta loro e spesso disorientante per il lettore. C’è una prosa complessa e poetica, altrettanto ossessiva del tornare di personaggi e luoghi; c’è il gioco intricato e perverso di tempi e spazi e diversi piani di realtà (e lì il nostro è discepolo del grande virtuoso dell’incertezza ontologica, Philip K. Dick); ma c’è soprattutto la perturbante e proterva abitudine di Erickson di spezzare le sue narrazioni, di appassionarci a un personaggio e alle sue vicende e di buttarlo via quando ci abbiamo preso gusto e prendere a parlare di tutt’altro posto e tutt’altra gente (pratica che già gli viene naturale nell’opera prima, e che viene portata all’esasperazione in Arc d’X). Universi paralleli, diversi momenti nel tempo surrealisticamente comunicanti tramite porte e varchi impensati, analessi e prolessi senza pietà, trasformazioni stranianti di luoghi che crediamo di riconoscere, metamorfosi degli stessi personaggi (le più sconcertanti in Arc d’X). Ma Erickson ce l’ha detto chiaro, per bocca del protagonista di Zeroville, capace di montare le sequenze dei film nei modi più spiazzanti e sorprendenti. Ha un motto, Vikar il montatore, un motto assai semplice: “Fuck continuity”. Interessa assai poco, a lui e al suo creatore (che forse in Vikar ha creato l’ennesimo autoritratto), la continuità di una trama, di una vita, della storia, del mondo. “Affanculo la continuità!” è il programma di questo scrittore al tempo stesso quintessenzialmente californiano eppure stranamente cosmopolita (proprio come Hollywood). Un programma solo in apparenza semplice, in realtà altrettanto complesso delle trame spezzate e discontinue che quel principio (di montaggio, senz’altro) genera in questi romanzi destrutturati.

Ultima notazione: anche se da noi Erickson non è tanto conosciuto, e se in America non è certo considerato nella schiera dei massimi (tra l’altro alcuni dei suoi romanzi sono fuori stampa sia da noi che negli Stati Uniti…), a suo onore va il fatto innegabile di essere letto e apprezzato da diversi suoi colleghi: e parliamo di gente come David Foster Wallace, Richard Powers, William Gibson, Paul Auster, Jonathan Lethem e Ryu Murakami. Soprattutto viene tenuto sotto osservazione da uno dei pesi massimi, e cioè Thomas Pynchon (fors’anche perché hanno l’agente letterario in comune, e si tratta della signora Pynchon). L’onirica Venezia dai canali prosciugati che incontriamo in Momenti perduti, uscito nel lontano 1985, precorre sicuramente la Venezia iperletteraria, ma anche anarco-futurista che Pynchon ci ha rivelato nella sua penultima fatica, Contro il giorno. Non si sarà fatto tantissimi lettori, Steve Erickson, ma se ti leggono gli altri scrittori – e che scrittori – credo proprio che si possa andare molto ma molto lontano.

Quattro schede per quattro romanzi

Momenti perduti, Pironti, 1990, tr. Marilinda Machina Grifeo

Ogni autore ha i suoi esordi, e si può ben credere a chi dice che nel romanzo di esordio si trovano già tutti i temi e le passioni che uno scrittore svilupperà nel seguito della sua carriera. Così è per Erickson: in questo romanzo troviamo il cinema, con la storia del capolavoro perduto del muto, La morte di Marat, girato negli anni ’20 dal regista “maledetto” Adolphe Sarre (evidentemente modellato dallo scrittore sulla figura storica di Abel Gance). Troviamo la California trasfigurata in chiave surrealistica da una serie di devastanti tempeste di sabbia che desertificano la metropoli (occhio a Ballard!); incontriamo personaggi dalle vite intricate e ossessionate, come il cinefilo Michel, il ciclista Jason, patologicamente infedele alla moglie Lauren, quest’ultima proveniente dal Kansas come la Dorothy del Mago di Oz (ma assai meno innocente). E poi una Parigi immiserita e disastrata, dove nevica e manca la corrente, e uno strano viaggio in barca, una Venezia dai canali prosciugati, e intrecciata alla realizzazione del capolavoro di Sarre la storia morbosa e scandalosa della sua vita di ragazzo cresciuto in un bordello privato (non a Via Gradoli, beninteso) e poi approdato al cinema sulla spinta di una visione al limite della mania.

Le grandi ossessioni di Erickson ci sono già tutte: il surrealismo onirico, il cinema, la sessualità, la Francia, la California e Los Angeles in particolare, il disastro, la rivoluzione; intrecciata a tutte queste cose una storia d’amore, un rapporto triangolare tormentato, morboso, spesso torrido – che è anche la storia di una famiglia discretamente scombinata… forse non sarà il miglior parto della musa sognante del nostro autore, eppure a pagine incerte se ne alternano di memorabili, che fanno già intuire un talento considerevole. Magari non è la prima cosa da leggere di Erickson, ma se vi piacciono quelle successive, non ve la perdete.

Il mare arriva a mezzanotte, Frassinelli 1999, tr. Alfredo Colitto

Romanzo dalla struttura avvolgente e avvincente, comincia con la storia di Kristin, una ragazza scappata di casa non si sa perché, che dopo essere scampata al suicidio di massa di una setta religiosa che crede nell’apocalisse di fine millennio, finisce con l’incontrare un uomo che si fa chiamare l’Occupante, grazie a un annuncio su un quotidiano. Tra i due si stabilisce un rapporto di dominazione: la ragazza soggiace alle voglie dell’Occupante, che in cambio la ospita nella sua villa a Los Angeles. Sembra che sia Kristin la schiava e l’uomo il padrone, ma il rapporto tra i due si complica gradualmente, e giunge il momento in cui, nella migliore tradizione hegeliana, si ha un rovesciamento. A questo punto l’Occupante svela il suo nome e rivela la sua storia, che ha inizio a Parigi nei fatidici giorni del maggio 1968, quando per le strade infuriava la guerriglia urbana (e qui Erickson ci disorienta con un’inedita visione americana del Sessantotto); ci viene rivelato come il caos, ossessione dell’Occupante, abbia invaso la sua vita e l’abbia sconvolta dall’inizio, e come l’Occupante sia diventato un apocalittologo, uno studioso (dilettante) del caos. La storia raccontata dall’Occupante sfocerà in quella di sua moglie Angie, fuggita di casa con una figlia nel grembo e mai più ricomparsa, e man mano s’incrocerà con altre vicende, e con altre città: New York e l’ambiente della pornografia, ancora la Francia, ma di provincia, e poi la California settentrionale. Questo romanzo ossessionante come un incubo vive nella tensione tra le dinamiche oniriche della narrativa di Erickson, e la sua aderenza a scene, luoghi, eventi e situazioni della vita vissuta; questa tensione, che è anche un equilibrio, si spezza nell’ultimo terzo del romanzo, dove il sogno prevale in modo forse eccessivo, riportando la storia dalle parti di Amnesiascope (e tornando circolarmente da Kristin). Ma le prime 150 pagine di questo romanzo sono da antologia, e mostrano un autore originale e di talento al suo meglio; nonostante la storia cambi ripetutamente centro, abbandonando un personaggio e focalizzandosi su un altro, non si riesce a staccarsi dalla pagina, e si deve seguire questa successione di vite sconvolte, alla deriva in un mondo forse illeggibile, forse anche troppo leggibile.

La passione cinematografica di Erickson si manifesta qui nell’attraversamento dell’industria degli snuff movies, pellicole clandestine nelle quali si riprende la morte di attrici (vera? perfettamente simulata? i pareri divergono) coinvolte in svariate perversioni sadomasochiste. Nel romanzo la pornostar di serie B Louise ha l’idea e il suo compagno Mitch (cineasta non si sa del tutto idiota o del tutto squilibrato, o qualche devastante mix tra i due) la mette in pratica; ma al di là dell’atrocità dell’idea di vendere la morte in diretta, gli snuff movies sono evidentemente l’incarnazione suprema del cinema come incubo, e dal punto di vista della critica cinematografica una sorta di punto di non ritorno, il segno forse che su pellicola la verità assoluta non può avere cittadinanza, pena precipitare nell’assoluta infamia.

Arc d’X , Fanucci 1999, tr. Tommaso Pincio

Forse, più che un romanzo, questo è un vero e proprio compendio del mondo onirico e surreale di Erickson; oltre tutto è stato tradotto da uno dei nostri autori più americanizzati (allora ai suoi esordi). Giudicate voi. Tutto inizia alla fine del Settecento, quando Thomas Jefferson, uno dei padri fondatori degli Stati Uniti (e autore della Dichiarazione d’Indipendenza), dopo la morte della moglie, si prende (in tutti i sensi) come amante Sally Hemings, una schiava di colore. Il profeta della libertà americana si rende quindi colpevole di una relazione doppiamente scandalosa: perché in essa si mescola non solo il bianco col nero (i due ebbero diversi figli), ma anche perché Sally era al tempo stesso amante e proprietà del futuro presidente degli Stati Uniti.

Di qui parte questo romanzo-sogno o romanzo-incubo, che mette in contatto diversi mondi e diverse storie alternative. Dopo l’inizio storico, ambientato per lo più nella Parigi della Rivoluzione, la vicenda si trasferisce bruscamente e misteriosamente in una strana città, Aeonopolis, dominata da una dittatura religiosa, controllata da un’onnipresente polizia, dove due detective, Wade e Mallory, devono indagare sulla morte di un perfetto sconosciuto, ritrovato morto in una camera dell’Arboretum (strano misto di locale underground e night club e ghetto urbano) insieme a Sally Hemings. Che relazione c’è tra la donna di questa Los Angeles alternativa (nata forse da un cataclisma, visto che sulla città incombe un enorme vulcano), e l’amante di Jefferson? Sono la stessa persona, o la seconda è una reincarnazione della prima? E chi è il morto?

Segue una vicenda complessa e labirintica, che si svolge in un presente alternativo (o forse un futuro distopico), quello di Aeonopolis, ma anche in una Berlino devastata (e non rigenerata) dalla caduta del Muro (e quindi un’altra storia alternativa), dove Erickson stesso incontra un giovane naziskin, Georgie Valis, figlio (forse) di un profugo dalla Germania Est. La vicenda segue le vite di un gruppo di personaggi, tutti più o meno travolti dallo scontro tra amore e libertà che già lacerava la coscienza di Thomas Jefferson; e forse, più che Sally Hemings, al centro di questo viluppo c’è l’archivista e scrittore, Etcher, che è da leggere come un’identità alternativa dell’autore (se all’inizio si limita a raccogliere documenti, nella seconda metà del romanzo vive da eremita a riscrivere le storie che non sono avvenute). Nel complesso finale le varie trame del romanzo si riconnettono in modi sorprendenti e spiazzanti, intensificando l’impressione di trovarsi in un sogno o forse un incubo, ma lasciando anche la sensazione che quel sogno, quell’incubo, abbia molto, fors’anche troppo, a che fare con le nostre vite e la nostra storia.

Sicuramente meno “accessibile” di Zeroville, questo romanzo però sembra avvicinarsi di più al nucleo delle ossessioni di Erickson, interrogando al tempo stesso il cuore nero dell’America, dove la libertà e la schiavitù non cessano di rovesciarsi l’una nell’altra nei modi più imprevisti e imbarazzanti.

Zeroville, Bompiani, 2008, tr. Simona Vinci e Andrea Bruni

Si tratta, diciamo, di un romanzo sul cinema. Un tipo strano arriva a Hollywood alla fine degli anni Sessanta. Ha la testa rasata a zero, e sopra ci ha fatto tatuare Montgomery Clift e Liz Taylor, protagonisti del suo film preferito, Un posto al sole. Il tipo strano ha una specie di fede religiosa nel cinema. Avrebbe un nome, ma tutti lo chiamano Vikar. Lo prendono per matto, ma siccome di gente normale a Hollywood non è che ce ne sia poi tanta, non è che spicchi più di tanto. Sono i giorni dopo la strage di Bel Air perpetrata dai seguaci di Charles “Satana” Manson. Gli Stati Uniti scaricano tonnellate di napalm su Vietnam e Laos. Tutti sono strafatti di acido, hashish, pasticche, eroina. Il presidente si chiama Nixon. Hanno appena sparato a Bob Kennedy e Martin Luther King. Cosa ci sarà di tanto speciale, in un posto e un momento del genere, in un tipo che va in giro con due attori tatuati sulla testa?

Vikar entra nel cinema. Diventa un montatore. Svolge un ruolo cruciale: è quello che fisicamente fa il film, incollando insieme i pezzi di pellicola delle varie sequenze. Spesso senza che il regista intervenga. Vikar è bravo, nel suo mestiere, anche se ha uno stile talmente strano che all’inizio lo prendono per matto (un’altra volta). Ma poi vince un premio a Cannes, e diventa Qualcuno.

Ma la sua vita non è per questo più semplice: ha avuto un infanzia difficile con un padre maniaco religioso. Si è innamorato di una donna dalla vita complicata, Soledad, che lo considera uno psicopatico pericoloso, e magari pure mezzo pedofilo. Ha un sogno ricorrente, di un sacrificio antichissimo, e gli appare sempre una scritta incomprensibile. Eppure Vikar riesce a navigare in quello strano mondo scombiccherato che è la Mecca del Cinema senza affondare, incontrando gente strampalata, e anche personaggi che in poco tempo diventeranno famosi (a un certo punto incrocia anche un Robert De Niro ancora sconosciuto che lo prenderà a modello quando reciterà in Taxi Driver…).

Un romanzo sul cinema? Sì, certo, ma non necessariamente una cosa per cinefili (anche se i cinefili dovrebbero leggerselo). Nelle mani di Erickson il cinema diventa una metafora della vita, un’immagine del mondo. Come il teatro per Shakespeare. Ho detto Shakespeare? E perché no? Dentro questa storia che si snoda dagli anni Sessanta agli anni Ottanta mentre il cinema americano affronta una delle sue tante cataclismatiche metamorfosi, c’è anche tanto di classicamente letterario. Vikar è vergine, come Parsifal; e come Parsifal a un certo punto dovrà partire alla ricerca di un Graal di celluloide: la pellicola perduta della Passione di Giovanna d’Arco di Carl Theodor Dreyer (ennesimo artista visionario che crea un’opera suprema e rifiutata).

Forse il romanzo più riuscito, più compiuto, più ricco di Erickson; quello che raccomanderei a tutti di leggere per primo, nonostante sia uscito per ultimo.

Ancora inediti in Italia

Romanzi

  • Rubicon Beach (1986)
  • Tours of the Black Clock (1989)
  • Amnesiascope (1996)
  • Our Ecstatic Days (2005)

Raccolte di saggi

  • Leap Year (1989)
  • American Nomad (1997)

A questa bibliografia, pubblicata nel 2010, bisogna aggiungere These Dreams of You (2012) e ovviamente Shadowbahn (2017).

Condividi su:
FacebookTwitterGoogle+Share

Il Minotauro che cadde sulla Terra

Chris Pasetto e Christian Cantamessa, Kill the Minotaur, disegni Lukas Ketner, colori Jean-Francois Beaulieu, SaldaPress, pp. 192, euro 29,90 stampa

recensisce UMBERTO ROSSI

Bisogna ammettere una cosa: ultimamente il mito sembra aver abbandonato la letteratura, ma vi dirò che non è sparito affatto. Ha semplicemente cambiato casa, e s’è insediato con gran disinvoltura in una forma d’arte molto meno antica di quella che fa affidamento solo sul linguaggio verbale; mi riferisco (ovviamente) al fumetto. Basterebbe questo graphic novel a dimostrarlo, nella misura in cui rimette in scena l’antichissimo mito del Minotauro, con tanto di labirinto, costruito da Dedalo per volere di Minosse; non manca neanche l’eroe che verrà a dar battaglia al mostro, e cioè Teseo, né tanto meno Arianna a dargli una mano.

Certo, Pasetto e Cantamessa non sono fedelissimi alle versioni più tradizionali del mito. Non voglio entrare troppo nei dettagli, ma posso anticipare che Arianna non è solo una fanciulla ingegnosa e innamorata, ma diventa in questa vicenda una vera combattente, che ha molto di Diana cacciatrice; inoltre, l’origine del Minotauro non sta nell’unione contronatura di Pasifae, moglie di Minosse, con lo splendido toro bianco donato al re di Creta nientemeno che da Poseidone. No, qui la provenienza della mostruosa creatura è ben più distante, e tutto sommato spiega assai meglio (nella logica dell’immaginario, ovviamente), la stranezza dell’abitatore del labirinto.

Ma queste infedeltà, tutto sommato, non è che non facciano parte del gioco. Il mito s’incarna, come ci hanno spiegato i grandi studiosi della mitologia del secolo passato, in sempre nuove narrazioni; come spiegava Furio Iesi in uno dei suoi saggi più densi, «La festa e la macchina mitologica» (raccolto in Materiali mitologici), il mito in sé è irraggiungibile, racchiuso com’è nella macchina mitologica «che, funzionando, produce mitologie: racconti ‘intorno a dèi, esseri divini, eroi e discese nell’Ade’» (p. 112). In ultima analisi anche Kill the Minotaur appartiene a queste mitologie, con tanto di eroe, di esseri (creduti) divini, dèi (che forse ci sono forse no) e una discesa non tanto nell’Ade quanto in un labirinto che Ketner e Beaulieu hanno reinventato in modo del tutto convincente.

Beninteso: è una storia d’avventura, e inframmezzata da combattimenti all’ultimo sangue, e non priva di momenti che potremmo anche definire splatter. È un fumetto del XXI secolo, e il sangue scorre a fiumi. Ma tutto sommato non è che le civiltà antiche non grondassero sangue (rileggere l’Iliade, prego), e gli storici ci insegnano che le battaglie dei greci e dei romani antichi avevano più a che fare con Profondo rosso che con le loro eleganti raffigurazioni classiche e rinascimentali. Insomma, è una mitologia dei nostri tempi questa, eppure dentro senti in qualche modo ancora pulsare l’irraggiungibile cuore oscuro del mito.

E si legge e si guarda che è un piacere, mettiamoci anche questo. In attesa dell’adattamento cinematografico, che verrà diretto dallo stesso Cantamessa, ma ho qualche dubbio che conserverà l’energia selvaggia e brutale del fumetto…

https://www.saldapress.com/

Condividi su:
FacebookTwitterGoogle+Share

Leonard dall’ovest al giallo

Giulio Segato, Una commedia americana: Temi, innovazioni e religione nell’opera di Elmore Leonard, Mimesis, pp. 183, euro 16 stampa

recensisce UMBERTO ROSSI

Da americanista di formazione, mi fa piacere vedere che i giovani studiosi della letteratura statunitense non si fanno problemi a trattare il genere, come si suole dire oggi, che sia giallo o fantascienza o horror o quant’altro. Questa bella monografia di Segato, tra l’altro, appare nella collana DeGenere, diretta da una che di generi (un tempo detti popolari) ne sa qualcosa, come Nicoletta Vallorani, affiancata da Nicoletta Di Ciolla; collana che è stata inaugurata dalla ristampa di un classico della critica fantascientifica come Il senso del futuro di Carlo Pagetti (altrimenti ormai introvabile), e comprende altri saggi di taglio accademico sul giallo, nonché una monografia su Vollmann (messo a confronto, guarda un po’, col nostro Roberto Saviano).

Ma torniamo a Una commedia americana. Segato, che conosco anche come profondo conoscitore di uno dei più grandi romanzieri americani viventi, Cormac McCarthy, in questo saggio si dedica a Elmore Leonard, un personaggio estremamente interessante del giallo a stelle e strisce. Nel caso non l’aveste tanto presente, sappiate che Jackie Brown, di Quentin Tarantino, è basato (abbastanza liberamente, ma non del tutto) sul suo romanzo Punch al rum (Einaudi, 2014), precedentemente uscito come Jackie Brown (Net, 1998). Ma Leonard ha visto portare sullo schermo anche altri suoi gialli: il film Get Shorty è l’adattamento di La scorciatoia (Tropea, 2000), mentre Be Cool è tratto da Chili con Linda (Tropea, 2000). E questa è solo la tradizionale punta dell’iceberg: nella sua monografia Segato elenca più di venti pellicole tratte da romanzi e racconti di Leonard, sia western che gialli.

Il saggio ripercorre l’evoluzione dello scrittore fin dagli esordi, legati al genere più americano che esista, quello ambientato nello spazio geografico e mentale della frontiera, il selvaggio west che Leonard frequenta a partire da quello che probabilmente è il suo primissimo racconto, «The Trail of the Apache», uscito su Argosy nel 1951. Segato segue poi con grande attenzione il passaggio dal western alle ambientazioni metropolitane del giallo, che avviene alla fine degli anni Sessanta. L’importanza di Detroit nella narrativa di Leonard viene sviscerata, così come il suo eccezionale talento nella scrittura dei dialoghi, e il suo formidabile orecchio per le parlate americane.

Segato si concentra su alcune opere più rappresentative, che esamina al microscopio: si tratta di Casino (Sperling & Kupfer, 1989), Sfida a Detroit (Mondadori, 1993), Il corvo (Mondadori, 1994), Freaky Deaky (Einaudi, 2007); e risale agli ispiratori di Leonard, gli scrittori dai quali ha appreso il mestiere, come Hemingway, Hammett e George V. Higgins. A chiudere il volume due capitoli molto interessanti, uno sugli elementi religiosi nei romanzi di Dutch (nomignolo dello scrittore), dai quale traspare il suo retroterra cattolico; l’altro che articola una lettura delle sue opere come romanzi di formazione.

Insomma, ci sono buoni motivi per leggere Una commedia americana se si apprezza la narrativa di Elmore Leonard, da letterati ma anche da semplici appassionati. Forse per i secondi le citazioni, tutte in inglese e senza traduzione, potranno rendere la lettura un po’ più faticosa, e qui si potrebbero tirare un attimo le orecchie a Mimesis; ma questo peccatuccio glielo perdoniamo volentieri vista la qualità del libro di Segato. E ci auguriamo che la collana DeGenere continui con altri libri di pari livello.

http://mimesisedizioni.it/

Condividi su:
FacebookTwitterGoogle+Share

Nella nuvola: ancora notizie da Più Libri Più Liberi

riferisce UMBERTO ROSSI

Come l’anno scorso, mi limiterò a scrivere appunti sparsi. Un salone del libro, anche se riservato alla piccola editoria (che poi tanto piccola non sempre è, visto che c’era pure Sellerio, tanto per dirne una), è tante cose insieme. Una serie di incontri, presentazioni, chiacchierate, visite a stand, che si susseguono a ritmi discretamente frenetici, un occhio sullo smartphone a vedere che presentazione c’è a quell’ora, un altro sul programma a cercare la postazione della casa editrice che tieni sott’occhio da tempo, ma attenzione che tra le quattro e le quattro e mezza potrai trovare allo stand l’addetto stampa di quell’altra casa editrice, prima hanno una presentazione e certo non possono parlare con te, dopo ne hanno un’altra e idem… ecco, scrivere tanti piccoli schizzi separati rende meglio l’idea. Che poi, non sei solo tu a vederla così, ma tutti. Tutti di corsa, tranne forse i visitatori (ho detto forse, eh?).

Aggiungiamoci l’atmosfera che crea la Nuvola, dove ancora una volta si è tenuta la manifestazione; come già ho detto, sembra sempre di stare in un terminal aeroportuale, e questo contribuisce all’ansia. Un attimo pensi “dove diavolo sta lo stand M02?” e poi “a che ora parte il volo per Londra?”

Comincio proprio dallo stand M02. Future Fiction. Alla fine sono e resto un fantascientista, e non puoi non amarla, una casa piccola e intraprendente che nonostante tutto si è dedicata alla fantascienza, quel genere che, stando a sentire i so-tutto-io dell’editoria, non vende, anzi NON VENDE (te lo dicono a lettere cubitali; le senti, le maiuscole). Ci trovo vecchie conoscenze, l’inarrestabile Francesco Verso e l’imperturbabile Roberto Paura; parliamo dello stato dell’arte, e la cosa grossa, da loro, è Clelia Farris, al momento indubbiamente la più interessante scrittrice di fantascienza italiana, e quella senz’altro più dotata stilisticamente. La Farris ora pubblica con Future Fiction, dopo varie vicissitudini editoriali, e come mi spiega Verso ora appare in traduzione sulle riviste americane. Non è cosa da poco.

Nei pressi di Future Fiction ci trovo Saldapress, specializzati nel fumetto fantastico fantascientifico orrorifico. Stampano bellissimi rilegati, e stanno tirando fuori cose molto interessanti. Non è il fumetto d’autore di profilo colto, ma riserva vere sorprese, come Kill the Minotaur, che verrà presto recensito da PULP Libri. Anche loro una casa da tenere d’occhio, assolutamente.

In mezzo al bailamme dell’ora di pranzo (quando cominci a sgomitare per farti strada) trovi Luca Briasco, ora minimum fax. Ci saluta, me e Paolo Prezzavento (che in questa fase della peregrinazione nel salone ancora mi stava dietro), come vecchi amici, e ci fermiamo a scambiare notizie. Subito due nomi: Vollmann e Lieberman. Il primo che è entrato prepotentemente nel catalogo minimum fax con I fucili, già recensito su PULP Libri, e Luca ci anticipa ben altri sette titoli a venire, tra cui la ripubblicazione de La camicia di ghiaccio, un tempo edito da Alet e ora fuori stampa. Ma non solo quello. E poi c’è Città di morti, la riscoperta di un forensic triller che anticipò tutti gli anatomo-patologi a venire già negli anni Settanta, e che recentemente ha avuto la benedizione di Augias. E altre riscoperte sono all’orizzonte, come la ripubblicazione de I guerrieri dell’inferno di Robert Stone, edito nel lontano 1978 e da allora sparito dalle librerie.

Presentazioni. Che strane esperienze. Vado a quella organizzata da ADD (altra casa editrice da tenere d’occhio), dove trovo Gianni Riotta e Gary Younge: presentano il libro di quest’ultimo, Un altro giorno di morte in America. Younge, nativo delle Barbados, giornalista del Guardian e di The Nation, è singolarmente pacato e anglosassone, pur parlando di un tema decisamente inquietante come l’uso e l’abuso delle armi da fuoco negli Stati Uniti. Ha seguito la storia di sette persone morte sparate in un solo giorno del 2013, quei morti che meritano solo un trafiletto in giornali locali. Sette persone uccise in posti lontani tra loro, accomunate dalle pistole che li hanno freddati e dall’avere, ma guarda un po’, tratti somatici non europei… Riotta invece era agitatissimo. Facevano un curioso contrasto, ma alla fine ti invogliavano a leggere il reportage di Younge. ADD fa cose molto diverse (vanno forti sul fumetto asiatico), però su tutti i fronti ci mettono impegno.

Visita a Neo, una piccola casa editrice basata a Castel di Sangro (AQ), nell’Abruzzo profondo, quasi Molise. Ho notato che c’è un fermento di editoria in posti dove vent’anni fa sarebbe stata impensabile; mi viene in mente Tunuè a Latina, tanto per fare un esempio. Conseguenza anche della digitalizzazione e di internet che rendono le province meno province e le metropoli meno centrali – anche se da questo punto di vista in Italia siamo come al solito tremendamente indietro. Mi propongono un romanzo distopico, Genesi 3.0, di Angelo Calvisi. Lo faremo, lo faremo. Distopia della valle del Sangro; questo XXI secolo riserva le sue sorprese.

Panini a 5 euro, bottigliette di acqua minerale a 1,50 euro. Lo so, non c’entra niente con i libri, ma lo dovevo dire: è un furto! (E così, alla fin fine, l’ingresso alla manifestazione a 8 euro se hai la tessera dell’ATAC o un biglietto vidimato del trasporto pubblico diventa tutto sommato accettabile…)

E poi c’è Cliquot, piccolo editore che fa cose tanto belle, come la raccolta di racconti di Fritz Leiber curata da Federico Cenci (che li ha anche ben tradotti). Ora hanno questa perla d’antiquariato, Gomoria, romanzo gotico dimenticato di De’ Medici: veste editoriale bellissima. Lo recensirà l’inarrestabile Walter Catalano. Stay tuned.

Folla davanti alla Sala Polaris. E che ci sarà mai lì dentro? Niente, libro su Salvini. Ah, buone notizie. Continuiamo così.

Passo davanti allo stand di Capponi: telecamera e riflettori accesi. Troupe della RAI? Addirittura? Intervistano Stella Nosella, autrice di Sebastian’s Chronicles. Premio Strega Ragazze e Ragazzi. Fantasy. La Rowlings italiana, dice qualcuno. Vabbè, non esageriamo; comunque, segno certo che il fantasy continua a tirare.

Nicola Pesce Editore. Stanno facendo un lavoro encomiabile sui grandi fumettisti italiani del passato, Toppi e Battaglia in primis, ristampati in rilegato con colori di qualità. Senza trascurare Benito Jacovitti, l’uomo che faceva crescere le matite dal terreno e camminare i salami. E il Lovecraft di Battaglia, mettiamoci anche quello. Anche loro li stiamo seguendo con interesse.

Andiamo anche da Lindau. Abbiamo recensito diverse loro uscite (Wendell Berry, Pablo Simonetti); valide le loro scelte, e poi una grafica che resta impressa senza essere chiassosa. E senza scimmiottare quella delle majors. Non si giudicherà un libro da una copertina, però le copertine (parte quello che gli accademici chiamano il paratesto) qualcosa contano, e molto comunicano. Inoltre, nel loro stand non ti dicono “l’addetto stampa è in giro il responsabile editoriale non è qui l’editore è da qualche altra parte”. No, ci sono loro due, gli editori, in persona. E fa piacere vedere la casa editrice “in faccia”.

Stessa cosa per Keller. Parli col signor Keller in persona. Rapida consultazione del nostro sito: li abbiamo recensiti ben cinque volte dal luglio 2017 a oggi; e non tengo conto della prima vita di PULP Libri, quando eravamo di carta. Vorrà dire qualcosa, se Paolo Simonetti, Elio Grasso e Sara Tosetto (tre critici ben diversi, garantisco) si sono occupati di loro. E proprio domani esce la recensione di Il morto nel bunker, di Pollack, a opera di Elio Grasso; ancora Keller. Sì, decisamente una casa editrice che spicca.

Iperborea sarebbe una piccola casa editrice? Ho qualche dubbio. Ormai non più. Per parlare con l’addetta stampa corro alla presentazione di Cucinare un orso, Mikael Niemi, presente l’autore affiancato da Giordano Meacci. Anche qui, la strana coppia: Meacci che vola alto con ragionamenti metaletterari, presentati con gran passione; Niemi, uno svedese del nord non privo di sangue sami (quelli che noi chiamiamo lapponi), che racconta non senza un humour assai britannico aneddoti della sua vita e di quella di Laestadius. Quest’ultimo è il protagonista di Cucinare un orso, un botanico e riformatore religioso realmente vissuto nel XIX secolo, tramutato da Niemi in detective che deve indagare su alcuni delitti nella sua città di Pajala. A questa presentazione ho assistito per caso, ma me la sono veramente gustata (e poi Iperborea la teniamo d’occhio…).

Un salto da Mattioli 1885 a parlare di Dubus e degli altri eccellenti recuperi di letteratura americana. Ricordatevi sempre che Il giorno della locusta di Nathanael West con la copertina originale lo pubblicano loro. Tra una cosa e l’altra mi dimentico di chiedergli perché 1885. Verifico sul sito: o perbacco, ma perché sono in attività da allora. E continuano a portare in Italia il grande, grandissimo Dubus, maestro della narrativa breve al pari del più famoso Carver e forse con merito ancor maggiore.

Non si poteva non andare da Exòrma, che ha ospitato per ben due volte nelle sue edizioni Claudio Morandini, e che stampa tante altre cose, ma ne ha già parlato Sara Tosetto nel suo pezzo, per cui non mi dilungo. E poi ancora da Piano B, che stiamo seguendo per la saggistica, con riproposte di pregio come Bernays e Macdonald. E poi da 66thand2nd, dei quali ho recensito il tesissimo e agghiacciante romanzo di Manoukian, Ciò che stringi nella mano destra ti appartiene; abbiamo anche recensito i libri della Omotoso e della Igoni Barrett. Come si fa a non apprezzare una casa editrice che dà spazio agli africani; e poi, essendo romani, c’è anche la simpatia per l’underdog (come dicono gli inglesi), per cui ti viene da tifare per le case editrici del centro-sud che sfidano la storica egemonia editoriale del Nord.

Infine, momento emozionante da Edizioni Sur: vedo sul loro banco ben due graphic novel (o histories?) di Muñoz e Sampayo, Billie Holiday e Carlos Gardel. Già questo mi manda in estasi, io che da ragazzino leggevo le storie di Alack Sinner su Alterlinus, brutali e metropolitane, il noir a fumetti prima di Sin City e Frank Miller. Poi mi dicono che nel pomeriggio ci sarà José Muñoz in persona a firmare e disegnare sui libri. Mioddio. Ci torno trepidante, e lui c’è. Posso stringere la mano a uno dei grandi fumettisti viventi. Mi fa la dedica. Quando arriva a scrivere il nome, divento Ugo invece che Umberto. Chi se ne frega, va bene lo stesso; con un H sarebbe Hugo come Pratt, il maestro di Muñoz. Va bene così. Chiamatemi Ugo.

(Promemoria per l’anno prossimo: visitare Più Libri Più Liberi in un giorno lavorativo. Non puoi passare il tempo a sgomitare, a rischio di travolgere qualche famigliola innocente. Già la natalità è bassa…)

Questo articolo completa il reportage di Sara Tosetto, sempre su Più Libri Più Liberi.

Condividi su:
FacebookTwitterGoogle+Share

L’esordio di Miriam Toews in Italia (2005)

Questa recensione è uscita a p. 49 del numero 57 di PULP libri, settembre-ottobre 2005. Il romanzo, originariamente pubblicato da Adelphi in quell’anno, come recita la recensione, fu poi riedito da Marcos y Marcos nel 2017, ed è ancora disponibile (pp. 290, euro 15,30 stampa), sempre nella traduzione di Monica Pareschi. Anche per questo abbiamo sostituito l’immagine dell copertina che compariva sul numero della Rivista dove venne originariamente pubblicato con quella dell’edizione correntemente in stampa.

recensisce UMBERTO ROSSI

L’adolescenza non è un gran ché, e non capisco chi la rimpiange. Va bene rimpiangere infanzia o giovinezza; ma quell’età di transizione è veramente un disastro, a qualsiasi latitudine. Se poi ti capita di abitare a East Village, un paesetto sperduto nella vastità del Canada, come alla protagonista di questo romanzo (il primo della Toews a uscire in Italia), può essere che la tua adolescenza faccia anche più schifo di quella media.

Ma per colmo di sfortuna alla sedicenne Nomi Nickel è toccato vivere in una comunità di mennoniti, una chiesa protestante fondamentalista non tanto diversa dagli Amish della Pennsylvania (quelli di Witness, per intenderci, che in pieno XXI secolo ancora girano coi carri tirati dai cavalli). I mennoniti hanno automobili e televisori, ma non si truccano, non ballano, non vanno al cinema, non bevono, non leggono i libri di Darwin né quelli di Philip Roth, in una parola non si divertono. Sono una comunità maniaco-depressiva che pare uscita dalle pagine del Philip K. Dick di Follia per sette clan. Ma non sono una creazione fantascientifica: risiedono veramente in un borgo selvaggio dove i treni non fermano (non sia mai che qualche giovane insofferente ne potesse approfittare per tagliare la corda), e dove i turbamenti dell’adolescenza diventano ancor più sconquassanti che nel mondo apparentemente felice del tardocapitalismo massmediale.

In quest’ultimo mondo vorrebbe andare a vivere Nomi, ma non ha il coraggio. Sua sorella maggiore Tash, invece, quel coraggio ce l’ha, e se ne va col ragazzo. Poi sparisce anche sua madre, l’eccentrica Trudi. Nomi resta sola col padre Ray, mite ma maniaco-depressivo sul serio (vedi il suo amore per le discariche di rifiuti); non le resta altro che fare i conti, per iscritto, con la complicata vicenda della sua famiglia e con la difficile scelta che l’aspetta e che lei continuamente elude. Come dicevano i Clash: Should I stay or should I go?

Il romanzo coglie molto bene sia il tormento adolescenziale di Nomi sia l’atmosfera soffocante di East Village. Peccato sia decisamente troppo lungo: tolte una settantina di pagine sarebbe stato perfetto. Perfetta è invece la traduzione di Monica Pareschi, ma ormai la conosciamo e sappiamo che non ci si poteva aspettare di meno.

Oggi abbiamo pubblicato anche la recensione di Donne che parlano, l’ultimo romanzo della Toews uscito in Italia, nonché l’intervista della scrittrice condotta da Ombretta Romei.

 

Condividi su:
FacebookTwitterGoogle+Share