Tutti gli articoli di Umberto Rossi

Leonard dall’ovest al giallo

Giulio Segato, Una commedia americana: Temi, innovazioni e religione nell’opera di Elmore Leonard, Mimesis, pp. 183, euro 16 stampa

recensisce UMBERTO ROSSI

Da americanista di formazione, mi fa piacere vedere che i giovani studiosi della letteratura statunitense non si fanno problemi a trattare il genere, come si suole dire oggi, che sia giallo o fantascienza o horror o quant’altro. Questa bella monografia di Segato, tra l’altro, appare nella collana DeGenere, diretta da una che di generi (un tempo detti popolari) ne sa qualcosa, come Nicoletta Vallorani, affiancata da Nicoletta Di Ciolla; collana che è stata inaugurata dalla ristampa di un classico della critica fantascientifica come Il senso del futuro di Carlo Pagetti (altrimenti ormai introvabile), e comprende altri saggi di taglio accademico sul giallo, nonché una monografia su Vollmann (messo a confronto, guarda un po’, col nostro Roberto Saviano).

Ma torniamo a Una commedia americana. Segato, che conosco anche come profondo conoscitore di uno dei più grandi romanzieri americani viventi, Cormac McCarthy, in questo saggio si dedica a Elmore Leonard, un personaggio estremamente interessante del giallo a stelle e strisce. Nel caso non l’aveste tanto presente, sappiate che Jackie Brown, di Quentin Tarantino, è basato (abbastanza liberamente, ma non del tutto) sul suo romanzo Punch al rum (Einaudi, 2014), precedentemente uscito come Jackie Brown (Net, 1998). Ma Leonard ha visto portare sullo schermo anche altri suoi gialli: il film Get Shorty è l’adattamento di La scorciatoia (Tropea, 2000), mentre Be Cool è tratto da Chili con Linda (Tropea, 2000). E questa è solo la tradizionale punta dell’iceberg: nella sua monografia Segato elenca più di venti pellicole tratte da romanzi e racconti di Leonard, sia western che gialli.

Il saggio ripercorre l’evoluzione dello scrittore fin dagli esordi, legati al genere più americano che esista, quello ambientato nello spazio geografico e mentale della frontiera, il selvaggio west che Leonard frequenta a partire da quello che probabilmente è il suo primissimo racconto, «The Trail of the Apache», uscito su Argosy nel 1951. Segato segue poi con grande attenzione il passaggio dal western alle ambientazioni metropolitane del giallo, che avviene alla fine degli anni Sessanta. L’importanza di Detroit nella narrativa di Leonard viene sviscerata, così come il suo eccezionale talento nella scrittura dei dialoghi, e il suo formidabile orecchio per le parlate americane.

Segato si concentra su alcune opere più rappresentative, che esamina al microscopio: si tratta di Casino (Sperling & Kupfer, 1989), Sfida a Detroit (Mondadori, 1993), Il corvo (Mondadori, 1994), Freaky Deaky (Einaudi, 2007); e risale agli ispiratori di Leonard, gli scrittori dai quali ha appreso il mestiere, come Hemingway, Hammett e George V. Higgins. A chiudere il volume due capitoli molto interessanti, uno sugli elementi religiosi nei romanzi di Dutch (nomignolo dello scrittore), dai quale traspare il suo retroterra cattolico; l’altro che articola una lettura delle sue opere come romanzi di formazione.

Insomma, ci sono buoni motivi per leggere Una commedia americana se si apprezza la narrativa di Elmore Leonard, da letterati ma anche da semplici appassionati. Forse per i secondi le citazioni, tutte in inglese e senza traduzione, potranno rendere la lettura un po’ più faticosa, e qui si potrebbero tirare un attimo le orecchie a Mimesis; ma questo peccatuccio glielo perdoniamo volentieri vista la qualità del libro di Segato. E ci auguriamo che la collana DeGenere continui con altri libri di pari livello.

http://mimesisedizioni.it/

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Nella nuvola: ancora notizie da Più Libri Più Liberi

riferisce UMBERTO ROSSI

Come l’anno scorso, mi limiterò a scrivere appunti sparsi. Un salone del libro, anche se riservato alla piccola editoria (che poi tanto piccola non sempre è, visto che c’era pure Sellerio, tanto per dirne una), è tante cose insieme. Una serie di incontri, presentazioni, chiacchierate, visite a stand, che si susseguono a ritmi discretamente frenetici, un occhio sullo smartphone a vedere che presentazione c’è a quell’ora, un altro sul programma a cercare la postazione della casa editrice che tieni sott’occhio da tempo, ma attenzione che tra le quattro e le quattro e mezza potrai trovare allo stand l’addetto stampa di quell’altra casa editrice, prima hanno una presentazione e certo non possono parlare con te, dopo ne hanno un’altra e idem… ecco, scrivere tanti piccoli schizzi separati rende meglio l’idea. Che poi, non sei solo tu a vederla così, ma tutti. Tutti di corsa, tranne forse i visitatori (ho detto forse, eh?).

Aggiungiamoci l’atmosfera che crea la Nuvola, dove ancora una volta si è tenuta la manifestazione; come già ho detto, sembra sempre di stare in un terminal aeroportuale, e questo contribuisce all’ansia. Un attimo pensi “dove diavolo sta lo stand M02?” e poi “a che ora parte il volo per Londra?”

Comincio proprio dallo stand M02. Future Fiction. Alla fine sono e resto un fantascientista, e non puoi non amarla, una casa piccola e intraprendente che nonostante tutto si è dedicata alla fantascienza, quel genere che, stando a sentire i so-tutto-io dell’editoria, non vende, anzi NON VENDE (te lo dicono a lettere cubitali; le senti, le maiuscole). Ci trovo vecchie conoscenze, l’inarrestabile Francesco Verso e l’imperturbabile Roberto Paura; parliamo dello stato dell’arte, e la cosa grossa, da loro, è Clelia Farris, al momento indubbiamente la più interessante scrittrice di fantascienza italiana, e quella senz’altro più dotata stilisticamente. La Farris ora pubblica con Future Fiction, dopo varie vicissitudini editoriali, e come mi spiega Verso ora appare in traduzione sulle riviste americane. Non è cosa da poco.

Nei pressi di Future Fiction ci trovo Saldapress, specializzati nel fumetto fantastico fantascientifico orrorifico. Stampano bellissimi rilegati, e stanno tirando fuori cose molto interessanti. Non è il fumetto d’autore di profilo colto, ma riserva vere sorprese, come Kill the Minotaur, che verrà presto recensito da PULP Libri. Anche loro una casa da tenere d’occhio, assolutamente.

In mezzo al bailamme dell’ora di pranzo (quando cominci a sgomitare per farti strada) trovi Luca Briasco, ora minimum fax. Ci saluta, me e Paolo Prezzavento (che in questa fase della peregrinazione nel salone ancora mi stava dietro), come vecchi amici, e ci fermiamo a scambiare notizie. Subito due nomi: Vollmann e Lieberman. Il primo che è entrato prepotentemente nel catalogo minimum fax con I fucili, già recensito su PULP Libri, e Luca ci anticipa ben altri sette titoli a venire, tra cui la ripubblicazione de La camicia di ghiaccio, un tempo edito da Alet e ora fuori stampa. Ma non solo quello. E poi c’è Città di morti, la riscoperta di un forensic triller che anticipò tutti gli anatomo-patologi a venire già negli anni Settanta, e che recentemente ha avuto la benedizione di Augias. E altre riscoperte sono all’orizzonte, come la ripubblicazione de I guerrieri dell’inferno di Robert Stone, edito nel lontano 1978 e da allora sparito dalle librerie.

Presentazioni. Che strane esperienze. Vado a quella organizzata da ADD (altra casa editrice da tenere d’occhio), dove trovo Gianni Riotta e Gary Younge: presentano il libro di quest’ultimo, Un altro giorno di morte in America. Younge, nativo delle Barbados, giornalista del Guardian e di The Nation, è singolarmente pacato e anglosassone, pur parlando di un tema decisamente inquietante come l’uso e l’abuso delle armi da fuoco negli Stati Uniti. Ha seguito la storia di sette persone morte sparate in un solo giorno del 2013, quei morti che meritano solo un trafiletto in giornali locali. Sette persone uccise in posti lontani tra loro, accomunate dalle pistole che li hanno freddati e dall’avere, ma guarda un po’, tratti somatici non europei… Riotta invece era agitatissimo. Facevano un curioso contrasto, ma alla fine ti invogliavano a leggere il reportage di Younge. ADD fa cose molto diverse (vanno forti sul fumetto asiatico), però su tutti i fronti ci mettono impegno.

Visita a Neo, una piccola casa editrice basata a Castel di Sangro (AQ), nell’Abruzzo profondo, quasi Molise. Ho notato che c’è un fermento di editoria in posti dove vent’anni fa sarebbe stata impensabile; mi viene in mente Tunuè a Latina, tanto per fare un esempio. Conseguenza anche della digitalizzazione e di internet che rendono le province meno province e le metropoli meno centrali – anche se da questo punto di vista in Italia siamo come al solito tremendamente indietro. Mi propongono un romanzo distopico, Genesi 3.0, di Angelo Calvisi. Lo faremo, lo faremo. Distopia della valle del Sangro; questo XXI secolo riserva le sue sorprese.

Panini a 5 euro, bottigliette di acqua minerale a 1,50 euro. Lo so, non c’entra niente con i libri, ma lo dovevo dire: è un furto! (E così, alla fin fine, l’ingresso alla manifestazione a 8 euro se hai la tessera dell’ATAC o un biglietto vidimato del trasporto pubblico diventa tutto sommato accettabile…)

E poi c’è Cliquot, piccolo editore che fa cose tanto belle, come la raccolta di racconti di Fritz Leiber curata da Federico Cenci (che li ha anche ben tradotti). Ora hanno questa perla d’antiquariato, Gomoria, romanzo gotico dimenticato di De’ Medici: veste editoriale bellissima. Lo recensirà l’inarrestabile Walter Catalano. Stay tuned.

Folla davanti alla Sala Polaris. E che ci sarà mai lì dentro? Niente, libro su Salvini. Ah, buone notizie. Continuiamo così.

Passo davanti allo stand di Capponi: telecamera e riflettori accesi. Troupe della RAI? Addirittura? Intervistano Stella Nosella, autrice di Sebastian’s Chronicles. Premio Strega Ragazze e Ragazzi. Fantasy. La Rowlings italiana, dice qualcuno. Vabbè, non esageriamo; comunque, segno certo che il fantasy continua a tirare.

Nicola Pesce Editore. Stanno facendo un lavoro encomiabile sui grandi fumettisti italiani del passato, Toppi e Battaglia in primis, ristampati in rilegato con colori di qualità. Senza trascurare Benito Jacovitti, l’uomo che faceva crescere le matite dal terreno e camminare i salami. E il Lovecraft di Battaglia, mettiamoci anche quello. Anche loro li stiamo seguendo con interesse.

Andiamo anche da Lindau. Abbiamo recensito diverse loro uscite (Wendell Berry, Pablo Simonetti); valide le loro scelte, e poi una grafica che resta impressa senza essere chiassosa. E senza scimmiottare quella delle majors. Non si giudicherà un libro da una copertina, però le copertine (parte quello che gli accademici chiamano il paratesto) qualcosa contano, e molto comunicano. Inoltre, nel loro stand non ti dicono “l’addetto stampa è in giro il responsabile editoriale non è qui l’editore è da qualche altra parte”. No, ci sono loro due, gli editori, in persona. E fa piacere vedere la casa editrice “in faccia”.

Stessa cosa per Keller. Parli col signor Keller in persona. Rapida consultazione del nostro sito: li abbiamo recensiti ben cinque volte dal luglio 2017 a oggi; e non tengo conto della prima vita di PULP Libri, quando eravamo di carta. Vorrà dire qualcosa, se Paolo Simonetti, Elio Grasso e Sara Tosetto (tre critici ben diversi, garantisco) si sono occupati di loro. E proprio domani esce la recensione di Il morto nel bunker, di Pollack, a opera di Elio Grasso; ancora Keller. Sì, decisamente una casa editrice che spicca.

Iperborea sarebbe una piccola casa editrice? Ho qualche dubbio. Ormai non più. Per parlare con l’addetta stampa corro alla presentazione di Cucinare un orso, Mikael Niemi, presente l’autore affiancato da Giordano Meacci. Anche qui, la strana coppia: Meacci che vola alto con ragionamenti metaletterari, presentati con gran passione; Niemi, uno svedese del nord non privo di sangue sami (quelli che noi chiamiamo lapponi), che racconta non senza un humour assai britannico aneddoti della sua vita e di quella di Laestadius. Quest’ultimo è il protagonista di Cucinare un orso, un botanico e riformatore religioso realmente vissuto nel XIX secolo, tramutato da Niemi in detective che deve indagare su alcuni delitti nella sua città di Pajala. A questa presentazione ho assistito per caso, ma me la sono veramente gustata (e poi Iperborea la teniamo d’occhio…).

Un salto da Mattioli 1885 a parlare di Dubus e degli altri eccellenti recuperi di letteratura americana. Ricordatevi sempre che Il giorno della locusta di Nathanael West con la copertina originale lo pubblicano loro. Tra una cosa e l’altra mi dimentico di chiedergli perché 1885. Verifico sul sito: o perbacco, ma perché sono in attività da allora. E continuano a portare in Italia il grande, grandissimo Dubus, maestro della narrativa breve al pari del più famoso Carver e forse con merito ancor maggiore.

Non si poteva non andare da Exòrma, che ha ospitato per ben due volte nelle sue edizioni Claudio Morandini, e che stampa tante altre cose, ma ne ha già parlato Sara Tosetto nel suo pezzo, per cui non mi dilungo. E poi ancora da Piano B, che stiamo seguendo per la saggistica, con riproposte di pregio come Bernays e Macdonald. E poi da 66thand2nd, dei quali ho recensito il tesissimo e agghiacciante romanzo di Manoukian, Ciò che stringi nella mano destra ti appartiene; abbiamo anche recensito i libri della Omotoso e della Igoni Barrett. Come si fa a non apprezzare una casa editrice che dà spazio agli africani; e poi, essendo romani, c’è anche la simpatia per l’underdog (come dicono gli inglesi), per cui ti viene da tifare per le case editrici del centro-sud che sfidano la storica egemonia editoriale del Nord.

Infine, momento emozionante da Edizioni Sur: vedo sul loro banco ben due graphic novel (o histories?) di Muñoz e Sampayo, Billie Holiday e Carlos Gardel. Già questo mi manda in estasi, io che da ragazzino leggevo le storie di Alack Sinner su Alterlinus, brutali e metropolitane, il noir a fumetti prima di Sin City e Frank Miller. Poi mi dicono che nel pomeriggio ci sarà José Muñoz in persona a firmare e disegnare sui libri. Mioddio. Ci torno trepidante, e lui c’è. Posso stringere la mano a uno dei grandi fumettisti viventi. Mi fa la dedica. Quando arriva a scrivere il nome, divento Ugo invece che Umberto. Chi se ne frega, va bene lo stesso; con un H sarebbe Hugo come Pratt, il maestro di Muñoz. Va bene così. Chiamatemi Ugo.

(Promemoria per l’anno prossimo: visitare Più Libri Più Liberi in un giorno lavorativo. Non puoi passare il tempo a sgomitare, a rischio di travolgere qualche famigliola innocente. Già la natalità è bassa…)

Questo articolo completa il reportage di Sara Tosetto, sempre su Più Libri Più Liberi.

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L’esordio di Miriam Toews in Italia (2005)

Questa recensione è uscita a p. 49 del numero 57 di PULP libri, settembre-ottobre 2005. Il romanzo, originariamente pubblicato da Adelphi in quell’anno, come recita la recensione, fu poi riedito da Marcos y Marcos nel 2017, ed è ancora disponibile (pp. 290, euro 15,30 stampa), sempre nella traduzione di Monica Pareschi. Anche per questo abbiamo sostituito l’immagine dell copertina che compariva sul numero della Rivista dove venne originariamente pubblicato con quella dell’edizione correntemente in stampa.

recensisce UMBERTO ROSSI

L’adolescenza non è un gran ché, e non capisco chi la rimpiange. Va bene rimpiangere infanzia o giovinezza; ma quell’età di transizione è veramente un disastro, a qualsiasi latitudine. Se poi ti capita di abitare a East Village, un paesetto sperduto nella vastità del Canada, come alla protagonista di questo romanzo (il primo della Toews a uscire in Italia), può essere che la tua adolescenza faccia anche più schifo di quella media.

Ma per colmo di sfortuna alla sedicenne Nomi Nickel è toccato vivere in una comunità di mennoniti, una chiesa protestante fondamentalista non tanto diversa dagli Amish della Pennsylvania (quelli di Witness, per intenderci, che in pieno XXI secolo ancora girano coi carri tirati dai cavalli). I mennoniti hanno automobili e televisori, ma non si truccano, non ballano, non vanno al cinema, non bevono, non leggono i libri di Darwin né quelli di Philip Roth, in una parola non si divertono. Sono una comunità maniaco-depressiva che pare uscita dalle pagine del Philip K. Dick di Follia per sette clan. Ma non sono una creazione fantascientifica: risiedono veramente in un borgo selvaggio dove i treni non fermano (non sia mai che qualche giovane insofferente ne potesse approfittare per tagliare la corda), e dove i turbamenti dell’adolescenza diventano ancor più sconquassanti che nel mondo apparentemente felice del tardocapitalismo massmediale.

In quest’ultimo mondo vorrebbe andare a vivere Nomi, ma non ha il coraggio. Sua sorella maggiore Tash, invece, quel coraggio ce l’ha, e se ne va col ragazzo. Poi sparisce anche sua madre, l’eccentrica Trudi. Nomi resta sola col padre Ray, mite ma maniaco-depressivo sul serio (vedi il suo amore per le discariche di rifiuti); non le resta altro che fare i conti, per iscritto, con la complicata vicenda della sua famiglia e con la difficile scelta che l’aspetta e che lei continuamente elude. Come dicevano i Clash: Should I stay or should I go?

Il romanzo coglie molto bene sia il tormento adolescenziale di Nomi sia l’atmosfera soffocante di East Village. Peccato sia decisamente troppo lungo: tolte una settantina di pagine sarebbe stato perfetto. Perfetta è invece la traduzione di Monica Pareschi, ma ormai la conosciamo e sappiamo che non ci si poteva aspettare di meno.

Oggi abbiamo pubblicato anche la recensione di Donne che parlano, l’ultimo romanzo della Toews uscito in Italia, nonché l’intervista della scrittrice condotta da Ombretta Romei.

 

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I rischi del thriller

Christina Dalcher, Vox, editrice Nord, tr. Barbara Ronca, pp. 416, euro 16,15 stampa, euro 9,99 ebook

recensisce UMBERTO ROSSI

Viene presentato come «lo straordinario romanzo di cui tutti parlano», e già questa frase mi ha fatto venire brutti presentimenti. Comunque mi sono cimentato nella lettura di questo romanzo, anche perché lo pubblica la Nord, casa editrice che per uno della mia età è associata a bei ricordi (come la storica edizione della Svastica sul sole di Dick con la prefazione di Carlo Pagetti, tanto per dirne una). Cosa ho trovato?

All’inizio, diciamo per le prime cento-centocinquanta pagine di questo corposo romanzo, avremmo una distopia: un’America governata da un presidente un po’ più a destra di Trump, ispirato da un predicatore fondamentalista biblico convinto che bisogni rimettere in riga le donne, riportarle nel focolare dopo averle scacciate dai posti di lavoro e dalle istituzioni statali e federali. E fin qui niente di nuovo: altro non è che Il racconto dell’ancella di Margaret Atwood traslato nel XXI secolo. La novità dovrebbe essere il lato linguistico, nella misura in cui la protagonista, Jean, è una neurolinguista forzata a diventare casalinga, scacciata dall’università dove lavorava e dai laboratori dove ricercava una cura per l’afasia. Una neurolinguista che adesso non solo non può più esercitare la sua professione, ma neanche articolare più di 100 parole al giorno, se non vuole ricevere una sgradevolissima scossa elettrica dal braccialetto contaparole che è stata costretta a mettere al polso e che non può togliere per nessun motivo (tanto per avere un metro di paragone, pare che ogni giorno una persona pronunci mediamente 16.000 parole…). Questo perché il reverendo Carl Corbin, l’ispiratore del presidente, è convinto che le donne faranno meglio a stare al loro posto zitte e mute, a meditare sui loro errori, tipo volere la parità con gli uomini, errori che stavano mandando in malora gli Stati Uniti e pure il resto del mondo.

Fin qui ero disposto a continuare nella misura in cui l’intento trasparente della Dalcher mi pareva quello di attaccare l’amministrazione Trump e le sue derive conservatrici e retrive attraverso la narrazione distopica, pur se indebitata con la Atwood. Nella scrittura distopica a ben vedere c’è spesso la ripresa dei precedenti, perché le storie più classiche vengono riattualizzate per focalizzarsi sui mali del momento. Lo ha fatto Roth ne Il complotto contro l’America, mobilitando Sinclair Lewis e Philip K. Dick contro Bush figlio, tanto per fare un esempio illustre; e perché non avrebbe dovuto farlo la Dalcher?

Inoltre va detto che in alcune scene l’autrice di Vox riesce a far entrare il lettore abbastanza bene nel mostruoso meccanismo repressivo all’opera in quest’America anche troppo vicina, e a far sentire in imbarazzo un lettore di sesso maschile (come chi scrive) nel constatare che il regime autoritario e discriminatorio del romanzo gioca su meccanismi radicati nella psiche di noi uomini (e qui la figura del figlio maggiore della protagonista, Steven, e la sua accettazione della repressione, risulta credibile in modo quasi inquietante). E poi, per quanto la scrittrice non entri molto nei meccanismi dell’afasia di Wernicke, oggetto delle ricerche di Jean prima della repressione, i suoi trascorsi di linguista le consentono di trattare l’argomento con una certa sicurezza.

Però Dalcher non è né Atwood né Roth, e lo si vede anche troppo bene quando il romanzo scivola dalla distopia nel thriller, nella misura in cui la protagonista viene costretta dal governo a riprendere la sua attività di ricercatrice e liberata (temporaneamente) dal braccialetto silenziatore perché è forse l’unica in grado di trovare una cura per il fratello del presidente degli Stati Uniti, che ha perso l’uso della parola a causa di un incidente di sci. Questo la porta a ritrovare il suo amante italiano (di nome Lorenzo Rossi) e la sua fidata collaboratrice Lin. Inoltre la mette in contatto a sorpresa con un movimento clandestino di resistenza…

E qui casca il romanzo, perché la Dalcher, che già si muoveva senza grandissima sicurezza nel racconto distopico, riuscendo comunque a risultare credibile, rivela tutti i suoi limiti svoltando verso il thriller. Evidentemente questo genere, affatto diverso dalla distopia, non è proprio nelle sue corde: la storia a questo punto barcolla, ci sono incongruenze, avvenimenti che non stanno insieme, scelte per lo meno bizzarre (come quella di non mostrare ai lettori la scena risolutiva), cadute di tensione clamorose. Inoltre alla lunga emerge la debolezza dei personaggi, specie quelli negativi, piuttosto stereotipati; e se in un film dove il bene si scontra col male è l’attore più bravo che deve fare il cattivo (lo sapeva già Shakespeare), in un romanzo come questo la costruzione dei malvagi sessisti al potere avrebbe dovuto essere più convincente.

Infine il lieto fine appare decisamente troppo consolatorio se confrontato alla situazione presentata inizialmente, e viene in mente che sotto sotto l’America distopica dell’inizio, che tutto sommato stava in piedi e aveva una sua cupa dignità, fosse solo uno sfondo minaccioso per la storia d’azione decisamente fiacca che segue. Peccato, perché si sentiva il bisogno di un libro che suonasse l’allarme sulla controffensiva tradizionalista contro la parità dei sessi, tesa a imporre un modello di famiglia (e società) unico e piuttosto vetusto (e non solo negli Stati Uniti, vedi certe proposte nostrane…); ma Vox non risulta all’altezza del compito.

http://www.editricenord.it/

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I fucili di William Vollmann

approfondisce UMBERTO ROSSI

Mi si consenta di partire dalla traduttrice, Cristiana Mennella. Lessi per la prima volta The Rifles quando ancora la traduzione italiana era di là da venire (anzi, neanche si sapeva bene se ci sarebbe mai stata); fu una lettura che mi trascinò nel vortice di neve e ghiaccio di una tempesta artica, con una potenza e una violenza da lasciarmi attonito. Ebbene, a leggere la traduzione della Mennella (I fucili, minimum fax, pp. 498, euro 19 stampa) ho riprovato, dopo più di dieci anni (fors’anche più di quindici) le stesse sensazioni. Se il Moby Dick melvilliano era (e resta) una balena di romanzo, questo è un iceberg di quelli enormi, come se ne incontrano in quei territori tra Groenlandia e Canada dove Vollmann ha ambientato le sue storie: eppure la Mennella è riuscita a dominarlo. Complimenti.

Veniamo ora al contesto, che è importante per capire questo libro. I fucili esce nel 1994; lunghe sono state le sue peregrinazioni editoriali, che finalmente l’hanno fatto approdare a minimum fax. Si tratta del terzo (in ordine di pubblicazione) dei Sette Sogni: una folle e colossale impresa che (a mio modesto avviso) darà a Vollmann una fama duratura, una serie di sette romanzi storici che partono con La camicia di ghiaccio (Alet, 2007), dove si racconta l’incontro o meglio lo scontro tra i vichinghi e gli indiani americani intorno all’anno Mille; continua con Venga il tuo regno (Alet, 2011), incentrato sulla tragica storia degli uroni e del loro rapporto con i gesuiti francesi del Quebec; segue I fucili, del quale parleremo in questo articolo; quindi abbiamo Argall: The True Story of Pocahontas and Captain John Smith (2001) ancora non tradotto in italiano; e infine The Dying Grass, uscito nel 2015 negli Stati Uniti e anch’esso inedito da noi. A questi cinque ponderosi volumi (Argall ammonta a più di 700 pagine, The Dying Grass supera le 1.300) ne andrebbero aggiunti due che Vollmann ancora non ha scritto, e cioè The Poison Shirt, che dovrebbe raccontare la guerra tra i coloni puritani del New England e gli indiani Wampanoag, e The Cloud-Shirt, descritto dall’autore in questi termini: «Navajo contro Hopi (o forse Navajo contro compagnia petrolifera) in Arizona».

Se pensiamo che Argall tratta dell’incontro tra i colonizzatori inglesi delle Virginia e il popolo nativo dei Powhatan, e che The Dying Grass racconta lo sterminio delle tribù indiane delle grandi pianure, appare chiaro che questo colossale ciclo di romanzi è tutto incentrato sulla storia degli Stati Uniti, ripercorsa attraverso una serie di collisioni (forse questo è il termine giusto) tra le popolazioni originarie del Nordamerica (quelli che noi continuiamo a chiamare indiani) e gli europei, a partire dall’anno mille per arrivare al ventesimo secolo (periodo in cui dovrebbe essere ambientato l’ultimo romanzo). Un tema tremendamente impegnativo, per affrontare il quale Vollmann ha avuto bisogno di una tela enorme: sommando i volumi già pubblicati, siamo ben oltre le 3.000 pagine.

Come gli altri romanzi della serie, I fucili è basato su un considerevole e scrupoloso lavoro di ricerca, e in questo Vollmann è un classico romanziere americano. Da quelle parti esiste l’espressione to research a novel, che si può rendere vagamente come «fare ricerche per poi scrivere un romanzo». Come vedete, la loro è più sintetica; e se uno ci pensa un attimo vengono in mente i due padri del romanzo americano, Nathaniel Hawthorne con la sua Lettera scarlatta, che ricostruisce la vita dei puritani del New England alla metà del Seicento, e Herman Melville che associa alla storia di Moby Dick e del capitano Achab una vera enciclopedia della baleneria. E non dimentichiamo che Melville quando parlava di balene e baleniere non solo aveva fatto i compiti, ma era stato sul campo, marinaio imbarcato su un veliero impegnato nella caccia al più grande animale del mondo. E poi c’è Hemingway, che consigliava agli scrittori di parlare di ciò che conoscono, che era stato a Parigi e a Pamplona prima di scrivere Fiesta e ripetutamente in Italia prima di cominciare Addio alle armi. Da questa tradizione di romanzo nato dall’esperienza diretta, e di costruzione del testo fondata sulla ricerca documentale, proviene Vollmann, nella scia di questi illustri predecessori, ma anche del grande vecchio della narrativa americana, Thomas Pynchon, altro instancabile topo di biblioteca.

Però Vollmann è più hemingwayano che pynchoniano. Lui non è invisibile come zio Tom; nel suo romanzo ci deve stare. Lui, William T. Vollmann, con i suoi occhiali e la sua camicia a quadrettoni. Cosa diceva a Fabio Zucchella nella bella intervista che uscì sul numero 29 di PULP Libri? leggete, leggete.

Con la serie dei Seven Dreams ho cercato di andare nei luoghi in cui si sono svolti gli eventi di cui poi avrei voluto parlare, per ricreare i meccanismo della coscienza individuale del protagonista: così ho pensato che il modo migliore di farlo era quello di vedere ciò che lui aveva visto. Se Eric il Rosso aveva vissuto in una certa casa in Islanda, la cosa migliore che potessi fare era andare alle rovine della casa di Eric il Rosso in Islanda, e guardarmi attorno per vedere i fiordi, le navi, la vegetazione eccetera, per scoprire in che modo l’ambiente poteva influenzare il personaggio, per cercare di ricostruirne il comportamento. Ecco perché i Seven Dreams li chiamo Libri dei Paesaggi Americani. (…) E proprio per la stessa ragione, se devo scrivere di una prostituta che fuma crack, io devo fare del sesso con le prostitute e trascorrere giorni e settimane con loro, e fumare crack assieme a loro… (…) Altrimenti che scrittore sei, se ti inventi le cose?

Va detto che I fucili ricostruisce la storia della tragica spedizione delle due navi inglesi, l’Erebus e il Terror (nomen, omen…) che, al comando di Sir John Franklin tentarono disperatamente di trovare il leggendario passaggio a Nord-Ovest tra il 1846 e il 1848, restando poi imprigionate tra i ghiacci. Nessuno dei membri dei due equipaggi tornò a raccontare la storia, che è stata ricostruita a pezzi e bocconi negli anni successivi da diverse spedizioni inviate alla ricerca di Franklin e dei suoi uomini. Quasi certamente morirono tutti di malattie e di fame, in un ambiente che definirlo inospitale è fargli un complimento. Altro fattore chiave del disastro fu la fornitura di carne in scatola (all’epoca una novità) che causò un avvelenamento da piombo, e i pessimi rapporti con gli inuit – quelli che chiamiamo erroneamente eschimesi – gli unici capaci di sopravvivere in quelle terre estreme. Se vogliamo, è la storia di una folle ambizione, di una sorta di ricerca dell’Eldorado, ma non nelle torride giungle sudamericane, quanto nelle rarefatte distese di ghiaccio dell’Artide. Una follia che porterà alla disperazione e alla morte. Non sarà un caso se questa vicenda è stata anche raccontata da uno scrittore horror come Dan Simmons, nel suo romanzo La scomparsa dell’Erebus, dal quale è stata anche tratta una serie televisiva, The Terror (il romanzo di Simmons è anche stato ristampato in Italia col titolo originale per sfruttare l’effetto traino della serie TV).

Ebbene, Vollmann non si è limitato a raccontare quel «folle volo», a tratti di dantesca grandiosità, ma è andato a passare diversi giorni nella base artica americana abbandonata di Isachsen, sull’isola di Ellef Ringnes, per vedere cosa si prova quando fuori si sta trenta o quaranta gradi sotto zero; e non contento di questo, è andato a vivere tra gli inuit ormai inurbati, e intreccia alla storia del viaggio di Franklin quella della sua relazione con una giovane inuit di nome Reepah, con la quale entra in contatto si potrebbe dire carnale col popolo dell’estremo nord. Entrambe queste storie parallele si intrecciano incessantemente con la vicenda di Franklin e della sua disastrosa spedizione, con la massima indifferenza per l’ordine cronologico degli avvenimenti, tanto che la narrazione inizia proprio con Vollmann in cammino sull’isola di Cornwallis, «con il mare sempre appena oltre un piccolo dosso ghiaioso, e il sole come un bianco disco abbagliante nella parete di nubi», senza mai raggiungere la riva e le onde del mare artico.

Vollmann è minuzioso nella sua ricostruzione sia delle proprie esperienze personali che dei fatti storici: inserisce nel romanzo cartine disegnate da lui (con uno stile assai personale e decisamente affascinante), schizzi dei luoghi visitati, persino un dettagliato elenco dell’equipaggiamento che ha portato con sé a Resolute per sopravvivere in un ambiente decisamente letale. E onestamente ammette di aver sbagliato sacco a pelo, narrando delle sofferenze che questo errore tecnico gli ha causato. Come pure elogia il fucile a pompa che si è portato appresso per difendersi dagli orsi polari, bellissimi da vedere in TV ma in realtà micidiali predatori che non esitano minimamente ad attaccare l’uomo.

E proprio sui fucili bisogna chiudere il discorso su questo romanzo-memoriale dove il confine tra vita vissuta e storia ricostruita è quantomai labile. Perché sono queste armi a dare il nome al libro? Ma perché Vollmann ci tiene a spiegare che a sottomettere gli inuit, e a fargli fare la fine degli altri popoli nordamericani, quasi spazzati via dalla civiltà degli europei venuti nel loro continente, non fu tanto il fatto di essere sprovvisti di armi da fuoco. Al contrario: fu fatale la scelta dei bianchi di vendere i fucili agli inuit, per poi fornire loro le pallottole a prezzi folli. Fu proprio il fatto di essere muniti della letale tecnologia europea a rovinare gli inuit, costretti a cacciare animali da pelliccia in quantità industriale per acquistare le munizioni con cui abbattere gli animali dei quali alimentarsi (essendo la loro, a causa delle caratteristiche dell’ambiente polare, una dieta pressoché esclusivamente carnivora). E anche questa triste storia di sfruttamento e devastazione ambientale ci viene raccontata da Vollmann, o meglio, come lui stesso ama definirsi, William il cieco.

I fucili è un romanzo (se così lo possiamo definire), follemente ambizioso, quasi quanto il piano di Franklin di raggiungere il Pacifico passando a nord del continente americano (cosa che oggi, col riscaldamento globale, si può fare abbastanza agevolmente). Ma l’ambizione dell’idea narrativa di Vollmann è sostenuta da un considerevole talento letterario (personalmente lo ritengo il più dotato e originale nella generazione dei cinquantenni, quella che segue i mostri sacri Roth, Pynchon, McCarthy e Morrison), e anche da una disarmante modestia, visto che presenta la sua scombinata impresa polare più come un’idea bislacca e a momenti mortale che come un’impresa eroica. E in qualche modo la sua follia diventa metafora di quella del navigatore inglese e dei suoi uomini, in un complesso gioco di specchi che è forse il pregio più rilevante di questo libro-iceberg, la cui pubblicazione è a mio modesto avviso il vero evento letterario dell’anno.

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California selvaggia

Il detective inselvatichito di Jonathan Lethem

riferisce UMBERTO ROSSI

Sinceramente, non so se il titolo dell’ultimo romanzo di Jonathan Lethem, The Feral Detective (Harper Collins, 2018), verrà veramente reso così quando verrà tradotto (spero presto). Del resto feral vuole anche dire brutale, feroce, selvaggio. E tutti i significati dell’aggettivo s’adattano al personaggio di Charles Heist, che giustifica il titolo del romanzo, nonostante non si possa dire che ne sia veramente il protagonista. Io narrante della vicenda è invece una donna, Phoebe Siegler, che a tutti gli effetti potrebbe essere l’antitesi di Charles. Lui è laconico se non taciturno; lei è logorroica al limite dell’isteria. Lui californiano, lei newyorkese. Lui vive nell’Inland Empire, una zona semiselvaggia nell’entroterra; lei è il classico animale metropolitano, al punto che le montagne della California e il cielo non schermato dai grattacieli la mettono a disagio. Lui è un uomo d’azione, un investigatore privato specializzato nel recuperare ragazzi e ragazze scappati di casa e magari finiti dentro sette e culti dei quali lo stato sul Pacifico non è mai a corto; lei una giornalista del New York Times stravolta per la vittoria elettorale di Trump. Lui un tipo selvatico e schivo; lei un’intellettuale sofisticata e loquace. Lui è uscito da un film dei fratelli Coen; lei da una pellicola di Woody Allen.

Eppure questi due personaggi agli antipodi del paesaggio geografico e umano degli Stati Uniti s’incontrano e finiscono col cooperare, non senza fraintendimenti e sospetti, perché Phoebe è venuta in California, in un ambiente per lei del tutto alieno e vagamente minaccioso, nel tentativo di recuperare Arabella, la figlia della sua migliore amica, recatasi sulla west coast per motivi di studio ma poi sparita dal suo alloggio nel college. Un’assistente sociale consiglia a Phoebe di rivolgersi a Heist per rintracciare la ragazza; ed è così che questa improbabile coppia si trova impegolata in un’indagine che li porterà prima sulle montagne della California poi nel deserto del Mojave, nel bel mezzo di comunità primitiviste uscite dalla civiltà (o quasi); un’indagine che, nella migliore tradizione dell’hard-boiled, incappa ben presto in qualche cadavere, e metterà a rischio la vita dei due protagonisti. E come nei migliori hard-boiled, è la voce narrante del protagonista con la sua ironia e il suo uso barocco dell’inglese d’America a caratterizzare il testo – però, data la laconicità del vero detective, tocca a Phoebe, con la sua voce da intellettuale newyorkese, di raccontare la storia e fare battute: come se nel Grande sonno la voce fuori campo fosse quella di Lauren Bacall (o meglio di Diane Keaton) e non quella di Humphrey Bogart. Ribaltamento mica da poco.

Insomma, Jonathan Lethem ha scritto un altro giallo. L’aveva già fatto anni fa, precisamente nel 1999, quando pubblicò Brooklyn senza madre (Bompiani, 2014), tradotto già l’anno dopo da Tropea con l’orripilante titolo Testadipazzo; quel giallo metropolitano e stralunato, incentrato sul detective dilettante Lionel Essrog, appassionato di Prince e affetto dalla sindrome di Tourette, segnava una svolta importante nella carriera letteraria di Lethem. Fino ad allora, infatti, lo scrittore newyorkese emigrato a Berkeley per motivi di studio aveva pubblicato una serie di sorprendenti romanzi di fantascienza, surreali e ironici, animati da una vena visionaria e da una prosa originale e barocca: Concerto per archi e canguro (Bompiani, 2013), Amnesia moon (minimum fax, 2003), Ragazza con paesaggio (Tropea, 2006), più una serie di racconti e un campus novel che faceva un po’ troppo il verso a Don DeLillo, Oggetto amoroso non identificato (Tropea, 1999). (Ci terrei a far notare che il primo a essere pubblicato fu proprio il romanzo più debole di questa prima fase della produzione di Lethem, nonostante nel 1999 questi quattro romanzi fossero già usciti tutti in America). Brooklyn senza madre segnava una sorta di cesura, l’abbandono della fantascienza, il ritorno a New York, città di nascita di Lethem. Back to the roots, si potrebbe dire.

Non a caso la successiva opera dello scrittore di Gowanus (il quartiere di Brooklyn dove è nato) sarebbe stata ben più voluminosa delle precedenti e dalla marcata vena autobiografica, La fortezza della solitudine (ora Bompiani, 2016, ma transitato per Tropea e Il Saggiatore): è difficile non vedere nel protagonista della storia, Dylan Ebdus, un alter ego di Lethem; come lui ha un padre artista d’avanguardia e una madre attivista politica, come lui cresce in un quartiere prevalentemente afroamericano dove i bianchi sono la minoranza (che è evidentemente Gowanus); come lui perde la madre presto (nel romanzo perché lascia la famiglia, nella vita reale perché Judith Frank Lethem morì di tumore quando il figlio aveva tredici anni); come lui inizia gli studi in un college di lusso nel New England, ma lo abbandona per andarsene a Berkeley, in California (che lo scrittore raggiunse con l’autostop). E come Lethem, Dylan è appassionato di musica, talché il romanzo è una cavalcata nei suoni degli anni Settanta: dal soul e funky, alla rivoluzione punk, alla new wave (Talking Heads e CBGB in testa), alle origini del rap (tra i cui pionieri c’è proprio il fratello di Lethem, Blake, allora noto come Lord Hopscotch): la traversata di un decennio epico della musica bianca e nera, col rap a segnare il momento in cui le due tradizioni confluiscono.

Comunque, non è a New York che Lethem diventa scrittore, ma sull’altra costa degli Stati Uniti; in California. Fino a poco prima della sua emigrazione verso ovest aveva avuto l’ambizione di diventare un pittore, come il padre; ma proprio a Berkeley il giovane Jonathan scopre che gli interessano più le parole, e soprattutto s’imbatte in una sorta di spirito guida assolutamente californiano, lo scrittore che l’avrebbe più influenzato agli inizi della sua carriera: Philip Kindred Dick.

Di Dick si può dire tranquillamente che non è semplicemente uno scrittore californiano; è un uomo che ha scritto la California, come è riuscito solo forse a Raymond Chandler, a Nathanael West, a James Ellroy, a Steven Erickson. Berkeley è dove Dick cominciò gli studi universitari, senza mai completarli, e dove lavorò come commesso in un negozio di dischi e radio – commesso come Lethem, che però si guadagnava da vivere (lui lettore compulsivo) in negozi di libri usati, sempre nella stessa cittadina. E a Berkeley il newyorkese emigrato entra in contatto con la Philip Kindred Dick Society, l’associazione dei primi cultori dell’autore di Ubik e di VALIS, allora capitanata da Paul Williams, che stava facendo stampare tutti i manoscritti inediti trovati tra le carte di Dick. Era l’epoca eroica della riscoperta di uno scrittore morto nel 1982, poco prima che Blade Runner lo facesse conoscere anche al di fuori del ghetto fantascientista. Lethem visse quell’epoca pionieristica, e Dick gli entrò nella pagina in modo clamoroso, basti leggere Concerto per archi e canguro, Amnesia Moon e Ragazza con paesaggio per convincersi. Il primo vede animali parlanti convivere con gli umani e suscita echi di Ma gli androidi sognano pecore elettriche? anche per il mix di giallo e fantascienza, in un futuro non tanto remoto dove ricordare diventa un reato; nel secondo romanzo l’omaggio al Gran Californiano è dichiarato e palese, con una sinossi di Cronache del dopobomba sfacciatamente innestata nella trama; e Ragazza con paesaggio prende dalle Tre stimmate di Palmer Eldritch, riproponendo una terra surriscaldata che sta diventando inabitabile, e da Noi marziani nella parte ambientata sul pianeta degli Archbuilders, immagine anamorfica del wild west, dove i rapporti tra uomini e alieni echeggiano quelli tra americani bianchi e nativi. C’è anche, a leggere tra le righe, John Wayne.

Se Lethem nasce come scrittore professionista in California, allora Brooklyn senza madre va letto come il momento in cui decide di chiudere il suo apprendistato e distaccarsi in qualche modo da quello che fino ad allora è stato il suo spirito guida, uscendo dalla fantascienza e tentando il giallo (che però già era presente, come s’è detto, in Concerto per archi e canguro…), lasciando la costa occidentale e tornando nel suo borough natale, Brooklyn, orgogliosamente sbandierato già nel titolo. Da allora in poi Lethem sembra volersi accreditare come romanziere residente della Grande mela. Dopo La fortezza della solitudine è la volta di Chronic City (Il Saggiatore, 2010), che segue una strampalata coppia di personaggi, l’artista da strada Perkus Tooth e l’attore in declino Chase Insteadman, in una New York post-11 settembre, col primo a bombardare il secondo con le sue eccentriche teorie sulla cultura e l’identità americana, l’arte, la musica, il cinema e tutto il resto dell’universo – soprattutto l’idea ossessiva che per capire gli Stati Uniti bisogna capire veramente Marlon Brando. Sono un po’ Vladimiro ed Estragone, questi due, o la versione postmodernista del dottor Johnson e del suo biografo Boswell; sembrano quasi una coppia di comici, e – a ben guardare – ricordano un po’ anche Phil Dick e Horselover Fat, i due personaggi complementari e speculari del dickiano VALIS. Insomma, dimenticare la California e il suo più originale cantore non è poi così facile; neanche a Manhattan.

Del resto proprio in quel periodo Lethem pagava il suo debito con zio Phil, convincendo la prestigiosa Library of America a pubblicare un volume contenente quattro romanzi di Dick – perché, e diciamocelo, Lethem è uno che nel mondo dell’editoria si sa muovere molto bene, vedi anche la sua instancabile attività di saggista letterario, di curatore di antologie, di prefatore. Il nostro Jonathan è un autentico grafomane, e se si mettono insieme le sue raccolte di racconti, i saggi e i vari scritti occasionali ne viene fuori una massa di materiale decisamente sorprendente per uno scrittore che ha compiuto da non molto cinquant’anni. E ha anche la mano felice, per così dire: il primo volume della Library of America dedicato a Dick (che in origine avrebbe dovuto essere l’unico), contenente L’uomo nell’alto castello, Ubik, Le tre stimmate di Palmer Eldritch e Ma gli androidi sognano pecore elettriche? non vende, stravende, più dei Grandi Classici della Letteratura Americana. Per cui a questa prima raccolta nel seguono altre due, anche queste con buon successo commerciale, incoraggiando così Lethem a sponsorizzare la pubblicazione di parte dell’Esegesi dickiana, curata da Pamela Jackson, uscita da noi per i tipi di Fanucci e accuratamente tradotta da Maurizio Nati. Un’impresa non da poco, tenendo conto che il volume consiste in una selezione di appunti, annotazioni, brevi scritti e altri materiali che Dick aveva buttato giù freneticamente dal 1974 (anno delle ormai celebri visioni di febbraio-marzo) fino al giorno della sua morte; uno zibaldone eterogeneo che non era assolutamente stato concepito per la pubblicazione. Eppure Lethem riesce a farlo uscire in una splendida edizione rilegata. Il ragazzo, bisogna ammetterlo, ci sa fare.

A questo punto esce il quarto romanzo newyorkese del nostro, I giardini dei dissidenti (Bompiani, 2015), e qualcosa decisamente s’inceppa. Le opinioni su quest’opera imponente, che racconta la storia di tre generazioni di attivisti politici a partire dalla comunista Rose Zimmer, sono divergenti; personalmente, dopo il primo capitolo, scritto magistralmente, nel quale si racconta il processo interno cui viene sottoposta Rose dai suoi compagni di partito per aver stretto una relazione adulterina con un tenente di polizia di colore, la storia alterna momenti affascinanti a pagine in cui il virtuosismo verbale va a detrimento della narrazione. Mi è sembrato che il romanzo soffra dello stesso difetto di Oggetto amoroso non identificato, solo che qui non abbiamo Lethem che fa il verso a DeLillo, ma Lethem che pare imitare Lethem. Potenzialmente, questa storia dei dissidenti americani dagli anni Quaranta a Occupy Wall Street avrebbe potuto essere qualcosa di straordinario; ma la ciambella mi sembra riuscita senza il proverbiale buco. Rose, che avrebbe dovuto essere il personaggio chiave del romanzo, resta una figura vaga: si continua a parlare della sua attività politica a Sunnyside Gardens, ma non la vediamo mai veramente in azione. Il suo amante Douglas Lookins rimane anche lui una figura solamente abbozzata, cosa irritante per il lettore che vorrebbe saperne di più, capire come ha vissuto la sua relazione con un’attivista politica bianca e per di più ebrea. In certi momenti Lethem sembra affrettarsi da una scena all’altra, come se non sapesse bene come riempire lo spazio, come collegare la successione degli eventi. E forse il mondo del marxismo americano (ma non solo) gli resta tutto sommato insufficientemente familiare; è faticosa anche la sua resa della Germania Est (nella quale se n’è andato il marito di Rose, Albert, e dove si reca loro figlia Miriam per cercare disperatamente di riallacciare un rapporto col padre).

Che I giardini dei dissidenti segni un’impasse di Lethem ce lo dicono soprattutto i due romanzi successivi, ma soprattutto un dato biografico: lo scrittore torna in California, dove risiede attualmente, tenendo corsi di scrittura creativa al Pomona College. Se a spingerlo a tornare a ovest sia stata semplicemente un’opportunità lavorativa, oppure se il richiamo del west abbia colpito ancora, non sta a noi dirlo. Di fatto il romanzo che segue I giardini dei dissidenti, e cioè Anatomia di un giocatore d’azzardo (La nave di Teseo, 2017) da un lato segna un ritorno in California, dall’altro, nella prima parte, ci mostra un personaggio di Lethem che esce dal perimetro degli Stati Uniti: infatti il protagonista, Alexander Bruno, è un giocatore professionista di backgammon, che campa sbaragliando a colpi di dadi ricchi appassionati di questo gioco, spostandosi continuamente da un hotel a cinque stelle all’altro nelle varie capitali del pianeta, inclusa Singapore. Per uno scrittore americanocentrico come Lethem è un cambiamento a dir poco epocale.

Non riesco a non vedere in Alexander, che a un certo punto perde disastrosamente una partita cruciale di backgammon e una spropositata somma di danaro, ed entra in una crisi nera, aggravata dai sintomi di un tumore alle meningi, l’autoritratto di uno scrittore in crisi che si sta sforzando di reinventarsi e ritrovarsi. Non a caso Alexander scoprirà che l’unico neurochirurgo disposto a tentare di operarlo risiede California. La guarigione è a ovest? Non è impossibile, anche se per tutto c’è un prezzo da pagare, come scoprirà il giocatore in un finale nient’affatto avaro di sorprese decisamente amare, in un’atmosfera di pessimismo e squallore che, per Lethem, è una novità.

Va anche detto che, dopo tre romanzi decisamente voluminosi (La fortezza della solitudine, Chronic City e I giardini dei dissidenti), rispondenti alla maniacale ricerca da parte delle case editrici statunitensi del great American novel (come se non ce ne fossero già abbastanza…), con Anatomia di un giocatore d’azzardo Lethem torna a una misura che a mio modesto avviso gli è assai più congeniale, quella del romanzo da 200-250 pagine, come ai vecchi tempi; e sicuramente questo romanzo convince di più del precedente.

Donald J. Trump, la nemesi

E se tiriamo le somme del percorso letterario del nostro autore, l’ultimo arrivato, The Feral Detective, ambientato anche questo in California, anche se c’è un breve tratto newyorkese (scusate se non spiego come mai, sarebbe criminale farlo), cerca di riconciliare gli opposti. Grazie all’absolute New Yorker Phoebe e al selvatico californiano Charles, i due poli immaginativi di Jonathan Lethem si scontrano ma s’incontrano anche; si cerca di gettare un ponte tra le due coste, di far dialogare est e ovest degli Stati Uniti, pur con tutte le loro differenze. Questo accade, forse non casualmente, proprio quando assistiamo al trionfo di Trump, eletto soprattutto coi voti di quello che californiani e abitanti della costa orientale chiamano il flyover, cioè tutto l’enorme territorio che sta tra le due coste, considerato – non senza un certo disprezzo – una sorta di spazio vuoto tra i due poli della vita economica e culturale nazionale. Quello spazio che ha votato il presidente col parrucchino: per contrastare il quale forse serve mettere insieme, come nel romanzo, l’estremo ovest inselvatichito e la sofisticata intellighenzia della Grande Mela.

Lethem a Gowanus

Ma il percorso di Lethem si può anche leggere in un’altra chiave, con l’aiuto della bloomiana angoscia dell’influenza. Sarà pur vero che Lethem ha voluto controbattere la visione agonale, conflittuale della letteratura propria di Harold Bloom, in cui il rapporto tra scrittori diventa un duello (quello sì western) tra poeti forti, con i poeti deboli a costellare il terreno di cadaveri; non a caso ha pubblicato una raccolta di saggi intitolata L’estasi dell’influenza (Bompiani, 2013) che suona come una sfida al faraone della critica accademica americana. Però se uno ha presenti le genealogie della narrativa statunitense dal 1945 in poi, è difficile non vedere che un altro narratore ha alternato New York (nei cui pressi è nato e dove è cresciuto) e la California, aggiungendo alle due coste americane un autentico atlante mondiale di luoghi tra i più remoti e dimenticati. Parliamo ovviamente di Thomas Pynchon, che inizia il suo percorso narrativo con la New York post-beatnik di V., dove torna nell’ultimo romanzo, La cresta dell’onda, ma articolando tra questi due estremi un’affascinante trilogia californiana composta da L’incanto del lotto 49, Vineland e Vizio di forma. Forse ogni tanto Lethem si sentirà un po’ sotto l’ombra del suo ingombrante compaesano; o comunque ci dovrà fare i conti in qualche modo – cosa non proprio facilissima se sei americano e scrivi romanzi postmodernisti.

Bene, il nostro viaggio si ferma qui – per ora. Attendiamo di vedere la traduzione di The Feral Detective prima di dire altro su questo romanzo, che in fin dei conti come hard-boiled, per quanto eccentrico, funziona decisamente bene. Sicuramente si legge molto meglio de I giardini dei dissidenti; ed è già qualcosa.

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Sulla strada della memoria

Sara Taylor, Il contrario della nostalgia, minimum fax, tr. Assunta Martinese, pp. 295, euro 18 stampa, euro 9,99 ebook

recensisce UMBERTO ROSSI

On the road. Quanto volte l’avremo sentito dire o letto? Film, romanzi, fumetti, serie tv, tutto on the road: a partire dall’ormai canonico romanzo di Jack Kerouac (ormai nei libri di scuola), l’idea di una storia che si dipana lungo una strada, possibilmente a bordo di un macchinone americano (ma non necessariamente), attraversando paesaggi a stelle e strisce (ma non sempre), è stata riproposta un’infinità di volte. Anche dal cinema italiano, beninteso, e non senza merito: pensate a Il sorpasso. Ora, a sessantun’anni dalla pubblicazione di Sulla strada si sarebbe autorizzati a pensare che da questo filone non si possa tirare fuori più niente di nuovo, non fosse che arriva Sara Taylor a dimostrare che con il classico macchinone americano e tanti chilometri (o meglio miglia) di strade ci si può ancora fare qualcosa di completamente diverso.

Tanto per cominciare il romanzo vede in viaggio due donne, e non amiche come in Thelma e Louise, bensì una madre, chiamata semplicemente Ma, e sua figlia o figlio Alex. E qui già si tocca con mano la particolarità de Il contrario della nostalgia: per tutto il romanzo Alex, voce narrante della lunga peregrinazione sua e della madre da una costa all’altra (incluso un breve sconfinamento in Canada), rifiuta caparbiamente di rivelarci il suo sesso – come lo tiene cocciutamente nascosto ai suoi compagni di scuola, non senza conseguenze. Come se l’adolescente non accettasse l’idea di essere incasellato/a e identificato/a in base al suo semplice essere maschio o femmina. Del resto man mano che la strada si srotola, scopriamo che anche la sessualità di Ma è tutt’altro che semplice.

Ed ecco l’altro motivo per cui Il contrario della nostalgia si distacca nettamente da Sulla strada: il viaggio di Ma e Alex non è solo in avanti nello spazio ma anche indietro nel tempo. Ogni tappa di questo giro degli Stati Uniti (in macchina) è legata a un episodio dell’irrequieta vita della madre, una donna che non è mai riuscita a trovare terra che la reggesse, un luogo dove piantare le tende una volta per tutte. Persino il matrimonio che le ha dato Alex è una sistemazione temporanea, abbandonata proprio nella primissima pagina del romanzo, per andare a chiudere (o provare a farlo) capitoli lasciati aperti dell’esistenza di Ma; e così ci troviamo a scoprire il passato della donna insieme a suo/a figlio/a Alex, più d’una volta spiazzati quanto lui/lei.

Perché il/la figlio/a non ha letto che gli ultimi capitoli della storia di sua madre; prima di essi ce ne sono stati parecchi, alcuni dei quali a dir poco drammatici, che riemergeranno man mano che Ma ritrova vecchie conoscenze, vecchi amori, vecchie amiche (marcate l’ossessiva ricorrenza del nome «Laura», tanto che il titolo originale è, giustamente, The Lauras). E ogni volta che Alex imparerà qualcosa di nuovo eppur d’antico su sua madre, imparerà anche qualcosa di se stesso/a; a ogni tappa riemerge qualcosa del passato della madre (anche qualcosa di pericoloso), e al tempo stesso si definisce qualcosa del carattere di Alex, fino all’ultimo capitolo, nel quale farà la sua prima scelta autonoma, non più figlio/a trascinato/a dalla mamma, ma individuo che ha finalmente il suo viaggio da intraprendere.

Nel complesso, una storia di rimpianti, ripensamenti, ricordi; ma anche maturazione e crescita. Sconsigliata a chi soffre di mal d’auto, ma raccomandata a chi voglia entrare in un rapporto madre-figlio/a del tutto inconsueto, eppure stranamente credibile. E un’interessante opera seconda di una scrittrice che nel suo romanzo d’esordio, Tutto il nostro sangue (minimum fax, 2016), racchiudeva la sua narrazione nel piccolo spazio di un arcipelago davanti alle coste della Virginia (stato che costituisce il punto di partenza e di ritorno de Il contrario della nostalgia, si noti bene), ma ricostruendo sei generazioni di una stessa famiglia. Da uno spazio circoscritto alla vastità dell’America, quindi; ma sempre senza perdere di vista il passare del tempo e la persistenza del passato.

https://www.minimumfax.com/

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Bruce Lee è vivo e lotta con noi

Sean Chuang, I miei anni ’80 a Taiwan, tr. Martina Renata Prosperi, Add Editore, pp. 191, euro 18,00 stampa

recensisce UMBERTO ROSSI

Una volta quell’isola, grande più o meno come il Belgio, che se ne sta davanti alla Cina ma (forse) non ne fa parte, la chiamavamo Formosa. Oggi più correttamente ha ripreso il nome che usano gli abitanti, circa 23 milioni, culturalmente cinesi ma politicamente più occidentali di quelli del continente. A Taiwan non c’è la Repubblica popolare cinese, quella del turbocapitalismo senza molti diritti civili, ma la Repubblica cinese (e basta), da sempre alleata dell’Occidente anche se con essa si fanno affari un po’ defilati, per non far arrabbiare la Cina quella grossa. Leggendo questo bel graphic memoir, o memoriale a fumetti che dir si voglia, una cosa ho capito: che di Taiwan e della sua vita ne sapevo proprio poco. Adesso una qualche idea, grazie a Chuang, me la sono fatta.

I miei anni ’80 a Taiwan ci racconta quel che il titolo promette: le cose di quel decennio che sono rimaste più impresse nella memoria dell’artista grafico e regista (nato nel 1968). Un po’ un «come eravamo», ma impreziosito da una considerevole qualità del disegno, un bellissimo bianco e nero assai originale, e dal fatto di vedere quel decennio con gli occhi di un cittadino di un paese assai speciale, una nazione che esiste ma formalmente non è riconosciuta, sempre sotto la minaccia di essere invasa dalla Cina quella grossa. Non sono i nostri anni Ottanta; hanno qualcosa in comune, ma anche aspetti assai diversi. Sono anni Ottanta decisamente alieni.

Il libro è strutturato per brevi episodi indipendenti, in ognuno dei quali Chuang rievoca episodi della sua vita famigliare (come le lezioni di piano che la madre andava a prendere in un’altra cittadina, col piccolo Sean ad accompagnarla), passioni infantili (i costosi robot giapponesi derivati da manga e anime, che i suoi genitori non si potevano permettere), fissazioni adolescenziali (come l’obbligo di tagliare i capelli cortissimi imposto spietatamente dalle autorità scolastiche), pulsioni erotiche (il tragicomico episodio dell’amica di penna), mode del periodo (la breakdance, che a Taiwan furoreggiava), miti di massa, incarnati ad esempio da Bruce Lee.

Ecco, su questo episodio mi vorrei soffermare un attimo: a leggere e guardare le pagine in cui Chuang ricostruisce l’amore dei taiwanesi per l’attore di Hong Kong, mi rendo conto di quanto noi adolescenti europei ignorassimo del significato di quei film di kung fu per i cinesi. Erano un momento, come direbbero gli americani, di empowerment, dove il cinese non era solo uno che sgobbava come una bestia, disprezzato dagli occidentali e pure dai giapponesi, eterna vittima, eterno morto di fame. No, grazie alle gesta di Bruce Lee nella pur sua breve carriera cinematografica, il cinese diventava uno che menava, che le botte le dava, non le riceveva soltanto. Picchiava pure Chuck Norris, e lo faceva dentro il Colosseo! (Quella scena finale di L’urlo di Chen terrorizza anche l’Occidente è uno dei momenti cruciali degli anni Settanta; lo capisce solo chi li ha vissuti.)

E questa rimemorazione tra il personale e il collettivo di quel decennio (con sconfinamenti nel prima e nel dopo) Chuang la scrive e la disegna con una grazia a momenti quasi lirica. La sua non è solo narrazione sequenziale: è poesia con immagini. Allora tanto di cappello alla traduttrice, Martina Renata Prosperi, che ha saputo renderla così bene dal cinese.

Concludo augurandomi che Add continui su questa strada: ci sono altre opere grafiche dello stesso autore che adesso sarei tanto curioso di leggere…

https://www.addeditore.it/

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Squartare le storie

Fabrizio Coscia, Dipingere l’invisibile: Sulle tracce di Francis Bacon, Sillabe, pp. 80, euro 10,00 stampa

recensisce UMBERTO ROSSI

Di Fabrizio Coscia recensii, ai tempi della prima vita di PULP Libri, Notte abissina, e parliamo di dodici anni fa; lo ritrovo ora saggista e non più romanziere, e provo un po’ di rammarico, perché quello era uno dei libri veramente rilevanti degli anni Zero (cercatelo, leggetelo, ne vale assolutamente la pena). Comunque, la scelta dello scrittore, il passaggio dal romanzo a una serie di brevi saggi sulle tele del grande pittore irlandese, ha una motivazione profonda; nasce da un vero e proprio scacco della narrazione che lo stesso Coscia descrive in questi termini:

Penso alla noia che inevitabilmente mi prende, da un po’ di tempo a questa parte, quando apro un libro e leggo l’inizio di una «storia», soprattutto se al passato remoto, e in terza persona. Non riesco a proseguire.

Lo stesso Coscia s’interroga su questo tedio che lo assale, si chiede da dove origini, e si dà una risposta dubitativa:

Forse dal fatto che siamo letteralmente assediati dalle storie? La tv non fa che raccontarci delle storie «in serie», la politica racconta storie, la pubblicità, il cinema, i social network. Tutto è narrazione, tutto è storytelling.

E allora la reazione dello scrittore a tutte queste storie (cioè balle, perché la parola anche quello significa, non ce lo dimentichiamo) è giocoforza iconoclasta:

La letteratura dovrebbe, al contrario, avere il compito di smontarle, di deformarle, assemblarle, aprirle, scorticarle [le storie], per mostrare ciò che vi si nasconde dietro, per rendere visibile l’invisibile, proprio come Bacon faceva con l’illustrativo quando ritraeva la natura umana.

In questa operazione iconoclasta lo scritore – lo dice lo stesso Coscia con gran sincerità – ha trovato un poderoso alleato, e cioè Francis Bacon. I brevi saggi contenuti nel volumetto (corredato da una piccola selezione dell’opera del pittore, ben riprodotta) si inscrivono nelle tele dove lo sguardo allucinatorio e implacabile dell’artista deforma, assembla, apre, scortica, ma diciamo pure squarta corpi e volti per restituirci la vita nuda e indifesa. Così facendo l’autore di Dipingere l’invisibile prende due piccioni con una fava, o meglio due risultati con un pittore.

Francis Bacon in persona

Primo: la scrittura di Coscia, sia chiaro, non è quella di un critico d’arte. Nonostante dimostri un’approfondita conoscenza delle tele di Bacon e corredi il volumetto con una bibliografia non priva di saggi critici, quel che interessa allo scrittore è rendere conto – o meglio, e diciamocelo, narrare l’impatto che Bacon ha avuto su di lui. E Coscia ci tiene a ricordarci che quando venne esposta l’opera che rivelò al mondo la devastante grandezza dell’artista, Tre studi di figure alla base di una crocefissione (1945), la reazioni degli spettatori furono piuttosto forti: «alcuni di essi se ne uscirono quasi subito, scioccati; gli altri rimasero costernati». Perché quando nasce una nuova bellezza, parafrasando Yeats, essa appare terribile: è qualcosa che sconvolge, disorienta, infine respinge. Così è ogni volta che incontriamo qualcosa che non abbiamo mai visto (o sentito, o letto) prima: siamo più costernati che ammirati, e magari neanche ci piace. Magari ci ripugna, ci spaventa, ci angoscia. L’arte veramente innovativa non è cosa cui si reagisce con un wow! o un emoticon col pollice all’insù. Coscia questa lotta con il bello che ti aggredisce la racconta benissimo, e già solo per questo vale la pena di leggerlo.

Secondo: Coscia comunque racconta. Come lui stesso ha detto così bene, lo fa smontando, deformando, aprendo, assemblando, scorticando le sue storie. Attraverso gli squartamenti pittorici di Bacon lo scrittore napoletano ci racconta la sua storia, o meglio una sua storia, che emerge (e comunque non completamente, ma in speculum, per aenigmata) solo nell’Epilogo di Dipingere l’invisibile. Una storia intimamente personale, famigliare, alla quale approda grazie a quelle tele brutalmente belle, angosciosamente affascinanti, immondamente ipnotiche, ferocemente fascinose. In realtà Coscia racconta e come in questa serie di saggi; racconta Bacon e la sua vita eccessiva, ma entra anche narrativamente nelle tele, e racconta se stesso attraverso quelle immagini, quei corpi lacerati, quei cremisi e quegli arancioni e quelle tenebre ricorrenti e incombenti. Ma non è lo storytelling RAI/Mediaset, che dio ce ne liberi e scampi.

Si tratta, va detto, una narrazione sicuramente esigente, che al lettore non regala niente – ma neanche lo mitraglia con una cervellotica esibizione di pseudoavanguardismi stantii. Coscia ha respinto il racconto ruffiano di fenomeni da baraccone ed esperienze estreme preconfezionate, ma quel che mette sulla pagina è comunque, per quanto complessa, solida esperienza vissuta – solo, e qui lo scrittore sceglie coraggiosamente di essere inattuale, è un’esperienza dell’arte tutt’altro che edonistica e modaiola, e senza urli tra Sgarbi e Vanna Marchi, senza apericena nel museo. E proprio per questo, dati i tempi, di tutto rispetto.

(Non so se si è capito, a me Francis Bacon piace immensamente – o meglio, anche a me piace essere violentato visivamente dalle sue macellerie pittoriche, e meglio loro di quelle messicane di genovese memoria. Per cui, in guardia, o lettore! La mia è una recensione vergognosamente partigiana e connivente, nonché prevenuta. Però io, se non altro, lo ammetto.)

http://www.sillabe.it/it/

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Il bambino mancante

Teresa Ciabatti, Matrigna, Solferino, pp. 204, euro 16,50 stampa, euro 9,99 ebook

recensisce UMBERTO ROSSI

La prova che io e l’autrice di questo romanzo apparteniamo a due mondi diversi la trovo a p. 189, dove si afferma «Trentaduemila euro, il costo di un’utilitaria». Mi verrebbe da imitare Margaret Thatcher quando strapazzava i colleghi deputati inglesi, accusandoli di non conoscere il costo di un panetto di burro, e chiedere a Ciabatti che auto abbia lei (minimo una Porsche o una Rolls Royce) per pensare che a 32.000 si compri un’utilitaria. Ne bastano 10.000, anche meno se usata.

Nonostante ciò, la letteratura riesce a fare tanti miracoli, e uno di questi è proprio Matrigna. L’ultima volta che parlai di un libro di Ciabatti risale alla sua sconfitta allo Strega dell’anno scorso, quando venne battuta da Cognetti; e temevo che, esaurito un materiale autobiografico incandescente e disturbante in La più amata, la narratrice maremmana (lo so che abita a Roma ma la Maremma io la sento nelle sue pagine, comunque) potesse aver esaurito le cartucce. Invece no: la ragazza (mi si consenta) ha la pelle dura (maremmana, appunto), e rieccola qui. Con un romanzo che ho letto in due giorni solo perché è intervenuta la notte a interrompermi.

Chi ci racconta la storia è l’ennesima giovane donna (la immagino sui trenta passati da poco) con un disastro famigliare alle spalle. Ma stavolta non è di famiglia benestante: il padre uno che va a spegnere incendi nei boschi. Scordate i ricchi che piangono de Il mio paradiso è deserto o La più amata. E qui il disastro famigliare che ricade su Noemi (la figlia), Carla (la madre) e il padre (anonimo) è la sparizione di Andrea, adorabile figlio e fratellino di quattro anni, biondo e con gli occhi azzurri, del quale si perdono le tracce durante il Carnevale. Rapito, preda di pedofili, traffico di organi, cosa? Una volta quando spariva un bimbo o s’incolpavano le streghe, o gli ebrei, o gli zingari. Oggi le spiegazioni sono diverse, ovviamente si pensa ai pedofili, soli o in gruppo, ma resta la mostruosità del fatto, che proietta la famiglia di Noemi in televisione e sui giornali per una fugace fama (i quindici minuti profetizzati da Andy Warhol) cui segue un lento oblio e – per padre madre e sorella – una ferita profonda.

Ciabatti già qui dimostra di aver imparato l’arte, ricostruendo il fattaccio a posteriori, quando la bambina è ormai una giovane donna che ha lasciato il paesetto natio e si è laureata, e torna solo perché la madre Carla è restata ferita in un’incidente d’auto. Fin dall’inizio della narrazione Noemi sembra esser quella che ha retto meglio di tutti (padre madre e zia Franca) alla scomparsa del piccolo, adorabile Andrea. Ma non è così, e man mano che ci si inoltra nel romanzo cominciano ad apparire crepe nella sua troppo conclamata impassibilità. E le crepe s’allargano quando Noemi si trova alle prese con Luca, un giovane (guarda un po’, dagli occhi azzurri) tanto serio e posato che Carla frequenta da qualche tempo, col quale c’è una relazione forse amorosa forse no, nonostante la notevole differenza d’età.

Il ritorno al paese comporta rifare i conti su quel che è successo e tirare fuori qualche scheletro dall’armadio, nonché dalla cantina. Un altro scrittore ne avrebbe fatto un giallo; Ciabatti no, eppure, e questo ci tengo a sottolinearlo, ne esce un romanzo teso come un thriller, che ti obbliga a continuare a leggere, quasi compulsivamente. E ci sono colpi di scena che sarebbe un delitto anche solo accennare.

Infine, la grande novità: rispetto ai due precedenti, Ciabatti sembra essere stata posseduta seriamente dalla musa. Ha uno stile, Matrigna, una voce assai particolare, un’articolazione della prosa molto più interessante di quelli delle opere precedenti. Non so se il ritorno del rimosso di La più amata abbia sbloccato qualche cosa o abbia catalizzato una qualche maturazione profonda, ma ora negare che Ciabatti sia una scrittrice (e non solo un fenomeno mediatico) diventa un’impresa disperata. Non la migliore scrittrice italiana, come farneticava qualcuno nei giorni precedenti la proclamazione del vincente dello Strega; però una scrittrice degna di nota, quello sì. E se allo Strega avesse concorso con questo romanzo, non avrei proposto, come feci l’anno scorso, l’ex aequo.

Infine: è un romanzo che attinge alla cronaca. Anche alla televisione del dolore. Ma soprattutto è un romanzo che esce dal precedente Mondo Ciabatti (quello dei ricchi infelici) e approda al mondo del restante 99%, e in modo abbastanza convincente. Unico neo, il prezzo dell’utilitaria; ma si può perdonare, e magari emendare in una futura ristampa.

http://www.solferinolibri.it/

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