Tutti gli articoli di Umberto Rossi

Macelleria siriana online

Pascal Manoukian, Ciò che stringi nella mano destra ti appartiene, tr. Francesca Bononi, 66thand2nd, pp. 229, euro 16,00 stampa

recensisce UMBERTO ROSSI

«Il suo cavallo di Troia è l’incultura: adolescenti con i cervelli pieni di niente, istupiditi da tv spazzatura, Grandi Fratelli e reality show vari».

Attenzione: non si parla della Lega o dei cosiddetti populisti. Chi sfrutta l’incultura a proprio vantaggio è l’ISIS. È una delle lezioni che apprendiamo leggendo questo romanzo duro e compatto, scritto da un reporter internazionale (che ben conosce le aree di guerra del Medio Oriente). La storia inizia nella Parigi di Charlie Hebdo e del Bataclan, quando Aurelién, francese purosangue, si converte all’Islam ed entra in quell’organizzazione anche nota come ISIL, Daesh, Daish e Stato Islamico dell’Iraq e della Siria. Proprio quelli: vestiti di nero, coi video horror girati senza trucchi, pronti a farsi saltare in aria e tagliare teste. Anche se Aurelién non è di discendenza mediorientale, nordafricana o nigeriana, istruito dal suo contatto dell’ISIS va in un localetto di tendenza con un compagno di terrorismo, spara sugli avventori e per finire in bellezza (dal suo punto di vista) si fa saltare in aria.

Così facendo fa a pezzi, tra gli altri, Charlotte, promessa sposa del montatore televisivo Karim, lui sì di famiglia proveniente dal mondo islamico, e in effetti musulmano anche se nient’affatto radicale. Muore anche, nell’esplosione, la figlia che la sventurata Charlotte portava in grembo. Questo l’inizio del romanzo, tutt’altro che inverosimile, purtroppo. Quel che segue, invece, è decisamente fantasioso, ma per un valido motivo: Karim, per vendicare la moglie la figlia e le altre vittime dell’attentato, si arruola nell’ISIS via web, approfittando anche delle sue origini che lo fanno somigliare al tipico convertito. A tutti gli effetti, Karim è un infiltrato fai-da-te in Daesh, un agente sotto copertura che però non ha alle spalle né polizie né servizi segreti.

Che la cosa sia credibile o meno, poco conta: evidentemente a Manoukian premeva avere a disposizione un punto di vista, quello di Karim, del tutto scettico e per niente simpatetico nei confronti dell’ISIS, che viaggiasse verso il cuore di tenebra del cosiddetto Califfato restando ben consapevole della sua mostruosità. A Manoukian interessa farci vivere coi mezzi della narrativa quello che evidentemente ha visto e sentito nella sua attività giornalistica, e quello che col tempo s’è scoperto dei mezzi e dei fini dell’organizzazione, inclusa la sua capacità di finanziarsi vendendo petrolio sottobanco che poi va sempre a bruciare in occidente per produrre energia in varie forme, complice quella Turchia (dove si svolge una lunga sequenza della storia) che all’inizio era tanto amica dei tagliagole di Daesh.

Molto altro ci sarebbe da dire su questa narrazione, brutale e tagliente come quei coltelli che usano i kamikaze in occidente e gli sgozzatori in Medio Oriente. Ma un punto mi preme di sottolineare, come fa d’altronde anche lo scrittore, che qui devo citare: «Al Quaeda viveva nell’era delle caverne all’interno delle grotte di Tora Bora; l’ISIS vive in quella del virale e dei social network». Manoukian, che dei media ne sa parecchio, legge il nuovo terrorismo dei martiri col furgone e la mannaia come fenomeno pienamente inserito nella Società dello Spettacolo; stabilisce un parallelo forse blasfemo ma assai azzeccato tra il Califfato e i reality show, Grande Fratello in testa – invece di ripetere medioevo, come fanno i commentatori con troppa disinvoltura, mostra che questo è un orrore del XXI secolo. Non a caso il protagonista del suo romanzo è un professionista della TV e del web, come scoprirete leggendo…

https://www.66thand2nd.com/

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Il coraggio di scrivere: Riflessioni su La ragazza con la Leica

riflette UMBERTO ROSSI

Lo scorso anno lessi e recensii per PULP Libri il vincitore dello Strega e uno dei finalisti. Lo feci per motivi estrinseci: Le otto montagne di Cognetti, perché trattava di montagne per l’appunto, argomento che mi interessa sempre; La più amata della Ciabatti, perché avevo letto un precedente romanzo della scrittrice maremmana, e m’era piaciuto abbastanza. Quest’anno ho letto La ragazza con la Leica (Guanda, pp. 333, euro 15,30 stampa, euro 10,99 ebook) per un motivo nient’affatto estrinseco: non appena avuta la notizia della vittoria allo Strega di Helena Janeczek ho acquistato il suo romanzo e mi sono messo a leggerlo con la precisa intenzione di discuterlo qui proprio perché vincitore dello Strega. Ed è mio fermo intendimento continuare nei prossimi anni con i premiati a venire (almeno finché ce la faccio).

Vorrei aggiungere che per motivi altrettanto estrinseci ho cominciato a leggere anche il vincitore dello strega del 2016, e cioè La scuola cattolica di Edoardo Albinati; avevo sentito parlare l’autore alla radio (a Fahrenheit, ovviamente), e avendo frequentato anch’io un liceo religioso ero stato subito toccato dal suo tema. Ne ho macinato un centinaio di pagine, poi confesso di averlo mollato, nauseato da una verbosità proliferante e irritante. La storia ce l’aveva, Albinati, ma avrebbe dovuto raccontarla con 200 pagine in meno (un amico che lavora nell’editoria avrebbe tagliato 500 pagine: mi ritengo dunque moderato). Inoltre avevo provato a leggere La ferocia, di Nicola Lagioia, che trionfò nel 2015: però il continuo sforzo dell’autore di stupire il lettore con immagini originali e spiazzanti, che a me paiono più che altro sforzate se non al limite del ridicolo, mi ha fatto smettere dopo neanche le rituali trenta pagine. Orbene, avendo finito Ciabatti e Cognetti senza sforzo, si può dire che dal 2016 al 2017 il premio abbia fatto registrare un sensibile salto di qualità.

Scusate la fascetta…

Ma niente mi aveva preparato alla sorpresa della Janeczek. Perché, e voglio dirlo subito, la scrittrice “tedesca naturalizzata italiana” (come recita la Wikipedia), per di più nata da genitori polacchi di discendenza ebraica, ha fatto fare al premio Strega un ulteriore salto di qualità. Potrei anche dire che facendo vincere La ragazza con la Leica, il premio suddetto più che fare un favore alla scrittrice ha fatto un favore a sé medesimo (e ce n’era bisogno). Detto semplicemente, questo è un gran bel romanzo, e potenzialmente qualcosa che potrebbe restare nella storia letteraria. Pur con alcuni difetti. Ma la letteratura è una cosa strana: spesso le imperfezioni diventano pregi, e lo scrittore meno levigato lascia un segno più grande e duraturo. La regola, nelle umane lettere, è una sola: non ci sono regole.

Cominciamo dal contenuto: il libro è incentrato sulla storia di due fotoreporter, uno famoso già in vita, Endre Ernő Friedmann, e una riscoperta solo di recente, Gerta Pohorylle. Probabilmente il primo lo conoscete con lo pseudonimo di Robert Capa; la seconda, potreste averla sentita nominare come Gerda Taro. Entrambi ebrei, entrambi fuggiti dalla Germania per evitare di fare una brutta fine dopo l’ascesa al potere di Hitler, entrambi politicamente a sinistra, entrambi hanno legato la loro storia di fotografi alla guerra civile spagnola; la Taro in Spagna ci è anche morta nel 1937 a ventisei anni, per un incidente. Capa, che era il suo compagno (anche se il loro era un rapporto assai poco convenzionale, come ci fa capire a più riprese Janeczek), le sopravvisse per perdere la vita nel 1954, saltato in aria su una mina in Vietnam, durante la feroce guerra tra i vietnamiti e i colonialisti francesi. Due vite brevi, due vite che paiono segnate dal destino; due vite che in qualche modo “chiamano” la scrittura, la narrazione, il racconto.

Robert Capa fotografato da Taro

Ebbene, Janeczek sceglie di adottare un approccio tutt’altro che lineare alla vicenda di Capa e Taro. Parte commentando una foto che li ritrae insieme in Spagna: ridono, nonostante lui regga in mano un fucile. Inizia studiando quella foto, e altre scattate dai due fotografi, interrogandosi su ciò che mostrano, su quell’apparenza senza colori che al tempo stesso è così prossima e così lontana, così chiara e comprensibile e così ambigua. Questo il prologo del romanzo, che da subito mi ha dato una misura del coraggio dell’autrice: niente di ruffiano, niente di facilmente accattivante, sicuramente non un attacco facile. Eppure ha un’intensità che colpisce.

Poi seguono tre parti, intitolate rispettivamente “Willy Chardack”, “Ruth Cerf”, “Georg Kuritzkes”. Sono i nomi di tre personaggi le cui vite si sono incrociate con quelle di Capa e Taro. Anche loro comunisti o comunque di una sinistra con la quale la nostra sinistra “ufficiale” del 2018 ha ben poco a che fare. Anche loro profughi. Tutti e tre più fortunati dei due fotoreporter, però: sopravvissuti alle persecuzioni naziste, alla guerra civile spagnola, alla seconda guerra mondiale con annessa Shoah. Morti di vecchiaia, dopo aver trovato un approdo sicuro chi negli Stati Uniti, chi in Italia, chi altrove. È attraverso questi tre personaggi che noi sappiamo di Gerda e Robert (alias André); e la loro storia non ci viene raccontata linearmente, bensì attraverso una rimemorazione tortuosa e discontinua, che non sarà un flusso di coscienza joyciano (grazie a Dio) ma non è neanche un legnoso flashback stile serie televisiva RAI/Mediaset. Tanto per dirne una, Georg Kuritzkes, che era un medico, torna al suo rapporto (non solo amicale) con Taro e in subordine con Capa quando ormai vive a Roma e lavora per la FAO. È nel 1960 delle Olimpiadi (ma anche del governo Tambroni) che Georg ritorna agli anni prima della seconda guerra mondiale, e alla sua amante scomparsa, e lo fa spostandosi ogni tanto avanti e indietro nel tempo, e anche inevitabilmente nello spazio, date le vite nomadi di pressoché tutti i personaggi del romanzo.

Gerda Taro all’opera

Insomma, Janeczek ha fatto scelte stilistiche e tecniche coraggiose. Ha usato quel narratore non-onnisciente e periferico che venne introdotto da Emily Brontë in Cime tempestose e poi usato con maestria da Fitzgerald nel Grande Gatsby. Una tecnica difficile, ulteriormente complicata dalla III persona (Brontë e Fitzgerald avvicinavano il lettore con narratori in prima), che però può dare risultati esaltanti se saputa usare. A mio modesto avviso, Janeczek vince la scommessa: nonostante all’inizio si possa restare smarriti e confusi, man mano che si procede si entra sempre più nella vita di questi profughi e sovversivi, e le personalità di Taro e Capa emergono sempre più distinte, senza agiografie e santificazioni zuccherate. E al confronto, spiace dirlo ma è così, Ciabatti e Cognetti ne escono come scolaretti promettenti, ma ancora bisognosi di completare il corso di studi.

E veniamo ai difetti. Fondamentalmente è questione di lingua; lingua sulla quale si sono accaniti per esempio diversi commentatori su Amazon (io vado sempre a guardare quel che si dice lì; scusate quest’approccio plebeo, però trovo interessante confrontare il mio punto di vista con quelli che appioppano al romanzo una sola stella in segno di spregio e disapprovazione). Janeczek, a detta di questi detrattori da tastiera (o smartphone) è straniera, QUINDI (mi si scusino le maiuscole, ma talvolta sono indispensabili) non padroneggia l’italiano. Secondo un commentatore, eccede nei complementi oggetto (curiosa notazione: non sa costui che la maggior parte dei verbi sono transitivi e quindi bisognosi di un oggetto?); secondo altri si avverte una sintassi straniera. Siamo al sovranismo grammaticale?

Personalmente, il 90%, ma pure il 95% delle frasi del romanzo mi stanno benissimo, e se talvolta hanno torsioni insolite ben vengano. L’italiano è la lingua di chi lo sa scrivere, non di chi è nato (e cresciuto) qui da genitori italiani. Per me Janeczek scrive bene e se sotto talvolta avverti il tedesco, ma perché no? Non s’avverte qualche volta il siciliano sotto Sciascia – senza arrivare alle contaminazioni di Camilleri sulla scia di Pasolini e Gadda? Non sono altre lingue quelli che una politica culturale nazionalista e stupida ha bollato dall’Unità d’Italia come dialetti? Non c’è il sardo dentro Deledda e Satta? E non sono gran stilisti questi?

Però qualche volta c’è la frase che non funziona. Ne ho annotate alcune. Si parla “delle battaglie contro la censura che avevano strappato l’uscita del film in alcune sale”; forse è una deliberata invenzione, ma non mi convince molto, l’uscita strappata. Poi ci sono le amiche che “presero a incuriosirsi di quella storia”, e a me quel di non suona proprio. A un certo punto un personaggio “aveva concluso con un sorriso disarmato”, quando di solito i sorrisi sono disarmanti; magari questa era una scelta originale, tenderei a concedere il beneficio del dubbio. Ma viene da chiedere proprio cosa siano “le alte festività ebraiche” di cui si parla a un certo punto, e quell’uso di “alto” per “importante” mi ricorda il lessico inglese e quindi un sostrato di senso germanico, quindi tedesco. Insomma, ogni tanto ci sarebbe voluto un lavoro di editing più attento da parte di Guanda.

Ma sia ben chiaro: io sono un rompiscatole armato di lente d’ingrandimento. Sono il professorino con la matita rossa e blu. Non mi dàte retta. Nel complesso il romanzo è ben scritto e a tratti la sua prosa ha un’intensità invidiabile. Come in questa sorta di conclusione:

Avevamo un’amica in comune che è morta in Spagna. Oggi nessuno sa più chi era Gerda Taro, si è persa traccia persino del suo lavoro fotografico, perché Gerda era una compagna, una donna, una donna coraggiosa e libera, molto bella e molto libera, diciamo libera sotto ogni aspetto.

Da un certo punto di vista, queste parole dette nel 1960 suonano premonitrici a noi lettori del 2018. Gerda Taro era una donna di oggi vissuta negli anni Trenta dei totalitarismi; non stupisce che dopo quegli anni infausti venisse dimenticata, essendo stata troppo libera per quell’epoca. Ma risuonano ancora più forti pensando che poche pagine dopo, nella conclusione del romanzo, dove Janeczek ancora commenta le foto di Taro e Capa (non scattate da loro, ma che li raffigurano), viene citato Walter Benjamin e il suo saggio sulla riproducibilità dell’opera d’arte (un testo che ancora non abbiamo capito a fondo, aggiungerei); e leggendo mi si è chiuso un corto circuito con un altro, terribile e tragico testo di Benjamin, quella sorta di testamento profetico che sono le “Tesi di filosofia della storia”, dove il grande berlinese ci spiega che se vinceranno i nazifascisti neanche i morti saranno più al sicuro (mi viene sempre da chiedermi se Orwell potesse averlo letto; assai probabilmente no, ma tra vere intelligenze si è spesso in sintonia a propria insaputa). Ecco, nonostante la sconfitta delle potenze dell’Asse, Gerda Taro ha rischiato di sparire del tutto dalla storia, come se non fosse mai vissuta; e questo ci fa interrogare su certe visioni consolatorie della Seconda guerra mondiale (soprattutto proposte da certe pellicole recenti), in base alle quali avrebbero vinto i buoni, punto. Veramente?

In conclusione, mi sembra che stavolta lo Strega abbia avuto un momento di lucidità. Speriamo che duri. Intanto, leggete La ragazza con la Leica. Non date retta ai denigratori su Amazon, che con le loro sparate hanno dimostrato solo di non saper leggere le righe e tra le righe (e fortunatamente ammontano solo al 33% di quelli che hanno commentato in quella sede…).

 

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Danza, danza, la cinghiamattanza…

riflette PAOLO PREZZAVENTO

Dallas, Texas, Gennaio 1978, Longhorn Ballroom. I Sex Pistols tengono uno dei loro ultimi concerti, che resterà celebre per le immagini di Sid Vicious che suonava il basso come un forsennato con il viso coperto del suo stesso sangue; il sangue dell’agnello sacrificale del punk, il sangue di Bambi, come lo ribattezzò con feroce ironia l’eminenza grigia del gruppo, il manager Malcom McLaren. Sid Vicious di lì a un anno rimarrà ucciso da un’overdose di eroina fornitagli dalla madre.

Roma, Settembre 1986, Teatro Tenda Seven Up. Al Concerto dei PIL (Public Image Limited), l’ex cantante dei Sex Pistols John Lydon, alias Johnny Rotten, si esibisce nelle sue nuove canzoni e non manca di riproporre anche alcuni dei successi dei vecchi Pistols. Un gruppo di punk pescaresi – ormai oltre una certa età – si prendono a spintoni e danno inizio al pogo, mentre altri continuano a bersagliare il palco per tutto il concerto con un costante zampillio di sputi, fino a quando il vecchio Johnny, ormai un po’ imbolsito, se ne esce spazientito: you not spit!

Roma, Maggio 2016, Parco di Colle Oppio. Al concerto degli Zeta Zero Alfa, una band dell’estrema destra il cui leader e vocalist – Gianluca Iannone – è anche il leader di  CasaPound (anche se ormai ha passato il testimone a Simone Di Stefano) la band inizia a suonare “Cinghiamattanza”; qualcuno con la testa rasata, camicia nera e Ray Ban a specchio d’ordinanza, si sfila la cintura dei pantaloni e comincia a colpire selvaggiamente chiunque gli capiti a tiro. E’ la famosa cinghiamattanza degli Zeta Zero Alfa, una sorta di rituale iniziatico, un rito di passaggio obbligato per tutti coloro che ambiscono ad entrare nella “comunità di destino” (come la chiamano loro) che si è assunta il compito di riportare in auge i presunti “valori eterni” del Fascismo. Le teste (rasate) e i volti già colpiti dalle cinghiate cominciano a sanguinare copiosamente e quel sangue dovrebbe servire a cementare la comunità, ad unirla in un comune destino. A guardare i suoi ragazzi massacrarsi a vicenda c’è anche un vecchio neofascista ormai ultracinquantenne, che nell’86 era presente al concerto dei PIL a Roma. Il cuore gli si riempie d’orgoglio…

Insomma, che cosa è successo negli ultimi quarant’anni?

Prova a rispondere a questa domanda lo storico dell’età contemporanea Elia Rosati, ricercatore all’Università di Milano, che sta conducendo da tempo uno studio approfondito sulle organizzazioni parlamentari di estrema destra e sui movimenti che si rifanno esplicitamente al Fascismo, ed ha già al suo attivo una serie di pubblicazioni, come la recente Storia di Ordine Nuovo (2017), scritta insieme ad Aldo Giannuli, docente all’Università di Milano e già membro della Commissione Stragi. Rosati ha pubblicato da poco CasaPound Italia. Fascisti del Terzo Millennio, (Mimesis, pp. 236, Euro 18,00 stampa, euro 9,99 ebook), dove affronta una materia che è attualissima e certamente più incandescente ed esplosiva rispetto ad Ordine Nuovo. A parlare della storica organizzazione neofascista si può provocare al massimo la reazione furibonda di qualche ex militante; ma descrivere la nascita di CasaPound e i suoi riferimenti culturali significa toccare un punto nevralgico di estrema attualità.

La storia di CasaPound ha inizio – scrive Rosati – dall’alleanza tra una forte gruppo neofascista con sede a Roma, un ex dirigente dell’organizzazione di estrema destra Terza Posizione, Gabriele Adinolfi, e diversi elementi del Veneto Fronte Skinhead, che decisero di unire le forze per dare vita ad una nuova formazione politica che raccogliesse l’eredità del fascismo, ma liberandola dai vecchi schemi e dai vecchi simboli legati alle rievocazioni storiche di pochi nostalgici, con i loro labari e i loro gagliardetti della Decima Mas, per approdare ad un immaginario profondamente rinnovato. Non a caso si sceglieva come padre nobile il poeta americano Ezra Pound, rinchiuso in una gabbia come un animale alla fine della Seconda Guerra Mondiale per i suoi proclami radiofonici a favore del Duce e della RSI e poi ricoverato in manicomio negli USA per dodici lunghi anni.

Perché Pound? Perché rappresenta un punto di riferimento culturale certamente di destra – ovviamente di una destra del tutto particolare – ma è allo stesso tempo unanimemente riconosciuto come uno dei grandi poeti del Novecento. I membri di questa alleanza avevano l’ambizione di creare un nuovo movimento politico che riprendesse quegli elementi del Fascismo, come l’ispirazione futurista e l’esperienza dannunziana di Fiume, che potevano fare presa sulle giovani generazioni. L’operazione, dopo un lungo percorso carsico, riemerge: a partire dagli anni ‘90 si diffonde in Italia la nuova formazione politica che adotta come simbolo la tartaruga stilizzata con 4 frecce rivolte verso l’interno, che forse stanno a significare le varie componenti del gruppo che convergono verso un unico obiettivo.

Soffermiamoci per un attimo su questo strano simbolo. Perché la tartaruga – anzi, ad essere precisi, la testuggine? Rosati lo spiega con un riferimento ai pirati della Tortuga: dunque i dirigenti di CasaPound si vogliono auto-rappresentare come dei moderni corsari all’arrembaggio del nuovo sistema politico. Ma c’è anche un’altra spiegazione: la tartaruga è un animale che avanza lentamente ma inesorabilmente, e soprattutto avanza portandosi dietro la sua armatura di difesa, il carapace, che è anche la sua casa, ed è proprio sulla propaganda legata alla questione dell’assegnazione degli alloggi e al cosiddetto “mutuo sociale” che CasaPound riuscirà ad affermarsi in alcune periferie di Roma e ad Ostia, arrivando perfino a presentare un proprio candidato sindaco alle ultime comunali di Ostia.

Insomma, il lungo fiume carsico torna in superficie il 27 dicembre del 2003 quando, nel quartiere dell’Esquilino a Roma, al civico 8 di via Napoleone III, CasaPound occupa per la prima volta l’edificio che attualmente ne ospita la sede nazionale. Un’altra rottura con la tradizione della destra: se negli anni ’90 aveste pronunciato la parola “occupazione” o “centro sociale occupato” in presenza di un simpatizzante di destra avreste provocato sicuramente una reazione allergica.

Nel 2009 un altro colpo di scena: arriva la denuncia della figlia di Ezra Pound, Mary de Rachewiltz, contro CasaPound, che a suo dire avrebbe completamente travisato le idee politiche del padre. A conclusione del processo, il giudice riconosce all’organizzazione il diritto di mantenere il nome di Pound come suo riferimento culturale.

Inoltre, in occasione delle ultime elezioni amministrative regionali del Lazio, CasaPound è arrivata a un passo dal concludere un’alleanza con tutto il centrodestra a sostegno della candidatura di Sergio Pirozzi, sindaco di Amatrice. Come fa giustamente notare Rosati, se CasaPound in quella occasione fosse riuscita a concludere l’accordo sulla candidatura di Pirozzi, oggi saremmo qui a raccontare una storia ben diversa: CasaPound avrebbe avuto per la prima volta nella sua storia un punto di riferimento politico importante, un  candidato Governatore della Regione Lazio, per così dire, “di area” – o forse il governatore eletto.

Il movimento nasce come tentativo di egemonizzare tutto il mondo giovanile di destra, tentativo che in questi anni non ha mancato di suscitare una sempre maggiore attenzione da parte dei media, che hanno iniziato a svolgere inchieste su questo gruppo per individuarne le idee portanti e le matrici ideologiche, oltre alla ben precisa strategia comunicativa che ne ha reso possibile l’emersione come entità egemone all’interno dell’estrema destra. CasaPound ha ormai da anni conquistato la testa dei cortei nazionalisti e “sovranisti” e l’egemonia culturale all’interno del variegato mondo della destra; è sempre in prima fila in alcuni degli appuntamenti più importanti della galassia neofascista, come la commemorazione della strage di Acca Larentia, che si svolge ogni anno a Roma e che vede aumentare ogni anno il numero dei partecipanti appartenenti a CasaPound.

Questo tentativo di accreditamento, di andare oltre il tradizionale ghetto dell’estrema destra, ha subito in questi anni – ci ricorda Rosati – anche alcune improvvise battute d’arresto, come accadde in seguito ai violenti scontri di Piazza Navona del 28 Ottobre 2008 e la successiva irruzione negli studi RAI di Via Teulada il giorno successivo. In quella occasione i militanti di CasaPound si mostrarono, nel loro rozzo tentativo di “prendersi la piazza”, come i soliti picchiatori fascisti e non come dei moderni fascio-futuristi. Un’altra clamorosa battuta di arresto si è avuta in occasione dell’inchiesta sul tentato rapimento e sull’uccisione nel Luglio 2014 di Silvio Fanella, presunto cassiere di Gennaro Mokbel, l’imprenditore napoletano da sempre vicino agli ambienti dell’estrema destra, coinvolto nella vicenda della “truffa carosello” Telecom Sparkle. Fanella venne ucciso probabilmente perché era a conoscenza del nascondiglio delle immense ricchezze accumulate da Mokbel. Per l’omicidio Fanella fu arrestato Giovan Battista Ceniti, responsabile della sezione di CasaPound di Verbania.

La strategia di accreditamento di CasaPound si è incentrata in questi anni soprattutto su un ben preciso percorso culturale che ha saputo far tesoro, “da destra”, della lezione di Antonio Gramsci, cioè la necessità di conquistare una egemonia culturale, senza la quale per un qualsiasi gruppo politico è impensabile la presa del potere. A questa strategia “culturale” fanno riferimento gli incontri e i dibattiti di grande richiamo mediatico organizzati da CasaPound negli anni duemila, come il dibattito sulle carceri con l’ex brigatista Valerio Morucci (ormai diventato consulente dei servizi segreti) che aveva come moderatore l’intellettuale “di sinistra” rinnegato Giampiero Mughini; il dibattito su Bettino Craxi alla presenza della figlia Stefania; il dibattito con Marcello Dell’Utri sui presunti Diari di Mussolini in suo possesso; il dibattito con Paola Concia sull’omofobia. Da segnalare inoltre i dibattiti che hanno visto la partecipazione dei giornalisti Enrico Mentana, Corrado Formigli, Nicola Porro, e l’incontro sugli anni di piombo e sui “cuori neri” alla presenza di Luca Telese.

Fedele alla sua strategia di egemonia culturale, CasaPound si è creata un suo proprio pantheon di 88 numi tutelari dell’organizzazione. Numero non casuale, 88: esso allude ovviamente, in base ad una simbologia molto diffusa nel mondo dell’estrema destra, all’ottava lettera dell’alfabeto, l’acca, ripetuta due volte: “Heil Hitler!” Tra queste figure di riferimento troviamo personaggi che ci si può aspettare, come Oswald Spengler, Robert Brasillach, Yukio Mishima, Leon Degrelle, Louis-Ferdinand Celine, René Guenon, Julius Evola, Filippo Tommaso Marinetti, Friedrich Nietzsche, Ernst Jünger, Gabriele D’Annunzio; ma anche personaggi che lasciano abbastanza interdetti, quali Trilussa, Giorgio De Chirico, George Orwell, James G. Ballard, Antoine de Saint-Exupéry, John Fante, Jack Kerouac, Geronimo, Vladimir Majakovskij, Ray Bradbury, Alce Nero, William Butler Yeats, Dante, Friedrich Holderlin; e presenze decisamente curiose come Corto Maltese e Capitan Harlock.

Già questo semplice elenco di riferimenti culturali ci fa capire la differenza tra CasaPound e altre organizzazioni di destra che l’hanno preceduta. Alcuni di questi nomi potrebbero tranquillamente figurare tra i riferimenti di un qualsiasi gruppo di estrema sinistra, come il poeta russo Majakovsij, i capi indiani Geronimo e Alce Nero, Jack Kerouac; manca solo Che Guevara. Significative anche le assenze: stranamente mancano i nomi di alcuni veri e propri eroi della Seconda Guerra Mondiale, come Luigi Durand de la Penne e Fiorenzo Capriotti della Decima MAS, e mancano i nomi di alcuni fascisti e nazisti illustri come Italo Balbo, Otto Skorzeny e Pierre Drieu LaRochelle, per non parlare del filosofo Martin Heidegger.

In questi anni CasaPound ha fatto propria la battaglia di Ezra Pound contro l’usura, trasformandola nella battaglia contro lo strapotere della grande finanza (l’odiato Soros) e delle grandi banche che è ormai entrata a far parte del nostro chiacchiericcio politico quotidiano, tanto da diventare una sorta di luogo comune, da utilizzare nelle conversazioni in treno o al bar. CasaPound ha ripreso anche la battaglia di Pino Romualdi e di Pino Rauti contro il cosiddetto “mondialismo”, cioè la battaglia contro l’omologazione planetaria imposta dalle grandi centrali della finanza internazionale, sulla scia della denuncia di Pasolini dell’omologazione caratteristica della società contemporanea. Un altro cavallo di battaglia di CasaPound è la lotta contro il presunto “buonismo” della sinistra nei confronti dei migranti, contro il melting pot culturale e contro il cosiddetto “business dei migranti”.

Secondo questa interpretazione i migranti non sarebbero altro che le truppe di un enorme progetto di sradicamento e di distruzione dell’identità europea. Questo progetto di sostituzione delle popolazioni europee con le popolazioni africane e asiatiche, denunciato negli scritti dell’intellettuale francese Renaud Camus (Renaud, non Albert), sarebbe alla base del fantomatico “Piano Kalergi” (altro cavallo di battaglia del complottismo), che sarebbe stato elaborato da alcune menti eccelse alla base della nascita dell’Europa, come il celebre Richard Coudenhove-Kalergi, massone di alto grado che nel 1922 fondò a Vienna il movimento “Paneuropa” per l’instaurazione di un governo mondiale basato su una confederazione di nazioni guidata dagli Stati Uniti. Questi massoni e padri fondatori dell’Europa avrebbero elaborato dunque, già all’inizio degli anni Venti, la Teoria della Grande Sostituzione denunciata da Camus nei suoi scritti (Le grand remplacement ), cioè il Piano Kalergi. Ecco trovata una spiegazione semplice ed efficace – una spiegazione che ormai si è diffusa a macchia d’olio – del perché ci troviamo alle prese con un’ondata di immigrazione di portata epocale. Un’ondata migratoria che la sinistra europea, magari con il beneplacito del Gruppo Bilderberg – che ci sta sempre bene – starebbe strumentalizzando, utilizzando i migranti come “nuovo proletariato rivoluzionario” e, più prosaicamente, come un nuovo bacino elettorale. Da questo punto di vista, la guerra senza quartiere che il nuovo Ministro dell’Interno Matteo Salvini ha scatenato contro le ONG che gestiscono il salvataggio dei migranti riprende pari pari gli slogan di CasaPound contro il business dell’immigrazione.

Questo libro di Rosati ci aiuta a comprendere non solo la storia di un gruppuscolo di estrema destra come CasaPound, ma anche come è nato e come si è sviluppato un movimento politico con una ben precisa strategia culturale, un gruppo le cui idee, purtroppo, stanno sempre di più facendo breccia nel dibattito politico mainstream, idee che influenzano quantomeno la componente leghista dell’attuale maggioranza di governo giallo-verde. Il libro di Rosati ci aiuta a comprendere almeno in parte quella vera e propria mutazione antropologica che parte dalla ribellione degli anni settanta, passa per il punk, che era anarchico e apolitico, ribellione allo stato puro, e che ha finito per produrre la miseria culturale e politica in cui ci troviamo impelagati oggi. Leggere CasaPound Italia di Rosati è importante per comprendere ciò che eravamo, ma soprattutto ciò che siamo diventati.

http://mimesisedizioni.it

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Per cattive ragazze: Letture e visioni di Virginie Despentes

Virginie Despentes, Vernon Subutex 1, tr. Tiziana Lo Porto, pp. 304, Bompiani, euro 15,30 stampa, euro 9,99 ebook

approfondisce ELISABETTA  MICHIELIN

Vernon Subutex, protagonista del romanzo omonimo di Virginie Despentes, è un uomo che ha per nome lo pseudonimo di Boris Vian quando questi scriveva, più di sessant’anni fa, il pulp Sputerò sulle vostre tombe; il cognome, Subutex, è invece il nome commerciale di un farmaco che cura la dipendenza da oppiacei. Vernon ha quasi cinquant’anni, aveva un negozio di dischi, “Il Revolver”, che Napster (la prima piattaforma per scaricare musica gratis) ha mandato in rovina. Il mondo gli è poi precipitato addosso alla velocità inaspettata della torsione fra gli anni ’90 e il nuovo secolo che tutto ha cambiato. Per lungo tempo ha avuto “la sensazione che il suo lavoro consistesse nel vagare su internet” vendendo pezzo per pezzo tutto il vendibile; fino a quando la morte improvvisa di Alex Bleach, l’amico musicista superstar che lo aiutava a pagare l’affitto, lo porta rapidamente a perdere la casa e a vivere sulla strada. “Passata la quarantina, Parigi accetta solo i figli dei proprietari di immobili, il resto della popolazione prosegue la propria strada altrove”.

Il romanzo si svolge tutto nelle poche settimane in cui Vernon si fa ospitare sui divani e nei letti di amici e amiche legati a lui dai tempi de “Il Revolver” e dalla passione per la musica.

È questo il semplice plot dello straordinario romanzo definito da molti – a ragione – una nuova Commedia Umana, al tempo della precarietà e delle migliori serie tv (infatti la sta producendo Canal+).

Vernon Subutex 1, va via liscio come un feuilleton, si legge d’un fiato, ma ogni volta che pensi di esserti assestato su qualcosa, l’intelligenza analitica e lucidissima della scrittrice ti toglie la terra sotto i piedi e ti fa riconsiderare personaggi, caratteri, situazioni, relazioni che sono sempre sul punto di sfaldarsi.  La Despentes ha voluto indagare toutes les classes sociales, compresi gli immigrati di seconda e terza generazione, scrivendo così un romanzo profondamente politico che è una radiografia della società francese vista “dai due lati della barricata”. E le parole, notoriamente, a seconda del lato in cui stai e ti poni, cambiano di significato.

Le vite dei moltissimi personaggi sono precarie e le determinazioni di classe, razza e genere le informano; il risultato è reso poi ancora più articolato dai lunghi flashback in cui l’autrice rievoca con dolcezza il tempo della giovinezza rock che ha originariamente legato fra loro i personaggi. E qui sembra che la Despentes abbia imparato da Proust e dai suoi personaggi che si moltiplicano secondo l’ambiente e le relazioni che intrattengono, perché “nessuno è quello che crede per gli altri”. Così  Vernon a qualcuno sembra un uomo meraviglioso, l’amico che non lo vede da tanto tempo dice che ha un cervello come un pisello, un altro è invece incantato dalla sua capacità di DJ e lo considera un genio; lui stesso non sembra avere molta coscienza di sé mentre si lascia andare a una deriva confusa come “uno spettatore, uno scroccone della propria stessa vita, un clandestino”. Gli altri personaggi partecipano della stessa indefinibilità. In sovrappiù Vernon ci dà un indizio, quando, arrivato al punto più basso della sua parabola discendente, incontra dei tipi modello Casa Pound, rendendosi conto che “ha parlato troppo in fretta, avrebbe dovuto dare il suo nome registrato all’anagrafe, la sua identità francese”. Vedremo nei prossimi volumi…

Apocalypse Baby (2010) ha lo stesso “montaggio” di Vernon Subutex, una pletora di personaggi e situazioni (ruotanti attorno a una ragazzina “meticcia” destinata a diventare una terrorista) che si intrecciano, illuminano e definiscono a vicenda; ma pur essendo notevole, tagliente e radicale sembra sottostare all’”obbligo” di mostrare tutte le diversità, le identità, le soggettività; i personaggi risultano quindi un po’ artificiali e funzionano quasi da “avatar” di una condizione, razziale o di genere. Anche la Iena, l’indimenticabile protagonista spregiudicata e cattivissima, che tutte le donne vorrebbero portarsi a letto, risulta leggermente caricaturale. Giustamente (come faceva Balzac) l’autrice le assegna un posto per ora liminale in Vernon Subutex dove si occupa di Internet e costruisce fake news…

In Vernon Subutex 1, invece, i personaggi, più fluidi e smussati, sono davvero potenti e credibili, e la scrittura della Despentes ha un senso del ritmo stupefacente. Ma si sa, Virginie viene fuori dalla cultura punk e il romanzo più di tutti gli altri è intessuto di musica punk, pop, techno, grunge…

In attesa di leggere la seconda e terza parte della trilogia per scoprire l’altra identità di Vernon e cosa farà la Iena ascoltiamo la play list del romanzo.

Virginie Despentes è così brava a descrivere la guerra di classe perché sceglie un punto di vista, sceglie di collocarsi dalla parte dei perdenti; e non perché è una “buonista” (secondo l’orribile ingiuria che va per la maggiore), ma perché “l’umorismo e l’inventiva si collocano piuttosto dalla nostra parte”.

Il manifesto della scrittura di Virginie Despentes sta fra la celebre apertura di “parte” di King Kong Girl (2006) e la chiusura fraterna e condivisa di Vernon Subutex 1.

In King Kong Girl, Despentes dice:

Scrivo dalla parte delle racchie, per le racchie, le vecchie, le camioniste, le frigide, le mal scopate, le inscopabili, le isteriche, le tarate, tutte le escluse dal gran mercato della bella donna (…) Perché la donna bianca ideale, seducente ma non puttana, bene accasata ma non cancellata, che lavora ma senza riuscire troppo, per non schiacciare il suo uomo, magra ma non maniaca della dieta, che rimane giovane a tempo indeterminato senza farsi sfigurare dai chirurghi estetici, madre realizzata ma non totalmente assorbita da pannolini e compiti per la scuola, buona padrona di casa ma non casalinga tradizionale, colta ma meno di un uomo, questa donna bianca felice che ci viene costantemente brandita sotto il naso, quella a cui ci si dovrebbe sforzare di assomigliare, a parte il fatto che ha l’aria di rompersi le scatole per poco, a ogni modo non l’ho mai incontrata, da nessuna parte. Credo proprio non esista.

Da parte sua, Vernon Subutex 1, finisce con la più bella, dolente, creativa, piena di vita, sfilata di persone ai margini – ma anche animali e vegetali – mai scritta, con cui si identifica il protagonista, abbandonato su una panchina nel delirio della febbre, che vale la pena riportare per intero.

Sono un uomo solo, ho cinquant’anni, ho la gola bucata per il cancro e fumo il sigaro guidando il taxi, finestrino aperto, senza preoccuparmi della faccia che fanno i clienti.

Sono Diana e sono una di quelle ragazze che ridono sempre e si scusano di tutto, le braccia sono macchiate dai segni dei tagli.

Sono Marc, prendo il sussidio ed è mia moglie che lavora per farmi campare, io mi occupo tutti i giorni della nostra bambina e oggi per la prima volta le ho insegnato ad andare in bicicletta e ho pensato a mio padre, a quando ero piccolo ed era riuscito a togliere le rotelle alla mia bici.

Sono Elèonore, la tipa che mi piace mi fotografa ai giardini di Luxembourg, so che succederà qualcosa, e che sarà difficile perché siamo entrambe con qualcuno ma vale la pena provare.

Sono a letto quando so della morte di Daniel Darc, penso al suo numero nel mio cellulare, vorrei comporre quel numero e l’idea che ormai sia impossibile mi provoca una lunga vertigine, in fondo alla schiena.

Sono un adolescente ossessionato dall’idea di farmi sverginare e la rossa per cui spasimo da mesi mi ha appena fatto capire che potremmo andare al cinema insieme, credo non mi prenda in giro e guardandomi allo specchio mi accorgo che non ho più nessuna traccia d’acne, lo Roaccutan ha funzionato e una nuova vita mi si apre davanti.

Sono una giovane violinista virtuosa.

Sono la puttana arrogante e scorticata viva, sono l’adolescente solidale con la sua sedia a rotelle, sono la giovane donna che cena con suo padre che adora e che è fiero di lei, sono il clandestino che scavalcato il filo spinato di Melilla risalgo lungo gli Champs-Elysées e so che questa città mi darà quello che sono venuto a cercare, sono la vacca al mattatoio, sono l’infermiera diventata sorda alle urla dei malati a forza d’impotenza, sono l’immigrato senza documenti che prende dieci euro di crack ogni sera per fare le pulizie in nero in un ristorante a Château Rouge, sono il disoccupato da tempo che ha appena trovato lavoro, sono il contrabbandiere di droghe che si piscia dalla paura dieci metri prima della dogana, sono la puttana di sessantacinque anni incantata nel vedere arrivare il suo cliente vecchio.

Sono l’albero dai rami spogli maltrattato dalla pioggia, il bambino che urla nel passeggino, la cagna che tira il guinzaglio, la guardia carceraria invidiosa della noncuranza delle detenute, sono una nuvola nera, una fontana, la fidanzata lasciata che fa scorrere le foto della sua vita precedente, sono un barbone su una panchina abbarbicata su un poggio a Parigi.

Torniamo a King Kong Girl. La Despentes usa la figura di King Kong, metà umana metà animale, primitiva ma capace di emozioni e affetti, come possibile modello per pensarci fluidi e “ritirarci” dalla rappresentazione rigida e “naturalizzata” per generi sessuali; il diritto di pensarsi né come maschi né come donne.

King Kong Girl è un libro che non ha, per l’appunto, un genere ben definito; un po’ memoir, un po’ saggio, un po’ invettiva, un po’ – nelle parole di Despentes – da “petite blanche” nel senso che in esso non trova posto quell’intreccio fra genere classe e razza che è invece presente nelle altre opere sia cinematografiche che testuali.  Parla di stupro, di pornografia e di prostituzione (il cuore dell’esperienza femminile se tiriamo i fili all’estremo) della dominazione dei corpi, storicamente costruita e riperpetuata. Tre livelli che la Despentes ha attraversato in prima persona e che indaga senza remore.

Lo stupro è ciò che ogni donna (compresa la allora giovanissima scrittrice) ha vissuto in prima persona (o nella persona di un’amica, una conoscente, una sorella…), o evitato di striscio, o ci è andata vicina. Mentre non è evidentemente una cosa che riguarda gli uomini, perché a parte i casi clamorosi di pedofilia e di psicopatici, tutti gli altri non stanno mai facendo uno stupro: hanno forzato la situazione, erano un po’ ubriachi, lei in fondo ci stava…  (Bisogna dire che cominciano a comparire, anche in Italia,  uomini che riflettono sulla violenza.)

Orbene la Despentes rifiuta in toto la retorica della vittima, angolo riservato alle donne violentate. Rifiuta la necessità del trauma, la “serie di segnali visibili che bisogna rispettare: paura degli uomini, della notte, dell’autonomia, disgusto per il sesso e altre amenità”. Tira fuori lo stupro dal non-detto e dal silenzio ma anche dall’incubo assoluto, dal “che orrore” e “povere ragazze”. Corre il rischio dello stupro pur di avventurarsi all’esterno, non si vergogna di essere “rimasta viva” e cerca di riprendersi nel miglior modo possibile. È la libertà della sdrammatizzazione che evita la strada dell’unico comportamento violento tollerato dopo lo stupro: rivolgere la violenza contro se stesse. Ad esempio: aumentare venti chili, sottrarsi al desiderio, sentirsi in colpa per non aver resistito fino alla morte o peggio corresponsabili dello stupro perché nelle proprie fantasie sessuali e masturbatorie si immagina di essere  presa con la forza.

In ogni caso lo stupro per la Despentes è fondante, è “ciò che mi sfigura, e ciò che mi costituisce”. Ed è anche ciò che la determina come scrittrice. Non è un caso che il primo libro sia Scopami, (1996) la storia di due ragazze che escono dalla marginalità e dall’invisibilità soggettiva, sociale e politica, in un’esplosione di violenza assolutamente distruttiva ma che lo dice chiaro agli uomini: fra le mie gambe ci entri se lo voglio io.  Scopami ha l’estremismo della giovinezza, è super-provocatorio, molto liberatorio e già mostra l’attenzione politica della Despentes nei confronti di donne che vivono una triplice condizione di sottomissione: donne, povere, e straniere di terza generazione.  Scopami, che è anche un film (si può vedere a questo indirizzo) vendica simbolicamente tutte le stuprate e maltrattate del mondo!

Le ragazze di Scopami assomigliano alla scrittrice: una è stata violentata e l’altra fa la prostituta, come la Despentes che è stata una sex worker occasionale e che ha avuto modo di riflettere sulle analogie fra l’atto del prostituirsi e il lato promozionale del lavoro di scrittrice famosa. L’unica differenza, scrive spiritosamente, è che se dici «sono una puttana» tutti ti vogliono salvare, se invece dici: «vado in televisione», tutti sono invidiosi! “Ma la sensazione di disporre interamente di sé, di vendere quel che è intimo, di mostrare quel che è privato, è esattamente la stessa”.

La prostituzione notoriamente divide le posizioni femministe fra chi pensa che il lavoro sessuale per le donne sia sempre degradante e chi – come la nostra autrice – no. Senza ripercorrere una querelle che anche in Italia non smette di scomparire dalle prime pagine dei giornali, fra dibattiti sulla tratta, interdizioni ai centri cittadini, multe ai clienti, vale la pena soffermarsi sulle argomentazioni chiare e amorali della Despentes, che si chiede perché quello del lavoro sessuale sia l’unico spicchio di proletariato che turba tanto i benpensanti, i politici e le donne “rispettabili”. Puoi essere barbone, povero, avere un miserabile salario senza che nessuno abbia da ridire sulla degradazione e la dignità di chi ci è costretto, ma nessuno si esime dal sentenziare che la prostituzione qualunque sia le forme in cui avviene (anche se fra adulti consenzienti) sia per definizione degradante e che le prostitute se potessero ne farebbero a meno. Come se la maggior parte delle persone non facesse a meno di lavorare se solo potesse. Togliendo la prostituzione dall’enfasi moralista in cui è confinata, sempre identificata con i suoi aspetti più sordidi di sfruttamento e della tratta, la Despentes afferma che quel che si ha paura di ammettere è scoprire che per moltissime persone che lo fanno, la prostituzione non è poi un lavoro così terribile, che non è vero che tutte le prostitute sono delle vittime. Ad esempio Louise protagonista di Le dotte puttane (1999), sorta di noir ambientato nell’industria del sesso, appaga – attraverso la prostituzione – anche le proprie fantasie e piacere sessuale; di se stessa la Despentes dice che quel che la metteva in difficoltà era piuttosto confrontarsi con la vulnerabilità di molti dei suoi clienti; infatti rendere la prostituzione difficile e controllata significa anche controllare la sessualità dei clienti visti sempre come dei predatori, il tutto in un mondo dove i confini fra la seduzione e la prostituzione sono francamente confusi e la sessualità è continuamente esibita, medium per la vendita di qualsiasi merce La dicotomia madre/puttana non è “naturale”, ma corrisponde a una volontà politica che traccia sul corpo delle donne i confini con lo stesso criterio con cui si sono tracciati i confini in Africa: secondo gli interessi degli occupanti.

La Despentes scrive: “La prostituzione è stata una tappa cruciale, nel mio caso, di ricostruzione dopo lo stupro. Un’operazione di risarcimento, banconota dopo banconota, di ciò che mi era stato tolto con brutalità. (…) Quel sesso apparteneva solo a me, non perdeva di valore a mano a mano che veniva utilizzato, e poteva essere redditizio.”

Una ventata di impudente aria fresca la Despentes la mette anche nella sua riflessione e attraversamento della pornografia, argomento che per definizione sembra sottrarsi a qualsiasi rivisitazione critica  che non sia la condanna o la “diminuzione del danno”. Scioccante, ad esempio, che in un film che non viene classificato come pornografico (nonostante le forti polemiche che lo hanno accompagnato) come  Scopami (ma anche nel libro) una ragazza guardi apertamente (non nel chiuso della sua cameretta) film pornografici e si masturbi. Anche in questo caso la Despentes ci pone delle domande che sono per lo più confinate nel non detto. La forza della pornografia sta nel fatto che “va a colpire la zona morta della ragione. Punta dritto ai fantasmi, senza passare per la parola, né per la riflessione. Prima si ha l’erezione e ci si bagna, poi ce ne si può chiedere il perché”. Un film hard è fatto per masturbarsi, punto. Non solo: ciò che eccita è spesso imbarazzante socialmente e non sempre quel che fa piacere quadra con quel che si vorrebbe essere. Pensiamo solo a quanto scritto sopra, sul senso di colpa indotto in donne con fantasie masochiste in caso di violenza sessuale. La Despentes (e con lei il movimento pro sesso  oggetto di indagine in Mutantes: porn, punk, feminism (2009) ) pensa che anche la pornografia possa essere sottratta allo sguardo maschile e patriarcale che la caratterizza e diventare uno strumento per liberare gli uomini dalla posizione di aggressori e le donne da quella di vittime “dolorosamente riconoscenti o gioiosamente importunate” secondo le parole del filosofo Paul B. Preciado, in precedenza noto come Beatriz, già compagna/o della scrittrice.

 

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Una storia del grande Nord

Dino Battaglia, L’uomo del New England, NPE, pp. 86, euro 16,90 stampa

recensisce UMBERTO ROSSI

Continua la ripubblicazione dei fumetti di un maestro dell’arte sequenziale, Dino Battaglia, da parte di Nicola Pesce Editore. Opera meritoria, e condotta con grande serietà, riproducendo alla perfezione le tavole del maestro scomparso nel 1983 a soli sessant’anni (è il caso di dirlo). Tavole che questa volta sono a colori, per cui una riproduzione di qualità è ancor più importante del solito: e la stampa di NPE consente di apprezzare il raffinatissimo lavoro di coloratura realizzato dalla moglie di Battaglia, Laura, perché il grande fumettista con l’arcobaleno non si trovava a suo agio; non a caso, come ci spiega la bella introduzione di Marco De Giuli, l’autore de L’uomo del New England amava più che altro i grigi, che dosava con grande cura.

La vicenda narrata è quella di un gentiluomo inglese, Cristopher Nightly, che negli anni Cinquanta del Settecento s’imbarca rocambolescamente alla volta dell’America per sfuggire alla vendetta di un rivale in amore. Accade così che il fop, il classico damerino scapestrato dedito alle donne e alle carte, tipico dell’Inghilterra immortalata da Hogarth e Fielding, si ritrovi nel selvaggio continente nordamericano, dove infuria la guerra coloniale tra le truppe di sua maestà britannica e i francesi di Luigi XVI. Guerra combattuta anche con le alleanze con le tribù di nativi, i quali, va detto, non si facevano pregare poi troppo per mandare al creatore i guerrieri delle tribù rivali.

Nightly viene prima comprato da un cacciatore di pellicce per un anno, poi finisce con i Ranger del maggiore Rogers, impegnati in un raid pressoché suicida ben dentro il territorio controllato dai francesi del generale Montcalm e dagli indiani loro alleati; obiettivo, andare a sterminare la tribù dei Saint Francis, responsabili di una serie di attacchi contro i villaggi inglesi del New England. (Poi uno si chiede da dove venivano le spietate missioni search & destroy della guerra del Vietnam…)

Battaglia ricostruisce questo episodio storico (molti fatti e appena un po’ di fiction in questo splendida e compatta graphic story) con gran dovizia di particolari affidati ai disegni; i dialoghi sono essenziali e funzionali alla storia. Ne esce fuori, senza neanche gran panorami e vedute pittoresche, l’anima oscura di una terra dove si uccide senza fare tante domande, dove la morte è perennemente in agguato, e dove si gioca una partita molto più grande di quel che sembra; come spiega l’introduzione di Hugo Pratt, riportata in appendice al volume, il raid di Rogers è un piccolo episodio della Guerra dei Sette Anni, forse la prima vera guerra mondiale, con la quale il Regno Unito strappò a quello di Francia la supremazia planetaria (inclusi Quebec e India).

Torna così nelle librerie un autentico classico del fumetto, pubblicato per la prima volta nel 1979. E NPE lo presenta giustamente con un ricco corredo; a parte l’introduzione di De Giuli e quella storica di Pratt, troverete nel volume anche una sintetica ma estremamente interessante postfazione di Angelo Nencetti sui fumettisti italiani e il loro rapporto con la frontiera americana. Insomma, quel che si dice un piatto ricco. Non perdetevelo.

(E ci sembra opportuno aggiungere in calce almeno una delle meravigliose tavole che troverete in questo volume…)

https://edizioninpe.it/

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Il mito Tesla

Sergio Rossi e Giovanni Scarduelli, Nikola Tesla, BeccoGiallo, pp. 129, euro 16,00 stampa

recensisce UMBERTO ROSSI

In America gli inventori sono eroi popolari. Edison, Bell, i fratelli Wright, sono forse ancor più popolari di quanto lo siano da noi Mazzini e Garibaldi (a dire il vero, tremo all’idea di chiedere agli adolescenti che ho in classe cosa ne sanno dell’Uomo in Nero e di quello in Rosso…). La vita di questi pionieri della tecnica è stata studiata assai attentamente, anche nei suoi aspetti meno edificanti; si studiano nel loro contesto storico e sociale, si analizzano tutte le ripercussioni culturali delle loro invenzioni, i fondi di senso nascosti in apparecchi come il fonografo, il telefono, il telegrafo; i complessi presupposti anche filosofici che hanno condotto a realizzare quella tecnologia lì e in quel momento storico.

Però, diciamocelo: Nikola Tesla è un’altra cosa. Tesla è uno scienziato, anche se in parte autodidatta; un inventore, cui dobbiamo – tanto per dirne una – la corrente alternata, e cioè l’elettricità in casa dappertutto (o quasi); ma è anche e soprattutto un personaggio dai contorni leggendari. Prova ne sia il fatto che appare in The Prestige, di Christopher Nolan (tratto da un romanzo di Christopher Priest); fa un cameo in quello splendido compendio dell’immaginario ottocentesco che è Contro il giorno di Thomas Pynchon; televisione e cinema jugoslavi gli hanno dedicato una serie e un film ai tempi della scomparsa repubblica socialista; per non parlare di certe automobili che non vanno a benzina… Non stupisce allora che Becco Giallo gli dedichi un volume della sua collana di biografie a fumetti, illustrato da Giovanni Scarduelli e scritto da Sergio Rossi (garantisco, un puro caso d’omonimia…).

Per raccontare la storia tra realtà documentata e leggenda mediatica del grande inventore e scienziato serbo, Rossi & Scarduelli mettono in scena due giovani americani, un documentarista e un fisico, che collaborano alla realizzazione di un documentario su Tesla; sono stati invitati da un misterioso personaggio che sostiene di saperne più di chiunque altro, e vuole incontrarli per mostrare loro documenti importantissimi. Durante il viaggio in auto i due ricercatori rievocano la vita di Tesla, dalle origini in Serbia, agli studi universitari presto interrotti, all’emigrazione negli Stati Uniti, alla beffa di Edison e la derivante ostilità (se non vero e proprio odio) per l’inventore-imprenditore americano; poi le ricerche per la Westinghouse, l’invenzione della corrente alternata, quella della radio che non gli venne riconosciuta, salvo ripensamento postumo della comunità scientifica, gli strani e dispendiosi progetti al limite della ciarlataneria, la morte in miseria nel 1943, in una pidocchiosa camera d’albergo di New York. Una storia grandiosa e tragica, che si chiude con un colpo di scena alla X-Files, perché l’FBI sequestra tutte le carte che restavano a Tesla al momento della sua morte: da allora il mito si è fatto sempre più potente e gravido di mistero (vero, esagerato o inventato).

Sicuramente non mancano complottisti e ammiratori di Tesla che ne sapranno molto di più (tra cui sicuramente Elon Musk…); però come introduzione al personaggio il fumetto di Rossi & Scarduelli va benissimo; e i disegni del secondo, rigorosamente in bianco e nero, si fanno ben apprezzare. Suggerisco pertanto ai miei colleghi che insegnano fisica di farlo leggere agli studenti; non si sa mai che le iscrizioni nelle facoltà scientifiche crescano… del resto, non è pensabile che si radichi una cultura scientifica nel nostro paese (dove ce ne sarebbe veramente bisogno) senza che essa sia accompagnata da un immaginario scientifico. Le due cose sono inseparabili, e forse la prima da noi non ha attecchito proprio per carenza del secondo.

http://main.beccogiallo.net

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Storia dei Quaderni piacentini

Giuseppe Muraca, Piergiorgio Bellocchio e i suoi amici: Intellettuali e riviste della sinistra eterodossa, Ombre corte, pp. 123, euro 12,00 stampa

recensisce UMBERTO ROSSI

Chiariamo subito che Piergiorgio Bellocchio è il fratello di Marco, il regista de I pugni in tasca e Buongiorno notte. Chiariamo anche che il sottotitolo di questa raccolta di scritti è leggermente fuorviante: si parla di “riviste”, ma tutto ciò che troverete in questo volumetto ruota attorno a una rivista, e cioè i Quaderni piacentini, che dal 1962 al 1984 fu un punto di riferimento del dibattito culturale nel nostro paese (fanno eccezione le tre sezioni dell’Appendice dedicate a Discussioni, Ragionamenti e Ombre rosse). Il titolo dei Quaderni non deve ingannare: anche se Bellocchio e Grazia Cherchi erano effettivamente originari di Piacenza, la rivista ebbe ben presto una risonanza nazionale, e si avvalse di collaboratori sparsi in tutta la penisola (nonché all’estero). Se uno scorre le pagine dell’attenta ricostruzione di Muraca, spuntano nomi illustri, a partire da Franco Fortini, che fu l’originario punto di riferimento di Bellocchio, Cherchi e compagni; sulle pagine dei Quaderni pubblicarono personaggi che in seguito hanno giocato, nel bene e nel male, un ruolo importante nella vita intellettuale italiana, da Goffredo Fofi ad Alberto Asor Rosa. Piacenza fu il luogo di nascita della rivista, ma essa si rivolgeva alla nazione intera.

Muraca ricostruisce la parabola dei Quaderni, che nasce all’inizio del decennio più vivace e contraddittorio della storia italiana recente (oddio, forse non tanto recente, a pensarci bene), gli anni Sessanta, con l’intenzione di condurre “una vera e propria campagna di controinformazione su temi e avvenimenti legati all’attualità e trascurati dalla Rai-Tv, dalla stampa di regime e dalla stessa sinistra ufficiale, in cui si prendevano di mira l’establishment, l’industria culturale, scrittori di successo, miti, valori e pregiudizi dominanti…” Un programma di tutto rispetto, che potrebbe essere ripreso di peso anche oggi, e se portato avanti onestamente e con coerenza potrebbe fare del bene, vista l’aria che tira. I Quaderni piacentini partono come rivista culturale a tutto tondo, attenta alla letteratura, al cinema, alla sociologia, alla politica, voce di una sinistra eterodossa, e cioè distante sia dalla palude democristiana che dall’orbita culturale del PCI. Non a caso i loro fondatori consideravano quale padre nobile Fortini, che s’era allontanato dal Partito Comunista. (Vien da dire: ben altra cosa dall’attuale PD che quali padri nobili vanta Veltroni e Prodi, ma lasciamo stare.)

La storia raccontata da Muraca corre parallela a quella nazionale. Con gli anni Settanta la rivista si concentra sempre più sulla politica, e diviene praticamente monotematica; nel 1980, proprio all’inizio del decennio veramente oscuro della nostra storia recente, i Quaderni chiudono, poi hanno una breve ripresa fino al 1984, anno della definitiva chiusura. Molto semplicemente, in un’Italia travolta dal cosiddetto Riflusso e sommersa da una marea di soldi facili, edonismo da quattro soldi, televisione monnezza (mi si scusi il termine capitolino), e governata da Craxi Andreotti Forlani (gente che sento ogni tanto rimpiangere, e questo dà l’idea dello stato di confusione mentale profonda in cui siamo precipitati), la Rivista si trovava a non saper più bene a chi rivolgersi. Si avvertiva che una stagione era chiusa, e che i Quaderni erano indissolubilmente legati a quei tempi, per cui proseguire non aveva senso.

Muraca non a caso ha inserito in conclusione del suo libro alcuni scritti dedicati alla produzione letteraria di Bellocchio e Cherchi, che furono nella seconda metà degli anni Ottanta anche scrittori: di saggistica il primo, di narrativa la seconda. E a leggere le pagine che Muraca dedica a Oggetti smarriti e Al di sotto della mischia di Bellocchio, nonché a Basta poco per sentirsi soli e Fatiche d’amore perdute della Cherchi, viene voglia di leggerli – cosa non facile, ahinoi, dato che questi titoli sono fuori stampa (il romanzo della Cherchi lo trovate su Amazon, usato, a soli 50 euro…). I due personaggi che hanno più contribuito a far vivere i Quaderni, con un lavoro redazionale come quello della Cherchi che resta spesso invisibile ma è assolutamente necessario, sentivano evidentemente, morta la loro rivista, di doverne comunque salvare se non altro lo spirito. Bellocchio lo fa con raccolte di materiali scelti tratti dai Quaderni; Cherchi mettendo in scena, in Fatiche d’amor perdute, una riunione dei principali collaboratori anni dopo la fine dell’impresa, facendo capire come si fosse stabilito con le varie firme un rapporto umano, di affetti, che andava oltre quello professionale tra redattore e collaboratori.

Nonostante la sua brevità, tanto ancora ci sarebbe da dire della raccolta di scritti di Muraca, che non si esaurisce in un “come eravamo” ma si legge come un invito ad approfondire, ad andare a riprendere e a riscoprire tutti gli scritti citati puntigliosamente e con precisione, con solido impianto bibliografico. Come lo stesso autore spiega, alle spalle di questa pubblicazione c’è il tentativo (purtroppo fallito) di trovare un editore per una monografia ben più ampia e articolata sui Quaderni piacentini; si sa, l’Italia è un paese che non ama ricordare, specie se il ricordo è nitido, ben documentato, e non si presta a strumentalizzazioni.

Del resto, Oggetti smarriti di Bellocchio consisteva in una raccolta di scritti usciti in una rubrica omonima che apparve brevemente tra 1992 e 1993 su L’Unità; rubrica che a sua volta derivava da un articolo pubblicato nel 1983 sui resuscitati (ma per poco) Quaderni. Bellocchio intendeva segnalare, per contrapporli alla marea di novità editoriali di dubbio valore, volumi fuori stampa, dimenticati, rimossi, che però valeva assolutamente la pena di leggere. Una terapia per contrastare la costante tendenza nazionale all’amnesia culturale (amnesia di comodo, aggiungerei). Piergiorgio Bellocchio e i suoi amici, mi sembra, è il modo in cui Muraca tiene fede all’intuizione del fondatore (e finanziatore) dei Quaderni piacentini.

(Un’intuizione, ci terrei a sottolineare, e parlando da redattore di PULP Libri, che abbiamo intenzione di tenere bene a mente.)

http://www.ombrecorte.it

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Il caso Robledo

Riccardo Iacona, Palazzo d’ingiustizia: Il caso Robledo e l’indipendenza della magistratura italiana – Viaggio nelle procure italiane, Marsilio, pp. 204, euro 18,00 stampa

recensisce UMBERTO ROSSI

Alfredo Robledo: un nome che mi pare uscito dalle pagine di Tullio Avoledo. Ma non è fiction, questa, è cronaca. Robledo è un magistrato in carne e ossa, che in qualità di procuratore aggiunto ha condotto una serie di importanti indagini giudiziarie, tra cui spicca quella su Mediaset e ovviamente Silvio Berlusconi, incentrata sulla creazione di fondi neri grazie a un giro di società offshore, che ha portato alla condanna definitiva dell’illustre personaggio (una storia molto più seria e interessante delle festicciole ad Arcore, ma che – chissà com’è – ha trovato molto meno spazio sui nostri media…). E se qualcuno volesse qualificare Robledo come “toga rossa”, legga il reportage di Iacona e veda un po’ come una delle indagini di Robledo abbia a che fare con l’Expo di Milano, ai tempi di Pisapia sindaco, e un’altra sulla cessione da parte del Comune ambrosiano di quote della SEA, la società aeroportuale milanese, sempre ai tempi della giunta Pisapia, che non era proprio di centrodestra. Come ripetono diversi personaggi intervistati da Iacona, Robledo è noto per essere un magistrato che non guarda in faccia a nessuno, ed è assai difficile se non impossibile, leggendo questo libro, pensare che sia una toga agganciata a questo o quello schieramento politico.

Il secondo personaggio principale della storia ricostruita da Iacona è Edmondo Bruti Liberati, procuratore della Repubblica di Milano a partire dal 2010. Se volessimo semplificare la vicenda, potremmo dire che Bruti Liberati è l’antagonista; il capo della procura che diviene in breve tempo il principale oppositore di Robledo e delle sue indagini. Se il procuratore aggiunto, alla guida del secondo dipartimento della procura (che si occupa dei reati contro la pubblica amministrazione), non guarda in faccia a nessuno, ma cerca di fare i suo lavoro difendendo l’autonomia del magistrato, Bruti Liberati sembra ben deciso a non pestare i piedi a nessuno, a non farsi nemici, in nome della “sensibilità istituzionale”. Se vi state chiedendo cosa accidente sia la “sensibilità istituzionale”, risponderò che leggendo il libro di Iacona mi sono convinto che si tratti di una di quelle espressioni vaghe, tipiche dell’italiano politichese, burocratese, giuridichese, dietro la quale si può nascondere qualsivoglia porcheria. Vuol dire, in soldoni, evitare di fare troppo casino per non disturbare i grandi affari, puliti o sporchi che siano. Come l’Expo di Milano, ad esempio.

I due magistrati entrano fatalmente in rotta di collisione relativamente a varie indagini, in un crescendo di contrasti culminante in quello relativo all’inchiesta sugli appalti dell’Expo 2015. Si arriva a un esposto al CSM da parte di Robledo, secondo il quale Bruti Liberati sta dirigendo la Procura di Milano in modo arbitrario e opaco, andando oltre quelli che sono i poteri di un Procuratore capo. La questione è talmente calda da provocare un intervento del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, in qualità di Presidente del CSM, che in una lettera invita l’organo di governo della magistratura a dare ragione a Bruti Liberati, cosa che il CSM prontamente fa.

La mia è una sintesi anche troppo breve; Iacona, nel libro, ricostruisce la vicenda in tutti i suoi particolari. La connette inoltre al sempre maggiore potere delle correnti in seno all’Associazione Nazionale Magistrati e di riflesso nel Consiglio Superiore della Magistratura; al fatto che ormai si fa carriera, nei tribunali, più per la capacità di navigare nella politica interna al mondo giudiziario che per le capacità tecniche e dirigenziali, o per la correttezza e l’indipendenza dimostrate. Infine spiega come si sia arrivati al trasferimento di Robledo dal tribunale di Milano a quello di Torino a causa di una serie di procedimenti disciplinari per lo meno dubbi.

Concludendo: la tesi di Iacona, espressa abbastanza chiaramente, è che nell’opinione della politica e di una grossa fetta della magistratura non si deve dare fastidio al manovratore, chiunque egli sia. Un tempo la stampa cosiddetta di sinistra era prontissima a denunciare le malefatte di Berlusconi e compagni contro le toghe (con una serie leggi che, una volta approvate, non sono mai state toccate dai successivi governi, guarda un po’ – forse non facevano comodo solo all’Uomo di Arcore). Oggi la vedo assai meno pronta a dare battaglia sui temi della giustizia e dell’indipendenza della magistratura. Questo mi induce a pensare che il libro di Iacona abbia se non altro il pregio di attirare la nostra attenzione su una grossa partita che si va giocando dentro e fuori dei tribunali. Anche per questo vale la pena di leggerlo.

http://www.marsilioeditori.it

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Una storia degli anni di tritolo

Francesco Barilli e Matteo Fenoglio, Piazza della Loggia, Becco Giallo, pp. 351, euro 21,00 stampa

recensisce UMBERTO ROSSI

Se qualcuno avesse ancora dubbi sulle potenzialità del fumetto anche come forma saggistica, dovrebbe leggersi immediatamente questo corposo volume che si apre con un’introduzione di Manlio Milani, presidente dell’Associazione familiari dei caduti di Piazza della Loggia. Milani non si limita a presentare questo graphic reportage (ma potremmo anche parlare di storiografia grafica, o sequenziale, se preferite la definizione di Will Eisner), ma compare “di persona”, disegnato nella ricostruzione di uno dei più feroci attentati degli anni Settanta, trasformato in personaggio in bianco e nero, efficacemente delineato dal nitido tratto di Fenoglio. Come si suol dire ultimamente, e qui assolutamente a proposito, Milani ci mette la faccia, come ad autenticare questa narrazione di una vicenda complessa e intricata (una tipica vicenda italiana, insomma), che parte dai primi anni Cinquanta, col distacco di Ordine Nuovo dal Movimento Sociale Italiano, e arriva fino al 2017, con la condanna definitiva di Carlo Maria Maggi e Maurizio Tramonte (nome in codice: Tritone) quali responsabili della strage che causò otto morti e oltre cento feriti il 28 maggio 1974.

Come accade anche troppo spesso con le brutte storie nazionali, abbiamo a che fare con l’ingarbugliatissima ricostruzione delle indagini e dei processi, complicata da errori (se tali sono…), depistaggi (ottimi e abbondanti), confessioni e ritrattazioni, testimonianze contraddittorie, complotti e cospirazioni (alcuni dei quali decisamente sgangherati). Aiuta a non perdersi nello svolgersi degli eventi (che spesso prendono pieghe del tutto inattese) la cronologia dei fatti in appendice al volume; ma ci sarebbe voluta anche una galleria dei personaggi (numerosissima), magari in ordine alfabetico e con associati ritratti. Lo dico perché per me, più prossimo ai sessanta che ai cinquanta, gente come Giorgio Almirante, Gianni Nardi, Pino Rauti, Junio Valerio Borghese, Stefano Delle Chiaie, Delfo Zorzi è tutto sommato abbastanza nota, anche se Barilli e Fenoglio me ne hanno fatto scoprire aspetti nuovi (ovviamente non proprio edificanti); ma mi chiedo come farà a orientarsi un lettore giovane, uno di quelli che a scuola sarà arrivato sì e no al 1945, uno per cui questi nomi risultano per niente familiari – figurarsi i comprimari come Emanno Buzzi o Silvio Ferrari…

In ogni caso, il taglio a tratti didattico di Piazza della Loggia è efficace senza nulla togliere alla godibilità (tra virgolette) della lettura, che certo non sarà amena, ma sicuramente è coinvolgente. Ed è alquanto azzeccata l’idea di includere nella narrazione oltre a protagonisti e vittime di allora i testimoni ancora viventi (come Milani), e gli studiosi della strage bresciana e d’altri massacri (come Aldo Giannuli, del quale già recensimmo il saggio Storia di Ordine Nuovo). Certo, è una lettura che causa una certa irritazione, diciamo così, quando si tocca con mano come e quanto di frequente gli organizzatori degli attentati dinamitardi siano stati coperti, aiutati, favoriti ecc. da quello Stato che a parole li vituperava e li condannava. E viene anche un po’ d’amarezza a pensare quanto i cosiddetti “anni di piombo” siano oggetto di una memoria parziale e fuorviante già nel nome, perché a ben vedere furono anche anni di tritolo, quando Iraq e Siria erano qui da noi: non era sempre questione di pallottole mirate, ma anche di carneficine indiscriminate.

Non solo: leggendo queste pagine viene anche da pensare che nel nostro paesaggio mediatico gli anni del terrorismo nostrano si riducano a sequestro Moro, Piazza Fontana e in terza posizione la bomba di Bologna; mettiamoci anche il delitto Calabresi. Il resto, cose delle quali si parla poco e superficialmente, forse perché interviene una qualche contabilità del terrore, per cui sono degni di memoria solo gli attentati con le vittime più illustri e col più elevato numero di morti. O forse le vittime e le stragi che si ricordano rispondono non tanto a una volontà di ricordare, ma alle necessità politico-mediatiche di oggi. Piazza Fontana, per esempio, viene ricordata perché da lì si fa partire la strategia della tensione, come se prima la Repubblica Italiana fosse vissuta in qualche edenica età dell’oro (cosa del tutto smentita dal graphic reportage di Barilli e Fenoglio, che ricostruisce le radici della bomba in tutta una costellazione di fatti che parte da ben prima del fatidico 12 dicembre 1969…).

Ultima considerazione: dopo aver attraversato il groviglio di mezze verità, testimonianze rese e ritrattate (basta leggere la parte relativa alle deposizioni di Tramonte e Romani), documenti contraddittori, false piste, inganni e tranelli (dei quali sono vittime anche gli stessi neofascisti, come Giorgio Spedini e Kim Borromeo, per non parlare del trio di Pian del Rascino), incidenti imprevisti (Silvio Ferrari saltato in aria con la bomba che trasportava con la sua Vespa), perizie menzognere e memorie labili, viene da pensare che qui ci venga mostrato una sorta spaghetti-postmodernism, la versione italiana di Libra di Don DeLillo; una serie di penultime verità, prendendo a prestito un titolo di Philip K. Dick, che possono sempre essere ribaltate o assumere un significato del tutto diverso. Viene in mente JFK di Oliver Stone, ma traslato in questi nostri anni Settanta assai meno provvisti di glamour, eppure accomunati alla storia americana dalla difficoltà di capire chi veramente ha ordito le trame, piazzato le bombe, salvato i colpevoli, eliminato testimoni, contraffatto prove.

Sarà un caso se le paranoiche narrazioni dei postmodernisti americani, in primis Dick e DeLillo, hanno fatto tanta presa da noi? Forse sentivamo aria di casa, nonostante le abissali differenze tra gli Stati Uniti e la nostra Italietta. In entrambi i paesi, la storia va ancora scritta; intanto teniamoci stretto il capitolo riassunto in Piazza della Loggia.

http://main.beccogiallo.net

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“Un massacro”, di Claudio Piersanti

“Un massacro” uscì nel 2003 per i tipi di peQuod nella raccolta Comandò il padre. Dal momento che di recente abbiamo recensito il nuovo romanzo di Piersanti, La forza di gravità e che Comandò il padre è da lungo tempo fuori stampa, abbiamo pensato di ripubblicare almeno questo breve racconto, d’accordo con l’autore.

Accadde in gennaio, tanti anni fa. Abitavo in un paesino dell’entroterra marchigiano, sulla linea di confine tra le province di Pesaro e di Ancona. C’era la stessa nebbia gelata che c’è oggi, carica di odori pesanti. Gli odori e i fetori della terra non possono salire in alto, tutto è schiacciato, anche il freddo, l’umidità che gela. Quell’inverno aveva nevicato all’inizio di dicembre, e quasi tutta la campagna era coperta di neve ammucchiata dal vento. Si andava in giro in macchina a passo d’uomo, con i fari accesi e gli occhi spalancati; i fanali nelle strade erano sempre accesi.

A passeggio fino a sera soltanto ragazzi come noi, tra i dieci e i quattordici anni, tutti con la sciarpa annodata al collo dalle madri. Ma quel pomeriggio noi tre eravamo armati con fucili veri, nascosti in un vecchio sacco di juta, e avevamo le tasche piene di cartucce. Loris aveva un sovrapposto bellissimo, che il padre usava nelle gare di tiro al piattello. Ce lo mostrò orgoglioso dopo l’ultima curva fuori dal paese. Io e Andrea eravamo riusciti a trafugare soltanto le vecchie doppiette dei nonni, ma moltissime cartucce: corazzate, mezze corazzate, da otto, da dieci. Eravamo troppo bassi per portarli a tracolla, così camminavamo con i fucili in spalla, pronti a sparare.

La nebbia, stranamente, era più fitta in alto, sul cucuzzolo del paese, ma diradava via via che si scendeva, e già si vedevano da lontano i primi voli di gazze.

Niente gazze” disse Loris, che era il capo, “sono uccellacci che fanno schifo e poi portano jella”.

Preferì scaldarsi sparando a un divieto d’accesso, che investito dalla corazzata sparì in una nube di polvere. Loris non si era neppure degnato di prendere bene la mira: aveva sparato impugnando il fucile con le mani, e per poco non gli sfuggì.

La corazzata dà meno rinculo delle cartucce normali” ci assicurò, così anche noi ne provammo un paio contro un altro cartello, stavolta di divieto di caccia. A me il rinculo parve considerevole anche con la corazzata, e cominciò a farmi subito male la spalla. Ma non lo dissi mai, e quel giorno sparai tutte le cartucce che avevo rubato.

Loris aveva sentito dire dal padre che nei campi di un tizio stazionava un enorme branco di tordelle da diversi giorni. Mangiavano le bacche di tre o quattro alberi in fila sul canalone. Da un anno non si poteva più cacciare, in quella zona, e le tordelle lo avevano capito, non si avventuravano mai fuori dal canalone. Così diceva il padre di Loris, e risultò tutto vero.

Andammo a nasconderci in un vecchio capanno da caccia abbandonato, pieno di polvere e ragnatele.

Si spara al tre” ci istruì Loris. “Uno, due e… anziché dire tre si spara. Capito? Se sono tanti anche due colpi a testa”.

La terra, attorno agli alberi delle tordelle, era tutta coperta di neve gelata, e per una decina di minuti non si vide neanche un uccello. Poi cominciarono a posarsi le prime tordelle, che saltavano nervose da un ramo all’altro.

Beccavano una bacca e subito cambiavano di ramo. Erano affamate. Loris ci ordinò di aspettare. Nel giro di un minuto gli alberi brulicavano di tordelle affamate. Molte beccavano le bacche senza neppure cercare di posarsi sui rami già stracarichi. Loris cominciò a contare, e al tre sparammo. Sei colpi in rapida successione, che provocarono come delle voragini di piume nella nube di uccelli. Ricaricammo e sparammo altri sei colpi, sul branco già in volo ma che non sapeva da che parte volare. Gli uccelli colpiti diventavano dei batuffoli informi e cadevano ovunque, sulla neve e sugli alberi. Intanto, quelli colpiti sugli alberi, continuavano a cadere. Qualcuno, ferito, cercava di restare aggrappato ai rami.

Nonostante le resistenze di Loris, che avrebbe preferito aspettare, io e Andrea ci precipitammo entusiasti sulle prede, inseguendo sulla neve le tordelle ferite che non riuscivano a riprendere il volo. Gridavano, perdevano sangue, trascinavano zampe spezzate e ali ciondolanti. Così ci accorgemmo della strage, e l’euforia cominciò a sfumare. Sangue, brandelli di uccelli. Loris ci raggiunse e catturò i molti uccelli feriti, con una rapidità sorprendente, come quando catturava le lucertole davanti alla chiesa. Li afferrava e li finiva spezzando i colli con un colpo secco.

È una strage” commentò anche lui, ma senza soffrirne, “saranno almeno cento!”

Ammucchiammo le prede accanto al capanno e ci appostammo di nuovo. Io speravo di non rivederle più, non avevo più voglia di sparare. L’aria sapeva di polvere da sparo e di selvaggina, e le nostre mani erano sporche di sangue rappreso. Ma le tordelle tornarono, e noi sparammo di nuovo. E loro tornarono ancora una volta.

Stava cominciando a far buio quando andammo a prendere un grande cesto per la paglia nel cortile deserto di una casa colonica. Lo riempimmo fino all’orlo di tordelle, rinunciando a cercare quelle cadute nei cespugli, e risalimmo al paese sudando e senza parlare. Anche a Loris era venuta la malinconia. L’odore del sangue e degli uccelli mi dava la nausea. Inoltre, mi ero reso conto all’improvviso che non l’avremmo scampata.

È un massacro” dissi a Loris senza guardarlo.

Non so” disse lui. “Un massacro è quando spari ai cristiani”.

Fummo tutti pestati dai nostri genitori. Loris fu anche portato al pronto soccorso perché si era rotto la testa sul termosifone mentre il padre lo inseguiva.

Nel paese, per diversi giorni, pranzarono in molti con polenta e tordelle.

@ Claudio Piersanti

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