Tutti gli articoli di Umberto Rossi

Italian Super-hero

Alessandro Vietti, Il potere, Zona 42, pp. 320, euro 14,90 stampa, euro 4,99 ebook

recensisce UMBERTO ROSSI

Ve lo dico subito: questo è un romanzo di fantascienza. Fantascienza italiana, e – a differenza di tanto, troppo prodotto nazionale – scritta con competenza e sicurezza. Scritta allo stesso modo in cui i nostri migliori praticanti del genere in passato creavano i loro romanzi e racconti: prendendo i moduli, le figure, i dispositivi della fantascienza americana, inglese, francese, impadronendosene e poi riutilizzandoli per i loro fini. Allo stesso modo operavano i registi italiani di genere (da quelli degli spaghetti western a quelli dei poliziotteschi): rubavano l’arte, la mettevano da parte e poi la reinventavano in modi inediti. Massimo maestro di questa forma di trovarobato artistico in campo cinematografico, Sergio Leone all’inizio della sua carriera.

In questo caso Vietti ha modelli evidenti, che dichiara nell’appendice al suo romanzo: da un lato tutta la tradizione distopica, da Zamjatin a Orwell e successiva; dall’altro l’immaginario dei supereroi, DC Comics in primis, però con quell’attenzione ai tormenti personali dei vari eroi in costume che è un classico degli universi Marvel. Distopia più supereroe uguale V come Vendetta, l’opera che ha lanciato Alan Moore a livello mondiale (scusate, ma V per Vendetta è uno sbaglio, è errato, è un orrendo calco dall’inglese, e io non lo accetto). Nel caso di Vietti però, distopia più supereroe prende una via completamente diversa da quella imboccata da Moore; una via, ci tengo a sottolineare, del tutto italiana.

Siamo in un’Italia retta dal Governo della Società. Vietti non ci fa lezioncine di storia futura o alternativa; il funzionamento di questa Italia basata sul consumo obbligatorio viene fatto capire pezzo per pezzo, un dettaglio dopo l’altro, per arrivare a comprenderne il meccanismo solo dopo che si sono lette parecchie pagine della vicenda. Al centro della scena sta il protagonista e narratore, che è stato arrestato per aver provocato la morte di 47 persone (ma non ci viene rivelato subito come, né perché); mentre è detenuto in attesa di giudizio, scrive la sua storia per un agente letterario privo di scrupoli che si è assicurata l’esclusiva del suo memoriale. Il nostro supereroe, o supercriminale (a seconda dei punti di vista) è ormai conosciuto da tutti, è il mostro sbattuto in prima pagina, e ovviamente non può esimersi dallo scrivere l’instant book che venderà a carriolate, pompato dal baccano mediatico attorno al suo caso.

Supereroe, dicevamo; dotato di un curioso superpotere, certamente inedito rispetto a quelli dei suoi colleghi DC Comics o Marvel che siano. Letteralmente, il protagonista de Il potere, scusate la volgarità, fa cagare. Può innescare un micidiale smottamento intestinale in chiunque abbia davanti, anche in più persone alla volta (come nell’esperimento televisivo che finisce tragicamente e provoca il suo arresto), anche a distanza, anche in qualcuno che neanche vede e conosce. Si tratta di un potere grottesco, ma in fin dei conti alquanto efficace. Non causa la morte, ma una catastrofica perdita di dignità – che in certi casi può essere anche peggiore della morte. E comunque consente al nostro supereroe all’italiana di disabilitare chiunque gli si pari davanti. Provatevi a combattere quando siete preda di un attacco di diarrea esplosiva, se ci riuscite.

Il romanzo ripercorre la vita del supereroe, ci racconta come scopre la sua disgustosa capacità, come impara a controllarla. E proprio l’aver ricostruito questo percorso fa de Il potere un romanzo solido e ancor più inquietante; perché il suo protagonista è fin troppo credibile, fin troppo umano, fin troppo reale. Un po’ come l’io narrante di un classico della fantascienza americana, Morire dentro (1972) di Robert Silverberg, dove un telepatico racconta la storia della sua vita, nella quale il superpotere che ha è più una condanna che una benedizione. Ma attenzione: per quanto l’idea di base sia assai simile, il modo in cui lo sviluppano Silverberg e Vietti è ben diverso. Il primo insegue Philip Roth; il secondo ci regala un’amarissima commedia all’italiana, di quelle che ci vorrebbe Ugo Tognazzi a interpretarla – o forse Nino Manfredi.

Comunque sia, per quanto l’idea di un totalitarismo consumistico non sia nuovissima (Huxley ci aveva pensato prima della seconda guerra mondiale, Ballard l’ha reinventato nel suo canto del cigno, Regno a venire), Vietti la ribalta mettendo al centro il suo supereroe all’italiana, e così facendo opera un ritorno del rimosso che ha qualcosa di vagamente negromantico. Scusate un po’, ma chi è che dominò l’Italia facendo somministrare generose dosi di lassativo ai riottosi, negli anni Venti del secolo scorso…?

http://www.zona42.it/

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La lunga marcia, di Stephen King (1979)

rilegge UMBERTO ROSSI

Sarà il caso di mettersi d’accordo sul senso dell’espressione «opera prima»; essa può indicare la prima opera pubblicata di un autore e/o la prima opera scritta da un autore. Talvolta questi due significati coincidono, per cui uno scrittore esordisce con la prima cosa che ha scritto (mi viene in mente il Brizzi di Jack Frusciante, tanto per fare un esempio). Ma questa coincidenza perfetta non è poi così frequente. Nel caso di Stephen King in particolare sarà pur vero che il primo romanzo pubblicato è Carrie, uscito nel 1974, 13.000 copie vendute in rilegato, ma un milione di copie nel giro di un anno in economica, adattato per il cinema già due anni dopo da Brian De Palma, con una spesa di 1,8 milioni di dollari e un introito di ben 33,8 milioni (come direbbero gli americani, a success story); tutto vero, ma il primo romanzo scritto da King non è affatto quello.

Come afferma lo stesso scrittore nella postfazione alla raccolta di romanzi brevi Notte buia, niente stelle, è invece La lunga marcia (Sperling & Kupfer, pp. 284, euro 8,41 stampa, euro 6,99 ebook) ad avere l’onore di essere stato il primo romanzo che ha scritto, all’età di diciott’anni, nella sua stanza al college, tra il 1965 e il 1966. Un romanzo che non ebbe il successo travolgente di Carrie, dato che venne pubblicato solamente nel 1979, sotto pseudonimo; non lo firmava infatti il giovane romanziere di successo Stephen King, bensì lo sconosciuto Richard Bachman. Un’identità virtuale inizialmente creata dallo scrittore del Maine per pubblicare alcuni romanzi scritti prima di Carrie, ma senza saturare il mercato; ma anche un esperimento, col quale King voleva scoprire cosa sarebbe successo a un suo libro che usciva senza battage pubblicitario e un nome già famoso in copertina. L’intenzione era di fare uscire tutta una serie di romanzi di Bachman, e per questo il loro autore aveva approntato una biografia immaginaria dello scrittore, aveva messo in scena una sua vita virtuale, aveva fornito addirittura una sua fotografia (in realtà l’immagine di Richard Manuel, l’assicuratore dell’agente letterario di King).

Insomma, La lunga marcia è per tutti questi motivi un romanzo al quadrato: una storia inventata da uno scrittore inventato. Hyper-fiction, si potrebbe dire. Non mi viene da pensare a un migliore inizio per la carriera di un narratore come King che fa apparire spesso nelle sue storie scrittori (come in Misery), libri (come in 22/11/63), bibliotecari (come in It), lettori (anche in La lunga marcia). Ma ci sono altri motivi per cui, rileggendo oggi questo romanzo, viene da pensare che si tratti del classico buon giorno che si vede dal mattino. Quest’opera, prima anche se non in ordine di pubblicazione, contiene già diversi aspetti del King maturo; e per certi versi manifesta una sorprendente maturità.

La vicenda è presto detta: in un’America (veramente) distopica, governata da un regime militare a capo del quale c’è il Maggiore (che io visualizzo come una sorta di Gheddhafi a stelle e strisce), si tiene ogni tanto una competizione consistente nel camminare, a partire dal confine col Canada, nello stato del Maine (quello dove King ha ambientato così tanti dei suoi romanzi), verso sud. Non ci si può fermare, non si può rallentare sotto una certa velocità, non ci si può ritirare: chi non sta al passo viene abbattuto dopo pochi minuti dai soldati che scortano i concorrenti. Si tratta di un’autentica marcia della morte, che ricorda quella di Baatan, o i trasferimenti dei detenuti nei lager nazisti; alla fine della marcia uno solo dei concorrenti resterà in piedi, e in cammino, e quello sarà il vincitore, i cui desideri saranno tutti esauditi.

Il protagonista del romanzo è Ray Garraty, un sedicenne che si lancia nell’impresa (per strano che possa sembrare i marciatori sono tutti volontari, e c’è anche un laborioso processo di selezione per entrare tra i cento concorrenti) abbastanza a cuor leggero, per poi rendersi conto solo quando ormai è troppo tardi che quello cui sta prendendo parte è un autentico gioco al massacro, che i morti restano morti, e che le pallottole esplosive hanno effetti devastanti sui cadaveri. Già dalla sua prima prova narrativa King dimostra di saper manovrare le leve dell’orrore, di creare una situazione genuinamente angosciosa, di aumentare la tensione pagina dopo pagina, scendendo in un abisso che è soprattutto mentale, tutto questo con un meccanismo semplice e dotato di una sua infernale linearità.

Ma a parte i momenti decisamente splatter ante litteram del romanzo, va sottolineato che è orrorifica anche la trasformazione dei concorrenti, che diventano sempre meno umani man mano che la sfibrante marcia procede, logorandoli lentamente nel fisico ma anche nella mente, come si vede in questo passaggio:

Olson non parlava. (…) Gli occhi, di nera ossidiana, guardavano fisso in avanti. La faccia era scura di barba, aguzza, volpina, e i capelli irti sulla nuca e penduli sulla fronte accentuavano l’impressione che fosse un fantasma. Aveva le labbra screpolate e coperte di vesciche, la lingua pendeva dal labbro inferiore e non era più rosea, ma grigia di polvere.

Va sottolineato che la vecchia traduzione di Urania attribuita a Beata Della Frattina (che rimane ancora in stampa nell’attuale edizione Sperling & Kupfer) è alquanto discutibile, con piccoli tagli sparsi in tutto il testo che spesso riducono la forza dell’originale e talvolta lo travisano. Comunque si capisce anche da queste poche righe come King abbia trasformato uno dei concorrenti in una creatura mostruosa, a metà tra zombi e gula (o ghoul, come si dice in inglese e come suggerisce un sostantivo – ghoulishness – nel testo originale, che però in traduzione è andato perduto).

Ed è anche assolutamente già kinghiana l’ambientazione della vicenda, quel Maine che lo scrittore di Bangor ha esplorato in lungo e in largo e – alla bisogna – fornito di città immaginarie, come la Derry di It, ma assai simili a quelle reali, specie a quelle dove è vissuto. E già in questo primo romanzo vediamo King capace di evocare una galleria di personaggi, stavolta tutti maschi e adolescenti, fortemente caratterizzati, come il cinico Stebbins, l’umano McVries, il folle Olson, e altri ancora. Poteva permettersi di fare uscire un romanzo dove le donne sono figure marginali, sullo sfondo (anche se protagoniste di scene che lasciano il segno, come il coitus interruptus di Gribble nel settimo capitolo), perché aveva alle spalle la monumentale e inquietante protagonista di Carrie, vittima tra l’altro di un bullismo femminile meno rumoroso di quello maschile ma altrettanto spietato; però questa squadra di All American Boys è assolutamente convincente, e attesta la capacità di King di costruire personaggi a tutto tondo come un classico romanziere ottocentesco. Però riesce a farlo con un’attenzione al Lumpenproletariat, ai sottoproletari, ai marginali che è del tutto novecentesca, e in una vena tipica degli Stati Uniti (basti pensare a Russell Banks, tanto per fare un esempio, o a Steinbeck, il cui Uomini e topi King riscrive in un altro dei Bachman novels, Blaze).

Una scrittura apparentemente classica che mescola horror, fantascienza distopica, caratterizzazione attenta dei personaggi, ricostruzione maniacale dei luoghi (seguite il percorso dei marciatori su una mappa del Maine e ve ne renderete conto), e una straordinaria sensibilità alle dinamiche sociali che agitano gli Stati Uniti. In due parole, Stephen King. A tutti gli effetti lo vediamo già manifestarsi in questo romanzo scritto sul finire dell’adolescenza (età che il nostro ha sempre ritratto in modo più veridico di cento saggi psicologici e sociologici), un libro – a rileggerlo oggi – potentemente radicato nel suo tempo e al tempo stesso capace di restituirci qualcosa del presente.

Un romanzo degli anni Settanta, come Carrie; mentre la prima opera pubblicata voleva essere, nelle parole di King, una sorta di grande allegoria del femminismo (con la protagonista vittima ma anche inaspettatamente empowered, dotata di poteri devastanti), la seconda affresca un’America impoverita e disorientata. Pur se scritto negli anni Sessanta, La lunga marcia porta le stimmate del decennio successivo, quando la sconfitta del Vietnam, la crisi energetica del 1973, la diffusione dell’eroina, le rivolte nei ghetti urbani, il montare della criminalità, lo scandalo Watergate e la caduta di Nixon, il grande blackout del 1977 fanno temere un declino della prima superpotenza, e sembrano rievocare i tempi durissimi della Grande depressione del 1929.

E può darsi che proprio adesso, a dieci anni dalla Crisi globale del 2008, i cui strascichi non sembrano essere ancora cessati, questi Stati Uniti impoveriti e incattiviti, che si radunano a contemplare il lento massacro dei ragazzi impegnati in una folle marcia (qualcuno l’ha letta come metafora del Vietnam, ed è una chiave di lettura sicuramente valida, anche se non l’unica), che si divertono e si eccitano (anche sessualmente) con lo spettacolo della violenza e della morte, risultino paurosamente attuali. Non sarà l’America che ha votato Trump, questa?

Infine occhio alla parola chiave: spettacolo. Non a caso le epigrafi dei capitoli del romanzo sono per lo più frasi tratte da quiz televisivi, programmi che tutti i lettori di King/Bachman conoscevano alla perfezione (tra cui The Price is Right, trasmesso ancora oggi, dal quale deriva il berlusconiano Ok il prezzo è giusto). La lunga marcia organizzata ogni anno dal regime del Maggiore è uno spettacolo tra lo sportivo, il circense, il gladiatorio, che viene trasmesso in diretta da tutte le reti televisive. Una sorta di Horror Telethon che King ci propone come show definitivo, e che noi, oggi, possiamo guardare come il reality che farà finire tutti i reality.

Mi si perdoni la ripetizione, ma questo è veramente il buon giorno che si vede dal mattino. Però nel caso di King travestito da Bachman, e della Lunga marcia, il giorno non è poi tanto buono.

Pubblicato negli Stati Uniti nel 1979, questo romanzo esce in Italia nel 1985 nel numero 1001 di Urania, attribuito a Richard Bachman, nonostante lo pseudonimo fosse stato smascherato proprio in quell’anno. Nel 1986 riappare nell’omnibus I libri di Bachman, sempre per i tipi di Mondadori, insieme agli altri romanzi di King usciti sotto falso nome. L’anno dopo lo ripubblica il Club degli editori; nel 1989 approda agli Oscar Bestsellers, e queste riedizioni indicano evidentemente un certo successo di vendite. Solo nel 1998 il romanzo passa a Sperling & Kupfer, che attualmente pubblica tutta l’opera di King, e riesce in edizione Euroclub l’anno dopo. Purtroppo in tutte le sue diverse edizioni La lunga marcia è sempre comparso nell’assolutamente inadeguata traduzione di Beata Della Frattina, con tanti piccoli tagli e non pochi errori. Sarebbe proprio ora di farlo ritradurre a qualcuno competente.

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L’era della Terra rovente

AA.VV. Antropocene: L’umanità come forza geologica, a c. di Francesco Verso e Roberto Paura, tr. Alda Teodorani, Francesca Secci, Italian Institute for the Future, pp. 261, euro 15,94 stampa

recensisce UMBERTO ROSSI

E ora qualcosa di completamente diverso.

Le raccolte di racconti di autori diversi sono parte integrante della tradizione della fantascienza (alcune di esse sono vere pietre miliari, come Dangerous Visions e Mirrorshades). Raccolte di saggi uniti da un tema comune sono un classico, sia nelle scienze che nelle discipline umane. Però bisogna ammettere che Roberto Paura e Francesco Verso, mettendo insieme una serie di saggi e racconti incentrati sul concetto di antropocene ne hanno inventata una nuova, almeno nell’ambito dell’editoria (di fantascienza) italiana.

Chiariamo subito che l’antropocene sarebbe una nuova era del nostro pianeta, determinata non più solamente da fenomeni «naturali» (attenzione però all’uso e abuso di questo fenomeno…), bensì dall’impatto delle attività umane, antropiche, sull’ecosistema e sul clima terrestre. L’antropocene è l’era del (sur)riscaldamento globale, nella quale stiamo entrando allegramente (secondo alcuni) o tragicamente (secondo altri), ma di certo a grandi passi. Come spiega Marco Signore nel suo saggio «Prima del Ragnarök», il nostro pianeta s’è riscaldato e raffreddato diverse volte in passato, ma mai così rapidamente.

Accostato all’interessantissimo saggio di Signore, che fornisce un quadro d’insieme dei fenomeni in corso e di quelli passati, il primo racconto della raccolta, «Le nevi del tempo che fu», del canadese Jean-Louis Trudel, non brilla per originalità, ma fa decentemente il suo lavoro di proiezione di un futuro temuto e incombente, e cioè il momento in cui si scioglieranno i ghiacci della Groenlandia; Trudel immagina che anche allora qualcuno troverà il modo di farci i soldi, in maniera neanche tanto lecita, un’intuizione indebolita da un finale di maniera che ricorda un po’ troppo la fantascienza dell’età dell’Oro, quando la super-minaccia veniva sempre sventata dalla super-invenzione.

Sicuramente più convincente il surreale racconto «Un giorno da ricordare», di Clelia Farris, con la sua visione tra Dalì e Ballard di un mondo sommerso dove s’ingegnano i pochi superstiti a tirare a campare – in modo che hanno più dell’onirico che del fantascientifico. A questa notevole prova della scrittrice sarda (ogni tanto la nostra fantascienza si dimostra all’altezza di quella angloamericana, grazie a Dio o chi per lui) viene accostato un po’ tirandolo per i capelli il denso saggio di Antonio Camorrino «Nostalgia della natura», che smantella spietatamente tutta una serie di mitologie ambientaliste pop che invadono non da ieri l’immaginario collettivo, con dovizia di riferimenti teorici – a Camorrino, da ambientalista, voglio solo ricordare che l’unico ecologismo che vale la pena di prendere in considerazione è quello che abbia metabolizzato la lezione del conte Leopardi, specialmente per come esposta nella «Ginestra». La natura è indifferente, e senza social catena siamo pronti per l’estinzione.

Fausto Vernazzani, nel suo saggio «Orfani del cielo», ci fa una panoramica della questione ambientale in Cina, e si resta sorpresi nello scoprire come un paese afflitto da forme di inquinamento estreme per intensità e dimensioni (raffigurate in «La società dello smog», il racconto di Chen Qiufan incluso nella raccolta) potrebbe prendere l’iniziativa di promuovere la politica ambientale su scala planetaria, ora che gli Stati Uniti si sono caricati un presidente eco-negazionista che fa rimpiangere persino canaglie come Reagan e Bush. Forse i cinesi abbracceranno la causa verde per il semplice motivo che altrimenti non ci saranno più cinesi – non ci credo molto, però in una situazione come questa a qualcosa ci si dovrà pure aggrappare.

Cupamente apocalittico, come li sanno scrivere solo gli inglesi, «Macaoni giganti» di Marian Womack, ambientato in un’Inghilterra allagata e moribonda. Ma la Womack viene battuta in pessimismo dal saggio «E rimarrà solo un apriscatole», di Gennaro Fucile, un’analisi lucida del rapporto tra consumismo e devastazione ambientale, che – ahinoi – mi pare tutt’altro che ingiustificato. Non è detto che stiamo andando incontro al lieto fine, anzi, con l’aria che tira, in questa fase terminale e isterica dei dogmatismi economici liberisti, in un momento in cui il discrimine tra economia legale e illegale non si sa bene se esista più, la direzione verso la quale ci stiamo muovendo è quella del disastro, e fa bene chi lo dice chiaramente. Chi ancora decanta magnifiche sorti e progressive (che non prevedano un drastico e doloroso cambiamento di rotta) o ci fa o c’è (non so bene a quale delle due categorie appartenga Trump, forse – cosa rara – a entrambe).

La raccolta contiene almeno un classico dei classici, e cioè Robert Silverberg, col suo sorprendentemente profetico racconto «Cielo rovente», risalente al 1990; è la zampata del vecchio leone, un racconto di ventotto anni fa che pare scritto oggi, con la difficile situazione di un capitano che deve scegliere se pensare all’iceberg che ha preso a rimorchio per dissetare San Francisco oppure aiutare l’equipaggio di un peschereccio in gran difficoltà. Un racconto che al tempo stesso evoca un futuro apocalittico, crea una situazione umana lacerante, e riecheggia le opere di Melville, Coleridge e Conrad. Ma lui è Silverberg; lui può. Divulgativo invece il saggio che l’accompagna, «Tra i ghiacci di “Marte Bianco”», di Giampietro Casasanta, che descrive l’attività di base Concordia in Antartide.

Chiudono la raccolta gli scritti dei due curatori della raccolta, Verso e Paura, il primo col suo racconto postapocalittico «Due mondi», l’altro col suo saggio «Biohacking o ecohacking». Non a caso la loro è l’accoppiata fantascienza-scienza meglio coordinata di tutto Antropocene. Nel racconto di Verso si tenta di immaginare come sarà il mondo dopo che l’irreparabile (leggi: fusione dei poli) sarà avvenuto e per sopravvivere l’umanità sarà stata costretta a modificarsi geneticamente, dividendosi in due specie, una aerea che vive sulle montagne dai 3.000 metri in su e una acquatica che si rifugia sotto la superficie marina. E proprio le possibilità di un’UNG (consentitemi di inventare l’acronimo che sta per Umanità Geneticamente Modificata) viene discussa da Paura nel suo saggio ricco di spunti e idee, come pure le ipotesi di adattare le piante e gli animali che ci servono perché si adattino al mondo che abbiamo rovinato. Ipotesi che partono dalla tipica mentalità can-do americana, secondo la quale curare o aggiustare è sempre meglio che prevenire; anche perché nella riparazione del danno che hai causato magari ci sarà ancora un’opportunità di fare i soldi (e qui ci si ricollega al racconto iniziale di Trudeau).

Nel complesso, una lettura quantomai attuale e interessante; non molto rassicurante, certo, ma rassicurare chi si trova sulla strada della distruzione vorrebbe dire incoraggiarlo a distruggersi. Almeno questo, risparmiamocelo.

(Considerazione conclusiva sulle traduzioni, generalmente dignitose e abbastanza leggibili: alla traduttrice di Silverberg, Francesca Secci, vorrei solo far notare che Dust Bowl, a p. 180, non si traduce, essendo un toponimo americano ben determinato; e che a p. 182 pain in the ass non si traduce con «dolore al culo». Ma si sa, le sviste capitano a tutti…)

https://www.instituteforthefuture.it/

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Tu, sanguinosa adolescenza

Enrico Brizzi, Tu che sei di me la miglior parte, Mondadori, pp. 543, euro 20,00 stampa, euro 9,99 ebook

recensisce UMBERTO ROSSI

Non so che musica sentite, ma fate uno sforzo: immaginate un concerto per strumento solista e orchestra. Forse vi verrà facile pensare a un pianoforte che martella su un sottofondo di timpani e ottoni; forse un violino che volteggia al di sopra di legni e archi. Be’, no. O meglio, non solo. In questo concerto ci sono tre solisti: e quello che si fa sentire più spesso è un violoncello. Nobilissimo strumento, ma non il primo che venga in mente. Il violino è protagonista; anche il contrabbasso lo è (pensate a Charlie Mingus); ma il violoncello sta un po’ nella zona grigia, fa bei sottofondi, sta in secondo piano. E nel concerto che ho in mente io, a far da comprimari al cello, troviamo un martellante pianoforte, tra il jazzistico e il rock’n’roll alla Jerry Lee Lewis; e un violino dal canto sublime e svettante. Come farà il violoncello a farsi apprezzare?

Fuor di metafora, ecco come funziona il nuovo romanzo di Enrico Brizzi, cantore infaticabile di Bologna, del calcio, della musica rock (e dintorni), e soprattutto dell’adolescenza. C’è il violoncello, cioè Tommaso Bandiera detto Tommy detto Quinlan: il tipo del gregario a vita, non un pianoforte, non un violino. Poi c’è il pianoforte: il suo peggior amico, Germano Raul, che – fin dai tempi delle scuole medie – viene ogni tanto a scombussolargli l’esistenza e a farlo finire in situazioni del tutto impreviste, come impasticcarsi a un rave party o commettere un atto di bullismo (peggio che peggio omofobico). La storia la racconta Tommy in prima persona; e quel che sappiamo di Germano è quel che sa il gregario, che per lunghi tratti del romanzo lo perde di vista, salvo poi vederselo ripiombare addosso nei momenti più inaspettati; Germano è una sorta di cometa che torna periodicamente portando sconquassi, ma anche facendo uscire l’abitudinario violoncello dalle sue solite frasi musicali (e non).

Infine abbiamo Ester. Bellissima (con tratti addirittura polinesiani) e intelligentissima e spregiudicatissima; il violino, indubbiamente, che con la sua voce (e tutto il resto), ammalia Tommy. Anche lei va e viene, ogni tanto appare e ogni tanto scompare. Inutile dire che è il grande amore di Tommy; e non rovinerò troppo la vostra lettura dicendovi che tra i suoi vari amanti l’esotica Ester avrà Germano, che a differenza di Tommy ha carisma da vendere.

La storia comincia nei primi anni Ottanta e arriva più o meno al 1994; guarda caso, l’anno in cui Brizzi si è fatto conoscere con Jack Frusciante è uscito dal gruppo, il suo fortunatissimo romanzo d’esordio che gli ha impresso il marchio di scrittore teenager per i teenager. Tommy, ci viene detto, è nato nel 1974, lo stesso anno del suo autore; viene dunque la tentazione di leggere la storia in chiave autobiografica. Ma Tommaso non ha grandi aspirazioni letterarie: a lui basta il traffico di hashish e canapa orchestrato col socio Cotenna, le partitelle con la sua squadretta calcistica dove gioca in porta (salvo poi scoprire d’essere troppo basso per poter diventare un gran portiere), infine le domeniche trascorse nelle frange più violente degli hooligan rossi e blu (i Veltri, come vengono chiamati antiquariamente nel romanzo). Aggiungeteci qualche storia di sesso più o meno soddisfacente, con le quali il nostro si consola non potendo raggiungere la sublime Ester, e avrete un po’ il quadro.

Per completarlo, dobbiamo aggiungere l’orchestra, senza la quale i tre solisti dovrebbero darsi alla musica da camera, e non ci sarebbe ragione di srotolare questa vicenda di amicizie e amori e passioni adolescenziali per oltre cinquecento pagine. L’orchestra è la Bologna tra gli anni Ottanta e i Novanta: sono tutti i compagni di scuola, di squadretta calcistica, di consumo di droghe, di concerti e discoteche, di tifoseria ultrà, del Bandiera Tommaso. Tutta l’umanità felsinea con cui ha che fare a casa, e anche quella che incontra quand’è in trasferta durante le vacanze, sia sulla Riviera romagnola che sui monti dell’Appennino. E ogni tanto qualcuno degli orchestrali (un oboe, un trombone, una viola…) ha il suo momento di gloria o d’infamia, può duettare con i solisti, nei momenti felici o infelici del loro trio.

Un trio, ci terrei ad aggiungere, che grazie alla magia del romanzo è soggetto a una curiosa inversione: nel mondo proiettato dalle pagine di Brizzi a spiccare sono senz’altro il corsaro Raul e l’affascinante Ester principessa polinesiana, maschio e femmina alfa senza incertezze. Però per noi lettori in primo piano c’è il comprimario a vita, perché la narrazione è saldamente in pugno a Tommy, ed è la sua voce che evoca gli altri due (e qui il mio parallelo musicale fa un po’ acqua; ogni arte ha le sue specificità).

Un dettaglio lo trovo molto interessante e alquanto inquietante. Ester ha un nomignolo che usa sempre per chiamare Tommaso: Quinlan. Dice che è un nome da cowboy. Ebbene, o lo prende il giro, o questa ragazza peraltro assai intelligente è carente in storia del cinema: Quinlan è il protagonista di uno straclassico del noir, L’infernale Quinlan (1958) dell’immenso Orson Welles. Per cui al gregario Tommy è appiccicato il nome di uno dei più subdoli e inquietanti cattivi nella storia del giallo cinematografico, uno sceriffo corrotto, pronto a manipolare testimoni, alterare le prove e accoppare qualcuno per far tornare i conti delle proprie indagini. E come si chiama quel film in originale? Touch of evil. Il tocco del male, che in qualche modo si è posato su tutti e tre i protagonisti: chi ha perso il padre da piccolo, come Tommy, chi è figlio illegittimo di un riccone che detesta, come Raul, chi di una madre che una famiglia in senso classico non l’ha mai costruita, come Ester, e per questa è diventata una paria nella provinciale Bologna. Ma allora, ci possiamo fidare, noi lettori, della narrazione di Tommy/Quinlan?

Concludendo, una cosa va detta: che queste cinquecento e passa pagine volano. Brizzi si riconferma narratore talentuoso e sicuro di sé, che sa sempre giocare i suoi temi favoriti (calcio, Bologna, bicicletta, ancora Bologna, episteme borghesuccia, sempre Bologna, adolescenza e annesse trappole, ecc.) in modo ammirevole. Anche se questo tomo non lo ritengo all’altezza della Trilogia Fantastorica Italiana (di cui è fortunatamente imminente la ristampa), resta comunque un gran bel tour de force narrativo e – come direbbero gli americani – un page-turner. E poi, scusate, ma un romanzo che illumina tutti gli angoli bui della stagione che va dai 13 ai 19 anni – droghe bullismo alcol teppismo maschilismo noia vergogna, in una parola la stronzaggine di quell’età – senza far prediche e senza versare troppa melassa nell’impasto, oggi come oggi, quando l’adolescente è praticamente un fenomeno medico-psichiatrico, non mi pare cosa da poco. Anzi.

https://www.librimondadori.it/

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Macelleria siriana online

Pascal Manoukian, Ciò che stringi nella mano destra ti appartiene, tr. Francesca Bononi, 66thand2nd, pp. 229, euro 16,00 stampa

recensisce UMBERTO ROSSI

«Il suo cavallo di Troia è l’incultura: adolescenti con i cervelli pieni di niente, istupiditi da tv spazzatura, Grandi Fratelli e reality show vari».

Attenzione: non si parla della Lega o dei cosiddetti populisti. Chi sfrutta l’incultura a proprio vantaggio è l’ISIS. È una delle lezioni che apprendiamo leggendo questo romanzo duro e compatto, scritto da un reporter internazionale (che ben conosce le aree di guerra del Medio Oriente). La storia inizia nella Parigi di Charlie Hebdo e del Bataclan, quando Aurelién, francese purosangue, si converte all’Islam ed entra in quell’organizzazione anche nota come ISIL, Daesh, Daish e Stato Islamico dell’Iraq e della Siria. Proprio quelli: vestiti di nero, coi video horror girati senza trucchi, pronti a farsi saltare in aria e tagliare teste. Anche se Aurelién non è di discendenza mediorientale, nordafricana o nigeriana, istruito dal suo contatto dell’ISIS va in un localetto di tendenza con un compagno di terrorismo, spara sugli avventori e per finire in bellezza (dal suo punto di vista) si fa saltare in aria.

Così facendo fa a pezzi, tra gli altri, Charlotte, promessa sposa del montatore televisivo Karim, lui sì di famiglia proveniente dal mondo islamico, e in effetti musulmano anche se nient’affatto radicale. Muore anche, nell’esplosione, la figlia che la sventurata Charlotte portava in grembo. Questo l’inizio del romanzo, tutt’altro che inverosimile, purtroppo. Quel che segue, invece, è decisamente fantasioso, ma per un valido motivo: Karim, per vendicare la moglie la figlia e le altre vittime dell’attentato, si arruola nell’ISIS via web, approfittando anche delle sue origini che lo fanno somigliare al tipico convertito. A tutti gli effetti, Karim è un infiltrato fai-da-te in Daesh, un agente sotto copertura che però non ha alle spalle né polizie né servizi segreti.

Che la cosa sia credibile o meno, poco conta: evidentemente a Manoukian premeva avere a disposizione un punto di vista, quello di Karim, del tutto scettico e per niente simpatetico nei confronti dell’ISIS, che viaggiasse verso il cuore di tenebra del cosiddetto Califfato restando ben consapevole della sua mostruosità. A Manoukian interessa farci vivere coi mezzi della narrativa quello che evidentemente ha visto e sentito nella sua attività giornalistica, e quello che col tempo s’è scoperto dei mezzi e dei fini dell’organizzazione, inclusa la sua capacità di finanziarsi vendendo petrolio sottobanco che poi va sempre a bruciare in occidente per produrre energia in varie forme, complice quella Turchia (dove si svolge una lunga sequenza della storia) che all’inizio era tanto amica dei tagliagole di Daesh.

Molto altro ci sarebbe da dire su questa narrazione, brutale e tagliente come quei coltelli che usano i kamikaze in occidente e gli sgozzatori in Medio Oriente. Ma un punto mi preme di sottolineare, come fa d’altronde anche lo scrittore, che qui devo citare: «Al Quaeda viveva nell’era delle caverne all’interno delle grotte di Tora Bora; l’ISIS vive in quella del virale e dei social network». Manoukian, che dei media ne sa parecchio, legge il nuovo terrorismo dei martiri col furgone e la mannaia come fenomeno pienamente inserito nella Società dello Spettacolo; stabilisce un parallelo forse blasfemo ma assai azzeccato tra il Califfato e i reality show, Grande Fratello in testa – invece di ripetere medioevo, come fanno i commentatori con troppa disinvoltura, mostra che questo è un orrore del XXI secolo. Non a caso il protagonista del suo romanzo è un professionista della TV e del web, come scoprirete leggendo…

https://www.66thand2nd.com/

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Il coraggio di scrivere: Riflessioni su La ragazza con la Leica

riflette UMBERTO ROSSI

Lo scorso anno lessi e recensii per PULP Libri il vincitore dello Strega e uno dei finalisti. Lo feci per motivi estrinseci: Le otto montagne di Cognetti, perché trattava di montagne per l’appunto, argomento che mi interessa sempre; La più amata della Ciabatti, perché avevo letto un precedente romanzo della scrittrice maremmana, e m’era piaciuto abbastanza. Quest’anno ho letto La ragazza con la Leica (Guanda, pp. 333, euro 15,30 stampa, euro 10,99 ebook) per un motivo nient’affatto estrinseco: non appena avuta la notizia della vittoria allo Strega di Helena Janeczek ho acquistato il suo romanzo e mi sono messo a leggerlo con la precisa intenzione di discuterlo qui proprio perché vincitore dello Strega. Ed è mio fermo intendimento continuare nei prossimi anni con i premiati a venire (almeno finché ce la faccio).

Vorrei aggiungere che per motivi altrettanto estrinseci ho cominciato a leggere anche il vincitore dello strega del 2016, e cioè La scuola cattolica di Edoardo Albinati; avevo sentito parlare l’autore alla radio (a Fahrenheit, ovviamente), e avendo frequentato anch’io un liceo religioso ero stato subito toccato dal suo tema. Ne ho macinato un centinaio di pagine, poi confesso di averlo mollato, nauseato da una verbosità proliferante e irritante. La storia ce l’aveva, Albinati, ma avrebbe dovuto raccontarla con 200 pagine in meno (un amico che lavora nell’editoria avrebbe tagliato 500 pagine: mi ritengo dunque moderato). Inoltre avevo provato a leggere La ferocia, di Nicola Lagioia, che trionfò nel 2015: però il continuo sforzo dell’autore di stupire il lettore con immagini originali e spiazzanti, che a me paiono più che altro sforzate se non al limite del ridicolo, mi ha fatto smettere dopo neanche le rituali trenta pagine. Orbene, avendo finito Ciabatti e Cognetti senza sforzo, si può dire che dal 2016 al 2017 il premio abbia fatto registrare un sensibile salto di qualità.

Scusate la fascetta…

Ma niente mi aveva preparato alla sorpresa della Janeczek. Perché, e voglio dirlo subito, la scrittrice “tedesca naturalizzata italiana” (come recita la Wikipedia), per di più nata da genitori polacchi di discendenza ebraica, ha fatto fare al premio Strega un ulteriore salto di qualità. Potrei anche dire che facendo vincere La ragazza con la Leica, il premio suddetto più che fare un favore alla scrittrice ha fatto un favore a sé medesimo (e ce n’era bisogno). Detto semplicemente, questo è un gran bel romanzo, e potenzialmente qualcosa che potrebbe restare nella storia letteraria. Pur con alcuni difetti. Ma la letteratura è una cosa strana: spesso le imperfezioni diventano pregi, e lo scrittore meno levigato lascia un segno più grande e duraturo. La regola, nelle umane lettere, è una sola: non ci sono regole.

Cominciamo dal contenuto: il libro è incentrato sulla storia di due fotoreporter, uno famoso già in vita, Endre Ernő Friedmann, e una riscoperta solo di recente, Gerta Pohorylle. Probabilmente il primo lo conoscete con lo pseudonimo di Robert Capa; la seconda, potreste averla sentita nominare come Gerda Taro. Entrambi ebrei, entrambi fuggiti dalla Germania per evitare di fare una brutta fine dopo l’ascesa al potere di Hitler, entrambi politicamente a sinistra, entrambi hanno legato la loro storia di fotografi alla guerra civile spagnola; la Taro in Spagna ci è anche morta nel 1937 a ventisei anni, per un incidente. Capa, che era il suo compagno (anche se il loro era un rapporto assai poco convenzionale, come ci fa capire a più riprese Janeczek), le sopravvisse per perdere la vita nel 1954, saltato in aria su una mina in Vietnam, durante la feroce guerra tra i vietnamiti e i colonialisti francesi. Due vite brevi, due vite che paiono segnate dal destino; due vite che in qualche modo “chiamano” la scrittura, la narrazione, il racconto.

Robert Capa fotografato da Taro

Ebbene, Janeczek sceglie di adottare un approccio tutt’altro che lineare alla vicenda di Capa e Taro. Parte commentando una foto che li ritrae insieme in Spagna: ridono, nonostante lui regga in mano un fucile. Inizia studiando quella foto, e altre scattate dai due fotografi, interrogandosi su ciò che mostrano, su quell’apparenza senza colori che al tempo stesso è così prossima e così lontana, così chiara e comprensibile e così ambigua. Questo il prologo del romanzo, che da subito mi ha dato una misura del coraggio dell’autrice: niente di ruffiano, niente di facilmente accattivante, sicuramente non un attacco facile. Eppure ha un’intensità che colpisce.

Poi seguono tre parti, intitolate rispettivamente “Willy Chardack”, “Ruth Cerf”, “Georg Kuritzkes”. Sono i nomi di tre personaggi le cui vite si sono incrociate con quelle di Capa e Taro. Anche loro comunisti o comunque di una sinistra con la quale la nostra sinistra “ufficiale” del 2018 ha ben poco a che fare. Anche loro profughi. Tutti e tre più fortunati dei due fotoreporter, però: sopravvissuti alle persecuzioni naziste, alla guerra civile spagnola, alla seconda guerra mondiale con annessa Shoah. Morti di vecchiaia, dopo aver trovato un approdo sicuro chi negli Stati Uniti, chi in Italia, chi altrove. È attraverso questi tre personaggi che noi sappiamo di Gerda e Robert (alias André); e la loro storia non ci viene raccontata linearmente, bensì attraverso una rimemorazione tortuosa e discontinua, che non sarà un flusso di coscienza joyciano (grazie a Dio) ma non è neanche un legnoso flashback stile serie televisiva RAI/Mediaset. Tanto per dirne una, Georg Kuritzkes, che era un medico, torna al suo rapporto (non solo amicale) con Taro e in subordine con Capa quando ormai vive a Roma e lavora per la FAO. È nel 1960 delle Olimpiadi (ma anche del governo Tambroni) che Georg ritorna agli anni prima della seconda guerra mondiale, e alla sua amante scomparsa, e lo fa spostandosi ogni tanto avanti e indietro nel tempo, e anche inevitabilmente nello spazio, date le vite nomadi di pressoché tutti i personaggi del romanzo.

Gerda Taro all’opera

Insomma, Janeczek ha fatto scelte stilistiche e tecniche coraggiose. Ha usato quel narratore non-onnisciente e periferico che venne introdotto da Emily Brontë in Cime tempestose e poi usato con maestria da Fitzgerald nel Grande Gatsby. Una tecnica difficile, ulteriormente complicata dalla III persona (Brontë e Fitzgerald avvicinavano il lettore con narratori in prima), che però può dare risultati esaltanti se saputa usare. A mio modesto avviso, Janeczek vince la scommessa: nonostante all’inizio si possa restare smarriti e confusi, man mano che si procede si entra sempre più nella vita di questi profughi e sovversivi, e le personalità di Taro e Capa emergono sempre più distinte, senza agiografie e santificazioni zuccherate. E al confronto, spiace dirlo ma è così, Ciabatti e Cognetti ne escono come scolaretti promettenti, ma ancora bisognosi di completare il corso di studi.

E veniamo ai difetti. Fondamentalmente è questione di lingua; lingua sulla quale si sono accaniti per esempio diversi commentatori su Amazon (io vado sempre a guardare quel che si dice lì; scusate quest’approccio plebeo, però trovo interessante confrontare il mio punto di vista con quelli che appioppano al romanzo una sola stella in segno di spregio e disapprovazione). Janeczek, a detta di questi detrattori da tastiera (o smartphone) è straniera, QUINDI (mi si scusino le maiuscole, ma talvolta sono indispensabili) non padroneggia l’italiano. Secondo un commentatore, eccede nei complementi oggetto (curiosa notazione: non sa costui che la maggior parte dei verbi sono transitivi e quindi bisognosi di un oggetto?); secondo altri si avverte una sintassi straniera. Siamo al sovranismo grammaticale?

Personalmente, il 90%, ma pure il 95% delle frasi del romanzo mi stanno benissimo, e se talvolta hanno torsioni insolite ben vengano. L’italiano è la lingua di chi lo sa scrivere, non di chi è nato (e cresciuto) qui da genitori italiani. Per me Janeczek scrive bene e se sotto talvolta avverti il tedesco, ma perché no? Non s’avverte qualche volta il siciliano sotto Sciascia – senza arrivare alle contaminazioni di Camilleri sulla scia di Pasolini e Gadda? Non sono altre lingue quelli che una politica culturale nazionalista e stupida ha bollato dall’Unità d’Italia come dialetti? Non c’è il sardo dentro Deledda e Satta? E non sono gran stilisti questi?

Però qualche volta c’è la frase che non funziona. Ne ho annotate alcune. Si parla “delle battaglie contro la censura che avevano strappato l’uscita del film in alcune sale”; forse è una deliberata invenzione, ma non mi convince molto, l’uscita strappata. Poi ci sono le amiche che “presero a incuriosirsi di quella storia”, e a me quel di non suona proprio. A un certo punto un personaggio “aveva concluso con un sorriso disarmato”, quando di solito i sorrisi sono disarmanti; magari questa era una scelta originale, tenderei a concedere il beneficio del dubbio. Ma viene da chiedere proprio cosa siano “le alte festività ebraiche” di cui si parla a un certo punto, e quell’uso di “alto” per “importante” mi ricorda il lessico inglese e quindi un sostrato di senso germanico, quindi tedesco. Insomma, ogni tanto ci sarebbe voluto un lavoro di editing più attento da parte di Guanda.

Ma sia ben chiaro: io sono un rompiscatole armato di lente d’ingrandimento. Sono il professorino con la matita rossa e blu. Non mi dàte retta. Nel complesso il romanzo è ben scritto e a tratti la sua prosa ha un’intensità invidiabile. Come in questa sorta di conclusione:

Avevamo un’amica in comune che è morta in Spagna. Oggi nessuno sa più chi era Gerda Taro, si è persa traccia persino del suo lavoro fotografico, perché Gerda era una compagna, una donna, una donna coraggiosa e libera, molto bella e molto libera, diciamo libera sotto ogni aspetto.

Da un certo punto di vista, queste parole dette nel 1960 suonano premonitrici a noi lettori del 2018. Gerda Taro era una donna di oggi vissuta negli anni Trenta dei totalitarismi; non stupisce che dopo quegli anni infausti venisse dimenticata, essendo stata troppo libera per quell’epoca. Ma risuonano ancora più forti pensando che poche pagine dopo, nella conclusione del romanzo, dove Janeczek ancora commenta le foto di Taro e Capa (non scattate da loro, ma che li raffigurano), viene citato Walter Benjamin e il suo saggio sulla riproducibilità dell’opera d’arte (un testo che ancora non abbiamo capito a fondo, aggiungerei); e leggendo mi si è chiuso un corto circuito con un altro, terribile e tragico testo di Benjamin, quella sorta di testamento profetico che sono le “Tesi di filosofia della storia”, dove il grande berlinese ci spiega che se vinceranno i nazifascisti neanche i morti saranno più al sicuro (mi viene sempre da chiedermi se Orwell potesse averlo letto; assai probabilmente no, ma tra vere intelligenze si è spesso in sintonia a propria insaputa). Ecco, nonostante la sconfitta delle potenze dell’Asse, Gerda Taro ha rischiato di sparire del tutto dalla storia, come se non fosse mai vissuta; e questo ci fa interrogare su certe visioni consolatorie della Seconda guerra mondiale (soprattutto proposte da certe pellicole recenti), in base alle quali avrebbero vinto i buoni, punto. Veramente?

In conclusione, mi sembra che stavolta lo Strega abbia avuto un momento di lucidità. Speriamo che duri. Intanto, leggete La ragazza con la Leica. Non date retta ai denigratori su Amazon, che con le loro sparate hanno dimostrato solo di non saper leggere le righe e tra le righe (e fortunatamente ammontano solo al 33% di quelli che hanno commentato in quella sede…).

 

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Per cattive ragazze: Letture e visioni di Virginie Despentes

Virginie Despentes, Vernon Subutex 1, tr. Tiziana Lo Porto, pp. 304, Bompiani, euro 15,30 stampa, euro 9,99 ebook

approfondisce ELISABETTA  MICHIELIN

Vernon Subutex, protagonista del romanzo omonimo di Virginie Despentes, è un uomo che ha per nome lo pseudonimo di Boris Vian quando questi scriveva, più di sessant’anni fa, il pulp Sputerò sulle vostre tombe; il cognome, Subutex, è invece il nome commerciale di un farmaco che cura la dipendenza da oppiacei. Vernon ha quasi cinquant’anni, aveva un negozio di dischi, “Il Revolver”, che Napster (la prima piattaforma per scaricare musica gratis) ha mandato in rovina. Il mondo gli è poi precipitato addosso alla velocità inaspettata della torsione fra gli anni ’90 e il nuovo secolo che tutto ha cambiato. Per lungo tempo ha avuto “la sensazione che il suo lavoro consistesse nel vagare su internet” vendendo pezzo per pezzo tutto il vendibile; fino a quando la morte improvvisa di Alex Bleach, l’amico musicista superstar che lo aiutava a pagare l’affitto, lo porta rapidamente a perdere la casa e a vivere sulla strada. “Passata la quarantina, Parigi accetta solo i figli dei proprietari di immobili, il resto della popolazione prosegue la propria strada altrove”.

Il romanzo si svolge tutto nelle poche settimane in cui Vernon si fa ospitare sui divani e nei letti di amici e amiche legati a lui dai tempi de “Il Revolver” e dalla passione per la musica.

È questo il semplice plot dello straordinario romanzo definito da molti – a ragione – una nuova Commedia Umana, al tempo della precarietà e delle migliori serie tv (infatti la sta producendo Canal+).

Vernon Subutex 1, va via liscio come un feuilleton, si legge d’un fiato, ma ogni volta che pensi di esserti assestato su qualcosa, l’intelligenza analitica e lucidissima della scrittrice ti toglie la terra sotto i piedi e ti fa riconsiderare personaggi, caratteri, situazioni, relazioni che sono sempre sul punto di sfaldarsi.  La Despentes ha voluto indagare toutes les classes sociales, compresi gli immigrati di seconda e terza generazione, scrivendo così un romanzo profondamente politico che è una radiografia della società francese vista “dai due lati della barricata”. E le parole, notoriamente, a seconda del lato in cui stai e ti poni, cambiano di significato.

Le vite dei moltissimi personaggi sono precarie e le determinazioni di classe, razza e genere le informano; il risultato è reso poi ancora più articolato dai lunghi flashback in cui l’autrice rievoca con dolcezza il tempo della giovinezza rock che ha originariamente legato fra loro i personaggi. E qui sembra che la Despentes abbia imparato da Proust e dai suoi personaggi che si moltiplicano secondo l’ambiente e le relazioni che intrattengono, perché “nessuno è quello che crede per gli altri”. Così  Vernon a qualcuno sembra un uomo meraviglioso, l’amico che non lo vede da tanto tempo dice che ha un cervello come un pisello, un altro è invece incantato dalla sua capacità di DJ e lo considera un genio; lui stesso non sembra avere molta coscienza di sé mentre si lascia andare a una deriva confusa come “uno spettatore, uno scroccone della propria stessa vita, un clandestino”. Gli altri personaggi partecipano della stessa indefinibilità. In sovrappiù Vernon ci dà un indizio, quando, arrivato al punto più basso della sua parabola discendente, incontra dei tipi modello Casa Pound, rendendosi conto che “ha parlato troppo in fretta, avrebbe dovuto dare il suo nome registrato all’anagrafe, la sua identità francese”. Vedremo nei prossimi volumi…

Apocalypse Baby (2010) ha lo stesso “montaggio” di Vernon Subutex, una pletora di personaggi e situazioni (ruotanti attorno a una ragazzina “meticcia” destinata a diventare una terrorista) che si intrecciano, illuminano e definiscono a vicenda; ma pur essendo notevole, tagliente e radicale sembra sottostare all’”obbligo” di mostrare tutte le diversità, le identità, le soggettività; i personaggi risultano quindi un po’ artificiali e funzionano quasi da “avatar” di una condizione, razziale o di genere. Anche la Iena, l’indimenticabile protagonista spregiudicata e cattivissima, che tutte le donne vorrebbero portarsi a letto, risulta leggermente caricaturale. Giustamente (come faceva Balzac) l’autrice le assegna un posto per ora liminale in Vernon Subutex dove si occupa di Internet e costruisce fake news…

In Vernon Subutex 1, invece, i personaggi, più fluidi e smussati, sono davvero potenti e credibili, e la scrittura della Despentes ha un senso del ritmo stupefacente. Ma si sa, Virginie viene fuori dalla cultura punk e il romanzo più di tutti gli altri è intessuto di musica punk, pop, techno, grunge…

In attesa di leggere la seconda e terza parte della trilogia per scoprire l’altra identità di Vernon e cosa farà la Iena ascoltiamo la play list del romanzo.

Virginie Despentes è così brava a descrivere la guerra di classe perché sceglie un punto di vista, sceglie di collocarsi dalla parte dei perdenti; e non perché è una “buonista” (secondo l’orribile ingiuria che va per la maggiore), ma perché “l’umorismo e l’inventiva si collocano piuttosto dalla nostra parte”.

Il manifesto della scrittura di Virginie Despentes sta fra la celebre apertura di “parte” di King Kong Girl (2006) e la chiusura fraterna e condivisa di Vernon Subutex 1.

In King Kong Girl, Despentes dice:

Scrivo dalla parte delle racchie, per le racchie, le vecchie, le camioniste, le frigide, le mal scopate, le inscopabili, le isteriche, le tarate, tutte le escluse dal gran mercato della bella donna (…) Perché la donna bianca ideale, seducente ma non puttana, bene accasata ma non cancellata, che lavora ma senza riuscire troppo, per non schiacciare il suo uomo, magra ma non maniaca della dieta, che rimane giovane a tempo indeterminato senza farsi sfigurare dai chirurghi estetici, madre realizzata ma non totalmente assorbita da pannolini e compiti per la scuola, buona padrona di casa ma non casalinga tradizionale, colta ma meno di un uomo, questa donna bianca felice che ci viene costantemente brandita sotto il naso, quella a cui ci si dovrebbe sforzare di assomigliare, a parte il fatto che ha l’aria di rompersi le scatole per poco, a ogni modo non l’ho mai incontrata, da nessuna parte. Credo proprio non esista.

Da parte sua, Vernon Subutex 1, finisce con la più bella, dolente, creativa, piena di vita, sfilata di persone ai margini – ma anche animali e vegetali – mai scritta, con cui si identifica il protagonista, abbandonato su una panchina nel delirio della febbre, che vale la pena riportare per intero.

Sono un uomo solo, ho cinquant’anni, ho la gola bucata per il cancro e fumo il sigaro guidando il taxi, finestrino aperto, senza preoccuparmi della faccia che fanno i clienti.

Sono Diana e sono una di quelle ragazze che ridono sempre e si scusano di tutto, le braccia sono macchiate dai segni dei tagli.

Sono Marc, prendo il sussidio ed è mia moglie che lavora per farmi campare, io mi occupo tutti i giorni della nostra bambina e oggi per la prima volta le ho insegnato ad andare in bicicletta e ho pensato a mio padre, a quando ero piccolo ed era riuscito a togliere le rotelle alla mia bici.

Sono Elèonore, la tipa che mi piace mi fotografa ai giardini di Luxembourg, so che succederà qualcosa, e che sarà difficile perché siamo entrambe con qualcuno ma vale la pena provare.

Sono a letto quando so della morte di Daniel Darc, penso al suo numero nel mio cellulare, vorrei comporre quel numero e l’idea che ormai sia impossibile mi provoca una lunga vertigine, in fondo alla schiena.

Sono un adolescente ossessionato dall’idea di farmi sverginare e la rossa per cui spasimo da mesi mi ha appena fatto capire che potremmo andare al cinema insieme, credo non mi prenda in giro e guardandomi allo specchio mi accorgo che non ho più nessuna traccia d’acne, lo Roaccutan ha funzionato e una nuova vita mi si apre davanti.

Sono una giovane violinista virtuosa.

Sono la puttana arrogante e scorticata viva, sono l’adolescente solidale con la sua sedia a rotelle, sono la giovane donna che cena con suo padre che adora e che è fiero di lei, sono il clandestino che scavalcato il filo spinato di Melilla risalgo lungo gli Champs-Elysées e so che questa città mi darà quello che sono venuto a cercare, sono la vacca al mattatoio, sono l’infermiera diventata sorda alle urla dei malati a forza d’impotenza, sono l’immigrato senza documenti che prende dieci euro di crack ogni sera per fare le pulizie in nero in un ristorante a Château Rouge, sono il disoccupato da tempo che ha appena trovato lavoro, sono il contrabbandiere di droghe che si piscia dalla paura dieci metri prima della dogana, sono la puttana di sessantacinque anni incantata nel vedere arrivare il suo cliente vecchio.

Sono l’albero dai rami spogli maltrattato dalla pioggia, il bambino che urla nel passeggino, la cagna che tira il guinzaglio, la guardia carceraria invidiosa della noncuranza delle detenute, sono una nuvola nera, una fontana, la fidanzata lasciata che fa scorrere le foto della sua vita precedente, sono un barbone su una panchina abbarbicata su un poggio a Parigi.

Torniamo a King Kong Girl. La Despentes usa la figura di King Kong, metà umana metà animale, primitiva ma capace di emozioni e affetti, come possibile modello per pensarci fluidi e “ritirarci” dalla rappresentazione rigida e “naturalizzata” per generi sessuali; il diritto di pensarsi né come maschi né come donne.

King Kong Girl è un libro che non ha, per l’appunto, un genere ben definito; un po’ memoir, un po’ saggio, un po’ invettiva, un po’ – nelle parole di Despentes – da “petite blanche” nel senso che in esso non trova posto quell’intreccio fra genere classe e razza che è invece presente nelle altre opere sia cinematografiche che testuali.  Parla di stupro, di pornografia e di prostituzione (il cuore dell’esperienza femminile se tiriamo i fili all’estremo) della dominazione dei corpi, storicamente costruita e riperpetuata. Tre livelli che la Despentes ha attraversato in prima persona e che indaga senza remore.

Lo stupro è ciò che ogni donna (compresa la allora giovanissima scrittrice) ha vissuto in prima persona (o nella persona di un’amica, una conoscente, una sorella…), o evitato di striscio, o ci è andata vicina. Mentre non è evidentemente una cosa che riguarda gli uomini, perché a parte i casi clamorosi di pedofilia e di psicopatici, tutti gli altri non stanno mai facendo uno stupro: hanno forzato la situazione, erano un po’ ubriachi, lei in fondo ci stava…  (Bisogna dire che cominciano a comparire, anche in Italia,  uomini che riflettono sulla violenza.)

Orbene la Despentes rifiuta in toto la retorica della vittima, angolo riservato alle donne violentate. Rifiuta la necessità del trauma, la “serie di segnali visibili che bisogna rispettare: paura degli uomini, della notte, dell’autonomia, disgusto per il sesso e altre amenità”. Tira fuori lo stupro dal non-detto e dal silenzio ma anche dall’incubo assoluto, dal “che orrore” e “povere ragazze”. Corre il rischio dello stupro pur di avventurarsi all’esterno, non si vergogna di essere “rimasta viva” e cerca di riprendersi nel miglior modo possibile. È la libertà della sdrammatizzazione che evita la strada dell’unico comportamento violento tollerato dopo lo stupro: rivolgere la violenza contro se stesse. Ad esempio: aumentare venti chili, sottrarsi al desiderio, sentirsi in colpa per non aver resistito fino alla morte o peggio corresponsabili dello stupro perché nelle proprie fantasie sessuali e masturbatorie si immagina di essere  presa con la forza.

In ogni caso lo stupro per la Despentes è fondante, è “ciò che mi sfigura, e ciò che mi costituisce”. Ed è anche ciò che la determina come scrittrice. Non è un caso che il primo libro sia Scopami, (1996) la storia di due ragazze che escono dalla marginalità e dall’invisibilità soggettiva, sociale e politica, in un’esplosione di violenza assolutamente distruttiva ma che lo dice chiaro agli uomini: fra le mie gambe ci entri se lo voglio io.  Scopami ha l’estremismo della giovinezza, è super-provocatorio, molto liberatorio e già mostra l’attenzione politica della Despentes nei confronti di donne che vivono una triplice condizione di sottomissione: donne, povere, e straniere di terza generazione.  Scopami, che è anche un film (si può vedere a questo indirizzo) vendica simbolicamente tutte le stuprate e maltrattate del mondo!

Le ragazze di Scopami assomigliano alla scrittrice: una è stata violentata e l’altra fa la prostituta, come la Despentes che è stata una sex worker occasionale e che ha avuto modo di riflettere sulle analogie fra l’atto del prostituirsi e il lato promozionale del lavoro di scrittrice famosa. L’unica differenza, scrive spiritosamente, è che se dici «sono una puttana» tutti ti vogliono salvare, se invece dici: «vado in televisione», tutti sono invidiosi! “Ma la sensazione di disporre interamente di sé, di vendere quel che è intimo, di mostrare quel che è privato, è esattamente la stessa”.

La prostituzione notoriamente divide le posizioni femministe fra chi pensa che il lavoro sessuale per le donne sia sempre degradante e chi – come la nostra autrice – no. Senza ripercorrere una querelle che anche in Italia non smette di scomparire dalle prime pagine dei giornali, fra dibattiti sulla tratta, interdizioni ai centri cittadini, multe ai clienti, vale la pena soffermarsi sulle argomentazioni chiare e amorali della Despentes, che si chiede perché quello del lavoro sessuale sia l’unico spicchio di proletariato che turba tanto i benpensanti, i politici e le donne “rispettabili”. Puoi essere barbone, povero, avere un miserabile salario senza che nessuno abbia da ridire sulla degradazione e la dignità di chi ci è costretto, ma nessuno si esime dal sentenziare che la prostituzione qualunque sia le forme in cui avviene (anche se fra adulti consenzienti) sia per definizione degradante e che le prostitute se potessero ne farebbero a meno. Come se la maggior parte delle persone non facesse a meno di lavorare se solo potesse. Togliendo la prostituzione dall’enfasi moralista in cui è confinata, sempre identificata con i suoi aspetti più sordidi di sfruttamento e della tratta, la Despentes afferma che quel che si ha paura di ammettere è scoprire che per moltissime persone che lo fanno, la prostituzione non è poi un lavoro così terribile, che non è vero che tutte le prostitute sono delle vittime. Ad esempio Louise protagonista di Le dotte puttane (1999), sorta di noir ambientato nell’industria del sesso, appaga – attraverso la prostituzione – anche le proprie fantasie e piacere sessuale; di se stessa la Despentes dice che quel che la metteva in difficoltà era piuttosto confrontarsi con la vulnerabilità di molti dei suoi clienti; infatti rendere la prostituzione difficile e controllata significa anche controllare la sessualità dei clienti visti sempre come dei predatori, il tutto in un mondo dove i confini fra la seduzione e la prostituzione sono francamente confusi e la sessualità è continuamente esibita, medium per la vendita di qualsiasi merce La dicotomia madre/puttana non è “naturale”, ma corrisponde a una volontà politica che traccia sul corpo delle donne i confini con lo stesso criterio con cui si sono tracciati i confini in Africa: secondo gli interessi degli occupanti.

La Despentes scrive: “La prostituzione è stata una tappa cruciale, nel mio caso, di ricostruzione dopo lo stupro. Un’operazione di risarcimento, banconota dopo banconota, di ciò che mi era stato tolto con brutalità. (…) Quel sesso apparteneva solo a me, non perdeva di valore a mano a mano che veniva utilizzato, e poteva essere redditizio.”

Una ventata di impudente aria fresca la Despentes la mette anche nella sua riflessione e attraversamento della pornografia, argomento che per definizione sembra sottrarsi a qualsiasi rivisitazione critica  che non sia la condanna o la “diminuzione del danno”. Scioccante, ad esempio, che in un film che non viene classificato come pornografico (nonostante le forti polemiche che lo hanno accompagnato) come  Scopami (ma anche nel libro) una ragazza guardi apertamente (non nel chiuso della sua cameretta) film pornografici e si masturbi. Anche in questo caso la Despentes ci pone delle domande che sono per lo più confinate nel non detto. La forza della pornografia sta nel fatto che “va a colpire la zona morta della ragione. Punta dritto ai fantasmi, senza passare per la parola, né per la riflessione. Prima si ha l’erezione e ci si bagna, poi ce ne si può chiedere il perché”. Un film hard è fatto per masturbarsi, punto. Non solo: ciò che eccita è spesso imbarazzante socialmente e non sempre quel che fa piacere quadra con quel che si vorrebbe essere. Pensiamo solo a quanto scritto sopra, sul senso di colpa indotto in donne con fantasie masochiste in caso di violenza sessuale. La Despentes (e con lei il movimento pro sesso  oggetto di indagine in Mutantes: porn, punk, feminism (2009) ) pensa che anche la pornografia possa essere sottratta allo sguardo maschile e patriarcale che la caratterizza e diventare uno strumento per liberare gli uomini dalla posizione di aggressori e le donne da quella di vittime “dolorosamente riconoscenti o gioiosamente importunate” secondo le parole del filosofo Paul B. Preciado, in precedenza noto come Beatriz, già compagna/o della scrittrice.

 

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Una storia del grande Nord

Dino Battaglia, L’uomo del New England, NPE, pp. 86, euro 16,90 stampa

recensisce UMBERTO ROSSI

Continua la ripubblicazione dei fumetti di un maestro dell’arte sequenziale, Dino Battaglia, da parte di Nicola Pesce Editore. Opera meritoria, e condotta con grande serietà, riproducendo alla perfezione le tavole del maestro scomparso nel 1983 a soli sessant’anni (è il caso di dirlo). Tavole che questa volta sono a colori, per cui una riproduzione di qualità è ancor più importante del solito: e la stampa di NPE consente di apprezzare il raffinatissimo lavoro di coloratura realizzato dalla moglie di Battaglia, Laura, perché il grande fumettista con l’arcobaleno non si trovava a suo agio; non a caso, come ci spiega la bella introduzione di Marco De Giuli, l’autore de L’uomo del New England amava più che altro i grigi, che dosava con grande cura.

La vicenda narrata è quella di un gentiluomo inglese, Cristopher Nightly, che negli anni Cinquanta del Settecento s’imbarca rocambolescamente alla volta dell’America per sfuggire alla vendetta di un rivale in amore. Accade così che il fop, il classico damerino scapestrato dedito alle donne e alle carte, tipico dell’Inghilterra immortalata da Hogarth e Fielding, si ritrovi nel selvaggio continente nordamericano, dove infuria la guerra coloniale tra le truppe di sua maestà britannica e i francesi di Luigi XVI. Guerra combattuta anche con le alleanze con le tribù di nativi, i quali, va detto, non si facevano pregare poi troppo per mandare al creatore i guerrieri delle tribù rivali.

Nightly viene prima comprato da un cacciatore di pellicce per un anno, poi finisce con i Ranger del maggiore Rogers, impegnati in un raid pressoché suicida ben dentro il territorio controllato dai francesi del generale Montcalm e dagli indiani loro alleati; obiettivo, andare a sterminare la tribù dei Saint Francis, responsabili di una serie di attacchi contro i villaggi inglesi del New England. (Poi uno si chiede da dove venivano le spietate missioni search & destroy della guerra del Vietnam…)

Battaglia ricostruisce questo episodio storico (molti fatti e appena un po’ di fiction in questo splendida e compatta graphic story) con gran dovizia di particolari affidati ai disegni; i dialoghi sono essenziali e funzionali alla storia. Ne esce fuori, senza neanche gran panorami e vedute pittoresche, l’anima oscura di una terra dove si uccide senza fare tante domande, dove la morte è perennemente in agguato, e dove si gioca una partita molto più grande di quel che sembra; come spiega l’introduzione di Hugo Pratt, riportata in appendice al volume, il raid di Rogers è un piccolo episodio della Guerra dei Sette Anni, forse la prima vera guerra mondiale, con la quale il Regno Unito strappò a quello di Francia la supremazia planetaria (inclusi Quebec e India).

Torna così nelle librerie un autentico classico del fumetto, pubblicato per la prima volta nel 1979. E NPE lo presenta giustamente con un ricco corredo; a parte l’introduzione di De Giuli e quella storica di Pratt, troverete nel volume anche una sintetica ma estremamente interessante postfazione di Angelo Nencetti sui fumettisti italiani e il loro rapporto con la frontiera americana. Insomma, quel che si dice un piatto ricco. Non perdetevelo.

(E ci sembra opportuno aggiungere in calce almeno una delle meravigliose tavole che troverete in questo volume…)

https://edizioninpe.it/

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Il mito Tesla

Sergio Rossi e Giovanni Scarduelli, Nikola Tesla, BeccoGiallo, pp. 129, euro 16,00 stampa

recensisce UMBERTO ROSSI

In America gli inventori sono eroi popolari. Edison, Bell, i fratelli Wright, sono forse ancor più popolari di quanto lo siano da noi Mazzini e Garibaldi (a dire il vero, tremo all’idea di chiedere agli adolescenti che ho in classe cosa ne sanno dell’Uomo in Nero e di quello in Rosso…). La vita di questi pionieri della tecnica è stata studiata assai attentamente, anche nei suoi aspetti meno edificanti; si studiano nel loro contesto storico e sociale, si analizzano tutte le ripercussioni culturali delle loro invenzioni, i fondi di senso nascosti in apparecchi come il fonografo, il telefono, il telegrafo; i complessi presupposti anche filosofici che hanno condotto a realizzare quella tecnologia lì e in quel momento storico.

Però, diciamocelo: Nikola Tesla è un’altra cosa. Tesla è uno scienziato, anche se in parte autodidatta; un inventore, cui dobbiamo – tanto per dirne una – la corrente alternata, e cioè l’elettricità in casa dappertutto (o quasi); ma è anche e soprattutto un personaggio dai contorni leggendari. Prova ne sia il fatto che appare in The Prestige, di Christopher Nolan (tratto da un romanzo di Christopher Priest); fa un cameo in quello splendido compendio dell’immaginario ottocentesco che è Contro il giorno di Thomas Pynchon; televisione e cinema jugoslavi gli hanno dedicato una serie e un film ai tempi della scomparsa repubblica socialista; per non parlare di certe automobili che non vanno a benzina… Non stupisce allora che Becco Giallo gli dedichi un volume della sua collana di biografie a fumetti, illustrato da Giovanni Scarduelli e scritto da Sergio Rossi (garantisco, un puro caso d’omonimia…).

Per raccontare la storia tra realtà documentata e leggenda mediatica del grande inventore e scienziato serbo, Rossi & Scarduelli mettono in scena due giovani americani, un documentarista e un fisico, che collaborano alla realizzazione di un documentario su Tesla; sono stati invitati da un misterioso personaggio che sostiene di saperne più di chiunque altro, e vuole incontrarli per mostrare loro documenti importantissimi. Durante il viaggio in auto i due ricercatori rievocano la vita di Tesla, dalle origini in Serbia, agli studi universitari presto interrotti, all’emigrazione negli Stati Uniti, alla beffa di Edison e la derivante ostilità (se non vero e proprio odio) per l’inventore-imprenditore americano; poi le ricerche per la Westinghouse, l’invenzione della corrente alternata, quella della radio che non gli venne riconosciuta, salvo ripensamento postumo della comunità scientifica, gli strani e dispendiosi progetti al limite della ciarlataneria, la morte in miseria nel 1943, in una pidocchiosa camera d’albergo di New York. Una storia grandiosa e tragica, che si chiude con un colpo di scena alla X-Files, perché l’FBI sequestra tutte le carte che restavano a Tesla al momento della sua morte: da allora il mito si è fatto sempre più potente e gravido di mistero (vero, esagerato o inventato).

Sicuramente non mancano complottisti e ammiratori di Tesla che ne sapranno molto di più (tra cui sicuramente Elon Musk…); però come introduzione al personaggio il fumetto di Rossi & Scarduelli va benissimo; e i disegni del secondo, rigorosamente in bianco e nero, si fanno ben apprezzare. Suggerisco pertanto ai miei colleghi che insegnano fisica di farlo leggere agli studenti; non si sa mai che le iscrizioni nelle facoltà scientifiche crescano… del resto, non è pensabile che si radichi una cultura scientifica nel nostro paese (dove ce ne sarebbe veramente bisogno) senza che essa sia accompagnata da un immaginario scientifico. Le due cose sono inseparabili, e forse la prima da noi non ha attecchito proprio per carenza del secondo.

http://main.beccogiallo.net

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Storia dei Quaderni piacentini

Giuseppe Muraca, Piergiorgio Bellocchio e i suoi amici: Intellettuali e riviste della sinistra eterodossa, Ombre corte, pp. 123, euro 12,00 stampa

recensisce UMBERTO ROSSI

Chiariamo subito che Piergiorgio Bellocchio è il fratello di Marco, il regista de I pugni in tasca e Buongiorno notte. Chiariamo anche che il sottotitolo di questa raccolta di scritti è leggermente fuorviante: si parla di “riviste”, ma tutto ciò che troverete in questo volumetto ruota attorno a una rivista, e cioè i Quaderni piacentini, che dal 1962 al 1984 fu un punto di riferimento del dibattito culturale nel nostro paese (fanno eccezione le tre sezioni dell’Appendice dedicate a Discussioni, Ragionamenti e Ombre rosse). Il titolo dei Quaderni non deve ingannare: anche se Bellocchio e Grazia Cherchi erano effettivamente originari di Piacenza, la rivista ebbe ben presto una risonanza nazionale, e si avvalse di collaboratori sparsi in tutta la penisola (nonché all’estero). Se uno scorre le pagine dell’attenta ricostruzione di Muraca, spuntano nomi illustri, a partire da Franco Fortini, che fu l’originario punto di riferimento di Bellocchio, Cherchi e compagni; sulle pagine dei Quaderni pubblicarono personaggi che in seguito hanno giocato, nel bene e nel male, un ruolo importante nella vita intellettuale italiana, da Goffredo Fofi ad Alberto Asor Rosa. Piacenza fu il luogo di nascita della rivista, ma essa si rivolgeva alla nazione intera.

Muraca ricostruisce la parabola dei Quaderni, che nasce all’inizio del decennio più vivace e contraddittorio della storia italiana recente (oddio, forse non tanto recente, a pensarci bene), gli anni Sessanta, con l’intenzione di condurre “una vera e propria campagna di controinformazione su temi e avvenimenti legati all’attualità e trascurati dalla Rai-Tv, dalla stampa di regime e dalla stessa sinistra ufficiale, in cui si prendevano di mira l’establishment, l’industria culturale, scrittori di successo, miti, valori e pregiudizi dominanti…” Un programma di tutto rispetto, che potrebbe essere ripreso di peso anche oggi, e se portato avanti onestamente e con coerenza potrebbe fare del bene, vista l’aria che tira. I Quaderni piacentini partono come rivista culturale a tutto tondo, attenta alla letteratura, al cinema, alla sociologia, alla politica, voce di una sinistra eterodossa, e cioè distante sia dalla palude democristiana che dall’orbita culturale del PCI. Non a caso i loro fondatori consideravano quale padre nobile Fortini, che s’era allontanato dal Partito Comunista. (Vien da dire: ben altra cosa dall’attuale PD che quali padri nobili vanta Veltroni e Prodi, ma lasciamo stare.)

La storia raccontata da Muraca corre parallela a quella nazionale. Con gli anni Settanta la rivista si concentra sempre più sulla politica, e diviene praticamente monotematica; nel 1980, proprio all’inizio del decennio veramente oscuro della nostra storia recente, i Quaderni chiudono, poi hanno una breve ripresa fino al 1984, anno della definitiva chiusura. Molto semplicemente, in un’Italia travolta dal cosiddetto Riflusso e sommersa da una marea di soldi facili, edonismo da quattro soldi, televisione monnezza (mi si scusi il termine capitolino), e governata da Craxi Andreotti Forlani (gente che sento ogni tanto rimpiangere, e questo dà l’idea dello stato di confusione mentale profonda in cui siamo precipitati), la Rivista si trovava a non saper più bene a chi rivolgersi. Si avvertiva che una stagione era chiusa, e che i Quaderni erano indissolubilmente legati a quei tempi, per cui proseguire non aveva senso.

Muraca non a caso ha inserito in conclusione del suo libro alcuni scritti dedicati alla produzione letteraria di Bellocchio e Cherchi, che furono nella seconda metà degli anni Ottanta anche scrittori: di saggistica il primo, di narrativa la seconda. E a leggere le pagine che Muraca dedica a Oggetti smarriti e Al di sotto della mischia di Bellocchio, nonché a Basta poco per sentirsi soli e Fatiche d’amore perdute della Cherchi, viene voglia di leggerli – cosa non facile, ahinoi, dato che questi titoli sono fuori stampa (il romanzo della Cherchi lo trovate su Amazon, usato, a soli 50 euro…). I due personaggi che hanno più contribuito a far vivere i Quaderni, con un lavoro redazionale come quello della Cherchi che resta spesso invisibile ma è assolutamente necessario, sentivano evidentemente, morta la loro rivista, di doverne comunque salvare se non altro lo spirito. Bellocchio lo fa con raccolte di materiali scelti tratti dai Quaderni; Cherchi mettendo in scena, in Fatiche d’amor perdute, una riunione dei principali collaboratori anni dopo la fine dell’impresa, facendo capire come si fosse stabilito con le varie firme un rapporto umano, di affetti, che andava oltre quello professionale tra redattore e collaboratori.

Nonostante la sua brevità, tanto ancora ci sarebbe da dire della raccolta di scritti di Muraca, che non si esaurisce in un “come eravamo” ma si legge come un invito ad approfondire, ad andare a riprendere e a riscoprire tutti gli scritti citati puntigliosamente e con precisione, con solido impianto bibliografico. Come lo stesso autore spiega, alle spalle di questa pubblicazione c’è il tentativo (purtroppo fallito) di trovare un editore per una monografia ben più ampia e articolata sui Quaderni piacentini; si sa, l’Italia è un paese che non ama ricordare, specie se il ricordo è nitido, ben documentato, e non si presta a strumentalizzazioni.

Del resto, Oggetti smarriti di Bellocchio consisteva in una raccolta di scritti usciti in una rubrica omonima che apparve brevemente tra 1992 e 1993 su L’Unità; rubrica che a sua volta derivava da un articolo pubblicato nel 1983 sui resuscitati (ma per poco) Quaderni. Bellocchio intendeva segnalare, per contrapporli alla marea di novità editoriali di dubbio valore, volumi fuori stampa, dimenticati, rimossi, che però valeva assolutamente la pena di leggere. Una terapia per contrastare la costante tendenza nazionale all’amnesia culturale (amnesia di comodo, aggiungerei). Piergiorgio Bellocchio e i suoi amici, mi sembra, è il modo in cui Muraca tiene fede all’intuizione del fondatore (e finanziatore) dei Quaderni piacentini.

(Un’intuizione, ci terrei a sottolineare, e parlando da redattore di PULP Libri, che abbiamo intenzione di tenere bene a mente.)

http://www.ombrecorte.it

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