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Il padre di Capitan America (e non solo)

Jack Kirby Mostri, uomini, dei, a c. di Hamelin, Catalogo della mostra, 24 Novembre 2018 – 5 Gennaio 2019, Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna, pp. 128, €18 stampa

di STEFANO RIZZO

Per iniziare bene, dovrei dire subito che il lavoro svolto negli ultimi anni da Hamelin a Bologna è straordinario. Oltre alla rivista omonima dedicata all’illustrazione e al fumetto (tra le cose più belle prodotte in Italia sull’argomento) che già sarebbe sufficiente per ricevere le mie lodi, l’associazione cura, oltre ad altre cose, il festival Bilbolbul che si tiene a fine novembre. Tra i più ricchi e interessanti festival italiani, è il culmine di una serie di attività svolte durante l’anno con l’obbiettivo di formare nuovi lettori e per questo motivo si rivolge soprattutto ad un pubblico diverso dagli appassionati, da quelli già convertiti insomma. E questa è una cosa davvero senza prezzo, dato che la formazione di nuovi lettori è la principale fonte di buona salute per il fumetto (e non solo) come mezzo e come industria culturale.

Tra le molte iniziative di quest’anno, spicca per noi marvelliani, per noi amanti delle cose giganti e delle macchine dalle architetture impossibili, della psichedelia e delle esplosioni cosmiche, ma anche per voi che non sapete cosa vi perdete, una delle mostre più belle mai proposte in Italia sul fumetto americano, dedicata a Jack Kirby: Mostri, uomini, dei! Aperta a Bologna presso la Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna il 24 novembre 2018 e chiusa il 5 gennaio 2019 è – come raramente accade per il fumetto – una mostra ricca e soddisfacente da tutti i punti di vista.

Qui però, vorrei del catalogo della mostra. Curato dalla stessa Hamelin è un esempio di come andrebbe oggi fatto un catalogo senza che diventi due cose molto brutte: un’antologia di elogi banali e superficiali o una serie di sterili studi specialistici (che possono servire solo se portano ad una maggiore conoscenza dell’autore).

Un catalogo dovrebbe essere una cosa bella da leggere e da guardare, oltre che un utile strumento per lo studio dell’autore. E questo catalogo è davvero una lettura piacevole a partire dal primo dei testi presentati, “Il ritorno del Re” di Jonathan Lethem. Lethem, come sempre scrittore coinvolgente e intimo, ci appassiona nella sua ricostruzione degli anni in cui, da ragazzino, scoprì Kirby. Erano già gli anni settanta e Kirby stava ritornando alla Marvel dopo un periodo alla DC. Erano già finiti gli anni d’oro del primo periodo della Marvel, quando insieme a Stan Lee creò la maggior parte degli eroi della casa editrice. Lethem dice moltissime cose seducenti: Jack Kirby come Chuck Berry; Jack Kirby e Stan Lee come John Lennon e Paul McCartney; Jack Kirby come John Wayne! Lascio risuonare in voi questi paragoni per farvi venire la voglia di leggere questo saggio che, non banalmente, cerca di dire alcune cose spiacevoli sullo stile di Kirby (anche da sceneggiaore), anzichè lanciarsi in lodi scontate.

Ogni saggio aggiunge qualcosa al ritratto di questo autore così mitizzato ma forse ancora da studiare a fondo. “Jack Kirby: narratore, artista, visionario”, di Rand Hoppe è un profilo biografico del curatore del sito . “Il sublime tecnologico”, di Charles Hatfield è un denso saggio sugli elementi grafici e stilistici dell’arte kirbyana proveniente da un’opera più ampia intitolata Hand of fire: the comics art of Jack Kirby. “Il negozio dell’incisore di lapidi”, di Christopher Brayshaw tratta della mitica opera breve autobiografica Street code, realizzata a matita.

Vorrei citare anche tutti gli altri testi perchè, nei vari approcci e nelle sensibilità diverse da autore ad autore sono tutti contributi interessanti e preziosi: “One Man Army”, di Daniel Duford; “Un potere sottile” di Paul Gravett; “Quest’uomo, questo Maestro… scatenato!” di Paul Karasik.

Una citazione d’obbligo per il testo di Paul Gravett, grande critico inglese, che si dedica a una parte dell’opera di Kirby spesso citata, ma mai analizzata a dovere: le storie d’amore. Alcune di queste storie, quelle del periodo Marvel, sono state riproposte, insieme a quelle di altri autori, all’interno del volume Le grandi storie d’amore (Panini Comics, 2018). Questi fumetti romantici, che Kirby in sostanza creò per primo insieme a Joe Simon negli anni ‘40, lungi dall’essere semplici curiosità, sono un’eccezionale occasione per aver esperienza dello stile dell’auore, enormemente modulabile ma allo stesso tempo riconoscibile anche se, al posto di un essere cosmico dalle proporzioni di un pianeta, c’è una donna di spalle che piange e si commisera perché ama un uomo che non le è fedele…

Inoltre, al termine del catalogo, quattro autori di fumetti dagli stili diversi ma altrettanto interessanti e in un certo senso kirbyani, cercano di spiegare il loro amore per il Re e l’influenza che ha avuto nei loro lavori: sono “Trascendere il mainstream”, di Gary Panter; “Sulla corona del Re” di Sergio Ponchione; “Jack l’alieno” di Roberto Recchioni; “Il sogno del Teschio Rosso” di Stefano Ricci.

Il lato visuale del catalogo è ottimo anch’esso, con la riproduzione in grande formato di alcune delle 70 tavole esposte a Bologna, sia nella versione orginale in bianco e nero, sia nella versione colorata per la pubblicazione. Si aggiunga il prezzo di euro 18, assolutamente abbordabile, e la buona fattura del volume e il risultato sarà un acquisto obbligato per gli appassionati e un’occasione per gli altri di approfondire un grande autore del Novecento.

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Disegnare la Creatura

Mary Wollstonecraft Shelley, Frankenstein illustrato da Bernie Wrightson, pref. Stephen King, tr. Simona Fefé, Mondadori, pp. 304, €24 stampa

di STEFANO RIZZO

Il 2018 è stato l’anno di Frankenstein. Questo romanzo, capostipite di un genere e capolavoro della letteratura inglese, venne pubblicato anonimo esattamente duecento anni fa. L’autrice, resa pubblica solo nella seconda edizione rivista del 1831, era la ventunenne Mary Shelley, nata Wollestonecraft Godwin. Il romanzo è nei cataloghi di praticamente tutti gli editori italiani e molte sono le novità su di esso, tra cui voglio segnalare almeno un volume edito da Lindau a fine novembre: l’edizione critica del romanzo, unica a presentare le due versioni del ‘18 e del ‘31 affiancate e confrontate per la cura di Sara Noto Goodwell. Ma io, in questo speciale Frankenstein di fine anno, sono qui per parlare di Bernie Wrightson, scomparso nel 2017, e autore delle illustrazioni di questa edizione integrale del romanzo, ottimamente tradotto da Simona Fefé.

Il suo nome è noto agli appassionati di fumetti o illustrazione degli anni settanta, ma forse oggi non è conosciuto come meriterebbe in Italia: dovrebbe invece essere scolpito nella mente di qualunque appassionato di disegno. Stiamo parlando infatti di uno dei maestri assoluti dell’orrore, se non addirittura il più grande di tutti, almeno a partire dagli anni settanta.

Wrightson esordisce professionalmente a vent’anni in una storia di tre pagine di «House of mistery» pubblicata nel 1969 e reperibile in italiano in una raccolta delle sue storie tratte da quella serie pubblicata da Planeta De Agostini nel 2009. Il suo stile è già riconoscibilissimo, enormemente espressivo, un’intrico di ombre e segni controllati, di figure allungate, di maschere di terrore. È l’inizio di una grande carriera che lo porterà a lavorare, anche se sempre da freelance e per progetti limitati sia per editori come DC e Marvel, sia per altre case editrici come Warren. Nei primi anni settanta abita nello stesso appartamento con altri tre grandi: Al Milgrom, Howard Chaykin e Walter Simonson e l’influenza reciproca è inevitabile. Ma tra i grandi artisti che gli diedero molto e che si possono riconoscere nel suo tratto ci sono Howard Pyle e Al Dorne per l’illustrazione e Al Williamson, Graham Ingels e Jack Davis per i fumetti (autori EC Comics e Warren). Gli anni settanta sono gli anni in cui si dedica a moltissime storie brevi, la forma in cui ha sempre eccelso anche per una certa lentezza nel lavoro e l’impossibilità di semplificare l’incredibile lavoro di pennino.

Il personaggio per cui sarà probabilmente ricordato per sempre lo crea con Len Wein: è Swamp Thing, in seguito ripreso da Alan Moore, per cui disegna la storia di esordio e i primi dieci numeri della serie.

Nel 1975 fonda The Studio, un loft condiviso con Jeffrey Catherine Jones, Michael Kaluta, and Barry Windsor-Smith. In questi anni Wrightson raggiunge le sue vette più alte nella tecnica e nell’espressività: sperimenta con tutti gli strumenti possibili anche contemporaneamente: dal pennino al pennello, dall’inchiostro acquarellato al pennarello fino all’uso della tecnica duotone.

In seguito collaborerà a più riprese con Stephen King (che firma l’introduzione di questo volume) per adattamenti e altri progetti come l’edizione illustrata (oggi di grande valore colezionistico anche nell’edizione italiana) di Unico indizio la luna piena. Con Jim Starlin (il creatore di Thanos, tra gli altri) realizza The Weird, Batman: The Cult nonché un divertente team-up con Hulk e La Cosa. Disegna anche uno Spiderman gotico, nelle sue corde, nella graphic novel Hooky. E non dimentichiamo una potente copertina per il secondo album di Meatloaf!

Ecco chi era Bernie Wrightson nel 1983, quando uscì questa edizione illustrata del romanzo della Shelley: un maestro. E questa fu sicuramente la vetta più alta della sua arte: 47 illustrazioni in bianco e nero che non si staccano dalla retina.

Sette anni di lavoro dedicati all’illustrazione di Frankenstein. Cose da pazzi, se non fosse che, lo disse lo stesso Wrightson, si trattava di un labor of love, un’opera dettata dall’amore. Non era propriamente lavoro. L’artista vi si dedicava nei giorni liberi dalle altre commissioni retribuite. Sette anni. Una follia (non possiamo non pensare al nesso!) come quella di Victor Frankenstein: ambedue consumati dalla passione. Ma quella di Wrightson fortunatamente non lo portò alla tragedia ma ad un irripetibile lavoro grafico, assolutamente fedele alle descrizioni del romanzo. Dimentichiamoci, se possibile, per un momento, di Boris Karloff. Wrightson si impose fin dall’inizio di rimanere vicino alla sensibilità ottocentesca del romanzo: i riferimenti sono infatti a Franklin Booth, J.C. Coll e Edwin Austin Abbey e l’obbiettivo è quello di produrre immagini “antiche”, che abbiano l’aspetto di xilografie o siderografie.

Il risultato è questo libro, felicemente riportato alle stampe a novembre da Mondadori per la collana Oscar Ink in un ottimo formato (cm 17 x 24), più efficace di quello di un Oscar normale. Credo che esistano pochi libri come il Frankenstein di Wrightson: un vero e proprio mito visualizzato senza che le tavole dell’artista possano interferire con il mondo di immagini personali del lettore. È, come nei capolavori dell’illustrazione, un mondo in aggiunta al mondo del romanzo, anch’esso presente e vivo come l’altro. Un’emanazione della parola scritta che non è mai una copia, mai ridondante. Illustrazione non come “spiegazione”, “semplificazione” ma come arricchimento, come illuminazione. Luce, anche se si tratta di oscurità, di ombre. Opere fatte di segni impercettibili, graffi. Di innumerevoli oggetti, alambicchi, flaconi, libri antichi e polvere, corde, scatole, provette, beute come in quella doppia pagina che mostra il laboratorio di Frankenstein che forse è il capolavoro di una vita.

Sono tantissimi, ancora, i tesori dispersi prodotti da Wrightson e che meriterebbero un grande catalogo in formato gigante o almeno una serie di antologie che riprendano i tanti lavori sparsi (l’incredibile portfolio su Poe è solo una delle moltissime opere da raccogliere, come anche il seguito di Frankenstein del 2012 in una degna edizione).

Non so, forse sono influenzato dalle atmosfere delle sue storie e dei suoi personaggi, dolenti e tormentati, ma credo che anche Wrightson, in un certo senso, sia stato tormentato. Angosciato lo è stato certamente dall’industria e dall’obbligo di piegarsi alle richieste dei committenti e degli editori. Ha dovuto lottare tutta la vita per realizzare i suoi desideri e obiettivi artistici. Con quest’opera ormai leggendaria Bernie c’è riuscito e noi indagheremo per sempre le sue immagini, ingordi di particolari e di segni. E quando avremo la sensazione di aver colto tutto, un nuovo dettaglio ci salterà all’occhio, qualcosa di nuovo, che prima non c’era, come se le opere fossero vive. Forse Wrightson, come Frankenstein, ha scoperto il modo per dare la vita a ciò che è inanimato. E l’ha data all’inchiostro delle sue tavole, per noi.

Questa recensione fa parte del FRANKENSTEIN DAY di fine 2018 (anno del bicentenario), assieme alla recensione di una raccolta di racconti di Thomas Ligotti, allo speciale sui fumetti italiani che rielaborano la Creatura di Viktor Frankenstein, al recupero di Frankenstein liberato di Brian Aldiss e all’itinerario di letture sulla Creatura (e sul dottore) preparato da Walter Catalano.

https://www.librimondadori.it/

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Vita di Mister Marvel

Bob Batchelor, Stan Lee: Il padre dell’universo Marvel, tr. Sara Terrinoni e Amanda Schüpbach, Leone Editore, pp. 288, €19,90 stampa

recensisce STEFANO RIZZO

Il 12 novembre 2018, all’età di 95 anni, è morto Stan Lee, creatore dell’Universo Marvel. Solo poche settimane prima Leone Editore aveva pubblicato la traduzione italiana della biografia del 2017 scritta dallo storico Bob Batchelor, che in originale si intitola Stan Lee – The Man behind Marvel. Questi i fatti.

Con Stan Lee devo trattenermi, controllare i termini, non sparare superlativi, cercare di ridimensionare. È molto difficile perché si tratta della mia formazione emotiva ed estetica. Nonostante sia cosciente che questo autore abbia anche dei lati criticabili (una certa autoreferenzialità, per esempio?), la mia infanzia (ma si può dire la mia vita) è stata illuminata, sconvolta, esaltata dalle sue creazioni.

I fumetti Marvel, quando li ho conosciuti nei primi anni ‘80, erano diversi dagli altri. C’era in essi un’esplosione di energia, tensione, dramma, conflitto, c’erano tanti problemi, cosmici e comuni, che schiacciavano i personaggi. E poi c’era una cosa incredibile, ancora oggi sottovalutata: la Marvel era un vero e proprio universo. I personaggi si incontravano, i fatti accaduti in una serie potevano influenzare quelli di un’altra. Erano storie intense, fulminanti e nello stesso tempo lente nella gestione delle cosiddette sottotrame. Erano divertenti e tragiche, c’erano momenti di lunghi dialoghi e sequenze di silenzio. C’erano quei disegni, fatti di muscoli, di costumi, di lampi, di visioni psichedeliche, di villain incredibili, goffi e inquietanti, folli ed eleganti e schizzi di strade americane, di mattoni rossi, di metropoli, di grattacieli, di homeless, di chioschi di giornali, di marciapiedi…

Quando lessi per la prima volta i fumetti Marvel, a sei anni, fui sicuro che quelle atmosfere non mi avrebbero più lasciato. Per me la Marvel è stata come il rock and roll, come una febbre, la cosa più vicina ad uno shock culturale che la mia mente di bambino potesse provare.

Oggi la Marvel non è più una semplice casa editrice di fumetti: è un marchio, è un mondo, anche se è di proprietà della Disney e non più indipendente. I suoi personaggi sono patrimonio di tutti, non solo, come prima, dei ragazzini e dei nerd. Insomma, è parte della cultura del XX secolo ma anche del XXI. E di questa incredibile fetta dell’immaginario contemporaneo è responsabile, primariamente, un uomo: Stan Lee. Quest’uomo, diciamolo subito, non era da solo, anche perchè il metodo di lavoro da lui ideato, dava enorme libertà ai disegnatori con i quali discuteva per sommi capi la storia per aggiungere i dialoghi solo a tavole ultimate. Con lui c’era in primo luogo Jack Kirby, autore grafico di tutti i personaggi storici tranne l’Uomo Ragno (al cinema Spiderman) di Steve Ditko. E poi John Romita, Don Heck, Jim Steranko, Bill Everett, Gene Colan, John Buscema, Gil Kane, Joe Sinnott, per citare solo alcuni dei primi disegnatori che crearono centinaia di storie seguendo il Metodo Marvel. Qui non si vuole tornare sull’annosa questione di chi ha creato i supereroi Marvel, di quanto abbiano pesato i suoi collaboratori, Kirby in primis. Quest’ultimo deve essere considerato fondamentale almeno quanto Lee e in alcuni casi più di Lee. Ma è stato Lee a diventare un personaggio celebre, una sorta di Disney del fumetto supereroistico, l’uomo che ha incarnato uno stile e una visione e la sua voce inconfondibile si sente in ognuno dei fumetti da lui sceneggiati.

Questa biografia che ci propone Leone Editore, molto dettagliata ed equilibrata, ci dà modo di scoprire chi sia Stan Lee al di là del suo ruolo carismatico nella casa editrice e, attraverso di lui, la Marvel delle origini e del periodo in cui il nostro definì il suo universo, sullo sfondo della storia americana del novecento. È qualcosa di raro, dato che nonostante lo sceneggiatore abbia pubblicato ben due autobiografie, conosciamo pochissimo di troppi momenti chiave della sua vita, privata o professionale che sia. E, tra le altre cose, scopriamo che Lee, così celebre e così perfetto come ambasciatore del fumetto nel mondo, in realtà è stato per decenni frustrato dalla bassa considerazione che il suo campo aveva nell’opinione pubblica e degli intellettuali.

Grande spazio prende, in questo libro, il primo periodo della vita di Lee. L’infanzia da figlio di immigrati ebrei rumeni a New York in piena depressione è un’esperienza che lo plasmerà in maniera definitiva. Il grande entusiasmo per la vita e per la metropoli, ma anche una tendenza privata all’autocommiserazione sarà qualcosa che non lo abbandonerà mai e che caratterizzerà anche il carattere di Peter Parker, tanto per dirne uno. E anche quel misto bizzarro ma riuscitissimo tra spacconeria e insicurezza che troveremo nel tessiragnatele è stato presente nel suo carattere da sempre.

L’essere cresciuto quando la disoccupazione era altissima e le tragedie familiari all’ordine del giorno farà di lui un uomo che, per molto tempo, non sarà capace di dire di no a qualunque proposta lavorativa.

Il suo ingresso come tuttofare alla Timely (la futura Marvel) è datato intorno al 1939, quando Stan ha solo 17 anni. Tutta la sua giovinezza la passa a creare, sceneggiare, programmare, selezionare una montagna di fumetti, buoni e cattivi, per tutti i generi possibili ed immaginabili, dalle storie criminali agli horror, dai fumetti d’amore ai supereroi. Nel 1941 debutta la prima celebre creazione di Jack Kirby: Capitan America, prodotta insieme a Joe Simon. È un grande successo; ma quella è un’epoca di repentine esplosioni e altrettanto veloci cadute. I lettori sembrano volubili e c’è l’impressione che non si possa impedire il loro fulmineo passaggio da una moda all’altra. E così anche gli editori si fanno furbi e e si mettono alla ricerca del nuovo genere, del nuovo, temporaneo successo. E Stan Lee, man mano che passa il tempo, è sempre più disilluso e stanco di quell’ambiente e si chiede sempre più spesso se a scrivere fumetti stia sprecando il suo tempo.

Passarono addirittura vent’anni prima che, alla fine dell’estate del 1961, i Fantastici Quattro dessero inizio ad una rivoluzione epocale per il fumetto e la cultura pop americana. Senza fermarsi un attimo Lee creò decine di personaggi e antagonisti, i principali dei quali analizzati nelle loro origini da Batchelor. Nel 1962 nascono Spider-Man (che comparve nell’ultimo numero di una serie già destinata alla chiusura, Amazing Adult Fantasy) e Hulk. Poi in soli sei anni: Thor, Ant-Man, Iron Man, X-Men, Daredevil, Gli Inumani, Pantera Nera, Dottor Strange, Capitan Marvel e Silver Surfer. Ho citato solo gli eroi e non i cattivi, gli straordinari nemici come Dottor Destino e Goblin, anch’essi personaggi indimenticabili e responsabili del successo marvelliano. Un decennio, quello degli anni ‘60, che creò un vero popolo di appassionati, per la prima volta fedele a una casa editrice e a uno stile narrativo, come mai più da allora. E quello stile, quel tono ironico, quelle idee, la capacità senza precedenti di ibridare la soap opera con l’avventura, le storie private con la fantascienza era tutto merito di Lee. Ed era merito suo anche l’aver costruito il mito della Marvel come Casa delle idee, come redazione di gente fuori dal comune ma amica dei lettori; non sorprende dunque che questi trovassero subito un’intesa senza precedenti con Lee e la sua voce, il suo linguaggio.

C’era bisogno di una biografia di Stan Lee anche in Italia, e questo è un libro che chiunque si interessi di Marvel dovrebbe legere, nonostante qualche errore di traduzione (ad esempio si parla dello scenggiatore Marv Wolfman al femminile e Zia May talvolta viene chiamata Mary). Perché Lee è stato davvero uno dei creativi più influenti del secolo scorso, ed è molto importante capire da dove provengano le sue idee, da quale temperie culturale e sociale e da quanta insicurezza e difficoltà siano derivati contemporaneamente un marchio di longevità straordinaria, una delle icone più potenti e durature della cultura pop mondiale (Stan Lee stesso) e un enorme patrimonio di personaggi e storie.

Stan Lee ha saputo determinare uno scatto di proporzioni impensabili del concetto di supereroe, dandogli contemporaneamente maggiore umanità e ancora maggiore straordinarietà. Il creatore di meraviglie è stato inoltre e subito un personaggio tra i più celebri dell’editoria, vero maestro dell’auto-promozione e questa biografia permette di capire, per quanto sia possibile, chi fosse davvero quell’uomo, Stanley Martin Lieber, che si celava dietro il sorridente, e immortale, Stan Lee.

http://www.leoneeditore.it/

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Ritorno dalla cripta dell’orrore

AA.VV., Lo spiacevole ritorno di Zio Tibia. Spettri, licantropi e vampiri con altre strane e mostruose creature di questo e d’altri mondi, tr. Lydia Lax e Ranieri Carano, a c. di Giuseppe Lippi, intr. Fabio Genovesi, Mondadori, pp. 320, €25,00 stampa

recensisce STEFANO RIZZO

Sarà sicuramente spiacevole per le vittime dei racconti da lui introdotti, ma per quanto mi riguarda (e sarà così anche per moltissimi lettori di buon gusto) il ritorno di Zio Tibia negli Oscar è davvero un piacevolissimo avvenimento. Questa antologia di fumetti, ricca e ben curata anche dal punto di vista editoriale, è infatti una boccata d’aria fresca, benché vecchia di cinquant’anni. Si tratta di un florilegio (del male!) di ben trenta racconti pubblicati a partire dal 1964 su due leggendari periodici che assursero immediatamente allo status di culto: Creepy e Eerie, edite negli Stati Uniti dalla casa editrice Warren. Si trattava di vere e proprie riviste di grande formato, il cui piatto forte erano racconti brevi in bianco e nero, con storie originali o adattamenti di classici dell’orrore. La maggior parte di questi erano scritti (nel primo periodo) dal maestro degli autori-editor Archie Goodwin e disegnati con stile elegante, intenso ed innovativo da talenti come Gray Morrow, Reed Crandall, Angelo Torres, John Severin, Jerry Grandenetti, Al Williamson, Tom Sutton e Neal Adams, per citare solo artisti presenti in questo nuovo volume Mondadori. È un ritorno graditissimo, dopo molti anni, perchè dal 1969 la collana degli Oscar Mondadori dedicò alle mitiche riviste di James Warren ben quattro volumetti, ricordati ancora oggi.

I racconti qui contenuti, introdotti (come dei novelli Alfred Hitchcock) dal nostro anfitrione Zio Tibia (Uncle Creepy) o da Astragalo (Cousin Eerie), sono splendidi esempi di sintesi narrativa e grafica. Queste storie, racchiuse dalle epocali copertine di Frank Frazetta, riportarono in auge un genere che la EC Comics di William Gaines aveva fatto esplodere, per pochi anni, con collane come Tales from the Crypt e The Vault of Horror. L’avventura della EC durò poco, interrotta dalla crociata contro i fumetti violenti capeggiata dal Dottor Wertham, che riuscì a far chiudere tutte le sue testate nel 1956, con la sola eccezione di Mad e a promuovere un Codice di autoregolamentazione per i contenuti forti nei fumetti.

Ma non si poteva cancellare uno stile così potente, un’idea di fumetto così forte. Ed ecco che nel 1964 James Warren, editore dal gran fiuto che già aveva celebrato l’horror cinematografico con la storica Famous Monsters of Filmland diretta da Forrest J. Ackerman, riporta sul tavolo da disegno alcuni degli artisti che avevano graziato dei loro segni inquietanti le pubblicazioni di Gaines (come ad esempio Reed Crandall o Johnny Craig). I fumetti presentati sono figli della EC, ma l’eleganza è sicuramente maggiore come lo sono la cura per le ambientazioni e i dialoghi. I numerosi adattamenti da Stoker, Lovecraft o altri classici sono assolutamente pregevoli. Warren, inoltre, ebbe più libertà dalla censura, dato che queste riviste erano indirizzate ad un pubblico adulto – ma questo non volle dire più violenza esplicita, anzi. Ad aumentare non fu il banale sangue ma l’approfondimento psicologico e la complessità morale che si allontanò dal semplicistico giustizialismo della EC.

Raramente potrete trovare oggi un volume così ricco di diversi talenti capaci di concentrare in sei/otto pagine le atmosfere inquietanti di maledizoni, mostri, destini angoscianti, terribili ansie e un connubio riuscito tra orrori tradizionali ed ambientazioni contemporanee. Senza dimenticare il pizzico di ironia ereditata dalle pubblicazioni di Gaines.

Il racconto breve, che sia narrativa o fumetto, è spesso mal visto dal pubblico italiano che – si dice – rifiuta a priori qualsiasi raccolta di short stories preferendole il più sostanzioso romanzo. Non esiste chiusura mentale più autolesionistica di questa, perché porta a privarsi di una quantità innumerevole di capolavori dei molti maestri della forma breve, numerosissimi nel campo dell’horror, del mistero, del weird nonché della fantascienza (ma anche nel western ci sono innumerevoli gemme).

Il bianco e nero, raro negli USA amanti del colore, è sicuramente una scelta che esalta il sapiente tratto d’inchiostro degli artisti, il cui talento è ancor più visibile negli ottimi impianti di stampa restaurati in anni recenti dalla Dark Horse e qui utilizzati. Il formato più grande (cm 17 x 24), la copertina rigida e l’ottima resa di stampa, rispetto ai vecchi e piccoli Oscar, sono elementi che omaggiano la qualità ormai universalmente riconosciuta di queste gemme fumettistiche che, come per esempio The Twilight Zone (Ai confini della realtà, serie TV non dissimile per tono, qualità e varietà stilistica), non sembrano risentire del tempo e anzi, acquistano con gli anni un sapore più fine e una maggiore intensità. La grandezza di queste storie è visibile anche a una prima occhiata, se si coglie come molti di questi autori, come per esempio Reed Crandall, abbiano inaugurato una sorta di nouvelle vague dell’illustrazione che partendo dai maestri dell’incisione e riprendendo i grandi dell’arte della stampa ottocentesca li hanno proposti al nuovo e ampio pubblico degli anni sessanta.

In coda al libro troviamo un saggio, con nutrita appendice bibliografica, capace di raccontare in breve la storia dell’orrore illustrato in U.S.A. e in Italia. Autore ne è Giuseppe Lippi, uno dei più grandi curatori e conoscitori del fantastico in tutte le sue incarnazioni, la cui firma garantisce da anni un’analisi profonda e una precisa ricostruzione storica.

Una piccola nota: la storia «Il giorno di Wentworth», adattamento da Lovecraft e August Derleth non è, come indicato, illustrata da quest’ultimo (che non era disegnatore) ma da Russ Jones, che ne curò anche la sceneggiatura. Lapsus che, sia chiaro, per nulla riduce il piacere della lettura e la qualità di un volume consigliatissimo.

https://www.librimondadori.it/

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Cosmico ateismo lovecraftiano

Howard Phillips Lovecraft, Contro la religione. Gli scritti atei di H. P. Lovecraft, tr. Guido Negretti, a c. di S.T. Joshi, pref. Christopher Hitchens, postf. Carlo Pagetti, Nessun dogma, pp. 332, €18 stampa, €8,99 e-book

recensisce STEFANO RIZZO

Lovecraft. Sempre Lovecraft. Ancora Lovecraft. Si finirà mai di leggere, commentare, studiare, pubblicare, ristampare Lovecraft? Chissà. Forse un giorno si esaurirà la forza di questo autore, scomparso ottant’anni fa senza aver visto pubblicato nemmeno un volume dei suoi scritti. Per ora non si vede proprio la fine della lunga e continua emersione della sua opera.

Qualche mese fa è uscito per Bietti il suggestivo Oniricon: Sogni, incubi & fantasticherie, raccolta completa (ancor più delle edizioni americane!), curata da Pietro Guarriello, dei sogni di Lovecraft da lui rievocati nelle lettere. La raccolta dei suoi testi sulla letteratura intitolata Teoria dell’orrore: Tutti gli scritti critici, a cura di Gianfranco de Turris, è appena stata ripubblicata (sempre da Bietti) in edizione aggiornata. E ora questa inaspettata raccolta di lettere sulla religione e l’ateismo, scelte e annotate con precisione da S.T. Joshi, una garanzia in campo lovecraftiano, offerta dalle edizioni Nessun Dogma (apprezziamo il calembour).

La presente raccolta di lettere, tra le 100.000 scritte in vita e le circa 20.000 rimaste, si aggiunge, per noi italiani, a Lettere dall’altrove: Epistolario 1915/1937, a cura di Giuseppe Lippi (da anni esaurito), e a L’orrore della realtà, a cura di De Turris, ancora in catalogo per le Edizioni Mediterranee. Ma è recente anche una piccola antologia a cura di Marco Peano per L’Orma: L’età adulta è l’inferno: Lettere di un orribile romantico. Questa raccolta segue però un criterio di scelta tematica molto preciso, un po’ come Oniricon: Joshi ha scelto tutte le missive in cui Lovecraft ha trattato il tema della religione e della credenza in un culto, il senso dell’uomo nell’universo o la sua assenza. Temi che, lungi dall’essere marginali nella narrativa lovecraftiana ne sono addirittura alla base.

Qual è, infatti, l’origine prima dell’angoscia cosmica nella sua opera se non la scoperta, da parte dei suoi narratori, della completa disumanità dell’universo? Della totale assenza di significato e di valore dell’uomo al cospetto di una natura e di un cosmo in tutto alieni? Leggere questi testi è utile quindi per definire la posizione filosofica di uno scrittore che ha cercato di scrivere letteratura fantastica partendo dal presupposto meno fantastico possibile e al tempo stesso il meno accettabile per la sua enormità: l’uomo non è nulla.

Le sezioni del volume, ottimamente tradotto da Guido Negretti, sono quattro. La prima è di carattere più personale e contiene alcune informazioni importanti sulla sua biografia. Lovecraft descrive la sua graduale ma precoce comprensione della falsità delle concezioni cristiane. Sono i culti greci e romani e la mitologia classica scoperta sui libri che per primi mettono in crisi le consuetudini morali cristiane. Ma piano piano, grazie anche alle infinite e precoci letture scientifiche il giovane Lovecraft forma il suo ben saldo ateismo, nonostante la propria posizione nei confronti della religione sia molto più complessa, come vedremo.

Nella seconda sezione troviamo quattro testi sulla religione in generale. In alcuni passi è evidente che il titolo del volume può essere oggetto di critiche. Se l’autore, infatti, ha molto da dire contro la religione è altrettanto convinto, utilitaristicamente, dell’assoluta utilità di essa come forza coesiva e benefica per la società. Lovecraft però si dice assolutamente contrario al fatto che la religione pretenda la fede in essa anche da parte di coloro per cui l’assoluta irrazionalità di Dio è evidente. Insomma, non si deve obbligare a credere. Ma la verità è davvero pericolosa:

Per quanto riguarda la nuda realtà noi sappiamo solo di essere un granello immerso nei travolgenti vortici dell’infinito e dell’eternità. Sappiamo che tutto l’universo obbedisce a certe leggi o principi la cui fonte non conosciamo, ma che apparentemente risultano dall’interazione di particelle materiali o modi di moto. […] Della nostra relazione con l’universo non possiamo sapere alcunché. Tutto è caos e immensità. Ma dato che tutta questa conoscenza non può essere di alcun valore per noi, è meglio ignorarla nel nostro modo di vivere giornaliero. È pericolosa e per questo non dovrebbe essere propagata; tuttavia ogni uomo ha il diritto di pensare ciò che pensa e di credere ciò in cui crede.

Un passo, questo, tra i tanti illuminanti di questo volume, che spiega perfettamente le contraddizioni della sua posizione ma nello stesso tempo definisce perfettamente il motivo fondamentale della sua letteratura. La verità andrebbe ignorata. Ma l’uomo che ragiona non è capace di farlo e questa è la sua condanna.

Nella terza parte troviamo alcuni lunghi brani di lettere dedicati al rapporto tra religione e scienza. In questa sezione ritroviamo anche un intelligente utilizzo della dottrina nietzschiana dell’eterno ritorno (che Lovecraft cita nel tedesco ewigen Wiederkunft) come unica possibilità del concetto di eternità che esclude quindi la possibilità di un Dio che dia inizio al mondo.

Nell’ultima sezione del libro possiamo leggere alcune lettere sul rapporto tra la religione e la società. In queste epistole l’autore si sofferma tra l’altro sul rapporto tra etica ed estetica (affermando che la prima, nella sua filosofia, si regge sulla seconda) e sulla possibilità di un’etica anche al di fuori della religione.

Gli argomenti toccati da Lovecraft all’interno del tema religione/ateismo sono molteplici e trattati con serietà e ampiezza, nonostante l’origine epistolare (alla grafomania di Howard siamo abituati). Questo volume sicuramente incuriosirà gli appassionati della sua narrativa, che faranno bene a leggerlo soprattutto se sono tra coloro che si sono creati un’immagine di Lovecraft «occultista». Ma perchè, allora, scrisse di culti insensati, di orrore, di mostri, di dei orrendi? Perchè le cose non sono mai così semplici e perchè l’uomo non è solo ragione. Perchè, come dice lui stesso, se il fondamento della sua posizione atea è la ragione, alla base del suo gusto per la fantasia e del suo amore per l’antichità c’è la sua sensibilità estetica. In una parola: la bellezza. E se da bambino trascorreva ore fingendo di credere nei più diversi culti per saggiarne la possibile verità, quell’esercizio è stato fin da allora oltre che filosofico, un esercizio letterario. E immaginare l’uomo nell’abisso più nero, schiacciato da esseri abominevoli e gettato in un mondo che lo annienta è un pensiero umanamente angosciante e insostenibile ma, letterariamente sublime.

https://www.nessundogma.it/

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Manganelli: letteratura al quadrato

Giorgio Manganelli, Non sparate sul recensore, a c. di Michele Farina, pref. Lietta Manganelli, Nino Aragno Editore, pp. XII-706, €35 stampa

recensisce STEFANO RIZZO

L’ultima uscita di Aragno su Giorgio Manganelli (autore, per dirne solo tre, di Pinocchio: un libro parallelo, Centuria: cento piccoli romanzi fiume e dei saggi di Letteratura come menzogna) è un imponente, ma seducente e piacevole volume contenente una ricca antologia delle recensioni pubblicate lungo cinquant’anni di carriera.

Le nuove edizioni delle opere letterarie e saggistiche di Giorgio Manganelli stanno uscendo da anni per Adelphi con nuova curatela e sono consigliatissime perché sono quanto di più terapeutico possibile nell’arido (oppure straripante, è la stessa cosa) panorama letterario attuale. Da qualche tempo, però, la figlia Lietta sta promuovendo per i tipi di Aragno alcune inedite pubblicazioni «laterali». Faccio riferimento alle epistole di Circolazione a più cuori. Lettere familiari e I borborigmi di un’anima. Carteggio Manganelli-Anceschi e ai testi teatrali di Tragedie da leggere, Riunioni clandestine e Cerimonie & artifici (quest’ultimo contenente testi critici sul teatro).

L’aggettivo laterali non vuole significare per nulla «minori», sia chiaro. Anzi, mi sento di sottolineare come anche nella periferia della sua opera si possa ritrovare il più puro spirito manganelliano. E infatti ecco quest’anno, a confermare questo pensiero, aggiungersi agli altri libri questo, forse il più importante della serie. E che un volume di recensioni non sia qualcosa di minore è ribadito dalla definizione della critica data dallo stesso Manganelli, semplicemente: «Letteratura sulla letteratura». Scrivere di un libro non è altro che fare letteratura, certo, una letteratura al quadrato, ma chi è in grado di dire se davvero la letteratura che frequentiamo, alta o bassa che sia, sia senza esponente?

Uno dei valori aggiunti di questo volume è che non solo permette di ripercorrere l’esperienza critica di Manganelli nella formazione di un gusto e di uno stile, ma anche di attraversare cinquant’anni di storia delle riviste letterarie italiane. Nel comporre questa grande antologia, l’ottimo curatore Michele Farina ha consultato con pazienza biblioteche e archivi, ma anche collezioni private, dato che le riviste letterarie – soprattutto le più antiche e le minori – sono spesso assenti dalle collezioni pubbliche. Il risultato di questo lavoro prezioso è un viaggio che parte dal 1940, dell’esordio assoluto di Manganelli con un breve racconto già manganelliano (su La giostra, giornalino del liceo Beccaria di Milano), e arriva fino alla collaborazione del 1989 con Italia Oggi e Il messaggero, l’ultima prima della morte avvenuta nel 1990. Nel mezzo c’è un mondo oggi scomparso o interamente trasformato, quello delle riviste: Paragone, Il Mulino, Il Gatto Selvatico, Tempo Presente e L’Illustrazione Italiana e ancora il verri, Il Caffé, Il Menabò di letteratura, Quindici, Alfabeta, Aut Aut e Libri Nuovi… un’incredibile ricchezza di proposte e di visioni letterarie e critiche che correva parallela alle pubblicazioni da libreria e ha nutrito la cultura di tutto il Novecento.

In questo tomo, anche editorialmente pregevole (come tutti i volumi Aragno la carta è pregiata e la fattura del libro in generale è di alta qualità e, fatemelo dire, questo non è gusto del superfluo, non è superficie), si fanno molti incontri interessanti: da Stevenson (recensione de Il signore di Ballantrae e altri) a Hawthorne, Sherwood Anderson, Chaucer, C.S. Lewis (Le lettere di Berlicche, una recensione entusiasta), Cecchi, Conrad, Lytton Strachey, Sinclair Lewis per citare solo alcuni tra i moltissimi autori da lui trattati nei primi anni, quelli della rivista Il Ragguaglio Librario, nella quale apparvero sue recensioni fino al 1949. È esistito anche un «giovane Manganelli», quindi! Un critico più equilibrato, meno smaliziato, lontano da quell’autore che abbiamo adorato poi, che sembrava aver letto tutti i libri (e forse lo aveva davvero fatto) in un passato lontano. Eppure già malato di fantasmi, di ombre, innamorato del fantastico e sedotto dall’apocalisse (eccezionale la recensione di La nube purpurea di M. P. Shiel).

Straordinario è anche il giacimento, qui conservato, dal quale l’autore trarrà materia per le sue opere. Ad esempio «l’anno di stretta convivenza con Poe», che diede vita ad una delle più belle traduzioni italiane di un’opera in lingua inglese, ha a sua volta alle spalle anni di frequentazione e di scrittura sull’autore, figura imprescindibile per il Manganelli critico e scrittore (ma, ripeto, c’è davvero differenza?).

Quanta abbondanza, in questa raccolta, di brevi profili, accenni, consigli, righe essenziali su libri celebri e sconosciuti! E quanta voglia di recuperare certe opere di cui oggi non si parla più. E quanto desiderio di riaprire volumi che abbiamo letto ma vorremmo adesso rileggere, dopo le poche e preziose parole del grande Manganelli.

http://www.ninoaragnoeditore.it/

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Non c’è più la letteratura di una volta

Gianluigi Simonetti, La letteratura circostante: Narrativa e poesia nell’Italia contemporanea, Il Mulino, pp. 456, €29,00 stampa

recensisce STEFANO RIZZO

Come si scrive e perché si scrive la letteratura in Italia oggi? In questo saggio Gianluigi Simonetti (autore di Dopo Montale. Le «Occasioni» e la poesia italiana del Novecento, del 2002) scandaglia gli ultimi trent’anni di letteratura italiana, narrativa e poesia, analizzando i singoli testi più significativi e, nel contempo, evidenziando le indicazioni sociologiche in essi presenti rispetto a ciò che accade fuori dal campo letterario. Il titolo è un modo efficace di indicare tutta la letteratura che si pubblica e legge nel nostro Paese e che ci sta – per l’appunto – attorno. Quella grande e quella mediocre, quindi, quella colta e quella di massa, quella che vuole far conoscere e quella che vuole far evadere.

Per affrontare la contemporaneità letteraria non è più possibile riferirsi ai soli testi che ancora mantengono un rapporto significativo con la produzione più alta del passato, e del ‘900 in particolare, ma è necessario conoscere e analizzare anche quella produzione media che domina le classifiche e i banconi delle librerie. Simonetti dedica alcune pagine molto interessanti a Fabio Volo e Federico Moccia, che ho trovato utilissime per cercare di capire questo Paese e la sua cultura. Pagine equilibrate, senza inutili e superficiali attacchi alla letteratura mediocre che ci circonderebbe. Il libro di Simonetti è spesso appassionante perché sa leggere le opere letterarie anche nei loro lati meno evidenti, ma ancor più ricchi di spunti di riflessione e perché sa far emergere (spesso per la prima volta) alcune influenze fondamentali degli altri media sulla letteratura. Chi aveva individuato prima e così nettamente in Andrea Pazienza uno dei principali riferimenti per la nuova letteratura italiana degli anni Ottanta e Novanta?

La letteratura più recente sembra essere accomunata da un progressivo allontanamento dal canone novecentesco (in modi diversi per la poesia o la prosa) e più in generale dalla «letteratura di una volta»; il linguaggio estetico per eccellenza, quello letterario, strumento di conoscenza di sé, è entrato in crisi a partire dagli anni Settanta. Due opere del 1971 testimoniano la consapevolezza dell’impraticabilità della letteratura come fino ad allora era stata intesa: Satura di Montale e Trasumanar e organizzar di Pasolini.

Da questi e da altri tre testi significativi della fine anni settanta (Boccalone, Porci con le ali e Altri libertini) inizia la grande trasformazione della letteratura italiana e quindi il viaggio del libro di Simonetti fino ai giorni nostri, dai Cannibali al noir italiano, dalle testimonianze del terrorismo fino a Trevi, Siti, Piccolo, Mazzantini, Avallone, Albinati, Saviano, per citare solo alcuni dei nomi più ricorrenti in queste pagine.

Dagli anni Settanta, e ancor più negli anni Ottanta, è possibile individuare una progressiva sfiducia nella forma come elemento fondamentale del libro. Non è più per la forma che esso acquista importanza, ma per come sa rendersi sistema passante di informazioni che provengono da altre narrazioni (cinema, pubblicità e TV in primo luogo) e si riversano in altre narrazioni. È una rivoluzione epocale senza comprendere la quale è impossibile capire la letteratura di oggi. E questa è solo una delle rivoluzioni che questo libro mette in evidenza.

Il saggio di Simonetti, oltre a sintetizzare gli autori trattati sia nella forma sia nelle retoriche narrative ricorrenti, riesce anche, data l’ampiezza di visione e la densità delle considerazioni, a confortare il lettore che si trova spaesato non solo dalla fine della «letteratura di una volta», ma anche dalla fine della cosiddetta società letteraria. Oggi non significa più nulla che un libro venga pubblicato da un editore piuttosto che da un altro, in quella collana piuttosto che in un’altra: non esistono più né garanti né garanzie. Non c’è più una critica autorevole o se esiste è frammentata, dispersa dentro o fuori della rete. Il lettore è più solo di prima, ma è anche straordinariamente più libero, a patto che non si perda e sia capace di un lavoro di ricerca e di comprensione sicuramente arduo ma necessario. Lavoro che risulta meno difficile compiere anche grazie a un libro come questo.

https://www.mulino.it/

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