Tutti gli articoli di Stefano Rizzo

Vivere e leggere l’avventura

Giovanni Giovannetti e Luisa Voltan (a cura di), Come è bella l’avventura. Mino Milani. Biografia per immagini, Effigie, pp. XII-672, € 50,00 stampa

di STEFANO RIZZO

Ci sono persone che hanno dato al proprio figlio il nome di un personaggio di Mino Milani. Io ne conosco uno, di questi figli: si chiama Efrem, come il “ragazzo di ventura” del fortunatissimo libro pubblicato nel 1973, ancora oggi in catalogo per Mursia. Fatti come questo suggeriscono che Mino Milani è stato molto più di un nome su una copertina. Gianni Rodari lo apprezzava tanto da dichiarare pubblicamente la sua ammirazione. In un articolo apparso nel 1971 su La via migliore, scrisse:

“Mi sento domandare abbastanza spesso: – Perché non c’è più un Salgari? – Perché non c’è più un Verne? Perché non ci sono più grandi scrittori di avventure? Invece di rispondere, domando a mia volta: – Conoscete Mino Milani? Avete letto almeno uno dei suoi libri?”

C’è qualcosa che non andava (e che non va) nella letteratura italiana, se questa dichiarazione non ha smosso le coscienze della maggior parte dei critici e dei lettori “esigenti”. Mino Milani è ancora uno scrittore pubblicato, ristampato e letto, ma quando lo si cita, i commenti sono ancora inquinati da quel pregiudizio che da sempre tocca la letteratura per ragazzi, i libri d’avventura, la fantascienza, l’orrore. Tutti i generi letterari, e, nonostante tutto, anche il fumetto.

Nel 2018 Mino Milani ha compiuto novant’anni e l’editore Effigie ha curato un volume omaggio che stupisce per ricchezza e bellezza, collocandolo nella collana Visioni che in passato ha ospitato splendide biografie per immagini dedicate a Romano Bilenchi e Luigi Meneghello.

Chi ama la storia dell’editoria per ragazzi, il fumetto e l’illustrazione qui avrà davvero modo di trovare soddisfazione. Per questo volume i curatori Giovanni Giovannetti e Luisa Voltan hanno scandagliato, con taglio storico e filologico, la sterminata produzione di Milani e hanno saputo ricostruire cronologicamente la vita e la carriera dell’autore attraverso un’enormità di documenti, fotografie private, riproduzioni di riviste, dattiloscritti inediti, disegni mai pubblicati, copertine, lettere.

La parte illustrata è stata sviluppata in 480 pagine in carta patinata, ed è il cuore del volume. Le immagini sono commentate dai curatori e corredate da citazioni tratte dai due precedenti libri autobiografici di Milani: L’autore si racconta (Franco Angeli, 2009) e Piccolo destino (Mursia, 2010). Alle immagini si affiancano una serie di testi molto interessanti.

In primo luogo un’introduzione inedita di Milani che ripercorre alcuni momenti della sua carriera. Un’occasione per riassaporare il suo stile schietto e sincero che richiama alle sue pagine di narrativa. Il volume prosegue analizzando la sua enorme produzione attraverso cinque contributi di studiosi e amici. Si va dallo studio della sua narrativa di fantascienza, al western e all’avventura (il suo vero territorio d’elezione) proposti da Giorgia Grilli e Franco Piccinini, a un saggio di Pier Luigi Graspa dedicato alla fondamentale collaborazione al Corriere dei Piccoli e al Corriere dei Ragazzi. Dal 1960 al 1983, Milani scrive una quantità incredibile di racconti illustrati e di sceneggiature per i più grandi disegnatori dell’epoca: da Mario Uggeri e Aldo Di Gennaro, con i quali collaborò assiduamente, ad Attilio Micheluzzi e Dino Battaglia, fino a un esordiente Milo Manara. In seguito compariranno, fino al 1990, alcuni suoi fumetti all’interno de Il Giornalino delle edizioni San Paolo. Un vero e proprio patrimonio della letteratura grafica, ricco di storie originali, documentate e gustose, nelle quali non è raro trovare la fonte d’ispirazione per altri fumetti successivi. Solo una piccolissima parte di questi fumetti sono stati raccolti in volume negli ultimi anni. Tra i volumi ancora recuperabili consiglio il bellissimo Il Dottor Oss per i disegni della compianta Grazia Nidasio, Il Maestro, ripubblicato dalla meritoria Nona Arte, le storie con Hugo Pratt per Rizzoli e l’esordio come sceneggiatore di Nemici fratelli, illustrato da Mario Uggeri, ed edito per la prima volta in volume nel 2019, sempre da Effigie. Manca ancora un vero progetto editoriale continuativo dedicato a queste storie. Si potrebbe partire, per esempio, dal magnifico Fortebraccio, con i disegni di Aldo Di Gennaro, secondo alcuni il capolavoro fumettistico di Milani e pubblicato solamente a puntate su il Corriere dei Piccoli.

Il solo contributo offerto al mondo dei fumetti potrebbe bastare per collocare Milani sul podio degli autori d’avventura italiani. La parte narrativa della sua opera, però, è altrettanto fondamentale. Tra i molti romanzi scritti da Milani, alcuni sono attualmente disponibili nei cataloghi degli editori. Vorrei citare, tra i più recenti, Ulisse racconta (Einaudi Ragazzi, 2017), Seduto nell’erba, al buio (Rizzoli, 2010) e Un angelo, probabilmente (Einaudi Ragazzi, 2006). Sono solo tre tra i numerosi e riusciti romanzi di rievocazione mitica e storica, ambiti in cui il talento di Milani ha eccelso. Solo un frammento di tutto quello che l’autore ha pubblicato fin dal suo esordio, nel 1953. Personaggi come Tommy River o Martin Cooper sono rimasti nella memoria dei ragazzi e andrebbero anch’essi riproposti. Alla narrativa d’avventure si affianca, non secondaria, anche la sua produzione per adulti, culminata in quel Fantasma d’amore (Guardamagna, 2001), che venne portato al cinema da Dino Risi nel 1981 in quello che è il suo ultimo grande, malinconico film.

Un’opera sterminata quella di Mino Milani, e senza citare i moltissimi saggi scritti negli anni su Garibaldi (è opera sua la biografia più importante mai scritta sull’eroe dei due mondi), sulla storia d’Italia e su Pavia, la sua città.

Verso la conclusione del volume anche una piccola antologia della critica: gli articoli di Oreste del Buono, Antonio Faeti e Claudio Gallo, tra gli altri, illuminano la grandezza dello scrittore al di là delle categorie di genere e dell’età dei lettori a cui i suoi libri erano destinati.

Chiude il volume la più completa bibliografia esistente dell’autore, 51 pagine in due colonne, con tutti i volumi, i fumetti e i racconti pubblicati dalle principali riviste con cui collaborò.

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Il castello di carte della critica letteraria italiana

Matteo Marchesini, Casa di carte. La letteratura italiana dal boom ai social, pp. 275, Il Saggiatore, € 23,00 stampa, € 10,99 ebook

di STEFANO RIZZO

“L’omertà vien detta buon gusto quindi è considerato di cattivo gusto rivelare le vicende losche del sottobosco letterario (bosco vero e proprio non c’è, d’altronde)”.
Rodolfo Wilcock

Che la critica letteraria sia palesemente  ridimensionata rispetto al ruolo, all’autorità e allo spazio che aveva fino agli anni Settanta è universalmente noto. Essa però non è scomparsa, ma sopravvive in luoghi e modi diversi, e non ha perso forza e potenziale utilità per la cultura contemporanea. Su questo tema rimando a una ricca e interessante rassegna di interventi organizzata da Vanni Santoni e pubblicata sulla rivista online L’indiscreto, “Lo stato della critica e lo stato del romanzo: quattro domande per sessantasei critici”, di cui è possibile scaricare il pdf integrale all’indirizzo: Lo stato della critica

Il libro di Marchesini, denso ma non ostico, seducente ed efficace, anche nei brevi ritratti di stile, mostra alcuni fatti importanti.

Prima di tutto che un testo di critica letteraria può ancora essere scomodo.

Infatti, avrebbe dovuto uscire ad aprile 2018 per l’editore Bompiani. Sennonché l’autore ha reso pubblica su Facebook, a febbraio, l’improvvisa decisione della casa editrice di non stampare il libro, già in bozze, discusso e lavorato dagli editor e del quale era stata divulgata addirittura la copertina. Il motivo della cancellazione? In alcuni dei testi raccolti nel volume l’autore stronca anche autori della casa editrice fra i quali Antonio Moresco e Antonio Scurati.

Antonio Franchini, tra gli editor più importanti in Italia, al gruppo Giunti-Bompiani dal 2015, ha pubblicamente commentato la decisione: “Credo sia bizzarro per un editore pubblicare libri che stroncano gli autori che pubblica. Non esiste un caso simile nell’intera storia dell’editoria. I luoghi per un confronto possono essere tanti: i giornali, la rete e i dibattiti. Anche le case editrici, ma non la stessa casa editrice. Mi sembra semplice buon senso.”

Questa dichiarazione, assolutamente coerente con la modalità e la mentalità con cui si lavora in Italia nell’editoria, e non solo, rende evidente il motivo della crisi della critica. Se infatti non è possibile stroncare l’opera di uno scrittore, pur argomentando ampiamente, se non pubblicando per una casa editrice concorrente a quella che pubblica l’autore in oggetto, ciò significa che non è possibile essere critici militanti ma solo critici militarizzati, come ha scritto efficacemente Guido Vitiello su Il Foglio. Ciò riduce il critico a quello che di fatto quasi sempre è: qualcuno che evita con cura le critiche sugli autori del proprio gruppo editoriale. Qualcuno che fa l’influencer sotto le mentite spoglie del giornalista (e influencer vuol dire in realtà advertiser, uno che fa pubblicità). Insomma, il critico fa comunicazione anziché critica. Mercanti e intellettuali, a volte in buonafede, a volte in malafede, si sono alleati da tempo per conseguire lo stesso obiettivo: vendere, non importa come (né cosa).

Da molti decenni, quindi, la critica intesa in senso forte, come quella praticata da Marchesini, non serve, anzi è dannosa all’industria editoriale.

La seconda cosa che dimostra questo libro ci porta all’essenza della raccolta e riguarda la forma e il metodo della critica.

Marchesini, nato nel 1979, poeta, narratore, saggista, critico letterario, si è distinto nella penuria di forti contributi critici sulla letteratura prima con i suoi interventi per Il Foglio, Il Sole 24 Ore e il blog Doppiozero, e poi con la raccolta Da Pascoli a Busi. Letterati e letteratura in Italia, uscita per Quodlibet nel 2014. Nonostante le sue molte altre pubblicazioni tra poesia, narrativa e satira, la sua produzione critica è forse quella più potente e che più appare staccarsi dalla produzione contemporanea.

Marchesini è autonomo, va per la sua strada, non è assimilabile a un gruppo né tanto meno a una consorteria. È dotato di gusto, che non è solo eleganza. Avere gusto significa possedere una coerente modalità interpretativa dei testi che si adatta a ciò che studia ma, al contempo, è qualcosa di riconoscibile.

Quello che Alfonso Berardinelli ha definito il miglior critico della sua generazione è davvero un autore prezioso e lo è anche perché è uno scrittore. Se la crisi del romanzo è legata a quella della critica, è forse, paradossalmente, proprio nei pochi esempi di critica forte (ma non accademica) che si può trovare la letteratura forte che manca (o che è invisibile) in Italia.

Il volume è aperto da un’introduzione costruita di brevissimi frammenti, paradossi, pseudo-post di Facebook, che sono sferzanti scudisciate alla cultura contemporanea italiana. Il talento satirico di Marchesini si esprime al meglio e fa da prologo a tutt’altro contenuto, quello dei saggi propriamente critici del libro, non privi di qualche riuscita punta corrosiva. L’autore, né accademico né giornalista, non ha timore di ridiscutere i canoni (Gadda, Montale) né di toccare scrittori che, anche molto più recentemente, sono diventati monumenti intoccabili come, per l’appunto, Moresco.

Nella prima delle quattro sezioni della raccolta, “Moderno, postmoderno, palude. Parabole ideologiche, narrative e poetiche tra il secondo Novecento e il Duemila”, l’autore ritrae molti degli scrittori cardine del secolo tra cui Bassani, Carlo Levi, Morante, Pasolini, Fortini, Ottieri, Calvino, La Capria, Rea, Arbasino fino ai più recenti Cavazzoni, Fiori e Siti. Sono saggi brevi ma molto riusciti e capaci di evocare uno stile, un mondo poetico in maniera incisiva.

Marchesini, nel suo tentativo di abbracciare tutta la complessità di un’opera letteraria, non si sofferma solo sulla lingua o su elementi puramente letterari, ma anche sulle idee che germogliano dalle opere. Filo conduttore, in molti di questi casi, è il rapporto con quell’esplosione e rivoluzione economica: il boom della metà del secolo scorso. Sia in Ottieri sia in Calvino sia in Pasolini, è fortissimo, in diversa declinazione, il confronto con questa epocale trasformazione che avrà un’enorme influenza, per alcuni mortale, sulla cultura italiana.

La seconda sezione intitolata “Tre ingiustizie del canone” è dedicata ad altrettanti saggi che si pongono l’obbiettivo di evidenziare, attraverso l’analisi dell’avversa fortuna che hanno avuto Foscolo, Saba e Cassola nella critica e nella scuola italiana, pregiudizi, miopie, riflessi automatici della nostra cultura.

“Critici e saggisti. Quattro modelli” è la terza sezione in cui altrettanti critici vengono raccontati insieme agli autori di letteratura a loro contemporanei: Cases, Garboli, Baldacci e Berardinelli.

Nell’ultima sezione (“Diagnosi, satire, polemiche”) Marchesini si avvicina alla cronaca degli ultimi anni. Scrive l’autore: “Il tema è un’epoca in cui la letteratura occupa sempre meno spazio all’interno della cultura collettiva. E quando una disciplina, una tradizione o un’arte perde rapidamente il proprio peso, capita che venga utilizzata come alibi o come decorazione. […] Aumentano gli equivoci: l’organizzazione dell’industria culturale assorbe il dibattito critico, la realtà dei testi si scioglie nella retorica dello spettacolo, e l’autentico rigore, di rado giornalisticamente spendibile, si confonde con la recita pubblica dell’impegno.” Se si aggiunge la “socializzazione totale e istantanea” dei social, si ottiene una perfetta fotografia dell’oggi.

È in questa sezione che si trovano i più forti attacchi critici (spesso convincenti e anche divertenti) agli autori contemporanei. Ai già citati Moresco e Scurati, aggiungiamo anche Nicola Lagioia, nome cardine nel sistema letterario contemporaneo italiano sulla cui sopravvalutata opera Marchesini non risparmia di intervenire con i suoi strumenti affilati.

Nonostante la polemica generata dal libro, sarebbe un errore, però, ridurlo a raccolta di stroncature, come dimostrano molti dei momenti di approfondimento su autori grandi e meno grandi nonché il testo finale, “Letteratura e vergogna”, un esempio di critica tematica.

Non sono molti i critici come Matteo Marchesini, capaci in poche pagine di ritrarre vividamente uno scrittore, il suo stile e il suo mondo, ed evidenziarne i riflessi nella letteratura del passato e del presente.

Forse non è stata identificata ancora compiutamente né la forma né l’identità che una critica forte dovrà assumere per poter dire ancora qualcosa alla nostra società (e non solo della nostra società). Nel frattempo ci sono pochi libri. Tra questi c’è sicuramente Casa di carte.

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La british invasion nei fumetti

Luigi Siviero, Dopo il crepuscolo dei supereroi. Grant Morrison, Alan Moore e la british invasion, Eretica edizioni, pp. 216,  € 16,00

di STEFANO RIZZO

Sono pochissimi i saggi italiani, soprattutto quelli validi, dedicati al fumetto americano degli anni ‘80 e ‘90. L’uscita di questo volume di Luigi Siviero dedicato a Grant Morrison e Alan Moore, da trent’anni autori di culto, è sicuramente un bene, dato che il loro lavoro, complesso e ricco, richiederebbe maggior approfondimento.

Un libro come questo vent’anni fa non sarebbe uscito. Vent’anni dopo qualcosa è cambiato. È cambiata la cultura, occidentale ma non solo, nel mondo e quindi in Italia. Oggi il fumetto (e la cultura pop in generale) è molto più presente nei giornali, nelle trasmissione TV e in un’enorme parte dello spazio sul web. Ci sono sempre le imprecisioni, gli strafalcioni dei giornalisti non specializzati, è vero, ma c’è stata davvero una grande trasformazione. Ed è effetto di un’epocale evoluzione dell’intero sistema culturale che coinvolge anche quel fenomeno chiamato Nerd revolution. Al di là del giudizio che si può dare al complesso di questa trasformazione, credo che sia positivo che oggi si possa leggere il valore della cultura pop, al di là di steccati e di pregiudizi.

Dalla prima metà degli anni ottanta alla fine del decennio, alcuni sceneggiatori inglesi, provenienti dalla serie antologica 2000 AD si distinsero nel mercato U.S.A., arrivando quasi a dominarlo, con alcune collane fondamentali e rivoluzionarie pubblicate principalmente dalla DC Comics. È questa la british invasion del titolo, che nel nome riprende quella dei gruppi rock inglesi negli anni sessanta.

I primi autori di questa onda furono Alan Moore con Swamp Thing (la serie apripista dell’invasione nel 1983), due storie fondamentali di Superman e poi la miniserie di Watchmen disegnata da Dave Gibbons; Neil Gaiman con Sandman, Peter Milligan con Shade, the changing man; Jamie Delano con una sequenza straordinaria di Hellblazer e appunto Grant Morrison. Nonostante si consideri la british invasion strettamente legata agli sceneggiatori, sono da citare anche alcuni disegnatori inglesi dallo stile molto personale come Brian Bolland, Steve Dillon e Glenn Fabry, oltre la già citato Gibbons.

Luigi Siviero ha scelto di analizzare in questo libro un momento particolare della carriera di Morrison, che va dall’esordio fino al suo ciclo della JLA (ovvero la Justice League of America) terminato al 2000. Ancora negli anni ’90 Morrison scrive uno dei suoi capolavori: Invisibiles. Su questa serie Siviero sta scrivendo il suo prossimo libro. Nel nuovo millennio Morrison ha pubblicato molte opere interessanti, da All-Star Superman ad un lungo ciclo di Batman fino a Multiversity, opere sempre stimolanti e fresche.  

Il periodo scelto da Siviero è quello in cui lo stile e le idee di Morrison esplodono nella maniera più dirompente e rivoluzionaria. Ma la scelta di questi anni caldi è anche motivata dal loro situarsi in un momento in cui da una parte le opere di Alan Moore (in particolare Watchmen) e dall’altra The Dark Knight Returns di Frank Miller avevano sconvolto il pubblico e gli autori. Moltissimi sceneggiatori seguirono la via decostruzionista scelta dall’autore di Northampton e la cupezza delle atmosfere milleriane. Si diffusero però anche molte banali imitazioni di quel taglio realistico che nelle opere citate era risolto in maniera straordinaria ed indimenticabile. Lungi dall’essere l’unico elemento di quelle storie seminali, la durezza dell’approccio realistico ai supereroi (chiamato grim and gritty, oscuro e disperato) diventò, per esempio in alcune serie Image, l’elemento principale di racconti spesso ridicoli con disegni ipertrofici e lontanissimi dalla straordinaria finezza del racconto per immagini di Moore/Gibbons.

Fin dal suo esordio in UK, Morrison si colloca in parallelo e in opposizione a Moore e da subito l’autore scozzese, conscio del suo talento come di quello del collega, capisce che ogni sua opera doveva porsi in contrasto con quelle del collega. I due scrittori hanno un background culturale simile (ambedue vengono dal punk, da letture simili, hanno interessi nella magia) ma è evidente che se le origini sono comuni, le strade da loro prese ad un certo punto divergono.

Il lavoro di Siviero si concentra soprattutto su questo rapporto, che oscilla tra rispetto e dure critiche, sia nelle interviste pubbliche sia nelle opere stesse.

Siviero è molto bravo a scandagliare le opere di Morrison per evidenziarne gli elementi meta-fumettistici, momenti nei quali l’autore riesce ad esprimere, attraverso le storie che narra,  le sue idee sui fumetti statunitensi dei tre periodi storici: la Golden Age, la Silver Age e la cosiddetta Dark age (quella ispirata a Watchemen che andava per la maggiore). È su un ipotetico Rinascimento da un era oscura che Morrison scommette.

L’approccio di Moore, in un primo momento apprezzato dallo scozzese, viene ritenuto nel 1995 ormai vecchio e senza sbocchi. L’intoccabile scrittore inglese, da molti ritenuto il maggior genio del fumetto contemporaneo, viene ridimensionato in alcune dichiarazioni riportate con precisione da Siviero, da una dalle molte interviste rilasciate dall’autore di Glasgow:

“L’approccio di Alan Moore ha funzionato per un po’ ma il problema è che è troppo riduttivo. L’idea di supereroe viene portata giù a livello umano e i personaggi vengono trattati come se fossero persone qualunque con un costume pacchiano e abilità bizzarre. Ha funzionato per una manciata di buone storie perché nessuno aveva visto i supereroi scritti in questo modo ma alla fine ha condotto alla situazione in cui siamo oggi, dove il Joker fa snuff movies e Batman è un pazzo che ringhia e stringe le chiappe”.

Il progetto di una nuova rinascita dei supereroi è molto consapevole in Morrison:

“Vogliamo ripristinare la loro dignità. Renderli di nuovo incredibilmente potenti e divini e fonti di ispirazione, che è ciò che mi piaceva dei supereroi quando ero bambino”

Queste dichiarazioni sono scrupolosamente verificate da Siviero nell’analisi delle molte opere di Morrison leggibili anche come discorsi teorici sul fumetto e sulle sue possibilità, come la bellissima miniserie Flex Mentallo, la serie Aztek, the Ultimate Man scritta con Peter Milligan e Animal Man con il suo straziante finale che rompe la quarta parete e fa incontrare il personaggio con il suo autore.

Il libro di Siviero, dato il numero limitato di opere sulle quali si sofferma e l’alto livello di approfondimento che ne consegue, è sicuramente uno strumento utile a chi voglia capire come sia possibile scrivere opere fondamentali per la cultura contemporanea utilizzando e ripensando eroi in costume con poteri straordinari. In questo libro non c’è certo tutto, a partire dalla parte della produzione di Morrison successiva al 2000. E poco spazio è stato dato anche al background culturale e politico (gli anni ottanta thatcheriani, i moltissimi riferimenti letterari o musicali) che ha enormemente influenzato i due autori.

Chi ha goduto scoprendo Morrison con Arkham Asylum troverà però in questo saggio molti spunti per rileggere storie, ripensare a certe sequenze, fare attenzione a certi dialoghi. E questo significa che il libro ha colto nel segno.

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Il padre di Capitan America (e non solo)

Jack Kirby Mostri, uomini, dei, a c. di Hamelin, Catalogo della mostra, 24 Novembre 2018 – 5 Gennaio 2019, Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna, pp. 128, €18 stampa

di STEFANO RIZZO

Per iniziare bene, dovrei dire subito che il lavoro svolto negli ultimi anni da Hamelin a Bologna è straordinario. Oltre alla rivista omonima dedicata all’illustrazione e al fumetto (tra le cose più belle prodotte in Italia sull’argomento) che già sarebbe sufficiente per ricevere le mie lodi, l’associazione cura, oltre ad altre cose, il festival Bilbolbul che si tiene a fine novembre. Tra i più ricchi e interessanti festival italiani, è il culmine di una serie di attività svolte durante l’anno con l’obbiettivo di formare nuovi lettori e per questo motivo si rivolge soprattutto ad un pubblico diverso dagli appassionati, da quelli già convertiti insomma. E questa è una cosa davvero senza prezzo, dato che la formazione di nuovi lettori è la principale fonte di buona salute per il fumetto (e non solo) come mezzo e come industria culturale.

Tra le molte iniziative di quest’anno, spicca per noi marvelliani, per noi amanti delle cose giganti e delle macchine dalle architetture impossibili, della psichedelia e delle esplosioni cosmiche, ma anche per voi che non sapete cosa vi perdete, una delle mostre più belle mai proposte in Italia sul fumetto americano, dedicata a Jack Kirby: Mostri, uomini, dei! Aperta a Bologna presso la Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna il 24 novembre 2018 e chiusa il 5 gennaio 2019 è – come raramente accade per il fumetto – una mostra ricca e soddisfacente da tutti i punti di vista.

Qui però, vorrei del catalogo della mostra. Curato dalla stessa Hamelin è un esempio di come andrebbe oggi fatto un catalogo senza che diventi due cose molto brutte: un’antologia di elogi banali e superficiali o una serie di sterili studi specialistici (che possono servire solo se portano ad una maggiore conoscenza dell’autore).

Un catalogo dovrebbe essere una cosa bella da leggere e da guardare, oltre che un utile strumento per lo studio dell’autore. E questo catalogo è davvero una lettura piacevole a partire dal primo dei testi presentati, “Il ritorno del Re” di Jonathan Lethem. Lethem, come sempre scrittore coinvolgente e intimo, ci appassiona nella sua ricostruzione degli anni in cui, da ragazzino, scoprì Kirby. Erano già gli anni settanta e Kirby stava ritornando alla Marvel dopo un periodo alla DC. Erano già finiti gli anni d’oro del primo periodo della Marvel, quando insieme a Stan Lee creò la maggior parte degli eroi della casa editrice. Lethem dice moltissime cose seducenti: Jack Kirby come Chuck Berry; Jack Kirby e Stan Lee come John Lennon e Paul McCartney; Jack Kirby come John Wayne! Lascio risuonare in voi questi paragoni per farvi venire la voglia di leggere questo saggio che, non banalmente, cerca di dire alcune cose spiacevoli sullo stile di Kirby (anche da sceneggiaore), anzichè lanciarsi in lodi scontate.

Ogni saggio aggiunge qualcosa al ritratto di questo autore così mitizzato ma forse ancora da studiare a fondo. “Jack Kirby: narratore, artista, visionario”, di Rand Hoppe è un profilo biografico del curatore del sito . “Il sublime tecnologico”, di Charles Hatfield è un denso saggio sugli elementi grafici e stilistici dell’arte kirbyana proveniente da un’opera più ampia intitolata Hand of fire: the comics art of Jack Kirby. “Il negozio dell’incisore di lapidi”, di Christopher Brayshaw tratta della mitica opera breve autobiografica Street code, realizzata a matita.

Vorrei citare anche tutti gli altri testi perchè, nei vari approcci e nelle sensibilità diverse da autore ad autore sono tutti contributi interessanti e preziosi: “One Man Army”, di Daniel Duford; “Un potere sottile” di Paul Gravett; “Quest’uomo, questo Maestro… scatenato!” di Paul Karasik.

Una citazione d’obbligo per il testo di Paul Gravett, grande critico inglese, che si dedica a una parte dell’opera di Kirby spesso citata, ma mai analizzata a dovere: le storie d’amore. Alcune di queste storie, quelle del periodo Marvel, sono state riproposte, insieme a quelle di altri autori, all’interno del volume Le grandi storie d’amore (Panini Comics, 2018). Questi fumetti romantici, che Kirby in sostanza creò per primo insieme a Joe Simon negli anni ‘40, lungi dall’essere semplici curiosità, sono un’eccezionale occasione per aver esperienza dello stile dell’auore, enormemente modulabile ma allo stesso tempo riconoscibile anche se, al posto di un essere cosmico dalle proporzioni di un pianeta, c’è una donna di spalle che piange e si commisera perché ama un uomo che non le è fedele…

Inoltre, al termine del catalogo, quattro autori di fumetti dagli stili diversi ma altrettanto interessanti e in un certo senso kirbyani, cercano di spiegare il loro amore per il Re e l’influenza che ha avuto nei loro lavori: sono “Trascendere il mainstream”, di Gary Panter; “Sulla corona del Re” di Sergio Ponchione; “Jack l’alieno” di Roberto Recchioni; “Il sogno del Teschio Rosso” di Stefano Ricci.

Il lato visuale del catalogo è ottimo anch’esso, con la riproduzione in grande formato di alcune delle 70 tavole esposte a Bologna, sia nella versione orginale in bianco e nero, sia nella versione colorata per la pubblicazione. Si aggiunga il prezzo di euro 18, assolutamente abbordabile, e la buona fattura del volume e il risultato sarà un acquisto obbligato per gli appassionati e un’occasione per gli altri di approfondire un grande autore del Novecento.

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Disegnare la Creatura

Mary Wollstonecraft Shelley, Frankenstein illustrato da Bernie Wrightson, pref. Stephen King, tr. Simona Fefé, Mondadori, pp. 304, €24 stampa

di STEFANO RIZZO

Il 2018 è stato l’anno di Frankenstein. Questo romanzo, capostipite di un genere e capolavoro della letteratura inglese, venne pubblicato anonimo esattamente duecento anni fa. L’autrice, resa pubblica solo nella seconda edizione rivista del 1831, era la ventunenne Mary Shelley, nata Wollestonecraft Godwin. Il romanzo è nei cataloghi di praticamente tutti gli editori italiani e molte sono le novità su di esso, tra cui voglio segnalare almeno un volume edito da Lindau a fine novembre: l’edizione critica del romanzo, unica a presentare le due versioni del ‘18 e del ‘31 affiancate e confrontate per la cura di Sara Noto Goodwell. Ma io, in questo speciale Frankenstein di fine anno, sono qui per parlare di Bernie Wrightson, scomparso nel 2017, e autore delle illustrazioni di questa edizione integrale del romanzo, ottimamente tradotto da Simona Fefé.

Il suo nome è noto agli appassionati di fumetti o illustrazione degli anni settanta, ma forse oggi non è conosciuto come meriterebbe in Italia: dovrebbe invece essere scolpito nella mente di qualunque appassionato di disegno. Stiamo parlando infatti di uno dei maestri assoluti dell’orrore, se non addirittura il più grande di tutti, almeno a partire dagli anni settanta.

Wrightson esordisce professionalmente a vent’anni in una storia di tre pagine di «House of mistery» pubblicata nel 1969 e reperibile in italiano in una raccolta delle sue storie tratte da quella serie pubblicata da Planeta De Agostini nel 2009. Il suo stile è già riconoscibilissimo, enormemente espressivo, un’intrico di ombre e segni controllati, di figure allungate, di maschere di terrore. È l’inizio di una grande carriera che lo porterà a lavorare, anche se sempre da freelance e per progetti limitati sia per editori come DC e Marvel, sia per altre case editrici come Warren. Nei primi anni settanta abita nello stesso appartamento con altri tre grandi: Al Milgrom, Howard Chaykin e Walter Simonson e l’influenza reciproca è inevitabile. Ma tra i grandi artisti che gli diedero molto e che si possono riconoscere nel suo tratto ci sono Howard Pyle e Al Dorne per l’illustrazione e Al Williamson, Graham Ingels e Jack Davis per i fumetti (autori EC Comics e Warren). Gli anni settanta sono gli anni in cui si dedica a moltissime storie brevi, la forma in cui ha sempre eccelso anche per una certa lentezza nel lavoro e l’impossibilità di semplificare l’incredibile lavoro di pennino.

Il personaggio per cui sarà probabilmente ricordato per sempre lo crea con Len Wein: è Swamp Thing, in seguito ripreso da Alan Moore, per cui disegna la storia di esordio e i primi dieci numeri della serie.

Nel 1975 fonda The Studio, un loft condiviso con Jeffrey Catherine Jones, Michael Kaluta, and Barry Windsor-Smith. In questi anni Wrightson raggiunge le sue vette più alte nella tecnica e nell’espressività: sperimenta con tutti gli strumenti possibili anche contemporaneamente: dal pennino al pennello, dall’inchiostro acquarellato al pennarello fino all’uso della tecnica duotone.

In seguito collaborerà a più riprese con Stephen King (che firma l’introduzione di questo volume) per adattamenti e altri progetti come l’edizione illustrata (oggi di grande valore colezionistico anche nell’edizione italiana) di Unico indizio la luna piena. Con Jim Starlin (il creatore di Thanos, tra gli altri) realizza The Weird, Batman: The Cult nonché un divertente team-up con Hulk e La Cosa. Disegna anche uno Spiderman gotico, nelle sue corde, nella graphic novel Hooky. E non dimentichiamo una potente copertina per il secondo album di Meatloaf!

Ecco chi era Bernie Wrightson nel 1983, quando uscì questa edizione illustrata del romanzo della Shelley: un maestro. E questa fu sicuramente la vetta più alta della sua arte: 47 illustrazioni in bianco e nero che non si staccano dalla retina.

Sette anni di lavoro dedicati all’illustrazione di Frankenstein. Cose da pazzi, se non fosse che, lo disse lo stesso Wrightson, si trattava di un labor of love, un’opera dettata dall’amore. Non era propriamente lavoro. L’artista vi si dedicava nei giorni liberi dalle altre commissioni retribuite. Sette anni. Una follia (non possiamo non pensare al nesso!) come quella di Victor Frankenstein: ambedue consumati dalla passione. Ma quella di Wrightson fortunatamente non lo portò alla tragedia ma ad un irripetibile lavoro grafico, assolutamente fedele alle descrizioni del romanzo. Dimentichiamoci, se possibile, per un momento, di Boris Karloff. Wrightson si impose fin dall’inizio di rimanere vicino alla sensibilità ottocentesca del romanzo: i riferimenti sono infatti a Franklin Booth, J.C. Coll e Edwin Austin Abbey e l’obbiettivo è quello di produrre immagini “antiche”, che abbiano l’aspetto di xilografie o siderografie.

Il risultato è questo libro, felicemente riportato alle stampe a novembre da Mondadori per la collana Oscar Ink in un ottimo formato (cm 17 x 24), più efficace di quello di un Oscar normale. Credo che esistano pochi libri come il Frankenstein di Wrightson: un vero e proprio mito visualizzato senza che le tavole dell’artista possano interferire con il mondo di immagini personali del lettore. È, come nei capolavori dell’illustrazione, un mondo in aggiunta al mondo del romanzo, anch’esso presente e vivo come l’altro. Un’emanazione della parola scritta che non è mai una copia, mai ridondante. Illustrazione non come “spiegazione”, “semplificazione” ma come arricchimento, come illuminazione. Luce, anche se si tratta di oscurità, di ombre. Opere fatte di segni impercettibili, graffi. Di innumerevoli oggetti, alambicchi, flaconi, libri antichi e polvere, corde, scatole, provette, beute come in quella doppia pagina che mostra il laboratorio di Frankenstein che forse è il capolavoro di una vita.

Sono tantissimi, ancora, i tesori dispersi prodotti da Wrightson e che meriterebbero un grande catalogo in formato gigante o almeno una serie di antologie che riprendano i tanti lavori sparsi (l’incredibile portfolio su Poe è solo una delle moltissime opere da raccogliere, come anche il seguito di Frankenstein del 2012 in una degna edizione).

Non so, forse sono influenzato dalle atmosfere delle sue storie e dei suoi personaggi, dolenti e tormentati, ma credo che anche Wrightson, in un certo senso, sia stato tormentato. Angosciato lo è stato certamente dall’industria e dall’obbligo di piegarsi alle richieste dei committenti e degli editori. Ha dovuto lottare tutta la vita per realizzare i suoi desideri e obiettivi artistici. Con quest’opera ormai leggendaria Bernie c’è riuscito e noi indagheremo per sempre le sue immagini, ingordi di particolari e di segni. E quando avremo la sensazione di aver colto tutto, un nuovo dettaglio ci salterà all’occhio, qualcosa di nuovo, che prima non c’era, come se le opere fossero vive. Forse Wrightson, come Frankenstein, ha scoperto il modo per dare la vita a ciò che è inanimato. E l’ha data all’inchiostro delle sue tavole, per noi.

Questa recensione fa parte del FRANKENSTEIN DAY di fine 2018 (anno del bicentenario), assieme alla recensione di una raccolta di racconti di Thomas Ligotti, allo speciale sui fumetti italiani che rielaborano la Creatura di Viktor Frankenstein, al recupero di Frankenstein liberato di Brian Aldiss e all’itinerario di letture sulla Creatura (e sul dottore) preparato da Walter Catalano.

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Vita di Mister Marvel

Bob Batchelor, Stan Lee: Il padre dell’universo Marvel, tr. Sara Terrinoni e Amanda Schüpbach, Leone Editore, pp. 288, €19,90 stampa

recensisce STEFANO RIZZO

Il 12 novembre 2018, all’età di 95 anni, è morto Stan Lee, creatore dell’Universo Marvel. Solo poche settimane prima Leone Editore aveva pubblicato la traduzione italiana della biografia del 2017 scritta dallo storico Bob Batchelor, che in originale si intitola Stan Lee – The Man behind Marvel. Questi i fatti.

Con Stan Lee devo trattenermi, controllare i termini, non sparare superlativi, cercare di ridimensionare. È molto difficile perché si tratta della mia formazione emotiva ed estetica. Nonostante sia cosciente che questo autore abbia anche dei lati criticabili (una certa autoreferenzialità, per esempio?), la mia infanzia (ma si può dire la mia vita) è stata illuminata, sconvolta, esaltata dalle sue creazioni.

I fumetti Marvel, quando li ho conosciuti nei primi anni ‘80, erano diversi dagli altri. C’era in essi un’esplosione di energia, tensione, dramma, conflitto, c’erano tanti problemi, cosmici e comuni, che schiacciavano i personaggi. E poi c’era una cosa incredibile, ancora oggi sottovalutata: la Marvel era un vero e proprio universo. I personaggi si incontravano, i fatti accaduti in una serie potevano influenzare quelli di un’altra. Erano storie intense, fulminanti e nello stesso tempo lente nella gestione delle cosiddette sottotrame. Erano divertenti e tragiche, c’erano momenti di lunghi dialoghi e sequenze di silenzio. C’erano quei disegni, fatti di muscoli, di costumi, di lampi, di visioni psichedeliche, di villain incredibili, goffi e inquietanti, folli ed eleganti e schizzi di strade americane, di mattoni rossi, di metropoli, di grattacieli, di homeless, di chioschi di giornali, di marciapiedi…

Quando lessi per la prima volta i fumetti Marvel, a sei anni, fui sicuro che quelle atmosfere non mi avrebbero più lasciato. Per me la Marvel è stata come il rock and roll, come una febbre, la cosa più vicina ad uno shock culturale che la mia mente di bambino potesse provare.

Oggi la Marvel non è più una semplice casa editrice di fumetti: è un marchio, è un mondo, anche se è di proprietà della Disney e non più indipendente. I suoi personaggi sono patrimonio di tutti, non solo, come prima, dei ragazzini e dei nerd. Insomma, è parte della cultura del XX secolo ma anche del XXI. E di questa incredibile fetta dell’immaginario contemporaneo è responsabile, primariamente, un uomo: Stan Lee. Quest’uomo, diciamolo subito, non era da solo, anche perchè il metodo di lavoro da lui ideato, dava enorme libertà ai disegnatori con i quali discuteva per sommi capi la storia per aggiungere i dialoghi solo a tavole ultimate. Con lui c’era in primo luogo Jack Kirby, autore grafico di tutti i personaggi storici tranne l’Uomo Ragno (al cinema Spiderman) di Steve Ditko. E poi John Romita, Don Heck, Jim Steranko, Bill Everett, Gene Colan, John Buscema, Gil Kane, Joe Sinnott, per citare solo alcuni dei primi disegnatori che crearono centinaia di storie seguendo il Metodo Marvel. Qui non si vuole tornare sull’annosa questione di chi ha creato i supereroi Marvel, di quanto abbiano pesato i suoi collaboratori, Kirby in primis. Quest’ultimo deve essere considerato fondamentale almeno quanto Lee e in alcuni casi più di Lee. Ma è stato Lee a diventare un personaggio celebre, una sorta di Disney del fumetto supereroistico, l’uomo che ha incarnato uno stile e una visione e la sua voce inconfondibile si sente in ognuno dei fumetti da lui sceneggiati.

Questa biografia che ci propone Leone Editore, molto dettagliata ed equilibrata, ci dà modo di scoprire chi sia Stan Lee al di là del suo ruolo carismatico nella casa editrice e, attraverso di lui, la Marvel delle origini e del periodo in cui il nostro definì il suo universo, sullo sfondo della storia americana del novecento. È qualcosa di raro, dato che nonostante lo sceneggiatore abbia pubblicato ben due autobiografie, conosciamo pochissimo di troppi momenti chiave della sua vita, privata o professionale che sia. E, tra le altre cose, scopriamo che Lee, così celebre e così perfetto come ambasciatore del fumetto nel mondo, in realtà è stato per decenni frustrato dalla bassa considerazione che il suo campo aveva nell’opinione pubblica e degli intellettuali.

Grande spazio prende, in questo libro, il primo periodo della vita di Lee. L’infanzia da figlio di immigrati ebrei rumeni a New York in piena depressione è un’esperienza che lo plasmerà in maniera definitiva. Il grande entusiasmo per la vita e per la metropoli, ma anche una tendenza privata all’autocommiserazione sarà qualcosa che non lo abbandonerà mai e che caratterizzerà anche il carattere di Peter Parker, tanto per dirne uno. E anche quel misto bizzarro ma riuscitissimo tra spacconeria e insicurezza che troveremo nel tessiragnatele è stato presente nel suo carattere da sempre.

L’essere cresciuto quando la disoccupazione era altissima e le tragedie familiari all’ordine del giorno farà di lui un uomo che, per molto tempo, non sarà capace di dire di no a qualunque proposta lavorativa.

Il suo ingresso come tuttofare alla Timely (la futura Marvel) è datato intorno al 1939, quando Stan ha solo 17 anni. Tutta la sua giovinezza la passa a creare, sceneggiare, programmare, selezionare una montagna di fumetti, buoni e cattivi, per tutti i generi possibili ed immaginabili, dalle storie criminali agli horror, dai fumetti d’amore ai supereroi. Nel 1941 debutta la prima celebre creazione di Jack Kirby: Capitan America, prodotta insieme a Joe Simon. È un grande successo; ma quella è un’epoca di repentine esplosioni e altrettanto veloci cadute. I lettori sembrano volubili e c’è l’impressione che non si possa impedire il loro fulmineo passaggio da una moda all’altra. E così anche gli editori si fanno furbi e e si mettono alla ricerca del nuovo genere, del nuovo, temporaneo successo. E Stan Lee, man mano che passa il tempo, è sempre più disilluso e stanco di quell’ambiente e si chiede sempre più spesso se a scrivere fumetti stia sprecando il suo tempo.

Passarono addirittura vent’anni prima che, alla fine dell’estate del 1961, i Fantastici Quattro dessero inizio ad una rivoluzione epocale per il fumetto e la cultura pop americana. Senza fermarsi un attimo Lee creò decine di personaggi e antagonisti, i principali dei quali analizzati nelle loro origini da Batchelor. Nel 1962 nascono Spider-Man (che comparve nell’ultimo numero di una serie già destinata alla chiusura, Amazing Adult Fantasy) e Hulk. Poi in soli sei anni: Thor, Ant-Man, Iron Man, X-Men, Daredevil, Gli Inumani, Pantera Nera, Dottor Strange, Capitan Marvel e Silver Surfer. Ho citato solo gli eroi e non i cattivi, gli straordinari nemici come Dottor Destino e Goblin, anch’essi personaggi indimenticabili e responsabili del successo marvelliano. Un decennio, quello degli anni ‘60, che creò un vero popolo di appassionati, per la prima volta fedele a una casa editrice e a uno stile narrativo, come mai più da allora. E quello stile, quel tono ironico, quelle idee, la capacità senza precedenti di ibridare la soap opera con l’avventura, le storie private con la fantascienza era tutto merito di Lee. Ed era merito suo anche l’aver costruito il mito della Marvel come Casa delle idee, come redazione di gente fuori dal comune ma amica dei lettori; non sorprende dunque che questi trovassero subito un’intesa senza precedenti con Lee e la sua voce, il suo linguaggio.

C’era bisogno di una biografia di Stan Lee anche in Italia, e questo è un libro che chiunque si interessi di Marvel dovrebbe legere, nonostante qualche errore di traduzione (ad esempio si parla dello scenggiatore Marv Wolfman al femminile e Zia May talvolta viene chiamata Mary). Perché Lee è stato davvero uno dei creativi più influenti del secolo scorso, ed è molto importante capire da dove provengano le sue idee, da quale temperie culturale e sociale e da quanta insicurezza e difficoltà siano derivati contemporaneamente un marchio di longevità straordinaria, una delle icone più potenti e durature della cultura pop mondiale (Stan Lee stesso) e un enorme patrimonio di personaggi e storie.

Stan Lee ha saputo determinare uno scatto di proporzioni impensabili del concetto di supereroe, dandogli contemporaneamente maggiore umanità e ancora maggiore straordinarietà. Il creatore di meraviglie è stato inoltre e subito un personaggio tra i più celebri dell’editoria, vero maestro dell’auto-promozione e questa biografia permette di capire, per quanto sia possibile, chi fosse davvero quell’uomo, Stanley Martin Lieber, che si celava dietro il sorridente, e immortale, Stan Lee.

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Ritorno dalla cripta dell’orrore

AA.VV., Lo spiacevole ritorno di Zio Tibia. Spettri, licantropi e vampiri con altre strane e mostruose creature di questo e d’altri mondi, tr. Lydia Lax e Ranieri Carano, a c. di Giuseppe Lippi, intr. Fabio Genovesi, Mondadori, pp. 320, €25,00 stampa

recensisce STEFANO RIZZO

Sarà sicuramente spiacevole per le vittime dei racconti da lui introdotti, ma per quanto mi riguarda (e sarà così anche per moltissimi lettori di buon gusto) il ritorno di Zio Tibia negli Oscar è davvero un piacevolissimo avvenimento. Questa antologia di fumetti, ricca e ben curata anche dal punto di vista editoriale, è infatti una boccata d’aria fresca, benché vecchia di cinquant’anni. Si tratta di un florilegio (del male!) di ben trenta racconti pubblicati a partire dal 1964 su due leggendari periodici che assursero immediatamente allo status di culto: Creepy e Eerie, edite negli Stati Uniti dalla casa editrice Warren. Si trattava di vere e proprie riviste di grande formato, il cui piatto forte erano racconti brevi in bianco e nero, con storie originali o adattamenti di classici dell’orrore. La maggior parte di questi erano scritti (nel primo periodo) dal maestro degli autori-editor Archie Goodwin e disegnati con stile elegante, intenso ed innovativo da talenti come Gray Morrow, Reed Crandall, Angelo Torres, John Severin, Jerry Grandenetti, Al Williamson, Tom Sutton e Neal Adams, per citare solo artisti presenti in questo nuovo volume Mondadori. È un ritorno graditissimo, dopo molti anni, perchè dal 1969 la collana degli Oscar Mondadori dedicò alle mitiche riviste di James Warren ben quattro volumetti, ricordati ancora oggi.

I racconti qui contenuti, introdotti (come dei novelli Alfred Hitchcock) dal nostro anfitrione Zio Tibia (Uncle Creepy) o da Astragalo (Cousin Eerie), sono splendidi esempi di sintesi narrativa e grafica. Queste storie, racchiuse dalle epocali copertine di Frank Frazetta, riportarono in auge un genere che la EC Comics di William Gaines aveva fatto esplodere, per pochi anni, con collane come Tales from the Crypt e The Vault of Horror. L’avventura della EC durò poco, interrotta dalla crociata contro i fumetti violenti capeggiata dal Dottor Wertham, che riuscì a far chiudere tutte le sue testate nel 1956, con la sola eccezione di Mad e a promuovere un Codice di autoregolamentazione per i contenuti forti nei fumetti.

Ma non si poteva cancellare uno stile così potente, un’idea di fumetto così forte. Ed ecco che nel 1964 James Warren, editore dal gran fiuto che già aveva celebrato l’horror cinematografico con la storica Famous Monsters of Filmland diretta da Forrest J. Ackerman, riporta sul tavolo da disegno alcuni degli artisti che avevano graziato dei loro segni inquietanti le pubblicazioni di Gaines (come ad esempio Reed Crandall o Johnny Craig). I fumetti presentati sono figli della EC, ma l’eleganza è sicuramente maggiore come lo sono la cura per le ambientazioni e i dialoghi. I numerosi adattamenti da Stoker, Lovecraft o altri classici sono assolutamente pregevoli. Warren, inoltre, ebbe più libertà dalla censura, dato che queste riviste erano indirizzate ad un pubblico adulto – ma questo non volle dire più violenza esplicita, anzi. Ad aumentare non fu il banale sangue ma l’approfondimento psicologico e la complessità morale che si allontanò dal semplicistico giustizialismo della EC.

Raramente potrete trovare oggi un volume così ricco di diversi talenti capaci di concentrare in sei/otto pagine le atmosfere inquietanti di maledizoni, mostri, destini angoscianti, terribili ansie e un connubio riuscito tra orrori tradizionali ed ambientazioni contemporanee. Senza dimenticare il pizzico di ironia ereditata dalle pubblicazioni di Gaines.

Il racconto breve, che sia narrativa o fumetto, è spesso mal visto dal pubblico italiano che – si dice – rifiuta a priori qualsiasi raccolta di short stories preferendole il più sostanzioso romanzo. Non esiste chiusura mentale più autolesionistica di questa, perché porta a privarsi di una quantità innumerevole di capolavori dei molti maestri della forma breve, numerosissimi nel campo dell’horror, del mistero, del weird nonché della fantascienza (ma anche nel western ci sono innumerevoli gemme).

Il bianco e nero, raro negli USA amanti del colore, è sicuramente una scelta che esalta il sapiente tratto d’inchiostro degli artisti, il cui talento è ancor più visibile negli ottimi impianti di stampa restaurati in anni recenti dalla Dark Horse e qui utilizzati. Il formato più grande (cm 17 x 24), la copertina rigida e l’ottima resa di stampa, rispetto ai vecchi e piccoli Oscar, sono elementi che omaggiano la qualità ormai universalmente riconosciuta di queste gemme fumettistiche che, come per esempio The Twilight Zone (Ai confini della realtà, serie TV non dissimile per tono, qualità e varietà stilistica), non sembrano risentire del tempo e anzi, acquistano con gli anni un sapore più fine e una maggiore intensità. La grandezza di queste storie è visibile anche a una prima occhiata, se si coglie come molti di questi autori, come per esempio Reed Crandall, abbiano inaugurato una sorta di nouvelle vague dell’illustrazione che partendo dai maestri dell’incisione e riprendendo i grandi dell’arte della stampa ottocentesca li hanno proposti al nuovo e ampio pubblico degli anni sessanta.

In coda al libro troviamo un saggio, con nutrita appendice bibliografica, capace di raccontare in breve la storia dell’orrore illustrato in U.S.A. e in Italia. Autore ne è Giuseppe Lippi, uno dei più grandi curatori e conoscitori del fantastico in tutte le sue incarnazioni, la cui firma garantisce da anni un’analisi profonda e una precisa ricostruzione storica.

Una piccola nota: la storia «Il giorno di Wentworth», adattamento da Lovecraft e August Derleth non è, come indicato, illustrata da quest’ultimo (che non era disegnatore) ma da Russ Jones, che ne curò anche la sceneggiatura. Lapsus che, sia chiaro, per nulla riduce il piacere della lettura e la qualità di un volume consigliatissimo.

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Cosmico ateismo lovecraftiano

Howard Phillips Lovecraft, Contro la religione. Gli scritti atei di H. P. Lovecraft, tr. Guido Negretti, a c. di S.T. Joshi, pref. Christopher Hitchens, postf. Carlo Pagetti, Nessun dogma, pp. 332, €18 stampa, €8,99 e-book

recensisce STEFANO RIZZO

Lovecraft. Sempre Lovecraft. Ancora Lovecraft. Si finirà mai di leggere, commentare, studiare, pubblicare, ristampare Lovecraft? Chissà. Forse un giorno si esaurirà la forza di questo autore, scomparso ottant’anni fa senza aver visto pubblicato nemmeno un volume dei suoi scritti. Per ora non si vede proprio la fine della lunga e continua emersione della sua opera.

Qualche mese fa è uscito per Bietti il suggestivo Oniricon: Sogni, incubi & fantasticherie, raccolta completa (ancor più delle edizioni americane!), curata da Pietro Guarriello, dei sogni di Lovecraft da lui rievocati nelle lettere. La raccolta dei suoi testi sulla letteratura intitolata Teoria dell’orrore: Tutti gli scritti critici, a cura di Gianfranco de Turris, è appena stata ripubblicata (sempre da Bietti) in edizione aggiornata. E ora questa inaspettata raccolta di lettere sulla religione e l’ateismo, scelte e annotate con precisione da S.T. Joshi, una garanzia in campo lovecraftiano, offerta dalle edizioni Nessun Dogma (apprezziamo il calembour).

La presente raccolta di lettere, tra le 100.000 scritte in vita e le circa 20.000 rimaste, si aggiunge, per noi italiani, a Lettere dall’altrove: Epistolario 1915/1937, a cura di Giuseppe Lippi (da anni esaurito), e a L’orrore della realtà, a cura di De Turris, ancora in catalogo per le Edizioni Mediterranee. Ma è recente anche una piccola antologia a cura di Marco Peano per L’Orma: L’età adulta è l’inferno: Lettere di un orribile romantico. Questa raccolta segue però un criterio di scelta tematica molto preciso, un po’ come Oniricon: Joshi ha scelto tutte le missive in cui Lovecraft ha trattato il tema della religione e della credenza in un culto, il senso dell’uomo nell’universo o la sua assenza. Temi che, lungi dall’essere marginali nella narrativa lovecraftiana ne sono addirittura alla base.

Qual è, infatti, l’origine prima dell’angoscia cosmica nella sua opera se non la scoperta, da parte dei suoi narratori, della completa disumanità dell’universo? Della totale assenza di significato e di valore dell’uomo al cospetto di una natura e di un cosmo in tutto alieni? Leggere questi testi è utile quindi per definire la posizione filosofica di uno scrittore che ha cercato di scrivere letteratura fantastica partendo dal presupposto meno fantastico possibile e al tempo stesso il meno accettabile per la sua enormità: l’uomo non è nulla.

Le sezioni del volume, ottimamente tradotto da Guido Negretti, sono quattro. La prima è di carattere più personale e contiene alcune informazioni importanti sulla sua biografia. Lovecraft descrive la sua graduale ma precoce comprensione della falsità delle concezioni cristiane. Sono i culti greci e romani e la mitologia classica scoperta sui libri che per primi mettono in crisi le consuetudini morali cristiane. Ma piano piano, grazie anche alle infinite e precoci letture scientifiche il giovane Lovecraft forma il suo ben saldo ateismo, nonostante la propria posizione nei confronti della religione sia molto più complessa, come vedremo.

Nella seconda sezione troviamo quattro testi sulla religione in generale. In alcuni passi è evidente che il titolo del volume può essere oggetto di critiche. Se l’autore, infatti, ha molto da dire contro la religione è altrettanto convinto, utilitaristicamente, dell’assoluta utilità di essa come forza coesiva e benefica per la società. Lovecraft però si dice assolutamente contrario al fatto che la religione pretenda la fede in essa anche da parte di coloro per cui l’assoluta irrazionalità di Dio è evidente. Insomma, non si deve obbligare a credere. Ma la verità è davvero pericolosa:

Per quanto riguarda la nuda realtà noi sappiamo solo di essere un granello immerso nei travolgenti vortici dell’infinito e dell’eternità. Sappiamo che tutto l’universo obbedisce a certe leggi o principi la cui fonte non conosciamo, ma che apparentemente risultano dall’interazione di particelle materiali o modi di moto. […] Della nostra relazione con l’universo non possiamo sapere alcunché. Tutto è caos e immensità. Ma dato che tutta questa conoscenza non può essere di alcun valore per noi, è meglio ignorarla nel nostro modo di vivere giornaliero. È pericolosa e per questo non dovrebbe essere propagata; tuttavia ogni uomo ha il diritto di pensare ciò che pensa e di credere ciò in cui crede.

Un passo, questo, tra i tanti illuminanti di questo volume, che spiega perfettamente le contraddizioni della sua posizione ma nello stesso tempo definisce perfettamente il motivo fondamentale della sua letteratura. La verità andrebbe ignorata. Ma l’uomo che ragiona non è capace di farlo e questa è la sua condanna.

Nella terza parte troviamo alcuni lunghi brani di lettere dedicati al rapporto tra religione e scienza. In questa sezione ritroviamo anche un intelligente utilizzo della dottrina nietzschiana dell’eterno ritorno (che Lovecraft cita nel tedesco ewigen Wiederkunft) come unica possibilità del concetto di eternità che esclude quindi la possibilità di un Dio che dia inizio al mondo.

Nell’ultima sezione del libro possiamo leggere alcune lettere sul rapporto tra la religione e la società. In queste epistole l’autore si sofferma tra l’altro sul rapporto tra etica ed estetica (affermando che la prima, nella sua filosofia, si regge sulla seconda) e sulla possibilità di un’etica anche al di fuori della religione.

Gli argomenti toccati da Lovecraft all’interno del tema religione/ateismo sono molteplici e trattati con serietà e ampiezza, nonostante l’origine epistolare (alla grafomania di Howard siamo abituati). Questo volume sicuramente incuriosirà gli appassionati della sua narrativa, che faranno bene a leggerlo soprattutto se sono tra coloro che si sono creati un’immagine di Lovecraft «occultista». Ma perchè, allora, scrisse di culti insensati, di orrore, di mostri, di dei orrendi? Perchè le cose non sono mai così semplici e perchè l’uomo non è solo ragione. Perchè, come dice lui stesso, se il fondamento della sua posizione atea è la ragione, alla base del suo gusto per la fantasia e del suo amore per l’antichità c’è la sua sensibilità estetica. In una parola: la bellezza. E se da bambino trascorreva ore fingendo di credere nei più diversi culti per saggiarne la possibile verità, quell’esercizio è stato fin da allora oltre che filosofico, un esercizio letterario. E immaginare l’uomo nell’abisso più nero, schiacciato da esseri abominevoli e gettato in un mondo che lo annienta è un pensiero umanamente angosciante e insostenibile ma, letterariamente sublime.

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Manganelli: letteratura al quadrato

Giorgio Manganelli, Non sparate sul recensore, a c. di Michele Farina, pref. Lietta Manganelli, Nino Aragno Editore, pp. XII-706, €35 stampa

recensisce STEFANO RIZZO

L’ultima uscita di Aragno su Giorgio Manganelli (autore, per dirne solo tre, di Pinocchio: un libro parallelo, Centuria: cento piccoli romanzi fiume e dei saggi di Letteratura come menzogna) è un imponente, ma seducente e piacevole volume contenente una ricca antologia delle recensioni pubblicate lungo cinquant’anni di carriera.

Le nuove edizioni delle opere letterarie e saggistiche di Giorgio Manganelli stanno uscendo da anni per Adelphi con nuova curatela e sono consigliatissime perché sono quanto di più terapeutico possibile nell’arido (oppure straripante, è la stessa cosa) panorama letterario attuale. Da qualche tempo, però, la figlia Lietta sta promuovendo per i tipi di Aragno alcune inedite pubblicazioni «laterali». Faccio riferimento alle epistole di Circolazione a più cuori. Lettere familiari e I borborigmi di un’anima. Carteggio Manganelli-Anceschi e ai testi teatrali di Tragedie da leggere, Riunioni clandestine e Cerimonie & artifici (quest’ultimo contenente testi critici sul teatro).

L’aggettivo laterali non vuole significare per nulla «minori», sia chiaro. Anzi, mi sento di sottolineare come anche nella periferia della sua opera si possa ritrovare il più puro spirito manganelliano. E infatti ecco quest’anno, a confermare questo pensiero, aggiungersi agli altri libri questo, forse il più importante della serie. E che un volume di recensioni non sia qualcosa di minore è ribadito dalla definizione della critica data dallo stesso Manganelli, semplicemente: «Letteratura sulla letteratura». Scrivere di un libro non è altro che fare letteratura, certo, una letteratura al quadrato, ma chi è in grado di dire se davvero la letteratura che frequentiamo, alta o bassa che sia, sia senza esponente?

Uno dei valori aggiunti di questo volume è che non solo permette di ripercorrere l’esperienza critica di Manganelli nella formazione di un gusto e di uno stile, ma anche di attraversare cinquant’anni di storia delle riviste letterarie italiane. Nel comporre questa grande antologia, l’ottimo curatore Michele Farina ha consultato con pazienza biblioteche e archivi, ma anche collezioni private, dato che le riviste letterarie – soprattutto le più antiche e le minori – sono spesso assenti dalle collezioni pubbliche. Il risultato di questo lavoro prezioso è un viaggio che parte dal 1940, dell’esordio assoluto di Manganelli con un breve racconto già manganelliano (su La giostra, giornalino del liceo Beccaria di Milano), e arriva fino alla collaborazione del 1989 con Italia Oggi e Il messaggero, l’ultima prima della morte avvenuta nel 1990. Nel mezzo c’è un mondo oggi scomparso o interamente trasformato, quello delle riviste: Paragone, Il Mulino, Il Gatto Selvatico, Tempo Presente e L’Illustrazione Italiana e ancora il verri, Il Caffé, Il Menabò di letteratura, Quindici, Alfabeta, Aut Aut e Libri Nuovi… un’incredibile ricchezza di proposte e di visioni letterarie e critiche che correva parallela alle pubblicazioni da libreria e ha nutrito la cultura di tutto il Novecento.

In questo tomo, anche editorialmente pregevole (come tutti i volumi Aragno la carta è pregiata e la fattura del libro in generale è di alta qualità e, fatemelo dire, questo non è gusto del superfluo, non è superficie), si fanno molti incontri interessanti: da Stevenson (recensione de Il signore di Ballantrae e altri) a Hawthorne, Sherwood Anderson, Chaucer, C.S. Lewis (Le lettere di Berlicche, una recensione entusiasta), Cecchi, Conrad, Lytton Strachey, Sinclair Lewis per citare solo alcuni tra i moltissimi autori da lui trattati nei primi anni, quelli della rivista Il Ragguaglio Librario, nella quale apparvero sue recensioni fino al 1949. È esistito anche un «giovane Manganelli», quindi! Un critico più equilibrato, meno smaliziato, lontano da quell’autore che abbiamo adorato poi, che sembrava aver letto tutti i libri (e forse lo aveva davvero fatto) in un passato lontano. Eppure già malato di fantasmi, di ombre, innamorato del fantastico e sedotto dall’apocalisse (eccezionale la recensione di La nube purpurea di M. P. Shiel).

Straordinario è anche il giacimento, qui conservato, dal quale l’autore trarrà materia per le sue opere. Ad esempio «l’anno di stretta convivenza con Poe», che diede vita ad una delle più belle traduzioni italiane di un’opera in lingua inglese, ha a sua volta alle spalle anni di frequentazione e di scrittura sull’autore, figura imprescindibile per il Manganelli critico e scrittore (ma, ripeto, c’è davvero differenza?).

Quanta abbondanza, in questa raccolta, di brevi profili, accenni, consigli, righe essenziali su libri celebri e sconosciuti! E quanta voglia di recuperare certe opere di cui oggi non si parla più. E quanto desiderio di riaprire volumi che abbiamo letto ma vorremmo adesso rileggere, dopo le poche e preziose parole del grande Manganelli.

http://www.ninoaragnoeditore.it/

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Non c’è più la letteratura di una volta

Gianluigi Simonetti, La letteratura circostante: Narrativa e poesia nell’Italia contemporanea, Il Mulino, pp. 456, €29,00 stampa

recensisce STEFANO RIZZO

Come si scrive e perché si scrive la letteratura in Italia oggi? In questo saggio Gianluigi Simonetti (autore di Dopo Montale. Le «Occasioni» e la poesia italiana del Novecento, del 2002) scandaglia gli ultimi trent’anni di letteratura italiana, narrativa e poesia, analizzando i singoli testi più significativi e, nel contempo, evidenziando le indicazioni sociologiche in essi presenti rispetto a ciò che accade fuori dal campo letterario. Il titolo è un modo efficace di indicare tutta la letteratura che si pubblica e legge nel nostro Paese e che ci sta – per l’appunto – attorno. Quella grande e quella mediocre, quindi, quella colta e quella di massa, quella che vuole far conoscere e quella che vuole far evadere.

Per affrontare la contemporaneità letteraria non è più possibile riferirsi ai soli testi che ancora mantengono un rapporto significativo con la produzione più alta del passato, e del ‘900 in particolare, ma è necessario conoscere e analizzare anche quella produzione media che domina le classifiche e i banconi delle librerie. Simonetti dedica alcune pagine molto interessanti a Fabio Volo e Federico Moccia, che ho trovato utilissime per cercare di capire questo Paese e la sua cultura. Pagine equilibrate, senza inutili e superficiali attacchi alla letteratura mediocre che ci circonderebbe. Il libro di Simonetti è spesso appassionante perché sa leggere le opere letterarie anche nei loro lati meno evidenti, ma ancor più ricchi di spunti di riflessione e perché sa far emergere (spesso per la prima volta) alcune influenze fondamentali degli altri media sulla letteratura. Chi aveva individuato prima e così nettamente in Andrea Pazienza uno dei principali riferimenti per la nuova letteratura italiana degli anni Ottanta e Novanta?

La letteratura più recente sembra essere accomunata da un progressivo allontanamento dal canone novecentesco (in modi diversi per la poesia o la prosa) e più in generale dalla «letteratura di una volta»; il linguaggio estetico per eccellenza, quello letterario, strumento di conoscenza di sé, è entrato in crisi a partire dagli anni Settanta. Due opere del 1971 testimoniano la consapevolezza dell’impraticabilità della letteratura come fino ad allora era stata intesa: Satura di Montale e Trasumanar e organizzar di Pasolini.

Da questi e da altri tre testi significativi della fine anni settanta (Boccalone, Porci con le ali e Altri libertini) inizia la grande trasformazione della letteratura italiana e quindi il viaggio del libro di Simonetti fino ai giorni nostri, dai Cannibali al noir italiano, dalle testimonianze del terrorismo fino a Trevi, Siti, Piccolo, Mazzantini, Avallone, Albinati, Saviano, per citare solo alcuni dei nomi più ricorrenti in queste pagine.

Dagli anni Settanta, e ancor più negli anni Ottanta, è possibile individuare una progressiva sfiducia nella forma come elemento fondamentale del libro. Non è più per la forma che esso acquista importanza, ma per come sa rendersi sistema passante di informazioni che provengono da altre narrazioni (cinema, pubblicità e TV in primo luogo) e si riversano in altre narrazioni. È una rivoluzione epocale senza comprendere la quale è impossibile capire la letteratura di oggi. E questa è solo una delle rivoluzioni che questo libro mette in evidenza.

Il saggio di Simonetti, oltre a sintetizzare gli autori trattati sia nella forma sia nelle retoriche narrative ricorrenti, riesce anche, data l’ampiezza di visione e la densità delle considerazioni, a confortare il lettore che si trova spaesato non solo dalla fine della «letteratura di una volta», ma anche dalla fine della cosiddetta società letteraria. Oggi non significa più nulla che un libro venga pubblicato da un editore piuttosto che da un altro, in quella collana piuttosto che in un’altra: non esistono più né garanti né garanzie. Non c’è più una critica autorevole o se esiste è frammentata, dispersa dentro o fuori della rete. Il lettore è più solo di prima, ma è anche straordinariamente più libero, a patto che non si perda e sia capace di un lavoro di ricerca e di comprensione sicuramente arduo ma necessario. Lavoro che risulta meno difficile compiere anche grazie a un libro come questo.

https://www.mulino.it/

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