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L’arte di andare fuori tempo

Isabella D’Isola e Raffaele Mantegazza (a cura di), Filosofia di Enzo Jannacci. Storie di un barlafuus, Mimesis, pp. 210, euro 12,00 stampa

di STEFANO RIZZO

A sei anni dalla sua scomparsa, sembra evidente che Enzo Jannacci sia ben lontano dalla grande considerazione di cui godono altri grandi cantautori della sua stessa generazione. Penso a Fabrizio De André, oggetto di ammirazione da parte un folto pubblico e di un instancabile programma di marketing post-mortem a opera di moglie e figli. Per Jannacci è stato fatto molto meno, nonostante l’attività del figlio Paolo, ottimo pianista e arrangiatore. Ma se il pubblico italiano non mette Jannacci nello stesso podio con De André non è colpa certo di chi non ha organizzato festival, tributi, cofanetti celebrativi o libri presentati in TV da Fabio Fazio.

E poi è forse giusto che un autore dalla sincerità così schietta e che si è sempre presentato come un outsider, imprendibile in qualunque sua scelta musicale o di carriera, oggi non sia oggetto di quella retorica che ha sfuggito per tutta la vita.

L’eccezionalità delle sue composizioni e dei suoi testi, l’anomalia che rappresentò nel panorama italiano e la forza che ancora posseggono i suoi esiti musicali più riusciti sono evidenti a chiunque sappia andare oltre all’immagine di cantante-cabarettista che si è cristallizzata a suo riguardo.

Ad arricchire la nostra esperienza di ascolto dei suoi pezzi, alcuni dei quali ingiustamente dimenticati, ci viene in soccorso questo piccolo libro, che raggiunge l’obiettivo di un saggio sulla sua musica: trasmettere il desiderio di ascoltare i brani che analizza.

I due curatori, Isabella D’Isola, insegnante di Filosofia, e Raffaele Mantegazza, docente di Scienze pedagogiche, insieme a Simone Porro che introduce e alle illustrazioni a sfregamento di Domenico Laterza, sono stati capaci di mostrare con un taglio discorsivo e scorrevole, quanta ricchezza sia custodita nel canzoniere del nostro Enzo. Per far questo hanno scelto un percorso originale attraverso un filo rosso solo apparentemente anomalo e laterale: gli oggetti.

Dai vestiti ai cappelli, dalle calze alle scarpe, dai mezzi di trasporto a quelli di comunicazione, dal cibo al denaro, dagli strumenti del lavoro agli animali, sono innumerevoli le cose che compaiono nelle sue canzoni. Oggetti che non sono presenze secondarie, ma sempre dotati di forte capacità evocativa. Facciamo un esempio? Parliamo di mutande, allora. Jannacci è uno dei pochissimi autori di canzoni che le abbia citate più volte. Addirittura, e non con fini comici, nel caso in cui non siano proprio pulite. Per esempio, questo indumento povero compare in uno straordinario passaggio di uno dei pezzi che rappresentano, a mio parere, l’apice della sua produzione: “Si vede”, tratto dall’LP Ci vuole orecchio, del 1980.

Questo brano, come quasi tutti quelli di Jannacci, ma qui con eccezionale icasticità, tiene insieme, sospeso come una sporca polaroid, ironia e dolore, tristezza e rabbia, dolcezza e nostalgia. E tutto questo attraverso una lingua contenuta, come se chi si esprime facesse fatica a dire, a cantare, come se non fosse la sua lingua naturale ma quella acquisita, forse imparata dal potere o dalla “Brutta gente” (per citare il durissimo brano di “E allora… concerto” del 1981).

Riporto il testo integrale della canzone, per il piacere di rileggere le parole cantate in quel modo strascicato, allucinato e unico:

Si vede 
l’unico spiazzo semierboso 
che c’è rimasto nel mio rione
dalla ringhiera del garage
si vede una Cinquecento, 
brutta di un colore citrino, 
ancora più brutta per i riflessi 
che oggi le dà il cielo 
non allineata
chissà perché ride

Si vede 
una processione di calze e mutande 
mal lavate 
si vede la gru 
che oscilla verso me 
chissà perché s’è fermata
si vede la sterpaglia 
muoversi, sussultare 
quando la pioggia picchia più forte, 
chissà se le fa male
chissà se le fa male.

Si vede
un uomo appoggiato al balcone 
togliersi il mozzicone 
sputarlo fuori ma male
chissà cosa pensa 
mah, penserà poi se è vero 
che fumare fa male.

E-e-e-e ed è già tardi 
e sei sempre in ritardo 
e mi vieni incontro 
con un ombrello 
che non è quello 
che ti ho regalato io.

Anche da lontano si vede
anche da lontano si vede
anche da lontano si vede
che non mi vuoi più bene.

Un testo come questo, permette di illustrare come la scrittura di Jannacci sia straordinariamente personale ed efficacissima. La sua interpretazione, con quella sua incertezza, quella sua intensità e quel suo incarnare il disagio, la malinconia, il dolore, è inscindibile dalla musica e dal testo.

A questo proposito, sempre in relazione al confronto col caso De André, è evidente che Jannacci è un enorme autore di canzoni. La tentazione italiana, però, almeno da alcune dichiarazioni di Fernanda Pivano in poi, è quella di dichiarare poeti i cantautori… o per la precisione quelli che maggiormente appaiano capaci di una certa lirica drammatica. Li si vuole, con questa targa, staccare dalla produzione più commerciale e d’intrattenimento. La mia opinione sulla questione è che se da un lato è evidente che nelle canzoni vi sia, compositivamente, della poesia, è chiaro che dall’altro c’è uno strettissimo, irrinunciabile rapporto con la musica composta per le parole e con l’interpretazione vocale di queste ultime. C’è qualcosa che va oltre la poesia e la musica composta e in primo luogo è proprio la voce, l’espressione, in Jannacci capace di incredibili sprezzature e morbidezze, di dissonanze e aperture melodiche.

Per tornare al libro di D’Isola e Mantegazza, dopo la lettura di queste pagine risultano chiari i motivi per cui Jannacci, nonostante l’exploit di “Vengo anch’io. No tu no”, non abbia incontrato il successo e la considerazione che altri colleghi hanno avuto. I motivi sono semplici: la sua voce, i suoi pezzi. Quel modo di cantare da ubriaco, sempre tra il ridere e il piangere, andare fuori tempo come arte del dire l’indicibile libertà di chi non si adatta, l’intonazione miracolosamente mai scolastica. Se qualcuno vi dice che Jannacci canta male, non ha capito nulla di cosa sia la canzone. Questo libro parla anche della sua voce, delle sue tante voci, delle sue esilaranti e strazianti interpretazioni (veri e propri gioielli sono, a questo proposito, le sue versioni di “Vivere” di Cesare Andrea Bixio e “Mario” di Pino Donaggio e Danilo Franchi). Ma è chiaro che Jannacci non era un artista facile da digerire, troppo duro e troppo ironico, troppo divertente e troppo triste, troppo leggero e troppo grave. Enzo Jannacci cantava capolavori comici come “E la vita, la vita”, scritta con Renato Pozzetto e altri pezzi ancora più surreali e poi nello stesso periodo proponeva brani come “E allora concerto”. Quel pezzo, senza paragoni nella canzone italiana per forza e immediatezza, terminava così:

E allora
concerto, concerto, concerto
ma per dirvi che quel padreterno che dite che c’è
che permette che un ragazzo butti giù un’overdose
o c’ha un tumore alle ossa…eh, Lui non c’è.

Un concerto, concerto, concerto
ma per dirvi che c’è, c’è magari qualcuno fra voi
che fra uno sputo e una spinta
troverà un’altra penicillina, altre forme d’amore
forse un po’ più di grinta
per cacciarci via tutti, imbroglioni, cantanti,
cioè noi.

Un percorso, quello di questo libro, inevitabilmente frammentato e fatto di piccoli flash, di citazioni e di brevi commenti, ma che riesce a dare conto dell’evoluzione musicale di Jannacci, che nella sua carriera attraversa almeno tre diverse fasi.

La prima fase è quella dell’improvviso successo, di pezzi in italiano e in milanese, di “El purtava i scarp del tennis”, di “L’Armando” o della già citata “Vengo anch’io. No, tu no”, celeberrime e amate da subito da un grande pubblico che immediatamente entrò in sintonia con l’interprete e il suo mondo di sconfitti e con la sua umiltà. In questi brani la parte musicale è legata fortemente alla canzone popolare e la lingua milanese fa irrompere nella canzone italiana situazioni e vite ai margini che saranno sempre al centro di ciò che Jannacci scriverà in futuro.

La fase centrale della sua carriera è, a mio parer,e quella più sorprendente e quella che ci regala i pezzi più belli, quelli che portano la canzone a vette drammatiche raramente toccate in seguito. Sto parlando di album come “Foto ricordo”, “Ci vuole orecchio” o “E allora…concerto” e altri album e brani perfetti fino a “Se me lo dicevi prima”, parlata e cantata a Sanremo 1989.

In questi anni Settanta Jannacci alterna la professione di medico a quella di cantante con un atteggiamento di totale libertà e disinteresse nei confronti del successo commerciale. L’esperienza della Canzonissima 1968, in cui dovette rinunciare a cantare “Ho visto un re” (scritta insieme a Dario Fo) pressato dalla censura RAI, lo segnò in maniera indelebile. Da allora, anche nella terza fase, quella in collaborazione col figlio Paolo come produttore e arrangiatore, pubblicò molti dischi (ventidue LP in studio in totale), ma sempre rimanendo in disparte, senza flirtare con le TV, smarcandosi dall’ovvio e dal commerciale. Per questo pagò e ancora, forse, paga con una marginalità che pubblicazioni come questa possono, per quanto possibile, tentare di contrastare.

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50, 60, 80. Tre anniversari in un colpo solo

Moreno Burattini, Max Bunker. Una vita da Numero Uno, Cut-Up Publishing, pp. 392, euro 17,90 stampa

di STEFANO RIZZO

Alan Ford ha cinquant’anni. Max Bunker festeggia sessant’anni di carriera. Luciano Secchi (il vero nome del fumettista) compie ottant’anni. Tre anniversari in un colpo solo per uno degli autori più importanti del fumetto italiano. Tutti conoscono Alan Ford e moltissimi anche gli altri celebri personaggi creati da Bunker dagli anni Sessanta a oggi, ma davvero ci rendiamo conto di quanto sia stato grande questo sceneggiatore, prolifico come pochi, maestro da un lato nel noir e nell’horror, e dall’altro nella commedia e nella farsa? Io credo che non sia mai stato tributato il giusto merito a questo milanese classe 1939, e ben venga allora un libro come quello scritto da Moreno Burattini e pubblicato da Cut-Up Publishing, casa editrice di La Spezia che ha spesso sorpreso nei suoi vent’anni di vita per l’entusiasmo e le idee.

Il volume è una disanima completa di tutta l’attività di Max Bunker. Non è uno sterile index, un elenco delle pubblicazioni e delle molte riedizioni, un oggetto per collezionisti. Al contrario è un vero e proprio viaggio albo per albo, serie per serie, personaggio per personaggio in una delle fucine creative più imprevedibili dell’editoria fumettistica italiana.

Moreno Burattini, dopo aver sceneggiato personaggi come Lupo Alberto e Cattivik, è diventato l’editor e lo scrittore principale della testata Zagor, e si muove con estremo agio in questa biografia critica.

Luciano Secchi esordisce a vent’anni, nel 1959, come curatore di alcune pubblicazioni per bambini. Nell’anno successivo è già nella redazione di uno degli editori che più hanno segnato gli anni Sessanta e Settanta dei fumetti: l’Editoriale Corno. Il fondatore Andrea Corno, trova nel cognato Luciano Secchi il suo collaboratore perfetto e si getta con lui nel folle e ricchissimo mercato dell’epoca. Secchi esordisce come autore nel 1962 insieme al disegnatore Paolo Piffarerio con il western anomalo Maschera Nera e il fantascientifico Atomik (dove usa lo pseudonimo Esselle). Nel 1964 esce La primula verde, sceneggiato con la firma Simplex. Nello stesso anno utilizza per la prima volta lo pseudonimo Max Bunker per firmare serie importantissime come Kriminal e Satanik. Tre nuove serie vengono lanciate in un solo anno! Erano anni febbrili, fatti di nottate di scrittura e di idee esplosive, di sfrenata fantasia e spregiudicatezza creativa. Queste due ultime serie nere nascono chiaramente sulla scia di Diabolik che da due anni era esploso come uno dei più grandi successi del fumetto italiano. Ma le storie di Bunker sono lontanissime dall’essere imitazioni, come ha modo di dimostrare Burattini nel suo libro.

Con Kriminal e Satanik, collane dalla crudeltà e dalla causticità geniale, esordisce ai disegni  con lo pseudonimo di Magnus il bolognese Roberto Raviola. Con Magnus, Bunker forma una delle coppie più esplosive del fumetto italiano, duo che darà vita anche ad altri personaggi: Dennis Cobb – Agente SS018, Gesebel, Maxmagnus e, ovviamente, Alan Ford.

Il 1967 è l’anno in cui Bunker fonda la storica “Eureka”, tra le più belle riviste antologiche italiane in cui appare, tra altri classici statunitensi come The Spirit di Will Eisner e Andy Capp di Reg Smythe, anche il suo Fouché (disegnato da Piffarerio), una vera e propria biografia storica dedicata al controverso personaggio che attraversò con incredibile maestria i decenni più infuocati della storia francese.

Ed eccoci finalmente al 1969, l’anno di esordio per Alan Ford. Burattini offre grandissimo spazio alla serie e ai commenti quasi soffermandosi a ogni singolo episodio. È giusto così, perché l’importanza della serie è assoluta. Alan Ford è una serie comica, un genere molto popolare al cinema, per esempio, ma molto raro nel fumetto italiano. Un primato, quello di Alan Ford, condiviso solo dal geniale Rat-Man di Leo Ortolani, che però ha terminato la sua presenza in edicola da qualche anno.

L’estrema difficoltà del genere comico, il più sottovalutato di tutti, rende il miracolo di Alan Ford ancora più straordinario.

Gli elementi di novità della serie sono molti, ma vorrei citarne alcuni. In primo luogo, nonostante il titolo, Alan Ford è un vero fumetto di gruppo. Fino ad allora non era mai stata creata in Italia una serie corale senza un singolo protagonista predominante. Questa estrema libertà permette di narrare storie imprevedibili e varie, sempre nel solco della comicità.

Un’altra novità riguarda l’eccezionale forza dei dialoghi, che tra una certa influenza di Totò, una gustosa passione per l’assurdo, un eccezionale orecchio per i toni, i dialetti, il gioco dei registri e un po’ di Billy Wilder all’italiana (ma sono mille i riferimenti letterari e cinefili), riescono a sorreggere le situazioni più improbabili e grottesche.

Non ultima nota di originalità, Alan Ford non fu un’opera ascrivibile alla sinistra. Prova ne è la denuncia la voracità (e stupidità) del potere in toto, quale che sia la parte politica. Una premessa di questo elemento fu Maxmagnus, efficace e intelligente opera di satira politica.

Luigi Bernardi, indimenticato scrittore, editore e curatore di fumetti scomparso da qualche anno, scriveva:  “La saga di Alan Ford finisce con l’essere la saga di un’Italia in bilico fra lo strapaese di guareschiana memoria e il pestilenziale influsso delle mode di nuova e continua importazione. In bilico, insomma, fra il fiasco di vino e l’aerobica, fra la mazzetta sottobanco e la gestione dei fondi comuni d’investimento, fra un sonoro scapaccione e il delirio per nuove, superpotenti e micidiali armi da guerra”.

Alan Ford è stato quindi, non meno della commedia all’italiana dei Risi, Monicelli e Germi, una lente d’ingrandimento, esilarante e caustica, del momento in cui l’Italia passava con allegria e sconsiderata cecità attraverso l’aureo e mefitico boom economico. Le atmosfere di Magnus e Bunker, le loro gag, i personaggi così perfetti nel loro equilibrio tra realismo e assurdo, sono un patrimonio della creatività italiana che possiamo celebrare e rileggere con una solida e piacevole guida qual è il libro di Moreno Burattini.

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Il mistero di Alberto Sordi

Alberto Anile, Sordi segreto. Riflessioni, scoperte, materiale dall’archivio personale dell’attore, pp. 192, Bianco e nero n. 592, Edizioni del CSC-Edizioni Sabinae, euro 16,00 stampa

di STEFANO RIZZO

Alberto Sordi è probabilmente l’attore più rappresentativo non solo di una grande parte del cinema italiano ma anche la figura che, più di altri, è identificabile come l’archetipo dell’italiano. L’Italia si è sentita, e si sente tuttora, rappresentata da Sordi, eppure la sfilata dei suoi personaggi è, senza quasi eccezioni, una rassegna di mostri.

Su questo paradosso è il caso di riflettere se davvero si vuole tentare di svelare il “mistero Sordi”, così decisivo e importante per capire anche il “mistero Italia”.

Uno strumento per risolvere l’enigma Sordi, oltre che una piacevolissima lettura, può essere proprio questo numero speciale di Bianco e Nero. La più antica e longeva rivista italiana di studi cinematografici, legata strettamente al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma e diretta attualmente da Felice Laudadio, esce tre volte all’anno.

Il menù di questo speciale Sordi segreto è dedicato alle molte sfaccettature di un attore spesso sottovalutato proprio a causa della sua enorme popolarità.

Gran parte dei lavori di questo volume si è basato sul Fondo Alberto Sordi depositato presso la Cineteca Nazionale, un archivio vastissimo pieno di documenti e rarità. I contributi specifici sono di Felice Laudadio, Walter Veltroni, Goffredo Fofi, Maurizio Porro, Marco Vanelli, Alberto Crespi, Alberto Anile, Maria Gabriella Giannice, Arturo Pérez-Reverte, Alberto Sordi, Gianni Amelio, Tatti Sanguineti, Steve Della Casa, Daniela Currò, David Grieco, Luca Matera, Francis Ford Coppola, Stefano Masi, Simone Starace e Gigi Proietti.

Tra i molti articoli interessanti spicca quello di Sanguineti, “Un italiano in Brasile. Un progetto lungo vent’anni”. Sanguineti è, a mio parere, uno dei critici più grandi che abbiamo in Italia, un fiume in piena di passione e sapienza filologica e il suo articolo può essere considerato come un “contenuto extra” dell’imperdibile libro sullo sceneggiatore Rodolfo Sonego: Il cervello di Alberto Sordi, da lui pubblicato nel 2015 per Adelphi. Questa citazione non vuole però mettere in secondo piano gli altri contributi, tutti ricchi di spunti per costruire il ritratto di questo enorme attore. Dal Sordi doppiatore (Gemma e Gimmelli) ai progetti di film mai girati (Anile), a interviste d’epoca di grande importanza (“Finito il lavoro ritorno me stesso” o il dialogo del 1999 su “Una vita difficile”).

Anche Goffredo Fofi, autore di una monografia uscita nel 2004 intitolata Alberto Sordi: L’Italia in bianco e nero, contribuisce con un gustoso saggio breve. Fofi ebbe da Sordi la proposta di scrivere un libro su di lui già negli anni Settanta, dopo che il critico pubblicò un decisivo saggio su Totò, probabilmente il primo libro che lo valutasse seriamente. Fofi rifiutò per quel diffuso disgusto di molti intellettuali per la figura di Sordi. Non si può dimenticare la battuta di Nanni Moretti all’interno di Ecce Bombo (“Ve lo meritate Alberto Sordi”). Certo, erano gli anni dei film da regista di Sordi, molto probabilmente tra le sue cose peggiori. Ma è significativo, anche per capire la complessità di reazioni che questo attore ha provocato nel tempo, come uno dei più intelligenti critici italiani, uno dei pochi che avevano capito Totò, all’epoca non fosse in grado di apprezzare fino in fondo il contributo di Alberto Sordi.

I diversi testi raccolti nel volume speciale sono legati dal filo rosso indicato dal titolo: Sordi segreto. Probabilmente nel cinema italiano non esiste, infatti, figura più celebre e, nello stesso tempo, sconosciuta, per l’estrema riservatezza, la poca disponibilità alle interviste e per il desiderio di vivere la propria vita privata fuori dai salotti e dai riflettori. Questi testi, dai molteplici punti di vista del critico, del collaboratore, del collega attore o regista, possono essere chiavi per iniziare a guardare a Sordi non più superficialmente come maschera della romanità ma finalmente come uno dei più coraggiosi, intelligenti studiosi di quell’enigma che è l’italiano.

Ma cosa intendo dire quando scrivo del mistero di Sordi? Mi riferisco da un lato, certamente, all’impenetrabilità della sua persona, che è rimasta nell’ombra, nonostante la fama e nonostante le caratteristiche proverbiali che lo riguardano (la tirchieria, la pigrizia, ecc.). Ma dall’altro mi riferisco a ciò cui accennavo all’inizio, ovvero al fatto che l’attore più amato del cinema degli anni Sessanta e oltre, quello in cui l’italiano più ha amato riconoscersi è quello che più si è dedicato all’interpretazione di figure pavide e meschine.

Nel modo in cui Sordi si è occupato di questi personaggi essi risultano comprensibili e addirittura amabili. Nessun altro attore, né Tognazzi né Gassman (pure all’opera con personaggi apparentemente simili) sarebbero riusciti nell’intento. Sordi era attratto dai ruoli più ripugnanti, almeno nella prima lunga parte della sua carriera, quella più significativa, e li interpretava con un equilibrio davvero miracoloso. Alcune sue parti vennero rifiutate da altri celebri attori perché troppo grigie, troppo invischiate in doppiezze morali. Anche il Silvio Magnozzi di Una vita difficile, per esempio, nonostante la sua finale ribellione attraverso la celebre sberla al capo, rimane un uomo che ha vissuto un ideale controvoglia e quasi per pigrizia. Dopo un primo periodo di insuccessi (la distribuzione lo rifiutava perché si credeva che il pubblico lo odiasse) finalmente l’attore convinse il pubblico italiano scendendo nelle bassezze di personaggi sempre più ambigui.

Il mistero e il capolavoro di Sordi sta proprio qui: di essere amato per il coraggio di aver incarnato l’opacità morale dell’italiano.

Il numero della rivista è ordinabile in libreria e on-line su tutte le principali piattaforme.

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Vivere e leggere l’avventura

Giovanni Giovannetti e Luisa Voltan (a cura di), Come è bella l’avventura. Mino Milani. Biografia per immagini, Effigie, pp. XII-672, € 50,00 stampa

di STEFANO RIZZO

Ci sono persone che hanno dato al proprio figlio il nome di un personaggio di Mino Milani. Io ne conosco uno, di questi figli: si chiama Efrem, come il “ragazzo di ventura” del fortunatissimo libro pubblicato nel 1973, ancora oggi in catalogo per Mursia. Fatti come questo suggeriscono che Mino Milani è stato molto più di un nome su una copertina. Gianni Rodari lo apprezzava tanto da dichiarare pubblicamente la sua ammirazione. In un articolo apparso nel 1971 su La via migliore, scrisse:

“Mi sento domandare abbastanza spesso: – Perché non c’è più un Salgari? – Perché non c’è più un Verne? Perché non ci sono più grandi scrittori di avventure? Invece di rispondere, domando a mia volta: – Conoscete Mino Milani? Avete letto almeno uno dei suoi libri?”

C’è qualcosa che non andava (e che non va) nella letteratura italiana, se questa dichiarazione non ha smosso le coscienze della maggior parte dei critici e dei lettori “esigenti”. Mino Milani è ancora uno scrittore pubblicato, ristampato e letto, ma quando lo si cita, i commenti sono ancora inquinati da quel pregiudizio che da sempre tocca la letteratura per ragazzi, i libri d’avventura, la fantascienza, l’orrore. Tutti i generi letterari, e, nonostante tutto, anche il fumetto.

Nel 2018 Mino Milani ha compiuto novant’anni e l’editore Effigie ha curato un volume omaggio che stupisce per ricchezza e bellezza, collocandolo nella collana Visioni che in passato ha ospitato splendide biografie per immagini dedicate a Romano Bilenchi e Luigi Meneghello.

Chi ama la storia dell’editoria per ragazzi, il fumetto e l’illustrazione qui avrà davvero modo di trovare soddisfazione. Per questo volume i curatori Giovanni Giovannetti e Luisa Voltan hanno scandagliato, con taglio storico e filologico, la sterminata produzione di Milani e hanno saputo ricostruire cronologicamente la vita e la carriera dell’autore attraverso un’enormità di documenti, fotografie private, riproduzioni di riviste, dattiloscritti inediti, disegni mai pubblicati, copertine, lettere.

La parte illustrata è stata sviluppata in 480 pagine in carta patinata, ed è il cuore del volume. Le immagini sono commentate dai curatori e corredate da citazioni tratte dai due precedenti libri autobiografici di Milani: L’autore si racconta (Franco Angeli, 2009) e Piccolo destino (Mursia, 2010). Alle immagini si affiancano una serie di testi molto interessanti.

In primo luogo un’introduzione inedita di Milani che ripercorre alcuni momenti della sua carriera. Un’occasione per riassaporare il suo stile schietto e sincero che richiama alle sue pagine di narrativa. Il volume prosegue analizzando la sua enorme produzione attraverso cinque contributi di studiosi e amici. Si va dallo studio della sua narrativa di fantascienza, al western e all’avventura (il suo vero territorio d’elezione) proposti da Giorgia Grilli e Franco Piccinini, a un saggio di Pier Luigi Graspa dedicato alla fondamentale collaborazione al Corriere dei Piccoli e al Corriere dei Ragazzi. Dal 1960 al 1983, Milani scrive una quantità incredibile di racconti illustrati e di sceneggiature per i più grandi disegnatori dell’epoca: da Mario Uggeri e Aldo Di Gennaro, con i quali collaborò assiduamente, ad Attilio Micheluzzi e Dino Battaglia, fino a un esordiente Milo Manara. In seguito compariranno, fino al 1990, alcuni suoi fumetti all’interno de Il Giornalino delle edizioni San Paolo. Un vero e proprio patrimonio della letteratura grafica, ricco di storie originali, documentate e gustose, nelle quali non è raro trovare la fonte d’ispirazione per altri fumetti successivi. Solo una piccolissima parte di questi fumetti sono stati raccolti in volume negli ultimi anni. Tra i volumi ancora recuperabili consiglio il bellissimo Il Dottor Oss per i disegni della compianta Grazia Nidasio, Il Maestro, ripubblicato dalla meritoria Nona Arte, le storie con Hugo Pratt per Rizzoli e l’esordio come sceneggiatore di Nemici fratelli, illustrato da Mario Uggeri, ed edito per la prima volta in volume nel 2019, sempre da Effigie. Manca ancora un vero progetto editoriale continuativo dedicato a queste storie. Si potrebbe partire, per esempio, dal magnifico Fortebraccio, con i disegni di Aldo Di Gennaro, secondo alcuni il capolavoro fumettistico di Milani e pubblicato solamente a puntate su il Corriere dei Piccoli.

Il solo contributo offerto al mondo dei fumetti potrebbe bastare per collocare Milani sul podio degli autori d’avventura italiani. La parte narrativa della sua opera, però, è altrettanto fondamentale. Tra i molti romanzi scritti da Milani, alcuni sono attualmente disponibili nei cataloghi degli editori. Vorrei citare, tra i più recenti, Ulisse racconta (Einaudi Ragazzi, 2017), Seduto nell’erba, al buio (Rizzoli, 2010) e Un angelo, probabilmente (Einaudi Ragazzi, 2006). Sono solo tre tra i numerosi e riusciti romanzi di rievocazione mitica e storica, ambiti in cui il talento di Milani ha eccelso. Solo un frammento di tutto quello che l’autore ha pubblicato fin dal suo esordio, nel 1953. Personaggi come Tommy River o Martin Cooper sono rimasti nella memoria dei ragazzi e andrebbero anch’essi riproposti. Alla narrativa d’avventure si affianca, non secondaria, anche la sua produzione per adulti, culminata in quel Fantasma d’amore (Guardamagna, 2001), che venne portato al cinema da Dino Risi nel 1981 in quello che è il suo ultimo grande, malinconico film.

Un’opera sterminata quella di Mino Milani, e senza citare i moltissimi saggi scritti negli anni su Garibaldi (è opera sua la biografia più importante mai scritta sull’eroe dei due mondi), sulla storia d’Italia e su Pavia, la sua città.

Verso la conclusione del volume anche una piccola antologia della critica: gli articoli di Oreste del Buono, Antonio Faeti e Claudio Gallo, tra gli altri, illuminano la grandezza dello scrittore al di là delle categorie di genere e dell’età dei lettori a cui i suoi libri erano destinati.

Chiude il volume la più completa bibliografia esistente dell’autore, 51 pagine in due colonne, con tutti i volumi, i fumetti e i racconti pubblicati dalle principali riviste con cui collaborò.

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Il castello di carte della critica letteraria italiana

Matteo Marchesini, Casa di carte. La letteratura italiana dal boom ai social, pp. 275, Il Saggiatore, € 23,00 stampa, € 10,99 ebook

di STEFANO RIZZO

“L’omertà vien detta buon gusto quindi è considerato di cattivo gusto rivelare le vicende losche del sottobosco letterario (bosco vero e proprio non c’è, d’altronde)”.
Rodolfo Wilcock

Che la critica letteraria sia palesemente  ridimensionata rispetto al ruolo, all’autorità e allo spazio che aveva fino agli anni Settanta è universalmente noto. Essa però non è scomparsa, ma sopravvive in luoghi e modi diversi, e non ha perso forza e potenziale utilità per la cultura contemporanea. Su questo tema rimando a una ricca e interessante rassegna di interventi organizzata da Vanni Santoni e pubblicata sulla rivista online L’indiscreto, “Lo stato della critica e lo stato del romanzo: quattro domande per sessantasei critici”, di cui è possibile scaricare il pdf integrale all’indirizzo: Lo stato della critica

Il libro di Marchesini, denso ma non ostico, seducente ed efficace, anche nei brevi ritratti di stile, mostra alcuni fatti importanti.

Prima di tutto che un testo di critica letteraria può ancora essere scomodo.

Infatti, avrebbe dovuto uscire ad aprile 2018 per l’editore Bompiani. Sennonché l’autore ha reso pubblica su Facebook, a febbraio, l’improvvisa decisione della casa editrice di non stampare il libro, già in bozze, discusso e lavorato dagli editor e del quale era stata divulgata addirittura la copertina. Il motivo della cancellazione? In alcuni dei testi raccolti nel volume l’autore stronca anche autori della casa editrice fra i quali Antonio Moresco e Antonio Scurati.

Antonio Franchini, tra gli editor più importanti in Italia, al gruppo Giunti-Bompiani dal 2015, ha pubblicamente commentato la decisione: “Credo sia bizzarro per un editore pubblicare libri che stroncano gli autori che pubblica. Non esiste un caso simile nell’intera storia dell’editoria. I luoghi per un confronto possono essere tanti: i giornali, la rete e i dibattiti. Anche le case editrici, ma non la stessa casa editrice. Mi sembra semplice buon senso.”

Questa dichiarazione, assolutamente coerente con la modalità e la mentalità con cui si lavora in Italia nell’editoria, e non solo, rende evidente il motivo della crisi della critica. Se infatti non è possibile stroncare l’opera di uno scrittore, pur argomentando ampiamente, se non pubblicando per una casa editrice concorrente a quella che pubblica l’autore in oggetto, ciò significa che non è possibile essere critici militanti ma solo critici militarizzati, come ha scritto efficacemente Guido Vitiello su Il Foglio. Ciò riduce il critico a quello che di fatto quasi sempre è: qualcuno che evita con cura le critiche sugli autori del proprio gruppo editoriale. Qualcuno che fa l’influencer sotto le mentite spoglie del giornalista (e influencer vuol dire in realtà advertiser, uno che fa pubblicità). Insomma, il critico fa comunicazione anziché critica. Mercanti e intellettuali, a volte in buonafede, a volte in malafede, si sono alleati da tempo per conseguire lo stesso obiettivo: vendere, non importa come (né cosa).

Da molti decenni, quindi, la critica intesa in senso forte, come quella praticata da Marchesini, non serve, anzi è dannosa all’industria editoriale.

La seconda cosa che dimostra questo libro ci porta all’essenza della raccolta e riguarda la forma e il metodo della critica.

Marchesini, nato nel 1979, poeta, narratore, saggista, critico letterario, si è distinto nella penuria di forti contributi critici sulla letteratura prima con i suoi interventi per Il Foglio, Il Sole 24 Ore e il blog Doppiozero, e poi con la raccolta Da Pascoli a Busi. Letterati e letteratura in Italia, uscita per Quodlibet nel 2014. Nonostante le sue molte altre pubblicazioni tra poesia, narrativa e satira, la sua produzione critica è forse quella più potente e che più appare staccarsi dalla produzione contemporanea.

Marchesini è autonomo, va per la sua strada, non è assimilabile a un gruppo né tanto meno a una consorteria. È dotato di gusto, che non è solo eleganza. Avere gusto significa possedere una coerente modalità interpretativa dei testi che si adatta a ciò che studia ma, al contempo, è qualcosa di riconoscibile.

Quello che Alfonso Berardinelli ha definito il miglior critico della sua generazione è davvero un autore prezioso e lo è anche perché è uno scrittore. Se la crisi del romanzo è legata a quella della critica, è forse, paradossalmente, proprio nei pochi esempi di critica forte (ma non accademica) che si può trovare la letteratura forte che manca (o che è invisibile) in Italia.

Il volume è aperto da un’introduzione costruita di brevissimi frammenti, paradossi, pseudo-post di Facebook, che sono sferzanti scudisciate alla cultura contemporanea italiana. Il talento satirico di Marchesini si esprime al meglio e fa da prologo a tutt’altro contenuto, quello dei saggi propriamente critici del libro, non privi di qualche riuscita punta corrosiva. L’autore, né accademico né giornalista, non ha timore di ridiscutere i canoni (Gadda, Montale) né di toccare scrittori che, anche molto più recentemente, sono diventati monumenti intoccabili come, per l’appunto, Moresco.

Nella prima delle quattro sezioni della raccolta, “Moderno, postmoderno, palude. Parabole ideologiche, narrative e poetiche tra il secondo Novecento e il Duemila”, l’autore ritrae molti degli scrittori cardine del secolo tra cui Bassani, Carlo Levi, Morante, Pasolini, Fortini, Ottieri, Calvino, La Capria, Rea, Arbasino fino ai più recenti Cavazzoni, Fiori e Siti. Sono saggi brevi ma molto riusciti e capaci di evocare uno stile, un mondo poetico in maniera incisiva.

Marchesini, nel suo tentativo di abbracciare tutta la complessità di un’opera letteraria, non si sofferma solo sulla lingua o su elementi puramente letterari, ma anche sulle idee che germogliano dalle opere. Filo conduttore, in molti di questi casi, è il rapporto con quell’esplosione e rivoluzione economica: il boom della metà del secolo scorso. Sia in Ottieri sia in Calvino sia in Pasolini, è fortissimo, in diversa declinazione, il confronto con questa epocale trasformazione che avrà un’enorme influenza, per alcuni mortale, sulla cultura italiana.

La seconda sezione intitolata “Tre ingiustizie del canone” è dedicata ad altrettanti saggi che si pongono l’obbiettivo di evidenziare, attraverso l’analisi dell’avversa fortuna che hanno avuto Foscolo, Saba e Cassola nella critica e nella scuola italiana, pregiudizi, miopie, riflessi automatici della nostra cultura.

“Critici e saggisti. Quattro modelli” è la terza sezione in cui altrettanti critici vengono raccontati insieme agli autori di letteratura a loro contemporanei: Cases, Garboli, Baldacci e Berardinelli.

Nell’ultima sezione (“Diagnosi, satire, polemiche”) Marchesini si avvicina alla cronaca degli ultimi anni. Scrive l’autore: “Il tema è un’epoca in cui la letteratura occupa sempre meno spazio all’interno della cultura collettiva. E quando una disciplina, una tradizione o un’arte perde rapidamente il proprio peso, capita che venga utilizzata come alibi o come decorazione. […] Aumentano gli equivoci: l’organizzazione dell’industria culturale assorbe il dibattito critico, la realtà dei testi si scioglie nella retorica dello spettacolo, e l’autentico rigore, di rado giornalisticamente spendibile, si confonde con la recita pubblica dell’impegno.” Se si aggiunge la “socializzazione totale e istantanea” dei social, si ottiene una perfetta fotografia dell’oggi.

È in questa sezione che si trovano i più forti attacchi critici (spesso convincenti e anche divertenti) agli autori contemporanei. Ai già citati Moresco e Scurati, aggiungiamo anche Nicola Lagioia, nome cardine nel sistema letterario contemporaneo italiano sulla cui sopravvalutata opera Marchesini non risparmia di intervenire con i suoi strumenti affilati.

Nonostante la polemica generata dal libro, sarebbe un errore, però, ridurlo a raccolta di stroncature, come dimostrano molti dei momenti di approfondimento su autori grandi e meno grandi nonché il testo finale, “Letteratura e vergogna”, un esempio di critica tematica.

Non sono molti i critici come Matteo Marchesini, capaci in poche pagine di ritrarre vividamente uno scrittore, il suo stile e il suo mondo, ed evidenziarne i riflessi nella letteratura del passato e del presente.

Forse non è stata identificata ancora compiutamente né la forma né l’identità che una critica forte dovrà assumere per poter dire ancora qualcosa alla nostra società (e non solo della nostra società). Nel frattempo ci sono pochi libri. Tra questi c’è sicuramente Casa di carte.

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La british invasion nei fumetti

Luigi Siviero, Dopo il crepuscolo dei supereroi. Grant Morrison, Alan Moore e la british invasion, Eretica edizioni, pp. 216,  € 16,00

di STEFANO RIZZO

Sono pochissimi i saggi italiani, soprattutto quelli validi, dedicati al fumetto americano degli anni ‘80 e ‘90. L’uscita di questo volume di Luigi Siviero dedicato a Grant Morrison e Alan Moore, da trent’anni autori di culto, è sicuramente un bene, dato che il loro lavoro, complesso e ricco, richiederebbe maggior approfondimento.

Un libro come questo vent’anni fa non sarebbe uscito. Vent’anni dopo qualcosa è cambiato. È cambiata la cultura, occidentale ma non solo, nel mondo e quindi in Italia. Oggi il fumetto (e la cultura pop in generale) è molto più presente nei giornali, nelle trasmissione TV e in un’enorme parte dello spazio sul web. Ci sono sempre le imprecisioni, gli strafalcioni dei giornalisti non specializzati, è vero, ma c’è stata davvero una grande trasformazione. Ed è effetto di un’epocale evoluzione dell’intero sistema culturale che coinvolge anche quel fenomeno chiamato Nerd revolution. Al di là del giudizio che si può dare al complesso di questa trasformazione, credo che sia positivo che oggi si possa leggere il valore della cultura pop, al di là di steccati e di pregiudizi.

Dalla prima metà degli anni ottanta alla fine del decennio, alcuni sceneggiatori inglesi, provenienti dalla serie antologica 2000 AD si distinsero nel mercato U.S.A., arrivando quasi a dominarlo, con alcune collane fondamentali e rivoluzionarie pubblicate principalmente dalla DC Comics. È questa la british invasion del titolo, che nel nome riprende quella dei gruppi rock inglesi negli anni sessanta.

I primi autori di questa onda furono Alan Moore con Swamp Thing (la serie apripista dell’invasione nel 1983), due storie fondamentali di Superman e poi la miniserie di Watchmen disegnata da Dave Gibbons; Neil Gaiman con Sandman, Peter Milligan con Shade, the changing man; Jamie Delano con una sequenza straordinaria di Hellblazer e appunto Grant Morrison. Nonostante si consideri la british invasion strettamente legata agli sceneggiatori, sono da citare anche alcuni disegnatori inglesi dallo stile molto personale come Brian Bolland, Steve Dillon e Glenn Fabry, oltre la già citato Gibbons.

Luigi Siviero ha scelto di analizzare in questo libro un momento particolare della carriera di Morrison, che va dall’esordio fino al suo ciclo della JLA (ovvero la Justice League of America) terminato al 2000. Ancora negli anni ’90 Morrison scrive uno dei suoi capolavori: Invisibiles. Su questa serie Siviero sta scrivendo il suo prossimo libro. Nel nuovo millennio Morrison ha pubblicato molte opere interessanti, da All-Star Superman ad un lungo ciclo di Batman fino a Multiversity, opere sempre stimolanti e fresche.  

Il periodo scelto da Siviero è quello in cui lo stile e le idee di Morrison esplodono nella maniera più dirompente e rivoluzionaria. Ma la scelta di questi anni caldi è anche motivata dal loro situarsi in un momento in cui da una parte le opere di Alan Moore (in particolare Watchmen) e dall’altra The Dark Knight Returns di Frank Miller avevano sconvolto il pubblico e gli autori. Moltissimi sceneggiatori seguirono la via decostruzionista scelta dall’autore di Northampton e la cupezza delle atmosfere milleriane. Si diffusero però anche molte banali imitazioni di quel taglio realistico che nelle opere citate era risolto in maniera straordinaria ed indimenticabile. Lungi dall’essere l’unico elemento di quelle storie seminali, la durezza dell’approccio realistico ai supereroi (chiamato grim and gritty, oscuro e disperato) diventò, per esempio in alcune serie Image, l’elemento principale di racconti spesso ridicoli con disegni ipertrofici e lontanissimi dalla straordinaria finezza del racconto per immagini di Moore/Gibbons.

Fin dal suo esordio in UK, Morrison si colloca in parallelo e in opposizione a Moore e da subito l’autore scozzese, conscio del suo talento come di quello del collega, capisce che ogni sua opera doveva porsi in contrasto con quelle del collega. I due scrittori hanno un background culturale simile (ambedue vengono dal punk, da letture simili, hanno interessi nella magia) ma è evidente che se le origini sono comuni, le strade da loro prese ad un certo punto divergono.

Il lavoro di Siviero si concentra soprattutto su questo rapporto, che oscilla tra rispetto e dure critiche, sia nelle interviste pubbliche sia nelle opere stesse.

Siviero è molto bravo a scandagliare le opere di Morrison per evidenziarne gli elementi meta-fumettistici, momenti nei quali l’autore riesce ad esprimere, attraverso le storie che narra,  le sue idee sui fumetti statunitensi dei tre periodi storici: la Golden Age, la Silver Age e la cosiddetta Dark age (quella ispirata a Watchemen che andava per la maggiore). È su un ipotetico Rinascimento da un era oscura che Morrison scommette.

L’approccio di Moore, in un primo momento apprezzato dallo scozzese, viene ritenuto nel 1995 ormai vecchio e senza sbocchi. L’intoccabile scrittore inglese, da molti ritenuto il maggior genio del fumetto contemporaneo, viene ridimensionato in alcune dichiarazioni riportate con precisione da Siviero, da una dalle molte interviste rilasciate dall’autore di Glasgow:

“L’approccio di Alan Moore ha funzionato per un po’ ma il problema è che è troppo riduttivo. L’idea di supereroe viene portata giù a livello umano e i personaggi vengono trattati come se fossero persone qualunque con un costume pacchiano e abilità bizzarre. Ha funzionato per una manciata di buone storie perché nessuno aveva visto i supereroi scritti in questo modo ma alla fine ha condotto alla situazione in cui siamo oggi, dove il Joker fa snuff movies e Batman è un pazzo che ringhia e stringe le chiappe”.

Il progetto di una nuova rinascita dei supereroi è molto consapevole in Morrison:

“Vogliamo ripristinare la loro dignità. Renderli di nuovo incredibilmente potenti e divini e fonti di ispirazione, che è ciò che mi piaceva dei supereroi quando ero bambino”

Queste dichiarazioni sono scrupolosamente verificate da Siviero nell’analisi delle molte opere di Morrison leggibili anche come discorsi teorici sul fumetto e sulle sue possibilità, come la bellissima miniserie Flex Mentallo, la serie Aztek, the Ultimate Man scritta con Peter Milligan e Animal Man con il suo straziante finale che rompe la quarta parete e fa incontrare il personaggio con il suo autore.

Il libro di Siviero, dato il numero limitato di opere sulle quali si sofferma e l’alto livello di approfondimento che ne consegue, è sicuramente uno strumento utile a chi voglia capire come sia possibile scrivere opere fondamentali per la cultura contemporanea utilizzando e ripensando eroi in costume con poteri straordinari. In questo libro non c’è certo tutto, a partire dalla parte della produzione di Morrison successiva al 2000. E poco spazio è stato dato anche al background culturale e politico (gli anni ottanta thatcheriani, i moltissimi riferimenti letterari o musicali) che ha enormemente influenzato i due autori.

Chi ha goduto scoprendo Morrison con Arkham Asylum troverà però in questo saggio molti spunti per rileggere storie, ripensare a certe sequenze, fare attenzione a certi dialoghi. E questo significa che il libro ha colto nel segno.

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Il padre di Capitan America (e non solo)

Jack Kirby Mostri, uomini, dei, a c. di Hamelin, Catalogo della mostra, 24 Novembre 2018 – 5 Gennaio 2019, Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna, pp. 128, €18 stampa

di STEFANO RIZZO

Per iniziare bene, dovrei dire subito che il lavoro svolto negli ultimi anni da Hamelin a Bologna è straordinario. Oltre alla rivista omonima dedicata all’illustrazione e al fumetto (tra le cose più belle prodotte in Italia sull’argomento) che già sarebbe sufficiente per ricevere le mie lodi, l’associazione cura, oltre ad altre cose, il festival Bilbolbul che si tiene a fine novembre. Tra i più ricchi e interessanti festival italiani, è il culmine di una serie di attività svolte durante l’anno con l’obbiettivo di formare nuovi lettori e per questo motivo si rivolge soprattutto ad un pubblico diverso dagli appassionati, da quelli già convertiti insomma. E questa è una cosa davvero senza prezzo, dato che la formazione di nuovi lettori è la principale fonte di buona salute per il fumetto (e non solo) come mezzo e come industria culturale.

Tra le molte iniziative di quest’anno, spicca per noi marvelliani, per noi amanti delle cose giganti e delle macchine dalle architetture impossibili, della psichedelia e delle esplosioni cosmiche, ma anche per voi che non sapete cosa vi perdete, una delle mostre più belle mai proposte in Italia sul fumetto americano, dedicata a Jack Kirby: Mostri, uomini, dei! Aperta a Bologna presso la Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna il 24 novembre 2018 e chiusa il 5 gennaio 2019 è – come raramente accade per il fumetto – una mostra ricca e soddisfacente da tutti i punti di vista.

Qui però, vorrei del catalogo della mostra. Curato dalla stessa Hamelin è un esempio di come andrebbe oggi fatto un catalogo senza che diventi due cose molto brutte: un’antologia di elogi banali e superficiali o una serie di sterili studi specialistici (che possono servire solo se portano ad una maggiore conoscenza dell’autore).

Un catalogo dovrebbe essere una cosa bella da leggere e da guardare, oltre che un utile strumento per lo studio dell’autore. E questo catalogo è davvero una lettura piacevole a partire dal primo dei testi presentati, “Il ritorno del Re” di Jonathan Lethem. Lethem, come sempre scrittore coinvolgente e intimo, ci appassiona nella sua ricostruzione degli anni in cui, da ragazzino, scoprì Kirby. Erano già gli anni settanta e Kirby stava ritornando alla Marvel dopo un periodo alla DC. Erano già finiti gli anni d’oro del primo periodo della Marvel, quando insieme a Stan Lee creò la maggior parte degli eroi della casa editrice. Lethem dice moltissime cose seducenti: Jack Kirby come Chuck Berry; Jack Kirby e Stan Lee come John Lennon e Paul McCartney; Jack Kirby come John Wayne! Lascio risuonare in voi questi paragoni per farvi venire la voglia di leggere questo saggio che, non banalmente, cerca di dire alcune cose spiacevoli sullo stile di Kirby (anche da sceneggiaore), anzichè lanciarsi in lodi scontate.

Ogni saggio aggiunge qualcosa al ritratto di questo autore così mitizzato ma forse ancora da studiare a fondo. “Jack Kirby: narratore, artista, visionario”, di Rand Hoppe è un profilo biografico del curatore del sito . “Il sublime tecnologico”, di Charles Hatfield è un denso saggio sugli elementi grafici e stilistici dell’arte kirbyana proveniente da un’opera più ampia intitolata Hand of fire: the comics art of Jack Kirby. “Il negozio dell’incisore di lapidi”, di Christopher Brayshaw tratta della mitica opera breve autobiografica Street code, realizzata a matita.

Vorrei citare anche tutti gli altri testi perchè, nei vari approcci e nelle sensibilità diverse da autore ad autore sono tutti contributi interessanti e preziosi: “One Man Army”, di Daniel Duford; “Un potere sottile” di Paul Gravett; “Quest’uomo, questo Maestro… scatenato!” di Paul Karasik.

Una citazione d’obbligo per il testo di Paul Gravett, grande critico inglese, che si dedica a una parte dell’opera di Kirby spesso citata, ma mai analizzata a dovere: le storie d’amore. Alcune di queste storie, quelle del periodo Marvel, sono state riproposte, insieme a quelle di altri autori, all’interno del volume Le grandi storie d’amore (Panini Comics, 2018). Questi fumetti romantici, che Kirby in sostanza creò per primo insieme a Joe Simon negli anni ‘40, lungi dall’essere semplici curiosità, sono un’eccezionale occasione per aver esperienza dello stile dell’auore, enormemente modulabile ma allo stesso tempo riconoscibile anche se, al posto di un essere cosmico dalle proporzioni di un pianeta, c’è una donna di spalle che piange e si commisera perché ama un uomo che non le è fedele…

Inoltre, al termine del catalogo, quattro autori di fumetti dagli stili diversi ma altrettanto interessanti e in un certo senso kirbyani, cercano di spiegare il loro amore per il Re e l’influenza che ha avuto nei loro lavori: sono “Trascendere il mainstream”, di Gary Panter; “Sulla corona del Re” di Sergio Ponchione; “Jack l’alieno” di Roberto Recchioni; “Il sogno del Teschio Rosso” di Stefano Ricci.

Il lato visuale del catalogo è ottimo anch’esso, con la riproduzione in grande formato di alcune delle 70 tavole esposte a Bologna, sia nella versione orginale in bianco e nero, sia nella versione colorata per la pubblicazione. Si aggiunga il prezzo di euro 18, assolutamente abbordabile, e la buona fattura del volume e il risultato sarà un acquisto obbligato per gli appassionati e un’occasione per gli altri di approfondire un grande autore del Novecento.

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Disegnare la Creatura

Mary Wollstonecraft Shelley, Frankenstein illustrato da Bernie Wrightson, pref. Stephen King, tr. Simona Fefé, Mondadori, pp. 304, €24 stampa

di STEFANO RIZZO

Il 2018 è stato l’anno di Frankenstein. Questo romanzo, capostipite di un genere e capolavoro della letteratura inglese, venne pubblicato anonimo esattamente duecento anni fa. L’autrice, resa pubblica solo nella seconda edizione rivista del 1831, era la ventunenne Mary Shelley, nata Wollestonecraft Godwin. Il romanzo è nei cataloghi di praticamente tutti gli editori italiani e molte sono le novità su di esso, tra cui voglio segnalare almeno un volume edito da Lindau a fine novembre: l’edizione critica del romanzo, unica a presentare le due versioni del ‘18 e del ‘31 affiancate e confrontate per la cura di Sara Noto Goodwell. Ma io, in questo speciale Frankenstein di fine anno, sono qui per parlare di Bernie Wrightson, scomparso nel 2017, e autore delle illustrazioni di questa edizione integrale del romanzo, ottimamente tradotto da Simona Fefé.

Il suo nome è noto agli appassionati di fumetti o illustrazione degli anni settanta, ma forse oggi non è conosciuto come meriterebbe in Italia: dovrebbe invece essere scolpito nella mente di qualunque appassionato di disegno. Stiamo parlando infatti di uno dei maestri assoluti dell’orrore, se non addirittura il più grande di tutti, almeno a partire dagli anni settanta.

Wrightson esordisce professionalmente a vent’anni in una storia di tre pagine di «House of mistery» pubblicata nel 1969 e reperibile in italiano in una raccolta delle sue storie tratte da quella serie pubblicata da Planeta De Agostini nel 2009. Il suo stile è già riconoscibilissimo, enormemente espressivo, un’intrico di ombre e segni controllati, di figure allungate, di maschere di terrore. È l’inizio di una grande carriera che lo porterà a lavorare, anche se sempre da freelance e per progetti limitati sia per editori come DC e Marvel, sia per altre case editrici come Warren. Nei primi anni settanta abita nello stesso appartamento con altri tre grandi: Al Milgrom, Howard Chaykin e Walter Simonson e l’influenza reciproca è inevitabile. Ma tra i grandi artisti che gli diedero molto e che si possono riconoscere nel suo tratto ci sono Howard Pyle e Al Dorne per l’illustrazione e Al Williamson, Graham Ingels e Jack Davis per i fumetti (autori EC Comics e Warren). Gli anni settanta sono gli anni in cui si dedica a moltissime storie brevi, la forma in cui ha sempre eccelso anche per una certa lentezza nel lavoro e l’impossibilità di semplificare l’incredibile lavoro di pennino.

Il personaggio per cui sarà probabilmente ricordato per sempre lo crea con Len Wein: è Swamp Thing, in seguito ripreso da Alan Moore, per cui disegna la storia di esordio e i primi dieci numeri della serie.

Nel 1975 fonda The Studio, un loft condiviso con Jeffrey Catherine Jones, Michael Kaluta, and Barry Windsor-Smith. In questi anni Wrightson raggiunge le sue vette più alte nella tecnica e nell’espressività: sperimenta con tutti gli strumenti possibili anche contemporaneamente: dal pennino al pennello, dall’inchiostro acquarellato al pennarello fino all’uso della tecnica duotone.

In seguito collaborerà a più riprese con Stephen King (che firma l’introduzione di questo volume) per adattamenti e altri progetti come l’edizione illustrata (oggi di grande valore colezionistico anche nell’edizione italiana) di Unico indizio la luna piena. Con Jim Starlin (il creatore di Thanos, tra gli altri) realizza The Weird, Batman: The Cult nonché un divertente team-up con Hulk e La Cosa. Disegna anche uno Spiderman gotico, nelle sue corde, nella graphic novel Hooky. E non dimentichiamo una potente copertina per il secondo album di Meatloaf!

Ecco chi era Bernie Wrightson nel 1983, quando uscì questa edizione illustrata del romanzo della Shelley: un maestro. E questa fu sicuramente la vetta più alta della sua arte: 47 illustrazioni in bianco e nero che non si staccano dalla retina.

Sette anni di lavoro dedicati all’illustrazione di Frankenstein. Cose da pazzi, se non fosse che, lo disse lo stesso Wrightson, si trattava di un labor of love, un’opera dettata dall’amore. Non era propriamente lavoro. L’artista vi si dedicava nei giorni liberi dalle altre commissioni retribuite. Sette anni. Una follia (non possiamo non pensare al nesso!) come quella di Victor Frankenstein: ambedue consumati dalla passione. Ma quella di Wrightson fortunatamente non lo portò alla tragedia ma ad un irripetibile lavoro grafico, assolutamente fedele alle descrizioni del romanzo. Dimentichiamoci, se possibile, per un momento, di Boris Karloff. Wrightson si impose fin dall’inizio di rimanere vicino alla sensibilità ottocentesca del romanzo: i riferimenti sono infatti a Franklin Booth, J.C. Coll e Edwin Austin Abbey e l’obbiettivo è quello di produrre immagini “antiche”, che abbiano l’aspetto di xilografie o siderografie.

Il risultato è questo libro, felicemente riportato alle stampe a novembre da Mondadori per la collana Oscar Ink in un ottimo formato (cm 17 x 24), più efficace di quello di un Oscar normale. Credo che esistano pochi libri come il Frankenstein di Wrightson: un vero e proprio mito visualizzato senza che le tavole dell’artista possano interferire con il mondo di immagini personali del lettore. È, come nei capolavori dell’illustrazione, un mondo in aggiunta al mondo del romanzo, anch’esso presente e vivo come l’altro. Un’emanazione della parola scritta che non è mai una copia, mai ridondante. Illustrazione non come “spiegazione”, “semplificazione” ma come arricchimento, come illuminazione. Luce, anche se si tratta di oscurità, di ombre. Opere fatte di segni impercettibili, graffi. Di innumerevoli oggetti, alambicchi, flaconi, libri antichi e polvere, corde, scatole, provette, beute come in quella doppia pagina che mostra il laboratorio di Frankenstein che forse è il capolavoro di una vita.

Sono tantissimi, ancora, i tesori dispersi prodotti da Wrightson e che meriterebbero un grande catalogo in formato gigante o almeno una serie di antologie che riprendano i tanti lavori sparsi (l’incredibile portfolio su Poe è solo una delle moltissime opere da raccogliere, come anche il seguito di Frankenstein del 2012 in una degna edizione).

Non so, forse sono influenzato dalle atmosfere delle sue storie e dei suoi personaggi, dolenti e tormentati, ma credo che anche Wrightson, in un certo senso, sia stato tormentato. Angosciato lo è stato certamente dall’industria e dall’obbligo di piegarsi alle richieste dei committenti e degli editori. Ha dovuto lottare tutta la vita per realizzare i suoi desideri e obiettivi artistici. Con quest’opera ormai leggendaria Bernie c’è riuscito e noi indagheremo per sempre le sue immagini, ingordi di particolari e di segni. E quando avremo la sensazione di aver colto tutto, un nuovo dettaglio ci salterà all’occhio, qualcosa di nuovo, che prima non c’era, come se le opere fossero vive. Forse Wrightson, come Frankenstein, ha scoperto il modo per dare la vita a ciò che è inanimato. E l’ha data all’inchiostro delle sue tavole, per noi.

Questa recensione fa parte del FRANKENSTEIN DAY di fine 2018 (anno del bicentenario), assieme alla recensione di una raccolta di racconti di Thomas Ligotti, allo speciale sui fumetti italiani che rielaborano la Creatura di Viktor Frankenstein, al recupero di Frankenstein liberato di Brian Aldiss e all’itinerario di letture sulla Creatura (e sul dottore) preparato da Walter Catalano.

https://www.librimondadori.it/

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Vita di Mister Marvel

Bob Batchelor, Stan Lee: Il padre dell’universo Marvel, tr. Sara Terrinoni e Amanda Schüpbach, Leone Editore, pp. 288, €19,90 stampa

recensisce STEFANO RIZZO

Il 12 novembre 2018, all’età di 95 anni, è morto Stan Lee, creatore dell’Universo Marvel. Solo poche settimane prima Leone Editore aveva pubblicato la traduzione italiana della biografia del 2017 scritta dallo storico Bob Batchelor, che in originale si intitola Stan Lee – The Man behind Marvel. Questi i fatti.

Con Stan Lee devo trattenermi, controllare i termini, non sparare superlativi, cercare di ridimensionare. È molto difficile perché si tratta della mia formazione emotiva ed estetica. Nonostante sia cosciente che questo autore abbia anche dei lati criticabili (una certa autoreferenzialità, per esempio?), la mia infanzia (ma si può dire la mia vita) è stata illuminata, sconvolta, esaltata dalle sue creazioni.

I fumetti Marvel, quando li ho conosciuti nei primi anni ‘80, erano diversi dagli altri. C’era in essi un’esplosione di energia, tensione, dramma, conflitto, c’erano tanti problemi, cosmici e comuni, che schiacciavano i personaggi. E poi c’era una cosa incredibile, ancora oggi sottovalutata: la Marvel era un vero e proprio universo. I personaggi si incontravano, i fatti accaduti in una serie potevano influenzare quelli di un’altra. Erano storie intense, fulminanti e nello stesso tempo lente nella gestione delle cosiddette sottotrame. Erano divertenti e tragiche, c’erano momenti di lunghi dialoghi e sequenze di silenzio. C’erano quei disegni, fatti di muscoli, di costumi, di lampi, di visioni psichedeliche, di villain incredibili, goffi e inquietanti, folli ed eleganti e schizzi di strade americane, di mattoni rossi, di metropoli, di grattacieli, di homeless, di chioschi di giornali, di marciapiedi…

Quando lessi per la prima volta i fumetti Marvel, a sei anni, fui sicuro che quelle atmosfere non mi avrebbero più lasciato. Per me la Marvel è stata come il rock and roll, come una febbre, la cosa più vicina ad uno shock culturale che la mia mente di bambino potesse provare.

Oggi la Marvel non è più una semplice casa editrice di fumetti: è un marchio, è un mondo, anche se è di proprietà della Disney e non più indipendente. I suoi personaggi sono patrimonio di tutti, non solo, come prima, dei ragazzini e dei nerd. Insomma, è parte della cultura del XX secolo ma anche del XXI. E di questa incredibile fetta dell’immaginario contemporaneo è responsabile, primariamente, un uomo: Stan Lee. Quest’uomo, diciamolo subito, non era da solo, anche perchè il metodo di lavoro da lui ideato, dava enorme libertà ai disegnatori con i quali discuteva per sommi capi la storia per aggiungere i dialoghi solo a tavole ultimate. Con lui c’era in primo luogo Jack Kirby, autore grafico di tutti i personaggi storici tranne l’Uomo Ragno (al cinema Spiderman) di Steve Ditko. E poi John Romita, Don Heck, Jim Steranko, Bill Everett, Gene Colan, John Buscema, Gil Kane, Joe Sinnott, per citare solo alcuni dei primi disegnatori che crearono centinaia di storie seguendo il Metodo Marvel. Qui non si vuole tornare sull’annosa questione di chi ha creato i supereroi Marvel, di quanto abbiano pesato i suoi collaboratori, Kirby in primis. Quest’ultimo deve essere considerato fondamentale almeno quanto Lee e in alcuni casi più di Lee. Ma è stato Lee a diventare un personaggio celebre, una sorta di Disney del fumetto supereroistico, l’uomo che ha incarnato uno stile e una visione e la sua voce inconfondibile si sente in ognuno dei fumetti da lui sceneggiati.

Questa biografia che ci propone Leone Editore, molto dettagliata ed equilibrata, ci dà modo di scoprire chi sia Stan Lee al di là del suo ruolo carismatico nella casa editrice e, attraverso di lui, la Marvel delle origini e del periodo in cui il nostro definì il suo universo, sullo sfondo della storia americana del novecento. È qualcosa di raro, dato che nonostante lo sceneggiatore abbia pubblicato ben due autobiografie, conosciamo pochissimo di troppi momenti chiave della sua vita, privata o professionale che sia. E, tra le altre cose, scopriamo che Lee, così celebre e così perfetto come ambasciatore del fumetto nel mondo, in realtà è stato per decenni frustrato dalla bassa considerazione che il suo campo aveva nell’opinione pubblica e degli intellettuali.

Grande spazio prende, in questo libro, il primo periodo della vita di Lee. L’infanzia da figlio di immigrati ebrei rumeni a New York in piena depressione è un’esperienza che lo plasmerà in maniera definitiva. Il grande entusiasmo per la vita e per la metropoli, ma anche una tendenza privata all’autocommiserazione sarà qualcosa che non lo abbandonerà mai e che caratterizzerà anche il carattere di Peter Parker, tanto per dirne uno. E anche quel misto bizzarro ma riuscitissimo tra spacconeria e insicurezza che troveremo nel tessiragnatele è stato presente nel suo carattere da sempre.

L’essere cresciuto quando la disoccupazione era altissima e le tragedie familiari all’ordine del giorno farà di lui un uomo che, per molto tempo, non sarà capace di dire di no a qualunque proposta lavorativa.

Il suo ingresso come tuttofare alla Timely (la futura Marvel) è datato intorno al 1939, quando Stan ha solo 17 anni. Tutta la sua giovinezza la passa a creare, sceneggiare, programmare, selezionare una montagna di fumetti, buoni e cattivi, per tutti i generi possibili ed immaginabili, dalle storie criminali agli horror, dai fumetti d’amore ai supereroi. Nel 1941 debutta la prima celebre creazione di Jack Kirby: Capitan America, prodotta insieme a Joe Simon. È un grande successo; ma quella è un’epoca di repentine esplosioni e altrettanto veloci cadute. I lettori sembrano volubili e c’è l’impressione che non si possa impedire il loro fulmineo passaggio da una moda all’altra. E così anche gli editori si fanno furbi e e si mettono alla ricerca del nuovo genere, del nuovo, temporaneo successo. E Stan Lee, man mano che passa il tempo, è sempre più disilluso e stanco di quell’ambiente e si chiede sempre più spesso se a scrivere fumetti stia sprecando il suo tempo.

Passarono addirittura vent’anni prima che, alla fine dell’estate del 1961, i Fantastici Quattro dessero inizio ad una rivoluzione epocale per il fumetto e la cultura pop americana. Senza fermarsi un attimo Lee creò decine di personaggi e antagonisti, i principali dei quali analizzati nelle loro origini da Batchelor. Nel 1962 nascono Spider-Man (che comparve nell’ultimo numero di una serie già destinata alla chiusura, Amazing Adult Fantasy) e Hulk. Poi in soli sei anni: Thor, Ant-Man, Iron Man, X-Men, Daredevil, Gli Inumani, Pantera Nera, Dottor Strange, Capitan Marvel e Silver Surfer. Ho citato solo gli eroi e non i cattivi, gli straordinari nemici come Dottor Destino e Goblin, anch’essi personaggi indimenticabili e responsabili del successo marvelliano. Un decennio, quello degli anni ‘60, che creò un vero popolo di appassionati, per la prima volta fedele a una casa editrice e a uno stile narrativo, come mai più da allora. E quello stile, quel tono ironico, quelle idee, la capacità senza precedenti di ibridare la soap opera con l’avventura, le storie private con la fantascienza era tutto merito di Lee. Ed era merito suo anche l’aver costruito il mito della Marvel come Casa delle idee, come redazione di gente fuori dal comune ma amica dei lettori; non sorprende dunque che questi trovassero subito un’intesa senza precedenti con Lee e la sua voce, il suo linguaggio.

C’era bisogno di una biografia di Stan Lee anche in Italia, e questo è un libro che chiunque si interessi di Marvel dovrebbe legere, nonostante qualche errore di traduzione (ad esempio si parla dello scenggiatore Marv Wolfman al femminile e Zia May talvolta viene chiamata Mary). Perché Lee è stato davvero uno dei creativi più influenti del secolo scorso, ed è molto importante capire da dove provengano le sue idee, da quale temperie culturale e sociale e da quanta insicurezza e difficoltà siano derivati contemporaneamente un marchio di longevità straordinaria, una delle icone più potenti e durature della cultura pop mondiale (Stan Lee stesso) e un enorme patrimonio di personaggi e storie.

Stan Lee ha saputo determinare uno scatto di proporzioni impensabili del concetto di supereroe, dandogli contemporaneamente maggiore umanità e ancora maggiore straordinarietà. Il creatore di meraviglie è stato inoltre e subito un personaggio tra i più celebri dell’editoria, vero maestro dell’auto-promozione e questa biografia permette di capire, per quanto sia possibile, chi fosse davvero quell’uomo, Stanley Martin Lieber, che si celava dietro il sorridente, e immortale, Stan Lee.

http://www.leoneeditore.it/

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Ritorno dalla cripta dell’orrore

AA.VV., Lo spiacevole ritorno di Zio Tibia. Spettri, licantropi e vampiri con altre strane e mostruose creature di questo e d’altri mondi, tr. Lydia Lax e Ranieri Carano, a c. di Giuseppe Lippi, intr. Fabio Genovesi, Mondadori, pp. 320, €25,00 stampa

recensisce STEFANO RIZZO

Sarà sicuramente spiacevole per le vittime dei racconti da lui introdotti, ma per quanto mi riguarda (e sarà così anche per moltissimi lettori di buon gusto) il ritorno di Zio Tibia negli Oscar è davvero un piacevolissimo avvenimento. Questa antologia di fumetti, ricca e ben curata anche dal punto di vista editoriale, è infatti una boccata d’aria fresca, benché vecchia di cinquant’anni. Si tratta di un florilegio (del male!) di ben trenta racconti pubblicati a partire dal 1964 su due leggendari periodici che assursero immediatamente allo status di culto: Creepy e Eerie, edite negli Stati Uniti dalla casa editrice Warren. Si trattava di vere e proprie riviste di grande formato, il cui piatto forte erano racconti brevi in bianco e nero, con storie originali o adattamenti di classici dell’orrore. La maggior parte di questi erano scritti (nel primo periodo) dal maestro degli autori-editor Archie Goodwin e disegnati con stile elegante, intenso ed innovativo da talenti come Gray Morrow, Reed Crandall, Angelo Torres, John Severin, Jerry Grandenetti, Al Williamson, Tom Sutton e Neal Adams, per citare solo artisti presenti in questo nuovo volume Mondadori. È un ritorno graditissimo, dopo molti anni, perchè dal 1969 la collana degli Oscar Mondadori dedicò alle mitiche riviste di James Warren ben quattro volumetti, ricordati ancora oggi.

I racconti qui contenuti, introdotti (come dei novelli Alfred Hitchcock) dal nostro anfitrione Zio Tibia (Uncle Creepy) o da Astragalo (Cousin Eerie), sono splendidi esempi di sintesi narrativa e grafica. Queste storie, racchiuse dalle epocali copertine di Frank Frazetta, riportarono in auge un genere che la EC Comics di William Gaines aveva fatto esplodere, per pochi anni, con collane come Tales from the Crypt e The Vault of Horror. L’avventura della EC durò poco, interrotta dalla crociata contro i fumetti violenti capeggiata dal Dottor Wertham, che riuscì a far chiudere tutte le sue testate nel 1956, con la sola eccezione di Mad e a promuovere un Codice di autoregolamentazione per i contenuti forti nei fumetti.

Ma non si poteva cancellare uno stile così potente, un’idea di fumetto così forte. Ed ecco che nel 1964 James Warren, editore dal gran fiuto che già aveva celebrato l’horror cinematografico con la storica Famous Monsters of Filmland diretta da Forrest J. Ackerman, riporta sul tavolo da disegno alcuni degli artisti che avevano graziato dei loro segni inquietanti le pubblicazioni di Gaines (come ad esempio Reed Crandall o Johnny Craig). I fumetti presentati sono figli della EC, ma l’eleganza è sicuramente maggiore come lo sono la cura per le ambientazioni e i dialoghi. I numerosi adattamenti da Stoker, Lovecraft o altri classici sono assolutamente pregevoli. Warren, inoltre, ebbe più libertà dalla censura, dato che queste riviste erano indirizzate ad un pubblico adulto – ma questo non volle dire più violenza esplicita, anzi. Ad aumentare non fu il banale sangue ma l’approfondimento psicologico e la complessità morale che si allontanò dal semplicistico giustizialismo della EC.

Raramente potrete trovare oggi un volume così ricco di diversi talenti capaci di concentrare in sei/otto pagine le atmosfere inquietanti di maledizoni, mostri, destini angoscianti, terribili ansie e un connubio riuscito tra orrori tradizionali ed ambientazioni contemporanee. Senza dimenticare il pizzico di ironia ereditata dalle pubblicazioni di Gaines.

Il racconto breve, che sia narrativa o fumetto, è spesso mal visto dal pubblico italiano che – si dice – rifiuta a priori qualsiasi raccolta di short stories preferendole il più sostanzioso romanzo. Non esiste chiusura mentale più autolesionistica di questa, perché porta a privarsi di una quantità innumerevole di capolavori dei molti maestri della forma breve, numerosissimi nel campo dell’horror, del mistero, del weird nonché della fantascienza (ma anche nel western ci sono innumerevoli gemme).

Il bianco e nero, raro negli USA amanti del colore, è sicuramente una scelta che esalta il sapiente tratto d’inchiostro degli artisti, il cui talento è ancor più visibile negli ottimi impianti di stampa restaurati in anni recenti dalla Dark Horse e qui utilizzati. Il formato più grande (cm 17 x 24), la copertina rigida e l’ottima resa di stampa, rispetto ai vecchi e piccoli Oscar, sono elementi che omaggiano la qualità ormai universalmente riconosciuta di queste gemme fumettistiche che, come per esempio The Twilight Zone (Ai confini della realtà, serie TV non dissimile per tono, qualità e varietà stilistica), non sembrano risentire del tempo e anzi, acquistano con gli anni un sapore più fine e una maggiore intensità. La grandezza di queste storie è visibile anche a una prima occhiata, se si coglie come molti di questi autori, come per esempio Reed Crandall, abbiano inaugurato una sorta di nouvelle vague dell’illustrazione che partendo dai maestri dell’incisione e riprendendo i grandi dell’arte della stampa ottocentesca li hanno proposti al nuovo e ampio pubblico degli anni sessanta.

In coda al libro troviamo un saggio, con nutrita appendice bibliografica, capace di raccontare in breve la storia dell’orrore illustrato in U.S.A. e in Italia. Autore ne è Giuseppe Lippi, uno dei più grandi curatori e conoscitori del fantastico in tutte le sue incarnazioni, la cui firma garantisce da anni un’analisi profonda e una precisa ricostruzione storica.

Una piccola nota: la storia «Il giorno di Wentworth», adattamento da Lovecraft e August Derleth non è, come indicato, illustrata da quest’ultimo (che non era disegnatore) ma da Russ Jones, che ne curò anche la sceneggiatura. Lapsus che, sia chiaro, per nulla riduce il piacere della lettura e la qualità di un volume consigliatissimo.

https://www.librimondadori.it/

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