Tutti gli articoli di Silvia Arzola

Il pianeta Melancholia

Erwin Panofsky e Fritz Saxl, La “Melencolia I” di Dürer. Una ricerca storica sulle fonti e i tipi figurativi, tr. E. De Vito, Quodlibet, pp. 307, € 24,00 stampa

recensisce SILVIA ARZOLA

2011 (?). Il pianeta Melancholia sta per abbattersi sulla Terra. Rimasta sola con la sorella e il nipote, la giovane Justine assiste all’evento con calma implacabile. Nel giro di una notte (durante la festa del suo matrimonio) ha bruciato amore, carriera e affetti: perché lei sa – ha sempre saputo in fondo – quanto siano vacue le lusinghe del ‘mondano’ e inutili gli strumenti della scienza (il sofisticato telescopio del cognato) di fronte alla necessità della catastrofe. Stiamo parlando del finale di Melancholia, celebre film di Lars Von Trier che il regista svedese ha astutamente spacciato come un film sulla depressione, ma che, a una visione più attenta, si disvela allegoria arcana, irriducibile ai suoi stessi elementi compositivi. Allegoria che rinvia alla madre di tutte le allegorie arcane, la celebre incisione di Dürer Melencolia I.

Datata 1514, Melencolia I fa parte, insieme a Il cavaliere la morte e il diavolo e a San Gerolamo nella cella, del trittico detto Meisterstiche. Secondo l’interpretazione più diffusa, le tre incisioni rappresentano le virtù intellettuali, le virtù morali e le virtù teologiche. Ma se il “Cavaliere” e il “Santo” non offrono particolari difficoltà ermeneutiche, la donna alata che fissa il cielo di Saturno, circondata da una congerie di oggetti triviali o sublimi, possiede una forza enigmatica capace di esercitare un’instancabile fascinazione. E proprio Saturno, pianeta della lentezza e della sventura non meno che della genialità, sembra patrocinare le traversie del saggio di Panofsky e Saxl (1924) – qui tradotto per la prima volta in italiano con tutta la sua ricchezza di apparati – ripreso e integrato da Raymond Klibansky nel 1964 in Saturno e la malinconia, attualmente (assurdamente) irreperibile in edizione italiana.

Quanto alla tormentata nascita del libro, rimandiamo all’ottima introduzione di Claudia Wedepohl, qui basti dire che il testo nasce da una forte volontà di Aby Warburg sulla scorta degli studi pionieristici dello storico dell’arte austriaco Karl Ghielow, e che si tratta in ultima istanza di un ‘tradimento’. Warburg, infatti, (destinato di lì a poco a essere ricoverato per disturbi maniaco depressivi) aveva attribuito all’incisione di Dürer valenze senz’altro ottimistiche: “La scoperta dell’uomo moderno che, poggiando su se stesso, cerca nella natura la legge per interrogare il futuro attraverso la scienza”; Panofsky e Saxl (a cui il maestro aveva affidato la stesura dell’opera) perverranno, invece, a una diversa lettura. Il disordine desolante che circonda la solitudine della donna alata verrà interpretato, in definitiva, per quel che suggestivamente appare: un caos in cui i numerosi simboli trovano requie in una sorta di cristallizzazione senza pace.

Quel che conta, tuttavia, non è solo il risultato, ma soprattutto il metodo. Metodo che rappresenta la prima sintesi programmatica del rinnovamento inaugurato da Warburg nell’ambito degli studi storico artistici e che mostra plasticamente come la fede del coltissimo mecenate amburghese circa la ‘sopravvivenza dell’antico’ non fosse statica ricerca archeologica, ma comprensione profonda di principi dinamici e viventi.

Partendo dalle fonti antiche e tardo antiche, passando per il Medioevo fino al Rinascimento, Panofsky e Saxl vanno dunque a caccia dei presupposti letterari e iconografici che preludono alla concezione düreriana, allestendo una ricca fenomenologia di Saturno e del temperamento che gli è associato. Umido e secco, folle e geniale, dotato di veggenza e sventurato, arido e generativo il temperamento malinconico – come il pianeta da cui è soggiogato – è sempre recettacolo di ambivalenza: un’ambivalenza che con pesi e sfumature cangianti lo accompagna attraverso i secoli in un prevalere ora della valenza nosologica (nell’astrologia araba e in buona parte del Medioevo), ora della valenza morale (là dove si confonde col peccato capitale dell’accidia), ora della valenza destinale: sintomo di creatività intellettuale che si innalza a partire dallo sconforto depressivo. Via via quello che prima era un temperamento tra gli altri si guadagna lo statuto di emblema. Malinconia.

Ed è così che la sorprende Dürer: dopo che i secoli hanno depositato ai suoi piedi (ma anche alle sue spalle e nel suo cielo) i simboli e i segni di Saturno. E così ce la consegna: incastonata in un caos immobile, colta nella tetra pensosità di chi sembra aver rinunciato non solo a conoscere le misure del mondo (il compasso abbandonato) ma anche a esorcizzare gli amari influssi saturnini (dal quadrato magico, ovvero talismano di Giove, che sovrasta la donna alata, ad altri simboli che indicano i rimedi suggeriti dal Grande Malinconico Marsilio Ficino nel De Vita Triplici).

“Tragico destino di uno spirito umano che in virtù della propria legge interiore si vede costretto entro limiti che non può sorvolare e che tuttavia vorrebbe sorvolare, rimuginando con grave tristezza, immerso nel sentimento di un’incurabile, intima insufficienza” per Panofsky e Saxl Melencolia I è soprattutto l’autoritratto spirituale di Dürer che, proprio in quegli anni,aveva rinunciato a scovare il segreto matematico della bellezza e confessava “ma cosa sia la bellezza, io non lo so”. Per poi aggiungere: “Infatti la menzogna è nella nostra conoscenza, e l’oscurità così saldamente confitta in noi che anche il nostro cercare a testoni fallisce”.

Testo amato, dibattuto, criticato, lo studio pionieristico di Panofsky e Saxl fu letto e apprezzato da Walter Benjamin che all’incisione di Dürer e al tema della Malinconia dedica densissime pagine ne Il dramma barocco tedesco, confrontandosi, non senza una certa ambiguità, con l’interpretazione dei due autori; ma per questo rimandiamo al bell’intervento conclusivo del curatore De Vito, limitandoci, in questa sede, a osservare che su quel libro (e sull’immagine che ne è scaturigine) si incrociarono, agli inizi del secolo scorso, le menti più avventurose di una generazione, quasi a scongiurare gli effetti pietrificanti di Saturno nell’atto stesso del rappresentarli, in un gesto che si configurerà compito di una vita intera per Jean Starobinski a cui dobbiamo i più mirabili saggi sui rapporti tra malinconia e scrittura.

Malinconia, oggi, continua a baluginare per frammenti in un universo che, dominato da una psichiatria sempre più antiumanistica, ha deciso di schiacciarla nell’uniforme (ma informe) categoria della depressione: spogliandola di ogni ricchezza storica, mitica e catartica. Eppure, seguendo il filo d’argento della sua ‘sopravvivenza’ mimetica, anche il senso di impotenza e di vuoto a cui sembra ormai consegnata la vita intellettuale potrebbe rigenerarsi in forme nuove, esorcizzando nella rappresentazione infinita gli influssi pietrificanti di Saturno.

 

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Persuasori non più occulti

Edward Bernays, Propaganda. L’arte di manipolare l’opinione pubblica, tr. Andrea Roveda, Piano B edizioni, pp. 150, euro 11,50 stampa

riflette SILVIA ARZOLA

Uscito in sordina 2008 per Lupetti, Propaganda, di Edward Bernays, è tornato sugli scaffali per Piano B edizioni. Ed è un bene: si tratta di un testo molto istruttivo. Anche troppo, forse.

È il 1928 quando Bernays, col palese intento di rivalutare una parola caduta in discredito, dà alle stampe Propaganda: breve ma densissimo saggio sull’arte della manipolazione delle coscienze. Nipote di Freud (di cui curerà la pubblicazione delle opere in America), cresciuto a New York, Bernays ha al suo attivo un altro titolo di tenore analogo, Crystallizing Public Opinion (1923) e una carriera consolidata di pubblicitario al servizio delle Company più potenti d’America.

Dotato dello spregiudicato ottimismo di uno yankee, passato in pochi anni dal mondo dello spettacolo al Committee on Public Information – l’agenzia creata dal governo statunitense con lo scopo di orientare l’opinione pubblica a favore dell’intervento nella Prima guerra mondiale – Bernays nel ’28 è già un’eminenza grigia nel campo delle cosiddette Pubbliche Relazioni, formula da lui coniata per inaugurare la propria attività di comunicazione. PR. Formula azzeccata: giunta intatta ai giorni nostri con tutto il suo carico di rassicurante vaghezza. Eppure, dietro quella cifra, (che in italiano replica il suono derisorio di una catartica quanto impotente pernacchia), Bernays mette a punto per la prima volta in modo sistematico la rete di pratiche e obiettivi che si è soliti riassumere nel concetto di «Persuasione occulta». Occulta ma dichiarata, nei suoi saggi, nero su bianco: a palesare la convinzione che non ci sia nulla di perverso nel manipolare le coscienze, che, anzi, le masse siano più serene se qualcuno si prende la briga di plasmarne i desideri.

In questa «altruistica» convinzione si inscrivono la carriera, l’opera e la biografia di Edward Bernays, che, buon pioniere del grande Ossimoro Americano, non smetterà mai di teorizzare (e realizzare) la coincidenza tra democrazia e manipolazione; consumismo e felicità. Il tutto a partire da un assunto semplice: i cittadini sono in primo luogo consumatori; compito del PR, del comunicatore, del propagandista sarà dunque quello di dare concreta realizzazione all’astratto diritto alla felicità, sancito nella Dichiarazione di Indipendenza del 1776, trasformando i cittadini americani in «macchine della felicità» sempre protese verso desideri creati ad arte dall’industria dei consumi. (Si veda a questo proposito di questo concetto l’ottimo documentario di Adam Curtis The Century of the Self [BBC, 2002] in cui si approfondisce, tra l’altro, il rapporto di Bernays con Edmund e Anna Freud.)

Nello sforzo di perfezionare questa sua «scienza», Bernays, si avvale delle ricerche di Wilfred Trotter e Gustave Le Bon, ma sfrutta anche le intuizioni di Freud sull’inconscio, volgendo il pessimismo dello zio (che proprio in quegli anni stava lavorando a Il disagio della civiltà) nell’ottimismo della democrazia dei consumi.

Propaganda contiene l’essenza delle sue teorie e pratiche: l’esigenza di arruolare testimonial di prestigio (oggi li chiameremmo influencer) capaci di convogliare e plasmare le aspirazioni delle masse; la necessità di sfruttare «cliché mentali» e meccanismi emozionali del pubblico; la convinzione, infine, che la politica sia un prodotto come un altro da spacciare al cittadino consumatore attraverso precise strategie comunicative. Il tutto sullo sfondo di una visione antropologica candidamente elitaria che afferma la bontà della democrazia – purché corretta e orientata da un pugno di uomini capaci di manipolare l’opinione pubblica.

Prodigo di consigli, ricco di esempi, sempre sul filo della contraddizione, Bernays svela l’ossatura ideologica di una prassi destinata a durare fino a ieri, resistendo ai reiterati assalti demistificatori di filosofi e pensatori antagonisti.

Fino a ieri si è detto, perché oggi la Propaganda in stile Bernays, perfezionatasi vieppiù nell’universo del libero mercato, si va fondendo con la sua dirimpettaia: la Propaganda propria dei totalitarismi, nata in anni coevi a partire dai medesimi assunti (la plasmabilità delle masse suggerita da Le Bon), ma imperniata sul bisogno di identità che caratterizza le epoche di crisi profonda, declinata attraverso tattiche più rudimentali (che la rete favorisce) e orientata a fare dei cittadini consumatori, soprattutto, di risentimento.

Scriveva Hitler (Mein Kampf, 1925):

Le grandi masse del popolo non sono costituite da diplomatici o professori di giurisprudenza pubblica né semplicemente di persone che sono in grado di formare un giudizio ragionato in determinati casi, ma è una folla vacillante di bambini che si trovano costantemente in bilico tra un’idea e un’altra (…) il potere ricettivo delle masse è molto limitato e la loro comprensione è debole. D’altra parte, se ne dimenticano in fretta. Stando così le cose, ogni propaganda efficace deve limitarsi a poche cose essenziali e quelle devono essere espresse per quanto possibile in formule stereotipate. Questi slogan devono essere ripetuti con insistenza fino a che anche l’ultimo individuo venga a cogliere l’idea che gli è stata messa davanti. (…) Ogni modifica apportata nel soggetto di un messaggio propagandistico deve sottolineare sempre la stessa conclusione. Lo slogan principale deve naturalmente essere illustrato in molti modi e da diverse angolazioni, ma alla fine bisogna sempre ritornare all’affermazione della stessa formula.

In un girotondo compulsivo di consumi e risentimenti identitari, i bambini di Hitler e i consumatori di Bernays oggi si danno la mano. Ma se lo stile comunicativo «totalitario» sembra avere la meglio, dall’ombra del suo purgatorio il vecchio Bernays se la ride: i risentimenti identitari non smettono infatti di soffrire la sete (omologante) di consumi che caratterizzava la sue macchine della felicità. E in questa fertile ambiguità sguazzano bercianti propagandisti di ogni sorta, privi forse di una strategia ma pronti a contendersi le nostre anime con un tweet, un video o una cazzata.

Eppure, oggi come ieri, le regole della persuasione (occulta?) sono chiare, evidenti e dichiarate; oggi come ieri i Consumatori (di Bernays) e i Bambini (di Hitler) non hanno bisogno di pensare a massonici complotti: la spregiudicatezza dei propagandisti sta nell’agire in pieno sole. Ma, a quanto pare, oggi, anche più di ieri, consumatori e bambini hanno solo giorni di pioggia.

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Mediocritas tutt’altro che aurea

Dwight Macdonald, Masscult Midcult, tr. Mauro Maraschi, Piano B Edizioni, pp. 160, euro 14,00 stampa

recensisce SILVIA ARZOLA

Scomparso dagli scaffali per un una manciata di anni, il celebre saggio di Macdonald è tornato a riveder le stelle, grazie a Piano B, in un’edizione ottimamente curata e tradotta da Mauro Maraschi.

Due parole sull’autore: trozkista, anarchico, pacifista, impolitico, aristocratico, radicale e poi ancora pacifista, Dwight Macdonald attraversa buona parte del novecento come un «segno errante»: riverberando tutte le contraddizioni di cui solo un libertario americano poteva caricarsi ai tempi suoi. Giornalista, critico, recensore, nel 1943 abbandona la Partisan Review per fondare, l’anno seguente, la leggendaria rivista politics cui collaborano, tra gli altri, Mary Mc Carty e Paul Goodman, Nicola Chiaromonte e Albert Camus. Finita l’esperienza di politics inizia a scrivere recensioni per il New Yorker.

Nel 1960, la Partisan Review accetta di pubblicargli lo scritto che lo consegna alla storia come uno dei più bizzarri e geniali pensatori della sua generazione.

Stampato a cavallo tra Dialettica dell’Illuminismo (Adorno & Horkheimer, 1957) e L’uomo a una dimensione (Marcuse, 1967), Masscult Midcult si guadagna da subito una posizione chiave nell’inesauribile dibattito sulla cosiddetta Cultura di Massa; e ciò, malgrado l’impianto asistematico e il taglio spiccio del pamphlet; anzi, probabilmente, proprio in forza di questo suo taglio: perché, come capita talvolta ai filosofi non professionisti, Macdonald, libero dal basto del rigore e di una lingua specialistica, preferendo lo schizzo all’affresco, riesce a cogliere il dinamismo del suo oggetto. Oggetto in perenne ridefinizione di cui fissa nodi teorici che mostrano tuttora una vitalità sorprendente. Mutatis mutandis, infatti, se la netta contrapposizione tra cultura alta e la cultura di massa (Masscult) così come la configura Macdonald appare oggi obsoleta, l’individuazione del Midcult quale destino (e merce) della cultura «in generale» non può smettere di interrogarci.

Certo, il Midcult a cui si riferisce l’autore si è evoluto (e diversificato) nelle caratteristiche formali, ma la sua essenza resta invariata: Midcult era e rimane il prodotto che aspira alla cultura alta senza assumersene i rischi; il prodotto magniloquente e/o didascalico, dotato di un messaggio predigerito e pronto all’uso: perfetto per essere riassunto in una morale di poche righe (o in un tweet). Il prodotto che ammaestra e intrattiene, chiedendo al fruitore una partecipazione debole se non passiva, rassicurandolo col brand della «Cultura». Per farla breve: la merce più venduta e ricercata dall’industria culturale occidentale odierna che, fatte le debite eccezioni, sta cedendo il tradizionale pubblico del Masscult all’idra insaziabile della sub-cultura, per concentrarsi su un pubblico moderatamente alfabetizzato a cui spacciare intrattenimento moderatamente «intelligente»; con diverse sfumature: politicamente corrette, cool (per non scontentare gli snob), a vario titolo edificanti, mai veracemente ambigue, didattiche. Fumosamente filosofiche per fare atmosfera.

Così, dalle giganto-mostre a tante serie tv, dal romanzo del giorno (ce n’è sempre uno in classifica) al film «acclamato dalla critica», la fabbrica del midcult ci salva dall’abisso della subcultura senza chiederci sforzi intellettuali, ma appuntando tante medagliette sul risvolto della nostra autostima.

Se, come sintetizza Maraschi nell’introduzione, il Midcult si regge sulla «combinazione ipocrita di democraticità (la cultura per tutti) ed elitismo (la cultura che ti rende migliore degli altri)» c’è da chiedersi se oggi, (oggi che dai meandri di ieri rispunta la canna della pistola di Goebbles pronta a sparare su tutto quello che puzza di ‘sapere») non si debba tornare a fare i conti con i rischi insiti in questo stile diffuso che, oltre a indebolire la ricerca, contribuisce a fare del «mondo culturale» una sorta di giardinetto autoreferenziato, pigramente pago della propria presunta superiorità.

Chi è senza peccato scagli la prima pietra.

Nella consapevolezza, però, che un’intelligenza che crede di nutrirsi quando invece spizzica, non avrà mai la tonicità necessaria ad affrontare l’orda scomposta dei piccoli Goebbels che, pare evidente, non vedono l’ora di bruciare il giardino.

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