Tutti gli articoli di Sara Tosetto

Ultime notizie da Più libri più liberi

riferisce SARA TOSETTO

Oggi a PLPL era giornata di scolaresche: la marea umana che mi ha accolto fuori dall’Eur mi ha fatto sinceramente pentire di aver scelto il giovedì mattina per la mia visita, e credo che se non fossi stata a 30 minuti di metropolitana da casa avrei fatto dietro front. Per fortuna, però, c’era un ingresso dedicato ai comuni visitatori (chi aveva fatto il biglietto online poteva entrare direttamente) con 6 biglietterie, e l’attesa per fare il biglietto è stata veramente minima.

Allo stand A50, subito a sinistra dell’ingresso alla zona espositori, mi ha accolto una vecchia conoscenza, Valentina Mai di Kite; la casa editrice padovana pubblica splendidi libri illustrati per bambini di altissima qualità, e io mi sono fatta consigliare per un pensierino. Valentina mi ha proposto un libro delizioso, La carota gigante di Satoe Tone. Arrivata a casa non ho smesso un attimo di sfogliarlo e risfogliarlo, è davvero una gioia per gli occhi.

Subito dopo è stata la volta di Black Coffee, dove ho fatto una bella chiacchierata e mi sono aggiudicata la nuova raccolta di racconti di Alexandra Kleeman, promettente e singolare scrittrice americana; il libro è accattivante fin dalla copertina, che dal vivo è ancora più bella! La casa editrice ha una piccola scorta di libri leggermente fallati che vende a soli 10 euro, così mi sono aggiudicata a un prezzo di favore un’altra raccolta di racconti, quella della scrittrice di culto Joy Williams, che può vantare gli strilli entusiastici nientemeno che di Don DeLillo, Brett Easton Ellis, Raymond Carver. Simpatica l’idea di offrire in omaggio una minispugnetta con il logo della casa editrice per pulire il cellulare, oppure la bellissima shopper nera. Da segnalare anche la pubblicazione del geniale romanzo L’alfabeto di fuoco di Ben Marcus, il godibilissimo Rockaway Beach di Jill Eisenstadt (a quanto pare consigliato ai fan di Brett Easton Ellis).

Keller era presente con uno stand più grande degli anni scorsi, che finalmente rende giustizia all’ormai ricco catalogo dell’editore di Rovereto, fatto di libri belli dentro e fuori. Mi hanno affascinato particolarmente i due libri dedicati ognuno a un anno della storia (il più recente è 1918. L’anno della cometa di Daniel Schönpflug), e la riproposta di Il morto nel bunker di Martin Pollack; nel memoir/reportage l’autore ripercorre la storia della sua famiglia partendo dalla terra d’origine (la Val d’Isarco) dove, nel 1947, viene ritrovato il cadavere di suo padre, ufficiale delle SS in fuga perché criminale di guerra; verrà recensito su PULP Libri e io non potevo proprio fare a meno di acquistarlo!

Simile nel nome ma non nella produzione, Kellerman propone non solo i suoi classici quaderni di ricette, ma anche quaderni per scrivere (come quello delle Liste e dei Desideri) e una minicollana davvero deliziosa, Kilometri di storie, che presenta biografie e storie tenute insieme da un itinerario preciso che ne caratterizza l’identità. Io ho scelto Pasolini e l’acqua di Elisabetta Michielin, collaboratrice di PULP Libri, che racconta la vita e l’opera di Pier Paolo Pasolini nel suo stretto rapporto con l’acqua dei fiumi e del mare (con illustrazioni dell’autrice). Prenderò sicuramente altri titoli di questa collana, come il più recente Sulle rotte delle Malvasie, dedicato al percorso di questi vini nati nel Peloponneso e commerciati dalla Serenissima.

Da segnalare anche i mitici editori di Neo, dove ho fatto un’altra bella chiacchierata; imperdibili i libri di Paolo Zardi, da i racconti di Antropometria al romanzo distopico XXI secolo, e anche il doloroso La madre di Eva di Silvia Ferrari; da segnalare poi il pluripremiato Vinpeel degli orizzonti di Peppe Millanta – perché non l’ho comprato? Perché? Sarà per la prossima fiera, temo.

Non potevo non fare tappa da NN Editore, che sta andando fortissimo con il nuovo Kent Haruf, Vincoli (che per la verità fu il suo libro d’esordio: infatti stilisticamente è molto diverso da quanto è già stato pubblicato, meno minimalista della famosa trilogia di Holt e forse più tradizionale, ma altrettanto – e forse ancor più – potente). L’editore ha moltiplicato le uscite, sempre di qualità, con saggi autobiografici di Yuyun Li, l’inclassificabile Censimento di Jesse Ball, Il diner nel deserto di James Anderson, esordienti italiani di buon livello come Alessio Forgione con Napoli Mon Amour e molti altri.

Segnalo i bravissimi editori di Exòrma, che si sono fatti conoscere grazie ai libri di Claudio Morandini e che stanno arricchendo il catalogo con autori italiani di qualità; allo stand ho trovato grande gentilezza e competenza, e personalmente avevo adocchiato I sogni di un digiunatore di Paolo Albani, già autore di libri bizzarri (molti sono usciti con Quodlibet) e di dizionari sui generis (come quello delle lingue immaginarie, uscito per Zanichelli). Non l’ho acquistato ma vorrei trovare il modo di entrarne in possesso e recensirlo per PULP Libri.

 

 

Un altro titolo che mi sono pentita di non aver acquistato in fiera è Zebulon di Rudolph Wurlitzer, edito da Playground; questo irregolare della controcultura americana ha scritto una sorta di western atipico che sembra a dir poco intrigante: ecco un’altra possibile recensione in arrivo per la nostra Rivista…

Anche Nutrimenti ha avuto il mio obolo; da tempo avevo adocchiato Paradise Falls di Don Robertson. Facendo violenza su me stessa non ho acquistato altro – anche se ultimamente questo editore ha davvero delle ottime proposte.

Un plauso particolare ai ragazzi di Piano B edizioni, che oltre a proporre autori fuori catalogo con opere talvolta inconsuete e sempre curatissime dal punto di vista grafico, hanno messo tutti i loro libri a 10 euro l’uno. Tra quelli acquistati segnalo Un tripudio di elettricità. Visioni e lettere di un genio di Nikola Tesla. Loro si sono aggiudicati gli ultimi 20 euro nel mio portafoglio ormai in lacrime.

Mi sono trattenuta anche allo stand di Mattioli 1885, dove non ho preso l’ultima raccolta di racconti di Dubus solo perché sospetto di averne già in inglese una parte. Ero troppo curiosa di leggere Piaceri rubati di Gina Berriault, di cui ho sentito meraviglie; mi aspetto che questi racconti siano duri e spietati al punto giusto. Anche questa promettente chicca è finita nella mia capiente borsa da fiera.

Rapido giro anche dai vecchi amici di Beccogiallo; tra le novità, mi hanno colpito il graphic novel dedicato alla vita delle sorelle Brontë, e Sacerdotesse, imperatrici e regine della musica, che presenta 20 donne che hanno fatto appunto la storia della musica.

Tanti, troppi sono gli stand dove avevo in programma di andare ma che per sopravvenuti limiti di tempo, budget e memoria ho dovuto lasciar perdere: edizioni di Atlantide, con i loro libri numerati (si trovano solo in librerie selezionate, a maggior ragione mi dispiace non essere passata); CasaSirio; L’Orma; Iperborea (è uscito il nuovo di Stefansson, mannaggia – solo per citarne uno); Sur, minimumfax, Elliot e Fazi (ma questi sono già più facili da trovare in libreria, e ho già parecchie delle loro novità), 66thand2nd… e sicuramente ne sto dimenticando tantissimi.

Non perdetevi questa fiera del libro, come vedete le belle novità e scoperte si sprecano, e lo scenario della Nuvola (specie di giorno) ha il suo fascino.

La nostra copertura di Più Libri Più Liberi non finisce qui. C’è anche il reportage di Umberto Rossi. 

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Diffidare del gene egoista

Siri Hustvedt, Le illusioni della certezza, tr. Gioia Guerzoni, Einaudi, pp. 284, euro 21 stampa, euro 10,99 ebook

recensisce SARA TOSETTO

«Il dubbio è una virtù per l’intelligenza»

Simone Weil

È vero che il patrimonio genetico determina il nostro destino? Come si passa dai neurone al pensiero? Qual è il rapporto tra la mente e il corpo? Come ci ricorda Siri Hustvedt in questo libro affascinante, solo una cosa è certa: che ci piaccia o no, a quanto pare la scienza non ha ancora trovato una risposta soddisfacente a questi interrogativi così basilari. L’autrice passa in rassegna alcune delle teorie scientifiche e filosofiche più autorevoli, e traccia una differenza significativa tra le ipotesi più popolari nel mondo scientifico e nella nostra società. Testi divulgativi che propugnano la natura computazionale della mente e quella del cosiddetto «gene egoista» (Hustvedt cita in particolare Come funziona la mente di Steven Pinker) hanno un forte seguito nei media; eppure si tratta di teorie che incontrano resistenze e confutazioni crescenti in vari ambiti nella comunità scientifica. Perché questa concezione meccanicista – eredità cartesiana e baconiana – che vede il pensiero come calcolo, e la mente come un computer razionale ha così tanto successo, se una parte consistente della comunità scientifica è contraria?

Anche se, fedele al titolo, Le illusioni della certezza sembra fornire più domande che risposte, in questo caso la spiegazione è abbastanza chiara: il pubblico tende ad accogliere le idee che preferisce sentirsi raccontare – quelle che confermano determinate credenze già presenti e diffuse a livello di senso comune, soprattutto se sono esposte in modo chiaro e facilmente comprensibile. Hustvedt ci mostra come i concetti introdotti da alcuni grandi pensatori che mettevano in dubbio la visione meccanicistica (Giambattista Vico e la brillante Margareth Cavendish, contemporanea di Cartesio e Bacone, su tutti) siano stati a lungo ignorati, o piegati alle credenze dell’epoca e parzialmente stravolti: citando Goethe, «se una falsa ipotesi […] diventa generalmente accettata e si trasforma in una convinzione che non è più messa in dubbio […], diventa il male a causa di cui si soffrirà per secoli». Qualcosa di simile è avvenuto in parte con le idee di Darwin, che era influenzato dal contesto romantico, fieramente anti-meccanicista; le sue «gemmule» portatrici delle caratteristiche ereditarie in origine erano unità «morbide», passibili di mutamento in seguito all’interazione con l’ambiente; nel pensiero dei suoi epigoni sono diventate unità più rigide, portando alla icastica (e quindi popolare) concezione del «gene egoista» sviluppata da Richard Dawkins e sposata da Pinker e altri scienziati che promuovono una corrispondenza rigida e necessaria tra patrimonio genetico e identità.

Hustvedt si avvale delle sue doti di professionista della scrittura per indagare ambiguità e preconcetti che emergono dai testi scientifici specialistici e divulgativi, presenta esperimenti neurologici e teorie filosofiche note e meno note con grande agilità e competenza, evidenziando come la preferenza per una visione rigida e immutabile del patrimonio genetico nasconda una concezione deterministica e soprattutto conservatrice; sotto le pretese di oggettività, queste teorie non appaiono solo culturalmente determinate, ma sono frutto di una visione del mondo ben precisa: «oserei dire che la nozione di fisso o cablato dev’essere molto più piacevole per chi è soddisfatto del proprio destino nel mondo» (ovvero il maschio bianco, suggerisce Hustvedt). Forse l’autrice esagera un po’ quando vede l’uomo presentato da Dawkins come «un inarrestabile robot maschio egoista, arrapato ed eterosessuale che non si fermerà davanti a nulla pur di diffondere il suo seme», ma se gli scienziati sono prevalentemente maschi e se la loro mentalità è frutto di una costruzione socio-culturale, è inevitabile che il loro pensiero ne risenta e la loro ricerca ne sia in qualche modo plasmata.

Al moderno meccanicismo Hustvedt oppone un approccio più costruttivista, ricordandoci come la consapevolezza dell’interazione mente-corpo e individuo-ambiente rivesta un’importanza crescente nella ricerca; in questo senso, la nostra natura di mammiferi – nati nel grembo materno prima che da esso, – e di animali sociali svolge un ruolo cruciale. È sempre più evidente che l’interazione tra madre (e/o figure parentali) e bambino nei primi anni di vita è fondamentale per lo sviluppo dell’individuo; anche qui niente di nuovo, si potrebbe dire – ma Hustvedt osserva che da importanti studi è emerso come una quantità impressionante di caratteristiche dell’individuo, non ultimo una fetta consistente della sua personalità, dipende proprio dallo stile di interazione tra madre e figlio. Non solo: certi traumi possono addirittura influenzare l’espressione del patrimonio genetico. Alcuni scienziati si sono spinti a ipotizzare che l’effetto placebo, uno dei fenomeni più misteriosi che riguarda la nostra mente, possa essere riconducibile a queste interazioni primarie: la mente innesca il meccanismo di guarigione perché associa la situazione (es. medico gentile che ci offre promettenti pillole rosa) ai ricordi inconsci di una situazione di benessere originaria derivata da un’interazione simile avvenuta con la figura materna. E che dire dei numerosi casi di cecità e di gravidanze isteriche? Anche in questi casi, pensieri, paure e desideri creano alterazioni importanti nelle funzioni corporee. La verità è che «non sappiamo come i fattori psicologici si relazionino a quelli neurobiologici. L’anello mancante è di enormi proporzioni». È evidente che la teoria computazionale della mente ne esce fortemente ridimensionata.

A questo proposito, Hustvedt propone un’interessante disamina degli esperimenti legati alla creazione di un’intelligenza artificiale, che finora si sono scontrati con una serie di fallimenti inequivocabili; nonostante l’ottimismo di molti scienziati, sempre pronti a giurare che la creazione di una macchina pensante pressoché indistinguibile dall’uomo sia dietro l’angolo. In realtà Hustvedt dimostra come questo traguardo sia di fatto lontanissimo. I robot sembrano ben lontani dal produrre forme di pensiero autonomo, e men che meno provare emozioni – che forse hanno un ruolo più importante del previsto nella produzione e articolazione del pensiero. D’altro canto, l’importanza dei tropi e in particolare delle metafore (già individuata da Vico, che le radicava nelle nostre esperienza corporee) nell’articolazione del pensiero è sempre più chiara. Hustvedt cita anche filosofi e studiosi come Maturana e Varela e Simone Weil, secondo la quale la realtà non esiste a prescindere, ma è plasmata dalle nostre percezioni. Se davvero la nostra mente funzionasse come un computer, se il nostro pensiero fosse assimilabile a mero calcolo razionale, dovrebbe essere possibile produrre macchine intelligenti. A quanto pare non è così – il che semina ulteriori dubbi sull’attendibilità del modello computazionale della mente, giudicato un’eccessiva semplificazione.

Nella ricerca di una nuova razza immortale e asciutta, senza inizio e fine, nascita e morte (recentemente esemplificata anche da Don DeLillo nel romanzo Zero K), Hustvedt legge un rifiuto, se non una paura, del corpo mortale che corrisponde al rifiuto/paura della donna nella tradizione culturale occidentale, e stabilisce un’equivalenza tra mente razionale e uomo da un lato, e corpo impuro e donna dall’altro. Viene da chiedersi però come giustifica l’autrice la tradizione trobadorica e stilnovista nella cultura occidentale: forse un tentativo dell’uomo di riscattare (o negare?) il principio femminile astraendolo dal corpo impuro e caduco e attribuendogli una valenza salvifica (vedi Dante con Beatrice?). La questione è affascinante e certamente complessa.

In alcune delle pagine più suggestive del libro, H. indaga ulteriormente il significato del binomio puro/impuro e ripropone le tesi dell’antropologa Mary Douglas in Purezza e Pericolo, che collega il concetto all’idea di confine: «l’inquinamento si manifesta quando i confini di una qualsiasi struttura, forma o corpo sono minacciati in quei luoghi minacciosi e indefiniti». Viene da pensare: quella del superamento dei confini – geografici e non solo – non è forse la grande paura del nostro tempo? È chiaro che se un essere umano potesse essere «disincarnato, tradotto e riprodotto sotto forma di informazione» queste preoccupazioni verrebbero placate. Questo distillato asciutto di umanità non coincide forse con un’idea di anima? «Un’anima per una nuova era», finalmente priva dal timore di contaminazione che ha plasmato il cristianesimo paolino ed è arrivata fino a noi passando per Cartesio. Chissà cosa ne penserebbero grandi scrittori di fantascienza come Philip K. Dick, che hanno contribuito a forgiare il nostro immaginario anche per quanto riguarda il rapporto tra corpo, mente e anima. Da questo punto di vista Hustvedt è forse un po’ evasiva, limitandosi a citare gli esempi cinematografici più famosi (L’invasione degli ultracorpi e 2001 Odissea nello spazio), ma che dire per esempio di film come Matrix e serie tv come Black Mirror e Westworld, al contempo specchio e laboratorio culturale di queste idee? Pur non prendendo in considerazione queste serie tv il saggio di Hustvedt (uscito nel 2016, lo stesso anno della messa in onda della prima stagione di Westworld) ha l’importante merito di fare il punto su alcuni snodi fondamentali della cultura del nostro tempo, adottando un approccio interdisciplinare ma allo stesso tempo rigoroso e aperto a stimoli diversi. «Le mie stesse opinioni sono soggette a una revisione continua» ammette. Ma «la disponibilità al ripensamento non significa incapacità di discriminazione […]. Significa considerare con attenzione le prove che contraddicono quello che davi per scontato. Significa rimescolare di continuo le acque. […] Senza il dubbio non potrebbe nascere nessuna idea, nessuna opera d’arte e, anche se può spiazzare, è nondimeno molto entusiasmante».

http://www.einaudi.it

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Impero fasullo

Tom Drury, Pacifico, tr. Gianni Pannofino, NN editore, pp. 248, € 18,00 stampa

recensisce SARA TOSETTO

Tiptoe through our shiny city
With our diamond slippers on […]
Turn the light out, say goodnight
No thinking for a little while
Let’s not try to figure out everything at once
It’s hard to keep track of you falling through the sky
We’re half awake in a fake empire

Fake Empire, The National

Chi l’ha detto che il sequel è sempre inferiore all’originale? Nel caso di Pacifico, terzo volume della trilogia della Grouse County, si potrebbe addirittura dire che il meglio arriva alla fine.

Del resto, chi ha letto almeno uno dei due volumi precedenti ha avuto modo di affezionarsi ai personaggi, conosce il loro passato, i drammi piccoli e grandi che ne hanno plasmato le esistenze; ora Tom Drury si (e ci) prepara a congedarci da loro, allargando lo sguardo oltre il territorio immaginario del Midwest dove ha ambientato le vicende della trilogia. È un libro di partenze reali e immaginarie, Pacifico, e proprio per questo pervaso da una sottile vena elegiaca, per quanto sempre ruvida e rassicurante come un buon vecchio pezzo indie rock.

Micah Darling, il figlio quattordicenne del poco di buono Tiny e dell’attrice Joan Gowan (due personaggi che, se questo libro fosse un film, vincerebbero l’Oscar come migliori attori non protagonisti), accetta di separarsi dal padre e dall’amatissima sorella Lyris per seguire la madre a Los Angeles; lì lo attendono una nuova famiglia, il primo amore, e soprattutto la California, estremo confine della Frontiera USA e luogo simbolo del sogno americano. Tom Drury riesce nel miracolo di farci vedere la lenta luce azzurra della West Coast, con le sue enormi città vuote durante il giorno, il deserto dietro l’angolo, le colline battute dagli elicotteri che proiettano a terra “raggi di argento puro, come se procedesse[ro] sui trampoli”, le eccentriche scuole d’élite con i loro assurdi divieti e, naturalmente, il Pacifico. È lì, dove finisce l’America, che finiscono tutte le storie: non solo le aspirazioni frustrate di attricette di Hollywood come Charlotte e Joan (e dei loro surreali spasimanti: come lo sceneggiatore Gray e la coppia quasi beckettiana di Doc e Dalton) ma idealmente anche i sogni e le vite dei personaggi rimasti nel Midwest. Grazie alla magia della scrittura di Drury, il dettaglio concreto si fa continuamente metafora e viceversa (un trucco che riesce solo parzialmente nei primi due volumi della trilogia e pienamente solo in quest’ultimo); il gioco di corrispondenze è infinito, ed è uno dei piaceri che offre la lettura di Pacifico. Così il fiume che osservano Charlotte e Micah si rivela il fiume del tempo e della giovinezza, mentre l’alluvione che poco dopo sommerge Los Angeles portando tutto con sé nel grande oceano diventa il corrispettivo della discarica dove Tiny getta pezzi di vite e ricordi della Grouse County. Le vecchie generazioni se ne vanno, le nuove lottano per la propria identità, e quelle di mezzo si ritrovano a fare i conti con entrambe: è il caso di Louise, che rischia di rimanere intrappolata nel passato anche a causa della maternità dolorosamente mancata – un immobilismo simboleggiato anche dal suo negozio dell’usato.

D’altro canto, c’è chi ha un ruolo sorprendente ancora da giocare, come quel poco di buono di Tiny Darling, che paradossalmente dona al figlio in partenza per la California un insegnamento più rivoluzionario di quanto sembri: “Non farti mai la carta di credito”. Tiny funge anche da ponte tra Micah e un’altra figura chiave di questa storia, una fantastica new entry nella Grouse Country, ovvero Sandra Zulma, novella Don Chisciotte che crede di vivere in un mondo dove i miti celtici e le saghe irlandesi sono reali. Le avventure della ragazza ci spingono a chiederci, per l’ennesima volta, se e come le storie (e forse la letteratura) ci possano salvare. Indimenticabile la scena in cui Sandra minaccia con una vera spada l’ex amico d’infanzia Jack, divenuto falsario di manufatti celtici, dicendogli: “Di’ che le storie sono vere”. Sandra funge anche da contrappunto alla figura di Micah, cui la lega una sottile rete di corrispondenze che potete divertirvi a rintracciare nel testo. La ribellione dei due ragazzi è simile: sempre in bilico tra tragedia e farsa, entrambi rifiutano la finzione e l’ipocrisia del fake empire americano, la tirannia del pensiero unico, del conformismo e del denaro (dopotutto, la California è stata importante anche per la controcultura degli anni 50-60); le conseguenze dei loro gesti, però, saranno molto diverse. Perché? A voi scoprirlo nello splendido, luminoso finale.

(Di Tom Drury PULP Libri ha anche recensito La fine dei vandalismi.)

http://www.nneditore.it

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Una Tokyo di corpi e rovine

Hideo Furukawa, Tokyo Soundtrack, tr. Gianluca Coci, Sellerio, pag. 759, € 18,00 stampa, € 11,99 ebook

recensisce SARA TOSETTO

Hitsujiko ha solo 4 anni e mezzo quando il mondo tenta di ucciderla; ne ha 10 quando decide che è ora di rispondere colpo su colpo. “Scuotere il mondo dalle fondamenta. Distruggendolo… Ci riuscirò un giorno, lo giuro!”.

Non si tratta di vuoti proclami. Sopravvissuta al suicidio della madre, che una notte si lancia da un piroscafo con lei in braccio, Hitsujiko naufraga su un’isola disabitata insieme a un altro bambino poco più grande di lei, Touta, che diventa il suo inseparabile protettore e fratello maggiore; anche lui è sfuggito alla morte per acqua, ed è stato privato di genitori e identità. Quell’esperienza precoce a contatto con le forze primordiali della natura – i due bambini riusciranno a sopravvivere per qualche anno prima che qualcuno li riporti alla civiltà – lascerà in loro semi invisibili (quasi dei “superpoteri”) ma destinati a schiudersi con violenza, proprio come le piante e le uova degli insetti esotici che stanno invadendo la Tokyo ormai tropicalizzata di questo presente alternativo.

L’arma di Hitsujiko è il movimento assoluto: durante un terremoto sull’isola, la ragazzina ha interiorizzato una sensazione di feroce libertà, che imparerà a riprodurre in una danza capace di destabilizzare profondamente chiunque la veda, liberandone le ossessioni inconsce. Touta invece all’occorrenza sa trasformarsi in una terribile macchina da guerra – ma solo per proteggere le persone a cui tiene; è una creatura puramente istintuale, guidata dal sesso e da un sesto senso quasi animale: non a caso odia la musica (qui metafora di ciò che è astratto, non si può vedere e toccare), e sogna di ridurre Tokyo al silenzio. A loro si aggiunge Leni, giovane immigrato/a di sesso indefinito libero/a dai condizionamenti del gender, che per vendicare il suo amico corvo – sì, dopo aver letto questo libro guarderete con occhi diversi questi pennuti – mette a soqquadro i sotterranei di Tokyo. Anche la sua arma è fatta di immagine, istinto, movimento: è una cinepresa portatile, che assomiglia vistosamente a una pistola.

La satira allegra e feroce di Furukawa dipinge una Tokyo in rapido mutamento (o meglio, mutazione) che sta letteralmente crollando dalle fondamenta (Furukawa immagina che il sottosuolo della città sia abitato da un’antica popolazione che si prepara all’invasione); una metropoli colonizzata dagli immigrati e aggredita da virus mutanti dove i giapponesi non sanno far altro che chiudersi in un nazionalismo esasperato, tra ronde violente e quartieri per soli giapponesi purosangue (dove addirittura per risiedere occorre il certificato di nascita), o rifugiarsi nella superstizione, tra megalotterie e indovini. Forse solo i tre protagonisti possiedono gli anticorpi necessari ad affrontare e in qualche modo a guidare il cambiamento, proprio perché privi dei condizionamenti che hanno sclerotizzato la società; o forse sono forze distruttrici, messaggeri del caos primigenio e della natura selvaggia tornata a riprendersi Tokyo (e il mondo)? Una cosa non esclude l’altra, e il finale resta aperto.

Tokyo soundtrack, uscito in Giappone nel 2003 e solo oggi tradotto dall’ottimo Gianluca Coci, è ricco di echi letterari, giapponesi e non; se le puntuali note del traduttore chiariscono talvolta i primi, il lettore occidentale riconoscerà le seconde deformate o rovesciate come in una casa degli specchi. Si incontrano riferimenti al Signore delle mosche in “salsa Furukawa” – solo che il fatidico maiale qui appare simbolo di forze primigenie non tanto maligne quanto prive di segno; si trova un condominio dal sapore ballardiano – dove però gli scarti della società si sono riorganizzati in modo molto diverso e tutt’altro che misogino: come in Ballard, all’ultimo piano abita l’architetto – solo che si tratta dell’enigmatica e irresistibile prostituta Pierce, forse destinata a diventare l’imperatrice della nuova Tokyo fatta di corpi e rovine. D’altro canto, la sessualità fluida e camaleontica di Leni non può non far pensare a Orlando di Virginia Woolf. Non manca una curiosa rivisitazione del tradizionale legame tra cinema e il mito della caverna di Platone, a beneficio di un’intera popolazione di corvi.

A volte l’immaginario di Furukawa si fa apertamente fumettistico e kitsch, con veri e propri sketch visivi che sembrano tratti da manga o anime popolari e tocchi steampunk; certo è che l’autore giapponese, spesso accostato a Murakami, è certamente un visionario ben più radicale del suo “maestro”: se alcune delle sue trovate sono davvero geniali (come il pullman notturno che smista gli immigrati), all’occorrenza non esita a tradire le esigenze narrative per indulgere a immagini bizzarre e quasi infantili, dando vita a più di qualche lungaggine e scena stucchevole. Proprio come i suoi personaggi, Furukawa presta un’attenzione tutta speciale agli aspetti visivi, soprattutto alle forme di coscienza apparentemente più semplici e istintive, come quella di bambini e animali; sono questi i temi che in seguito svilupperà felicemente nel suo romanzo finora più fortunato, che l’ha fatto scoprire anche da noi, ovvero il sorprendente Belka (uscito in Italia nel 2013), la storia di una dinastia di cani raccontata dal loro punto di vista.

D’altro canto, la profonda critica alla società giapponese, bloccata, ipocondriaca e sessuofobica ricorda molto quella della Natsuo Kirino (non a caso firma uno dei blurb in copertina) di Grotesque e le Quattro casalinghe di Tokyo, dove forme estreme e grottesche di sesso e violenza sembrano le uniche vie di fuga.

Una voce affascinante della letteratura contemporanea, Furukawa ha in Tokyo Soundtrack il suo romanzo seminale. “È da qui che comincia il canto”, scrive l’autore nella prefazione all’edizione italiana – e noi speriamo di tornare a sentirlo al più presto.

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Caccia alle streghe in Moravia

22 gennaio 2018

Kateřina Tučková, L’eredità delle dee. Una misteriosa storia dai Carpazi Bianchi, tr. Laura Angeloni, Keller, pp. 416, euro 20 stampa

recensisce SARA TOSETTO

Caso letterario in Repubblica Ceca, il romanzo di Kateřina Tučková è ispirato a vicende reali, che affondano le radici nella storia ancestrale della Mitteleuropa. Nella zona della Moravia che comprende i Carpazi Bianchi, al confine tra le odierne Repubblica Ceca e Slovacca, almeno dal 1600 è attestata la presenza di un gruppo di donne che operano una sintesi di pratiche magiche e religiose “includendo nei rituali magici anche il Dio cristiano”. Per questo venivano chiamate bohyně (dee): conoscevano la bohování (da bůh, Dio), l’arte della divinazione e dell’insieme dei consigli che si basano su di essa. Una pratica che “consiste nel pregare Dio perché ciò che il soggetto desidera si avveri”.

Queste donne sapevano curare molte malattie, predire il futuro interpretando la cera rappresa nell’acqua, e non da ultimo fabbricare filtri d’amore o scacciare le tempeste, a seconda delle diverse specializzazioni di ognuna. Non stupisce che il clero le avesse subito tacciate di stregoneria, accanendosi su di loro anche a causa dell’autorità e del credito che godevano presso la popolazione. Ma come scoprirà la protagonista, qualche dea era una vera bosorka, una fattucchiera dai poteri nefasti cui rivolgersi quando si voleva fare del male a qualcuno.

Nella fiction, l’ultima erede di questa affascinante stirpe è la giovane Dora Idesová, che ha scelto di dedicarsi allo studio delle dee anche per ricostituire il legame con la sua infanzia nel paesino di Žítková con l’amatissima zia Surmena, una delle ultime grandi dee, nonché colei che l’ha cresciuta dopo la tragica morte dei genitori. Negli anni Novanta, l’apertura degli archivi della polizia segreta comunista consente a Dora di fare luce sulla fine della donna; perseguitata dal regime a causa della sua attività di guaritrice, che veniva considerata dal comunismo una pratica oscurantista e truffaldina, Surmena fu vittima di un accanimento che ha dell’incredibile.

L’indagine non fa che accrescere le perplessità di Dora: che cos’ha fatto quella vecchia tranquilla e saggia per scatenare una tale furia persecutoria nei suoi confronti? Nella sua indagine la protagonista si ritrova svelare il cuore oscuro del suo paese e dell’Europa intera: prima del Comunismo, infatti, le dee avevano suscitato anche l’interesse, di segno ben diverso, dei nazisti. E come spesso accade, dietro il volto impersonale del potere si celano le miserie e gli egoismi dei singoli.

Il romanzo alterna la riproposizione di materiali d’archivio – che, come dice l’autrice stessa nella nota finale, “sono inventati, ispirati però a del materiale esistente” – al racconto delle vicende personali di Dora, di fatto impegnata in una ricerca identitaria tout court. Incapace di abbandonarsi alle superstizioni che fanno parte del suo retaggio familiare ma scettica nei confronti del materialismo comunista in cui è cresciuta, fedele all’infanzia bucolica con la zia ma incapace di perdonare il padre, vero orco della sua infanzia, Dora cerca faticosamente di trovare un po’ di autentico calore umano, prima ancora che il vero amore, nella provincia bigotta come nell’anonima Brno, incarnando le contraddizioni di un paese sospeso tra un passato atavico e un futuro incerto.

Al contempo, L’eredità delle dee ci spalanca a ogni pagina un mondo di incantesimi, passioni e maledizioni che per certi versi appare ben più reale dei nostri tempi grigi e anonimi, ma sempre vivo e pronto a inghiottirci con la verità crudele delle fiabe. Il gioco sottile tra realtà e fantasia, invenzione e storia, si pone efficacemente al servizio di una narrazione che procede lenta e sinuosa come la Moldava, ma che non risparmia colpi di scena fino all’ultimissima pagina.

https://www.kellereditore.it/

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Lei canta il corpo elettrico

5 gennaio 2018

Naomi Alderman, Ragazze elettriche, tr. Silvia Bre, Nottetempo, pp. 446 , euro 20 stampa, euro 10,49 ebook

recensisce SARA TOSETTO

È di pochi giorni fa la notizia che Ragazze elettriche dell’inglese Naomi Alderman (titolo originale The Power) è tra i migliori libri dell’anno per il New York Times. Alderman, che nel 2017 ha vinto il Baileys Women’s Prize for Fiction, non è nuova ai riconoscimenti letterari (tra l’altro, è stata inclusa nella prestigiosa lista della rivista Granta tra i migliori giovani scrittori britannici), né è sconosciuta all’editoria italiana: tutte le sue opere sono state tradotte da Nottetempo, compreso il bel Disobbedienza (una storia di amore omosessuale femminile all’interno della rigida comunità ebraica londinese).

Leggendo la quarta di copertina di Ragazze elettriche si scopre subito l’ipotesi alla base del romanzo: che cosa succederebbe se a un certo punto le donne sviluppassero la capacità di emanare scariche elettriche dalle mani? A qualcuno potrà sembrare un presupposto poco convincente: davvero nei rapporti di potere tra uomo e donna è tutta una questione di forza fisica? E poi, perché proprio l’energia elettrica? Di primo acchito sa di escamotage degno della fantascienza più cheap. Ben presto ci si accorge che non è così. Dopotutto i nostri pensieri sono guidati da impulsi elettrici, e spesso anche i nostri problemi fisici ne sono condizionati; con l’elettricità trasmessa nei punti giusti è possibile infliggere una tortura terribile (o presumibilmente ottenere effetti curativi) e persino controllare l’erezione maschile (il che rende teoricamente possibile per una donna violentare un uomo).

Pensiamo al “corpo elettrico” cantato da Walt Whitman – e anche che il suo Foglie d’erba veniva ostracizzato non tanto per i contenuti omosessuali, bensì per aver osato affermare che le donne avessero desideri sessuali al pari degli uomini (era già il 1855) – ma anche al fiorire di studi sull’elettricità, che a partire dall’800, ha affascinato personaggi come Benjamin Franklin, Nikola Tesla, o la stessa Mary Shelley con il suo Frankenstein. A quanto ne sappiamo, potrebbero essere state anche le scariche elettriche dei primi temporali a creare la vita dal brodo primordiale. Del resto, in natura, un organo capace di emettere impulsi elettrici (come quello che sviluppano le donne nel romanzo) non è una stranezza, come testimoniano alcune specie di anguille.

Eppure nel libro questa mutazione del genoma umano femminile reca conseguenze sconvolgenti per l’ordine mondiale, portando a una inversione totale dei rapporti di potere uomo-donna, destinati a rimanere tali per migliaia di anni. Da decenni i dibattiti sui diritti delle donne e il femminismo non erano così diffusamente sotto i riflettori come nel 2017: basti pensare allo scandalo delle molestie sessuali che ha valso alle donne che li hanno denunciati la nomina a Person of the year secondo la rivista Time, ma prima ancora alla fortunata serie tv tratta dal Racconto dell’ancella, distopia tutta al femminile di Margaret Atwood, che pure risale al lontano 1985. Non a caso, Ragazze elettriche gode del sostegno e della benedizione di Atwood, dalla dedica allo strillo in copertina, che nell’edizione Penguin recita, molto appropriatamente, “Electrifying!”. Certamente questo libro avrebbe fatto la gioia di una grande scrittrice femminista come Angela Carter.

Eppure, al di là degli inevitabili paragoni, questo non è un libro “femminista”, bensì un libro sul potere. Forse più che nel Racconto dell’ancella, anche Alderman in Ragazze elettriche (sottotitolato: “Un romanzo storico”) fa un uso affascinante della cornice, ponendo in apertura e a suggello del testo firmato Neil Adam Armon (chiaramente un anagramma incompleto di Naomi Alderman) uno scambio di mail tra lo storico autore del romanzo e (si intuisce) la famosa scrittrice Naomi Alderman, cui Armon si rivolge umilmente per un giudizio sul testo. Dal loro scambio di mail capiamo che il mondo in cui vivono è circa 5000 anni successivo al nostro, e che i rapporti di potere uomo-donna sono decisamente e solidamente invertiti – al punto che immaginare una società in cui siano gli uomini a fare i poliziotti appare poco credibile; la Naomi fittizia, che sotto il suo atteggiamento sottilmente paternalistico nei confronti di Neil cela un certo scetticismo, teme addirittura che il pubblico scambi la storia per pornografia di bassa lega.

In poche righe, vengono messi a nudo schemi e abitudini mentali del nostro tempo di cui forse non siamo completamente coscienti: basta l’accenno alla “letteratura maschile” per pensare al ghetto della “letteratura femminile”, fino alla parte finale, con la scrittrice che propone un incontro al collega per parlare del libro faccia a faccia (come non pensare a un possibile tentativo di seduzione – o magari molestia – in arrivo?) e gli suggerisce addirittura di pubblicarlo sotto uno pseudonimo femminile.

Ad ogni modo, è soprattutto la trama ad affascinare sempre più il lettore e a catturarlo, pagina dopo pagina, in un crescendo di suspense (specie nella seconda parte). Al cuore del romanzo c’è una metafora semplice ma cruciale come il titolo: in inglese l’energia elettrica e il potere sono designati dalla stessa parola, power (cosa che inevitabilmente si perde nella traduzione italiana, anche se ci si può arrivare facilmente). Potere ed energia elettrica si comportano allo stesso modo: partono da un centro e si ramificano rapidamente verso la periferia, e altrettanto rapidamente tornano al punto di partenza. Non a caso, il simbolo del nuovo movimento riprende l’antico simbolo religioso femminile della Mano di Fatima, comune a cristiani e musulmani: una mano aperta, metafora della ramificazione del potere e dell’energia elettrica, con un occhio che tutto vede al centro del palmo e le ramificazioni che simboleggiano più direttamente la scossa elettrica, nonché le ferite che il potere di “dare la scossa” infligge sugli arti delle vittime.

Proseguendo nella lettura e nella riflessione, questi motivi vanno arricchendosi di ulteriori significati: la mano-albero-scossa ricorda anche l’albero del bene e del male di Eva, la prima donna. Non è un caso che la nuova profetessa religiosa destinata a sconvolgere l’ordine mondiale scelga questo nome, guidata da una misteriosa, infallibile “voce”. Nel nuovo ordine, anche il primordiale gesto di Eva cambierà di segno, riproponendoci le eterne domande sulla differenza tra il bene e il male. Con una nuova consapevolezza: solo chi ha il potere può decidere chi è il peccatore – e anche se abbattere l’albero stesso del potere e della morale, dando il via a un nuovo Medioevo. Il libro racconta come questo nuovo potere delle donne pian piano sconvolga gli equilibri globali, portando a movimenti religiosi destinati a causare una sorta di rifondazione della Chiesa, e a nuove incarnazioni del potere politico. Politica e religione avranno le loro profetesse.

E il quarto potere, l’informazione? Uno dei personaggi più belli del libro è senz’altro il giornalista nigeriano Tunde (non a caso, un ragazzo delle periferie del mondo, capace di sfruttare la sua occasione in un momento di grandi cambiamenti), che avrà un ruolo importante nella fondazione del nuovo ordine – anche se non quello che si era aspettato. Come nasce e si consolida il potere – qualsiasi forma di potere, da quello religioso a quello politico? “‘Perché l’hanno fatto […]?’” Si chiedono a un certo punto due personaggi del libro. “‘Perché potevano’. Quella è la sola risposta che ci sia”. E ancora, come nasce una religione? Chi è e come nasce un leader destinato a cambiare il mondo? Si scoprirà che quasi sempre è qualcuno che ha molte cose da nascondere; così come i grandi imperi hanno le radici nel fango e segreti inconfessabili tra i rami. Qual è il posto per l’amore, in un mondo che cambia in questo modo?

Ma soprattutto: davvero un mondo dominato dalle donne sarebbe così diverso, o addirittura migliore (o peggiore) di quello dominato dagli uomini? Ragazze elettriche risponde a tutte queste domande con grande intelligenza, originalità e buona scrittura.

https://www.edizioninottetempo.it

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