Tutti gli articoli di Roberto Sturm

Maestro del racconto

Andre Dubus, Adulterio e altre scelte, tr. Nicola Manuppelli, Mattioli 1885, pag. 248 €16,00

recensisce ROBERTO STURM

Andre Dubus ha pubblicato sempre racconti, a parte un’eccezione a inizio carriera, per sentirsi più libero nei tempi di scrittura e per non avere scadenze pressanti.
Poter scrivere in modo indipendente è ciò che mi permette di affrontare il mio lavoro ogni mattina. Se dalla scrittura dipendessero le mie condizioni di vita così come le aspettative di un grosso editore, dubito che riuscirei ad andare avanti. Come i poeti, noi scrittori di racconti viviamo in un mondo più sicuro. Non dobbiamo venderci a nessuno, non dobbiamo affrettarci a scrivere per nessuno; il nostro solo debito è contro noi stessi e verso quelle storie che vivono da qualche parte, dentro di noi, fino a quando non decidiamo di metterle per iscritto.

La dichiarazione dello scrittore non potrebbe descrivere meglio quello che troviamo nella sua narrativa: i suoi racconti scavano dentro di lui e di conseguenza nel lettore. Soffriamo con i personaggi, ci ritroviamo nei loro stati d’animo, nel loro lento ma inesorabile cammino verso il punto di non ritorno. È difficile non ripetersi recensendo Dubus, perché i capisaldi della sua letteratura, le qualità dei testi sono evidenti. Adulterio e altre scelte, in uscita in libreria proprio oggi e che sarà presentato nell’ambito di Più Libri Più Liberi l’8 dicembre, è la seconda antologia che ha pubblicato, apparsa nel 1977, l’ottava che appare in Italia – sempre edita da Mattioli 1885. Nonostante ci sia qualche pausa rispetto ai suoi lavori successivi, un ritmo non sempre omogeneo, qualche descrizione in cui si dilunga un po’, sono presenti, nel volume, passaggi e racconti assolutamente straordinari, che varrebbero da soli la lettura.

Dubus non scrive per il lettore ma per se stesso, e per questo paradossalmente coinvolge maggiormente i lettori, indagando persone che gli/ci somigliano, in cui mette molto di personale, personaggi che lo fanno piangere – come afferma lui stesso – quando fanno qualcosa che non gli piace. Amore, fede (che l’autore statunitense vede come amore per il prossimo), dovere, tradimenti, cadute e risalite sono raccontati nei minimi particolari, nei dettagli degli oggetti che ci circondano e dei cambiamenti di stato d’animo. Non troveremo mai particolari troppo precisi degli spazi esterni, dei paesaggi geografici nella letteratura di Dubus, ma un’incessante rappresentazione degli spazi interiori dei personaggi, della loro disperata ricerca di amore, della necessità di convivere con qualcun altro, del loro continuo desiderio di riscatto. La ricerca della felicità passa inesorabilmente per l’amore, che sia per Dio, per la patria, per un genitore o per il partner cambia poco.

L’antologia è divisa in tre parti. Nella prima Dubus ci parla dell’infanzia e del rapporto coi genitori e con la fede, della nascita dei primi rapporti interpersonali al di fuori della famiglia. Nella seconda troviamo protagonisti adolescenti che virano verso la maturità, uomini e donne che s’incontrano e si amano, l’esercito, che in quel periodo storico rappresentava un punto di riferimento sociale e lavorativo per tanti, e di come fosse vissuto in maniera diversa dagli uomini e dalle donne. Infine ci racconta della piena maturità, un momento in cui molte certezze cadono, sia religiose che sentimentali, e ci ritroviamo spesso di fronte a un ignoto che ci spaventa.

«Adulterio» è il racconto più lungo dell’antologia, direi quasi una novella, e più riuscito, con momenti in cui il lettore si sentirà rapito dalla storia e dai sentimenti che diffonde. Edith, dopo che il marito Hank l’ha tradita con una sua studentessa e le ha detto che non ritiene l’uomo un animale monogamo, ha diverse relazioni. Il suo attuale amante si ammala, e lei, con il marito a conoscenza della situazione, lo va a trovare ogni sera per accudirlo nelle sue ultime settimane di vita. Edith ama ancora il marito, e i suoi tradimenti sono nati dal fatto che Hank ha distrutto, con le sue parole e il suo comportamento, la sua visione idealistica dell’amore, ma ama anche Joe. In un crescendo drammatico, dove Joe peggiora sempre di più e la incalza sui motivi per cui lei stia ancora con il marito, la donna comincia a interrogarsi sulla propria esistenza e nel finale, commovente e tragico, troverà la forza di redimersi ai propri occhi. La vita militare nei marines è raccontata anche dal punto di vista femminile – prospettiva che Dubus ha tenuto sempre in forte considerazione – in «Andromaca», dove Ellen è la moglie di uno di loro. Vivere sempre con il timore che tuo marito possa non tornare – evento che qualche volta accade – condiziona l’esistenza di tutte le donne dei marines, i loro discorsi e le loro abitudini. Ed è «Rimorso» che completa il trittico dei racconti più riusciti; in esso Paul, un ragazzino di dieci anni, ha un rapporto difficile con un padre che, nonostante i numerosi malintesi ed equivoci, ama e da cui sa di essere amato.

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Il triangolo no

Gaja Cenciarelli, La nuda verità, Marsilio, pp. 247, €16,50 stampa, €9,99 ebook

recensisce ROBERTO STURM

Non è il primo romanzo di Gaja Cenciarelli che leggo. Romana, insegnante, scrittrice e traduttrice, nel 2011 ha pubblicato Sangue del suo sangue, romanzo che mi aveva colpito per la capacità dell’autrice di fornire un punto di vista alternativo sul terrorismo di sinistra. Lo stile semplice e lineare, la capacità di mantenere un’invidiabile omogeneità narrativa, il lavoro – evidente – sui dialoghi, la mancanza di passaggi superflui, la padronanza nell’uso degli strumenti letterari, mai una parola non necessaria: sono queste le qualità principali della Cenciarelli che ritroviamo, ancora migliorate, anche nella La nuda verità, edito a settembre da Marsilio.

Un romanzo noir, di denuncia sociale, d’introspezione psicologica o d’amore? Tutti e nessuno. Credo che La nuda verità sia un romanzo che vada al di là di qualsiasi genere, di ogni classificazione: se ne ha una è «un bel romanzo». L’architettura della storia è ben studiata, gli ambienti definiti con poche ma precise parole che fanno rimanere dentro la narrazione, i personaggi – che non vorremmo essere, ma ci accorgeremo prima o poi che in ognuno di loro c’è un po’ di noi stessi – sempre vivi e detestabili; l’amore e l’odio, i sentimenti che regolano le nostre esistenze, raccontati senza filtri, senza quel finto pudore che ne nasconde, spesso, l’enorme potenzialità e spietatezza. Siamo capaci di tutto per amore, ci umiliamo, ci prostriamo, ci disperiamo, ci mettiamo in situazioni imbarazzanti che mai avremo pensato di vivere. L’amore può essere crudele quanto e più dell’odio, la gelosia può distruggerci.

Donatella è un’oncologa molto stimata, una professionista a cui molti si rivolgono in momenti drammatici. Se nulla si può dire della sua professionalità, la sua mancanza di empatia e di umanità è totale. Detesta i colleghi e i pazienti che chiedono una parola di conforto, di speranza, non ha amici e non dorme mai nuda perché non ha la minima intimità col suo corpo. A quarantacinque anni non ha avuto ancora il coraggio di fare sesso, prova ribrezzo al solo pensiero.

A una festa di compleanno di una collega conosce Stefano, un uomo affascinante, colto e smaliziato che commercia in vini. Lui l’avvicina ma Donatella, come suo solito, fugge. Stefano non demorde, e nonostante il suo esserci e non esserci, lo scomparire per settimane, l’ammissione di scopare con altre donne, il fatto di non assicurare Donatella del suo amore, entra nella sua vita.

Francesca è la segretaria dello studio privato di Donatella, che non resta insensibile al fascino di Stefano. Ha bisogno di lavorare, è una ragazza madre che vive con la madre, e vede in Stefano, anche se sa della relazione con la sua datrice di lavoro, un uomo con cui sistemarsi e dare a se stessa e alla figlia una possibilità di una vita agiata. Stefano non fa mistero di corteggiare entrambe, e la situazione tra le due donne diventa sempre più esplosiva.

L’ultima protagonista, Catia Capriati, entra in scena a narrazione inoltrata, dopo che Stefano, più volte, ne annuncia la presenza. È lei il filo che unisce gli altri personaggi, che usa Stefano come uno strumento per i propri scopi il quale, a sua volta, usa le altre due donne.

Una storia losca con colpi di scena che tengono la tensione alta, personalità che mano a mano si definiscono in maniera compiuta. Un romanzo che unisce l’evasione al mistero, la buona narrativa alla denuncia sociale, la psicologia alla Simenon alla disperazione umana. Un romanzo a cui non manca niente.

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Una strana coppia

Karl Geary, Montpelier Parade, tr. M. Bentini, Playground, pp. 234, €17 stampa

recensisce ROBERTO STURM

Sonny è un adolescente solitario, il più piccolo di quattro fratelli di una famiglia povera che deve fare salti mortali per sbarcare il lunario. La madre, casalinga, è una donna dal carattere rancoroso, indurita da una miseria che sembra non avere fine; fuma e sbriga le faccende di casa lanciando continui strali contro il marito. Tutta la famiglia, escluso Sonny, è coalizzata contro il padre: l’uomo infatti riesce a sprecare nella sala scommesse quel poco che guadagna con lavori saltuari.

Vera è una signora quarantenne della borghesia, che si è trasferita a Dublino dall’Inghilterra. Elegante, solitaria e aristocratica nei modi ma depressa, vive in una grande casa in un quartiere residenziale. La donna incarica il padre di Sonny di risistemare il muretto fuori casa e lui chiede al figlio di aiutarlo: il sedicenne scopre un mondo di cui non sospettava l’esistenza. Mobili di pregio, spazi sterminati, utensili raffinati e soprattutto libri su libri riempiono gli occhi del ragazzo. Da tempo, il pomeriggio lavora in una macelleria sperando di mettere da parte i soldi per andarsene, ruba pezzi di biciclette per assemblarne una tutta sua, non ha il coraggio – o meglio la sfrontatezza – di approfittare sessualmente di una sua coetanea, Sharon, che ha rapporti con uomini più grandi per procurarsi qualche pacchetto di sigarette o qualche soldo da spendere.

Non è una ragazzina del suo stesso quartiere che lo farà uscire dalla sordida esistenza che sente di vivere, pensa Sonny; così lascia la sua dipendenza dall’alcol, dalle sale cinematografiche, per iniziare a dipendere da Vera. È la vita della donna che lo interessa, piena di libri e di arte, di gite in macchina, amore e sesso. Lei contraccambia il suo affetto, ma gli dice che non potrà che fargli del male perché soffre di una malattia che sta distruggendo tutti i suoi organi interni. Ogni tanto ha delle crisi, ingurgita interi flaconi di pasticche per poi perdere coscienza.

Ma la verità non è mai quella che sembra, e Karl Geary, scrittore esordiente irlandese, ci porta in una Dublino degli anni ottanta molto simile a una città del dopoguerra, dove la crisi economica è al culmine e dove si avvertono, forti, gli echi della politica neoliberista della Thatcher. A volte un romanzo colpisce per lo stile, per la raffinatezza della costruzione o l’eleganza del linguaggio. Non è il caso di Montpelier Parade, scritto senz’altro benissimo,  ma senza troppi orpelli e in modo lineare: è la storia, struggente e malinconica, crudele e pericolosa di Sonny e Vera, è il degrado dell’uomo sancito da un’economia che schiaccia i deboli, è un disgraziato scontro tra poveri, è la ricerca di riscatto da parte di un ragazzo che non vede alcuna luce alla fine del tunnel. È una donna che nasconde anche a se stessa un terribile, insostenibile segreto. È una vita che, senza amore, non ha senso. Né vie d’uscita.

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La tragedia dell’attore

Georges Simenon, Le persiane verdi, tr. Federica Di Lella e Maria Laura Vanorio, Adelphi, pp. 208, €19 stampa € 9,99 ebook

Georges Simenon (Liegi, 1903 – Losanna, 1989) è senza dubbio uno degli scrittori più prolifici del secolo scorso. Ha scritto circa duecentoventi romanzi, più altri testi sotto pseudonimo, con una qualità che si è mantenuta sempre a livelli altissimi. Quando si legge l’ultimo Simenon, si ha spesso l’impressione di aver letto il suo miglior romanzo, almeno così sembra a molti suoi lettori. Il suo nome è legato a quello di Maigret, personaggio che sarà portato sul piccolo e grande schermo da molti registi, ma a mio parere non è con i romanzi ispirati al Commissario che lo scrittore belga ha dato il meglio di sé.

Ancora giovanissimo si trasferisce a Parigi, dove riesce a vivere con le entrate che gli procurano i suoi scritti. La struttura delle trame, la capacità di rendere reali le ambientazioni, la credibilità dei personaggi, la profondità dello scavo psicologico e la spietata analisi della società rendono difficile pensare che Simenon riuscisse a scrivere un romanzo in meno di tre settimane; eppure è così.

Scritto nel 1950 tra il 16 e il 27 gennaio, durante il suo soggiorno in California, Le persiane verdi fu definito dal suo autore con queste parole: «Forse questo è il libro che i critici mi chiedono da tanto tempo e che ho sempre sperato di scrivere». Tocchiamo infatti l’apice del suo talento narrativo con un testo che più degli altri indaga nella psicologia dei personaggi, che ci offre un incipit di rara potenza evocativa ambientato in uno studio medico,  e narra una storia che a distanza di quasi settanta anni mantiene intatta la sua freschezza e la sua attualità; un romanzo scritto con uno stile essenziale che non deborda mai nell’autocompiacimento. I personaggi sono vividi, e non faticano a entrare nell’immaginario del lettore.

Maugin, il protagonista del romanzo, è un famoso attore al culmine del successo. Decide di farsi visitare da un luminare della medicina, il dottor Biguet, che ha in cura persone celebri e importanti di Parigi, per far valutare il proprio stato di salute. Ed è così che alla viglia del suo sessantesimo compleanno viene a sapere che ha un cuore di un settantacinquenne. Il medico cerca di rassicurarlo, ricordandogli che alcuni uomini di quell’età hanno ancora un discreto numero di anni da vivere, ma la notizia getta una nuova luce sulla sua esistenza. A Maugin piace bere, avere qualche avventura sessuale, fare una vita senza tanti limiti. La sua terza moglie, Alice, è una ragazza giovane che ha sposato nonostante fosse incinta di un altro uomo. Lei lo ricambia con gratitudine, con un amore incondizionato che passa sopra alle sue scappatelle.

L’attore ha un figlio di cui ha saputo di recente, frutto di una passata relazione con Juliette: Maugin era sparito all’improvviso e lei si era sposata con un impiegato che aveva accettato di riconoscere il bambino. Rimasta vedova, dopo che l’attore era diventato famoso, si era rifatta viva per chiedere un aiuto per il figlio che secondo lei era identico al padre. Apparentemente burbero e distaccato ma in fondo generoso, Maugin decide di aiutarlo e di conoscerlo anche se non lo vede sempre volentieri.

A un certo punto Maugin decide di abbandonare le scene, lasciare Parigi, e trasferirsi in Costa Azzurra con la moglie e il figlio Baba. Oltre a voler ritrovare l’intimità con sua moglie, sembra volersi allontanare dalla diagnosi infausta del dottor Biguet. La vicenda si ingarbuglia sempre più, Maugin è costretto a tornare qualche giorno a Parigi per discutere con la sua casa cinematografica che vorrebbe fargli girare altri film. È qui che si svolge il drammatico finale che, come sempre, Simenon costruisce con maestria portandoci dentro la tragicità della vita a poco a poco, tirandoci dentro in un crescendo di suspense. Uno spaccato dell’epoca raffinato e impietoso, personaggi comuni che mostrano tutte le loro debolezze.

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Vite solo apparentemente comuni

Gina Berriault, Piaceri rubati, tr. Francesca Cosi e Alessandra Repossi, Mattioli 1885, pag. 208, €14,00 stampa

recensisce ROBERTO STURM

La casa editrice romagnola continua a stupirci: la foto in copertina di Piaceri rubati è davvero notevole, una vera opera d’arte in linea con la straordinaria qualità grafica cui siamo abituati. Non è neanche da sottovalutare la qualità dei testi proposti: oltre ad aver portato in Italia Andre Dubus, uno dei più grandi scrittori di short stories, ci ha fatto conoscere autori del calibro di Don Robertson e Charles Baxter, che ci hanno regalato vere e proprie perle letterarie. Un plauso dunque a Mattioli 1885 per il lavoro di ricerca di testi che, senza di loro, non sarebbero forse mai approdati nel nostro paese.

La curiosità verso questa prima pubblicazione italiana di Gina Berriault (1926 – 1999) è nata dal comunicato dell’ufficio stampa della Mattioli: gli undici racconti di Piaceri rubati sono stati definiti da Andre Dubus, Richard Ford e Richard Yates come scritti da una delle migliori autrici americane. Non sono nomi qualsiasi – tra l’altro sono tra i miei scrittori preferiti –, per cui non ho potuto fare a meno di leggerli.

Nel 1996, un’antologia in cui erano inseriti anche questi racconti, ha vinto tre importanti premi letterari in America: considerata dalla critica, amata dagli scrittori, Gina Berriault non ha mai avuto un grande successo di pubblico. Una delle ragioni plausibili, ipotesi che formulo dopo aver letto il libro, è che questi racconti sono stranianti: lasciano al lettore un senso di angoscia, scoprono senza pietà vite apparentemente comuni che nascondono baratri di indifferenza, macerie di mondi interiori. L’incomunicabilità di sentimenti che traspare è assoluta, le sensibilità sono nascoste da una freddezza utilizzata per difendersi dall’esterno.

L’asprezza della scrittura riporta allo stile micidiale di Fleur Jaeggy, le situazioni vissute dai personaggi ai racconti impietosi di Carver. Ma Gina Berrault ha uno stile peculiare, tutto suo, che la porta a descrivere minuziosamente gli stati d’animo dei protagonisti, i loro gesti, a delineare in maniera precisa l’ambiente che ospita la scena, a scrivere dialoghi duri con parole che pesano come macigni. È un mondo senza compassione quello che ci descrive, in un’America che sta perdendo il proprio sogno e quello della maggior parte delle persone che ci vivono. Emarginati o ai margini di una società che li esclude, che preferisce non comprendere e non indagare piuttosto che trovarsi di fronte a un problema da risolvere, a un’esistenza da risollevare.

Che si tratti di un senza tetto che frequenta una biblioteca, di un uomo che torna a vistare i genitori separati dopo anni di lontananza, di un anziano che esce di casa solo con un po’ di bagnoschiuma addosso per minacciare una donna, della ricerca, da parte di uno scrittore, di un fantomatico e famosissimo personaggio, di un bambino che uccide fortuitamente il fratello maggiore non ha troppa importanza. Sono (siamo) tutti disperati, chiusi in una realtà personale che ci impedisce di scorgere i particolari più intimi di chi ci troviamo di fronte: partner, genitori, figli o amici che siano. Eppure basterebbe poco, sembra volerci dire l’autrice, per tirarli fuori dall’inferno, magari ascoltare con più attenzione. Ma nel libro, come spesso nella vita, non accade mai.

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Il palcoscenico della provincia

Donato Andreucci, Nel Blue, Italic, pp. 148, €16,00 stampa

recensisce ROBERTO STURM

Donato Andreucci, sessantasettenne di Osimo, è al suo terzo romanzo. Come nei suoi precedenti, sempre pubblicati da Italic, e come altri autori marchigiani, ha scelto per palcoscenico della sua storia la provincia: il motivo di questo luogo d’elezione comune va forse ricercato nel fatto che le Marche sono un susseguirsi di piccoli centri, di città di dimensioni ridotte (Ancona, capoluogo di regione e città più popolosa, conta poco più di 100.000 abitanti) caratterizzati da una mentalità molto provinciale.

È questa eterna provincia, con i suoi personaggi e i comportamenti spiati dai vicini di casa, con una solidarietà mai troppo disinteressata, con il tempo che scorre più lentamente rispetto alle metropoli, con i pettegolezzi sulla bocca di tutti, a essere un osservatorio ideale. Come lente di ingrandimento, Andreucci usa un bar al centro di una piccola cittadina, il Blue, che nasce sulle ceneri di una serie di locali che hanno chiuso i battenti nel corso degli anni. Lì si incontrano quotidianamente i due protagonisti, Celestino, orologiaio sessantenne con l’hobby della fotografia e Leonardo, alle soglie dei settanta, ex giornalista in pensione. Tra una birra e un gin tonic, la loro attenzione si rivolge ai ragazzi più giovani. Non nascondono il loro interesse, non camuffano le loro voglie: si rendono conto che l’avanzare dell’età concede e concederà loro sempre meno occasioni ma non si arrendono, anche a costo di coprirsi, agli occhi degli altri, di ridicolo.

Celestino e Leonardo sembrano voler ribadire a se stessi, più che agli altri, che finché c’è vita l’amore, la passione, il desiderio e le pulsioni non invecchiano, tanto che Celestino, a un certo punto, parte per l’Olanda seguendo il suo ennesimo amore, un giovane musicista. È la musica, insieme a citazioni letterarie mai usate a sproposito o con ostentazione, uno dei fili conduttori del testo: ogni breve capitolo, simile a un’istantanea, ha il titolo di una canzone, il cui testo sarà citato nella narrazione. Una playlist che dagli anni quaranta ci porta fino a oggi, che passa dal rock alla canzone d’autore, dal pop alla musica leggera, e insieme ai flashback dei protagonisti, riporterà il lettore a momenti storici diversi.

Celestino, il più istintivo tra i due amici, vive col rammarico di non essere il figlio che il padre avrebbe voluto, e per questo pensa di non essere amato: quando il padre muore, proprio nel modo in cui lui gli aveva augurato, il senso di colpa lo assale e si confida con Leonardo. Ma nonostante non condividesse il comportamento del figlio omosessuale, suo padre lo amava come ogni padre ama il proprio figlio.

Ci sono tanti personaggi nel romanzo che rincorrono la felicità, come Anita, una ragazza del posto che si innamora di Asad, un giovane eritreo, di cui rimarrà incinta convinta di aver trovato finalmente l’amore. Ma Asad se ne va, e quando Celestino, senza mezzi termini, le chiede perché voglia tenere il bambino, lei non trova di meglio di rispondergli che chiamerà il figlio come il padre. Tutti ricercano la felicità, e quando sembra a portata di mano lei riparte senza essersi fermata a lungo, come dice una canzone di Lucio Dalla citata dall’autore.

Nel Blue racconta la storia di un paese, la sua graduale e costante globalizzazione che lo rende multietnico, i sentimenti che animano i frequentatori del bar, donne e uomini alle prese con i propri problemi e i propri sentimenti, soli o con persone che non amano o non le amano, con uno stile essenziale e con un lavoro di sottrazione evidente. E il finale, con Leonardo che dopo la partenza di Celestino resta in balia dei ricordi, con un unico amico, e vittima di malattie che ne minano l’autonomia non è comunque senza speranza, ma ha sapore agro con un forte e persistente retrogusto dolce. Perché la vita, in ogni caso, va vissuta.

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Da una gabbia all’altra

Emanuela Canepa, L’animale femmina, Einaudi, pp. 260, € 17,50 stampa, € 9,99 ebook

recensisce ROBERTO STURM

Gli autori esordiscono spesso con case editrici minori: generalmente sono le sole che investano su nomi sconosciuti. D’altra parte gli aspiranti scrittori si rivolgono ai piccoli editori perché hanno più possibilità di essere valutati. Sanno, le piccole case editrici, che gli autori che raggiungeranno un certo numero di vendite, che saranno protagonisti di piccoli boom editoriali, verranno fagocitati dalle major; ma la gratificazione di scoprire nuovi talenti va, in questo caso, al di là di quella economica. (Non so se sia completamente vero, ma molti addetti ai lavori affermano che le grandi case editrici non leggano il materiale che ricevono.)

Emanuela Canepa, cinquantenne che vive a Padova guadagnandosi il pane come bibliotecaria, esordisce invece con Einaudi, invertendo il ragionamento precedente, forse perché con L’animale femmina ha vinto il Premio Italo Calvino 2017 – ma anche perché il suo romanzo vale.

Rosita, una ragazza di un piccolo paese del sud, si trasferisce a Padova per frequentare Medicina. Lo fa per scappare dalla gabbia in cui si sente rinchiusa dalla madre, tipica vedova della zona che riversa sulla figlia tutte le attenzioni, che pretende riconoscenza per gli sforzi fatti per aiutarla, che la vorrebbe vedere sposata con un ragazzo del posto, che non capisce perché voglia studiare. Rosita fugge da una gabbia per trovarsi in un’altra: dopo sette anni vive in un appartamento diviso con altre ragazze, lavora in un supermercato il cui stipendio le dà il minimo indispensabile (e a volte neanche quello) per la sopravvivenza e una turnazione che le impedisce di seguire i corsi universitari. Il suo percorso accademico è fermo da alcuni anni.

Rosita resiste ai reiterati tentativi telefonici della madre di farla tornare in paese, che più che una sconfitta vedrebbe come un abbandono definitivo della vita e quando riconsegna un portafoglio che contiene tessere di supermercato e bollette pagate, la sua esistenza sembra essere a una svolta. La carta di identità dice Larisa Jarmolenko, che si rivelerà essere la domestica dell’avvocato Ludovico Lepore, uno dei più famosi e ricchi di Padova. L’avvocato, un uomo anziano che ha lasciato parecchi clienti per seguirne pochi, misogino e austero, spesso enigmatico e sempre scontroso, le offre un posto part time come segretaria nel suo studio. Non è per riconoscenza, le chiarisce subito, non le darà facilitazioni particolari: lo fa semplicemente per aiutarla nello studio. Rosita prende tempo, sospetta che dietro l’offerta ci sia qualcosa di poco chiaro ma alla fine accetta: l’occasione è troppo ghiotta.

Non sa che da una gabbia ne entrerà in un’altra ancora: Lepore le starà con il fiato sul collo, non le risparmierà momenti imbarazzanti e situazioni professionali difficili, mai di natura sessuale. Vivranno in uno stato di perenne scontro, e se all’inizio Rosita non esprime le sue idee per paura di perdere quel lavoro che le consente di andare avanti con gli studi, lentamente acquisirà la consapevolezza che le permetterà di ribattere alle provocazioni dell’avvocato con personalità.

Quello che rende originale e interessante una storia che potrebbe sembrare già sentita, è il modo in cui la protagonista si emancipa, il ritratto psicologico che ne fa l’autrice usando gli altri personaggi – Dina, la collega del supermercato e migliore amica di Rosita; la Callegati, avvocato che lavora nello stesso studio di Lepore, donna bellissima, indipendente, disinibita ed egocentrica; Maurizio, un uomo sposato con cui Rosita ha una relazione – per presentarci uno spaccato della nostra Italia e il percorso di una ragazza che diventa donna facendo tesoro delle esperienze che vive.

E nel finale, secondo me un po’ troppo veloce rispetto al respiro ampio del romanzo, forse l’unica imperfezione del romanzo, tutte le tessere del mosaico troveranno il loro posto. Uno stile dinamico, una narrazione con un ritmo cadenzato alla perfezione, senza cali di tensione, una storia di una donna di oggi che, nonostante tutti i diritti presumibilmente raggiunti, deve farsi strada a colpi di gomito per completarsi.

http://www.einaudi.it

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Famiglie rovinate

Giampaolo Simi, Come una famiglia, Sellerio Editore, pp. 432, €15,00 stampa, €9,99 ebook

recensisce ROBERTO STURM

Nonostante segua da tempo e abbia sempre apprezzato Giampaolo Simi, non avevo ancora avuto l’occasione di recensire un suo romanzo. Ho avuto la possibilità di incontrare lo scrittore toscano durante l’ultima presentazione del suo precedente romanzo, La ragazza sbagliata, in un paese dell’entroterra marchigiano, pochi giorni prima che uscisse questo libro. Durante la cena si è parlato del più e del meno, dalla politica allo sport, dal cinema alla letteratura e Simi non si è risparmiato: dotato di profonda cultura, possiede una capacità di chiarezza straordinaria e una disponibilità che ne fanno una persona speciale. Non è difficile annoverarlo tra i migliori scrittori italiani: la semplicità quasi disarmante con cui mette in pratica il suo talento è propria dei grandi.

Difficile relegarlo dentro un’etichetta, perché se è vero che scrive noir, è anche vero che lo fa con un orizzonte narrativo molto ampio. I metodi di indagine sulla società odierna precisi e profondi, i personaggi calibrati nelle loro singolarità, lo stile limpido e scorrevole, la ricerca incessante del vocabolo giusto, l’evidente documentazione sui temi che tratta concorrono a formare testi che col tempo si sono sempre più arricchiti di qualità.

La storia decolla subito con un incipit straordinario, e porta il lettore in una Versilia dove Simi si muove con naturalezza, una provincia che potrebbe essere in qualsiasi parte d’Italia, tra persone comuni che potremmo incontrare in ogni momento della giornata o essere noi stessi.

In Come una famiglia tornano personaggi del romanzo precedente e se ne aggiungono di nuovi. Dario Corbo è un ex giornalista, separato dalla moglie Giulia e con un figlio, Luca, diciottenne, che sta per fare il grande salto nel calcio professionistico. Dario adesso lavora per la fondazione di Nora Beckford, figlia di uno scultore inglese scomparso. Ha scontato quindici anni di reclusione per l’uccisione di una ragazza anche a causa dei servizi giornalistici di Dario, che oggi non è più convinto della sua colpevolezza. Le dinamiche delle coppie in questione non sono chiare, e il coinvolgimento del figlio Luca in un grave episodio di violenza contro una ragazza, durante i festeggiamenti per i risultati della squadra in cui milita, rende esplosivi alcuni sentimenti latenti da tempo. La madre della vittima accusa Luca della violenza, e l’inchiesta assume contorni inquietanti e oscuri, tanto che anche Dario, a un certo punto, dubita dell’innocenza del figlio.

Da qui in poi assistiamo al disfacimento di famiglie di diversa estrazione sociale; alla solidarietà di gruppo, in questo caso omertosa, dei giocatori della squadra di calcio; alla necessità di filmare e condividere le proprie gesta per mero esibizionismo; all’obiettivo del successo come lasciapassare per una vita facile senza troppi sacrifici. Non mancano personaggi ambigui, che sfruttano i ragazzi più talentuosi per i loro tornaconti personali, che non esitano a passare sopra le vite degli altri per concludere i loro loschi affari, che instillano nei giovani giocatori l’idea che il successo personale, che una vetrina da cui farsi ammirare sia la cosa più importante da raggiungere. Non importa con quali mezzi.

Anche e soprattutto Dario Corbo indaga, tornando per necessità al suo lavoro di giornalista di inchiesta: si scontrerà con interessi economici, sotterfugi giuridici, corruzioni e depistaggi che lo porteranno a scoperchiare un mondo, quello del calcio giovanile, che anziché fucina di talenti si rivelerà una replica della società di oggi. Una società che Giampaolo Simi non tiene ai margini, ma che è la vera protagonista del romanzo, con tutti i limiti che la ricerca del successo facile – sia economico che sociale ­– può imporle, con tutte le deformazioni che allontanano soprattutto i giovani da un percorso formativo virtuoso. Una realtà che, a ben vedere, non ha proprio niente di invidiabile.

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Emmanuel vuol chiudere il cerchio

Emmanuel Carrère, Un romanzo russo, tr. Lorenza Di Lella e Maria Laura Vanorio, Adelphi, pp. 283, € 19,00 stampa, € 8,99 ebook

recensisce ROBERTO STURM

L’autobiografismo è una speculazione letteraria comune a molti autori che l’hanno scelta per parlare di altro: sviluppo tecnologico, conquista di diritti civili, trasformazioni politiche, rapporto con la fede e il condizionamento a cui siamo sottoposti tutti, a causa di fattori esterni dalla nostra volontà, sono solo alcuni dei temi affrontati. La letteratura francese, come del resto il cinema dei nostri vicini, è sempre stata all’avanguardia in Europa, e ci ha regalato opere indimenticabili. Emmanuel Carrère, uno degli scrittori francesi contemporanei più conosciuti, fonda la sua narrativa proprio sull’autobiografismo.

In Un romanzo russo tutto nasce dal ritrovamento di un prigioniero ungherese, Toma, in un ospedale psichiatrico di una piccola cittadina russa a ottocento chilometri da Mosca. Il ritrovamento è casuale, gli ungheresi reclamano il loro concittadino che in cinquantuno anni di degenza non ha imparato una parola di russo e non ha mai profferito verbo. I russi dichiarano di non esserselo dimenticato, ma a causa dell’ostinato silenzio in cui l’uomo si è rinchiuso non hanno avuto alcuna possibilità di ritrovare i suoi congiunti. Carrère decide di fare un reportage sull’accaduto per ripercorrere alcune tappe della vita del nonno materno, georgiano, sparito durante la Liberazione dopo aver lavorato per due anni, in Francia, come interprete per gli occupanti tedeschi. La madre non è contenta, come non volesse che il sospetto che il padre fosse un collaborazionista si tramuti in certezza, come volesse considerare chiuso un capitolo che ritiene una macchia sulla propria esistenza. Lui non desiste, come se questa sfida fosse la prova per chiudere finalmente un cerchio che sente aperto, quello delle sue origini.

Decidono di girare un film in quel paese sperduto della landa desolata e apparentemente dimenticata dove è stato ritrovato Toma, quella Kotel’nic dove le povere case, prive di ogni comfort, piccole e malmesse, ospitano persone che si vergognano della loro condizione e della loro povertà. Per questo rifiutano di essere riprese e non vedono di buon occhio la troupe guidata dallo scrittore francese. Pensano che chi vedrà quelle immagini, quella povertà, quella desolazione, quella mancanza di speranza si domanderà come facciano a sopravvivere. Centrale è la figura di Sophie, la donna di cui Carrère è innamorato, con cui il rapporto è complicato nonostante il suo amore sia ricambiato: lei si sente una semplice comprimaria, una figura di passaggio nella vita dello scrittore, che non ama gli amici di lei e non è soddisfatto del suo lavoro come semplice impiegata. Non si sente presa in considerazione adeguatamente, e a nulla servono le rassicurazioni dello scrittore francese.

Il tempo occorrente a Carrère per girare il film, che Sophie passa in Francia, è il tempo che dura la loro relazione: un amore totalizzante, che passa dall’euforia alla disperazione, dal tradimento al risentimento, dalla completa dedizione all’odio. Sophie è incinta, ma di un altro uomo, e rimprovera Emmanuel di essere talmente concentrato su se stesso, di essere talmente pieno di sé da non aver mai preso in considerazione il fatto che lei lo potesse tradire.

Il terzo capitolo è un piccolo gioiello letterario: l’escamotage dello scrittore francese di pubblicare una lettera erotica dedicata a Sophie sul quotidiano Le Monde, il giorno in cui dovrebbe tornare dalla Russia, è un’idea geniale, e anche se non otterrà l’obiettivo che si era prefissato coinvolgerà il lettore.

Il suo tentativo di fare un film a Kotel’nic alla fine avrà successo, anche se la trama e i protagonisti saranno completamente differenti rispetto a quelli che aveva preventivato. Drammi e tragedie, delitti e amicizie cambieranno il rapporto tra la troupe e la popolazione, che si renderà conto che non era lo scopo di Carrère quello di mostrare la loro miseria.

Tra saggio e narrativa, tra autobiografia e storia, tra ricerca delle proprie radici e rapporto tra madre e figlio, tra amore travolgente e risentimento, questo libro di Carrère conferma le indiscutibili qualità di un autore che si mette a nudo e mostra senza vergogna le proprie abiezioni e i propri difetti pur di scendere a patti con una parte di vita di cui si sentiva prigioniero.

https://www.adelphi.it/

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Graffi sulle pagine

Lorenzo Mattotti, Claudio Piersanti, Stigmate, Logos, Collana Illustrati, pag. 200, € 20,00 stampa

recensisce ROBERTO STURM

In attesa dell’imminente uscita del prossimo romanzo di Claudio Piersanti, che mancava dalla scena letteraria da diversi anni, la Logos ha pensato bene di ripubblicare questo lavoro della coppia Mattotti & Piersanti, in un’edizione elegante e raffinata, di dimensioni più grandi delle precedenti, consentendo così di apprezzare maggiormente gli splendidi disegni.

Seguo occasionalmente il fumetto e non perché lo ritenga meno degno della narrativa o della saggistica, ma solo perché il tempo che ho a disposizione per leggere m’impone di avere delle priorità. Ci troviamo di fronte a un’opera dove l’illustrazione e il testo sono di fattura decisamente superiore, una fusione tra disegni e testi straordinaria, una simbiosi che porta il lettore dentro un vortice da cui rimane molto difficile estraniarsi.

Un quarantenne ai margini della società, un barista che si arrangia vendendo sigarette di contrabbando, dedito all’alcol e senza parenti e amici, si sveglia una mattina con il palmo delle mani sanguinanti. L’emorragia non si ferma, l’uomo si reca al pronto soccorso dove viene curato senza risultati. Quando torna, il medico esprime il sospetto che si ferisca da solo, ma altri cominciano a parlare di stimmate. La voce prende campo, i suoi vicini gli portano reliquie da benedire, i propri parenti malati da toccare, gli lasciano ceri votivi che faranno prendere fuoco alla sua casa. Intanto i clienti del bar si lamentano per i bicchieri macchiati di sangue e il suo datore di lavoro lo licenzia. La sua reazione è furiosa, colpisce duramente l’uomo che non si rivelerà uno stinco di santo. Da qui comincia il suo viaggio verso l’inferno, in un mondo che è il nostro, fatto di relitti umani, uomini e donne abbandonati a se stessi dove l’umanità sembra scomparsa dietro un velo di indifferenza e abiezione.

Il protagonista maledice le stimmate che lo hanno portato alla rovina, all’abbandono di una vita meschina ma che pur sempre vita era. E l’amore, come redenzione, come rinascita, gli viene strappato in maniera crudele, come se chi arrivasse alla soglia del baratro non avesse possibilità di rinascita. E lui continua a scendere sempre più a fondo, non riuscendo neanche a togliersi la vita per porre fine alle sue sofferenze. Il finale, che non svelo, dà alla storia altri spunti di riflessione: la fede, la religione, l’emarginazione sociale, il degrado del tessuto urbano, la disonestà e la fragilità umana non sono che alcuni degli aspetti che questa storia vuole affrontare. I disegni in bianco e nero, crudi e crudeli, a volte graffi sulla pagine, altre vortici senza fine, tirano dentro il lettore senza risparmiargli niente, con una spietatezza che spesso è quella della vita. Non aspettatevi sconti, Mattotti e Piersanti non ne fanno a nessuno.

http://illustrati.logosedizioni.it

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