Tutti gli articoli di Roberto Sturm

Come farla finita con il fascismo

Ferruccio Parri, Come farla finita con il fascismo, Laterza, pag. 155, euro 14,00 stampa, euro 8,99 ebook

di ROBERTO STURM

Il titolo di questo libro, Come farla finita con il fascismo, è oggi quanto mai attuale. Il governo giallo verde che sta minando le fondamenta democratiche del Paese con rigurgiti di fascismo, sovranismo e razzismo esibiti muscolarmente, non può che far pensare a inquietanti analogie sociali e politiche del Ventennio e del dopo guerra post fascista.

Ferruccio Parri, il Maurizio partigiano della prima ora iscritto al Partito d’Azione, capo del Comitato di Liberazione Nazionale dell’Alta Italia, denunciava ai tempi e anche in seguito la mancata eradicazione della mentalità fascista a livello sociale e burocratico. Del resto in Italia è sempre rimasta nella maggioranza degli italiani la nostalgia dell’uomo forte, per parlare solo degli ultimi anni basterebbe citare Craxi, Berlusconi, Renzi e Salvini.

In questi otto scritti, che vanno dal 1927 al 1974, due lettere e altri interventi, Parri non smette mai di puntare il dito verso il costante riemergere del neofascismo, di affermare che contro il fascismo non si è combattuto in nome della società precedente a esso ma per costituirne una nuova, che la Costituzione è figlia della Resistenza così come il passaggio da una dittatura a una Repubblica democratica. Ferruccio Parri ha sempre proclamato l’ordinarietà dei partigiani, gente comune e non eroi che hanno sacrificato o messo in pericolo la propria vita per la vittoria finale. La responsabilità dei morti nelle rappresaglie sono state un grave peso per il movimento partigiano che non sarà mai metabolizzato, ma il riscatto del popolo italiano doveva per forza passare per una soluzione superiore, una visione più avanzata. Nei suoi discorsi Parri rivendica il disobbedire, che doveva essere reso pubblico, il combattere perché “al nemico non si doveva conceder tregua” e ricorda “sapevamo che la guerra era necessaria e che una volta iniziata non si poteva più tornare indietro”, lo stare uniti, e che farla finita con il fascismo significa non cedere il passo, saper progettare e saper trainare. E la Resistenza è nata anche per la difesa dell’ordine morale del Paese.

I discorsi di Parri sono uno spaccato su un’epoca difficile, un’analisi di come la guerra al fascismo abbia fatto lasciare da parte ai partigiani le differenze ideologiche e di come queste siano subito riaffiorate quando la vittoria era ormai vicina. Ci parla dell’organizzazione militare dei partigiani, di come la diffidenza dei politici di Roma nel dopoguerra, nel senso di burocrazia politica, si potesse toccare con mano, di come sia stata inutile, negli anni successivi, la battaglia per sradicare il fascismo da una società che lo aveva ormai nel DNA. Il pericolo rosso, la paura dell’ascesa dei comunisti al governo, ha compattato il fronte di Stati Uniti, Vaticano e partiti di centro e di destra contro un evento che avrebbe, secondo loro, portato l’Italia a fianco dell’Unione sovietica.

Maurizio è imprigionato nel gennaio del 1945 e alla fine della guerra è in prima fila nel corteo dei partigiani a Milano, viene nominato capo di un governo da cui dopo pochi mesi sarà costretto a dimettersi, si batte inutilmente per la messa fuori legge del MSI e cercherà di far tenere alta l’attenzione dell’intera società verso i rigurgiti del fascismo. Nell’epoca in cui i partigiani vivi rimangono sempre meno, così come i sopravvissuti ai campi di sterminio, è assolutamente necessario mantenere alta la guardia e non perdere le testimonianze che documentano gli orrori che abbiamo vissuto in quel periodo buio. Per non rendere facile la vita ai negazionisti e per riaffermare una verità inoppugnabile che qualcuno vorrebbe nascondere: i morti della seconda guerra mondiale non sono tutti uguali ma dipende da che parte stavano.

(Ferruccio Parri è il secondo da sinistra)

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Soldi e letteratura danno la felicità?

Piersandro Pallavicini, Nel giardino delle scrittrici nude, Feltrinelli, pag. 238, euro 16,00 stampa, euro 9,99  ebook

di ROBERTO STURM

Ci sono scrittori riconoscibili dall’incipit: le loro peculiarità sono così evidenti che un lettore attento non fatica troppo a individuarli. Sono anni che Piersandro Pallavicini ha trovato la sua cifra narrativa, uno stile ironico che vira spesso verso il sarcasmo e la satira, un’eleganza che viaggia sui binari della raffinatezza, una leggerezza nella narrazione che è figlia di una ricerca letteraria incessante: l’autore lombardo è erede della migliore tradizione della commedia brillante che affonda il bisturi nel marcio della società.

Ricercatore nel campo della nano-chimica inorganica, Pallavicini è un lettore colto e quindi, di conseguenza, un ottimo scrittore: probabilmente per questo non dimentica di citare nel libro, in una sorta di omaggio, gli scrittori a lui cari, a partire dai Palandri, Tondelli e Piersanti che hanno dato vitalità alla letteratura italiana degli anni Ottanta e che hanno senza dubbio ispirato il suo debutto narrativo, avvenuto nel 1999, con Il mostro di Vigevano pubblicato dalla peQuod.

Sara Brivio non è mai arrivata al successo – è stata una scrittrice di livello medio basso – e si è sempre arrabattata scrivendo articoli per riviste e quotidiani. Abbandonata dal marito Giorgio e ripudiata dalla figlia Monica che non vuole più vederla, la donna vive sola in un anonimo condominio di Vigevano quando le arriva un’inaspettata sorpresa: il padre che lei definisce escrementizio, perché ha abbandonato lei e la madre malata terminale sparendo nel nulla anni prima, le lascia un’eredità milionaria. Oltre a un capitale immenso, una rendita mensile che si aggira sui due milioni di euro. Non è il caso di soffermarsi sui motivi di questi due avvenimenti perché sarà un piacere, per il lettore, scoprirli durante la lettura. Chiaramente la vita di Sara cambia: acquista una casa nel quartiere più esclusivo di Milano, le Cinque Vie, dove vive con Fanny ed Elena, scrittrici di nicchia e forti lettrici come lei, e la domestica, l’anziana Gianna. Nonostante sia al centro di una metropoli, la casa gode di una privacy particolare che concede alle tre donne anche di stare in giardino a prendere un’abbronzatura integrale leggendo o scrivendo. Ma l’amore per la letteratura – o forse la spocchiosità e la scarsa autorevolezza di molti concorsi letterari – la fa decidere di istituire il Premio letterario Brivio: organizzazione e giuria anonime – in realtà le tre amiche – e un regolamento del concorso fatto apposta per premiare autori poco conosciuti ma meritevoli con cinquecentomila euro.

Sara a sessant’anni si trova a vivere una vita che prima si sognava: parte improvvisamente per Vienna per assaggiare la vera Sacher comprando tre biglietti in classe business per stare più comoda in cabina, dorme negli alberghi più lussuosi, mangia nei ristoranti più costosi e spende per un aperitivo in centro qualche centinaio d’euro. Ma non è questo che la gratifica, che la soddisfa; c’è sempre sullo sfondo una mancanza o un’assenza – della figlia? del marito? della buona letteratura? – che non viene riempita dall’agiatezza economica. E in un susseguirsi di situazioni strane, esagerate ed esasperate, situazioni che solo la penna di Pallavicini riesce a rendere credibili, il romanzo ci parla di noi, del nostro mondo, di come la letteratura in questo caso, ma l’arte e la cultura in generale, rappresentino forse l’unico elemento salvifico in un periodo storico in cui la conoscenza, la cultura e le differenze sono derubricate a elementi disturbanti anziché ad arricchimento, come fossero ostacoli nel cammino di una globalizzazione che tende a uniformare pensieri, comportamenti e scritture.

Piersandro Pallavicini ne ha per tutti, e con una narrativa a trecentosessanta gradi indaga sull’attualità, tenendo sempre a mente che il contenuto, nella letteratura di oggi come nella vita quotidiana, si riduce a una scatola vuota se non è sostenuto da una forma adeguata.

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Migliaia di sosia ai crocevia della vita

Patrick Modiano, Ricordi dormienti, tr. Di Emanuelle Caillat, Einaudi, pag. 88, € 15,00 stampa, € 8,99 eBook

di ROBERTO STURM

Ho sempre considerato la letteratura francese all’avanguardia, ma pur seguendola con particolare interesse devo confessare che ho conosciuto Patrick Modiano solo nel 2014, anno in cui vinse il Nobel per la letteratura « per l’arte della memoria con la quale ha evocato i destini umani più inesplicabili e scoperto il mondo della vita nel tempo dell’occupazione ». Le sue opere sono state poi tradotte e pubblicate da Einaudi in Italia: Ricordi dormienti è il suo terzo libro che leggo, uscito in Francia nel 2017, più che un romanzo direi una novella, in cui ritroviamo i temi cari all’autore. Autobiografismo e finzione, realtà e immaginazione si mescolano senza dare al lettore gli strumenti per comprendere dove finisca l’una e cominci l’altra. Del resto, diceva Flaubert in una lettera alla sua amante a proposito del suo lavoro: ho immaginato, mi sono ricordato, ho combinato e l’autore transalpino sembra aver fatto suo questo metodo.

Mentre passeggia per il lungosenna, Jean viene colpito dal titolo di un libro, Il tempo degli incontri, che lo risucchia in un vortice che lo porta indietro nel tempo, a incontri vissuti a cavallo degli anni Sessanta tra i quattordici e ventidue anni. Le bussole che lo guidano attraverso il magma di ricordi che tornano faticosamente a galla sono le donne incontrate all’epoca, che lo guidano tra le strade, le piazze e i caffè di una Parigi che è sempre stata una protagonista indiscussa della narrativa di Modiano, come se ricercasse nella geografia della città il bandolo per comprendere la sua geografia interiore. E se la prima donna di cui parla, all’epoca adolescente come lui e di cui non ricorda il nome, è poco più di un’idea platonica, un’iniziazione non riuscita, Mireille Uzucov è un’attrice amica della madre che lo ospita durante la sua fuga da un collegio dell’Alta Savoia. Poi è la volta di Geneviève Dalame, che conosce in uno dei tanti caffè di Parigi con cui ha una relazione e con cui frequenta la casa di Madeleine Péraud, appassionata di scienze occulte e una sorta di cultrice di discipline new age dell’epoca. In seguito c’è la signora Hubersen, in qualche modo legata alla Péraud e dell’ultima lo scrittore omette volontariamente il nome perché coinvolta nell’omicidio involontario di un losco individuo che la importunava.

Tra abbandoni e ritorni, appunti e liste di nomi e indirizzi che trova in vecchi libri senza ricordare chiaramente se sia lui o un altro ad averli scritti – l’alternanza tra realtà e immaginazione di cui parlavamo prima –, Jean cerca di riordinare i ricordi per unire una memoria spezzettata, con pezzi di puzzle esistenziali che lo portano a ripercorrere una parte della sua vita.

Nonostante il testo non abbia un ritmo sostenuto – l’indagine interiore ha bisogno di profondità maggiore –, Modiano ci introduce in uno spazio personale e intimo con una narrazione arricchita di dettagli e aneddoti che riempiono la scena mantenendo un tono apparentemente tenue ma con la capacità di esplodere improvvisamente con passaggi e frasi che costringono il lettore a riflettere sulle proprie scelte esistenziali, sulle tappe fondamentali della propria vita che sono molte di più di quelle che crediamo.

Migliaia e migliaia di sosia di te stesso si avventurano sulle migliaia di strade che non hai imboccato ai crocevia della tua vita, e tu che credevi ci fosse una strada soltanto.

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Michel Houellebecq. L’infelicità degli uomini

ROBERTO STURM

Fin dai suoi esordi su Houellebecq si è scritto tanto e in maniera spesso controversa. Considerato un genio da alcuni e un cialtrone da altri, è un autore che non ama le mezze misure e – banalmente – lo si odia o lo si ama. La banalità però non fa parte delle sue caratteristiche: fascista e misogino, razzista e manipolatore, ipocrita e maschilista, pedofilo e turista sessuale, pornografo e nichilista sono solo alcuni epiteti che si possono trovare su articoli che parlano di lui e delle sue opere. Alcune recensioni già uscite su Serotonina trasudano di preconcetti che sembrano, più che basarsi sul testo, giudicare le dichiarazioni e le prese di posizione mai popolari dell’autore. “Anarchico di destra”, come si è dichiarato lui stesso, è forse la definizione che più gli calza a pennello.

In molti, quando fu dato alle stampe Sottomissione, che parlava di una Francia politicamente votata all’Islam – non proprio per convinzioni religiose –, lo avevano definito un veggente, dato che il romanzo era arrivato in libreria in concomitanza dell’attentato di Charlie Hebdo. Altri hanno rafforzato questa convinzione intravedendo nella rivolta dei produttori di latte in Normandia, di cui parla in Serotonina, un’anticipazione della protesta dei gilet gialli, ma i fatti che descrive l’autore francese sono accaduti nel 2015.

Florent–Claude Labrouste ha quarantasei anni e non ama il suo nome, che gli suona effeminato: i suoi genitori che l’hanno scelto decideranno di suicidarsi insieme quando al padre verrà diagnosticata una malattia terminale. Lavora per il ministero dell’Agricoltura, ha una vita più che agiata, ma vive nella disperazione. L’assunzione di un nuovo antidepressivo, Captorix, sembra rendere sopportabili i suoi giorni, ma uno degli effetti collaterali della piccola compressa bianca, ovale, divisibile, l’assoluta mancanza di libido e una totale impotenza, lo spinge a riconsiderare la sua vita passando per le donne più importanti e l’unico amico uomo che l’hanno popolata. Si ritira sempre di più verso la solitudine, passando da Parigi alle campagne della Normandia, per sparire, improvvisamente, recludendosi in una stanza di un albergo senza pretese. Non mancano scene di sesso spinto, né la demistificazione dell’amore, come se fosse il primo a gratificare di più le persone e come se l’amore non garantisse la felicità né la redenzione umana. O almeno quelle del protagonista.

Perché Florent l’amore e la felicità le aveva trovate con Camille, donna bellissima con cui condivideva ogni momento e che aveva cambiato le prospettive della sua esistenza, ma che aveva perso a causa di una relazione con una donna che di interessante aveva solo un bel culo. È l’autodistruzione a cui l’uomo aspira, un nichilismo che parte dall’individuo per poi allargarsi all’intera società. Ma non saranno i cambiamenti climatici o il terrorismo ad annientarci, né una sollevazione popolare o il capitalismo: sarà l’infelicità a farci soccombere, l’unica cosa a cui con certezza il genere umano anela.

Le prese di posizione estreme, provocatorie del protagonista non mancano: sferzate sulla psicologia che viene definita comica quando parla di rimettersi in gioco, la convinzione che la parola divide e quindi per chi si ama sarebbe meglio non capirsi, l’esaltazione maniacale delle forme femminili, l’estenuante pensiero verso il sesso – placato solo dall’assunzione del Captorix.

Michel Houellebecq, come suo solito, non fa sconti neanche a se stesso. Indaga, seziona, scopre impietosamente le meschinità umane, le ipocrisie più abiette di una società che pensa al tornaconto personale senza eccezioni e limiti etici. Non è una lezione morale che lo scrittore vuole darci, non è nel suo stile come non dovrebbe essere lo scopo della letteratura in generale, ma ci offre una lettura del presente che solo una minuziosa conoscenza dell’animo umano e della società può dare, al di là di ogni convinzione ideologica ed etica.

Personalmente non ho mai amato troppo l’Houellebecq scrittore e non condivido molte delle sue prese di posizione pubbliche, ma ciò non mi impedisce di considerarlo uno dei più importanti narratori contemporanei.

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Maestro del racconto

Andre Dubus, Adulterio e altre scelte, tr. Nicola Manuppelli, Mattioli 1885, pag. 248 €16,00

recensisce ROBERTO STURM

Andre Dubus ha pubblicato sempre racconti, a parte un’eccezione a inizio carriera, per sentirsi più libero nei tempi di scrittura e per non avere scadenze pressanti.
Poter scrivere in modo indipendente è ciò che mi permette di affrontare il mio lavoro ogni mattina. Se dalla scrittura dipendessero le mie condizioni di vita così come le aspettative di un grosso editore, dubito che riuscirei ad andare avanti. Come i poeti, noi scrittori di racconti viviamo in un mondo più sicuro. Non dobbiamo venderci a nessuno, non dobbiamo affrettarci a scrivere per nessuno; il nostro solo debito è contro noi stessi e verso quelle storie che vivono da qualche parte, dentro di noi, fino a quando non decidiamo di metterle per iscritto.

La dichiarazione dello scrittore non potrebbe descrivere meglio quello che troviamo nella sua narrativa: i suoi racconti scavano dentro di lui e di conseguenza nel lettore. Soffriamo con i personaggi, ci ritroviamo nei loro stati d’animo, nel loro lento ma inesorabile cammino verso il punto di non ritorno. È difficile non ripetersi recensendo Dubus, perché i capisaldi della sua letteratura, le qualità dei testi sono evidenti. Adulterio e altre scelte, in uscita in libreria proprio oggi e che sarà presentato nell’ambito di Più Libri Più Liberi l’8 dicembre, è la seconda antologia che ha pubblicato, apparsa nel 1977, l’ottava che appare in Italia – sempre edita da Mattioli 1885. Nonostante ci sia qualche pausa rispetto ai suoi lavori successivi, un ritmo non sempre omogeneo, qualche descrizione in cui si dilunga un po’, sono presenti, nel volume, passaggi e racconti assolutamente straordinari, che varrebbero da soli la lettura.

Dubus non scrive per il lettore ma per se stesso, e per questo paradossalmente coinvolge maggiormente i lettori, indagando persone che gli/ci somigliano, in cui mette molto di personale, personaggi che lo fanno piangere – come afferma lui stesso – quando fanno qualcosa che non gli piace. Amore, fede (che l’autore statunitense vede come amore per il prossimo), dovere, tradimenti, cadute e risalite sono raccontati nei minimi particolari, nei dettagli degli oggetti che ci circondano e dei cambiamenti di stato d’animo. Non troveremo mai particolari troppo precisi degli spazi esterni, dei paesaggi geografici nella letteratura di Dubus, ma un’incessante rappresentazione degli spazi interiori dei personaggi, della loro disperata ricerca di amore, della necessità di convivere con qualcun altro, del loro continuo desiderio di riscatto. La ricerca della felicità passa inesorabilmente per l’amore, che sia per Dio, per la patria, per un genitore o per il partner cambia poco.

L’antologia è divisa in tre parti. Nella prima Dubus ci parla dell’infanzia e del rapporto coi genitori e con la fede, della nascita dei primi rapporti interpersonali al di fuori della famiglia. Nella seconda troviamo protagonisti adolescenti che virano verso la maturità, uomini e donne che s’incontrano e si amano, l’esercito, che in quel periodo storico rappresentava un punto di riferimento sociale e lavorativo per tanti, e di come fosse vissuto in maniera diversa dagli uomini e dalle donne. Infine ci racconta della piena maturità, un momento in cui molte certezze cadono, sia religiose che sentimentali, e ci ritroviamo spesso di fronte a un ignoto che ci spaventa.

«Adulterio» è il racconto più lungo dell’antologia, direi quasi una novella, e più riuscito, con momenti in cui il lettore si sentirà rapito dalla storia e dai sentimenti che diffonde. Edith, dopo che il marito Hank l’ha tradita con una sua studentessa e le ha detto che non ritiene l’uomo un animale monogamo, ha diverse relazioni. Il suo attuale amante si ammala, e lei, con il marito a conoscenza della situazione, lo va a trovare ogni sera per accudirlo nelle sue ultime settimane di vita. Edith ama ancora il marito, e i suoi tradimenti sono nati dal fatto che Hank ha distrutto, con le sue parole e il suo comportamento, la sua visione idealistica dell’amore, ma ama anche Joe. In un crescendo drammatico, dove Joe peggiora sempre di più e la incalza sui motivi per cui lei stia ancora con il marito, la donna comincia a interrogarsi sulla propria esistenza e nel finale, commovente e tragico, troverà la forza di redimersi ai propri occhi. La vita militare nei marines è raccontata anche dal punto di vista femminile – prospettiva che Dubus ha tenuto sempre in forte considerazione – in «Andromaca», dove Ellen è la moglie di uno di loro. Vivere sempre con il timore che tuo marito possa non tornare – evento che qualche volta accade – condiziona l’esistenza di tutte le donne dei marines, i loro discorsi e le loro abitudini. Ed è «Rimorso» che completa il trittico dei racconti più riusciti; in esso Paul, un ragazzino di dieci anni, ha un rapporto difficile con un padre che, nonostante i numerosi malintesi ed equivoci, ama e da cui sa di essere amato.

https://mattioli1885.com/

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Il triangolo no

Gaja Cenciarelli, La nuda verità, Marsilio, pp. 247, €16,50 stampa, €9,99 ebook

recensisce ROBERTO STURM

Non è il primo romanzo di Gaja Cenciarelli che leggo. Romana, insegnante, scrittrice e traduttrice, nel 2011 ha pubblicato Sangue del suo sangue, romanzo che mi aveva colpito per la capacità dell’autrice di fornire un punto di vista alternativo sul terrorismo di sinistra. Lo stile semplice e lineare, la capacità di mantenere un’invidiabile omogeneità narrativa, il lavoro – evidente – sui dialoghi, la mancanza di passaggi superflui, la padronanza nell’uso degli strumenti letterari, mai una parola non necessaria: sono queste le qualità principali della Cenciarelli che ritroviamo, ancora migliorate, anche nella La nuda verità, edito a settembre da Marsilio.

Un romanzo noir, di denuncia sociale, d’introspezione psicologica o d’amore? Tutti e nessuno. Credo che La nuda verità sia un romanzo che vada al di là di qualsiasi genere, di ogni classificazione: se ne ha una è «un bel romanzo». L’architettura della storia è ben studiata, gli ambienti definiti con poche ma precise parole che fanno rimanere dentro la narrazione, i personaggi – che non vorremmo essere, ma ci accorgeremo prima o poi che in ognuno di loro c’è un po’ di noi stessi – sempre vivi e detestabili; l’amore e l’odio, i sentimenti che regolano le nostre esistenze, raccontati senza filtri, senza quel finto pudore che ne nasconde, spesso, l’enorme potenzialità e spietatezza. Siamo capaci di tutto per amore, ci umiliamo, ci prostriamo, ci disperiamo, ci mettiamo in situazioni imbarazzanti che mai avremo pensato di vivere. L’amore può essere crudele quanto e più dell’odio, la gelosia può distruggerci.

Donatella è un’oncologa molto stimata, una professionista a cui molti si rivolgono in momenti drammatici. Se nulla si può dire della sua professionalità, la sua mancanza di empatia e di umanità è totale. Detesta i colleghi e i pazienti che chiedono una parola di conforto, di speranza, non ha amici e non dorme mai nuda perché non ha la minima intimità col suo corpo. A quarantacinque anni non ha avuto ancora il coraggio di fare sesso, prova ribrezzo al solo pensiero.

A una festa di compleanno di una collega conosce Stefano, un uomo affascinante, colto e smaliziato che commercia in vini. Lui l’avvicina ma Donatella, come suo solito, fugge. Stefano non demorde, e nonostante il suo esserci e non esserci, lo scomparire per settimane, l’ammissione di scopare con altre donne, il fatto di non assicurare Donatella del suo amore, entra nella sua vita.

Francesca è la segretaria dello studio privato di Donatella, che non resta insensibile al fascino di Stefano. Ha bisogno di lavorare, è una ragazza madre che vive con la madre, e vede in Stefano, anche se sa della relazione con la sua datrice di lavoro, un uomo con cui sistemarsi e dare a se stessa e alla figlia una possibilità di una vita agiata. Stefano non fa mistero di corteggiare entrambe, e la situazione tra le due donne diventa sempre più esplosiva.

L’ultima protagonista, Catia Capriati, entra in scena a narrazione inoltrata, dopo che Stefano, più volte, ne annuncia la presenza. È lei il filo che unisce gli altri personaggi, che usa Stefano come uno strumento per i propri scopi il quale, a sua volta, usa le altre due donne.

Una storia losca con colpi di scena che tengono la tensione alta, personalità che mano a mano si definiscono in maniera compiuta. Un romanzo che unisce l’evasione al mistero, la buona narrativa alla denuncia sociale, la psicologia alla Simenon alla disperazione umana. Un romanzo a cui non manca niente.

http://www.marsilioeditori.it/

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Una strana coppia

Karl Geary, Montpelier Parade, tr. M. Bentini, Playground, pp. 234, €17 stampa

recensisce ROBERTO STURM

Sonny è un adolescente solitario, il più piccolo di quattro fratelli di una famiglia povera che deve fare salti mortali per sbarcare il lunario. La madre, casalinga, è una donna dal carattere rancoroso, indurita da una miseria che sembra non avere fine; fuma e sbriga le faccende di casa lanciando continui strali contro il marito. Tutta la famiglia, escluso Sonny, è coalizzata contro il padre: l’uomo infatti riesce a sprecare nella sala scommesse quel poco che guadagna con lavori saltuari.

Vera è una signora quarantenne della borghesia, che si è trasferita a Dublino dall’Inghilterra. Elegante, solitaria e aristocratica nei modi ma depressa, vive in una grande casa in un quartiere residenziale. La donna incarica il padre di Sonny di risistemare il muretto fuori casa e lui chiede al figlio di aiutarlo: il sedicenne scopre un mondo di cui non sospettava l’esistenza. Mobili di pregio, spazi sterminati, utensili raffinati e soprattutto libri su libri riempiono gli occhi del ragazzo. Da tempo, il pomeriggio lavora in una macelleria sperando di mettere da parte i soldi per andarsene, ruba pezzi di biciclette per assemblarne una tutta sua, non ha il coraggio – o meglio la sfrontatezza – di approfittare sessualmente di una sua coetanea, Sharon, che ha rapporti con uomini più grandi per procurarsi qualche pacchetto di sigarette o qualche soldo da spendere.

Non è una ragazzina del suo stesso quartiere che lo farà uscire dalla sordida esistenza che sente di vivere, pensa Sonny; così lascia la sua dipendenza dall’alcol, dalle sale cinematografiche, per iniziare a dipendere da Vera. È la vita della donna che lo interessa, piena di libri e di arte, di gite in macchina, amore e sesso. Lei contraccambia il suo affetto, ma gli dice che non potrà che fargli del male perché soffre di una malattia che sta distruggendo tutti i suoi organi interni. Ogni tanto ha delle crisi, ingurgita interi flaconi di pasticche per poi perdere coscienza.

Ma la verità non è mai quella che sembra, e Karl Geary, scrittore esordiente irlandese, ci porta in una Dublino degli anni ottanta molto simile a una città del dopoguerra, dove la crisi economica è al culmine e dove si avvertono, forti, gli echi della politica neoliberista della Thatcher. A volte un romanzo colpisce per lo stile, per la raffinatezza della costruzione o l’eleganza del linguaggio. Non è il caso di Montpelier Parade, scritto senz’altro benissimo,  ma senza troppi orpelli e in modo lineare: è la storia, struggente e malinconica, crudele e pericolosa di Sonny e Vera, è il degrado dell’uomo sancito da un’economia che schiaccia i deboli, è un disgraziato scontro tra poveri, è la ricerca di riscatto da parte di un ragazzo che non vede alcuna luce alla fine del tunnel. È una donna che nasconde anche a se stessa un terribile, insostenibile segreto. È una vita che, senza amore, non ha senso. Né vie d’uscita.

http://www.playgroundlibri.it/

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La tragedia dell’attore

Georges Simenon, Le persiane verdi, tr. Federica Di Lella e Maria Laura Vanorio, Adelphi, pp. 208, €19 stampa € 9,99 ebook

Georges Simenon (Liegi, 1903 – Losanna, 1989) è senza dubbio uno degli scrittori più prolifici del secolo scorso. Ha scritto circa duecentoventi romanzi, più altri testi sotto pseudonimo, con una qualità che si è mantenuta sempre a livelli altissimi. Quando si legge l’ultimo Simenon, si ha spesso l’impressione di aver letto il suo miglior romanzo, almeno così sembra a molti suoi lettori. Il suo nome è legato a quello di Maigret, personaggio che sarà portato sul piccolo e grande schermo da molti registi, ma a mio parere non è con i romanzi ispirati al Commissario che lo scrittore belga ha dato il meglio di sé.

Ancora giovanissimo si trasferisce a Parigi, dove riesce a vivere con le entrate che gli procurano i suoi scritti. La struttura delle trame, la capacità di rendere reali le ambientazioni, la credibilità dei personaggi, la profondità dello scavo psicologico e la spietata analisi della società rendono difficile pensare che Simenon riuscisse a scrivere un romanzo in meno di tre settimane; eppure è così.

Scritto nel 1950 tra il 16 e il 27 gennaio, durante il suo soggiorno in California, Le persiane verdi fu definito dal suo autore con queste parole: «Forse questo è il libro che i critici mi chiedono da tanto tempo e che ho sempre sperato di scrivere». Tocchiamo infatti l’apice del suo talento narrativo con un testo che più degli altri indaga nella psicologia dei personaggi, che ci offre un incipit di rara potenza evocativa ambientato in uno studio medico,  e narra una storia che a distanza di quasi settanta anni mantiene intatta la sua freschezza e la sua attualità; un romanzo scritto con uno stile essenziale che non deborda mai nell’autocompiacimento. I personaggi sono vividi, e non faticano a entrare nell’immaginario del lettore.

Maugin, il protagonista del romanzo, è un famoso attore al culmine del successo. Decide di farsi visitare da un luminare della medicina, il dottor Biguet, che ha in cura persone celebri e importanti di Parigi, per far valutare il proprio stato di salute. Ed è così che alla viglia del suo sessantesimo compleanno viene a sapere che ha un cuore di un settantacinquenne. Il medico cerca di rassicurarlo, ricordandogli che alcuni uomini di quell’età hanno ancora un discreto numero di anni da vivere, ma la notizia getta una nuova luce sulla sua esistenza. A Maugin piace bere, avere qualche avventura sessuale, fare una vita senza tanti limiti. La sua terza moglie, Alice, è una ragazza giovane che ha sposato nonostante fosse incinta di un altro uomo. Lei lo ricambia con gratitudine, con un amore incondizionato che passa sopra alle sue scappatelle.

L’attore ha un figlio di cui ha saputo di recente, frutto di una passata relazione con Juliette: Maugin era sparito all’improvviso e lei si era sposata con un impiegato che aveva accettato di riconoscere il bambino. Rimasta vedova, dopo che l’attore era diventato famoso, si era rifatta viva per chiedere un aiuto per il figlio che secondo lei era identico al padre. Apparentemente burbero e distaccato ma in fondo generoso, Maugin decide di aiutarlo e di conoscerlo anche se non lo vede sempre volentieri.

A un certo punto Maugin decide di abbandonare le scene, lasciare Parigi, e trasferirsi in Costa Azzurra con la moglie e il figlio Baba. Oltre a voler ritrovare l’intimità con sua moglie, sembra volersi allontanare dalla diagnosi infausta del dottor Biguet. La vicenda si ingarbuglia sempre più, Maugin è costretto a tornare qualche giorno a Parigi per discutere con la sua casa cinematografica che vorrebbe fargli girare altri film. È qui che si svolge il drammatico finale che, come sempre, Simenon costruisce con maestria portandoci dentro la tragicità della vita a poco a poco, tirandoci dentro in un crescendo di suspense. Uno spaccato dell’epoca raffinato e impietoso, personaggi comuni che mostrano tutte le loro debolezze.

http://www.adelphi.it

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Vite solo apparentemente comuni

Gina Berriault, Piaceri rubati, tr. Francesca Cosi e Alessandra Repossi, Mattioli 1885, pag. 208, €14,00 stampa

recensisce ROBERTO STURM

La casa editrice romagnola continua a stupirci: la foto in copertina di Piaceri rubati è davvero notevole, una vera opera d’arte in linea con la straordinaria qualità grafica cui siamo abituati. Non è neanche da sottovalutare la qualità dei testi proposti: oltre ad aver portato in Italia Andre Dubus, uno dei più grandi scrittori di short stories, ci ha fatto conoscere autori del calibro di Don Robertson e Charles Baxter, che ci hanno regalato vere e proprie perle letterarie. Un plauso dunque a Mattioli 1885 per il lavoro di ricerca di testi che, senza di loro, non sarebbero forse mai approdati nel nostro paese.

La curiosità verso questa prima pubblicazione italiana di Gina Berriault (1926 – 1999) è nata dal comunicato dell’ufficio stampa della Mattioli: gli undici racconti di Piaceri rubati sono stati definiti da Andre Dubus, Richard Ford e Richard Yates come scritti da una delle migliori autrici americane. Non sono nomi qualsiasi – tra l’altro sono tra i miei scrittori preferiti –, per cui non ho potuto fare a meno di leggerli.

Nel 1996, un’antologia in cui erano inseriti anche questi racconti, ha vinto tre importanti premi letterari in America: considerata dalla critica, amata dagli scrittori, Gina Berriault non ha mai avuto un grande successo di pubblico. Una delle ragioni plausibili, ipotesi che formulo dopo aver letto il libro, è che questi racconti sono stranianti: lasciano al lettore un senso di angoscia, scoprono senza pietà vite apparentemente comuni che nascondono baratri di indifferenza, macerie di mondi interiori. L’incomunicabilità di sentimenti che traspare è assoluta, le sensibilità sono nascoste da una freddezza utilizzata per difendersi dall’esterno.

L’asprezza della scrittura riporta allo stile micidiale di Fleur Jaeggy, le situazioni vissute dai personaggi ai racconti impietosi di Carver. Ma Gina Berrault ha uno stile peculiare, tutto suo, che la porta a descrivere minuziosamente gli stati d’animo dei protagonisti, i loro gesti, a delineare in maniera precisa l’ambiente che ospita la scena, a scrivere dialoghi duri con parole che pesano come macigni. È un mondo senza compassione quello che ci descrive, in un’America che sta perdendo il proprio sogno e quello della maggior parte delle persone che ci vivono. Emarginati o ai margini di una società che li esclude, che preferisce non comprendere e non indagare piuttosto che trovarsi di fronte a un problema da risolvere, a un’esistenza da risollevare.

Che si tratti di un senza tetto che frequenta una biblioteca, di un uomo che torna a vistare i genitori separati dopo anni di lontananza, di un anziano che esce di casa solo con un po’ di bagnoschiuma addosso per minacciare una donna, della ricerca, da parte di uno scrittore, di un fantomatico e famosissimo personaggio, di un bambino che uccide fortuitamente il fratello maggiore non ha troppa importanza. Sono (siamo) tutti disperati, chiusi in una realtà personale che ci impedisce di scorgere i particolari più intimi di chi ci troviamo di fronte: partner, genitori, figli o amici che siano. Eppure basterebbe poco, sembra volerci dire l’autrice, per tirarli fuori dall’inferno, magari ascoltare con più attenzione. Ma nel libro, come spesso nella vita, non accade mai.

https://mattioli1885.com/

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Il palcoscenico della provincia

Donato Andreucci, Nel Blue, Italic, pp. 148, €16,00 stampa

recensisce ROBERTO STURM

Donato Andreucci, sessantasettenne di Osimo, è al suo terzo romanzo. Come nei suoi precedenti, sempre pubblicati da Italic, e come altri autori marchigiani, ha scelto per palcoscenico della sua storia la provincia: il motivo di questo luogo d’elezione comune va forse ricercato nel fatto che le Marche sono un susseguirsi di piccoli centri, di città di dimensioni ridotte (Ancona, capoluogo di regione e città più popolosa, conta poco più di 100.000 abitanti) caratterizzati da una mentalità molto provinciale.

È questa eterna provincia, con i suoi personaggi e i comportamenti spiati dai vicini di casa, con una solidarietà mai troppo disinteressata, con il tempo che scorre più lentamente rispetto alle metropoli, con i pettegolezzi sulla bocca di tutti, a essere un osservatorio ideale. Come lente di ingrandimento, Andreucci usa un bar al centro di una piccola cittadina, il Blue, che nasce sulle ceneri di una serie di locali che hanno chiuso i battenti nel corso degli anni. Lì si incontrano quotidianamente i due protagonisti, Celestino, orologiaio sessantenne con l’hobby della fotografia e Leonardo, alle soglie dei settanta, ex giornalista in pensione. Tra una birra e un gin tonic, la loro attenzione si rivolge ai ragazzi più giovani. Non nascondono il loro interesse, non camuffano le loro voglie: si rendono conto che l’avanzare dell’età concede e concederà loro sempre meno occasioni ma non si arrendono, anche a costo di coprirsi, agli occhi degli altri, di ridicolo.

Celestino e Leonardo sembrano voler ribadire a se stessi, più che agli altri, che finché c’è vita l’amore, la passione, il desiderio e le pulsioni non invecchiano, tanto che Celestino, a un certo punto, parte per l’Olanda seguendo il suo ennesimo amore, un giovane musicista. È la musica, insieme a citazioni letterarie mai usate a sproposito o con ostentazione, uno dei fili conduttori del testo: ogni breve capitolo, simile a un’istantanea, ha il titolo di una canzone, il cui testo sarà citato nella narrazione. Una playlist che dagli anni quaranta ci porta fino a oggi, che passa dal rock alla canzone d’autore, dal pop alla musica leggera, e insieme ai flashback dei protagonisti, riporterà il lettore a momenti storici diversi.

Celestino, il più istintivo tra i due amici, vive col rammarico di non essere il figlio che il padre avrebbe voluto, e per questo pensa di non essere amato: quando il padre muore, proprio nel modo in cui lui gli aveva augurato, il senso di colpa lo assale e si confida con Leonardo. Ma nonostante non condividesse il comportamento del figlio omosessuale, suo padre lo amava come ogni padre ama il proprio figlio.

Ci sono tanti personaggi nel romanzo che rincorrono la felicità, come Anita, una ragazza del posto che si innamora di Asad, un giovane eritreo, di cui rimarrà incinta convinta di aver trovato finalmente l’amore. Ma Asad se ne va, e quando Celestino, senza mezzi termini, le chiede perché voglia tenere il bambino, lei non trova di meglio di rispondergli che chiamerà il figlio come il padre. Tutti ricercano la felicità, e quando sembra a portata di mano lei riparte senza essersi fermata a lungo, come dice una canzone di Lucio Dalla citata dall’autore.

Nel Blue racconta la storia di un paese, la sua graduale e costante globalizzazione che lo rende multietnico, i sentimenti che animano i frequentatori del bar, donne e uomini alle prese con i propri problemi e i propri sentimenti, soli o con persone che non amano o non le amano, con uno stile essenziale e con un lavoro di sottrazione evidente. E il finale, con Leonardo che dopo la partenza di Celestino resta in balia dei ricordi, con un unico amico, e vittima di malattie che ne minano l’autonomia non è comunque senza speranza, ma ha sapore agro con un forte e persistente retrogusto dolce. Perché la vita, in ogni caso, va vissuta.

http://www.italicpequod.it/

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