Tutti gli articoli di Roberto Derobertis

Serotonina. Molto meno di una speranza

ROBERTO DEROBERTIS

“In Occidente nessuno sarà più felice, pensava ancora,
mai più, oggi dobbiamo considerare la felicità
come un’antica chimera,
non se ne sono più presentate le condizioni storiche”
Michel Houellebecq, Serotonina

Il nuovo romanzo di Michel Houellebecq è il flusso di coscienza di Florent-Claude Labrouste, agronomo francese, figlio di un tempo nel quale qualunque grande racconto di emancipazione e trasformazione progressiva appare ormai impossibile. Si tratta di un viaggio a ritroso dentro le dolorose e fallimentari relazioni con donne tanto amate; relazioni usurate dalla banalità di esistenze emotivamente ridotte all’insignificanza.

Serotonina è un movimento vertiginoso attraverso un’Europa spettrale abitata da automi, figure descritte in atteggiamenti meccanici. Sono uomini e donne in tutto simili a quelle che incontriamo quotidianamente per la strada, nelle nostre città, nelle campagne spagnole, nelle province belghe, francesi o tedesche. Nel corso del testo viene nominata gran parte dell’Europa occidentale: l’Europa post-Crisi – ma non si può essere affatto certi che si tratti di un ‘post’, leggendo questo romanzo –, di una terra desolata popolata di uomini e donne azzerate, le cui ambizioni non portano a nessuna gioia e nemmeno a forme di tregua da routine costellate da insoddisfazioni. È un’Europa rappresentata come un circo del turismo enogastronomico – la Normandia del camembert – o di quello sessuale e balneare – la Spagna delle coste o delle suggestive, aride zone interne. Attraversiamo, ondeggiando nel classico incedere basculante e inesorabile della prosa di Houellebecq, vite sterilizzate dove le emozioni abitano esclusivamente il ricordo che, solo, dà valore ad un presente anaffettivo, di cui il magico e terribile Captorix a base di serotonina, farmaco ingerito dal protagonista, ne è la metafora biochimica. Vite che oscillano insensatamente tra la zoofilia e l’impotenza: la sessualità, infatti, in maniera particolarmente accentuata in questo romanzo dell’autore francese, è il luogo di performance esagerate, oppure mestamente obbligate, abitudinarie.

Ritorna così la cifra unica e riconoscibile di questo scrittore: la capacità di raffigurare con un registro poetico il declino  apocalittico di una civiltà. Ci troviamo davanti alla malinconia di una fine terminale e inevitabile, di qualcosa di irrimediabilmente perduto che è l’umanità stessa; una cifra che brillava già così luminosamente in Le particelle elementari (Les Particules élémentaires, 1998): allora in una versione da fantascienza distopica vergata da forme di neopositivismo, oggi in versione di inquietante realismo. Tuttavia, si tratta di una lettura dalla quale si esce rinfrancati, ri-umanizzati. Il degrado davanti al quale la voce narrante pone il lettore, produce un effetto di allontanamento, di spinta alla ricerca del bene e del conforto, di compassione ed empatia. Perché, come sempre nella scrittura di Houellebecq, è proprio attraversando l’abiezione che riappare quanto di più umano ci sia nella deumanizzazione che ci circonda e della quale, in fondo, anche noi, lettori e lettrici, siamo protagonisti.

Serotonina ci consegna anche un’altra cifra delle scrittura di Houellebecq, che si manifesta in un crescendo con lo scorrere delle pagine: è lo sguardo retrospettivo verso la storia dell’umanità, uno sguardo dal futuro ben piantato nel presente. Una forma di straniante spaesamento che ci restituisce frammenti della nostra stessa civiltà in forme di distorti rispecchiamenti. Siamo vivi ma è come se stessimo vivendo la nostra estinzione:

“È strana questa volontà di fare un bilancio, di convincersi, nel momento estremo, di aver vissuto; o forse no, forse è il contrario a essere terribile e strano, è terribile e strano pensare a tutti quegli uomini, quelle donne che non hanno niente da dire, che non vedono altro destino futuro se non quello di dissolversi in un vago continuum biologico e tecnico (poiché le ceneri sono tecnica, anche quando sono destinate a servire solo da concime, vanno calcolati i tassi di potassio e azoto), insomma a tutte quelle persone la cui vita è svolta senza incidenti esterni.”

Se in Le particelle elementari o in La possibilità di un’isola (La Possibilité d’une île, 2005) questo sguardo retrospettivo era costruito attraverso il gioco letterario della fantascienza post-apocalittica o distopica, qui come in Sottomissione (Soumission, 2015) o in Piattaforma (Plateforme, 2001), domina un severo e brutale realismo. È impossibile scrollarsi di dosso la sensazione di essere totalmente immersi, parte attiva, di questa estinzione.

Il contraltare di un modo di infelicità, fallimenti e disperazioni individuali è singolarmente rappresentato, in questo romanzo, dalla comparsa del mondo degli allevatori della Francia profonda, stritolata dagli incomprensibili quanto impietosi processi di produzione del mercato capitalistico nella sua fase neoliberista. Se il mondo delle relazioni sociali ed affettive appare condannato all’aridità, quello delle relazioni economiche globali è un mondo di altrettanta e generalizzata desertificazione. La sussistenza stessa degli aspetti materiali della vita appare compromessa.

Ma le “atmosfere di catastrofe generale alleviano sempre un po’ le catastrofi individuali”, prorompe ad un certo punto nel suo racconto Labrouste. Così, nonostante gli abissi di paralizzante disperazione, il viaggio del protagonista – iniziato nei meandri solitari di una mente depressa – sembra sbocciare in scenari pubblici. La tragedia del singolo assume connotati più ampi, condivisi: il fallimento individuale è squarciato dall’irrompere di un esercito di falliti – gli agricoltori della Normandia che, stanchi di subire passivamente i tremendi effetti del mercato globale, decidono di protestare, occupando le strade della provincia Francese.

“Io ero entrato in una notte senza fine”, racconta ad un certo punto Labrouste, eppure “nella parte più profonda di me persisteva qualcosa, molto meno di una speranza, diciamo un’incertezza”. “Incertezza” è certamente una parola chiave di questo nuovo romanzo di Michel Houellebecq: incertezza tra rassegnazione e azione, tra rilancio e abbandono. Labrouste rientra perfettamente nella galleria di personaggi houellebecqiani rivoltanti e struggenti, tanto odiosi e deprecabili – sessisti, razzisti e cinici – quanto commoventi. L’elemento profondamente umano, il tratto di una debolezza radicata ed estrema ne fa l’oggetto di compassione e, a tratti, immedesimazione, l'(anti)eroe di una vicenda che è anche la nostra, del nostro Tempo.

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Narrazioni per dis/orientarsi nel mondo

Laura Pugno, In territorio selvaggio. Corpo, romanzo, comunità, Nottetempo, pp. 128, €10 stampa, €5,99 eBook

recensisce ROBERTO DEROBERTIS

Cos’è esattamente una narrazione romanzesca? Quali territori attraversa e quali contribuisce ad immaginare? A quale comunità di lettori e lettrici e a quale comunità tout court si rivolge, oggi, e come si relaziona con i suoi “corpi”? Quale comunità contribuisce a formare,  ammesso che ne formi una? Conviene muoversi da questa sorta di parafrasi in forma di domande del sottotitolo del breve e densissimo saggio In territorio selvaggio di Laura Pugno, narratrice e poeta, nonché direttrice dell’Istituto italiano di cultura di Madrid, per addentrarsi in pagine vergate da una scrittura aforistica e a tratti enigmatica.

Il ragionamento dispiegato nel testo orbita intorno alla coppia antinomica giardino/bosco, che metaforizza sia i luoghi di ambientazione delle narrazioni sia i territori abitati da lettori e lettrici, dove per “giardino” è da intendersi un setting “pettinato”, confortevole e rassicurante e per “bosco” quella regione impervia e fitta dove “perdersi, fare esperienza”: “consolazione” e “scoperta”, insomma. Ma non c’è, avverte Pugno, una semplice opposizione quanto piuttosto una complementarietà tra i due luoghi, messi in relazione da narrazioni che non si accontentano di raffigurare o essere ambientate in uno solo di essi.

A destabilizzare e mobilitare queste narrazioni vi è ciò che Pugno chiama il “selvaggio”, categoria che emerge con forza da una riflessione sulla propria attività di narratrice, autrice fra l’altro del romanzo La ragazza selvaggia (Marsilio, 2016), per l’appunto. Il selvaggio è ciò che sta “là fuori, davanti a noi” ma che, scrive l’autrice, “non comprendiamo”. È ciò che è sconfinato e nasce dentro di noi, dal nostro corpo, nel momento in cui tracciamo confini tra un dentro e un fuori: una solitudine estrema, un’apertura sul buio, una metamorfosi catastrofica e irreversibile.

Il romanzo, dunque, sembra dirci la scrittrice, non può ridursi a strumento di stabilizzazione, un mero “conforto”, scrive; esso non può che essere un sentiero disagevole e striato da frontiere, abitate e attraversate da corpi irrequieti. Si ha la sensazione che la riflessione abbia come obiettivo critico il mondo liscio e fluido della globalizzazione elettronica, nella quale alla costruzione perturbante di storie si sono sostituite testualità frammentarie in una lingua ipersemplificata. Ecco, il “romanzo bosco”, circondato da un giardino inquietante, emerge come una possibile, disorientante risposta al mondo illusorio, senza segreti e sempre orientato di Google Maps.

Questo è un “libro scritto tutto nella mente” ma “nel mondo reale”, dice l’autrice stessa, una sorta di diaristico flusso di coscienza: insieme riflessione pubblica sulla natura della letteratura oggi e coacervo di inquietudini interiori stimolate dalla realtà filtrata dalla propria immaginazione artistica. In un momento di crisi fortissima della vecchia “critica militante”, divenuta obsoleta nel momento stesso in cui gli spazi di intervento sembravano moltiplicarsi – blog, social network, piattaforme e riviste online gratuite – e dell’asfissia della critica accademica ormai quasi del tutto incapace di interventi divulgativi, questo secondo volume nella nuova e meritoria collana “gransassi | trovare le parole” di Nottetempo ci consegna un’esperienza di lettura di quelle che, come scriveva Roland Barthes nel Piacere del testo, ci portano costantemente a sollevare lo sguardo dalla pagina per soffermarci e rifiatare, storditi da un intenso stupore.

Di Laura Pugno PULP Libri ha recentemente recensito anche il romanzo La metà di bosco.

L’autrice ha anche contribuito alla rubrica Paragrafi d’autore con una scelta di versi dai Quattro quartetti di T.S. Eliot.

https://www.edizioninottetempo.it/

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Eternamente mobilitati nella distopia della prestazione

A chi non cerca più un lavoro
e per fortuna non ce l’ha

Cosmo, Dedica (2013)

Il valutatore
Deve comunicare
Al valutato
La valutazione
Oppure
Farsene una ragione
E suicidarsi

Lo Stato Sociale, Cromosomi (2012)

 

Roberto Ciccarelli, Capitale disumano. La vita in alternanza scuola lavoro. Forza lavoro II, manifestolibri, pp. 232, €16,00 stampa

di ROBERTO DEROBERTIS

Se per Antonio Gramsci l’imperativo ad istruirsi era destinato all’emancipazione collettiva delle classi subalterne, nel capitalismo neoliberista, l’istruzione è una via – molto impervia – per il successo individuale attraverso l’auto-imprenditorialità. Un successo che, del resto, non arriva mai, ma costituisce la motivazione dell’agire stesso. Così, forse, si potrebbe riassumere questo denso e potente saggio di Roberto Ciccarelli, filosofo e giornalista del quotidiano il manifesto per il quale scrive di conoscenza e lavoro precario, secondo volume dopo Forza lavoro. Il lato oscuro della rivoluzione digitale (DeriveApprodi, 2018), di quella che è destinata ad essere una trilogia.

Ma che cos’è l’alternanza scuola lavoro, o ASL, questa specie di moloch o miraggio – a seconda dei punti di vista – al quale guardano con interesse, terrore o speranza milioni di studenti delle secondarie di secondo grado e le loro famiglie? Non si tratta soltanto delle duecento ore (nei Licei) o quattrocento (nei Tecnici e nei Professionali) di lavoro gratuito obbligatorio da svolgere in azienda nel triennio delle scuole superiori. Roberto Ciccarelli ha scritto un libro per inquadrare l’alternanza nella nostra epoca e, in definitiva, per spiegare come tutti noi, nella fase attuale del capitalismo neoliberista, siamo in alternanza. “Alternanza” è, del resto, una parola che illustra efficacemente un mondo governato dalla dinamica oscillatoria tra premio e punizione, inserita in un orizzonte dove il riconoscimento sociale consiste nel mostrarsi abili e vincenti nel mettere a valore le proprie competenze: saper svolgere microcompiti specifici per (non) sopravvivere.

L’alternanza scuola lavoro ci permette di guardare con attenzione ad un mondo fatto di abitatori di soglie: studenti non ancora lavoratori ma lavoratori in formazione senza reddito ma con le stesse caratteristiche del lavoratore subordinato precario e povero di reddito – già magistralmente raccontato, benché riottoso, in Forza lavoro – non ancora fuori dalla scuola ma gettato nel mondo incerto e del tutto inefficiente del lavoro. Del resto, insiste Ciccarelli, la creazione dell’alternanza scuola lavoro non è che la stabilizzazione normativa di un quadro sociale nel quale la condizione transitoria dell’essere “studente” diventa eterna: un incessante passare tra stadi di occupazione, inoccupazione e disoccupazione attraverso lavoretti (gig work), stage e tirocini, master e specializzazioni, prestazioni gratuite. Impossibile restare realmente fermi: tutto e tutti si muovono, motivati dalla cosiddetta “economia della promessa”. E la promessa è il carburante che permette all’esercito dei precari di accettare il lavoro gratuito, nella dilatazione dell’attesa di una paga. Attesa considerata positivamente perché foriera di acquisizione di “buone pratiche” attraverso percorsi di “eccellenza” (altra parola abusata dei nostri tempi).

Tra il discorso neoliberista dell’imprenditore di se stesso e il discorso lavorista (quello della bontà intrinseca di un lavoro purché sia) che tende a far identificare il lavoratore con il suo lavoro, scompare il rapporto di potere e subordinazione tra capitalista e lavoratore, che tendono invece a confondersi. Il lavoro si presenta così come contesa tra capitali umani nutriti del forte investimento personale (individuale) e dalle condizioni di partenza (familiari e ambientali). La forza lavoro, spogliata della sua autonomia, è condannata a fare di se stessa una merce, a trasformarsi in un investimento (psichico, emotivo, esperienziale) che promuove abilità e competenze. Sparisce così dall’orizzonte qualsiasi traccia di conflitto e l’umanità intera sembra sottoporsi a forme di autorità che la giudicano – o sarebbe meglio dire che la valutano – in base allo sforzo di investire tutta se stessa, avendo comunque l’impressione di aver scelto tutto questo liberamente e senza forzature né costrizioni. Si tratta di un’ingiunzione alla produttività mistificata per insorgenza della libertà individuale.

Lo schiavo contemporaneo non è unicamente vittima di una dinamica di asservimento nel quale sfruttato e sfruttatore sono due figure chiaramente distinte. Si tratta piuttosto di un soggetto in cerca di un appagamento socialmente riconosciuto incarnato da una chimera irraggiungibile e il cui raggiungimento è la ricompensa stessa. Nella realizzazione della sua ambizione, questo soggetto decide di sottoporsi alle più svariate procedure di formazione, certificazione, valutazione. E per tenere in moto la macchina per inseguire la promessa, l’autosfruttamento è la chiave. Ne emerge così un quadro di soggettività perennemente mobilitate: instabili, intermittenti, la cui unica certezza è la precarietà, in un panorama esistenziale di perenne sradicamento, disponibilità, transizione. La vita stessa, scrive l’autore, non è che “l’esercizio di adeguamento all’offerta occasionale di lavori pagati sempre peggio e limitati a cicli economici sempre più brevi”. Ciccarelli mette bene in evidenza – ed è questa una delle tracce fondamentali di questo lavoro – quanto la produzione di valore sia sempre più invisibile, impalpabile, perché non si traduce più nel salario. Inevitabile qui tornare alla figure più bizzarre eppure così comuni nel lavoro al tempo del capitalismo delle piattaforme: i cosiddetti “turchi meccanici” – il lavoratore povero che svolge, con il suo pc e spesso da casa, micromansioni per le piattaforme digitali – o gli stessi utenti delle piattaforme, non definibili secondo la tradizionale categoria di lavoratori.

In momenti particolarmente potenti del suo libro, Ciccarelli descrive condizione e contesti lavorativi contemporanei come laboratori di un progetto di profonda trasformazione antropologica. Tra questi laboratori si colloca la Scuola, a partire dalla cosiddetta riforma Berlinguer (2000), via via confermata da Moratti (2003) e Gelmini-Tremonti (2008) fino alla renziana “Buona Scuola” (2015), “riforma” non a caso coordinata con quel “Jobs Act” (2014) che ha reso strutturale un regime di precarietà permanente. Attraverso la lente dell’alternanza, la scuola appare un luogo privilegiato per osservare questa realtà sociale: non teatro di bullismo o vessazione della classe docente da parte di studenti sempre più sfrontati, bensì luogo elettivo di un “gigantesco esperimento sociale” attraverso il quale saggiare, sui corpi docili degli studenti e delle studentesse, la messa al lavoro dell’esistente in forma di capitale (dis)umano e non di forza lavoro autonoma.

Il volume ci accompagna per mano in un percorso impietoso e implacabile nella selva del linguaggio del management che è debordato nei documenti delle istituzioni scolastiche, divenendone la struttura discorsiva. Questo Capitale disumano rende esplicito ciò che tanti movimenti avevano indicato come l’esito negativo di processi di riforma dell’economia della conoscenza (Processo di Bologna e Strategia di Lisbona): la centralità della performance in sistemi governati da forme invasive di valutazioni standard. L’alternanza scuola lavoro, infatti, è la palestra dove addestrare l’uomo performativo, capace finalmente di affrontare – senza mai ricomporla! – la frammentarietà e sporadicità del lavoro nel suo Mercato, la caducità precoce dei bisogni produttivi, le mille forme di obsolescenza programmata che richiedono l’acquisizione di sempre nuove competenze per obiettivi a breve termine. Tutto questo Ciccarelli lo definisce seccamente come “una parte dell’educazione morale del soggetto” in “una vita basata sulla prestazione”.

Chi, dalla fine degli anni Novanta, si è imbattuto per ragioni personali o di studio, nelle ricerche di quanti immaginavano gli scenari futuri della precarietà – si pensi, su tutti, ad Andrea Fumagalli e Cristina Morini – troverà in questo volume la realizzazione di un mondo che allora appariva sì credibile, ma fortemente distopico. In quella distopia, ora, ci siamo immersi. Davanti a noi – anche se molte e molti che non vivono la condizione precaria fanno fatica a vederlo – si staglia questa mobilitazione permanente di una società formicaio, nella quale freneticamente e in maniera solo apparentemente illogica, una massa atomizzata di soggetti si affanna a trovare il proprio posto attraverso un “patchwork di impieghi”, trascinandosi tra tutti gli stadi della (non) occupazione: lavoro nero o grigio, a chiamata e a cottimo, volontario o gratuito, attraversati dalla formazione permanente e l’accumulazione di crediti che, come in un videogame, permettono di accedere ad altri livelli. Ma alla fine non c’è alcun premio, non c’è gloria e non c’è, a ben vedere, nessuna fine. La transizione è la condizione.

Eppure, nel finale, dopo pagine intense e dall’effetto catartico, soprattutto per chi osserva questi processi quotidianamente in atto, Roberto Ciccarelli apre squarci profondi nella direzione di possibili percorsi di liberazione. A patto di considerare lo studente, cioè quella figura proiettata verso la massima conoscenza, come un disertore sia dell’occupabilità – disponibilità a qualsiasi occupazione – sia dell’alternanza come “predicazione morale sul lavoro e sull’obbedienza”, considerando quindi il suo un ruolo etico e non sociale, in un territorio dove lavoro non è sinonimo di realizzazione.

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Per un’etica minima della sfera pubblica

Pier Aldo Rovatti, L’intellettuale riluttante, Eléuthera, pp. 176, € 15 stampa, € 5,99 eBook

recensisce ROBERTO DEROBERTIS

Cosa può un intellettuale nella sfera pubblica oggi? Potrebbe essere questa una domanda utile per interpretare il senso – e il bisogno profondo a cui risponde – questa raccolta di microsaggi del filosofo Pier Aldo Rovatti (1942), dal 1976 direttore dell’influente rivista filosofica aut aut (il Saggiatore), studioso, tra gli altri, di Michel Foucault, ideatore con Gianni Vattimo della fortunata formula filosofica di “pensiero debole” all’inizio degli anni Ottanta.

Il volume è un’antologia di quarantaquattro editoriali scritti tra il gennaio e il dicembre del 2017 per il quotidiano il Piccolo di Trieste. È necessario preliminarmente intendersi sul significato di parole ormai evanescenti, come «intellettuale» e «sfera pubblica» nell’epoca della iper-comunicazione che scorre in rivoli di bit dentro le nostre tecnologie incarnate (smartphone su tutte!) fino a disperdere il senso di un intervento meditato e impegnato (intellettuale) offerto ad un dibattito il più ampio possibile (pubblico). Proprio in questa rete di significati si installano i testi i Rovatti che, in fitto dialogo con l’attualità, affrontano una miriade di argomenti: dalla medicina alla scuola, da «fake news» e «post-verità» al calcio col tracimare del suo linguaggio nella politica, dai cambiamenti nelle relazioni sociali (ben rappresentati anche dal movimento #metoo) indotti dai social network alla mancata approvazione dello «Ius Soli» come strumento necessario all’aggiornamento della cittadinanza, fino alla scientificità e alla presunta neutralità dei saperi.

Un’istituzione guardata con interesse e preoccupazione dal filosofo è certamente la scuola, travolta da innovazioni tecnologiche e sociali che i soggetti che la abitano o la attraversano – studenti, docenti, genitori – faticano a mediare, risucchiati da un dilagante deficit di attenzione e da competitività e individualismo sfrenati. L’ansia per una comunità disintegrata da forme esorbitanti di atomizzazione e competizione è la lente che l’autore utilizza per leggere la restrizione degli spazi pubblici (evidente nell’aumento degli sgomberi di spazi sociali), il dilagare di forme autoritarie di populismo e l’affermazione sempre più spudorata del potere economico e politico di cerchie ristrette. Le configurazioni assunte dal potere sono un altro fuoco del ragionamento di Rovatti, che indaga le asimmetrie nelle relazioni, che si tratti di quelle tra governati e governanti, docenti e studenti, medici e pazienti, genitori e figli. È lì, fra i corpi di quei soggetti, secondo un paradigma caro a Foucault, che prendono forma gli aspetti più patologici e interessanti della vita sociale.

In questi brevi testi non troverete rimedi o soluzioni che fanno appello agli aspetti più deteriori del senso comune, né viene proposto il rassicurante rifugio in un glorioso, edenico passato, come ormai d’abitudine negli articoli di fondo e nei commenti dei grandi quotidiani nazionali. Rifuggendo e criticando l’ipersemplificazione del discorso pubblico contemporaneo, Rovatti propone un metodo di ragionamento, una forma del pensiero che chiama di «etica minima» (che dà il titolo alla sua rubrica), che significa «attivare una riflessione» aperta alle insorgenze, anche minute, del presente. In questo contesto, l’«intellettuale riluttante” del titolo è colui o colei capace di intervenire per trasformare quei dispositivi di potere che stanno rendendo la società una «parola ormai cadaverica», che si rifiuta di rappresentare gli interessi di qualcuno. Che dice «no», proponendo strumenti discorsivi per una liberatoria diserzione.

https://www.eleuthera.it/

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Sussulti dell’umano

Patrick Chamoiseau, Fratelli migranti. Contro la barbarie, tr. Maurizia Balmelli e Silvia Mercurio, add editore, pp. 123, euro 14,00 stampa, euro 6,99 ebook

recensisce ROBERTO DEROBERTIS

«Fai in modo che nessun dato del mondo ti appaia ostile» scrive Patrick Chamoiseau, scrittore martinicano di lingua francese, in questo dirompente libro pubblicato dalle edizioni add di Torino, che aggiungono un nuovo tassello ad un catalogo molto attento alle culture nere sparse per il globo. Il volume è diviso in 17 brevi capitoli con una Dichiarazione dei poeti (vera chiamata poetica alla resistenza) e il manifesto poetico-politico Per un’ospitalità mondiale che chiudono il testo con un chiaro intento etico e di lotta.

Da una terra di colonizzazioni e transculturazioni tra Africa, Americhe ed Europa, Chamoiseau (1953) scrive un monito contro l’illusione di salvarsi alzando muri e segnando confini che risvegliano mostri atroci nel cuore dell’Europa. Letto nel paradossale ordine del discorso odierno, tendente a promuovere l’idea che solidarietà ed empatia siano disvalori di un universo simbolico apostrofato come buonista, questo testo, nonostante la cifra da buoni sentimenti del titolo, mette in chiaro che non c’è altra strada per gli intellettuali che una serrata critica al capitalismo come fondamento delle disuguaglianze sociali e del razzismo. In questo contesto, la vita materiale dei migranti, i loro corpi e la loro morte sono «sussulti» dell’umano che ci obbligano a fare i conti con l’accoglienza che fa parte del bagaglio emotivo e relazionale dell’essere umano quando incontra l’arrivante imprevisto; in essa, scrive Chamoiseau, «ci si aggroviglia l’un l’altro».

Con una lingua che ricerca l’effetto folgorante dell’aforisma, Chamoiseau descrive un mondo invaso dalle merci e dalle connessioni elettroniche ma chiuso alla circolazione degli esseri umani. La sua prosa poetica non disdegna di cimentarsi con la prosa di un mondo ridotto a dati. Anzi, la presa d’atto della materialità economicistica che pervade la nostra vita – fino a prenderne il sopravvento – è l’unica possibilità di fare esodo dal dominio del «Mercato». Questo esodo si prepara, secondo l’autore caraibico, mettendo in moto modalità di esistenza opposte alle «leggi del profitto», alternative al «nomadismo santificato delle rendite dei capitali». Questa alternativa è la «mondialità» che per lo scrittore è l’estensione dell’umano, l’interezza non totalizzante delle individualità, l’apertura agli incontri, all’ignoto e al meraviglioso, è lo sconvolgimento degli immaginari.

Chamoiseau si richiama esplicitamente al Pasolini delle «lucciole» – che partiva come riflessione su un nuovo tipo di fascismo… – e al suo conterraneo Édouard Glissant, dal quale mutua l’idea di mondialità; ma la sua scrittura rimanda inevitabilmente al Discorso sul colonialismo (1955) di Aimé Césaire: se quella era una ragionata e fendente invettiva contro l’Europa che a metà anni Cinquanta (in piena Decolonizzazione e dieci anni dopo la fine del nazifascismo) non aveva fatto ancora i conti con la condizione del proletariato e dei colonizzati, quello di Chamoiseau è un pamphlet poetico che letteralmente ondeggia nelle stesse acque attraversate dai migranti. E tuttavia, gli obiettivi della polemica sono gli stessi: oltre sessanta anni dopo, l’Europa è preda di una degenerazione politica e la nostra epoca sembra richiedere la potenza di una scrittura che metta mano alle piaghe del profitto, del confinamento e della disumanizzazione, interpellando la complicità di lettori e lettrici affamate di parole di resistenza all’abbrutimento dilagante.

https://www.addeditore.it/

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La fine del meraviglioso giuoco

Enrico Brizzi, Nulla al mondo di più bello. L’epopea del calcio italiano fra guerra e pace 1938-1950, Laterza, pp. 318, €20,00 stampa, €11,99 eBook

recensisce ROBERTO DEROBERTIS

Enrico Brizzi ritorna al calcio, sempre presente nei suoi testi, dal celeberrimo Jack Frusciante è uscito dal gruppo (1994) passando dalla «Trilogia fantastorica italiana» (2008-12, in ristampa per Theoria), fino a questo terzo e ultimo volume della trilogia sulla storia del calcio italiano dalle origini (1887) al 1950. Se in Il meraviglioso giuoco. Pionieri ed eroi del calcio italiano 1887-1926 (2015) l’autore bolognese (di nascita e di fede calcistica) si concentrava su fatti e personaggi davvero curiosi e spesso sconosciuti ai più, rimestando nelle origini della passione italiana per il gioco, nel secondo volume, Vincere o morire. Gli assi del calcio in camicia nera 1926-1938 (2016) l’autore celebra l’irripetibile stagione della Nazionale italiana: vincitrice dei mondiali del 1934 (giocati in pompa magna nella stessa Italia fascista) e del ’38 e dell’Olimpiade del ’36 a Berlino, con a capo quel Vittorio Pozzo che finì per rappresentare la gloria sportiva del fascismo. La Storia dunque ha un certo peso, se pensiamo anche che «Vincere o morire!» era il laconico messaggio fatto recapitare dal Duce in persona negli spogliatoi degli Azzurri, poco prima della finale del mondiale francese del ’38 contro l’Ungheria.

Una macabra curiosità riportata anche in questo terzo volume che inizia dalla fine di un mito: il Grande Torino e lo schianto sulla collina di Superga dell’aereo che lo riportava a casa da Lisbona, dopo un’amichevole con il Benfica. Quello che doveva essere l’inizio di un glorioso ciclo fu invece una fine malinconica. Ma non c’è spazio per sentimentalismi tristi: Brizzi racconta il tramonto di una delle stagioni più prestigiose del calcio italiano – all’interno di un ciclo glorioso del calcio europeo e mondiale –, con una passione enciclopedica pressoché infantile che unisce la precisione dell’aneddotica allo stupore per i gesti sportivi e i clamorosi fatti storici.

L’interesse viscerale di Brizzi per il calcio è anche – come ogni appassionato sa bene – un interesse per la geografia: materia spesso detestata a scuola eppure onnipresente negli almanacchi e albi per quanti, in gioventù, si sono nutriti di esotiche mitologie calcistiche. Il racconto della Mitropa Cup (antesignana delle attuali competizioni europee), invece, è l’occasione di vagabondare tra città e stadi dell’Europa centrale e sudorientale, incontrando i nomi leggendari di György Sárosi, attaccante del Ferencváros di Budapest, oppure di Giuseppe Meazza «il Balilla» da Milano, vero divo tra campo e pubblicità e amante dei bordelli (non molto pare essere cambiato da allora!), o ancora l’ebreo austriaco Matthias Sindelar, vero mito degli anni Trenta, probabilmente ucciso dalla Gestapo.

In effetti, la prosa di Brizzi alterna, senza soluzione di continuità, fatti calcistici e fatti di Storia «grande», costruendo una storia sociale del calcio che è anche una storia calcistica della società italiana ed europea. Così, per esempio, ci si appassiona alle vicende della Guerra civile spagnola attraverso il lento declinare del campionato locale e la fuga delle sue migliori squadre antifranchiste, come il Barcellona, in un esilio forzato ma glorioso nelle Americhe, dove saranno persino ospitate nel campionato messicano. Mentre nel secondo capitolo, «Dalla parte del torto», l’escalation che porterà alla Seconda guerra mondiale non può scindersi dalla vittoria italiana nella Coppa Rimet (il Mondiale delle origini), così come l’invasione italiana dell’Albania del ’39 si sovrappone alla storica partita giocata dagli Azzurri con l’Inghilterra dei «maestri» – che avevano di nuovo snobbato la coppa, ritenendosi manifestamente superiori – giocata a San Siro negli stessi mesi e terminata 2-2. Avvincente, poi, il racconto della tragedia della Polonia – presa a tenaglia tra la Germania nazista e l’Unione sovietica staliniana – quando l’autore impietosamente ricorda i tanti calciatori e allenatori (ebrei o nazionalisti polacchi) finiti nei lager o nei gulag, oppure trucidati a freddo dalla Wermacht, in impetuosa avanzata. Brizzi segue con immutata serietà e cura, giornata per giornata, anche i campionati non ufficiali e di natura locale e semiprofessionistica nell’Italia travolta dalla Guerra tra il ’43 e il ’45, quando la Serie A a girone unico era stata sospesa.

La lingua di Nulla al mondo di più bello è effervescente: plasmando diversi registri, Brizzi mescola la prosa asciutta e incalzante da storico divulgativo con quella rétro delle cronache calcistiche d’epoca, talvolta mimeticamente ricalcate dalla grande mole di materiale certamente consultato. Curioso notare che il titolo del volume è estrapolato da una frase scritta da Vittorio Pozzo per celebrare il trionfo mondiale della sua Italia sulle colonne de La Stampa nel 1938. Anche questi scempi avvenivano sotto il fascismo: il celebratissimo allenatore della Nazionale scriveva di se stesso e dei propri trionfi. La crescente popolarità del gioco, in effetti, ne farà sempre più l’oggetto della manipolazione di tanti regimi, ultimo forse in ordine di tempo, quello del generale Videla in Argentina. Ma il calcio sviluppatosi dopo il 1950 – punto di arrivo di questa trilogia brizziana – è quello che i più smaliziati appassionati di oggi chiamano «calcio moderno»: uno sport assoggettato alle logiche della società dello spettacolo a venire che lo governerà attraverso i palinsesti televisivi. E tuttavia, queste pagine ci assorbono e contribuiscono a quella «mistificazione» che, secondo Roland Barthes, «trasforma la cultura piccolo-borghese in natura universale», a volte universalizzandone il suo godimento.

https://www.laterza.it/

Di Enrico Brizzi PULP Libri ha recentemente recensito anche il romanzo Tu che sei di me la miglior parte, nonché il graphic novel Un’estate italiana, realizzato con il disegnatore Denis Medri.

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Lo sconfinamento che regola la Storia: sulla scrittura di Alessandro Leogrande

approfondisce ROBERTO DEROBERTIS

Attraversare mezzo mondo per ritrovarsi in Europa non è solo un fatto geografico, non riguarda soltanto le dogane, le polizie di frontiera, i passeurs, gli scafisti, i trafficanti, i centri di identificazione, le navi militari, i soccorsi, gli aiuti, i tir, le corse e le rincorse, i respingimenti. Non riguarda solo questo, benché tutto questo possa coincidere, per molti, con l’evento saliente della propria esistenza. Ha a che fare innanzi tutto con se stessi. Saltare muri è innanzitutto un’esperienza individuale.

 

Il 18 aprile del 2015 un peschereccio con centinaia di migranti a bordo partito dalle coste della Libia affondava portando con sé un enorme – ma ancora imprecisato – numero di morti: tra i settecento e i novecento, forse mille. Il 29 giugno del 2016 veniva finalmente recuperato il relitto e il giorno seguente, Alessandro Leogrande (1977-2017) – scrittore, giornalista, organizzatore culturale, vicedirettore della rivista Lo straniero, collaboratore di numerose testate (da Internazionale al Corriere del Mezzogiorno) e autore radiofonico – viene interpellato dalla trasmissione di Radio 3 Tutta la città ne parla, per commentare in diretta la notizia. In trasmissione piovono, livorose, le proteste dei radioascoltatori per quello che ritengono uno sperpero di denaro pubblico. Leogrande bollerà quei commenti come «fascisti», scrivendo che la «questione di fondo non è solo perché la pietà per centinaia di morti non percepiti come propri non sia parte dell’orizzonte mentale» quanto piuttosto considerare «la malcelata insofferenza con cui il rigetto di quella pietà è comunicata pubblicamente», cioè poter dire tutto «come se fosse saltato un tappo». Anticipando così di due anni, con sintesi chirurgica, alcune delle più rilevanti questioni politico-sociali che ora sono davanti ai nostri occhi.

Leogrande non potrà mai verificare la lucida esattezza delle sue parole perché, un anno e mezzo dopo, il 26 novembre 2017, muore a Roma per aneurisma cerebrale, all’età di quarant’anni. Il giorno dopo, Fahrenheit, la nota trasmissione radiofonica di libri e cultura di Radio 3, improvvisa una puntata speciale dedicata all’intellettuale tarantino. Basta riascoltare i pochi minuti di trasmissione per comprendere tutto il lugubre peso di quella perdita e il senso di smarrimento per l’impatto che il suo lavoro aveva avuto sulle cultura e la società italiana negli ultimi vent’anni.

Dal 2008, con l’uscita per Mondadori di Uomini e caporali. Viaggio tra i nuovi schiavi nelle campagne del Sud, Leogrande squaderna con impressionanti capacità narrative l’intreccio di tre questioni: il Sud (non solo il Mezzogiorno italiano ma in senso ampio anche l’Europa Orientale, l’Africa e l’Asia), lo sfruttamento schiavistico del lavoro precario e stagionale e le migrazioni. Un nesso che, nei racconti-inchiesta di Leogrande, prende la forma di territori reali, persone in carne e ossa, situazioni concrete, relazioni e lotte. E tuttavia, sarebbe un grave errore di prospettiva confinare il lavoro di ricerca e scrittura di Leogrande a quel nesso. Intorno ad esso ruotano interessi amplissimi che ne facevano un intellettuale curioso e uno scrittore eclettico, la cui vastità di interessi – si era occupato anche di calcio e desaparecidos, criminalità e movimenti cosiddetti no global – non ne aveva mai scalfito il rigore: di tutto ciò di cui parlava e scriveva possedeva dati, date, storie, Storia, volti e nomi.

Nei testi di Leogrande il nome proprio è un elemento decisivo per riconoscere in quanto ‘umani’ colui o colei che vengono raccontati. Il naufragio. Morte nel Mediterraneo (2011) ricostruisce l’episodio tragico e significativo per il futuro dell’affondamento nel canale d’Otranto, il 28 marzo 1997, della motovedetta albanese Katër i Radës da parte della nave della Marina militare italiana Sibilla, evento che l’autore inquadra come primo respingimento da parte italiana: vera prova di forza all’interno delle istituzioni – pressate dalla crescente propaganda anti-albanese da parte della Lega Nord – e colpo di mano dei vertici della Marina (che a lungo proveranno a coprire in tutti i modi la verità, come dimostra il racconto), mentre al governo vi è una coalizione politica di centrosinistra.
Si tratta di un libro magmatico, nel quale confluiscono lunghe pagine dedicate a regole d’ingaggio militari e norme marittime, strazianti interviste ai sopravvissuti e ai loro parenti, digressioni sulla trasformazione dell’Europa in Fortezza e storia dei rapporti italo-albanesi: che sono prima di tutto rapporti coloniali e linguistici. Sintomaticamente, il libro si chiude con un’appendice intitolata «Elenco delle vittime»: dove si possono leggere tutti gli 81 nomi dei morti e dei dispersi.

Il nome, dunque, come tratto distintivo di umanità, come la dignità della sepoltura, il viaggio e il movimento. Ad aprire le pagine di Uomini e caporali compare la figura di Incoronata Di Nunno, anziana ex bracciante agricola di Orta Nova, nel foggiano, che non si rassegna al fatto che nel cimitero del suo paese ci sia seppellito un uomo «sconosciuto» e senza volto. Pare trattarsi di tale Mirosław, originario di Tomaszów Mazowiecki vicino Łódź, in Polonia. E nient’altro. Scrive Leogrande:

Così Mirosław rimane Ignoto, e IGNOTO resta scritto sulla sua tomba, benché in paese ora comincino a chiamarlo «Il Polacco», aggrappandosi alla sua nazionalità come fosse uno spiraglio utile alla soluzione del mistero.
Quanto a Incoronata, sapere il nome e il paese di provenienza della vittima non cambia molto. In fondo ha solo avuto la certezza, la prova ultima, di quello che ha sempre intimamente saputo: il ragazzo era uno straniero venuto qui in cerca di lavoro, così come anni prima suo marito e in anni più recenti i suoi figli sono stati spinti a partire per cercare, a loro volta, lavoro. Ognuno ha la sua Germania da raggiungere, pensa Incoronata. Ognuno ha il suo Nord e il suo Sud. E questo le basta per spiegare il movimento che regola la Storia, le sue correnti sotterranee, il dipanarsi delle ingiustizie.

Si potrebbe dire che il «movimento che regola la Storia» è, per Leogrande, lo sconfinamento: nel doppio significato di uscire dai confini e aprire, spalancare. L’implicito obiettivo del raccontare è andare oltre i limiti imposti dalla sclerotizzazione del discorso pubblico barcone-tragedia-scafisti, per esempio, triste riflesso condizionato dell’ideologia disumana del confinamento. Ne è un esempio La frontiera (2015) ultimo volume pubblicato in vita, nel quale il racconto, che si dipana cucendo una trama irregolare di generi testuali – l’inchiesta, il memoir e la non-fiction, l’aneddotica e la digressione, la cronaca e tratti persino il racconto d’avventura – disegna quadri ampi e profondi della «frontiera»: luogo mobile e variabile nelle sue dimensioni. Seguendo le vicissitudini migratorie del personaggio di Shorsh – suo amico, rifugiato curdo conosciuto a Roma quindici anni prima – ci ritroviamo a Patrasso, in Grecia e di lì, seguendo la rotta balcanica (che conduce in Ungheria attraverso la Serbia), facciamo un passo indietro sulla linea immaginaria che unisce Smirne a Lesbo: dove in notti silenziose e dense sperimentiamo un continuo susseguirsi di acqua e terra e ancora acqua, con forti echi ai topoi dei movimenti transfrontalieri tra Messico e Stati Uniti.

A ben vedere, Uomini e caporali, Il naufragio e La frontiera compongono una sorta di trilogia dello sconfinamento, che segna la progressiva maturazione tematico-stilistica del lavoro di Leogrande che è diventato il narratore di soggettività mai rassegnate ad un destino deciso da altri e altrove, uomini e donne tutt’altro che vittime dei rapporti di forza imposti violentemente dal capitalismo globalizzato.

Leggendo i testi di Leogrande non è mai possibile ragionare in termini ristretti focalizzandosi esclusivamente su realtà geograficamente e storicamente limitate (pur costantemente attraversate): perché anche quando la materia narrata ha un peculiare carattere locale, la descrizione di ciò che la rende realmente possibile si richiama a orizzonti sconfinati. Perché ci sono legami superiori ai confini degli Stati-nazione ed è dentro quei legami che si muovono le persone e i loro desideri.

In effetti, Leogrande era partito da una frontiera locale e ‘minore’ del Mezzogiorno italiano, Taranto, la sua città, sfregiata da una modernità crudele e dalle leggi estrattive dello sviluppo capitalistico. Nel folgorante reportage narrativo «L’eterno ritorno di Giancarlo Cito», Leogrande riflette su due fatti concomitanti. Da una parte, il fallimento della città, commissariata e in liquidazione, dall’altra la nuova candidatura a sindaco di Giancarlo Cito – telepredicatore nella TV di sua proprietà At6, già sindaco di Taranto tra il ’93 il ’96, «ex picchiatore fascista espulso dall’Msi per eccessive turbolenze» e con una condanna definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa nel 2002 – alle elezioni amministrative del 2007. In questa tragica concomitanza, lo scrittore tarantino delinea quelli che saranno in realtà non i sintomi e gli esiti di una crisi locale, ma quelli della grande Crisi finanziaria globale (iniziata proprio nell’autunno del 2007):

Taranto era sprofondata in una crisi surreale dagli aspetti ballardiani: una crisi verticale del consesso civile [ma] crisi del pubblico, luce spenta nelle scuole e negli ospedali, non voleva dire povertà. Perché i soldi privati c’erano: le pizzerie erano piene di gente, le ville apparivano ristrutturate, i locali del centro sempre affollati, il rito dello shopping intatto.

Crisi del pubblico: molto più di una questione di corruzione delle classi politiche, ma una degradazione nel cuore della comunità. «Citismo» è il nome che Leogrande dà a questo coacervo pestilenziale di degenerazione linguistica del discorso pubblico, populismo, malaffare, individualismo e privatizzazione dell’esistente. E tutto questo, all’ombra del grande polo siderurgico che, nella terribile crisi ambientale e produttiva esplosa nel 2012 (anch’essa maturata nell’ambito di privatizzazioni scellerate, col passaggio della fabbrica dallo Stato alla famiglia Riva), getta sul mar Jonio un «senso di sconfitta generalizzato», dove l’apparente irriformabilità di quel sito industriale mette un intero territorio davanti alla (non) scelta tra salute e lavoro. A leggere i suoi scritti di quegli anni si percepisce un pensoso dolore.

Con il solito nitore, in ogni singola pagina dedicata al Mezzogiorno, Leogrande individua nelle classi dirigenti e dominanti del Sud, nei processi di sviluppo e sfruttamento industriale, militare, politico o poliziesco, responsabilità e punti di rottura da analizzare, sui quali intervenire per trasformare. Nell’appassionante Le male vite. Storie di contrabbando e di multinazionali (2003), partendo dalle vicende relative alla guerra al contrabbando di sigarette condotte per anni dai governi italiani attraverso una serrata militarizzazione del territorio e delle forze di polizia, l’autore parte da un assunto semplice ma non scontato: «il crimine ha a che fare con la produzione di denaro, con la sua accumulazione e la sua redistribuzione». Laddove da anni si stigmatizzavano i venditori ambulanti di sigarette di contrabbando nelle strade delle città del Sud derubricandoli a fenomeno di microcriminalità – e di «decoro», diremmo oggi –, in fondo connaturata ai tanti ‘mali del Sud’, Leogrande disegna un magnifico affresco storico-politico, dimostrando come la caduta del Muro di Berlino e le sue conseguenze politiche nell’area balcanica, la nuova mobilità dei confini e le nuove frontiere, le criminali scelte di mercato delle grandi multinazionali del tabacco e delle banche in Europa stavano operando una trasformazione del capitalismo e dei sistemi produttivi.

L’infaticabile impegno di Leogrande irrompeva là, dov’era in agguato la spiegazione facile, fondata sulla cristallizzazione degli stereotipi. La precisione del lessico e l’esattezza della scrittura, la generazione continua di connessioni, talvolta inaudite, gli scavi testardi e uno sguardo di rarissima umanità in tempi come questi – tempi sempre interessanti per lui – permettono alla sua scrittura rigorosa di illuminare il futuro con rapidi bagliori accecanti, proiettando le sue narrazioni nello spaziotempo striato della Globalizzazione, parola chiave nei suoi scritti degli anni Duemila.

Introducendo un’antologia di testi dello scrittore e giornalista argentino Rodolfo Walsh, desaparecido massacrato dalla dittatura di Videla, Leogrande scriveva:

L’esattezza della scrittura, costantemente esercitata e perfezionata, con la stessa precisione con cui uno scultore leviga la propria pietra e vi sottrae tutto ciò che è superfluo, conta quanto la prospettiva con cui si guarda alle persone di cui si parla. Da che parte stai, per cosa o per chi in fondo stai scrivendo, e – soprattutto – che cosa fai, come agisci, dopo aver scritto: sono queste le domande che sembrano assillarlo, costantemente.

È un perfetto autoritratto. E la sua scomparsa tragica e prematura – come si scrive in questi casi, non avendo fatto del tutto i conti con la vita – completa un (parziale) parallelo tra due grandi protagonisti del reportage narrativo degli ultimi decenni. Parallelo che a Leogrande, immagino, sarebbe piaciuto ma che avrebbe probabilmente rifiutato per l’umiltà schiva che lo caratterizzava.

La citazione in esergo è tratta da La frontiera (Feltrinelli, 2015). Gli altri libri di Leogrande citati sono: Uomini e caporali. Viaggio tra i nuovi schiavi nelle campagne del Sud (Mondadori 2008; ora Feltrinelli, 2016), Il naufragio. Morte nel Mediterraneo (Feltrinelli, 2011), Fumo sulla città (Fandango, 2013) e Le male vite. Storie di contrabbando e di multinazionali (L’ancora del Mediterraneo, 2003; ora Fandango, 2010). «L’eterno ritorno di Giancarlo Cito» originariamente antologizzato in Il corpo e il sangue d’Italia per la cura di Christian Raimo (minimum fax, 2007) si può leggere ora in Fumo sulla città e nel postumo Dalle macerie. Cronache sul fronte meridionale (Feltrinelli, 2018), mentre l’introduzione ai testi di Rodolfo Walsh da lui stesso curati, intitolata «Davanti alla macchina da scrivere», si trova nel volume Il violento mestiere di scrivere (la Nuova frontiera, 2016). Il pezzo sul recupero del peschereccio affondato nel 2015 è Tutta la città straparla, mentre il podcast di Fahrenheit dedicato a Leogrande il 27/11/2018 si può ascoltare sul sito http://raiplayradio.it. Una recensione di Dalle macerie si può leggere nelle pagine di PULP Libri.

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Poesia nei minuti depredati della luce

Agota Kristof, Chiodi, tr. Vera Gheno e Fabio Pusterla, Casagrande, pp. 112, €16,00 stampa

recensisce ROBERTO DEROBERTIS

Arrivano in traduzione italiana i versi della poeta svizzera di origine ungherese e di lingua francese Agota Kristof (1935-2011), celebrata in tutta Europa per la sua Trilogia della città di K, nota da noi anche per il racconto autobiografico l’Analfabeta e il romanzo Ieri, dal quale Silvio Soldini trasse il film Brucio nel vento (2002).

I versi di Kristof – che nella sua bella postfazione Pusterla definisce «atroce e struggente» – non conoscono punteggiatura; in essi vi è un fluire di parole che lentamente precipitano verso una chiusura che coincide con un’impossibilità: «morti camminano / per queste vie anche io sarò pallida se solo sapessi / dove andare da chi e perché» scrive in «La finestra della notte». Tornano continuamente le strade e i treni come segni ambivalenti di transizione e interruzione, di un andare che non è mai un arrivare. L’io poetante sembra ossessionato dall’erranza ma deve fare i conti con luoghi angusti e persone invocate che appaiono irraggiungibili: «ti fermi sempre rivolto verso di me / anche nei giorni caduti / nel pozzo buio del mutismo / e nei minuti depredati della luce» scrive in «I paesaggi più belli». Questo transitare interrotto è amplificato dall’uso intensivo dell’enjambement, la sfasatura del verso che in Kristof, separando soggetto e verbo, sostantivo e aggettivo, fa letteralmente inciampare richiedendo una rilettura che, cambiando il ritmo, cambia anche la visione delle cose e le possibili combinazioni dei significati. La metrica, insomma, riproduce tutto l’universo simbolico del movimento nel quale ritroviamo un «qui», luogo che induce a riflessioni amare – «Qui le persone sono così felici / che nemmeno amano / sono realizzate e non hanno bisogno / l’una dell’altro nemmeno di dio» – e una «terra natia», un luogo rimasto indietro, incastrato in ricordi pallidi.

I versi di Chiodi trasudano silenzio – «il bosco è rimasto in silenzio ed è andato oltre // ma oltre a tutto questo / uno sguardo blu sopra le nuvole» – e rimandano a quel grigiore chiaro di un mattino ancora indeciso se lasciarsi andare alle nuvole o al cielo. In essi vi si stagliano anche fermo immagini in bianco e nero nei quali scrutare i contrasti e saggiare il buio prima e dopo la luce, muovendosi delicatamente sul confine. Si tratta di sensazioni avvalorate dalle foto di cui è corredato il volume, che ritraggono la poeta su un aereo, un tram o un treno, come la bellissima foto di copertina: pensosa e vintage, di una donna dai capelli corti, assorta, che ha conosciuto molti attraversamenti.

Si tratta di un’edizione preziosa, questa, da parte delle edizioni Casagrande di Bellinzona (Canton Ticino, Svizzera). I versi ungheresi – tranne la lirica «Ninna nanna» riscritta in francese – di Kristof ci giungono in italiano da un altro Paese a dimostrazione del fatto che l’italofonia è una questione aperta e l’italiano non è solo degli italiani – chiunque essi siano! – e non è una lingua solo peninsulare. Il dato che Kristof fosse una profuga ungherese sfuggita ai carri armati sovietici nel 1956, poi, molto dice sul degrado politico di un paese, l’Ungheria, che oggi militarizza le sue frontiere e respinge migranti e profughi, ponendosi alla guida del cosiddetto «Gruppo di Visegrad» dei paesi dell’ex blocco orientale ostili all’accoglienza. «Non c’è neanche un’apertura» scrive Kristof in «Non il vento», «da cui / potresti guardare dall’altra parte c’è / un’unica possibilità / raddrizzarsi». Giunti da quell’altra parte si fa fatica a trattenere la delusione. E in vite precarie che abitano l’irrequietezza si ode solo l’invisibile sibilo del vento.

http://www.edizionicasagrande.com/

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La delicata manutenzione delle relazioni

Auður Ava Ólafsdóttir, Hotel Silence, tr. Stefano Rosatti, Einaudi, pp. 200, €18,50 stampa, €9,99 eBook

recensisce ROBERTO DEROBERTIS

Jónas Ebeneser Snæland è un piccolo imprenditore islandese, ha quarantanove anni, una figlia ormai adulta (Guðrún Vatnalilja), una madre smarrita nei meandri della demenza senile (Guðrún) e una ex moglie (Guðrún anche lei) che gli ha appena rivelato un segreto sconvolgente. A partire aalle relazioni con le tre Guðrún, dalla sistemazione dei cartoni di roba vecchia nel suo scantinato e dalla rilettura dei suoi diari giovanili, Jónas tenta una profonda riflessione esistenziale – mai pretenziosa – sulla sua vita, nel momento in cui ha deciso di suicidarsi.

La prima parte del romanzo, intitolata «Carne» e dedicata alla riesumazione del passato e che culmina con la decisione del protagonista di farla finita, si svolge in Islanda. La seconda, intitolata «Cicatrici», si svolge in un non ben specificato Paese dove una devastante guerra civile ha da poco lasciato posto ad una fragile tregua: potrebbe essere un luogo qualunque della ex Jugoslavia degli anni Novanta o la Siria di oggi. È qui che Jónas progetta di suicidarsi.

La narrazione, dunque, si muove geograficamente ed anche emotivamente: nella prima parte si stagliano davanti al lettore ghiacciai e crateri islandesi quasi magici fatti dell’«incommensurabile bellezza delle cime, i multipli strati del paesaggio, montagne dietro altre montagne, sfumature di blu dietro altre sfumature di blu», che il protagonista finisce per trovare ormai noiosi. Nella seconda parte, invece, la «devastazione è ovunque»: «qui le case crollano sotto le bombe, da noi si schiantano le rocce». Ecco, il racconto ci conduce attraverso diverse intensità di «crolli» e l’Hotel Silence del titolo, albergo di recente e faticosamente rimesso in piedi da una coppia di fratelli, diventa il «laboratorio» dove Jónas metterà alla prova la reale consistenza della propria condizione umana e delle sue sofferenze. Nei dialoghi con i tanti personaggi che incontra, si srotolano implacabili – ma senza sottolineature drammatiche – gli orrori della guerra: devastazioni, mutilazioni fisiche e psicologiche e tutti gli inconvenienti di una vita quotidiana tra le macerie.

Divertente e insieme serissimo un passaggio della prima parte quando Jónas recupera dal suo diario il ricordo di un rapporto sessuale all’aria aperta con la sua futura moglie: tornando a casa in bici, racconta di aver visto – dal vivo e a colori, in contrasto con le immagini televisive che saranno trasmesse in seguito – Reagan e Gorbaciov incappottati durante il celebre incontro del «disgelo’ della Guerra fredda a Reykjavik, nel 1986.

Con leggerezza di scrittura e profondità di intenti, scandagliando affetti attraverso corpi e cicatrici, Ólafsdóttir ci porta per mano, con gli occhi di personaggi teneri e bizzarri, in un mondo in frantumi, nel quale l’unica possibile ricostruzione – o riparazione, perché Jónas è un capace tuttofare, unica qualità che gli riconoscono le sue donne e che nella storia assume una valenza via via maggiore – passa attraverso la memoria e la manutenzione delle relazioni.

Questo romanzo sonda le difficoltà di tenere in piedi vite fragili: sia nei contesti ovattati del benessere occidentale sia in quelli di guerre devastanti che l’Occidente relega e delega a media rassicuranti (tv o social network che siano) e la cui reale e consistente materialità è semplicemente assente. E per questo stesso motivo, come un apologo, il romanzo invita a relativizzare il dolore: a guardare con attenzione etica alle storie degli altri, ad uscire dalle scatole di cartone, dove con serenità custodiamo tracce del (nostro) passato – talvolta toccante e lacerante – destinate a restare disponibili al reperimento e alla riflessione retrospettiva, al riparo dal lontano annichilimento altrui. Che invece esiste; e restiamo umani proprio a partire dal nostro riflesso nello sguardo annichilito dell’altro, riconoscendoci come sopravvissuti.

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Una trama (finalmente complessa) del Sud

Alessandro Leogrande, Dalle macerie. Cronache sul fronte meridionale, Feltrinelli, pp. 320, €19,00 stampa €9,99 eBook

recensisce ROBERTO DEROBERTIS

Alessandro Leogrande ci ha lasciato il 26 novembre 2017 a quarant’anni e, a rileggerlo oggi, le sue parole ci giungono come una eredità pesantissima e, insieme, come una freccia leggera scoccata verso l’immaginazione del futuro. Le sue sono parole che sfidano il logorio del tempo e attecchiscono in profondità, come radici di un pensiero resistente. Così almeno emerge da questa raccolta proposta da Feltrinelli – suo editore degli ultimi anni – che mette insieme trecento pagine di scritti su Taranto: luogo di origine e di sofferente elezione dell’autore, suo posizionamento privilegiato per osservare le macerie di una realtà sociale che, a ben vedere, è quella della lunga Crisi europea iniziata negli anni Novanta del Novecento.

Il volume è una sorta di remix di testi – interi capitoli dell’ormai introvabile Un mare nascosto (L’ancora del Mediterraneo, 2000), articoli e saggi pubblicati su Lo Straniero (di cui è stato anche vicedirettore), Il Corriere del Mezzogiorno e il manifesto – usciti tra il 1998 e il 2017, divisi in quattro parti tematiche sulla Taranto di Cito, la città devastata dall’industrialismo e dallo svuotamento del centro storico, la città stratificata dal punto di vista delle classi e delle pratiche sociali, dei rituali religiosi e del calcio. Sono inoltre antologizzati discorsi pubblici e un reportage narrativo fondamentale, originariamente pubblicato nella raccolta Il corpo e il sangue d’Italia a cura di Christian Raimo (minimum fax, 2007): “L’eterno ritorno di Giancarlo Cito”.

Si tratta di un lavoro editoriale per certi aspetti discutibile che, tuttavia, fa emergere il nucleo centrale della riflessione e delle narrazioni di una vita: gli stravolgimenti prodotti dalla modernità in territori profondamente segnati da storie millenarie, nei quali le asimmetrie di classe, più di altre, hanno caratterizzato la produzione delle soggettività.

Le sue parole, si diceva, proiettate verso il futuro: è impossibile non notare come Leogrande, nei primi anni Novanta, usasse termini come “casta” (per indicare gruppi di potere radicati nelle classi abbienti della società tarantina) e “populistici” riferiti alla politica del tycoon televisivo locale Giancarlo Cito: “picchiatore fascista”, poi sindaco, poi parlamentare della destra berlusconiana, i cui frame linguistico-discorsivi improntati ad una marcata aggressività verbale servivano a presidiare le piazze reali e quelle televisive per ricercare e plasmare il consenso delle classi popolari e quello dei circoli dominanti. Attraverso la lente deformante del politico tarantino, Leogrande individua e descrive i prodromi di una grande trasformazione politica che giunge fino a noi: un coacervo di neonazionalismo xenofobo (si racconta dei suoi legami con Franco Freda di Ordine Nuovo e Mario Borghezio della Lega Nord) e omofobo, giunto oggi ad occupare poltrone ministeriali.

Questo prezioso volume risulterà illuminante sia per chi ha voglia di conoscere il lavoro di Leogrande, sia per chi, invece, scoprirà testi sconosciuti o dimenticati. Per tutti è l’occasione di vedere come il posizionarsi dell’intellettuale tarantino nella sua terra, al centro dei traffici della storia non solo moderna, è un fare perno per poter poi osservare dinamiche sociali, relazioni storico-culturali, dinamiche politiche di lungo periodo. I dettagli della vita sociale nei vicoli di Taranto vecchia, la crescita e il lento declino della fabbrica e della classe operaia (durata sostanzialmente una sola generazione), i movimenti politici negli anni Settanta: tutto minuziosamente raccontato con pennellate rapide e sintesi fulminee che restituiscono un’immagine finalmente complessa e mai consolatoria né assolutoria del Mezzogiorno come parte integrante della penisola. L’urgenza che trasuda da queste pagine è quella di raccontare: raccontare sempre, per individuare nessi in grado di spiegare processi talvolta imperscrutabili.

Infatti, nel tratteggiare i poteri che hanno plasmato Taranto dopo l’unità d’Italia, accanto alle classi dirigenti della politica locale e nazionale, al siderurgico e alla mafia, Leogrande punta impietosamente la sua lente sul ruolo della Marina militare che, con l’Arsenale, ha gestito “una sorta di città militare di massa”. I militari hanno rappresentato l’ingrediente dell’“autoritarismo” nella peculiare ricetta tarantina dello sviluppo. Sviluppo industrial-militare e sviluppo urbanistico incontrollato – indotto dalla necessità di accogliere sempre più manodopera – hanno provocato un massiccio inurbamento di contadini e la trasformazione dei pescatori in operai, innescando flussi migratori da regioni meridionali limitrofe: “una città in cui la stragrande maggioranza era composta da un magma denso ed eterogeneo, strappato dalle proprie radici, gettato in un contesto già di per sé irrazionale ed alogico, distribuito e compresso sul territorio”.

I reportage narrativi di Leogrande raccontano di contrabbandieri di sigarette che millantano carriere mancate da professionisti del ciclismo, giovani pescatori dediti ad un lavoro faticosissimo e scarsamente remunerativo ma con tanti sogni in tasca, ex militanti della Sinistra extraparlamentare che si occupano di bambini nella città vecchia, ex pescatori ultrasessantenni riconvertiti come parcheggiatori abusivi. Quanto più la materia narrata si fa problematica, tanto più la scrittura di Leogrande si fa poetica: come per assecondare l’urgenza di entrare in sintonia empatica con quella materia. Imperdibile l’incipit del capitolo “La grande fabbrica” che racconta il lento digradare della campagna coltivata a ulivi lungo la costa ionica verso le ciminiere e le montagne di ghisa della grande acciaieria, la più grande d’Europa, dove con malinconia straziante – nella trama sapientemente intessuta da Leogrande – il paesaggio violentemente antropizzato lascia ormai infimi spazi alla resistenza di forme di vita sociali e culturali ‘alternative’.

Per lo scrittore tarantino, in fondo, si era sempre trattato di immaginare alternative non senza prima aver lavorato ossessivamente sulla comprensione di cause e processi materiali che hanno determinato lo stato di cose presenti: quel lavoro faticoso dell’intellettuale di cui Leogrande era ormai un rarissimo, mite e risoluto rappresentante.

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