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Lo sconfinamento che regola la Storia: sulla scrittura di Alessandro Leogrande

approfondisce ROBERTO DEROBERTIS

Attraversare mezzo mondo per ritrovarsi in Europa non è solo un fatto geografico, non riguarda soltanto le dogane, le polizie di frontiera, i passeurs, gli scafisti, i trafficanti, i centri di identificazione, le navi militari, i soccorsi, gli aiuti, i tir, le corse e le rincorse, i respingimenti. Non riguarda solo questo, benché tutto questo possa coincidere, per molti, con l’evento saliente della propria esistenza. Ha a che fare innanzi tutto con se stessi. Saltare muri è innanzitutto un’esperienza individuale.

 

Il 18 aprile del 2015 un peschereccio con centinaia di migranti a bordo partito dalle coste della Libia affondava portando con sé un enorme – ma ancora imprecisato – numero di morti: tra i settecento e i novecento, forse mille. Il 29 giugno del 2016 veniva finalmente recuperato il relitto e il giorno seguente, Alessandro Leogrande (1977-2017) – scrittore, giornalista, organizzatore culturale, vicedirettore della rivista Lo straniero, collaboratore di numerose testate (da Internazionale al Corriere del Mezzogiorno) e autore radiofonico – viene interpellato dalla trasmissione di Radio 3 Tutta la città ne parla, per commentare in diretta la notizia. In trasmissione piovono, livorose, le proteste dei radioascoltatori per quello che ritengono uno sperpero di denaro pubblico. Leogrande bollerà quei commenti come «fascisti», scrivendo che la «questione di fondo non è solo perché la pietà per centinaia di morti non percepiti come propri non sia parte dell’orizzonte mentale» quanto piuttosto considerare «la malcelata insofferenza con cui il rigetto di quella pietà è comunicata pubblicamente», cioè poter dire tutto «come se fosse saltato un tappo». Anticipando così di due anni, con sintesi chirurgica, alcune delle più rilevanti questioni politico-sociali che ora sono davanti ai nostri occhi.

Leogrande non potrà mai verificare la lucida esattezza delle sue parole perché, un anno e mezzo dopo, il 26 novembre 2017, muore a Roma per aneurisma cerebrale, all’età di quarant’anni. Il giorno dopo, Fahrenheit, la nota trasmissione radiofonica di libri e cultura di Radio 3, improvvisa una puntata speciale dedicata all’intellettuale tarantino. Basta riascoltare i pochi minuti di trasmissione per comprendere tutto il lugubre peso di quella perdita e il senso di smarrimento per l’impatto che il suo lavoro aveva avuto sulle cultura e la società italiana negli ultimi vent’anni.

Dal 2008, con l’uscita per Mondadori di Uomini e caporali. Viaggio tra i nuovi schiavi nelle campagne del Sud, Leogrande squaderna con impressionanti capacità narrative l’intreccio di tre questioni: il Sud (non solo il Mezzogiorno italiano ma in senso ampio anche l’Europa Orientale, l’Africa e l’Asia), lo sfruttamento schiavistico del lavoro precario e stagionale e le migrazioni. Un nesso che, nei racconti-inchiesta di Leogrande, prende la forma di territori reali, persone in carne e ossa, situazioni concrete, relazioni e lotte. E tuttavia, sarebbe un grave errore di prospettiva confinare il lavoro di ricerca e scrittura di Leogrande a quel nesso. Intorno ad esso ruotano interessi amplissimi che ne facevano un intellettuale curioso e uno scrittore eclettico, la cui vastità di interessi – si era occupato anche di calcio e desaparecidos, criminalità e movimenti cosiddetti no global – non ne aveva mai scalfito il rigore: di tutto ciò di cui parlava e scriveva possedeva dati, date, storie, Storia, volti e nomi.

Nei testi di Leogrande il nome proprio è un elemento decisivo per riconoscere in quanto ‘umani’ colui o colei che vengono raccontati. Il naufragio. Morte nel Mediterraneo (2011) ricostruisce l’episodio tragico e significativo per il futuro dell’affondamento nel canale d’Otranto, il 28 marzo 1997, della motovedetta albanese Katër i Radës da parte della nave della Marina militare italiana Sibilla, evento che l’autore inquadra come primo respingimento da parte italiana: vera prova di forza all’interno delle istituzioni – pressate dalla crescente propaganda anti-albanese da parte della Lega Nord – e colpo di mano dei vertici della Marina (che a lungo proveranno a coprire in tutti i modi la verità, come dimostra il racconto), mentre al governo vi è una coalizione politica di centrosinistra.
Si tratta di un libro magmatico, nel quale confluiscono lunghe pagine dedicate a regole d’ingaggio militari e norme marittime, strazianti interviste ai sopravvissuti e ai loro parenti, digressioni sulla trasformazione dell’Europa in Fortezza e storia dei rapporti italo-albanesi: che sono prima di tutto rapporti coloniali e linguistici. Sintomaticamente, il libro si chiude con un’appendice intitolata «Elenco delle vittime»: dove si possono leggere tutti gli 81 nomi dei morti e dei dispersi.

Il nome, dunque, come tratto distintivo di umanità, come la dignità della sepoltura, il viaggio e il movimento. Ad aprire le pagine di Uomini e caporali compare la figura di Incoronata Di Nunno, anziana ex bracciante agricola di Orta Nova, nel foggiano, che non si rassegna al fatto che nel cimitero del suo paese ci sia seppellito un uomo «sconosciuto» e senza volto. Pare trattarsi di tale Mirosław, originario di Tomaszów Mazowiecki vicino Łódź, in Polonia. E nient’altro. Scrive Leogrande:

Così Mirosław rimane Ignoto, e IGNOTO resta scritto sulla sua tomba, benché in paese ora comincino a chiamarlo «Il Polacco», aggrappandosi alla sua nazionalità come fosse uno spiraglio utile alla soluzione del mistero.
Quanto a Incoronata, sapere il nome e il paese di provenienza della vittima non cambia molto. In fondo ha solo avuto la certezza, la prova ultima, di quello che ha sempre intimamente saputo: il ragazzo era uno straniero venuto qui in cerca di lavoro, così come anni prima suo marito e in anni più recenti i suoi figli sono stati spinti a partire per cercare, a loro volta, lavoro. Ognuno ha la sua Germania da raggiungere, pensa Incoronata. Ognuno ha il suo Nord e il suo Sud. E questo le basta per spiegare il movimento che regola la Storia, le sue correnti sotterranee, il dipanarsi delle ingiustizie.

Si potrebbe dire che il «movimento che regola la Storia» è, per Leogrande, lo sconfinamento: nel doppio significato di uscire dai confini e aprire, spalancare. L’implicito obiettivo del raccontare è andare oltre i limiti imposti dalla sclerotizzazione del discorso pubblico barcone-tragedia-scafisti, per esempio, triste riflesso condizionato dell’ideologia disumana del confinamento. Ne è un esempio La frontiera (2015) ultimo volume pubblicato in vita, nel quale il racconto, che si dipana cucendo una trama irregolare di generi testuali – l’inchiesta, il memoir e la non-fiction, l’aneddotica e la digressione, la cronaca e tratti persino il racconto d’avventura – disegna quadri ampi e profondi della «frontiera»: luogo mobile e variabile nelle sue dimensioni. Seguendo le vicissitudini migratorie del personaggio di Shorsh – suo amico, rifugiato curdo conosciuto a Roma quindici anni prima – ci ritroviamo a Patrasso, in Grecia e di lì, seguendo la rotta balcanica (che conduce in Ungheria attraverso la Serbia), facciamo un passo indietro sulla linea immaginaria che unisce Smirne a Lesbo: dove in notti silenziose e dense sperimentiamo un continuo susseguirsi di acqua e terra e ancora acqua, con forti echi ai topoi dei movimenti transfrontalieri tra Messico e Stati Uniti.

A ben vedere, Uomini e caporali, Il naufragio e La frontiera compongono una sorta di trilogia dello sconfinamento, che segna la progressiva maturazione tematico-stilistica del lavoro di Leogrande che è diventato il narratore di soggettività mai rassegnate ad un destino deciso da altri e altrove, uomini e donne tutt’altro che vittime dei rapporti di forza imposti violentemente dal capitalismo globalizzato.

Leggendo i testi di Leogrande non è mai possibile ragionare in termini ristretti focalizzandosi esclusivamente su realtà geograficamente e storicamente limitate (pur costantemente attraversate): perché anche quando la materia narrata ha un peculiare carattere locale, la descrizione di ciò che la rende realmente possibile si richiama a orizzonti sconfinati. Perché ci sono legami superiori ai confini degli Stati-nazione ed è dentro quei legami che si muovono le persone e i loro desideri.

In effetti, Leogrande era partito da una frontiera locale e ‘minore’ del Mezzogiorno italiano, Taranto, la sua città, sfregiata da una modernità crudele e dalle leggi estrattive dello sviluppo capitalistico. Nel folgorante reportage narrativo «L’eterno ritorno di Giancarlo Cito», Leogrande riflette su due fatti concomitanti. Da una parte, il fallimento della città, commissariata e in liquidazione, dall’altra la nuova candidatura a sindaco di Giancarlo Cito – telepredicatore nella TV di sua proprietà At6, già sindaco di Taranto tra il ’93 il ’96, «ex picchiatore fascista espulso dall’Msi per eccessive turbolenze» e con una condanna definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa nel 2002 – alle elezioni amministrative del 2007. In questa tragica concomitanza, lo scrittore tarantino delinea quelli che saranno in realtà non i sintomi e gli esiti di una crisi locale, ma quelli della grande Crisi finanziaria globale (iniziata proprio nell’autunno del 2007):

Taranto era sprofondata in una crisi surreale dagli aspetti ballardiani: una crisi verticale del consesso civile [ma] crisi del pubblico, luce spenta nelle scuole e negli ospedali, non voleva dire povertà. Perché i soldi privati c’erano: le pizzerie erano piene di gente, le ville apparivano ristrutturate, i locali del centro sempre affollati, il rito dello shopping intatto.

Crisi del pubblico: molto più di una questione di corruzione delle classi politiche, ma una degradazione nel cuore della comunità. «Citismo» è il nome che Leogrande dà a questo coacervo pestilenziale di degenerazione linguistica del discorso pubblico, populismo, malaffare, individualismo e privatizzazione dell’esistente. E tutto questo, all’ombra del grande polo siderurgico che, nella terribile crisi ambientale e produttiva esplosa nel 2012 (anch’essa maturata nell’ambito di privatizzazioni scellerate, col passaggio della fabbrica dallo Stato alla famiglia Riva), getta sul mar Jonio un «senso di sconfitta generalizzato», dove l’apparente irriformabilità di quel sito industriale mette un intero territorio davanti alla (non) scelta tra salute e lavoro. A leggere i suoi scritti di quegli anni si percepisce un pensoso dolore.

Con il solito nitore, in ogni singola pagina dedicata al Mezzogiorno, Leogrande individua nelle classi dirigenti e dominanti del Sud, nei processi di sviluppo e sfruttamento industriale, militare, politico o poliziesco, responsabilità e punti di rottura da analizzare, sui quali intervenire per trasformare. Nell’appassionante Le male vite. Storie di contrabbando e di multinazionali (2003), partendo dalle vicende relative alla guerra al contrabbando di sigarette condotte per anni dai governi italiani attraverso una serrata militarizzazione del territorio e delle forze di polizia, l’autore parte da un assunto semplice ma non scontato: «il crimine ha a che fare con la produzione di denaro, con la sua accumulazione e la sua redistribuzione». Laddove da anni si stigmatizzavano i venditori ambulanti di sigarette di contrabbando nelle strade delle città del Sud derubricandoli a fenomeno di microcriminalità – e di «decoro», diremmo oggi –, in fondo connaturata ai tanti ‘mali del Sud’, Leogrande disegna un magnifico affresco storico-politico, dimostrando come la caduta del Muro di Berlino e le sue conseguenze politiche nell’area balcanica, la nuova mobilità dei confini e le nuove frontiere, le criminali scelte di mercato delle grandi multinazionali del tabacco e delle banche in Europa stavano operando una trasformazione del capitalismo e dei sistemi produttivi.

L’infaticabile impegno di Leogrande irrompeva là, dov’era in agguato la spiegazione facile, fondata sulla cristallizzazione degli stereotipi. La precisione del lessico e l’esattezza della scrittura, la generazione continua di connessioni, talvolta inaudite, gli scavi testardi e uno sguardo di rarissima umanità in tempi come questi – tempi sempre interessanti per lui – permettono alla sua scrittura rigorosa di illuminare il futuro con rapidi bagliori accecanti, proiettando le sue narrazioni nello spaziotempo striato della Globalizzazione, parola chiave nei suoi scritti degli anni Duemila.

Introducendo un’antologia di testi dello scrittore e giornalista argentino Rodolfo Walsh, desaparecido massacrato dalla dittatura di Videla, Leogrande scriveva:

L’esattezza della scrittura, costantemente esercitata e perfezionata, con la stessa precisione con cui uno scultore leviga la propria pietra e vi sottrae tutto ciò che è superfluo, conta quanto la prospettiva con cui si guarda alle persone di cui si parla. Da che parte stai, per cosa o per chi in fondo stai scrivendo, e – soprattutto – che cosa fai, come agisci, dopo aver scritto: sono queste le domande che sembrano assillarlo, costantemente.

È un perfetto autoritratto. E la sua scomparsa tragica e prematura – come si scrive in questi casi, non avendo fatto del tutto i conti con la vita – completa un (parziale) parallelo tra due grandi protagonisti del reportage narrativo degli ultimi decenni. Parallelo che a Leogrande, immagino, sarebbe piaciuto ma che avrebbe probabilmente rifiutato per l’umiltà schiva che lo caratterizzava.

La citazione in esergo è tratta da La frontiera (Feltrinelli, 2015). Gli altri libri di Leogrande citati sono: Uomini e caporali. Viaggio tra i nuovi schiavi nelle campagne del Sud (Mondadori 2008; ora Feltrinelli, 2016), Il naufragio. Morte nel Mediterraneo (Feltrinelli, 2011), Fumo sulla città (Fandango, 2013) e Le male vite. Storie di contrabbando e di multinazionali (L’ancora del Mediterraneo, 2003; ora Fandango, 2010). «L’eterno ritorno di Giancarlo Cito» originariamente antologizzato in Il corpo e il sangue d’Italia per la cura di Christian Raimo (minimum fax, 2007) si può leggere ora in Fumo sulla città e nel postumo Dalle macerie. Cronache sul fronte meridionale (Feltrinelli, 2018), mentre l’introduzione ai testi di Rodolfo Walsh da lui stesso curati, intitolata «Davanti alla macchina da scrivere», si trova nel volume Il violento mestiere di scrivere (la Nuova frontiera, 2016). Il pezzo sul recupero del peschereccio affondato nel 2015 è Tutta la città straparla, mentre il podcast di Fahrenheit dedicato a Leogrande il 27/11/2018 si può ascoltare sul sito http://raiplayradio.it. Una recensione di Dalle macerie si può leggere nelle pagine di PULP Libri.

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Poesia nei minuti depredati della luce

Agota Kristof, Chiodi, tr. Vera Gheno e Fabio Pusterla, Casagrande, pp. 112, €16,00 stampa

recensisce ROBERTO DEROBERTIS

Arrivano in traduzione italiana i versi della poeta svizzera di origine ungherese e di lingua francese Agota Kristof (1935-2011), celebrata in tutta Europa per la sua Trilogia della città di K, nota da noi anche per il racconto autobiografico l’Analfabeta e il romanzo Ieri, dal quale Silvio Soldini trasse il film Brucio nel vento (2002).

I versi di Kristof – che nella sua bella postfazione Pusterla definisce «atroce e struggente» – non conoscono punteggiatura; in essi vi è un fluire di parole che lentamente precipitano verso una chiusura che coincide con un’impossibilità: «morti camminano / per queste vie anche io sarò pallida se solo sapessi / dove andare da chi e perché» scrive in «La finestra della notte». Tornano continuamente le strade e i treni come segni ambivalenti di transizione e interruzione, di un andare che non è mai un arrivare. L’io poetante sembra ossessionato dall’erranza ma deve fare i conti con luoghi angusti e persone invocate che appaiono irraggiungibili: «ti fermi sempre rivolto verso di me / anche nei giorni caduti / nel pozzo buio del mutismo / e nei minuti depredati della luce» scrive in «I paesaggi più belli». Questo transitare interrotto è amplificato dall’uso intensivo dell’enjambement, la sfasatura del verso che in Kristof, separando soggetto e verbo, sostantivo e aggettivo, fa letteralmente inciampare richiedendo una rilettura che, cambiando il ritmo, cambia anche la visione delle cose e le possibili combinazioni dei significati. La metrica, insomma, riproduce tutto l’universo simbolico del movimento nel quale ritroviamo un «qui», luogo che induce a riflessioni amare – «Qui le persone sono così felici / che nemmeno amano / sono realizzate e non hanno bisogno / l’una dell’altro nemmeno di dio» – e una «terra natia», un luogo rimasto indietro, incastrato in ricordi pallidi.

I versi di Chiodi trasudano silenzio – «il bosco è rimasto in silenzio ed è andato oltre // ma oltre a tutto questo / uno sguardo blu sopra le nuvole» – e rimandano a quel grigiore chiaro di un mattino ancora indeciso se lasciarsi andare alle nuvole o al cielo. In essi vi si stagliano anche fermo immagini in bianco e nero nei quali scrutare i contrasti e saggiare il buio prima e dopo la luce, muovendosi delicatamente sul confine. Si tratta di sensazioni avvalorate dalle foto di cui è corredato il volume, che ritraggono la poeta su un aereo, un tram o un treno, come la bellissima foto di copertina: pensosa e vintage, di una donna dai capelli corti, assorta, che ha conosciuto molti attraversamenti.

Si tratta di un’edizione preziosa, questa, da parte delle edizioni Casagrande di Bellinzona (Canton Ticino, Svizzera). I versi ungheresi – tranne la lirica «Ninna nanna» riscritta in francese – di Kristof ci giungono in italiano da un altro Paese a dimostrazione del fatto che l’italofonia è una questione aperta e l’italiano non è solo degli italiani – chiunque essi siano! – e non è una lingua solo peninsulare. Il dato che Kristof fosse una profuga ungherese sfuggita ai carri armati sovietici nel 1956, poi, molto dice sul degrado politico di un paese, l’Ungheria, che oggi militarizza le sue frontiere e respinge migranti e profughi, ponendosi alla guida del cosiddetto «Gruppo di Visegrad» dei paesi dell’ex blocco orientale ostili all’accoglienza. «Non c’è neanche un’apertura» scrive Kristof in «Non il vento», «da cui / potresti guardare dall’altra parte c’è / un’unica possibilità / raddrizzarsi». Giunti da quell’altra parte si fa fatica a trattenere la delusione. E in vite precarie che abitano l’irrequietezza si ode solo l’invisibile sibilo del vento.

http://www.edizionicasagrande.com/

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La delicata manutenzione delle relazioni

Auður Ava Ólafsdóttir, Hotel Silence, tr. Stefano Rosatti, Einaudi, pp. 200, €18,50 stampa, €9,99 eBook

recensisce ROBERTO DEROBERTIS

Jónas Ebeneser Snæland è un piccolo imprenditore islandese, ha quarantanove anni, una figlia ormai adulta (Guðrún Vatnalilja), una madre smarrita nei meandri della demenza senile (Guðrún) e una ex moglie (Guðrún anche lei) che gli ha appena rivelato un segreto sconvolgente. A partire aalle relazioni con le tre Guðrún, dalla sistemazione dei cartoni di roba vecchia nel suo scantinato e dalla rilettura dei suoi diari giovanili, Jónas tenta una profonda riflessione esistenziale – mai pretenziosa – sulla sua vita, nel momento in cui ha deciso di suicidarsi.

La prima parte del romanzo, intitolata «Carne» e dedicata alla riesumazione del passato e che culmina con la decisione del protagonista di farla finita, si svolge in Islanda. La seconda, intitolata «Cicatrici», si svolge in un non ben specificato Paese dove una devastante guerra civile ha da poco lasciato posto ad una fragile tregua: potrebbe essere un luogo qualunque della ex Jugoslavia degli anni Novanta o la Siria di oggi. È qui che Jónas progetta di suicidarsi.

La narrazione, dunque, si muove geograficamente ed anche emotivamente: nella prima parte si stagliano davanti al lettore ghiacciai e crateri islandesi quasi magici fatti dell’«incommensurabile bellezza delle cime, i multipli strati del paesaggio, montagne dietro altre montagne, sfumature di blu dietro altre sfumature di blu», che il protagonista finisce per trovare ormai noiosi. Nella seconda parte, invece, la «devastazione è ovunque»: «qui le case crollano sotto le bombe, da noi si schiantano le rocce». Ecco, il racconto ci conduce attraverso diverse intensità di «crolli» e l’Hotel Silence del titolo, albergo di recente e faticosamente rimesso in piedi da una coppia di fratelli, diventa il «laboratorio» dove Jónas metterà alla prova la reale consistenza della propria condizione umana e delle sue sofferenze. Nei dialoghi con i tanti personaggi che incontra, si srotolano implacabili – ma senza sottolineature drammatiche – gli orrori della guerra: devastazioni, mutilazioni fisiche e psicologiche e tutti gli inconvenienti di una vita quotidiana tra le macerie.

Divertente e insieme serissimo un passaggio della prima parte quando Jónas recupera dal suo diario il ricordo di un rapporto sessuale all’aria aperta con la sua futura moglie: tornando a casa in bici, racconta di aver visto – dal vivo e a colori, in contrasto con le immagini televisive che saranno trasmesse in seguito – Reagan e Gorbaciov incappottati durante il celebre incontro del «disgelo’ della Guerra fredda a Reykjavik, nel 1986.

Con leggerezza di scrittura e profondità di intenti, scandagliando affetti attraverso corpi e cicatrici, Ólafsdóttir ci porta per mano, con gli occhi di personaggi teneri e bizzarri, in un mondo in frantumi, nel quale l’unica possibile ricostruzione – o riparazione, perché Jónas è un capace tuttofare, unica qualità che gli riconoscono le sue donne e che nella storia assume una valenza via via maggiore – passa attraverso la memoria e la manutenzione delle relazioni.

Questo romanzo sonda le difficoltà di tenere in piedi vite fragili: sia nei contesti ovattati del benessere occidentale sia in quelli di guerre devastanti che l’Occidente relega e delega a media rassicuranti (tv o social network che siano) e la cui reale e consistente materialità è semplicemente assente. E per questo stesso motivo, come un apologo, il romanzo invita a relativizzare il dolore: a guardare con attenzione etica alle storie degli altri, ad uscire dalle scatole di cartone, dove con serenità custodiamo tracce del (nostro) passato – talvolta toccante e lacerante – destinate a restare disponibili al reperimento e alla riflessione retrospettiva, al riparo dal lontano annichilimento altrui. Che invece esiste; e restiamo umani proprio a partire dal nostro riflesso nello sguardo annichilito dell’altro, riconoscendoci come sopravvissuti.

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Una trama (finalmente complessa) del Sud

Alessandro Leogrande, Dalle macerie. Cronache sul fronte meridionale, Feltrinelli, pp. 320, €19,00 stampa €9,99 eBook

recensisce ROBERTO DEROBERTIS

Alessandro Leogrande ci ha lasciato il 26 novembre 2017 a quarant’anni e, a rileggerlo oggi, le sue parole ci giungono come una eredità pesantissima e, insieme, come una freccia leggera scoccata verso l’immaginazione del futuro. Le sue sono parole che sfidano il logorio del tempo e attecchiscono in profondità, come radici di un pensiero resistente. Così almeno emerge da questa raccolta proposta da Feltrinelli – suo editore degli ultimi anni – che mette insieme trecento pagine di scritti su Taranto: luogo di origine e di sofferente elezione dell’autore, suo posizionamento privilegiato per osservare le macerie di una realtà sociale che, a ben vedere, è quella della lunga Crisi europea iniziata negli anni Novanta del Novecento.

Il volume è una sorta di remix di testi – interi capitoli dell’ormai introvabile Un mare nascosto (L’ancora del Mediterraneo, 2000), articoli e saggi pubblicati su Lo Straniero (di cui è stato anche vicedirettore), Il Corriere del Mezzogiorno e il manifesto – usciti tra il 1998 e il 2017, divisi in quattro parti tematiche sulla Taranto di Cito, la città devastata dall’industrialismo e dallo svuotamento del centro storico, la città stratificata dal punto di vista delle classi e delle pratiche sociali, dei rituali religiosi e del calcio. Sono inoltre antologizzati discorsi pubblici e un reportage narrativo fondamentale, originariamente pubblicato nella raccolta Il corpo e il sangue d’Italia a cura di Christian Raimo (minimum fax, 2007): “L’eterno ritorno di Giancarlo Cito”.

Si tratta di un lavoro editoriale per certi aspetti discutibile che, tuttavia, fa emergere il nucleo centrale della riflessione e delle narrazioni di una vita: gli stravolgimenti prodotti dalla modernità in territori profondamente segnati da storie millenarie, nei quali le asimmetrie di classe, più di altre, hanno caratterizzato la produzione delle soggettività.

Le sue parole, si diceva, proiettate verso il futuro: è impossibile non notare come Leogrande, nei primi anni Novanta, usasse termini come “casta” (per indicare gruppi di potere radicati nelle classi abbienti della società tarantina) e “populistici” riferiti alla politica del tycoon televisivo locale Giancarlo Cito: “picchiatore fascista”, poi sindaco, poi parlamentare della destra berlusconiana, i cui frame linguistico-discorsivi improntati ad una marcata aggressività verbale servivano a presidiare le piazze reali e quelle televisive per ricercare e plasmare il consenso delle classi popolari e quello dei circoli dominanti. Attraverso la lente deformante del politico tarantino, Leogrande individua e descrive i prodromi di una grande trasformazione politica che giunge fino a noi: un coacervo di neonazionalismo xenofobo (si racconta dei suoi legami con Franco Freda di Ordine Nuovo e Mario Borghezio della Lega Nord) e omofobo, giunto oggi ad occupare poltrone ministeriali.

Questo prezioso volume risulterà illuminante sia per chi ha voglia di conoscere il lavoro di Leogrande, sia per chi, invece, scoprirà testi sconosciuti o dimenticati. Per tutti è l’occasione di vedere come il posizionarsi dell’intellettuale tarantino nella sua terra, al centro dei traffici della storia non solo moderna, è un fare perno per poter poi osservare dinamiche sociali, relazioni storico-culturali, dinamiche politiche di lungo periodo. I dettagli della vita sociale nei vicoli di Taranto vecchia, la crescita e il lento declino della fabbrica e della classe operaia (durata sostanzialmente una sola generazione), i movimenti politici negli anni Settanta: tutto minuziosamente raccontato con pennellate rapide e sintesi fulminee che restituiscono un’immagine finalmente complessa e mai consolatoria né assolutoria del Mezzogiorno come parte integrante della penisola. L’urgenza che trasuda da queste pagine è quella di raccontare: raccontare sempre, per individuare nessi in grado di spiegare processi talvolta imperscrutabili.

Infatti, nel tratteggiare i poteri che hanno plasmato Taranto dopo l’unità d’Italia, accanto alle classi dirigenti della politica locale e nazionale, al siderurgico e alla mafia, Leogrande punta impietosamente la sua lente sul ruolo della Marina militare che, con l’Arsenale, ha gestito “una sorta di città militare di massa”. I militari hanno rappresentato l’ingrediente dell’“autoritarismo” nella peculiare ricetta tarantina dello sviluppo. Sviluppo industrial-militare e sviluppo urbanistico incontrollato – indotto dalla necessità di accogliere sempre più manodopera – hanno provocato un massiccio inurbamento di contadini e la trasformazione dei pescatori in operai, innescando flussi migratori da regioni meridionali limitrofe: “una città in cui la stragrande maggioranza era composta da un magma denso ed eterogeneo, strappato dalle proprie radici, gettato in un contesto già di per sé irrazionale ed alogico, distribuito e compresso sul territorio”.

I reportage narrativi di Leogrande raccontano di contrabbandieri di sigarette che millantano carriere mancate da professionisti del ciclismo, giovani pescatori dediti ad un lavoro faticosissimo e scarsamente remunerativo ma con tanti sogni in tasca, ex militanti della Sinistra extraparlamentare che si occupano di bambini nella città vecchia, ex pescatori ultrasessantenni riconvertiti come parcheggiatori abusivi. Quanto più la materia narrata si fa problematica, tanto più la scrittura di Leogrande si fa poetica: come per assecondare l’urgenza di entrare in sintonia empatica con quella materia. Imperdibile l’incipit del capitolo “La grande fabbrica” che racconta il lento digradare della campagna coltivata a ulivi lungo la costa ionica verso le ciminiere e le montagne di ghisa della grande acciaieria, la più grande d’Europa, dove con malinconia straziante – nella trama sapientemente intessuta da Leogrande – il paesaggio violentemente antropizzato lascia ormai infimi spazi alla resistenza di forme di vita sociali e culturali ‘alternative’.

Per lo scrittore tarantino, in fondo, si era sempre trattato di immaginare alternative non senza prima aver lavorato ossessivamente sulla comprensione di cause e processi materiali che hanno determinato lo stato di cose presenti: quel lavoro faticoso dell’intellettuale di cui Leogrande era ormai un rarissimo, mite e risoluto rappresentante.

http://www.feltrinellieditore.it

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Versi da luoghi impervi

Franco Arminio, Resteranno i canti, Bompiani, pp. 160, €15,00 stampa, €7,99 eBook

recensisce ROBERTO DEROBERTIS

A distanza di un anno da Cedi la strada agli alberi (chiarelettere 2017), Franco Arminio, prosatore e poeta davvero singolare nel panorama italiano, torna con una raccolta poetica nata anche dalla sua continua attività di condivisione di versi attraverso il social network: dove lettori e lettrici contribuiscono con feedback istantanei al farsi della parola poetica.

La sofferenza antropologicamente quasi inestirpabile delle raccolte precedenti – Stato in luogo (Transeuropa 2012) o le Cartoline dai morti (tre volumi usciti tra il 2010 e il 2017 per nottetempo e Pellegrini) – ha lasciato il posto ai versi d’amore. Contrappunto di questo amore sono la morte e la decadenza corporea: “stare nel guasto della vita e cercare di ripararlo. Ho creduto più alla scrittura che agli incontri. Adesso credo ancora alla scrittura, ma credo anche agli incontri, può essere un albero in mezzo alla campagna, può essere una donna”. La morte è onnipresente, come un’interruzione inaudita, attesa con terrore.

Nella sezione centrale dal titolo “Terre dell’osso”, l’autore torna ai suoi amati paesi, luoghi della sparizione che chiedono attenzione per la loro radicale umanità: “I paesi si salvano con gli occhi. / Prima bisogna guardarli / come un uomo giovane / guarda una donna bellissima”. La poesia, dunque, indugia su ciò che rinsecchisce, sull’evanescente: “Sauro, Agri, Basento. / Nomi di fiumi ormai scarni / su cui non mangia più nessuno”. E nel momento stesso in cui si celebrano queste figure della desertificazione esistenziale, si resiste facendo poesia: “è la terra dei nostri canti”. Del resto, “Paesologia” – singolare disciplina inventata da Arminio un ventennio fa – significa “Portare notizie dalla desolazione”, perché non esistono posti che non non hanno nulla da raccontare, che sono condannati all’insignificanza. Questi versi si rivolgono “al grano che cresce / sulle frane”, la vita ostinata nelle fessure dell’impervio. Come la vita degli “Emigranti” dell’omonima sezione, dove l’uso intensivo di ripetizioni e di liste di nomi, cognomi, paesi e mestieri di chi è emigrato restituisce un effetto di verità catartica: uno squarcio profondo nella trama delle mobilità umane nella quale siamo intessuti anche noi, da generazioni.

Dai versi di Arminio emerge un modo di abitare il Sud che non si arrende davanti alla fine, neanche nella sconfitta storica. C’è una sorta di sopravvivenza dolorosa ma attenta alla vita: ai respiri flebili, alla leggerezza di un “ponte di spaghi”, ai cani randagi, all’inconsistenza del “puro fogliame”.

Per Arminio la poesia è una forma insieme sublime e materica di ‘evasione’: non nel senso di una distrazione, di un passatempo appena appena più elevato, ma nel senso di esodo e sottrazione da un ordine del discorso schizofrenico e violento che predica, per esempio, il marketing territoriale di luoghi da salvaguardare per l’industria turistica mentre ne devasta altri passando con la ferocia della ruspa. La poesia diserta, sposta le parole del lessico dominante: le trasporta – come in un costante esercizio metaforico – dal campo mortifero dell’eternità promessa dal mercato e dalle merci a quello vitale e terribile del tempo che passa, delle relazioni inesorabilmente imbrigliate in corporeità decadenti.

La poesia in prosa “Istruzioni per l’uso” – dove l’autore scrive che “Amare i versi tiene lontane le malattie” – chiude una raccolta emotivamente impegnativa dove l’ipocondria incontra la libertà dal tempo, la paura della morte la liberazione nelle pieghe di un’esistenza desolata e abbandonata.

http://www.bompiani.it/

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Genealogia del lavoro

Roberto Ciccarelli, Forza lavoro. Il lato oscuro della rivoluzione digitale, DeriveApprodi, pp. 224, €18,00 stampa

recensisce ROBERTO DEROBERTIS

Dimenticate le mitologie contemporanee sulla cosiddetta “fine del lavoro” e sulle magnifiche sorti dell’automazione: Forza lavoro di Roberto Ciccarelli, filosofo e giornalista del quotidiano il manifesto per il quale scrive di conoscenza e lavoro precario, ha scritto un libro che va oltre le semplificazioni mediatiche e invita a rimettere al centro dei processi produttivi contemporanei la “forza lavoro”: gli uomini, le donne le loro potenzialità. In un tempo in cui il lavoro è sempre più polverizzato e non retribuito e qualcuno è diventato “imprenditore di se stesso”, per Ciccarelli la forza lavoro non va intesa come un “posto di lavoro” né come una merce: essa ha al suo centro la potenza umana e la sua corporeità.

Il saggio, composto di quattro capitoli, un prologo e un epilogo (“Cosa può una forza lavoro”), si propone di “passare a contropelo la storia del lavoro autonomo e subordinato”. Per entrare in questo testo è bene riprendere una citazione dalla “Critica del programma di Gotha” (1875) di Karl Marx: “Il lavoro non è la fonte di ogni ricchezza”, ad esso viene attribuita “una forza creatrice sopranaturale”, mentre è nella forza lavoro (umana e storica) che si trova la potenza creatrice e trasformatrice che rende possibile l’esistenza del lavoro e delle merci. Così, attraverso una vertiginosa genealogia, l’autore ci presenta la condizione contrattuale del gladiatore romano: un lavoratore autonomo che decide di alienare volontariamente e solo temporaneamente le proprie prestazioni; o ci parla di un freelance prima militare poi politico nella Firenze di Machiavelli, oppure del flâneur, viandante metropolitano che nella Parigi di Baudelaire si trasforma in spettacolo, divenendo contemporaneamente lavoro e merce.

La forza lavoro è, dunque, denominatore comune di una condizione/identità mutante che continuamente sconfina tra incerte forme contrattuali e non lavoro, (auto)sfruttamento e autonomia che non sono poli opposti ma momenti contigui e, più spesso, continui. Per l’autore la forza lavoro coincide con le potenzialità individuali, collettive e cooperative di uomini e donne, che si tratti o meno di lavoratori in senso stretto. La forza lavoro è un “esercizio di libertà e autodeterminazione” e non qualcosa che si riduce ad essere al servizio dell’estrazione di valore a vantaggio di pochi: è sfruttabile e disciplinabile, ma non può essere posseduta da parte di chi la sfrutta.

Nell’ideologia dell’automazione coltivata nella Silicon Valley, la forza lavoro viene gradualmente sostituita dalla (presunta) intelligenza delle piattaforme digitali e degli algoritmi. E tuttavia, addestrare macchine, algoritmi e piattaforme è il lavoro oscuro e precario di tutti coloro che ovunque nel mondo, davanti ad un pc (spesso di loro proprietà), immettono dati e li classificano in categorie. Il libro offre una fantasmagoria di personaggi che si celano dietro gli schermi e che interpellano la nostra vita quotidiana, scandita da periodi più o meno lunghi trascorsi a mettere “like” e a rispondere a ‘interrogazioni’ di vario tipo da parte dei nostri siti di shopping online preferiti, noi pure compartecipi dell’intelligenza delle piattaforme. Perché la forza lavoro del capitalismo delle piattaforme è costituita da milioni di utenti che producono ricerche e si prodigano in un ininterrotto lavoro di registrazione di dati e valutazione (la recensione e la conseguente reputazione), che algoritmi e macchine accumulano e riprocessano. Questo lavoro sconfina nei nostri pc, nei nostri dispositivi mobili, fluttua nelle vite dei micro-operai della “fabbrica diffusa”, senza orari né altri limiti.

Ciccarelli ci mette davanti ad una composita costellazione di lavoratori che definisce “nomadi”: la lavoratrice domestica e il rider della consegna di cibo a domicilio, il migrante precario e il lavoratore che inserisce dati e li categorizza per le grandi piattaforme emergono non come vittime ma come soggetti produttori che si prendono letteralmente cura del mondo: potenti ed essenziali.

È impossibile smettere di leggere questo ricchissimo saggio senza pensare ai tanti che, dalle tribune mediatiche, sbraitando contro i migranti, in realtà attaccano proprio questa costellazione, con la terribile speranza di sottomettere per sempre questa forza lavoro. Perché il lavoro di cura è preziosissimo: un tempo appannaggio esclusivo delle donne che lo elargivano gratuitamente, oggi è divenuto il lavoro di tantissimi e con esso se ne vorrebbe estendere anche la gratuità. Ma la forza lavoro raccontata e teorizzata da Roberto Ciccarelli è indomita, resiste, si sottrae, fa esodo: è contro il lavoro e per la liberazione della potenza umana. È l’elemento insieme essenziale e imprevedibile della lunga e serrata marcia dell’automazione al tempo del governo dell’algoritmo.

https://www.deriveapprodi.com

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Solitudine carceraria, in versi

Faraj Bayrakdar, Specchi dell’assenza, tr. e cura Elena Chiti, Interlinea, pp. 117, €12,00 stampa

recensisce ROBERTO DEROBERTIS

Le edizioni Interlinea propongono una nuova raccolta poetica del siriano Faraj Bayrakdar, per la traduzione e la cura di Elena Chiti che aveva già curato il primo volume in italiano del poeta: Il luogo stretto (nottetempo). Sempre da uno “spazio ristretto disperato” scrive l’autore: le poesie qui raccolte datano 1997-2000, gli ultimi tre anni di carcere che Bayrakdar ha trascorso, da attivista comunista inviso al potere siriano, nel carcere di Sednaia a Damasco. Si tratta di cento componimenti brevi, più “Otto inediti”. Questi ultimi, a differenza dei precedenti, sono stati scritti nel 2015 a Stoccolma, luogo dell’esilio del poeta.

Bayrakdar ci guida dentro una terribile solitudine carceraria: “Qui / siamo soli / il luogo ed io”, dove la poesia è strumento e luogo di una liberazione possibile: “La libertà è patria / il mio paese è esilio” e ancora “berrò la libertà / fino in fondo”. L’“assenza” del titolo è, in qualche modo, l’assenza stessa dello scrittore: assenza dalla vita, dalle relazioni, talvolta dalla dignità. Siamo davanti ad una poetica della tentata evasione verso una vitalità mai perduta del tutto, anche se “le circostanze / erano di pietra / e il tintinnio del tempo e del luogo / aveva una macchia che somiglia a sangue”. I versi bramano continuamente un fuori e trovano riparo solo in un’invocazione alla poesia. Scrive infatti, “Mi nascondo / dentro la poesia”: ma non è una fuga quanto la ricerca testarda di una rigenerazione e la poesia bussa alle porte chiuse e, con la scrittura, amplia “il luogo stretto con la larghezza dell’immaginazione”. Un ripiegamento strategico, dunque, un rifiatare per ridare ossigeno all’immaginazione e dichiarare, quasi utopisticamente, “preparo i sogni alla partenza / ormai pronto / a vivere”.

Nella sua introduzione, “Storia di questo libro”, Bayrakdar chiarisce che scrivere versi per lui significa restituire senso e profondità ad un’esperienza di privazione e inesorabile annientamento. Una funzione umana che si manifesta nel continuo richiamo alla “libertà” – seppure una “libertà di lacrime” – come lumicino nella lunga notte della detenzione: “Chi ama canta / e non c’è canto / che non sia di libertà”. Canto come sinonimo di poesia torna costantemente nei versi di Bayrakdar attraverso le figure dell’uccello e del volo. Le centootto brevi liriche oscillano tra chiusura e apertura: più lo spazio della prigionia sembra restringersi, più lo sguardo del poeta prova a gettarsi fuori, oltre. Per il lettore è quasi un’esperienza furtiva in stanze minuscole con addosso un senso di dolorosa nostalgia per ciò che non è (ancora) stato. I versi brevi e fulminanti di Bayrakdar sono veri e propri panorami stilizzati dipinti su muri senza finestre, che permettono allo sguardo emotivo di gettarsi oltre le sbarre.

È un guardare ovattato e silenzioso. Non c’è clamore né ricerca di pirotecnici effetti linguistici in questo libro ma una po/etica del silenzio: “Dal silenzio voglio / solo parole / che non trovo”, volontà disperatamente omologa alla ricerca della libertà tra le quattro mura del luogo stretto. Non è difficile immaginarsi questo baffuto poeta siriano – oggi in esilio – aggirarsi per il mondo come nell’immagine malinconica di Edmond Jabès: lo straniero con sotto braccio il suo libro di piccolo formato e la malinconica illusione di poter tornare alla propria vecchia terra.

http://www.interlinea.com

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Sfollati nel profondo sud

Francesco Altamura, Dalle Dolomiti alle Murge, profughi trentini della grande guerra. Storie e memorie delle popolazioni di Primiero e Vanoi sfollate in Puglia nel 1916, Besa, pp. 147, €16,00 stampa

recensisce ROBERTO DEROBERTIS

Cosa sia l’identità italiana lo si capisce ai confini, sui bordi, nelle pieghe della lacunosa storia ufficiale. Si ritrova nel movimento e nella mescolanza, non certamente nella stabilità o nell’omogeneità delle culture, delle lingue e delle pratiche sociali. A confermare questa idea arriva Dalle Dolomiti alle Murge di Francesco Altamura, storico contemporaneista, precario della conoscenza collaboratore della Fondazione Gramsci di Puglia.

Nella primavera del 1916 la Grande guerra sembra prendere una piega decisiva: la potenza di fuoco della Strafexpedition austriaca sul Nordest italiano convince il Comando centrale ad evacuare l’Altopiano di Asiago, l’Alto Vicentino e la valle di Primiero (Trentino). Da quest’ultima, tra le migliaia di sfollati d’urgenza – prevalentemente donne, bambini e anziani costretti a partire abbandonando tutto –, 1.643 persone vissero un’incredibile avventura di pochi mesi a mille chilometri di distanza, nel profondo Sudest del Paese, in Puglia. Qui patirono caldo, scarsezza d’acqua e dissenteria che, in alcuni casi, portarono a irreversibili crisi nervose e alla morte. I profughi trentini, del resto, non avevano idea di cosa aspettarsi, non sapevano nulla dei luoghi verso i quali erano destinati: cinquant’anni dopo l’Unità nazionale ci volle la Prima guerra mondiale per far incontrare popolazioni e luoghi che non si conoscevano.

Sin dal titolo viene suggerita una sorta di di ‘degradazione’, di abbassamento – geografico e morfologico – nel passaggio dalle maestose Alpi alle modeste e torride colline pugliesi, appendici terminali dell’Appennino, per marcare chiaramente il carattere traumatico di quell’esperienza. Ma non si trattò solo di traumi e morte, come racconta Altamura, ma anche di scoperte e stupori: “Mio papà diceva sempre che là era la terra promessa: sì, perché la bastava seminàr che veniva… Non era come qua”. Questa, come altre citazioni che puntellano il testo, sono tratte da interviste condotte dall’autore in Primiero a figli e nipoti di coloro che avevano vissuto la profuganza. Ne vengono fuori storie sepolte: finite nel cono d’ombra della Storia ufficiale tutta militare della Prima guerra mondiale. Su di esse, come ribadisce il testo, è stato imposto un deliberato “silenzio storiografico”. Nel lungo centenario di celebrazioni piuttosto trite e stanche, Dalle Dolomiti alle Murge andrebbe letto insieme a testi come l’irregolare Cent’anni a Nordest. Viaggio tra i fantasmi della «guera granda» di Wu Ming 1, per lasciarsi sedurre dalla complessità linguistica, storica, culturale e sociale delle vicende di confine e confini italiani e della guerra, invece che dalle più comuni e accomodanti interpretazioni nazionalistiche.

Alla fine dell’appassionante lettura di questa documentatissima monografia, molti sono gli orizzonti che emergono se, per un momento, riposizionando lo sguardo sul nostro presente, osserviamo la realtà dei conflitti che si consumano intorno ai confini e lungo le rotte di migrazioni, deportazioni, spostamenti di popolazione, partenze e ritorni (impossibili). Se per un momento si riconoscesse che non si tratta di emergenze che ci piovono improvvisamente addosso ma della materia (ancora) viva della nostra stessa storia, saremmo forse in grado di leggere e interpretare la realtà con meno livore e maggiore profondità storica.

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Sradicamento e condanna all’erranza

11 APRILE 2018

Mahmud Darwish, Undici pianeti, tr. e cura Silvia Moresi, Editoriale Jouvence, pp. 85, €8,00 stampa, €6,99 eBook

recensisce ROBERTO DEROBERTIS

Tornano in italiano i versi del grande poeta palestinese Mahmud Darwish (1941-2008) – finito tristemente al ‘macero’ dopo il fallimento della casa editrice Epoché – grazie al lavoro traduttivo e culturale di Silvia Moresi. Si tratta del primo titolo della collana “Barzakh” della milanese Jouvence, ed è il volume che aveva segnato il ritorno di Darwish alla poesia lirico-epica, anche come risposta a chi lo aveva accusato di aver schiacciato la sua produzione sulla causa palestinese.

Al centro del testo, a tessere i fili di una trama lacerata dalla nostalgia e dal dolore per una perdita irrecuperabile, c’è la questione dell’esilio: elemento autobiografico fondamentale per Darwish (nato in Palestina e vissuto in Libano e in Francia, morto negli Stati Uniti), qui poeticamente trasfigurato in nodo essenziale di un mondo complesso. L’esilio, sradicamento e condanna all’erranza, diventa in questo testo un movimento nel tempo: come se recidere i legami con la terra significasse essere condannati ad un vagabondare nel passato. Nell’esilio, l’identità è incompleta, “non troviamo il tempo per completare quel che siamo. / Tutto rimane immutato, ma il luogo cambia i nostri sogni”, si legge nella lirica “Ultima sera su questa terra”. Nell’esilio, l’identità si disfa anche nei suoi tratti corporei: “Presto uscirò dalle rughe del mio tempo e sarò straniero in Siria e in Andalusia”.

Questo libro è un viaggio avventuroso “fuori dal regno delle mappe”. Pubblicato nel fatidico 1992, esso richiama sia la cacciata nel 1492 di ebrei e arabi – allora conviventi felici – dal Sudest della Spagna, sia la conquista dell’America, avvenuta nello stesso anno. Ma richiama anche la Prima guerra del Golfo contro l’Iraq nel 1991: altro momento drammatico nel rapporto già conflittuale tra occidente e mondo arabo, quest’ultimo oggetto di feroci attacchi ‘orientalisti’: “Abbiamo strade che ci portano ai caffè. Rimbaud è nostro. / Abbiamo la tecnologia per distruggere l’Iraq”. La poesia ingaggia un confronto serrato con la contingenza, senza finire mai nella prosaica invettiva, quanto piuttosto in una presa d’atto delle terribili contraddizioni che presiedono al nostro tempo. “sulla terra non è rimasta alcuna possibilità per la poesia, / ma nella poesia c’è ancora una possibilità per la terra dopo l’Iraq?”, si chiede Darwish, richiamando la possibilità di fare poesia dopo Auschwitz, sollevata da Adorno.

Poesia come rifugio, luogo che accoglie l’evanescente. A svanire malinconicamente in questa silloge di Darwish è anche l’amore. In versi davvero struggenti, soprattutto nella lirica “L’inverno di Rita”, il poeta ricorda la passione giovanile, travolgente e impossibile, per una donna ebrea: “ha posato la sua piccola rivoltella sui fogli di una poesia appena iniziata, / ha lanciato le sue calze sulla sedia, il tubare delle colombe si è interrotto, / scalza è andata verso l’ignoto, e da me è arrivato l’esilio”. Versi d’amore e di violenza, perché dopo l’esilio – la ‘cacciata’ – il ritmo dell’esistenza conduce inesorabile alla divaricazione dei destini.

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Rivoluzione e liberazione

21 febbraio 2018

Frantz Fanon, La rivoluzione algerina e la liberazione dell’Africa. Scritti politici (1957-1960), tr. Gabriele Proglio, ombre corte, pp. 123, euro 12,00 stampa

recensisce ROBERTO DEROBERTIS

“La rivoluzione è nemica delle mezze misure” scriveva Frantz Fanon nel settembre del 1957: non per professione di estremismo politico quanto per chiarire che la rivoluzione algerina (1954-1962) era un evento destinato a trasformare per sempre i rapporti tra Algeria e Francia e, più in generale, quelli tra Europa ed ex colonie. Non esisteva per Fanon e per tutto il Fronte di Liberazione Nazionale (FLN) algerino alcuna possibilità di compromesso nel rapporto con Parigi se non la fuoriuscita dell’esercito francese dal territorio nordafricano nel segno dell’indipendenza e dell’autodeterminazione.

Questo è il terzo volume degli Scritti Politici (per la cura di Gabriele Proglio) e si colloca cronologicamente a metà degli eventi rivoluzionari e anche a metà strada tra i due classici del pensiero fanoniano: lo studio psichiatrico, politico e linguistico di Pelle nera, maschere bianche (1952; riedito in italiano nel 2015) e l’infiammata prosa lirico-filosofica dei Dannati della terra (1962). Si tratta di testi generalmente molto brevi, pubblicati anonimamente sul quotidiano militante El Moudjahid, nei quali con una scrittura paratattica e fortemente assertiva, lo psichiatra martinicano descrive l’inesorabile avanzata della causa rivoluzionaria verso la vittoria finale, mettendo ossessivamente in luce il degrado politico e culturale dell’opinione pubblica francese – e soprattutto della Sinistra –, ormai completamente appiattita sul mantenimento dello status quo coloniale francese in Algeria.

Tuttavia, lo sguardo di Fanon non resta intrappolato in quella che rischiava di essere una claustrofobica dinamica franco-algerina: esso ritmicamente si allarga, rimandando all’ambiguità delle reazioni euro-americane (soprattutto alle ondivaghe posizioni di Stati Uniti, Regno Unito e Italia) nei confronti della causa algerina e, in maniera ancora più eloquente, al significato profondo di quella rivoluzione, ovvero il movimento anticoloniale di liberazione di tutti i popoli oppressi dalle potenze europee. Per questo, Fanon riflette costantemente sul linguaggio e le pratiche discorsive in atto nei media francesi per denigrare la causa algerina, non risparmiando mai l’uso delle parole “fascismo” e “fascista” nei confronti della potenza colonizzatrice.

Dopo il colpo di Stato del ’58 e l’ascesa alla presidenza della Quinta Repubblica del generale De Gaulle, Fanon parla dello slogan gollista “Algeria francese” come “culto mistico dei miti fuori moda”. Forse bisognerebbe ripartire di qui per capire come mai in tanta parte del mondo cosiddetto occidentale, dal Ferguson a Macerata, al tempo delle crisi del debito e dei migranti, tornino di moda miti ritenuti per tanto tempo armamentario per nostalgici. Fanon non offre risposte certe né consolatorie, ma la trama di questi testi davvero “militanti” è disseminata di suggerimenti per leggere, nelle asimmetrie originariamente create dalla modernità coloniale, i rapporti di potere razzisti che presiedono al funzionamento psichico, politico e culturale della Globalizzazione neoliberista, oggi.

http://www.ombrecorte.it/

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