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La potenza liberatoria della falsificazione. Il Consiglio d’Egitto di Leonardo Sciascia

di ROBERTO DEROBERTIS

…quel mondo che veniva declinando come impostura si sollevava come ondata di luce a investire la realtà, a penetrarla, a trasfigurarla.
Leonardo Sciascia, Il Consiglio d’Egitto (1963)

Appena toccata, nell’opera, una compiutezza, una perfezione, appena svelato compiutamente un segreto, appena data perfetta forma, e cioè rivelazione, a un mistero – nell’ordine della conoscenza o, per dirla approssimativamente, della bellezza: nella scienza o nella letteratura o nell’arte – appena dopo è la morte.
Leonardo Sciascia, La scomparsa di Majorana (1975)

Quando nel 1963 Einaudi pubblica il Consiglio d’Egitto, Leonardo Sciascia ha svolto molti lavori – impiegato del consorzio agrario della nativa Racalmuto, in provincia di Caltanissetta, maestro elementare, impiegato del Ministero dell’Istruzione – e ha pubblicato numerosi testi – poesie, racconti e un romanzo – ed è già stimato (con sospetto) da personaggi del mondo letterario quali Italo Calvino e Pier Paolo Pasolini. Nel 1961, era uscito, sempre per Einaudi, il suo primo romanzo: Il giorno della civetta: giallo atipico, fortemente radicato nella Sicilia e nell’Italia dell’epoca, che già lascia emergere il groviglio di questioni intorno alle quali non smetterà più di arrovellarsi: Storia e verità, legalità e giustizia, comunità umane e relazioni di potere in tutte le loro sfaccettature.

Sciascia è impregnato di letture e culture dell’illuminismo, ne mima, riconoscendosi, l’ideologia profonda: è un razionalista libertario, misurato e preciso. Sin dagli esordi, la scrittura letteraria è per lui strumento di conoscenza: ogni testo un progetto di scomposizione, ricomposizione e comprensione – nel doppio significato di facoltà intellettuale e raccolta – della realtà.

Il benedettino passò un mazzetto di penne variopinte sul taglio del libro, dal faccione tondo soffiò come il dio dei venti delle carte nautiche a disperdere la nera polvere, lo aprì con un ribrezzo che nella circostanza apparve delicatezza, trepidazione. Per la luce che cadeva obliqua dall’alta finestra, sul foglio color sabbia i caratteri presero rilievo: un grottesco drappello di formiche nere spiaccicato, secco. Sua eccellenza Abdallah Mohamed ben Olman si chinò su quei segni, il suo occhio abitualmente languido, stracco, annoiato era diventato vivo ed acuto. Si rialzò un momento dopo, a frugarsi con la destra sotto la giamberga: tirò fuori una lente montata, oro e pietre verdi, a fingerla fiore o frutto su esile tralcio.

«Ruscello congelato» disse mostrandola. Sorrideva: ché aveva citato Ibn Hamdis, poeta siciliano, per omaggio agli ospiti. Ma, tranne don Giuseppe Vella, nessuno sapeva l’arabo: e don Giuseppe non era in grado di cogliere il gentile significato che sua eccellenza aveva voluto dare alla citazione, né di capire che si trattava di una citazione.

Così si apre Il Consiglio d’Egitto: Abdallah Mohamed ben Olman, ambasciatore del Marocco, è a Palermo per un problema di navigazione. Siamo nel dicembre 1782. Sin dall’incipit, Sciascia ci pone davanti al grande laboratorio – di scrittura e di racconto – che, in sostanza, racchiude l’intera vicenda: la polvere, le carte, le penne, le parole che si animano come un “drappello di formiche”, la traduzione, l’incomprensione e l’ironia.

Quando ben Olman giunge a Palermo quasi nessuno parla più l’arabo in Sicilia – che pure era stata araba e islamica dal IX all’XI secolo e anche abitata da notevoli poeti quali Ibn Hamdis, appunto – e così, il Vicerè Caracciolo si affida all’abate maltese Giuseppe Vella: l’unico che ha fama di conoscere l’arabo in città. Vella ha il compito di fare da guida all’ambasciatore fra i tesori arabi di Palermo, insieme a monsignor Airoldi che mostrerà all’ospite un codice manoscritto erroneamente ritenuto pregiato, trattandosi, invece, di una banale storia della vita di Maometto. Tuttavia, Airoldi conferisce a Vella il compito di tradurre il codice: Vella lo slega e lo rimonta senza un ordine logico ma soprattutto, lo riscrive, lo modifica, inventa una neolingua arabo-sicula. In una parola: corrompe:

E poi su ogni pagina, passata di colla in colore, ecco che con abilissima spatola distendeva l’aereo foglio d’oro, a darle patina uniforme per cui non si potesse più distinguere l’inchiostro nuovo dall’antico. E dopo questo lavoro linguistico e di delicata manualità, imprendeva a svolgerne un altro in cui studio e fantasia lo impegnavano fino allo stremo: la creazione dal nulla o uasi dell’intera storia dei musulmani di Sicilia.

La narrazione segue minuziosamente la laboriosa falsificazione dell’abate fino a quando, spinto dalle riforme del catasto che avrebbero fatto aumentare le tasse per la nobiltà palermitana, pensa di scrivere un intero codice dal nulla, che chiamerà “Consiglio d’Egitto”: lì, l’intera storia delle proprietà terriere di Sicilia viene reinventata, a uso e consumo del Viceré e delle sue riforme. Vella ci viene raccontato letteralmente eccitato: più lavora, traduce, scrive, inventa più cresce la sua smania: che è smania creatrice ma, anche, smania di potere, un potere che risiede nella lingua e nella creazione di storie, nella possibilità di affondare letteralmente le mani nelle relazioni di potere interne alle classi dirigenti le quali adesso cercano, adulano l’abate, provando a ingraziarsi le sue simpatie. Un valido alleato di Vella e del viceré Caracciolo è l’avvocato Francesco Paolo Di Blasi: di idee profondamente illuministe, convinto che nella congiuntura delle riforme dall’alto e del lavoro dell’abate, si possano introdurre anche in Sicilia le idee dell’89 francese e che, per questo, trama nell’ombra.

Lentamente ma inesorabilmente, il testo si srotola verso un finale nel quale la scoperta delle trame di Di Blasi è il controcanto della scoperta dell’impostura di Vella che anzi, dopo aver subito un confronto con un filologo nordeuropeo e le perquisizioni della guardie mandate del nuovo viceré Caramanico, dopo la morte di Caracciolo, ormai quasi scoperto, si autodenuncia. E si tratta di una rivelazione che è un piccolo, personale trionfo: per un momento, il mediocre abate Vella, sostanzialmente descritto come un giocatore del lotto e un millantatore, sperimenta la potenza liberatoria della sua opera falsificatrice, l’affondo sociale portato dal prodotto narrativo della sua fantasia. Perché in fondo, spiegava l’abate, “il lavoro dello storico è tutto un imbroglio, un’impostura e che c’era più merito ad inventarla, la storia, che a trascriverla da vecchie carte, da antiche lapidi, da antichi sepolcri”. E l’invenzione è l’inesauribile lavoro della letteratura: l’intero romanzo, del resto, appare come una grande metafora della scrittura letteraria. Ma invenzioni e trame costeranno care.

Di Blasi passerà attraverso un processo farsa e vari gradi di tortura, per estorcergli confessioni che non arriveranno mai. Il testo indugia in dettaglio sia sul rapidissimo iter giudiziario sia sui supplizi subiti dall’avvocato palermitano. E qui, Sciascia intreccia abilmente i suoi ideali libertari e antigiustizialisti, la sua incrollabile fede illuminista, le sue letture di Cesare Beccaria (Dei delitti e delle pene, 1764), Pietro Verri (Osservazioni sulla tortura, 1777) e del Manzoni della Storia della colonna infame (1840): il clamoroso errore giudiziario, la violenza del potere per tenere a bada i fermenti dal basso, i possibili disordini. Significativamente, la scoperta di quell’errore avverrà pochi anni prima di quel 1782 scelto come inizio del Consiglio.

“Il dolore colava nella sua mente come inchiostro, ad accecarla”, scrive Sciascia raccontando delle torture inflitte a Di Blasi:

Si tolse le scarpe: e il sollievo che ne ebbe fu come il respiro di chi emerge dall’acqua a prender forza per rituffarvisi, ché ora bisognava togliere le calze, dal sangue dal pus aggrumate, ai piedi; toglierle di colpo, con terribile decisione della volontà e della mano.

I giudici gli voltarono le spalle, per non vedere fecero finta di consultarsi tra loro. Persino gli sbirri volsero altrove gli occhi: alle finestre, al soffitto. Quando tornarono a guardarlo, Di Blasi non aveva più le calze, i suoi piedi colavano un verdastro glutine.

«Sbrighiamoci» disse uno dei giudici: il lezzo di quel marcio, mescolandosi all’odore di lardo squagliato, gli dava il voltastomaco.

E nell’orrore – dove sapientemente il gotico manzoniano sembra sposare l’horror novecentesco – Sciascia non rinuncia al grottesco:

Quel greve odore di cucina nella camera di tortura un po’ lo distraeva dal feroce dolore. C’era qualcosa di grottesco, di ridicolo, in quegli uomini, sbirri e giudici, che si muovevano intorno al lardo che squagliava: così come in cucina le donne, all’ultima scanna del porco, preparano la sugna. Per un momento divagò nel ricordo di quando, ragazzo, si aggirava in cucina, nei giorni in cui si preparava la sugna, per mangiare i siccioli di cui era ghiotto

E qui compare anche una breve ma potentissima digressione del narratore onnisciente, contemporaneo del lettore e della lettrice che, in parentesi, si concede un agghiacciante commento sul fatto che se solo Di Blasi torturato “avesse avuto il presentimento che in quell’avvenire luminoso popoli interi si sarebbero votati a torturarne altri; che uomini pieni di cultura e di musica, esemplari dell’amore familiare e rispettosi degli animali, avrebbero distrutto milioni di altri esseri umani”, se solo l’avesse saputo avrebbe forse messo in questione le sue progressive idee illuministe.

Impossibile non notare che il romanzo sia del tutto dissonante – come pure altre opere italiane dell’epoca – rispetto al clima ottimistico del Boom economico che si va dispiegando in Italia e in Europa dove, la Guerra fredda sancita ufficialmente dall’inizio della costruzione del Muro di Berlino nel 1961, sembra fare da cornice politica e strategica alla crescita economica – a Ovest – e al lento stabilizzarsi delle strutture politico-economiche della neonata Comunità europea. È come se Sciascia ne stesse scoperchiando il lato oscuro, il terribile rovescio e tutte le contraddizioni che emergeranno con forza proprio tra alla fine del Boom, dal 1969 della Strage di Piazza Fontana al 1984 della bomba sul Rapido 904 sull’Appennino tra Firenze e Bologna, in anni che segnano l’ingresso dell’Italia e dell’Europa nella lunga fase della politica cosiddetta post-ideologica. Sciascia, del resto, a cavallo del rapimento e dell’uccisione di Aldo Moro – fece parte della Commissione parlamentare di inchiesta – non smise mai di predicare una giustizia giusta e non emergenziale né votata alla vendetta e alla tortura anche contro i terroristi, neri o rossi che fossero. In un intervento parlamentare del 1979 sostenne che “Leggi speciali e poteri più forti fanno demagogia e sono, oltre che inutili, ovviamente pericolosi per noi cittadini e per la polizia”. Per tutto questo fu sostanzialmente accusato di collusione e gli fu attribuita la famosa frase “né con lo Stato né con le BR” e, prendendo la parola alla Camera nel 1982, affermò che “non si converge assolutamente con il terrorismo quando si agita il problema della tortura”.

Con una scrittura ruvida, riflessiva e periodicamente scandita da pause e digressioni che aggiungono dettagli, nomi, squarci non immediatamente significativi, il romanzo formula ipotesi, alludendo continuamente alla presenza pesantissima di non detti decisivi.

È una costruzione linguistica che a tratti chiede di essere riletta, ponderata, che si alterna a brevi momenti di lucida linearità descrittiva nei quali contesti e personaggi appaiono illuminati. E sebbene il romanzo risulti complessivamente omogeneo dal punto di vista linguistico, proprio nelle crepe tra una scrittura tortuosa ad una più aperta, emerge la stoffa dei generi letterari cuciti insieme dall’autore siciliano: il romanzo storico e il poliziesco, il romanzo d’inchiesta e l’apologo.

L’apparato allegorico del romanzo si presenta oggi ancora più potente, forse più di quanto non lo fosse cinquantasei anni fa. Una nave sbarcata sulle coste siciliane e i rapporti tra Europa e mondo arabo e islamico, per esempio, tematizzano la posizione dell’Italia nel Mediterraneo e ne mostrano la Sicilia come suo avamposto, ricordandoci che al tempo del Consiglio d’Egitto l’arabo tornava in Sicilia, dove era stata una lingua dominante e che i rapporti tra costa nordafricana, penisola italiana e Malta sono rapporti secolari e non certamente rapporti emergenziali dettati dall’agenda delle migrazioni di oggi.

Le complesse articolazioni sociali, culturali e di potere – proprio mentre in Francia sta per scoppiare la Rivoluzione dell’89 – raccontano al lettore e alle lettrici di oggi, moderni e disincantati, perché in Italia le nebbie che circondano la verità non si diradino mai e la realtà ci venga raccontata senza alcuna profondità storica.

E questo, in fondo, ci fa anche pensare a quanto manchi una figura di intellettuale come Sciascia: rigoroso – al limite del pedante – e sempre tormentato dal dubbio. Verrebbe da chiedersi cosa avrebbe detto, fatto e scritto davanti ai corpi martoriati dalla tortura dei militanti no global a Genova nel 2001, o a quelli straziati fino alla morte di Federico Aldrovandi, Stefano Cucchi o Giulio Regeni. Come avrebbe raccontato, insomma, questi nostri tempi sempre più complessi, mentre assistiamo al progressivo deterioramento delle qualità intellettive, intellettuali e morali delle classi politiche e dirigenti, davanti alle quali persino l’abate Vella, in fondo, ci appare come un intellettuale lucido. Il protagonista cinico e suo malgrado spregiudicato del Consiglio d’Egitto, infatti, scopre il potere di reinvenzione dell’immaginario che risiede nelle competenze linguistiche e traduttive derivanti dall’identità e dalla biografia culturale che ciascuno si porta dietro e come esse possano rimettere in gioco relazioni politiche e culturali cristallizzate per secoli. In fondo, la vicenda di Vella dimostra anche che, date le plurisecolari relazioni politiche e linguistiche intermediterranee, chiudere i porti – e persino pensare di poterlo fare! – è un gesto da stolti, poveri di Storia e di storie.

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È fatto giorno (1954) di Rocco Scotellaro

di ROBERTO DEROBERTIS

con tutta l’ansia che non ti so dire
potremo insieme vivere e morire
Rocco Scotellaro,
È fatto giorno (1954)

Nel 1954, Mondadori manda in stampa, nella prestigiosa collana poetica dello Specchio – che ospita, tra gli altri, Ungaretti, Saba, Quasimodo e Zanzotto – È fatto giorno del poeta lucano Rocco Scotellaro. È la sua prima raccolta di versi. L’autore è morto da pochi mesi, giovane e dopo una vita piena: è stato militante socialista e sindaco di Tricarico – piccola cittadina in provincia di Matera con un centro storico arabo noto come Rabatana –, poeta, saggista e autore di inchieste sociali sul Mezzogiorno. Ha conosciuto e frequentato alcuni degli intellettuali più influenti del suo tempo come Carlo Levi, Manlio Rossi Doria e Amelia Rosselli. Ha conosciuto anche il carcere: da sindaco fu accusato di una cattiva gestione degli affari sociali, ma fu una trappola dalla quale uscì integro.

I grandi nomi della cultura e della politica del PCI lo sminuirono (Giorgio Napolitano) o lo stroncarono (Carlo Muscetta): troppo libero ma, soprattutto, troppo vicino alle istanze di lotta dei braccianti lucani, non facilmente inquadrabili in politiche partitiche.

Ma non era, Scotellaro, un fiancheggiatore di forme di spontaneismo, quanto piuttosto un conoscitore profondo di dinamiche e relazioni sociali complesse del Sud Italia.

Il volume, diviso in quattordici sezioni tematiche e che contiene le illustrazioni di Aldo Turchiano – alcune delle quali raffigurano il poeta –, viene ristampato due volte nel giro di sei mesi, dal giugno al dicembre del 1954 e, soprattutto, riporta una prefazione di Carlo Levi – datata “Roma, aprile 1954” –, che aveva fortemente voluto quella operazione editoriale. Così scriveva Levi del poeta lucano (in verità sottolineando eccessivamente un dato quasi irrazionalistico dell’essere poeti in un contesto contadino meridionale…):

 “Con queste poesie egli si afferma non soltanto come poeta, ma come l’esponente vero della nuova cultura contadina meridionale, la cui espressione e il cui valore primo non può essere che poetico. (Allo stesso modo con cui, ma su un piano razionale, storico e critico, un altro giovane, Piero Gobetti, lo era stato, nel primo dopoguerra, per il mondo operaio e intellettuale del Nord.)”

Dunque, la prima opera di Scotellaro è un’opera già postuma: questo è necessario ribadirlo quando si torna ai versi di È fatto giorno. La sua era stata una vita breve e piena – soprattutto nell’intervallo tra il 1940 e il 1953, che segna la datazione dei testi – con una vivace attività letteraria che non aveva trovato l’occasione giusta per incanalarsi nei confini rigidi di un libro che, nel presentarsi postumo, è come quelle scatole di memorabilia lasciate in eredità ad un futuro sconosciuto e imprevedibile.

Il testo emana un’aura di malinconia per qualcosa che è andato perduto e, allo stesso tempo, trasmette una sensazione di inizio: si tratta di un libro che ancora oggi appare inaugurale, non di una carriera letteraria che non si è mai realizzata, ma di un tempo e di gruppi sociali che continuano a prorompere con le loro storie nella Storia. Il versificare breve e regolare di Scotellaro – con rare spezzature e una costruzione sintattica volutamente semplice, dove la ricerca lessicale è tutta rivolta al mondo rurale dell’Italia sudorientale – si fa luogo di una cittadinanza almeno poetica e seppur transitoria per soggettività cancellate: contadini ed emigranti, ma anche le donne con il loro lavoro acquisiscono una piena centralità. Del resto, la mascolinità agreste nel poeta di Tricarico non è mai violenta né predominante: è relazione con un intero universo-mondo (la natura, i suoi luoghi e la sua storia) in cui l’antropocene che abitiamo oggi sembra distante ere geologiche.

Nel 1952, Scotellaro scriveva della necessità di “riportare nella raccolta quanto più materiale possibile” perché la sua era una “poesia che ha bisogno di larga rappresentazione”. Non è un caso che i versi posti in esergo alla prima edizione del volume di Scotellaro e dai quali la raccolta prende il titolo – versi che compongono una lirica più estesa e che, nelle successive edizioni, saranno antologizzate in Margherite e rosolacci – recitino:

          È fatto giorno, siamo entrati in giuoco anche noi
          con i panni e le scarpe e le facce che avevamo.
          Le lepri si sono ritirate e i galli cantano,
         ritorna la faccia di mia madre al focolare.

Un vero proclama poetico di ingresso nella Storia di chi, fino ad allora, ne era percepito come escluso, estraneo – “l’affermazione dell’esistenza di un popolo intero”, scrive Levi nella Prefazione – : entrare nelle condizioni date, dal proprio contesto storico e materiale, con il proprio carico di relazioni e costruzioni identitarie e comunitarie. Come tanti nella raccolta, questi sono versi di una potenza disarmante eppure straordinaria che segnano un’apertura, squarciando intere dimensioni spazio-temporali.

I versi sono cadenzati dai ritmi della campagna, scanditi da stagioni e fioriture, con abbondanza di nomi di piante e alberi, riti, musiche e danze: c’è la “zampogna” e la “zappa” e molte parole ormai desuete che sembrano, in effetti, provenire da antiche galassie della Storia. Lo “zappatore”, l’“asino” e il “mulo” emergono dallo scrigno lessicale e socio-antropologico di almeno tre generazioni fa eppure la loro materialità storica non ci restituisce mai un mondo né bucolico né arcadico, non rimanda nemmeno a forme naif di nostalgia quanto piuttosto alla fatica, alla ferocia e al lutto di un mondo nel quale le feste paesane e le danze, sole, permettono di recuperare forme di umanità fuori dalla stanchezza estenuante della condanna al lavoro.

Franco Fortini riferendosi alla poesia di Scotellaro, durante un convegno dedicatogli nel 1955, usò l’espressione “margini della storia” per descrivere il luogo dal quale Scotellaro scriveva. Da quei margini, i versi del poeta lucano davano voce a un mondo in transizione: non comunità idilliaca al tramonto – “e là, nell’ombra delle nubi sperduto, / giace in frantumi un paese lucano”, scriveva nella lirica “Lucania” – ma società complessa di soggetti in movimento:

         Ognuno solo si preoccupa
        del proprio oggetto da vendere.
        Ognuno fa sentire la sua voce.
        Io sono meno di niente
        in questa folla di stracci
       presa nel gorgo dei propri affanni.
       Sono un uomo di passaggio, si vede
       dal cuscino che mi porta
       le cose della montagna.

In questo “Primo addio a Napoli”, nel passaggio migratorio (da Sud a Nord per quanto sempre nel Mezzogiorno, dalla città alla campagna) emergono individualismo e solitudine, estraneità al mondo nuovo, lontananza dal vecchio:

          Ho perduto la schiavitù contadina,
          non mi farò più un bicchiere contento,
          ho perduto la mia libertà

scriverà in “Passaggio alla città” (1951). I versi dedicati all’emigrazione oscillano vertiginosamente tra la perdita, la scomparsa dell’emigrante alla sua terra d’origine e scoperta: morte e rinascita separate dalla lama sottile e implacabile della nostalgia di una vita (non) vissuta. Tutto converge in questi versi: la passione letteraria, la Lucania e Napoli, la campagna e la città, la militanza politica, l’“esilio” a Trento, Bari, Roma e il carcere:

          Mi hanno messo le manette già una volta
          sto bussando alle locande per un letto

scriveva nella “Benedizione del padre” (1948). Molte sono le mappe che compongono la cartografia in movimento di Scotellaro: dal suo lavoro letterario non è mai veramente possibile estirpare – pura con la sua fortissima specificità – il Meridione dal resto della penisola.

I componimenti a carattere espressamente politico sono pieni di invocazioni, chiamando direttamente in causa gli interlocutori: i contadini sfruttati e quelli morti ammazzati. La poesia di lotta in Scotellaro ha i nomi precisi dei contendenti: il “salariato” e i “padroni”. Una riforma agraria controversa e parziale non aveva ancora modificato sostanzialmente i rapporti di forza nelle terre meridionali e la sua poesia è un canto fiero e disperato.

Anche per questo, la rilettura di Scotellaro nel 2019 non può essere in alcun modo delegata al lavoro morto della filologia tradizionale: i suoi versi a tratti urlano e le voci, scollandosi dall’inchiostro, escono letteralmente dalla pagina, i mondi materiali, relazionali e vitali della sua poesia interpellano il lettore e la lettrice, provocando reazioni mai banali. Questi versi vanno letti avendo ben presenti le lotte dei braccianti africani, asiatici e dell’Europa orientale: quelli magistralmente raccontati da Alessandro Leogrande in Uomini e caporali, quelli che alla Masseria Boncuri di Nardò, come in tanti altri luoghi d’Italia, si sono insubordinati alla sfruttamento e hanno clamorosamente scioperato, quelli che ancora nei primi giorni di luglio del 2019 hanno occupato la basilica di San Nicola a Bari, rivendicando diritti e dignità o, ancora, quelli che quotidianamente si recano al lavoro nei campi a Margherita di Savoia, in provincia di Foggia, bersagliati da sassaiole:

          E se ci affoga la morte
          nessuno sarà con noi,
          e colo morbo e la cattiva sorte
          nessuno sarà con noi.
          I portoni ce li hanno sbarrati
          si sono spalancati i burroni.
          Oggi e ancora duemila anni
          porteremo gli stessi panni.
          Noi siamo rimasti la turba
          la turba dei pezzenti,
          quelli che strappano ai padroni
          le maschere coi denti
          (giugno 1948)

Così si legge nella celebre “Pozzanghera nera il diciotto aprile”, lirica densa di rabbia oscura che, altrove, si ritrova diluita in una disperazione mesta, come in “Primo sciopero”:

          A passi volenterosi
         siamo qui giunti io e te
         come truppa di riserva,
         compagno della Camera di Bernalda,
         e possiamo solo emettere un grido.
         Sperduti siamo in questo mezzogiorno
         nella lunga mulattiera…

Nel suo Umanesimo e critica democratica, Edward W. Said scriveva che “è necessario discutere l’universo conflittuale e morale incarnato” in un testo letterario per “cogliere in questa esperienza estetica una bruciante incarnazione di conflitto e scelta” e per fare questa lettura è necessario non restare indifferenti davanti a ciò che accade intorno a noi. Il poeta – e nel caso di Scotellaro si tratta di un caso persino eclatante! – ha preso le sue parole dal mondo e nel mondo le ha rigettate e lì siamo noi ad incontrarle, esse ci attraversano. Attraversano un noi che con il mondo è compromesso.

Proprio in questo contesto di rilettura nel nostro mondo dei testi di Scotellaro, si colloca il volume di Tutte le opere che, con un’operazione davvero meritoria, Mondadori manda in libreria nella collana Oscar Baobab. È un tomo di grande formato, rilegato con copertina rigida, di circa ottocento pagine che include, oltre a tutte le poesie (la cui ultima edizione nella collana dello Specchio risaliva al 2004), anche tutti i racconti, alcune corrispondenze e il dittico L’uva puttanella. Contadini del Sud (precedentemente pubblicati da Laterza), per la cura di tre critici accademici: Dell’Aquila, Martelli e Vitelli. In copertina l’elaborazione di un’illustrazione di tema campestre di Ann Burnham, significativamente intitolata “Heading South”.

Così, il lettore e la lettrice contemporanei hanno per la prima volta il privilegio di accedere interamente all’opera e allo sguardo di un giovane uomo che, a cavallo degli anni Quaranta e Cinquanta del Novecento, aveva testardamente provato a guardare fuori con i piedi saldamente piantati come radici nella propria comunità d’origine: un luogo che, come alludeva proverbialmente il celebre Cristo si è fermato ad Eboli di Carlo Levi, sarebbe stato persino abbandonato dalla misericordia cristiana. Il volume, che si apre proprio con le poesie di È fatto giorno, si chiude con un tentativo di romanzo (L’uva puttanella) e i folgoranti reportage narrativi di Contadini del Sud che, a distanza di oltre cinquant’anni, fanno sgranare gli occhi per come l’acume narrativo e sociologico del suo autore restituisce l’immagine di un’Italia frammentaria e incompiuta, multiculturale e multilinguistica da far cadere all’istante uno qualunque dei discorsi non solo sovranisti o neo-nazionalisti tanto in voga oggi, ma pure certe consolatorie retoriche da Belpaese che grondano dai corsivi di La Repubblica o Corriere della Sera.

D’altro canto, si farebbe un grave torto alla scrittura letteraria di Scotellaro se la si inquadrasse esclusivamente sul versante socio-politico. È fatto giorno – come del resto tutte le altre raccolte poetiche antologizzate in Tutte le opere – è pieno di passione carnale, di una sessualità più che allusa. Così in “È calda così la malva” (1948):

          È rimasto l’odore
          della tua carne nel mio letto.
          È calda così la malva
          che ci teniamo ad essiccare
          per i dolori dell’inverno.

Versi che rimarcano una carnalità anche consolatoria, umanissima, come in “L’amica di città” (1948):

          Hai tu la veste succinta dell’alba,
          hai le labbra di carne macellata,
          i seni divaricati.
          Sono stato con te. Ciao, me ne vado.
          Non i scordar di me
          dei braccianti impiccioliti
          nel fascio dei fanali
          che scappano nei campi come lepri.

Tutte le opere è un oggetto bello e pesante: talmente “pesante” da sprigionare quella “leggerezza” calviniana che permette al lettore e alla lettrice di compiere un balzo nelle mappe complesse e stratificate del mondo di oggi. Un volume da leggere, sfogliare, spulciare, scorrere o consultare: in ogni rigo, in ogni lieve fruscìo della pagina – o a ogni cambio di pagina del lettore ebook – vi è la promessa di un incontro, di una relazione, di un’apertura.

E farà giorno.

 

Rocco Scotellaro, È fatto giorno, Mondadori. Prima edizione: 1954; ora disponibile in Rocco Scotellaro, Tutte le opere, 2019, euro 28,00 stampa, euro 12,99 ebook

 

Bibliografia

È fatto giorno (Mondadori, 1954)
Contadini del Sud (Laterza, 1954)
L’uva puttanella (Laterza, 1955)
Uno si distrae al bivio (Edizioni Basilicata, 1974)
Margherite e rosolacci (Mondadori, 1978)
Giovani soli (Edizioni Basilicata, 1984)
Lettere a Tommaso Pedio (Osanna, 1986)
Scuole di Basilicata (RCE, 1999)
Tutte le poesie (Mondadori, 2004)
Tutte le opere (RCE, 2019)

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Autoritratto del filosofo da giovane calciatore

Luciano Aprile, Dove non arrivavano i treni arrivò la serie B. La mia storia nel Matera, Les Flâneurs Edizioni, pp. 164, € 13 stampa

di ROBERTO DEROBERTIS

Tra le varianti dell’autobiografia ce n’è una che, in Italia, ha avuto scarso successo: il memoir. Si tratta di una sorta di autobiografia pubblica che racconta una singola esistenza sullo sfondo di fatti ed eventi più grandi. Al memoir appartiene forse questo piccolo libro di Luciano Aprile, docente di filosofia nei licei, per oltre un decennio calciatore professionista nelle serie minori (dalla D alla B), protagonista di un’indimenticata promozione del Matera dalla C1 alla B, che, con profondità intellettuale e sapienza aneddotica, attraversa tutti i luoghi del calcio e di una vita: il campo di allenamento, l’abnegazione e le privazioni, lo spogliatoio, le amicizie e le rivalità, la solitudine e persino il doping.

Attraversando le età della vita – e la storia di un pezzo di Sud –, il testo srotola ricordi che scaturiscono da precise immagini. Al centro di ogni inquadratura c’è sempre un pallone e, intorno, stagioni, incontri, eventi, piccole o grandi catastrofi e brucianti momenti di gloria di provincia. A reggere tutto, lo sforzo di memoria come scopo – il racconto di un fatto, di un volto – e come mezzo: ricostruire il tempo con l’illusione di poterne ricomporre i frammenti, restituendogli una trama (im)possibile. Per perseguire questo sforzo, i quindici capitoli, più due intermezzi e una postfazione sono punteggiati di citazioni davvero preziose: da Stefano Benni a Nietzsche e Roland Barthes, da Proust al calciatore ribelle Paolo Sollier, Si tratta di testi sul calcio, sull’amicizia, sulla narrazione del tempo o sulla memoria che compongono un racconto nel racconto, un’antologia che fornisce ulteriori chiavi di lettura, un doppio fondo letterario che custodisce tesori di parole.

Domina l’usura del tempo e i suoi segni sui corpi e sui volti, le vicende sbrecciate di come eravamo e di cosa siamo stati. Aprile non racconta della Matera miserabile e poverissima dei Sassi, scoperta dagli italiani nel Secondo dopoguerra, né della Matera oleografica divenuta poi meta di scoperta nel nome di un passato sottovalutato. Nell’anno di Matera Capitale Europea della Cultura 2019, questo memoir ci restituisce una città fatta di incontri e relazioni, di calcio polveroso di periferia che sognava ingenuamente in grande: ci parla di un luogo abitato, insomma, non di un simulacro turistico e che, come tutti i luoghi abitati, serba storie in ogni interstizio del tempo.

La narrazione transita fluida dal privato al pubblico e viceversa, dalle vicende più intime e personali alla politica e al costume. Il posto di questo libro di Aprile è nello stesso scaffale anarchico e prezioso dei libri di Giovanni Arpino (Azzurro tenebra, 1977) e Luciano Bianciardi (La vita agra, 1962, o i gustosissimi scritti di calcio di Il fuorigioco mi sta antipatico, 2006), accanto al misconosciuto eppure notevole esperimento di prosa tardo-modernista italiana che fu L’allenatore del leccese Salvatore Bruno (1963) e al dio minore Zdeněk Zeman, raccontato dal barese Giuseppe Sansonna (Due o tre cose che so di lui, 2011). Con il suo intenso lavorio sulla prosa e l’ossessiva cura del lessico che traspare, Aprile ha scritto un autoritratto del filosofo da giovane calciatore che scompagina – ancora una volta! – tutti gli stereotipi che vogliono il pallone come semplice diletto per maschi ottusi, sottolineandone invece il portato ‘mitologico’ così intrinsecamente letterario.

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Tutto è altrove

Iain Chambers, Paesaggi migratori. Cultura e identità nell’epoca postcoloniale, Meltemi, pp. 180, € 15 stampa

di ROBERTO DEROBERTIS

La questione migratoria oggi sembra essere centrale, addirittura inedita nelle sue proporzioni. Siamo sommersi da un lessico emergenziale e su quotidiani e social media viene usata l’espressione “sostituzione etnica”. In questo scenario, la casa editrice Meltemi ristampa questo Paesaggi migratori (Migrancy, Culture, Identity, 1994) di Iain Chambers, studioso di fenomeni culturali e autore, tra l’altro, del fondamentale Ritmi urbani. Pop music e cultura di massa. Il libro appare nella collana di sociologia diretta da Massimiliano Guareschi, in compagnia dell’ormai classico Sottocultura di Dick Hebdige, con il quale questo volume dialoga.

Ogni singola frase di questo testo è cesellata con precisione chirurgica nel tentativo di produrre significati: nulla lascia indifferenti, è un movimento serrato che toglie il fiato nel momento stesso in cui fa letteralmente respirare idee, immaginari, accostamenti impensati. In sei capitoli – alcuni brevi e fendenti come schegge – l’autore mette a tema identità e difformità, omogeneità ed eterogeneità, spesso assecondando figure della deriva, dell’incomponibile frammentarietà delle esperienze culturali contemporanee, interrogando pratiche e luoghi piuttosto comuni e condivisi – la scrittura, la musica, le mappe, il ruolo e la storia del mare – restituendocele nella prospettiva dello sradicamento e del movimento, perché nulla è mai stato fermo.

Nelle potenti Note su una modernità migrante – apposte a questa edizione come prefazione – Chambers spiega quanto “questo testo sia ancora pertinente alla congiuntura crudele del presente”. E nel 1994 come oggi, occorre riconoscere che binarismi quali noi/loro o centro/periferia, hanno smesso di avere senso poiché, con le migrazioni, ci rendiamo conto che non solo l’Occidente è nel Terzo mondo (come effetto di lungo periodo del colonialismo europeo), ma che il Terzo mondo è qui, dove produce un’interruzione della presunta omogeneità della nostra cultura. Del resto è solo attraverso questa contaminazione che si creano stili e significati nuovi, di cui, per esempio, la musica – il Rap o il Reggae e la loro miriade di articolazioni locali – ne portano traccia evidente. La modernità non è il frutto del capitalismo e del progresso europeo, o meglio, essi sono anche il frutto della schiavitù, della cancellazione dei colonizzati. La modernità, insomma, è coloniale ed è l’esito del saccheggio imperiale del Globo, che ha reso possibile la sua storia di trionfo tecnologico.

Ed è un po’ come se tutta l’eredità del post-strutturalismo francese, che predicava discontinuità, elogio di soggettività marginalizzate e/o nomadi, trovi il suo compimento felice nelle pratiche sociali interconnesse – la musica, i suoi stili e le sue tecnologie, la moda, l’architettura – nelle metropoli globali: Lagos, Londra, Napoli. La figura del marginale (e del migrante), ammonisce l’autore, è tanto sconvolgente perché fa emergere al centro ciò che prima era periferico: il suo movimento genera incontri, scontri e metamorfosi che chiamano in causa le nostre tesse esperienze. Ci ritroviamo interrogati da un altrove e per rispondere dobbiamo utilizzare nuove inflessioni della nostra stessa lingua e dei nostri linguaggi. Qualsiasi tipo di rassicurante stabilità è illusoria, è necessario fare i conti con l’unica esperienza possibile, quella dell’ibridazione, per farla finita con l’esaltazione di origini che si rivelano inautentiche.

Infatti, in un’epoca nella quale i flussi elettronici stano letteralmente spappolando qualsiasi logica di continuità e regolarità, l’inganno paradossale è proprio quello dell’autenticità che Chambers addita come moloch della cultura contemporanea. Alla base della vita sulla Terra c’è la traduzione – o i processi traduttivi metaforicamente intesi – e non ci può essere nulla di autentico né di originale se non il frutto di interessanti mescolamenti. Dunque, il paesaggio migratorio non è l’eccezione ma la regola, il paradigma: il ritorno a qualsivoglia origine è, di fatto, impossibile. Così, sangue, appartenenza, confini e proprietà ci appaiono improvvisamente dispositivi retorici obsoleti, vecchi arnesi ormai inutilizzabili.

È un pensiero critico felice e accattivate, quello di Chambers: a ogni riga, ad ogni pagina riempiamo la nostra cassetta degli attrezzi per resistere ed essere pronti al futuro anteriore della migrazione, adesso, proprio qui, proprio ora, nel Paese tutto immerso nel Mediterraneo che torna a farsi sedurre da porti chiusi, inquietanti forme di neo nazionalismo e tradizioni inventate, tristemente incapace di ritrovare nelle sue rovine lo slancio per scrivere una storia nuova.

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Affacciarsi con stupore sul mondo

Hone Tuwhare, Piccoli buchi nel silenzio. Poesie, tr. Antonella Sarti Evans, Ensemble, pp. 140, €12,00 stampa

di ROBERTO DEROBERTIS

I versi del poeta maori neozelandese di lingua inglese Hone Tuwhare (1922-2008) giungono finalmente in italiano grazie al lavoro editoriale di Ensemble e alla bella e accurata traduzione di Antonella Sarti Evans, che cura e introduce una scelta di poesie da Small Holes in the Silence (2011), regalandoci uno sguardo davvero inedito sul mondo. Si tratta dell’esordio felice di una poesia che, grazie alla molteplicità dei registri e della materia letteralmente manipolata sotto i colpi di uno sguardo empatico, ci giunge luminosa.

Questi buchi nel silenzio sono lacerazioni in spazio tempi dove la presenza umana è rarefatta o si manifesta nell’antropomorfizzazione degli elementi naturali, che celano una potenza incontrollabile, come nel caso dell’onnipresente mare. La voce poetica ne ha quasi timore. C’è, infatti, una forza nella poesia di Tuwhare che unisce le percezioni interne al mondo esterno che, alla fine, invincibilmente prevarica. Particolarmente emblematica è “Pioggia”, nella quale la vita stessa dell’io poetico è resa possibile dal rapporto sensoriale – udito, odorato – con l’evento atmosferico:

“E io / dovrei riconoscerti / dal tuo sapore / se fossi cieco //
quel tuo odore / un po’ speciale / quando il sole cuoce / la terra”.

Ci affacciamo così in un mondo che ci è tanto familiare quanto sconosciuto: sentiamo, nel contatto materico che questi versi ci regalano, uno scollamento, la sensazione di aver smarrito qualcosa nella nostra esperienza, nella relazione con la Terra. Questo affacciarsi dona una gioia che non è mai rassicurante e oleografico ritorno alla natura, quanto piuttosto un attraversamento della nostra caducità, della vita che esplode e finisce con l’appassire. “Una poesia è”, scrive Tuwhare, “un’increspatura di parole / sull’acqua che il vento fa ansimare”.

“Troppo bello tornare a casa di tanto in tanto”, recita l’ultimo verso della nostalgica “Visita in campagna”, nella quale l’autore ripercorre una giornata trascorsa tra i campi di granoturco e giochi con i nipotini, mescolando il recupero di “luoghi” perduti e lo stupore di nuove scoperte: “Mi dicesti, indicandola: la vedi quella pianta, fratello? / Si può mangiare? Dissi io, guardandola. / Kapu-a- Rangi: cresce come erbaccia, ed è buona per scoprire / le cose”.

L’intero volume coniuga stupore e ritorno: ritorno alla casa della natura, a un’età perduta e anche alle lotte politiche. La contestazione alla Guerra del Vietnam, la morte di Martin Luther King, le marce maori per l’autodeterminazione, fino al ricordo di un contestato passaggio della nazionale di rugby del Sudafrica razzista in Nuova Zelanda nel 1981, riprendendo la suggestione lirica dei famosi versi shakespeariani di Romeo and Juliet (“Che cos’è un nome? Quella che chiamiamo rosa anche con un altro nome avrebbe il suo profumo”): “Che cos’è una partita? / L’apartheid serberebbe lo stesso profumo / se qual rugby definita”.

Ed è un ritorno, questo, a uno dei luoghi simbolo della letteratura di lingua inglese, che Tuwhare contamina disseminandola di parole maori che fanno letteralmente buchi nel silenzio al quale le culture aborigene sono state condannate dal colonialismo europeo. Così, lettori e lettrici dell’emisfero nord possono raccogliere da questa semina dell’autore neozelandese il profumo di un mondo misconosciuto e vivo, incistato nel cuore della lingua del padrone.

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Serotonina. Molto meno di una speranza

ROBERTO DEROBERTIS

“In Occidente nessuno sarà più felice, pensava ancora,
mai più, oggi dobbiamo considerare la felicità
come un’antica chimera,
non se ne sono più presentate le condizioni storiche”
Michel Houellebecq, Serotonina

Il nuovo romanzo di Michel Houellebecq è il flusso di coscienza di Florent-Claude Labrouste, agronomo francese, figlio di un tempo nel quale qualunque grande racconto di emancipazione e trasformazione progressiva appare ormai impossibile. Si tratta di un viaggio a ritroso dentro le dolorose e fallimentari relazioni con donne tanto amate; relazioni usurate dalla banalità di esistenze emotivamente ridotte all’insignificanza.

Serotonina è un movimento vertiginoso attraverso un’Europa spettrale abitata da automi, figure descritte in atteggiamenti meccanici. Sono uomini e donne in tutto simili a quelle che incontriamo quotidianamente per la strada, nelle nostre città, nelle campagne spagnole, nelle province belghe, francesi o tedesche. Nel corso del testo viene nominata gran parte dell’Europa occidentale: l’Europa post-Crisi – ma non si può essere affatto certi che si tratti di un ‘post’, leggendo questo romanzo –, di una terra desolata popolata di uomini e donne azzerate, le cui ambizioni non portano a nessuna gioia e nemmeno a forme di tregua da routine costellate da insoddisfazioni. È un’Europa rappresentata come un circo del turismo enogastronomico – la Normandia del camembert – o di quello sessuale e balneare – la Spagna delle coste o delle suggestive, aride zone interne. Attraversiamo, ondeggiando nel classico incedere basculante e inesorabile della prosa di Houellebecq, vite sterilizzate dove le emozioni abitano esclusivamente il ricordo che, solo, dà valore ad un presente anaffettivo, di cui il magico e terribile Captorix a base di serotonina, farmaco ingerito dal protagonista, ne è la metafora biochimica. Vite che oscillano insensatamente tra la zoofilia e l’impotenza: la sessualità, infatti, in maniera particolarmente accentuata in questo romanzo dell’autore francese, è il luogo di performance esagerate, oppure mestamente obbligate, abitudinarie.

Ritorna così la cifra unica e riconoscibile di questo scrittore: la capacità di raffigurare con un registro poetico il declino  apocalittico di una civiltà. Ci troviamo davanti alla malinconia di una fine terminale e inevitabile, di qualcosa di irrimediabilmente perduto che è l’umanità stessa; una cifra che brillava già così luminosamente in Le particelle elementari (Les Particules élémentaires, 1998): allora in una versione da fantascienza distopica vergata da forme di neopositivismo, oggi in versione di inquietante realismo. Tuttavia, si tratta di una lettura dalla quale si esce rinfrancati, ri-umanizzati. Il degrado davanti al quale la voce narrante pone il lettore, produce un effetto di allontanamento, di spinta alla ricerca del bene e del conforto, di compassione ed empatia. Perché, come sempre nella scrittura di Houellebecq, è proprio attraversando l’abiezione che riappare quanto di più umano ci sia nella deumanizzazione che ci circonda e della quale, in fondo, anche noi, lettori e lettrici, siamo protagonisti.

Serotonina ci consegna anche un’altra cifra delle scrittura di Houellebecq, che si manifesta in un crescendo con lo scorrere delle pagine: è lo sguardo retrospettivo verso la storia dell’umanità, uno sguardo dal futuro ben piantato nel presente. Una forma di straniante spaesamento che ci restituisce frammenti della nostra stessa civiltà in forme di distorti rispecchiamenti. Siamo vivi ma è come se stessimo vivendo la nostra estinzione:

“È strana questa volontà di fare un bilancio, di convincersi, nel momento estremo, di aver vissuto; o forse no, forse è il contrario a essere terribile e strano, è terribile e strano pensare a tutti quegli uomini, quelle donne che non hanno niente da dire, che non vedono altro destino futuro se non quello di dissolversi in un vago continuum biologico e tecnico (poiché le ceneri sono tecnica, anche quando sono destinate a servire solo da concime, vanno calcolati i tassi di potassio e azoto), insomma a tutte quelle persone la cui vita è svolta senza incidenti esterni.”

Se in Le particelle elementari o in La possibilità di un’isola (La Possibilité d’une île, 2005) questo sguardo retrospettivo era costruito attraverso il gioco letterario della fantascienza post-apocalittica o distopica, qui come in Sottomissione (Soumission, 2015) o in Piattaforma (Plateforme, 2001), domina un severo e brutale realismo. È impossibile scrollarsi di dosso la sensazione di essere totalmente immersi, parte attiva, di questa estinzione.

Il contraltare di un modo di infelicità, fallimenti e disperazioni individuali è singolarmente rappresentato, in questo romanzo, dalla comparsa del mondo degli allevatori della Francia profonda, stritolata dagli incomprensibili quanto impietosi processi di produzione del mercato capitalistico nella sua fase neoliberista. Se il mondo delle relazioni sociali ed affettive appare condannato all’aridità, quello delle relazioni economiche globali è un mondo di altrettanta e generalizzata desertificazione. La sussistenza stessa degli aspetti materiali della vita appare compromessa.

Ma le “atmosfere di catastrofe generale alleviano sempre un po’ le catastrofi individuali”, prorompe ad un certo punto nel suo racconto Labrouste. Così, nonostante gli abissi di paralizzante disperazione, il viaggio del protagonista – iniziato nei meandri solitari di una mente depressa – sembra sbocciare in scenari pubblici. La tragedia del singolo assume connotati più ampi, condivisi: il fallimento individuale è squarciato dall’irrompere di un esercito di falliti – gli agricoltori della Normandia che, stanchi di subire passivamente i tremendi effetti del mercato globale, decidono di protestare, occupando le strade della provincia Francese.

“Io ero entrato in una notte senza fine”, racconta ad un certo punto Labrouste, eppure “nella parte più profonda di me persisteva qualcosa, molto meno di una speranza, diciamo un’incertezza”. “Incertezza” è certamente una parola chiave di questo nuovo romanzo di Michel Houellebecq: incertezza tra rassegnazione e azione, tra rilancio e abbandono. Labrouste rientra perfettamente nella galleria di personaggi houellebecqiani rivoltanti e struggenti, tanto odiosi e deprecabili – sessisti, razzisti e cinici – quanto commoventi. L’elemento profondamente umano, il tratto di una debolezza radicata ed estrema ne fa l’oggetto di compassione e, a tratti, immedesimazione, l'(anti)eroe di una vicenda che è anche la nostra, del nostro Tempo.

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Narrazioni per dis/orientarsi nel mondo

Laura Pugno, In territorio selvaggio. Corpo, romanzo, comunità, Nottetempo, pp. 128, €10 stampa, €5,99 eBook

recensisce ROBERTO DEROBERTIS

Cos’è esattamente una narrazione romanzesca? Quali territori attraversa e quali contribuisce ad immaginare? A quale comunità di lettori e lettrici e a quale comunità tout court si rivolge, oggi, e come si relaziona con i suoi “corpi”? Quale comunità contribuisce a formare,  ammesso che ne formi una? Conviene muoversi da questa sorta di parafrasi in forma di domande del sottotitolo del breve e densissimo saggio In territorio selvaggio di Laura Pugno, narratrice e poeta, nonché direttrice dell’Istituto italiano di cultura di Madrid, per addentrarsi in pagine vergate da una scrittura aforistica e a tratti enigmatica.

Il ragionamento dispiegato nel testo orbita intorno alla coppia antinomica giardino/bosco, che metaforizza sia i luoghi di ambientazione delle narrazioni sia i territori abitati da lettori e lettrici, dove per “giardino” è da intendersi un setting “pettinato”, confortevole e rassicurante e per “bosco” quella regione impervia e fitta dove “perdersi, fare esperienza”: “consolazione” e “scoperta”, insomma. Ma non c’è, avverte Pugno, una semplice opposizione quanto piuttosto una complementarietà tra i due luoghi, messi in relazione da narrazioni che non si accontentano di raffigurare o essere ambientate in uno solo di essi.

A destabilizzare e mobilitare queste narrazioni vi è ciò che Pugno chiama il “selvaggio”, categoria che emerge con forza da una riflessione sulla propria attività di narratrice, autrice fra l’altro del romanzo La ragazza selvaggia (Marsilio, 2016), per l’appunto. Il selvaggio è ciò che sta “là fuori, davanti a noi” ma che, scrive l’autrice, “non comprendiamo”. È ciò che è sconfinato e nasce dentro di noi, dal nostro corpo, nel momento in cui tracciamo confini tra un dentro e un fuori: una solitudine estrema, un’apertura sul buio, una metamorfosi catastrofica e irreversibile.

Il romanzo, dunque, sembra dirci la scrittrice, non può ridursi a strumento di stabilizzazione, un mero “conforto”, scrive; esso non può che essere un sentiero disagevole e striato da frontiere, abitate e attraversate da corpi irrequieti. Si ha la sensazione che la riflessione abbia come obiettivo critico il mondo liscio e fluido della globalizzazione elettronica, nella quale alla costruzione perturbante di storie si sono sostituite testualità frammentarie in una lingua ipersemplificata. Ecco, il “romanzo bosco”, circondato da un giardino inquietante, emerge come una possibile, disorientante risposta al mondo illusorio, senza segreti e sempre orientato di Google Maps.

Questo è un “libro scritto tutto nella mente” ma “nel mondo reale”, dice l’autrice stessa, una sorta di diaristico flusso di coscienza: insieme riflessione pubblica sulla natura della letteratura oggi e coacervo di inquietudini interiori stimolate dalla realtà filtrata dalla propria immaginazione artistica. In un momento di crisi fortissima della vecchia “critica militante”, divenuta obsoleta nel momento stesso in cui gli spazi di intervento sembravano moltiplicarsi – blog, social network, piattaforme e riviste online gratuite – e dell’asfissia della critica accademica ormai quasi del tutto incapace di interventi divulgativi, questo secondo volume nella nuova e meritoria collana “gransassi | trovare le parole” di Nottetempo ci consegna un’esperienza di lettura di quelle che, come scriveva Roland Barthes nel Piacere del testo, ci portano costantemente a sollevare lo sguardo dalla pagina per soffermarci e rifiatare, storditi da un intenso stupore.

Di Laura Pugno PULP Libri ha recentemente recensito anche il romanzo La metà di bosco.

L’autrice ha anche contribuito alla rubrica Paragrafi d’autore con una scelta di versi dai Quattro quartetti di T.S. Eliot.

https://www.edizioninottetempo.it/

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Eternamente mobilitati nella distopia della prestazione

A chi non cerca più un lavoro
e per fortuna non ce l’ha

Cosmo, Dedica (2013)

Il valutatore
Deve comunicare
Al valutato
La valutazione
Oppure
Farsene una ragione
E suicidarsi

Lo Stato Sociale, Cromosomi (2012)

 

Roberto Ciccarelli, Capitale disumano. La vita in alternanza scuola lavoro. Forza lavoro II, manifestolibri, pp. 232, €16,00 stampa

di ROBERTO DEROBERTIS

Se per Antonio Gramsci l’imperativo ad istruirsi era destinato all’emancipazione collettiva delle classi subalterne, nel capitalismo neoliberista, l’istruzione è una via – molto impervia – per il successo individuale attraverso l’auto-imprenditorialità. Un successo che, del resto, non arriva mai, ma costituisce la motivazione dell’agire stesso. Così, forse, si potrebbe riassumere questo denso e potente saggio di Roberto Ciccarelli, filosofo e giornalista del quotidiano il manifesto per il quale scrive di conoscenza e lavoro precario, secondo volume dopo Forza lavoro. Il lato oscuro della rivoluzione digitale (DeriveApprodi, 2018), di quella che è destinata ad essere una trilogia.

Ma che cos’è l’alternanza scuola lavoro, o ASL, questa specie di moloch o miraggio – a seconda dei punti di vista – al quale guardano con interesse, terrore o speranza milioni di studenti delle secondarie di secondo grado e le loro famiglie? Non si tratta soltanto delle duecento ore (nei Licei) o quattrocento (nei Tecnici e nei Professionali) di lavoro gratuito obbligatorio da svolgere in azienda nel triennio delle scuole superiori. Roberto Ciccarelli ha scritto un libro per inquadrare l’alternanza nella nostra epoca e, in definitiva, per spiegare come tutti noi, nella fase attuale del capitalismo neoliberista, siamo in alternanza. “Alternanza” è, del resto, una parola che illustra efficacemente un mondo governato dalla dinamica oscillatoria tra premio e punizione, inserita in un orizzonte dove il riconoscimento sociale consiste nel mostrarsi abili e vincenti nel mettere a valore le proprie competenze: saper svolgere microcompiti specifici per (non) sopravvivere.

L’alternanza scuola lavoro ci permette di guardare con attenzione ad un mondo fatto di abitatori di soglie: studenti non ancora lavoratori ma lavoratori in formazione senza reddito ma con le stesse caratteristiche del lavoratore subordinato precario e povero di reddito – già magistralmente raccontato, benché riottoso, in Forza lavoro – non ancora fuori dalla scuola ma gettato nel mondo incerto e del tutto inefficiente del lavoro. Del resto, insiste Ciccarelli, la creazione dell’alternanza scuola lavoro non è che la stabilizzazione normativa di un quadro sociale nel quale la condizione transitoria dell’essere “studente” diventa eterna: un incessante passare tra stadi di occupazione, inoccupazione e disoccupazione attraverso lavoretti (gig work), stage e tirocini, master e specializzazioni, prestazioni gratuite. Impossibile restare realmente fermi: tutto e tutti si muovono, motivati dalla cosiddetta “economia della promessa”. E la promessa è il carburante che permette all’esercito dei precari di accettare il lavoro gratuito, nella dilatazione dell’attesa di una paga. Attesa considerata positivamente perché foriera di acquisizione di “buone pratiche” attraverso percorsi di “eccellenza” (altra parola abusata dei nostri tempi).

Tra il discorso neoliberista dell’imprenditore di se stesso e il discorso lavorista (quello della bontà intrinseca di un lavoro purché sia) che tende a far identificare il lavoratore con il suo lavoro, scompare il rapporto di potere e subordinazione tra capitalista e lavoratore, che tendono invece a confondersi. Il lavoro si presenta così come contesa tra capitali umani nutriti del forte investimento personale (individuale) e dalle condizioni di partenza (familiari e ambientali). La forza lavoro, spogliata della sua autonomia, è condannata a fare di se stessa una merce, a trasformarsi in un investimento (psichico, emotivo, esperienziale) che promuove abilità e competenze. Sparisce così dall’orizzonte qualsiasi traccia di conflitto e l’umanità intera sembra sottoporsi a forme di autorità che la giudicano – o sarebbe meglio dire che la valutano – in base allo sforzo di investire tutta se stessa, avendo comunque l’impressione di aver scelto tutto questo liberamente e senza forzature né costrizioni. Si tratta di un’ingiunzione alla produttività mistificata per insorgenza della libertà individuale.

Lo schiavo contemporaneo non è unicamente vittima di una dinamica di asservimento nel quale sfruttato e sfruttatore sono due figure chiaramente distinte. Si tratta piuttosto di un soggetto in cerca di un appagamento socialmente riconosciuto incarnato da una chimera irraggiungibile e il cui raggiungimento è la ricompensa stessa. Nella realizzazione della sua ambizione, questo soggetto decide di sottoporsi alle più svariate procedure di formazione, certificazione, valutazione. E per tenere in moto la macchina per inseguire la promessa, l’autosfruttamento è la chiave. Ne emerge così un quadro di soggettività perennemente mobilitate: instabili, intermittenti, la cui unica certezza è la precarietà, in un panorama esistenziale di perenne sradicamento, disponibilità, transizione. La vita stessa, scrive l’autore, non è che “l’esercizio di adeguamento all’offerta occasionale di lavori pagati sempre peggio e limitati a cicli economici sempre più brevi”. Ciccarelli mette bene in evidenza – ed è questa una delle tracce fondamentali di questo lavoro – quanto la produzione di valore sia sempre più invisibile, impalpabile, perché non si traduce più nel salario. Inevitabile qui tornare alla figure più bizzarre eppure così comuni nel lavoro al tempo del capitalismo delle piattaforme: i cosiddetti “turchi meccanici” – il lavoratore povero che svolge, con il suo pc e spesso da casa, micromansioni per le piattaforme digitali – o gli stessi utenti delle piattaforme, non definibili secondo la tradizionale categoria di lavoratori.

In momenti particolarmente potenti del suo libro, Ciccarelli descrive condizione e contesti lavorativi contemporanei come laboratori di un progetto di profonda trasformazione antropologica. Tra questi laboratori si colloca la Scuola, a partire dalla cosiddetta riforma Berlinguer (2000), via via confermata da Moratti (2003) e Gelmini-Tremonti (2008) fino alla renziana “Buona Scuola” (2015), “riforma” non a caso coordinata con quel “Jobs Act” (2014) che ha reso strutturale un regime di precarietà permanente. Attraverso la lente dell’alternanza, la scuola appare un luogo privilegiato per osservare questa realtà sociale: non teatro di bullismo o vessazione della classe docente da parte di studenti sempre più sfrontati, bensì luogo elettivo di un “gigantesco esperimento sociale” attraverso il quale saggiare, sui corpi docili degli studenti e delle studentesse, la messa al lavoro dell’esistente in forma di capitale (dis)umano e non di forza lavoro autonoma.

Il volume ci accompagna per mano in un percorso impietoso e implacabile nella selva del linguaggio del management che è debordato nei documenti delle istituzioni scolastiche, divenendone la struttura discorsiva. Questo Capitale disumano rende esplicito ciò che tanti movimenti avevano indicato come l’esito negativo di processi di riforma dell’economia della conoscenza (Processo di Bologna e Strategia di Lisbona): la centralità della performance in sistemi governati da forme invasive di valutazioni standard. L’alternanza scuola lavoro, infatti, è la palestra dove addestrare l’uomo performativo, capace finalmente di affrontare – senza mai ricomporla! – la frammentarietà e sporadicità del lavoro nel suo Mercato, la caducità precoce dei bisogni produttivi, le mille forme di obsolescenza programmata che richiedono l’acquisizione di sempre nuove competenze per obiettivi a breve termine. Tutto questo Ciccarelli lo definisce seccamente come “una parte dell’educazione morale del soggetto” in “una vita basata sulla prestazione”.

Chi, dalla fine degli anni Novanta, si è imbattuto per ragioni personali o di studio, nelle ricerche di quanti immaginavano gli scenari futuri della precarietà – si pensi, su tutti, ad Andrea Fumagalli e Cristina Morini – troverà in questo volume la realizzazione di un mondo che allora appariva sì credibile, ma fortemente distopico. In quella distopia, ora, ci siamo immersi. Davanti a noi – anche se molte e molti che non vivono la condizione precaria fanno fatica a vederlo – si staglia questa mobilitazione permanente di una società formicaio, nella quale freneticamente e in maniera solo apparentemente illogica, una massa atomizzata di soggetti si affanna a trovare il proprio posto attraverso un “patchwork di impieghi”, trascinandosi tra tutti gli stadi della (non) occupazione: lavoro nero o grigio, a chiamata e a cottimo, volontario o gratuito, attraversati dalla formazione permanente e l’accumulazione di crediti che, come in un videogame, permettono di accedere ad altri livelli. Ma alla fine non c’è alcun premio, non c’è gloria e non c’è, a ben vedere, nessuna fine. La transizione è la condizione.

Eppure, nel finale, dopo pagine intense e dall’effetto catartico, soprattutto per chi osserva questi processi quotidianamente in atto, Roberto Ciccarelli apre squarci profondi nella direzione di possibili percorsi di liberazione. A patto di considerare lo studente, cioè quella figura proiettata verso la massima conoscenza, come un disertore sia dell’occupabilità – disponibilità a qualsiasi occupazione – sia dell’alternanza come “predicazione morale sul lavoro e sull’obbedienza”, considerando quindi il suo un ruolo etico e non sociale, in un territorio dove lavoro non è sinonimo di realizzazione.

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Per un’etica minima della sfera pubblica

Pier Aldo Rovatti, L’intellettuale riluttante, Eléuthera, pp. 176, € 15 stampa, € 5,99 eBook

recensisce ROBERTO DEROBERTIS

Cosa può un intellettuale nella sfera pubblica oggi? Potrebbe essere questa una domanda utile per interpretare il senso – e il bisogno profondo a cui risponde – questa raccolta di microsaggi del filosofo Pier Aldo Rovatti (1942), dal 1976 direttore dell’influente rivista filosofica aut aut (il Saggiatore), studioso, tra gli altri, di Michel Foucault, ideatore con Gianni Vattimo della fortunata formula filosofica di “pensiero debole” all’inizio degli anni Ottanta.

Il volume è un’antologia di quarantaquattro editoriali scritti tra il gennaio e il dicembre del 2017 per il quotidiano il Piccolo di Trieste. È necessario preliminarmente intendersi sul significato di parole ormai evanescenti, come «intellettuale» e «sfera pubblica» nell’epoca della iper-comunicazione che scorre in rivoli di bit dentro le nostre tecnologie incarnate (smartphone su tutte!) fino a disperdere il senso di un intervento meditato e impegnato (intellettuale) offerto ad un dibattito il più ampio possibile (pubblico). Proprio in questa rete di significati si installano i testi i Rovatti che, in fitto dialogo con l’attualità, affrontano una miriade di argomenti: dalla medicina alla scuola, da «fake news» e «post-verità» al calcio col tracimare del suo linguaggio nella politica, dai cambiamenti nelle relazioni sociali (ben rappresentati anche dal movimento #metoo) indotti dai social network alla mancata approvazione dello «Ius Soli» come strumento necessario all’aggiornamento della cittadinanza, fino alla scientificità e alla presunta neutralità dei saperi.

Un’istituzione guardata con interesse e preoccupazione dal filosofo è certamente la scuola, travolta da innovazioni tecnologiche e sociali che i soggetti che la abitano o la attraversano – studenti, docenti, genitori – faticano a mediare, risucchiati da un dilagante deficit di attenzione e da competitività e individualismo sfrenati. L’ansia per una comunità disintegrata da forme esorbitanti di atomizzazione e competizione è la lente che l’autore utilizza per leggere la restrizione degli spazi pubblici (evidente nell’aumento degli sgomberi di spazi sociali), il dilagare di forme autoritarie di populismo e l’affermazione sempre più spudorata del potere economico e politico di cerchie ristrette. Le configurazioni assunte dal potere sono un altro fuoco del ragionamento di Rovatti, che indaga le asimmetrie nelle relazioni, che si tratti di quelle tra governati e governanti, docenti e studenti, medici e pazienti, genitori e figli. È lì, fra i corpi di quei soggetti, secondo un paradigma caro a Foucault, che prendono forma gli aspetti più patologici e interessanti della vita sociale.

In questi brevi testi non troverete rimedi o soluzioni che fanno appello agli aspetti più deteriori del senso comune, né viene proposto il rassicurante rifugio in un glorioso, edenico passato, come ormai d’abitudine negli articoli di fondo e nei commenti dei grandi quotidiani nazionali. Rifuggendo e criticando l’ipersemplificazione del discorso pubblico contemporaneo, Rovatti propone un metodo di ragionamento, una forma del pensiero che chiama di «etica minima» (che dà il titolo alla sua rubrica), che significa «attivare una riflessione» aperta alle insorgenze, anche minute, del presente. In questo contesto, l’«intellettuale riluttante” del titolo è colui o colei capace di intervenire per trasformare quei dispositivi di potere che stanno rendendo la società una «parola ormai cadaverica», che si rifiuta di rappresentare gli interessi di qualcuno. Che dice «no», proponendo strumenti discorsivi per una liberatoria diserzione.

https://www.eleuthera.it/

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Sussulti dell’umano

Patrick Chamoiseau, Fratelli migranti. Contro la barbarie, tr. Maurizia Balmelli e Silvia Mercurio, add editore, pp. 123, euro 14,00 stampa, euro 6,99 ebook

recensisce ROBERTO DEROBERTIS

«Fai in modo che nessun dato del mondo ti appaia ostile» scrive Patrick Chamoiseau, scrittore martinicano di lingua francese, in questo dirompente libro pubblicato dalle edizioni add di Torino, che aggiungono un nuovo tassello ad un catalogo molto attento alle culture nere sparse per il globo. Il volume è diviso in 17 brevi capitoli con una Dichiarazione dei poeti (vera chiamata poetica alla resistenza) e il manifesto poetico-politico Per un’ospitalità mondiale che chiudono il testo con un chiaro intento etico e di lotta.

Da una terra di colonizzazioni e transculturazioni tra Africa, Americhe ed Europa, Chamoiseau (1953) scrive un monito contro l’illusione di salvarsi alzando muri e segnando confini che risvegliano mostri atroci nel cuore dell’Europa. Letto nel paradossale ordine del discorso odierno, tendente a promuovere l’idea che solidarietà ed empatia siano disvalori di un universo simbolico apostrofato come buonista, questo testo, nonostante la cifra da buoni sentimenti del titolo, mette in chiaro che non c’è altra strada per gli intellettuali che una serrata critica al capitalismo come fondamento delle disuguaglianze sociali e del razzismo. In questo contesto, la vita materiale dei migranti, i loro corpi e la loro morte sono «sussulti» dell’umano che ci obbligano a fare i conti con l’accoglienza che fa parte del bagaglio emotivo e relazionale dell’essere umano quando incontra l’arrivante imprevisto; in essa, scrive Chamoiseau, «ci si aggroviglia l’un l’altro».

Con una lingua che ricerca l’effetto folgorante dell’aforisma, Chamoiseau descrive un mondo invaso dalle merci e dalle connessioni elettroniche ma chiuso alla circolazione degli esseri umani. La sua prosa poetica non disdegna di cimentarsi con la prosa di un mondo ridotto a dati. Anzi, la presa d’atto della materialità economicistica che pervade la nostra vita – fino a prenderne il sopravvento – è l’unica possibilità di fare esodo dal dominio del «Mercato». Questo esodo si prepara, secondo l’autore caraibico, mettendo in moto modalità di esistenza opposte alle «leggi del profitto», alternative al «nomadismo santificato delle rendite dei capitali». Questa alternativa è la «mondialità» che per lo scrittore è l’estensione dell’umano, l’interezza non totalizzante delle individualità, l’apertura agli incontri, all’ignoto e al meraviglioso, è lo sconvolgimento degli immaginari.

Chamoiseau si richiama esplicitamente al Pasolini delle «lucciole» – che partiva come riflessione su un nuovo tipo di fascismo… – e al suo conterraneo Édouard Glissant, dal quale mutua l’idea di mondialità; ma la sua scrittura rimanda inevitabilmente al Discorso sul colonialismo (1955) di Aimé Césaire: se quella era una ragionata e fendente invettiva contro l’Europa che a metà anni Cinquanta (in piena Decolonizzazione e dieci anni dopo la fine del nazifascismo) non aveva fatto ancora i conti con la condizione del proletariato e dei colonizzati, quello di Chamoiseau è un pamphlet poetico che letteralmente ondeggia nelle stesse acque attraversate dai migranti. E tuttavia, gli obiettivi della polemica sono gli stessi: oltre sessanta anni dopo, l’Europa è preda di una degenerazione politica e la nostra epoca sembra richiedere la potenza di una scrittura che metta mano alle piaghe del profitto, del confinamento e della disumanizzazione, interpellando la complicità di lettori e lettrici affamate di parole di resistenza all’abbrutimento dilagante.

https://www.addeditore.it/

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