Tutti gli articoli di Roberto Derobertis

Per un’etica minima della sfera pubblica

Pier Aldo Rovatti, L’intellettuale riluttante, Eléuthera, pp. 176, € 15 stampa, € 5,99 eBook

recensisce ROBERTO DEROBERTIS

Cosa può un intellettuale nella sfera pubblica oggi? Potrebbe essere questa una domanda utile per interpretare il senso – e il bisogno profondo a cui risponde – questa raccolta di microsaggi del filosofo Pier Aldo Rovatti (1942), dal 1976 direttore dell’influente rivista filosofica aut aut (il Saggiatore), studioso, tra gli altri, di Michel Foucault, ideatore con Gianni Vattimo della fortunata formula filosofica di “pensiero debole” all’inizio degli anni Ottanta.

Il volume è un’antologia di quarantaquattro editoriali scritti tra il gennaio e il dicembre del 2017 per il quotidiano il Piccolo di Trieste. È necessario preliminarmente intendersi sul significato di parole ormai evanescenti, come «intellettuale» e «sfera pubblica» nell’epoca della iper-comunicazione che scorre in rivoli di bit dentro le nostre tecnologie incarnate (smartphone su tutte!) fino a disperdere il senso di un intervento meditato e impegnato (intellettuale) offerto ad un dibattito il più ampio possibile (pubblico). Proprio in questa rete di significati si installano i testi i Rovatti che, in fitto dialogo con l’attualità, affrontano una miriade di argomenti: dalla medicina alla scuola, da «fake news» e «post-verità» al calcio col tracimare del suo linguaggio nella politica, dai cambiamenti nelle relazioni sociali (ben rappresentati anche dal movimento #metoo) indotti dai social network alla mancata approvazione dello «Ius Soli» come strumento necessario all’aggiornamento della cittadinanza, fino alla scientificità e alla presunta neutralità dei saperi.

Un’istituzione guardata con interesse e preoccupazione dal filosofo è certamente la scuola, travolta da innovazioni tecnologiche e sociali che i soggetti che la abitano o la attraversano – studenti, docenti, genitori – faticano a mediare, risucchiati da un dilagante deficit di attenzione e da competitività e individualismo sfrenati. L’ansia per una comunità disintegrata da forme esorbitanti di atomizzazione e competizione è la lente che l’autore utilizza per leggere la restrizione degli spazi pubblici (evidente nell’aumento degli sgomberi di spazi sociali), il dilagare di forme autoritarie di populismo e l’affermazione sempre più spudorata del potere economico e politico di cerchie ristrette. Le configurazioni assunte dal potere sono un altro fuoco del ragionamento di Rovatti, che indaga le asimmetrie nelle relazioni, che si tratti di quelle tra governati e governanti, docenti e studenti, medici e pazienti, genitori e figli. È lì, fra i corpi di quei soggetti, secondo un paradigma caro a Foucault, che prendono forma gli aspetti più patologici e interessanti della vita sociale.

In questi brevi testi non troverete rimedi o soluzioni che fanno appello agli aspetti più deteriori del senso comune, né viene proposto il rassicurante rifugio in un glorioso, edenico passato, come ormai d’abitudine negli articoli di fondo e nei commenti dei grandi quotidiani nazionali. Rifuggendo e criticando l’ipersemplificazione del discorso pubblico contemporaneo, Rovatti propone un metodo di ragionamento, una forma del pensiero che chiama di «etica minima» (che dà il titolo alla sua rubrica), che significa «attivare una riflessione» aperta alle insorgenze, anche minute, del presente. In questo contesto, l’«intellettuale riluttante” del titolo è colui o colei capace di intervenire per trasformare quei dispositivi di potere che stanno rendendo la società una «parola ormai cadaverica», che si rifiuta di rappresentare gli interessi di qualcuno. Che dice «no», proponendo strumenti discorsivi per una liberatoria diserzione.

https://www.eleuthera.it/

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Sussulti dell’umano

Patrick Chamoiseau, Fratelli migranti. Contro la barbarie, tr. Maurizia Balmelli e Silvia Mercurio, add editore, pp. 123, euro 14,00 stampa, euro 6,99 ebook

recensisce ROBERTO DEROBERTIS

«Fai in modo che nessun dato del mondo ti appaia ostile» scrive Patrick Chamoiseau, scrittore martinicano di lingua francese, in questo dirompente libro pubblicato dalle edizioni add di Torino, che aggiungono un nuovo tassello ad un catalogo molto attento alle culture nere sparse per il globo. Il volume è diviso in 17 brevi capitoli con una Dichiarazione dei poeti (vera chiamata poetica alla resistenza) e il manifesto poetico-politico Per un’ospitalità mondiale che chiudono il testo con un chiaro intento etico e di lotta.

Da una terra di colonizzazioni e transculturazioni tra Africa, Americhe ed Europa, Chamoiseau (1953) scrive un monito contro l’illusione di salvarsi alzando muri e segnando confini che risvegliano mostri atroci nel cuore dell’Europa. Letto nel paradossale ordine del discorso odierno, tendente a promuovere l’idea che solidarietà ed empatia siano disvalori di un universo simbolico apostrofato come buonista, questo testo, nonostante la cifra da buoni sentimenti del titolo, mette in chiaro che non c’è altra strada per gli intellettuali che una serrata critica al capitalismo come fondamento delle disuguaglianze sociali e del razzismo. In questo contesto, la vita materiale dei migranti, i loro corpi e la loro morte sono «sussulti» dell’umano che ci obbligano a fare i conti con l’accoglienza che fa parte del bagaglio emotivo e relazionale dell’essere umano quando incontra l’arrivante imprevisto; in essa, scrive Chamoiseau, «ci si aggroviglia l’un l’altro».

Con una lingua che ricerca l’effetto folgorante dell’aforisma, Chamoiseau descrive un mondo invaso dalle merci e dalle connessioni elettroniche ma chiuso alla circolazione degli esseri umani. La sua prosa poetica non disdegna di cimentarsi con la prosa di un mondo ridotto a dati. Anzi, la presa d’atto della materialità economicistica che pervade la nostra vita – fino a prenderne il sopravvento – è l’unica possibilità di fare esodo dal dominio del «Mercato». Questo esodo si prepara, secondo l’autore caraibico, mettendo in moto modalità di esistenza opposte alle «leggi del profitto», alternative al «nomadismo santificato delle rendite dei capitali». Questa alternativa è la «mondialità» che per lo scrittore è l’estensione dell’umano, l’interezza non totalizzante delle individualità, l’apertura agli incontri, all’ignoto e al meraviglioso, è lo sconvolgimento degli immaginari.

Chamoiseau si richiama esplicitamente al Pasolini delle «lucciole» – che partiva come riflessione su un nuovo tipo di fascismo… – e al suo conterraneo Édouard Glissant, dal quale mutua l’idea di mondialità; ma la sua scrittura rimanda inevitabilmente al Discorso sul colonialismo (1955) di Aimé Césaire: se quella era una ragionata e fendente invettiva contro l’Europa che a metà anni Cinquanta (in piena Decolonizzazione e dieci anni dopo la fine del nazifascismo) non aveva fatto ancora i conti con la condizione del proletariato e dei colonizzati, quello di Chamoiseau è un pamphlet poetico che letteralmente ondeggia nelle stesse acque attraversate dai migranti. E tuttavia, gli obiettivi della polemica sono gli stessi: oltre sessanta anni dopo, l’Europa è preda di una degenerazione politica e la nostra epoca sembra richiedere la potenza di una scrittura che metta mano alle piaghe del profitto, del confinamento e della disumanizzazione, interpellando la complicità di lettori e lettrici affamate di parole di resistenza all’abbrutimento dilagante.

https://www.addeditore.it/

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La fine del meraviglioso giuoco

Enrico Brizzi, Nulla al mondo di più bello. L’epopea del calcio italiano fra guerra e pace 1938-1950, Laterza, pp. 318, €20,00 stampa, €11,99 eBook

recensisce ROBERTO DEROBERTIS

Enrico Brizzi ritorna al calcio, sempre presente nei suoi testi, dal celeberrimo Jack Frusciante è uscito dal gruppo (1994) passando dalla «Trilogia fantastorica italiana» (2008-12, in ristampa per Theoria), fino a questo terzo e ultimo volume della trilogia sulla storia del calcio italiano dalle origini (1887) al 1950. Se in Il meraviglioso giuoco. Pionieri ed eroi del calcio italiano 1887-1926 (2015) l’autore bolognese (di nascita e di fede calcistica) si concentrava su fatti e personaggi davvero curiosi e spesso sconosciuti ai più, rimestando nelle origini della passione italiana per il gioco, nel secondo volume, Vincere o morire. Gli assi del calcio in camicia nera 1926-1938 (2016) l’autore celebra l’irripetibile stagione della Nazionale italiana: vincitrice dei mondiali del 1934 (giocati in pompa magna nella stessa Italia fascista) e del ’38 e dell’Olimpiade del ’36 a Berlino, con a capo quel Vittorio Pozzo che finì per rappresentare la gloria sportiva del fascismo. La Storia dunque ha un certo peso, se pensiamo anche che «Vincere o morire!» era il laconico messaggio fatto recapitare dal Duce in persona negli spogliatoi degli Azzurri, poco prima della finale del mondiale francese del ’38 contro l’Ungheria.

Una macabra curiosità riportata anche in questo terzo volume che inizia dalla fine di un mito: il Grande Torino e lo schianto sulla collina di Superga dell’aereo che lo riportava a casa da Lisbona, dopo un’amichevole con il Benfica. Quello che doveva essere l’inizio di un glorioso ciclo fu invece una fine malinconica. Ma non c’è spazio per sentimentalismi tristi: Brizzi racconta il tramonto di una delle stagioni più prestigiose del calcio italiano – all’interno di un ciclo glorioso del calcio europeo e mondiale –, con una passione enciclopedica pressoché infantile che unisce la precisione dell’aneddotica allo stupore per i gesti sportivi e i clamorosi fatti storici.

L’interesse viscerale di Brizzi per il calcio è anche – come ogni appassionato sa bene – un interesse per la geografia: materia spesso detestata a scuola eppure onnipresente negli almanacchi e albi per quanti, in gioventù, si sono nutriti di esotiche mitologie calcistiche. Il racconto della Mitropa Cup (antesignana delle attuali competizioni europee), invece, è l’occasione di vagabondare tra città e stadi dell’Europa centrale e sudorientale, incontrando i nomi leggendari di György Sárosi, attaccante del Ferencváros di Budapest, oppure di Giuseppe Meazza «il Balilla» da Milano, vero divo tra campo e pubblicità e amante dei bordelli (non molto pare essere cambiato da allora!), o ancora l’ebreo austriaco Matthias Sindelar, vero mito degli anni Trenta, probabilmente ucciso dalla Gestapo.

In effetti, la prosa di Brizzi alterna, senza soluzione di continuità, fatti calcistici e fatti di Storia «grande», costruendo una storia sociale del calcio che è anche una storia calcistica della società italiana ed europea. Così, per esempio, ci si appassiona alle vicende della Guerra civile spagnola attraverso il lento declinare del campionato locale e la fuga delle sue migliori squadre antifranchiste, come il Barcellona, in un esilio forzato ma glorioso nelle Americhe, dove saranno persino ospitate nel campionato messicano. Mentre nel secondo capitolo, «Dalla parte del torto», l’escalation che porterà alla Seconda guerra mondiale non può scindersi dalla vittoria italiana nella Coppa Rimet (il Mondiale delle origini), così come l’invasione italiana dell’Albania del ’39 si sovrappone alla storica partita giocata dagli Azzurri con l’Inghilterra dei «maestri» – che avevano di nuovo snobbato la coppa, ritenendosi manifestamente superiori – giocata a San Siro negli stessi mesi e terminata 2-2. Avvincente, poi, il racconto della tragedia della Polonia – presa a tenaglia tra la Germania nazista e l’Unione sovietica staliniana – quando l’autore impietosamente ricorda i tanti calciatori e allenatori (ebrei o nazionalisti polacchi) finiti nei lager o nei gulag, oppure trucidati a freddo dalla Wermacht, in impetuosa avanzata. Brizzi segue con immutata serietà e cura, giornata per giornata, anche i campionati non ufficiali e di natura locale e semiprofessionistica nell’Italia travolta dalla Guerra tra il ’43 e il ’45, quando la Serie A a girone unico era stata sospesa.

La lingua di Nulla al mondo di più bello è effervescente: plasmando diversi registri, Brizzi mescola la prosa asciutta e incalzante da storico divulgativo con quella rétro delle cronache calcistiche d’epoca, talvolta mimeticamente ricalcate dalla grande mole di materiale certamente consultato. Curioso notare che il titolo del volume è estrapolato da una frase scritta da Vittorio Pozzo per celebrare il trionfo mondiale della sua Italia sulle colonne de La Stampa nel 1938. Anche questi scempi avvenivano sotto il fascismo: il celebratissimo allenatore della Nazionale scriveva di se stesso e dei propri trionfi. La crescente popolarità del gioco, in effetti, ne farà sempre più l’oggetto della manipolazione di tanti regimi, ultimo forse in ordine di tempo, quello del generale Videla in Argentina. Ma il calcio sviluppatosi dopo il 1950 – punto di arrivo di questa trilogia brizziana – è quello che i più smaliziati appassionati di oggi chiamano «calcio moderno»: uno sport assoggettato alle logiche della società dello spettacolo a venire che lo governerà attraverso i palinsesti televisivi. E tuttavia, queste pagine ci assorbono e contribuiscono a quella «mistificazione» che, secondo Roland Barthes, «trasforma la cultura piccolo-borghese in natura universale», a volte universalizzandone il suo godimento.

https://www.laterza.it/

Di Enrico Brizzi PULP Libri ha recentemente recensito anche il romanzo Tu che sei di me la miglior parte, nonché il graphic novel Un’estate italiana, realizzato con il disegnatore Denis Medri.

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Lo sconfinamento che regola la Storia: sulla scrittura di Alessandro Leogrande

approfondisce ROBERTO DEROBERTIS

Attraversare mezzo mondo per ritrovarsi in Europa non è solo un fatto geografico, non riguarda soltanto le dogane, le polizie di frontiera, i passeurs, gli scafisti, i trafficanti, i centri di identificazione, le navi militari, i soccorsi, gli aiuti, i tir, le corse e le rincorse, i respingimenti. Non riguarda solo questo, benché tutto questo possa coincidere, per molti, con l’evento saliente della propria esistenza. Ha a che fare innanzi tutto con se stessi. Saltare muri è innanzitutto un’esperienza individuale.

 

Il 18 aprile del 2015 un peschereccio con centinaia di migranti a bordo partito dalle coste della Libia affondava portando con sé un enorme – ma ancora imprecisato – numero di morti: tra i settecento e i novecento, forse mille. Il 29 giugno del 2016 veniva finalmente recuperato il relitto e il giorno seguente, Alessandro Leogrande (1977-2017) – scrittore, giornalista, organizzatore culturale, vicedirettore della rivista Lo straniero, collaboratore di numerose testate (da Internazionale al Corriere del Mezzogiorno) e autore radiofonico – viene interpellato dalla trasmissione di Radio 3 Tutta la città ne parla, per commentare in diretta la notizia. In trasmissione piovono, livorose, le proteste dei radioascoltatori per quello che ritengono uno sperpero di denaro pubblico. Leogrande bollerà quei commenti come «fascisti», scrivendo che la «questione di fondo non è solo perché la pietà per centinaia di morti non percepiti come propri non sia parte dell’orizzonte mentale» quanto piuttosto considerare «la malcelata insofferenza con cui il rigetto di quella pietà è comunicata pubblicamente», cioè poter dire tutto «come se fosse saltato un tappo». Anticipando così di due anni, con sintesi chirurgica, alcune delle più rilevanti questioni politico-sociali che ora sono davanti ai nostri occhi.

Leogrande non potrà mai verificare la lucida esattezza delle sue parole perché, un anno e mezzo dopo, il 26 novembre 2017, muore a Roma per aneurisma cerebrale, all’età di quarant’anni. Il giorno dopo, Fahrenheit, la nota trasmissione radiofonica di libri e cultura di Radio 3, improvvisa una puntata speciale dedicata all’intellettuale tarantino. Basta riascoltare i pochi minuti di trasmissione per comprendere tutto il lugubre peso di quella perdita e il senso di smarrimento per l’impatto che il suo lavoro aveva avuto sulle cultura e la società italiana negli ultimi vent’anni.

Dal 2008, con l’uscita per Mondadori di Uomini e caporali. Viaggio tra i nuovi schiavi nelle campagne del Sud, Leogrande squaderna con impressionanti capacità narrative l’intreccio di tre questioni: il Sud (non solo il Mezzogiorno italiano ma in senso ampio anche l’Europa Orientale, l’Africa e l’Asia), lo sfruttamento schiavistico del lavoro precario e stagionale e le migrazioni. Un nesso che, nei racconti-inchiesta di Leogrande, prende la forma di territori reali, persone in carne e ossa, situazioni concrete, relazioni e lotte. E tuttavia, sarebbe un grave errore di prospettiva confinare il lavoro di ricerca e scrittura di Leogrande a quel nesso. Intorno ad esso ruotano interessi amplissimi che ne facevano un intellettuale curioso e uno scrittore eclettico, la cui vastità di interessi – si era occupato anche di calcio e desaparecidos, criminalità e movimenti cosiddetti no global – non ne aveva mai scalfito il rigore: di tutto ciò di cui parlava e scriveva possedeva dati, date, storie, Storia, volti e nomi.

Nei testi di Leogrande il nome proprio è un elemento decisivo per riconoscere in quanto ‘umani’ colui o colei che vengono raccontati. Il naufragio. Morte nel Mediterraneo (2011) ricostruisce l’episodio tragico e significativo per il futuro dell’affondamento nel canale d’Otranto, il 28 marzo 1997, della motovedetta albanese Katër i Radës da parte della nave della Marina militare italiana Sibilla, evento che l’autore inquadra come primo respingimento da parte italiana: vera prova di forza all’interno delle istituzioni – pressate dalla crescente propaganda anti-albanese da parte della Lega Nord – e colpo di mano dei vertici della Marina (che a lungo proveranno a coprire in tutti i modi la verità, come dimostra il racconto), mentre al governo vi è una coalizione politica di centrosinistra.
Si tratta di un libro magmatico, nel quale confluiscono lunghe pagine dedicate a regole d’ingaggio militari e norme marittime, strazianti interviste ai sopravvissuti e ai loro parenti, digressioni sulla trasformazione dell’Europa in Fortezza e storia dei rapporti italo-albanesi: che sono prima di tutto rapporti coloniali e linguistici. Sintomaticamente, il libro si chiude con un’appendice intitolata «Elenco delle vittime»: dove si possono leggere tutti gli 81 nomi dei morti e dei dispersi.

Il nome, dunque, come tratto distintivo di umanità, come la dignità della sepoltura, il viaggio e il movimento. Ad aprire le pagine di Uomini e caporali compare la figura di Incoronata Di Nunno, anziana ex bracciante agricola di Orta Nova, nel foggiano, che non si rassegna al fatto che nel cimitero del suo paese ci sia seppellito un uomo «sconosciuto» e senza volto. Pare trattarsi di tale Mirosław, originario di Tomaszów Mazowiecki vicino Łódź, in Polonia. E nient’altro. Scrive Leogrande:

Così Mirosław rimane Ignoto, e IGNOTO resta scritto sulla sua tomba, benché in paese ora comincino a chiamarlo «Il Polacco», aggrappandosi alla sua nazionalità come fosse uno spiraglio utile alla soluzione del mistero.
Quanto a Incoronata, sapere il nome e il paese di provenienza della vittima non cambia molto. In fondo ha solo avuto la certezza, la prova ultima, di quello che ha sempre intimamente saputo: il ragazzo era uno straniero venuto qui in cerca di lavoro, così come anni prima suo marito e in anni più recenti i suoi figli sono stati spinti a partire per cercare, a loro volta, lavoro. Ognuno ha la sua Germania da raggiungere, pensa Incoronata. Ognuno ha il suo Nord e il suo Sud. E questo le basta per spiegare il movimento che regola la Storia, le sue correnti sotterranee, il dipanarsi delle ingiustizie.

Si potrebbe dire che il «movimento che regola la Storia» è, per Leogrande, lo sconfinamento: nel doppio significato di uscire dai confini e aprire, spalancare. L’implicito obiettivo del raccontare è andare oltre i limiti imposti dalla sclerotizzazione del discorso pubblico barcone-tragedia-scafisti, per esempio, triste riflesso condizionato dell’ideologia disumana del confinamento. Ne è un esempio La frontiera (2015) ultimo volume pubblicato in vita, nel quale il racconto, che si dipana cucendo una trama irregolare di generi testuali – l’inchiesta, il memoir e la non-fiction, l’aneddotica e la digressione, la cronaca e tratti persino il racconto d’avventura – disegna quadri ampi e profondi della «frontiera»: luogo mobile e variabile nelle sue dimensioni. Seguendo le vicissitudini migratorie del personaggio di Shorsh – suo amico, rifugiato curdo conosciuto a Roma quindici anni prima – ci ritroviamo a Patrasso, in Grecia e di lì, seguendo la rotta balcanica (che conduce in Ungheria attraverso la Serbia), facciamo un passo indietro sulla linea immaginaria che unisce Smirne a Lesbo: dove in notti silenziose e dense sperimentiamo un continuo susseguirsi di acqua e terra e ancora acqua, con forti echi ai topoi dei movimenti transfrontalieri tra Messico e Stati Uniti.

A ben vedere, Uomini e caporali, Il naufragio e La frontiera compongono una sorta di trilogia dello sconfinamento, che segna la progressiva maturazione tematico-stilistica del lavoro di Leogrande che è diventato il narratore di soggettività mai rassegnate ad un destino deciso da altri e altrove, uomini e donne tutt’altro che vittime dei rapporti di forza imposti violentemente dal capitalismo globalizzato.

Leggendo i testi di Leogrande non è mai possibile ragionare in termini ristretti focalizzandosi esclusivamente su realtà geograficamente e storicamente limitate (pur costantemente attraversate): perché anche quando la materia narrata ha un peculiare carattere locale, la descrizione di ciò che la rende realmente possibile si richiama a orizzonti sconfinati. Perché ci sono legami superiori ai confini degli Stati-nazione ed è dentro quei legami che si muovono le persone e i loro desideri.

In effetti, Leogrande era partito da una frontiera locale e ‘minore’ del Mezzogiorno italiano, Taranto, la sua città, sfregiata da una modernità crudele e dalle leggi estrattive dello sviluppo capitalistico. Nel folgorante reportage narrativo «L’eterno ritorno di Giancarlo Cito», Leogrande riflette su due fatti concomitanti. Da una parte, il fallimento della città, commissariata e in liquidazione, dall’altra la nuova candidatura a sindaco di Giancarlo Cito – telepredicatore nella TV di sua proprietà At6, già sindaco di Taranto tra il ’93 il ’96, «ex picchiatore fascista espulso dall’Msi per eccessive turbolenze» e con una condanna definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa nel 2002 – alle elezioni amministrative del 2007. In questa tragica concomitanza, lo scrittore tarantino delinea quelli che saranno in realtà non i sintomi e gli esiti di una crisi locale, ma quelli della grande Crisi finanziaria globale (iniziata proprio nell’autunno del 2007):

Taranto era sprofondata in una crisi surreale dagli aspetti ballardiani: una crisi verticale del consesso civile [ma] crisi del pubblico, luce spenta nelle scuole e negli ospedali, non voleva dire povertà. Perché i soldi privati c’erano: le pizzerie erano piene di gente, le ville apparivano ristrutturate, i locali del centro sempre affollati, il rito dello shopping intatto.

Crisi del pubblico: molto più di una questione di corruzione delle classi politiche, ma una degradazione nel cuore della comunità. «Citismo» è il nome che Leogrande dà a questo coacervo pestilenziale di degenerazione linguistica del discorso pubblico, populismo, malaffare, individualismo e privatizzazione dell’esistente. E tutto questo, all’ombra del grande polo siderurgico che, nella terribile crisi ambientale e produttiva esplosa nel 2012 (anch’essa maturata nell’ambito di privatizzazioni scellerate, col passaggio della fabbrica dallo Stato alla famiglia Riva), getta sul mar Jonio un «senso di sconfitta generalizzato», dove l’apparente irriformabilità di quel sito industriale mette un intero territorio davanti alla (non) scelta tra salute e lavoro. A leggere i suoi scritti di quegli anni si percepisce un pensoso dolore.

Con il solito nitore, in ogni singola pagina dedicata al Mezzogiorno, Leogrande individua nelle classi dirigenti e dominanti del Sud, nei processi di sviluppo e sfruttamento industriale, militare, politico o poliziesco, responsabilità e punti di rottura da analizzare, sui quali intervenire per trasformare. Nell’appassionante Le male vite. Storie di contrabbando e di multinazionali (2003), partendo dalle vicende relative alla guerra al contrabbando di sigarette condotte per anni dai governi italiani attraverso una serrata militarizzazione del territorio e delle forze di polizia, l’autore parte da un assunto semplice ma non scontato: «il crimine ha a che fare con la produzione di denaro, con la sua accumulazione e la sua redistribuzione». Laddove da anni si stigmatizzavano i venditori ambulanti di sigarette di contrabbando nelle strade delle città del Sud derubricandoli a fenomeno di microcriminalità – e di «decoro», diremmo oggi –, in fondo connaturata ai tanti ‘mali del Sud’, Leogrande disegna un magnifico affresco storico-politico, dimostrando come la caduta del Muro di Berlino e le sue conseguenze politiche nell’area balcanica, la nuova mobilità dei confini e le nuove frontiere, le criminali scelte di mercato delle grandi multinazionali del tabacco e delle banche in Europa stavano operando una trasformazione del capitalismo e dei sistemi produttivi.

L’infaticabile impegno di Leogrande irrompeva là, dov’era in agguato la spiegazione facile, fondata sulla cristallizzazione degli stereotipi. La precisione del lessico e l’esattezza della scrittura, la generazione continua di connessioni, talvolta inaudite, gli scavi testardi e uno sguardo di rarissima umanità in tempi come questi – tempi sempre interessanti per lui – permettono alla sua scrittura rigorosa di illuminare il futuro con rapidi bagliori accecanti, proiettando le sue narrazioni nello spaziotempo striato della Globalizzazione, parola chiave nei suoi scritti degli anni Duemila.

Introducendo un’antologia di testi dello scrittore e giornalista argentino Rodolfo Walsh, desaparecido massacrato dalla dittatura di Videla, Leogrande scriveva:

L’esattezza della scrittura, costantemente esercitata e perfezionata, con la stessa precisione con cui uno scultore leviga la propria pietra e vi sottrae tutto ciò che è superfluo, conta quanto la prospettiva con cui si guarda alle persone di cui si parla. Da che parte stai, per cosa o per chi in fondo stai scrivendo, e – soprattutto – che cosa fai, come agisci, dopo aver scritto: sono queste le domande che sembrano assillarlo, costantemente.

È un perfetto autoritratto. E la sua scomparsa tragica e prematura – come si scrive in questi casi, non avendo fatto del tutto i conti con la vita – completa un (parziale) parallelo tra due grandi protagonisti del reportage narrativo degli ultimi decenni. Parallelo che a Leogrande, immagino, sarebbe piaciuto ma che avrebbe probabilmente rifiutato per l’umiltà schiva che lo caratterizzava.

La citazione in esergo è tratta da La frontiera (Feltrinelli, 2015). Gli altri libri di Leogrande citati sono: Uomini e caporali. Viaggio tra i nuovi schiavi nelle campagne del Sud (Mondadori 2008; ora Feltrinelli, 2016), Il naufragio. Morte nel Mediterraneo (Feltrinelli, 2011), Fumo sulla città (Fandango, 2013) e Le male vite. Storie di contrabbando e di multinazionali (L’ancora del Mediterraneo, 2003; ora Fandango, 2010). «L’eterno ritorno di Giancarlo Cito» originariamente antologizzato in Il corpo e il sangue d’Italia per la cura di Christian Raimo (minimum fax, 2007) si può leggere ora in Fumo sulla città e nel postumo Dalle macerie. Cronache sul fronte meridionale (Feltrinelli, 2018), mentre l’introduzione ai testi di Rodolfo Walsh da lui stesso curati, intitolata «Davanti alla macchina da scrivere», si trova nel volume Il violento mestiere di scrivere (la Nuova frontiera, 2016). Il pezzo sul recupero del peschereccio affondato nel 2015 è Tutta la città straparla, mentre il podcast di Fahrenheit dedicato a Leogrande il 27/11/2018 si può ascoltare sul sito http://raiplayradio.it. Una recensione di Dalle macerie si può leggere nelle pagine di PULP Libri.

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Poesia nei minuti depredati della luce

Agota Kristof, Chiodi, tr. Vera Gheno e Fabio Pusterla, Casagrande, pp. 112, €16,00 stampa

recensisce ROBERTO DEROBERTIS

Arrivano in traduzione italiana i versi della poeta svizzera di origine ungherese e di lingua francese Agota Kristof (1935-2011), celebrata in tutta Europa per la sua Trilogia della città di K, nota da noi anche per il racconto autobiografico l’Analfabeta e il romanzo Ieri, dal quale Silvio Soldini trasse il film Brucio nel vento (2002).

I versi di Kristof – che nella sua bella postfazione Pusterla definisce «atroce e struggente» – non conoscono punteggiatura; in essi vi è un fluire di parole che lentamente precipitano verso una chiusura che coincide con un’impossibilità: «morti camminano / per queste vie anche io sarò pallida se solo sapessi / dove andare da chi e perché» scrive in «La finestra della notte». Tornano continuamente le strade e i treni come segni ambivalenti di transizione e interruzione, di un andare che non è mai un arrivare. L’io poetante sembra ossessionato dall’erranza ma deve fare i conti con luoghi angusti e persone invocate che appaiono irraggiungibili: «ti fermi sempre rivolto verso di me / anche nei giorni caduti / nel pozzo buio del mutismo / e nei minuti depredati della luce» scrive in «I paesaggi più belli». Questo transitare interrotto è amplificato dall’uso intensivo dell’enjambement, la sfasatura del verso che in Kristof, separando soggetto e verbo, sostantivo e aggettivo, fa letteralmente inciampare richiedendo una rilettura che, cambiando il ritmo, cambia anche la visione delle cose e le possibili combinazioni dei significati. La metrica, insomma, riproduce tutto l’universo simbolico del movimento nel quale ritroviamo un «qui», luogo che induce a riflessioni amare – «Qui le persone sono così felici / che nemmeno amano / sono realizzate e non hanno bisogno / l’una dell’altro nemmeno di dio» – e una «terra natia», un luogo rimasto indietro, incastrato in ricordi pallidi.

I versi di Chiodi trasudano silenzio – «il bosco è rimasto in silenzio ed è andato oltre // ma oltre a tutto questo / uno sguardo blu sopra le nuvole» – e rimandano a quel grigiore chiaro di un mattino ancora indeciso se lasciarsi andare alle nuvole o al cielo. In essi vi si stagliano anche fermo immagini in bianco e nero nei quali scrutare i contrasti e saggiare il buio prima e dopo la luce, muovendosi delicatamente sul confine. Si tratta di sensazioni avvalorate dalle foto di cui è corredato il volume, che ritraggono la poeta su un aereo, un tram o un treno, come la bellissima foto di copertina: pensosa e vintage, di una donna dai capelli corti, assorta, che ha conosciuto molti attraversamenti.

Si tratta di un’edizione preziosa, questa, da parte delle edizioni Casagrande di Bellinzona (Canton Ticino, Svizzera). I versi ungheresi – tranne la lirica «Ninna nanna» riscritta in francese – di Kristof ci giungono in italiano da un altro Paese a dimostrazione del fatto che l’italofonia è una questione aperta e l’italiano non è solo degli italiani – chiunque essi siano! – e non è una lingua solo peninsulare. Il dato che Kristof fosse una profuga ungherese sfuggita ai carri armati sovietici nel 1956, poi, molto dice sul degrado politico di un paese, l’Ungheria, che oggi militarizza le sue frontiere e respinge migranti e profughi, ponendosi alla guida del cosiddetto «Gruppo di Visegrad» dei paesi dell’ex blocco orientale ostili all’accoglienza. «Non c’è neanche un’apertura» scrive Kristof in «Non il vento», «da cui / potresti guardare dall’altra parte c’è / un’unica possibilità / raddrizzarsi». Giunti da quell’altra parte si fa fatica a trattenere la delusione. E in vite precarie che abitano l’irrequietezza si ode solo l’invisibile sibilo del vento.

http://www.edizionicasagrande.com/

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La delicata manutenzione delle relazioni

Auður Ava Ólafsdóttir, Hotel Silence, tr. Stefano Rosatti, Einaudi, pp. 200, €18,50 stampa, €9,99 eBook

recensisce ROBERTO DEROBERTIS

Jónas Ebeneser Snæland è un piccolo imprenditore islandese, ha quarantanove anni, una figlia ormai adulta (Guðrún Vatnalilja), una madre smarrita nei meandri della demenza senile (Guðrún) e una ex moglie (Guðrún anche lei) che gli ha appena rivelato un segreto sconvolgente. A partire aalle relazioni con le tre Guðrún, dalla sistemazione dei cartoni di roba vecchia nel suo scantinato e dalla rilettura dei suoi diari giovanili, Jónas tenta una profonda riflessione esistenziale – mai pretenziosa – sulla sua vita, nel momento in cui ha deciso di suicidarsi.

La prima parte del romanzo, intitolata «Carne» e dedicata alla riesumazione del passato e che culmina con la decisione del protagonista di farla finita, si svolge in Islanda. La seconda, intitolata «Cicatrici», si svolge in un non ben specificato Paese dove una devastante guerra civile ha da poco lasciato posto ad una fragile tregua: potrebbe essere un luogo qualunque della ex Jugoslavia degli anni Novanta o la Siria di oggi. È qui che Jónas progetta di suicidarsi.

La narrazione, dunque, si muove geograficamente ed anche emotivamente: nella prima parte si stagliano davanti al lettore ghiacciai e crateri islandesi quasi magici fatti dell’«incommensurabile bellezza delle cime, i multipli strati del paesaggio, montagne dietro altre montagne, sfumature di blu dietro altre sfumature di blu», che il protagonista finisce per trovare ormai noiosi. Nella seconda parte, invece, la «devastazione è ovunque»: «qui le case crollano sotto le bombe, da noi si schiantano le rocce». Ecco, il racconto ci conduce attraverso diverse intensità di «crolli» e l’Hotel Silence del titolo, albergo di recente e faticosamente rimesso in piedi da una coppia di fratelli, diventa il «laboratorio» dove Jónas metterà alla prova la reale consistenza della propria condizione umana e delle sue sofferenze. Nei dialoghi con i tanti personaggi che incontra, si srotolano implacabili – ma senza sottolineature drammatiche – gli orrori della guerra: devastazioni, mutilazioni fisiche e psicologiche e tutti gli inconvenienti di una vita quotidiana tra le macerie.

Divertente e insieme serissimo un passaggio della prima parte quando Jónas recupera dal suo diario il ricordo di un rapporto sessuale all’aria aperta con la sua futura moglie: tornando a casa in bici, racconta di aver visto – dal vivo e a colori, in contrasto con le immagini televisive che saranno trasmesse in seguito – Reagan e Gorbaciov incappottati durante il celebre incontro del «disgelo’ della Guerra fredda a Reykjavik, nel 1986.

Con leggerezza di scrittura e profondità di intenti, scandagliando affetti attraverso corpi e cicatrici, Ólafsdóttir ci porta per mano, con gli occhi di personaggi teneri e bizzarri, in un mondo in frantumi, nel quale l’unica possibile ricostruzione – o riparazione, perché Jónas è un capace tuttofare, unica qualità che gli riconoscono le sue donne e che nella storia assume una valenza via via maggiore – passa attraverso la memoria e la manutenzione delle relazioni.

Questo romanzo sonda le difficoltà di tenere in piedi vite fragili: sia nei contesti ovattati del benessere occidentale sia in quelli di guerre devastanti che l’Occidente relega e delega a media rassicuranti (tv o social network che siano) e la cui reale e consistente materialità è semplicemente assente. E per questo stesso motivo, come un apologo, il romanzo invita a relativizzare il dolore: a guardare con attenzione etica alle storie degli altri, ad uscire dalle scatole di cartone, dove con serenità custodiamo tracce del (nostro) passato – talvolta toccante e lacerante – destinate a restare disponibili al reperimento e alla riflessione retrospettiva, al riparo dal lontano annichilimento altrui. Che invece esiste; e restiamo umani proprio a partire dal nostro riflesso nello sguardo annichilito dell’altro, riconoscendoci come sopravvissuti.

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Una trama (finalmente complessa) del Sud

Alessandro Leogrande, Dalle macerie. Cronache sul fronte meridionale, Feltrinelli, pp. 320, €19,00 stampa €9,99 eBook

recensisce ROBERTO DEROBERTIS

Alessandro Leogrande ci ha lasciato il 26 novembre 2017 a quarant’anni e, a rileggerlo oggi, le sue parole ci giungono come una eredità pesantissima e, insieme, come una freccia leggera scoccata verso l’immaginazione del futuro. Le sue sono parole che sfidano il logorio del tempo e attecchiscono in profondità, come radici di un pensiero resistente. Così almeno emerge da questa raccolta proposta da Feltrinelli – suo editore degli ultimi anni – che mette insieme trecento pagine di scritti su Taranto: luogo di origine e di sofferente elezione dell’autore, suo posizionamento privilegiato per osservare le macerie di una realtà sociale che, a ben vedere, è quella della lunga Crisi europea iniziata negli anni Novanta del Novecento.

Il volume è una sorta di remix di testi – interi capitoli dell’ormai introvabile Un mare nascosto (L’ancora del Mediterraneo, 2000), articoli e saggi pubblicati su Lo Straniero (di cui è stato anche vicedirettore), Il Corriere del Mezzogiorno e il manifesto – usciti tra il 1998 e il 2017, divisi in quattro parti tematiche sulla Taranto di Cito, la città devastata dall’industrialismo e dallo svuotamento del centro storico, la città stratificata dal punto di vista delle classi e delle pratiche sociali, dei rituali religiosi e del calcio. Sono inoltre antologizzati discorsi pubblici e un reportage narrativo fondamentale, originariamente pubblicato nella raccolta Il corpo e il sangue d’Italia a cura di Christian Raimo (minimum fax, 2007): “L’eterno ritorno di Giancarlo Cito”.

Si tratta di un lavoro editoriale per certi aspetti discutibile che, tuttavia, fa emergere il nucleo centrale della riflessione e delle narrazioni di una vita: gli stravolgimenti prodotti dalla modernità in territori profondamente segnati da storie millenarie, nei quali le asimmetrie di classe, più di altre, hanno caratterizzato la produzione delle soggettività.

Le sue parole, si diceva, proiettate verso il futuro: è impossibile non notare come Leogrande, nei primi anni Novanta, usasse termini come “casta” (per indicare gruppi di potere radicati nelle classi abbienti della società tarantina) e “populistici” riferiti alla politica del tycoon televisivo locale Giancarlo Cito: “picchiatore fascista”, poi sindaco, poi parlamentare della destra berlusconiana, i cui frame linguistico-discorsivi improntati ad una marcata aggressività verbale servivano a presidiare le piazze reali e quelle televisive per ricercare e plasmare il consenso delle classi popolari e quello dei circoli dominanti. Attraverso la lente deformante del politico tarantino, Leogrande individua e descrive i prodromi di una grande trasformazione politica che giunge fino a noi: un coacervo di neonazionalismo xenofobo (si racconta dei suoi legami con Franco Freda di Ordine Nuovo e Mario Borghezio della Lega Nord) e omofobo, giunto oggi ad occupare poltrone ministeriali.

Questo prezioso volume risulterà illuminante sia per chi ha voglia di conoscere il lavoro di Leogrande, sia per chi, invece, scoprirà testi sconosciuti o dimenticati. Per tutti è l’occasione di vedere come il posizionarsi dell’intellettuale tarantino nella sua terra, al centro dei traffici della storia non solo moderna, è un fare perno per poter poi osservare dinamiche sociali, relazioni storico-culturali, dinamiche politiche di lungo periodo. I dettagli della vita sociale nei vicoli di Taranto vecchia, la crescita e il lento declino della fabbrica e della classe operaia (durata sostanzialmente una sola generazione), i movimenti politici negli anni Settanta: tutto minuziosamente raccontato con pennellate rapide e sintesi fulminee che restituiscono un’immagine finalmente complessa e mai consolatoria né assolutoria del Mezzogiorno come parte integrante della penisola. L’urgenza che trasuda da queste pagine è quella di raccontare: raccontare sempre, per individuare nessi in grado di spiegare processi talvolta imperscrutabili.

Infatti, nel tratteggiare i poteri che hanno plasmato Taranto dopo l’unità d’Italia, accanto alle classi dirigenti della politica locale e nazionale, al siderurgico e alla mafia, Leogrande punta impietosamente la sua lente sul ruolo della Marina militare che, con l’Arsenale, ha gestito “una sorta di città militare di massa”. I militari hanno rappresentato l’ingrediente dell’“autoritarismo” nella peculiare ricetta tarantina dello sviluppo. Sviluppo industrial-militare e sviluppo urbanistico incontrollato – indotto dalla necessità di accogliere sempre più manodopera – hanno provocato un massiccio inurbamento di contadini e la trasformazione dei pescatori in operai, innescando flussi migratori da regioni meridionali limitrofe: “una città in cui la stragrande maggioranza era composta da un magma denso ed eterogeneo, strappato dalle proprie radici, gettato in un contesto già di per sé irrazionale ed alogico, distribuito e compresso sul territorio”.

I reportage narrativi di Leogrande raccontano di contrabbandieri di sigarette che millantano carriere mancate da professionisti del ciclismo, giovani pescatori dediti ad un lavoro faticosissimo e scarsamente remunerativo ma con tanti sogni in tasca, ex militanti della Sinistra extraparlamentare che si occupano di bambini nella città vecchia, ex pescatori ultrasessantenni riconvertiti come parcheggiatori abusivi. Quanto più la materia narrata si fa problematica, tanto più la scrittura di Leogrande si fa poetica: come per assecondare l’urgenza di entrare in sintonia empatica con quella materia. Imperdibile l’incipit del capitolo “La grande fabbrica” che racconta il lento digradare della campagna coltivata a ulivi lungo la costa ionica verso le ciminiere e le montagne di ghisa della grande acciaieria, la più grande d’Europa, dove con malinconia straziante – nella trama sapientemente intessuta da Leogrande – il paesaggio violentemente antropizzato lascia ormai infimi spazi alla resistenza di forme di vita sociali e culturali ‘alternative’.

Per lo scrittore tarantino, in fondo, si era sempre trattato di immaginare alternative non senza prima aver lavorato ossessivamente sulla comprensione di cause e processi materiali che hanno determinato lo stato di cose presenti: quel lavoro faticoso dell’intellettuale di cui Leogrande era ormai un rarissimo, mite e risoluto rappresentante.

http://www.feltrinellieditore.it

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Versi da luoghi impervi

Franco Arminio, Resteranno i canti, Bompiani, pp. 160, €15,00 stampa, €7,99 eBook

recensisce ROBERTO DEROBERTIS

A distanza di un anno da Cedi la strada agli alberi (chiarelettere 2017), Franco Arminio, prosatore e poeta davvero singolare nel panorama italiano, torna con una raccolta poetica nata anche dalla sua continua attività di condivisione di versi attraverso il social network: dove lettori e lettrici contribuiscono con feedback istantanei al farsi della parola poetica.

La sofferenza antropologicamente quasi inestirpabile delle raccolte precedenti – Stato in luogo (Transeuropa 2012) o le Cartoline dai morti (tre volumi usciti tra il 2010 e il 2017 per nottetempo e Pellegrini) – ha lasciato il posto ai versi d’amore. Contrappunto di questo amore sono la morte e la decadenza corporea: “stare nel guasto della vita e cercare di ripararlo. Ho creduto più alla scrittura che agli incontri. Adesso credo ancora alla scrittura, ma credo anche agli incontri, può essere un albero in mezzo alla campagna, può essere una donna”. La morte è onnipresente, come un’interruzione inaudita, attesa con terrore.

Nella sezione centrale dal titolo “Terre dell’osso”, l’autore torna ai suoi amati paesi, luoghi della sparizione che chiedono attenzione per la loro radicale umanità: “I paesi si salvano con gli occhi. / Prima bisogna guardarli / come un uomo giovane / guarda una donna bellissima”. La poesia, dunque, indugia su ciò che rinsecchisce, sull’evanescente: “Sauro, Agri, Basento. / Nomi di fiumi ormai scarni / su cui non mangia più nessuno”. E nel momento stesso in cui si celebrano queste figure della desertificazione esistenziale, si resiste facendo poesia: “è la terra dei nostri canti”. Del resto, “Paesologia” – singolare disciplina inventata da Arminio un ventennio fa – significa “Portare notizie dalla desolazione”, perché non esistono posti che non non hanno nulla da raccontare, che sono condannati all’insignificanza. Questi versi si rivolgono “al grano che cresce / sulle frane”, la vita ostinata nelle fessure dell’impervio. Come la vita degli “Emigranti” dell’omonima sezione, dove l’uso intensivo di ripetizioni e di liste di nomi, cognomi, paesi e mestieri di chi è emigrato restituisce un effetto di verità catartica: uno squarcio profondo nella trama delle mobilità umane nella quale siamo intessuti anche noi, da generazioni.

Dai versi di Arminio emerge un modo di abitare il Sud che non si arrende davanti alla fine, neanche nella sconfitta storica. C’è una sorta di sopravvivenza dolorosa ma attenta alla vita: ai respiri flebili, alla leggerezza di un “ponte di spaghi”, ai cani randagi, all’inconsistenza del “puro fogliame”.

Per Arminio la poesia è una forma insieme sublime e materica di ‘evasione’: non nel senso di una distrazione, di un passatempo appena appena più elevato, ma nel senso di esodo e sottrazione da un ordine del discorso schizofrenico e violento che predica, per esempio, il marketing territoriale di luoghi da salvaguardare per l’industria turistica mentre ne devasta altri passando con la ferocia della ruspa. La poesia diserta, sposta le parole del lessico dominante: le trasporta – come in un costante esercizio metaforico – dal campo mortifero dell’eternità promessa dal mercato e dalle merci a quello vitale e terribile del tempo che passa, delle relazioni inesorabilmente imbrigliate in corporeità decadenti.

La poesia in prosa “Istruzioni per l’uso” – dove l’autore scrive che “Amare i versi tiene lontane le malattie” – chiude una raccolta emotivamente impegnativa dove l’ipocondria incontra la libertà dal tempo, la paura della morte la liberazione nelle pieghe di un’esistenza desolata e abbandonata.

http://www.bompiani.it/

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Genealogia del lavoro

Roberto Ciccarelli, Forza lavoro. Il lato oscuro della rivoluzione digitale, DeriveApprodi, pp. 224, €18,00 stampa

recensisce ROBERTO DEROBERTIS

Dimenticate le mitologie contemporanee sulla cosiddetta “fine del lavoro” e sulle magnifiche sorti dell’automazione: Forza lavoro di Roberto Ciccarelli, filosofo e giornalista del quotidiano il manifesto per il quale scrive di conoscenza e lavoro precario, ha scritto un libro che va oltre le semplificazioni mediatiche e invita a rimettere al centro dei processi produttivi contemporanei la “forza lavoro”: gli uomini, le donne le loro potenzialità. In un tempo in cui il lavoro è sempre più polverizzato e non retribuito e qualcuno è diventato “imprenditore di se stesso”, per Ciccarelli la forza lavoro non va intesa come un “posto di lavoro” né come una merce: essa ha al suo centro la potenza umana e la sua corporeità.

Il saggio, composto di quattro capitoli, un prologo e un epilogo (“Cosa può una forza lavoro”), si propone di “passare a contropelo la storia del lavoro autonomo e subordinato”. Per entrare in questo testo è bene riprendere una citazione dalla “Critica del programma di Gotha” (1875) di Karl Marx: “Il lavoro non è la fonte di ogni ricchezza”, ad esso viene attribuita “una forza creatrice sopranaturale”, mentre è nella forza lavoro (umana e storica) che si trova la potenza creatrice e trasformatrice che rende possibile l’esistenza del lavoro e delle merci. Così, attraverso una vertiginosa genealogia, l’autore ci presenta la condizione contrattuale del gladiatore romano: un lavoratore autonomo che decide di alienare volontariamente e solo temporaneamente le proprie prestazioni; o ci parla di un freelance prima militare poi politico nella Firenze di Machiavelli, oppure del flâneur, viandante metropolitano che nella Parigi di Baudelaire si trasforma in spettacolo, divenendo contemporaneamente lavoro e merce.

La forza lavoro è, dunque, denominatore comune di una condizione/identità mutante che continuamente sconfina tra incerte forme contrattuali e non lavoro, (auto)sfruttamento e autonomia che non sono poli opposti ma momenti contigui e, più spesso, continui. Per l’autore la forza lavoro coincide con le potenzialità individuali, collettive e cooperative di uomini e donne, che si tratti o meno di lavoratori in senso stretto. La forza lavoro è un “esercizio di libertà e autodeterminazione” e non qualcosa che si riduce ad essere al servizio dell’estrazione di valore a vantaggio di pochi: è sfruttabile e disciplinabile, ma non può essere posseduta da parte di chi la sfrutta.

Nell’ideologia dell’automazione coltivata nella Silicon Valley, la forza lavoro viene gradualmente sostituita dalla (presunta) intelligenza delle piattaforme digitali e degli algoritmi. E tuttavia, addestrare macchine, algoritmi e piattaforme è il lavoro oscuro e precario di tutti coloro che ovunque nel mondo, davanti ad un pc (spesso di loro proprietà), immettono dati e li classificano in categorie. Il libro offre una fantasmagoria di personaggi che si celano dietro gli schermi e che interpellano la nostra vita quotidiana, scandita da periodi più o meno lunghi trascorsi a mettere “like” e a rispondere a ‘interrogazioni’ di vario tipo da parte dei nostri siti di shopping online preferiti, noi pure compartecipi dell’intelligenza delle piattaforme. Perché la forza lavoro del capitalismo delle piattaforme è costituita da milioni di utenti che producono ricerche e si prodigano in un ininterrotto lavoro di registrazione di dati e valutazione (la recensione e la conseguente reputazione), che algoritmi e macchine accumulano e riprocessano. Questo lavoro sconfina nei nostri pc, nei nostri dispositivi mobili, fluttua nelle vite dei micro-operai della “fabbrica diffusa”, senza orari né altri limiti.

Ciccarelli ci mette davanti ad una composita costellazione di lavoratori che definisce “nomadi”: la lavoratrice domestica e il rider della consegna di cibo a domicilio, il migrante precario e il lavoratore che inserisce dati e li categorizza per le grandi piattaforme emergono non come vittime ma come soggetti produttori che si prendono letteralmente cura del mondo: potenti ed essenziali.

È impossibile smettere di leggere questo ricchissimo saggio senza pensare ai tanti che, dalle tribune mediatiche, sbraitando contro i migranti, in realtà attaccano proprio questa costellazione, con la terribile speranza di sottomettere per sempre questa forza lavoro. Perché il lavoro di cura è preziosissimo: un tempo appannaggio esclusivo delle donne che lo elargivano gratuitamente, oggi è divenuto il lavoro di tantissimi e con esso se ne vorrebbe estendere anche la gratuità. Ma la forza lavoro raccontata e teorizzata da Roberto Ciccarelli è indomita, resiste, si sottrae, fa esodo: è contro il lavoro e per la liberazione della potenza umana. È l’elemento insieme essenziale e imprevedibile della lunga e serrata marcia dell’automazione al tempo del governo dell’algoritmo.

https://www.deriveapprodi.com

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Solitudine carceraria, in versi

Faraj Bayrakdar, Specchi dell’assenza, tr. e cura Elena Chiti, Interlinea, pp. 117, €12,00 stampa

recensisce ROBERTO DEROBERTIS

Le edizioni Interlinea propongono una nuova raccolta poetica del siriano Faraj Bayrakdar, per la traduzione e la cura di Elena Chiti che aveva già curato il primo volume in italiano del poeta: Il luogo stretto (nottetempo). Sempre da uno “spazio ristretto disperato” scrive l’autore: le poesie qui raccolte datano 1997-2000, gli ultimi tre anni di carcere che Bayrakdar ha trascorso, da attivista comunista inviso al potere siriano, nel carcere di Sednaia a Damasco. Si tratta di cento componimenti brevi, più “Otto inediti”. Questi ultimi, a differenza dei precedenti, sono stati scritti nel 2015 a Stoccolma, luogo dell’esilio del poeta.

Bayrakdar ci guida dentro una terribile solitudine carceraria: “Qui / siamo soli / il luogo ed io”, dove la poesia è strumento e luogo di una liberazione possibile: “La libertà è patria / il mio paese è esilio” e ancora “berrò la libertà / fino in fondo”. L’“assenza” del titolo è, in qualche modo, l’assenza stessa dello scrittore: assenza dalla vita, dalle relazioni, talvolta dalla dignità. Siamo davanti ad una poetica della tentata evasione verso una vitalità mai perduta del tutto, anche se “le circostanze / erano di pietra / e il tintinnio del tempo e del luogo / aveva una macchia che somiglia a sangue”. I versi bramano continuamente un fuori e trovano riparo solo in un’invocazione alla poesia. Scrive infatti, “Mi nascondo / dentro la poesia”: ma non è una fuga quanto la ricerca testarda di una rigenerazione e la poesia bussa alle porte chiuse e, con la scrittura, amplia “il luogo stretto con la larghezza dell’immaginazione”. Un ripiegamento strategico, dunque, un rifiatare per ridare ossigeno all’immaginazione e dichiarare, quasi utopisticamente, “preparo i sogni alla partenza / ormai pronto / a vivere”.

Nella sua introduzione, “Storia di questo libro”, Bayrakdar chiarisce che scrivere versi per lui significa restituire senso e profondità ad un’esperienza di privazione e inesorabile annientamento. Una funzione umana che si manifesta nel continuo richiamo alla “libertà” – seppure una “libertà di lacrime” – come lumicino nella lunga notte della detenzione: “Chi ama canta / e non c’è canto / che non sia di libertà”. Canto come sinonimo di poesia torna costantemente nei versi di Bayrakdar attraverso le figure dell’uccello e del volo. Le centootto brevi liriche oscillano tra chiusura e apertura: più lo spazio della prigionia sembra restringersi, più lo sguardo del poeta prova a gettarsi fuori, oltre. Per il lettore è quasi un’esperienza furtiva in stanze minuscole con addosso un senso di dolorosa nostalgia per ciò che non è (ancora) stato. I versi brevi e fulminanti di Bayrakdar sono veri e propri panorami stilizzati dipinti su muri senza finestre, che permettono allo sguardo emotivo di gettarsi oltre le sbarre.

È un guardare ovattato e silenzioso. Non c’è clamore né ricerca di pirotecnici effetti linguistici in questo libro ma una po/etica del silenzio: “Dal silenzio voglio / solo parole / che non trovo”, volontà disperatamente omologa alla ricerca della libertà tra le quattro mura del luogo stretto. Non è difficile immaginarsi questo baffuto poeta siriano – oggi in esilio – aggirarsi per il mondo come nell’immagine malinconica di Edmond Jabès: lo straniero con sotto braccio il suo libro di piccolo formato e la malinconica illusione di poter tornare alla propria vecchia terra.

http://www.interlinea.com

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